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un uomo la decisione di instaurare un legame stabile. Il requisito necessario affinché

un uomo scelga una donna come madre dei suoi figli è che essa appaia come non

immediatamente interessata al sesso e pronta ad accettarlo solo all’intero di una

relazione stabile. Nel caso in cui la donna fosse infedele l’investimento parentale

potrebbe andare a vantaggio della prole di un altro maschio. La GELOSIA è una

paura profonda scatenata dalla minaccia di perdere il partner. E’ diversa per maschi e

femmine. Nelle donne si sono selezionate strategie che le portano a porre ostacoli alla

predisposizione dei maschi ad essere promiscui e ad essere allertate sulla possibilità

che il partner si innamori di un’altra. Ciò porterebbe a uno spostamento delle risorse

affettive ed economiche nella nuova famiglia che potrebbe crearsi. In questo modo, il

successo riproduttivo della donna viene messo a rischio. La gelosia delle donne è di

TIPO EMOTIVO-AFFETTIVO. Di solito vengono perdonate le scappatelle prive di

sentimento. Negli uomini c’è invece la tendenza a vigilare sulla donna affinché non

abbia rapporti sessuali, anche sporadici, con altri uomini, con il rischio di allevare

prole non propria. La gelosia dei maschi è di TIPO SESSUALE. La gelosia sessuale e

quella emotiva sono interconnesse.

Capitolo V: Madri poliedriche.

La madre, per la sua capacità di riconoscere i segnali del figlio e per la sua

disponibilità a rispondere subito alle sue richieste, viene scelta dal piccolo sin dalla

nascita come la persona con la quale preferisce mantenere la vicinanza. Quelle che

vengono dette “PAURE IRRAZIONALI DELL’INFANZIA” emergono nei bambini

anche all’interno delle loro case. La paura è determinata anche dallo star male, sia

emotivamente che fisicamente, o dallo sperimentare una qualche difficoltà. La

programmazione genetica fa sì che nelle circostanze di pericolo, qualsiasi ne sia la

natura, si attivi nella mente degli esseri umani il SISTEMA

DELL’ATTACCAMENTO, un’organizzazione psicologica che spinge ad esprimere

l’ansia e il dolore e che porta ad accostarsi a quelle figure che possono proteggere.

Nei primi 4 mesi di vita i piccoli possono sentirsi confortati anche se è un’altra

persona, e non la madre, ad accorrere al loro pianto. Nella seconda metà del 1° anno

la madre diventa la figura affettiva scelta definitivamente. In questo modo, l’assenza

della madre causerà nel piccolo ansia da separazione. La madre è la BASE SICURA

del piccolo, ovvero la base da cui il piccolo si allontana per esplorare il mondo fisico

e sociale intorno a lui e da cui ritorna in caso di necessità. BOWLBY chiama questo

rapporto LEGAME DI ATTACCAMENTO. Definisce FIGURA DI

ATTACCAMENTO la persona a cui il piccolo indirizza le sue richieste di conforto.

Di solito questa figura è la madre, ma può essere anche il padre, la nonna o qualsiasi

altra persona che contribuisca a crescere il piccolo durante il suo 1° anno di vita in

maniera continuativa. Una buona madre sa quando deve intervenire, dando amore al

piccolo, ma sa anche quando mettersi da parte. In questo modo, il piccolo riuscirà a

passare sempre più tempo lontano dalla lei, così da diventare autonomo. Le madri

sanno indicare ai propri figli i limiti delle cose che possono fare anche quando sono

affettuose, incoraggianti e pronte ad approvare quello che il figlio fa. Mostrano come

si fanno le cose e guidano il piccolo. Se danno divieti ne motivano il perché. Se il

piccolo capisce le ragioni di un comando, se gli viene spiegato il senso dei

comportamenti verso i quali viene spinto, se sente di essere coinvolto nella

costruzione di un legame finalizzato al suo benessere e a quello del genitore,

acconsente alle richieste di sua spontanea volontà. Un bambino sicuro sa esprimere

non solo le emozioni di paura, ma anche quelle di gioia, perché sa che saranno

accolte e interpretate nel modo giusto. A seguito delle prime esperienze affettive i

bambini acquisiscono il senso del proprio valore, formando una rappresentazione

mentale di se stessi come di persone degne di essere amate. E’ un’immagine

speculare a quella che hanno della madre e che diventa la rappresentazione mentale

degli altri. Inizia un percorso che lo porterà ad avere sempre più fiducia nelle sue

risorse e a comportarsi, da grande, allo stesso modo. Le rappresentazioni che

ciascuno ha di sé, una volta formatesi, fanno da filtro nella percezione e

nell’attenzione posta agli elementi circostanti. E’ questa modalità di elaborazione

delle informazioni che rende stabili fino all’età adulta i modelli mentali di sé e degli

altri. Quando un figlio ha un legame sicuro con la propria figura di attaccamento ha

grandi opportunità per ciò che concerne lo sviluppo intellettivo. Infatti, ricevere cure

e un adeguato supporto materno fa sviluppare al meglio le strutture celebrali. Le

madri producono figli sicuri perché sono esse stesse sicure. Vedono il mondo con gli

occhi del figlio e quindi riconoscono subito il segnale che lui gli manda. Avere una

base sicura promuove l’autonomia e il senso di indipendenza. L’amore della madre

per il figlio ha una base innata così strutturata che si può parlare di ISTINTO. Oltre

alle madri che non sbagliano mai, ci sono anche quelle che sbagliano e che

producono fattori di rischio per l’adattamento dei piccoli all’ambiente, per la loro

realizzazione, la loro felicità e la loro salute mentale. Queste madri non accorrono se

il bambino piange, ne rifiutano la debolezza e la dipendenza negandone i bisogni

affettivi. Lo costringono ad un’autonomia prematura. Scoraggiano il contatto fisico,

ridicolizzano le loro ansie, minacciano di rompere la relazione e di andarsene se il

piccolo continua ad avere paura. Questo stile di interazione è messo in atto

automaticamente e permane anche quando i bambini sono grandi. I piccoli

acquisiscono un assetto mentale detto INSICURO-EVITANTE. Utilizzano una vera e

propria strategia di sopravvivenza fondata sull’evitare di mostrare le proprie

emozioni, così da non correre il rischio di rompere il legame. Le madri hanno

dichiarato di essere infastidite dal toccare il figlio o dall’essere toccate da lui,

rivelando un’organizzazione mentale detta DISTACCATA-DISTANZIANTE.

I piccoli devono adeguarsi alle richieste della madre. Esibiscono una falsa autonomia.

L’aspettativa di non essere presi in considerazione si tramuta in un’immagine di se

stessi come non amati e non amabili. Gli altri sono visti come assenti in caso di

necessità o ostili e rigidi. Elaborano un falso sé. Altre madri presentano modalità di

accudimento basate sull’imprevedibilità e sull’incertezza delle risposte ai bisogni

emotivi del piccolo. Alcune volte accorrono, altre no. E’ uno stile di accudimento che

si mantiene anche quando i figli crescono. E’ un tipo di madre CONTROLLANTE,

che interferisce con quanto sta facendo il figlio, comanda senza dare spiegazioni e

lascia che il figlio disubbidisca, dimostrando di non essere sicura di quello che aveva

richiesto. Non sa imporre limiti e regole. Questi sono principi astratti che servono per

imporre la sua autorità e che non trasmettono al bambino il senso dell’utilità di alcuni

comportamenti. Queste madri vengono dette PREOCCUPATE-INVISCHIATE. Si

abbandonano all’emotività, non sanno assumere il punto di vista del bambino, si

fanno prendere dall’ansia, sono iperprotettive. Utilizzano queste modalità per

riportare l’attenzione su di sé. L’iperprotettività, il controllo, l’induzione del senso di

colpa nel caso in cui i figli vogliano allontanarsi sono le loro strategie per mantenerli

invischiati nella famiglia di origine. Un maternage basato sull’imprevedibilità fa sì

che i bambini si sentano continuamente in pericolo. Vivono nella continua aspettativa

di poter essere aiutati e nel timore che ciò non accada. Sono INSICURI. Hanno un

PATTERN EMOTIVO AMBIVALENTE, per questo sono definiti INSICURI-

AMBIVALENTI. Esibiscono il loro sconforto con grande evidenza, ma rifiutano il

contatto con la madre se prova a consolarli. Per aumentare le probabilità di ricevere

attenzioni, enfatizzano le loro emozioni negative e i loro bisogni, così da esercitare

una forma di controllo e di coercizione sulla madre. Queste reazioni diventano parte

della loro personalità e da adulti vengono estese a tutti gli altri. Questi soggetti si

considerano non amabili. Vedono gli altri come inaffidabili e imprevedibili.

Capitolo VI: Il mal di madre e il paradosso dell’evoluzione.

L’amore è suscettibile di continui processi di interazione organismo/ambiente.

Un allevamento non basato sul calore, l’affetto e l’attenzione sui bisogni del figlio

potrebbe configurarsi, in alcuni ambienti, come il più adeguato per trasmettere i

desiderata della cultura e della società di appartenenza. Ambienti con un eccesso di

pericoli fisici e sociali, con un elevato numero di conspecifici inaffidabili, o a rischio

di catastrofi naturali, potrebbero aver portato al selezionarsi, nelle madri, di una

predisposizione ad essere distratte ed imprevedibili per ciò che concerne i bisogni dei

piccoli poiché prese dal tentare di prevedere i disastri per farvi fronte, ma allo stesso

tempo, inclini a cercare di mantenere la prole il più possibile vicina. In questo

contesto è emersa una progenie pronta a controllare in prima persona l’ambiente

sociale, sensibile ai segnali di pericolo, sospettosa e incline a chiedere aiuto al

minimo indicatore di allarme, poco propensa ad allontanarsi dal nucleo familiare e

più capace di sopravvivere e di arrivare all’età giusta per riprodursi. Ridurre

l’inclinazione all’esplorazione e mantenere i figli il più possibile accanto a sé

potrebbero essere tendenze evolutesi per promuovere il successo riproduttivo delle

madri per via indiretta: rendere i figli ansiosi e dipendenti potrebbe aver contribuito a

farli diventare disponibili a prendersi cura della progenie dei fratelli e dei parenti,

aumentando così il successo riproduttivo della madre, poiché con i consanguinei si

condivide parte dei geni. Avere figli che privilegiavano la promiscuità sessuale ai

legami affettivi potrebbe aver favorito il successo riproduttivo delle madri che

inducevano questo assetto: lì dove le risorse erano scarse era più vantaggioso avere

figli inclini a riprodursi molto e presto, visto che era difficile che potessero diventare

genitori attenti ai bisogni del piccolo. Facendo molti figli avrebbero potuto puntare

alla possibilità che qualcuno si sarebbe sviluppato al meglio. Secondo EIN-DOR tutti

e tre i pattern dell’attaccamento potrebbero aver contribuito al successo riproduttivo

degli individui, in quanto, se presenti tutti e tre in qualsiasi ambiente, potrebbero aver

assicurato il benessere del gruppo di appartenenza. Invocano il PRINCIPIO

DELL’INCLUSIVE FITNESS, il principio che porta a considerare il successo

riproduttivo in termini globali fondato sui propri esiti riproduttivi e su quelli della

totalità dei parenti. Le rappresentazioni interne di come si è e dell’affidabilità degli

altri vanno a confluire in veri e propri copioni che indirizzano le proprie reazioni e i

propri comportamenti. Le madri degli individui SICURI pensano che tutti siano

affidabili e sono regolate da mappe che consentono loro di essere flessibili e di saper

negoziare i termini dei conflitti. Sapendo coordinare i comportamenti di aiuto,

possono contribuire al benessere del gruppo. Il PATTERN EVITANTE-

DISTANZIANTE porta, invece, a non fidarsi degli altri. In caso di pericolo, ci si

occupa solo di se stessi. Nel gruppo possono essere di aiuto perché sono pronti a

risposte rapide alle minacce. Il PATTERN INSICURO-AMBIVALENTE-

INVISCHIATO prevede l’inaffidabilità degli altri e la necessità di doversi difendere

esagerando richieste di aiuto. Queste reazioni, in caso di pericolo, metterebbero in

allerta il gruppo. Alcune modalità genitoriali dagli esiti devastanti e distruttivi

potrebbero essere la risposta più idonea a far sì che i costi derivanti dal prendersi cura

della prole trovino un equilibrio con i benefici risultanti dalla possibilità che

attraverso essa si diffondano le proprie caratteristiche. L’indifferenza verso i propri

figli può essere ricondotta al dato che la mortalità infantile era molto elevata e le

madri non investivano affettivamente nei figli, poiché il costo delle cure non

compensava la probabilità che essi vivessero e riuscissero a propagare i caratteri dei

genitori. Con il diminuire della mortalità infantile e il controllo delle nascite ci fu una

diminuzione del numero di figli. Per MALTRATTAMENTO intendiamo violenza

fisica, trascuratezza fisica ed affettiva, abuso emotivo e psicologico, sfruttamento

sessuale. Le conseguenze di queste forme di accudimento sono drammatiche sia a

breve che a lungo termine. In età infantile emergono modalità incoerenti di

relazionarsi agli altri. Possono mostrare comportamenti aggressivi o provocatori o

non interagire con i compagni o anche isolarsi dal gruppo. Non hanno autostima.

Alcuni bambini possono presentare ritardi nello sviluppo motorio, nel linguaggio e

nella crescita. E’ stato infatti ipotizzato che i maltrattamenti influenzino le strutture

del cervello e il suo funzionamento neurobiologico. Da adulti i maltrattati

mantengono una bassa autostima, hanno difficoltà ad accettare la propria identità,

manifestano disturbi dissociativi e depressione. Potrebbero instaurare relazioni

aggressive basate sull’imprevedibilità. Chi è stato maltrattato potrebbe fare la stessa

cosa ai figli. A mediare il passaggio tra queste forme di accudimento e il modo di

relazionarsi con gli altri ci pensano le RAPPRESENTAZIONI MENTALI DI SE’ E

DEGLI ALTRI. I maltrattati sperimentano la paura costante di un pericolo che

proviene dalla stessa persona verso la quale cercano conforto. Ciò produce una paura

irrisolvibile che fa emergere rappresentazioni mentali del sé e degli altri multiple ed

incoerenti che danno conto dell’erraticità e dell’imprevedibilità dei loro

comportamenti e della qualità delle loro relazioni. Non tutti gli individui maltrattati

rimangono irreversibilmente danneggiati per tutta la vita. Alcuni dimostrano di avere

RESILIENZA, ovvero la capacità di far fronte a ciò che è accaduto loro. I bambini

che vengono maltrattati sono quelli che già alla nascita si palesano come poco

produttivi per ciò che concerne la possibilità per i genitori di avere successo

riproduttivo. Le figlie femmine ricevono meno cure dei maschi, poiché le loro

caratteristiche fisiologiche assicurano una possibilità minore di lasciare le loro

caratteristiche in quanti più individui possibili. I prematuri sono a rischio

maltrattamento, così come quelli nati malati, poiché l’impossibilità di mantenere il

contatto nell’immediato periodo post natale diventa la variabile che porta al distacco

emotivo, rendendo difficile la formazione del legame di attaccamento. Se il figlio è

l’esito di uno stupro, di una gravidanza non voluta, ecc. si ricorre, a volte,

all’infanticidio, sia per il calcolo costi/benefici, sia perché eliminare un figlio che non

si può allevare lascia aperta la strada per procreare in condizioni migliori.

Il maltrattamento è l’esito di un intreccio multifattoriale, come uno status socio-

economico basso, le dimensioni della famiglia, l’essere un genitore solo, il vivere in

contesti di isolamento. Si possono rintracciare anche moventi personali per questi

gesti, come la vendetta nei confronti del compagno o la tendenza a vedere nel piccolo

il capro espiatorio delle loro frustrazioni. Spesso le madri riproducono nei figli le

violenze subite da piccole. Il maltrattamento infantile non è una prerogativa della

nostra specie.

Capitolo VII: Padri darwiniani.

La nostra è una SPECIE BIPARENTALE, cioè il piccolo ha bisogno di due genitori

per sopravvivere. Le cure offerte dai genitori devono essere diversificate: le madri

allattano e proteggono, i padri portano il cibo. I maschi e le femmine della nostra

specie hanno caratteristiche fisiologiche e anatomiche diverse che implicano una

maggiore forza nei primi e un prolungato stato di debolezza nelle seconde a seguito

del parto e dell’allattamento. Da antichi rituali, come quello della COUVADE,

sappiamo che fin dall’inizio della nostra storia di primati la paternità sia stata

considerata dagli uomini un bene prezioso e necessario al benessere della donna e dei

figli. Con la COUVADE PRENATALE il padre “covava”, ovvero simulava una sorta

di gravidanza. Era convinto che questo tipo di partecipazione toglieva parte del

dolore alla madre. Questo coinvolgimento con il figlio, dopo la nascita, si tramuta

nella COUVADE POSTNATALE, nel quale il padre affronta una dieta ferrea

convinto che le sue restrizioni alimentari possano giovare al figlio e al suo sviluppo.

La couvade esprime un rapporto padre-figlio tanto più stretto quanto più è stretto il

rapporto che l’uomo ha con la partner. Si manifesta come una vera e propria

sindrome. Il padre manifesta una serie di sintomi psicosomatici e comportamentali

come la perdita dell’appetito, l’insonnia, la comparsa di coliche addominali e la

nausea. A partire dalla fine del primo trimestre di gravidanza e a seguire, per diverse

settimane dopo il parto si verificherebbero dei cambiamenti ormonali e delle

alterazioni nei livelli di prolattina, del cortisolo, dell’estradiolo e del testosterone. In

alcuni casi c’è l’ingrossamento dell’addome. La nostra evoluzione biologica ha fatto

sì che l’emergere della paternità si tramutasse nell’affermazione della superiorità del

padre rispetto alla madre. E’ stato l’intreccio di natura e cultura a costringere i padri

ad esprimere il loro coinvolgimento nell’accudimento dei figli diversamente da come

veniva e viene fatto dalle madri. E’ la divisione del lavoro che fa da sfondo alla

biparentalità. Fino alla fine dell’ ‘800 era il padre che educava i figli. Per il figlio era

la figura ideale di autorevolezza. Il suo compito era favorire l’acquisizione del senso


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche del servizio sociale
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher passariello.lucia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Attili Grazia.

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