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Sommario
INTRODUZIONE
L’ORGANIZZAZIONE DELLA PERSONALITÀ BORDERLINE 5
LE POSSIBILI CAUSE 5
I CORRELATI NEURALI DEI PROCESSI DI REGOLAZIONE
EMOTIVA 8
LA PERSONALITA’ E IL SUO SVILUPPO 12
LA DISREGOLAZIONE EMOTIVA 18
L’IMPULSIVITA E L’IPERSENSIBILITA 22
MENTALIZZAZIONE E IPERMENTALIZZAZIONE 25
LE RIMUGINAZIONI, IL GIUDIZIO, I COMPORTAMENTI
AUTOLESIVI E IL LORO LEGAME CON LA DISREGOLAZIONE
EMOTIVA 29
L’EVITAMENTO EMOTIVO E LA DISSOCIAZIONE 36
IL METODO GET: IL COSTRUTTO TEORICO DI UN NUOVO
MODELLO DI TRATTAMENTO E LA SUA STRUTTURAZIONE 38
INTRODUZIONE 38
COSTRUTTO TEORICO 40
LA STRUTTURA DEL TRATTAMENTO 43
IL GRUPPO FOCALIZZATO SULLA CRISI 47
I FONDAMENTI TEORICI E METODOLOGICI DEL GRUPPO
CRISI 50
LE FINALITÀ DELL’ATTIVITÀ 53
DESCRIZIONE IN DETTAGLIO DELL’ATTIVITÀ 56
GLI STRUMENTI 61
IL GRUPPO DI PIANIFICAZIONE 71
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FINALITÀ DELL’ATTIVITÀ 74
DESCRIZIONE IN DETTAGLIO DELL’ATTIVITÀ 75
SPAZI E TEMPI 81
GRUPPO DI ATTIVAZIONE EMOTIVA 91
Introduzione 91
LE FINALITÀ DELL’ATTIVITÀ 93
DESCRIZIONE IN DETTAGLIO DELL’ATTIVITÀ 96
GRUPPO CORPOREA 112
IL RAPPORTO MENTE-CORPO 112
IL CORPO NEL PAZIENTE CON ORGANIZZAZIONE
BORDERLINE DI PERSONALITA’ 116
FINALITA DEL GRUPPO 118
DESCRIZIONE IN DETTAGLIO DELL’ATTIVITÀ DI ATTIVAZIONE
CORPOREA 120
LE TECNICHE UTILIZZATE 123
LE VISUALIZZAZIONI NEL METODO GET 132
LE FASI DELL’ATTIVITÀ DI ATTIVAZIONE CORPOREA 133
ASPETTI DEL SETTING: SPAZI E TEMPI 136
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INTRODUZIONE
È fondamentale sottolineare che, nonostante lo studio della personalità
borderline prosegua da decenni, molti aspetti di questo disturbo
rimangono ancora poco noti o fraintesi, con conseguenze significative
nella pratica clinica, sia dal punto di vista diagnostico che terapeutico.
Già dai primi decenni del '900, alcuni pazienti venivano descritti come
difficili da trattare in psicoanalisi, come evidenziò Adolph Stern nel 1938.
Stern fu pionieristico nel coniare il termine "borderline" per designare un
gruppo di pazienti che non potevano essere completamente classificati
tra i disturbi psicotici o nevrotici. Le caratteristiche cliniche che Stern
identificò includevano una profonda sofferenza psichica, ipersensibilità,
rigidità psichica e relazioni terapeutiche problematiche, oltre a sentimenti
radicati d'inferiorità e masochismo, insicurezza e difficoltà nell'esaminare
la realtà, specialmente nelle relazioni interpersonali.
A oggi, la sua descrizione è parzialmente condivisibile, ma è interessante
notare come già quasi un secolo fa si riconoscesse la necessità di
classificare questi pazienti e descrivere accuratamente la loro
sofferenza. L'apporto di Stern è cruciale anche per le sue implicazioni
cliniche, poiché mise in evidenza le difficoltà nella relazione terapeutica
con questi pazienti, sollevando dubbi sulla loro capacità di stabilire e
tollerare una relazione transferale con il terapeuta.
Nonostante le indicazioni del DSM-5, che suggeriscono una valutazione
dimensionale della personalità, molti professionisti rimangono ancorati a
un approccio sintomatologico-categoriale. Questa prospettiva è limitante,
poiché non considera il funzionamento del soggetto, necessario per una
comprensione completa.
Per affrontare le problematiche delle persone con organizzazione
borderline di personalità, è necessario un approccio psicoterapeutico
specifico. Il metodo GET, come esploreremo, è strutturato per affrontare
in modo mirato gli aspetti personologici e funzionali di questa tipologia di
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pazienti. Per ragioni espositive, in questo esposto, completo da un punto
di vista descrittivo del metodo, verranno, tuttavia, presentati, i gruppi
della FASE 0 e 1 del trattamento. Le fasi da me osservate e sperimentate
durante il mio tirocinio.
L’ORGANIZZAZIONE DELLA PERSONALITÀ BORDERLINE
LE POSSIBILI CAUSE
Numerosi studi hanno esaminato questo argomento, giungendo a un
consenso nella letteratura che l'origine della disregolazione emotiva e
dell'organizzazione borderline della personalità potrebbe derivare
dall'interazione di vari fattori. Tra questi:
1. Una vulnerabilità di natura biologica, anche genetica, che
potrebbe essere legata a un'alterazione del circuito corticolimbico.
Questa potrebbe costituire una base neurobiologica per lo
sviluppo di ipersensibilità e iperreattività emotiva (Perez-
Rodriguez et al., 2018; Allen, Fonagy, 2008; Lis et al., 2007;
Linehan, 1993).
2. Una percezione di carenza, reale o percepita, da parte del
caregiver o dell'ambiente, che può essere vissuta come
invalidante e poco attenta alle esigenze del soggetto (Allen,
Fonagy, Bateman, 2008; Linehan, 1993).
3. Eventuali esperienze traumatiche o avverse vissute durante
l'infanzia (Fonagy, 1996b).
4. Specifici eventi scatenanti che possono contribuire allo sviluppo
del disturbo (Gabbard, 2015).
In molti casi, esiste una correlazione tra il primo e il secondo punto. Si
può ipotizzare che una vulnerabilità genetica renda una persona
particolarmente sensibile sin dalla nascita, portando a un maggiore
bisogno di attenzioni e cure. Questo può generare elevate richieste
all'ambiente circostante che, se presenta a sua volta una vulnerabilità
biologica legata a ipersensibilità e iperreattività, potrebbe rispondere in
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modo invalidante o poco sensibile. A supporto di questa ipotesi, studi
recenti sui gemelli suggeriscono che una componente genetica comune
potrebbe spiegare il legame tra lo stress infantile e il disturbo borderline
(Bornovalova et al., 2013).
È risaputo, sia dalla pratica clinica sia dalla letteratura, che i pazienti
spesso descrivono il contesto familiare come poco attento ai loro bisogni.
In alcuni casi, l'ambiente familiare può effettivamente risultare carente o
invalidante, mentre in altri la percezione di inadeguatezza potrebbe
derivare dall'elevata sensibilità del soggetto. Questo scarto tra le
necessità del bambino e la risposta dell'ambiente può creare un circolo
vizioso che, con il tempo, aumenta il livello di conflittualità e distanza
emotiva tra i membri della famiglia, contribuendo a un contesto di micro
o macro traumatismo costante.
Nella valutazione di tali situazioni familiari, è fondamentale evitare la
ricerca di colpe, poiché la struttura relazionale della famiglia è influenzata
da elementi genetici e ambientali, indipendenti dalla volontà dei soggetti
coinvolti. Spesso i pazienti con disturbo borderline sono giovani e vivono
ancora nell'ambiente familiare in cui il disturbo si è sviluppato. Cercare
responsabili è controproducente per costruire nuove strategie relazionali.
È quindi necessario affrontare la valutazione in modo non giudicante,
concentrandosi sulle dinamiche presenti nel contesto familiare.
Non è raro che la storia di pazienti con organizzazione borderline includa
eventi traumatici, come abusi, lutti, separazioni conflittuali, abbandoni
precoci o episodi di bullismo, che possono rimanere nascosti o non
elaborati. Tuttavia, non sempre è possibile identificare un legame diretto
tra trauma e sviluppo del disturbo. Piuttosto, gli eventi traumatici
sembrano inserirsi in un contesto di vulnerabilità genetica o di ambiente
sociale-familiare che ostacola l'elaborazione del trauma, contribuendo a
un funzionamento borderline. 6
Le ricerche epidemiologiche sul disturbo borderline evidenziano una forte
associazione con esperienze avverse durante l'infanzia. Una recente
meta-analisi di 97 studi ha mostrato che i pazienti con disturbo borderline
hanno una probabilità 13 volte maggiore rispetto ai soggetti di controllo
di aver vissuto esperienze avverse nell'infanzia, in particolare abusi
emotivi e neglect (Zanarini et al., 1989; Porter et al., 2020). Tali
esperienze possono influenzare lo sviluppo di caratteristiche cliniche
tipiche del disturbo, come la disregolazione emotiva e il ricorso a
strategie comportamentali non adattive, come abuso di sostanze e
comportamenti autolesionistici (Herzog, Schmahl, 2018; Liu et al., 2018).
Inoltre, possono avere un impatto sui circuiti cerebrali coinvolti nel
controllo emotivo (Teicher et al., 2012; Teicher, Samson, 2013).
In conclusione, sebbene alcuni fattori associati al disturbo borderline
siano stati identificati, sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere
meglio la complessità della sua eziopatogenesi. In questo contesto, un
approccio fenomenologico si concentra più sullo stato mentale ed
emotivo della persona piuttosto che su cause spesso sconosciute o non
modificabili. 7
I CORRELATI NEURALI DEI PROCESSI DI REGOLAZIONE EMOTIVA
I processi di regolazione emotiva e i loro correlati neurali rappresentano
un prospetto chiave nell'organizzazione borderline della personalità.
Comprendere e gestire le emozioni è fondamentale, perciò è utile
ricordare i concetti principali e le loro implicazioni.
Nel corso del secolo scorso, diversi modelli teorici sono stati proposti per
spiegare l’origine e la regolazione dell’esperienza emotiva. Inizialmente,
si è posto l’accento sulla risposta neurofisiologica delle emozioni, come
nella teoria periferica di James e Lange (James, 1884) e nella teoria
centrale di Cannon e Bard (Cannon, 1927). In seguito, è stata data
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maggiore importanza alla valutazione cognitiva degli eventi e delle
aspettative personali come cause degli stati emotivi (Arnold, 1960;
Lazarus, Folkman, 1984; Lazarus, 1991; Frijda, 1986).
Nel campo della psicologia, secondo la visione proposta da Fehr e
Russell (1984), l'emozione può essere vista come un insieme di
cambiamenti che coinvolgono quattro componenti diverse:
Componente fisiologica: comprende tutte le alterazioni a livello
• neurale, ormonale e viscerale che coinvolgono il sistema nervoso
centrale, autonomo ed endocrino; l'attivazione dipende dalla
natura dello stimolo emotivo.
Componente cognitiva: riguarda i processi mentali che
• determinano la valutazione dello stimolo emotivo.
Componente espressivo-motoria: si manifesta nelle reazioni
• comportamentali, sia espressive (come il pianto o il riso) sia
strumentali (come il comportamento di attacco o fuga).
Componente soggettiva: consiste nella riflessione e
• nell’interpretazione personale dell’esperienza emotiva.
Negli ultimi anni, le neuroscienze, e in particolare la "Affective
Neuroscience" (Davidson et al., 2003), hanno approfondito l'argomento
delle emozioni, permettendo di individuare i substrati neurobiologici
coinvolti nella regolazione emotiva. Attualmente, è noto che le emozioni
rappresentano un processo multi-causale e multi-componenziale
(Davidson et al., 2003), nel quale gli aspetti cognitivi e affettivi sono
integrati e interconnessi nell'esperienza soggettiva. Questo vale anche
per gli individui con organizzazione borderline, dove l'integrazione tra gli
eventi, la loro interpretazione cognitiva e il legame con le componenti
emotive e corporee può risultare problematica.
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Di seguito, vengono brevemente descritte le principali aree cerebrali
coinvolte nella regolazione delle emozioni. In caso di vulnerabilità
biologica associata alla disregolazione del circuito corticolimbico, queste
strutture possono costituire la base neurobiologica che favorisce lo
sviluppo di ipersensibilità emotiva e iperreattività, caratteristiche
associate al disturbo borderline di personalità.
Tra le aree cerebrali più importanti, soprattutto nell'elaborazione delle
emozioni negative, si trovano le amigdale. Situate bilateralmente nella
parte anteriore del lobo temporale, queste strutture, dalla forma simile a
una mandorla (da cui il loro nome), vengono attivate da stimoli
emotivamente significativi, specialmente quelli di natura intensa o
minacciosa (Russell, 2003; Costafreda et al., 2008; Fusar-Poli et al.,
2009). Le amigdale sono anche fondamentali nell'apprendimento di
associazioni tra uno stimolo e il suo significato emotivo, che può essere
riattivato da ricordi (Cahill et al., 1996; Hamann et al., 1999).
Stimoli emotivi possono generare vissuti di ansia e tristezza, che
agiscono come rinforzi avversivi, diminuendo la probabilità di ripetere
determinati comportamenti in futuro (Blair et al., 2003). Inoltre, le
amigdale rispondono in maniera rapida agli stimoli significativi, anche
quando questi sono presentati a un livello inferiore alla percezione
cosciente (Morris et al., 1998; Whalen et al., 1998; Jiang et al., 2009),
come proposto dal modello della “doppia via” di LeDoux.
Secondo il modello della “doppia via” (vedi figura 1), l'informazione
associata a uno stimolo minaccioso può raggiungere le amigdale
attraverso due percorsi:
Via corticale ("via alta"): più lenta, fornisce informazioni
• dettagliate sullo stimolo, inclusi il contesto e gli elementi percettivi.
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Questo percorso coinvolge le cortecce cerebrali e consente una
valutazione più accurata e complessa della situazione.
Via sottocorticale ("via bassa"): più veloce, il segnale arriva
• direttamente dal talamo alle amigdale, bypassando le cortecce.
Questo permette una risposta emotiva rapida e indifferenziata,
spesso di tipo “attacco o fuga,” senza un'analisi approfondita del
contesto (Morris et al., 1998; Vuilleumier et al., 2003; de Gelder et
al., 2004; Rudrauf et al., 2008).
Le amigdale sono strettamente connesse alle cortecce prefrontali, che
svolgono un ruolo regolatorio nei processi emotivi (Stein et al., 2007). Le
porzioni mediali delle cortecce prefrontali sono coinvolte nella
valutazione degli stimoli e nel monitoraggio degli stati somatici (Kalisch
et al., 2006; Rushworth et al., 2007). Esse regolano inoltre i processi
vegetativi ed endocrini associati alle emozioni (Rauch et al., 2006; Stein
et al., 2007). La corteccia prefrontale dorsolaterale contribuisce alla
regolazione cognitiva degli stati affettivi (Phillips et al., 2003; Schiller,
Delgado, 2010) e influenza processi come memoria, attenzione, problem
solving e comportamenti in funzione degli obiettivi dell’individuo
(Davidson, 2002; Diwadkar et al., 2012).
Un'altra regione cerebrale coinvolta nell'elaborazione emotiva è la
corteccia orbitofrontale, che partecipa al controllo cognitivo,
all’inibizione o selezione della risposta emotiva, e ai processi di
ristrutturazione cognitiva (reappraisal) (Badre, Wagner, 2004;
Cunningham, Zelazo, 2007; Ochsner et al., 2004; Phan et al., 2005; Kim,
Hamann, 2007; Kanske et al., 2011). Le regioni frontali, nel loro insieme,
sono attive durante l'autoregolazione emotiva e contribuiscono a
modulare la reattività delle amigdale (Beauregard et al., 2001; Schaefer
et al., 2002; Ochsner et al., 2004; Phan et al., 2005; Urry et al., 2006;
Anand et al., 2009; Sui et al., 2011; Sole et al., 2011).
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Un'altra area limbica fondamentale per l'elaborazione delle emozioni è
l’insula, che integra processi di enterocezione (la percezione dei segnali
interni provenienti da organi, pelle e tessuti), il controllo di funzioni
viscerali (come il battito cardiaco, la pressione sanguigna e la motilità
gastrica) e i processi cognitivi e affettivi, grazie alle sue connessioni con
le aree prefrontali e limbiche, comprese le amigdale (Augustine, 1996;
Singer et al., 2009). L'insula è essenziale per la regolazione emotiva e
per i processi empatici e di autocoscienza (Damasio, 1999).
Il cervelletto è un'altra struttura interconnessa con le amigdale e ha un
ruolo nell'elaborazione emotiva che per lungo tempo è stato sottovalutato
(Anand et al., 1959; Harper, Heath, 1973; Snider, Maiti, 1976; Annoni et
al., 2003; Schmahmann, 2004). Lesioni in questa regione possono
causare alterazioni nella regolazione delle emozioni, note come
"sindrome cognitivo-affettiva cerebellare," che presenta somiglianze con
il disturbo borderline di personalità (Schmahmann, Sherman, 1998;
Parvizi, 2001).
Queste regioni, insieme ad altre come l'ippocampo, il precuneo e la
corteccia striatale, costituiscono il circuito cortico-limbico, che,
attraverso la sua attività integrata e dinamica, consente la regolazione
emotiva e l'adattamento agli eventi ambientali (Underwood et al., 2021).
LA PERSONALITA’ E IL SUO SVILUPPO
Lo sviluppo della personalità e del sé è fortemente influenzato dalle prime
esperienze relazionali del bambino. Secondo le teorie psicoanalitiche
(Klein, 1969; Mahler, 1978; Bowlby, 1989; Winnicott, 2002; Kernberg,
1987), se il bambino percepisce i caregiver come negligenti,
emotivamente indisponibili o sperimenta traumi precoci,
l'interiorizzazione di una rappresentazione stabile e affidabile di tali figure
può risultare compromessa. Questo impedisce lo sviluppo di un
attaccamento sicuro, un elemento chiave per una crescita emotiva sana.
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L'attaccamento sicuro, concetto centrale nelle teorie di Bowlby (1989),
prevede che la figura di riferimento sia percepita come una base
protettiva e affidabile. Questa relazione stabile permette al bambino di
sviluppare la “costanza dell’oggetto” d’amore, ovvero la capacità di
sapere che il caregiver esiste e tornerà anche quando è assente. Al
tempo stesso, aiuta il bambino a percepire l'altro come separato da sé,
ma stabile e affidabile, mantenendo la relazione intatta anche quando il
caregiver è lontano.
Se il processo di separazione-individuazione non avviene in ma
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