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Appunti: storia e temi fondanti dell’antropologia del Mediterraneo (riassunto corso)

Appunti di antropologia del Mediterraneo basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Viazzo dell’università degli Studi di Torino - Unito, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Antropologia del Mediterraneo docente Prof. P. Viazzo

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Agli albori dell’antropologia del Mediterraneo

L’antropologia del Mediterraneo è strettamente legata, soprattutto nei suoi inizi, ad altre discipline,

quali la botanica, la storia, la geografia e la filosofia. Se si vuole fare una sorta di genesi di questa

disciplina, è necessario fare riferimento a questi altri campi di studi.

Innanzitutto il libro di Volney, Voyage en Egypte et en Syrie, del 1787, il quale venne utilizzato come

“manuale” di viaggio per la spedizione napoleonica francese in Egitto iniziata nel 1798. Questa

spedizione (insieme alle successive in Grecia ed in Algeria, terminata nel 1842) era sì militare, ma

vedeva tra le sue file anche la presenza di scienziati e studiosi chiamati a studiare le popolazioni

incontrate.

E fatto di studiosi esperti in vari campi è anche l’organo che nasce, sempre in Francia e sempre nello

stesso periodo, nello specifico nel 1799, ovvero la Societé des Observateurs des hommes, il cui

intento era di studiare la varietà umana, nelle sue differenze fisiche, linguistiche, sociali e culturali.

All’interno di una visione evoluzionistica, lo scopo era quello di studiare i gradi di civilizzazione

delle società, ed esportare quindi la civiltà moderna in una sorta di colonialismo “umanistico”. Non

a caso, le stesse parole di Napoleone sulla civiltà egiziana sono di aspra critica verso una

popolazione che è stata ricca, florida ed evoluta per molto tempo, ma che ora si trova di nuovo preda

delle barbarie per via della dominazione mamelucca e quindi di religione musulmana.

Sempre per via di questa nascita ibrida, fatta di contributi da varie discipline, chi parla per primo di

“regione mediterranea” è un botanico francese, Augustin­Pyramus de Candolle, che all’inizio

dell’Ottocento riscontra una somiglianza ed una convergenza tra le specie vegetali che si trovano

sulle due sponde del Mediterraneo. Questo significa che il mare non è stato un ostacolo per la

comunicazione tra le due sponde, ma un ponte che invece l’ha agevolata.

Sempre nel corso dell’Ottocento, il contributo alla creazione della categoria di regione mediterranea

viene dalla filosofia. Michel Chevalier, appartenente al movimento sansimoniano, in una sua opera

del 1832, indica l’esistenza di un “sistema del Mediterraneo”, che si trova ad essere la sintesi

mediana tra Occidente e Oriente, Cristianesimo e Islam. Anche Hegel, nel 1837, riconosce la

funzione­ponte del Mediterraneo, che mettendo in connessione tre parti del mondo, di fatto, crea

una totalità.

Infine, il geografo francese Reclus conferma l’azione mediatrice del Mar Mediterraneo, sia dal

punto di vista climatico, sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista dell’incontro degli

uomini.

L’antropologia del Mediterraneo prende forma

Nonostante questo precoce interesse e l’innovativa analisi della regione mediterranea, bisogna

aspettare un po’ di tempo prima di poter veder affiorare i primi studi nella zona. Già negli anni ’20

Charlotte Gower aveva intrapreso degli studi sul campo a Milocca, in Basilicata, ma questi sono

andati perduti e ritrovati e pubblicati solo molti anni dopo. Un tentativo fu fatto anche da Mary

Douglas, ai tempi Mary Tew, ma la sua volontà di compiere studi nell’area mediterranea fu bloccata

da Evans­Pritchard, il quale la reindirizzò sul campo di studi africano.

Chi invece non fu dirottato dal medesimo professore fu Julian Pitt­Rivers, il quale intraprese uno

studio di comunità nel sud della Spagna, dal quale nacque People of the Sierra (1954) . Questo libro

può essere considerato lo studio fondante dell’antropologia del Mediterraneo, nonostante la povertà

di strumenti conoscitivi a disposizione di Pitt­Rivers, la cui formazione era tipo affricanista. Ad

ogni modo il suo studio va a toccare tutti quei temi che negli anni successivi verranno sviscerati da

molti studiosi: la famiglia, i rapporti di parentela e vicinato, clientelismo e patronage; ed anche un

argomento che diventerà nodale nell’antropologia del Mediterraneo: onore e vergogna, in questo

caso declinati in hombrìa e verguenza, ovvero la rappresentazione del sé nella società attraverso i

comportamenti di genere.

Questo studio altresì evidenzia il carattere “intermedio” delle società del Mediterraneo, a metà

infatti tra le società “tradizionali” e quelle “moderne”.

L’impulso e l’interesse di Pitt­Rivers non si esaurisce con il suo primo studio, anzi.

Orientato ad approfondire il discorso, organizza una conferenza che cerca di mettere insieme tutto

ciò che si sa e si è studiato sulla zona. Il comitato è formato dallo stesso Pitt­Rivers, inglese, uno

studioso suo conoscente dal soggiorno spagnolo, Caro Baroja, e John Peristiany, greco­cipriota

formatosi a Oxford. Si evidenziano le nazionalità degli studiosi poiché si vuole mostrare che le

critiche successive, le quali tacciavano una egemonia anglo­americana negli studi mediterranei, è

una mezza verità, in questo caso. Tra gli invitati c’è sì una predominanza di Inglesi e americani, in

totale otto, ma sono presenti anche 3 studiosi Francesi, tra cui Bordieu, due Greci contando

Peristiany, un Italiano, Tullio Tentori, ed un Libanese. In più, le relazioni possono essere presentate

in inglese, in francese ed in spagnolo. Questo è il primo luogo comune che va sfatato sulla

Conferenza di Burg­Werstein del 1959; il secondo è quello che afferma la preponderanza della

discussione sul tema di onore e vergogna. Esso è stato affrontato, ma in una sola giornata, e tanti

altri argomenti sono stati sviscerati, la parentela e l’assetto fondiario, per esempio.

Lo stess Pitt­Rivers in un saggio successivo che ripercorre gli atti di quella stessa conferenza,

conferma l’unica giornata riservata al tema di onore e vergogna e segnala che solo successivamente

verrà sviscerato lungamente ed un’altra conferenza lo vedrà come protagonista, quella di Atene del

’61.

Nonostante tutti gli studi e la conferenza, ciò che veramente manca è una definizione di “area

mediterranea”: ciò che si è raccolto durante la conferenza è un insieme di conoscenze e

testimonianze che hanno a che fare con il territorio che circonda il Mediterraneo, ma che non lo

unisce dal punto di vista conoscitivo. Per questo motivo Sydel Silverman indica questo periodo

come quello dell’antropologia nel Mediterraneo. È quando si esce dalla rete di Pitt­Rivers e si va

sull’altra sponda dell’Atlantico, negli Stati Uniti, che si inizia a parlare di area culturale e quindi di

antropologia del Mediterraneo.

Bisogna aspettare i primi decenni del ‘900 e, appunto, spostarsi negli Stati Uniti per avere una

definizione operativa di area culturale.

Viene identificata da Arensberg: è una zona geografica in cui, a causa di processi storici e

costrizioni ambientali, si determina, all’interno di essa, la presenza di tratti culturali comuni.

Arensberg individua come area culturale l’Europa, e come sotto­area l’Europa mediterranea. Affida


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher optical_lens di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia del Mediterraneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Viazzo Pier Paolo.

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