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Riassunti Storia Economica

Appunti di storia economica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Besana dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, facoltà di economia, Corso di laurea in economia e gestione aziendale. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia Economica docente Prof. C. Besana

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Sindacati: a parte la violenza, sempre repressa, lo Stato si manifestava neutrale. Cassa comune

che doveva servire per pagare gli operai che scioperavano o che non lavoravano.

Principale strumento di rivendicazione dei lavoratori salariati. Si tratta di un’associazione di operai

di un determinato settore produttivo o di un’impresa che concordano di agire congiuntamente di

fronte al capitalista o allo Stato per migliorare le condizioni di lavoro.

CAPITOLO 4: LO SVILUPPO ECONOMICO MODERNO

Il ciclo demografico moderno

Bassi tassi di natalità e di mortalità ed elevata speranza di vita alla nascita.

Caduta della mortalità: scomparsa delle punte di mortalità epidemiche, seguita dalla discesa della

mortalità infantile; miglioramenti nell’igiene e nell’alimentazione.

Declino della natalità, soprattutto per decisione volontaria, mediante l’uso di pratiche e metodi

anticoncezionali.

Incremento complessivo della popolazione.

Le trasformazioni in agricoltura

Protezione del diritto di proprietà privata e libera disponibilità della terra. Terra liberamente

commerciabile. Fine del feudalesimo e della servitù: cambia la condizione del contadino.

Eliminazione dappertutto delle terre comuni ed eliminazione della proprietà ecclesiastica. Si

pensava che la proprietà collettiva fosse molto meno efficiente di quella individuale e, inoltre, che

la vendita delle terre comuni ed ecclesiastiche potesse fornire allo Stato delle entrate di cui aveva

molto bisogno. La vendita venne effettuata normalmente all’asta, favorendo così i contadini

benestanti e i borghesi che disponevano delle risorse economiche per comprare le terre, ma

spesso comportarono lo sradicamento di famiglie contadine che le coltivavano da tempo

immemorabile.

Innovazioni a partire dal 1770: eliminazione del maggese e conseguentemente aumento della

quantità di terra coltivata.

A partire dal 1830 comincia a diffondersi in Inghilterra l’high farming (seconda rivoluzione agraria):

l’impresa agraria doveva acquistare sul mercato una parte importante degli input necessari per il

processo di produzione, specialmente quelli destinati a migliorare l’alimentazione degli animali e le

rese della terra. Diffusione di fertilizzanti artificiali, seguiti da quelli chimici. Sistemi di sfruttamento

intensivo del suolo. Carattere imprenditoriale della high farming.

Diffusione di un prodotto umile, ma di grandi rese: la patata. 1847 perdita del raccolto e contadini

rovinati; in Irlanda molti morti per fame ed emigrazione negli Stati Uniti d’America.

Coltivazione capitalistica estensiva, in America, Oceania, Argentina, Canada, in cui venivano

sfruttati territori di grandi dimensioni; usate molte macchine per ridurre il lavoro necessario per

grandi dimensioni.

Miglioramento dei trasporti, soprattutto grazie alla costruzione di ferrovie, che permise di ampliare i

mercati e di poter trasportare i prodotti deperibili in mercati più lontani.

Maggiori conoscenze, per cui si poteva lottare contro le malattie delle piante; uso del freddo per

conservare i prodotti.

Incremento importante della produzione. L’agricoltura fu capace di alimentare una popolazione

crescente, di cui una quota sempre più alta non era produttrice diretta di alimenti.

CAPITOLO 5: IL PROCESSO DI INDUSTRIALIZZAZIONE

Il big business

Grandi imprese e diffusione di società anonime (Spa), già presenti nel passato, ma la cui diffusione

inizialmente trova ostacoli di ordine legale (fino alla seconda metà dell’800 la maggior parte dei

paesi ne vieta la costituzione o la subordina ad una decisione, caso per caso, del Parlamento.

[La società anonima è una società di capitali, apportati dai soci attraverso l’acquisto di azioni].

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A partire dal 1870 crescita del numero e delle dimensioni delle società anonime; le crescenti

dimensioni aziendali richiedono anche una migliore organizzazione dei processi di lavoro e degli

strumenti di informazione e di controllo (contabilità e statistiche). Non più piccole aziende a

conduzione famigliare, ma grandi imprese con divisione del potere tra proprietà e manager.

Le grandi imprese fondamentalmente si sviluppano a partire da aggregazioni di aziende già

operative.

La rivoluzione del trasporto

L’aumento della produzione consentito dalle nuove macchine e dalla nuova organizzazione della

produzione non sarebbe stato possibile senza una vera e propria rivoluzione dei sistemi di

trasporto.

Miglioramenti delle strade principali, alcune a pagamento (turnpikes), con l’obiettivo di

• incentivare una buona conservazione del fondo stradale, soprattutto sulle direttrici principali e su

quelle maggiormente gravate dal traffico pesante.

Malgrado il potenziamento delle vie di comunicazione terrestri, il trasporto più a buon mercato

• continuava ad essere quello per le vie d’acqua. Costruzione di canali, che mettevano in

comunicazione diversi fiumi e allo stesso tempo facevano diminuire il prezzo dei prodotti nei

mercati di destinazione (si parla di canalomania).

La ferrovia, frutto dell’applicazione della macchina a vapore al trasporto terrestre. Già a inizio

• ‘800, presso alcune miniere, erano in funzione brevi tratti di binari su cui si muovevano carrelli

trainati dalla forza animale o da motori fissi. 1829 entra in servizio la locomotiva Rocket di

Stephenson sulla linea Manchester-Liverpool, a 22km/h. Rapidamente anche i paesi più

industrializzati (Francia, Belgio, Germania e Stati Uniti d’America) cominciarono la costruzione di

linee ferroviarie. La comparsa della ferrovia ridusse ulteriormente i costi di trasporto e ne

aumentò la velocità, sia per il traffico leggero (persone, merci di valore), sia per quello pesante

(merci a basso valore aggiunto). La ferrovia diede origine a un nuovo sistema industriale per la

grande domanda di manodopera e di capitali, ferro e carbone. La costruzione delle ferrovie

richiedeva l’intervento dello Stato per aggiudicare le linee e rendere possibile l’esproprio dei

terreni necessari.

Andava trasformata anche la navigazione oceanica, necessaria per rifornire i paesi

• industrializzati delle materie prime di cui avevano bisogno. Il vapore si impose prima nella

navigazione fluviale, con navi spinte mediante ruote giranti a palette (1807). In alto mare, però, il

vapore presentava tre problemi: scarsa manovrabilità delle navi con ruote giranti a paletta, lo

spazio necessario per immagazzinare il carbone (con conseguente riduzione dello spazio

disponibile per il carico) e il pericolo di avarie e incendi. Il trionfo della navigazione commerciale

transoceanica fu dovuto a un insieme di innovazioni: l’elica (1836), la costruzione di navi di ferro,

che oltre ad essere più grandi e resistenti rendevano difficile la propagazione del fuoco; la

macchina a vapore a doppia espansione, che risparmiava quasi la metà del carbone. Un forte

impulso alla navigazione a vapore viene dato anche dall’apertura del canale di Suez (1869).

Ferro e acciaio: materiali simbolo della Rivoluzione Industriale. Aumento impressionante della loro

produzione e del loro consumo.

No innovazioni radicali, ma piccole migliorie, spesso frutto dell’esperienza: tra il 1850 e 1870 gli

altiforni raddoppiano la loro capacità; riduzione dei costi e del consumo di carbone.

Nuovi metodi di produzione dell’acciaio, che consentono di aumentare la produzione di acciaio e di

ridurne i costi, senza rinunciare alla qualità.

Convertitore Bessemer (1856): acciaio a buon mercato.

Sistema Siemens-Martin: forno che raggiungeva temperature più alte di qualsiasi alto forno

precedente; processo più lento, ma più controllabile: acciaio più caro, ma di migliore qualità.

A partire dal 1860 la costruzione delle nuove linee ferroviarie e la sostituzione dei binari consumati

vennero effettuate con binari di acciaio, i quali sperimentarono una forte domanda che però si

esaurì rapidamente: nel 1873 la siderurgia entrò in una crisi di sovrapproduzione.

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L’energia

• La macchina a vapore: il prototipo di Watt fu oggetto di successive migliorie, la principale delle

quali è la macchina ad alta pressione, molto più efficiente, che permetteva di ottenere potenze di

parecchio superiori.

• L’energia idraulica: già sfruttata ben prima della Rivoluzione Industriale, mantenne la sua

importanza, soprattutto in seguito all’invenzione della turbina (1827), che ne moltiplicò

l’efficienza. E’ meno efficiente della macchina a vapore, ma non richiede carbone. Diventa

centrale soprattutto in alcune aree, dove il difficile accesso al carbone è compensato dalla

disponibilità idrica (alcune regioni di Italia, Francia, Spagna).

• Il gas: ottenuto dalla distillazione del carbone, fu usato soprattutto per l’illuminazione di fabbriche

(e successivamente per il riscaldamento). All’inizio fu usato anche per ottenere energia elettrica,

usata con il telegrafo per trasmettere segnali in codice Morse. Il telegrafo fu importante per il

commercio internazionale e per la trasmissione di notizie.

• Petrolio: si cominciò ad usare a partire dal 1860, soprattutto per lampade ad olio, che avevano il

vantaggio di non dover essere collegate a un tubo, come succedeva con quelle a gas.

Il finanziamento

Nell’economia tradizionale (antico regime) il capitale fisso era poco importante: si riduceva alla

bottega e agli attrezzi. Più rilevante era il capitale circolante, che doveva assicurare l’acquisto delle

materie prime e il mantenimento dei dipendenti fino al pagamento del prodotto finito. La

Rivoluzione Industriale inverte questo rapporto. Necessità di investimenti a lungo termine.

Si rende necessaria una profonda trasformazione del sistema finanziario: le case bancarie private,

tipiche dell’era preindustriale, non erano in grado di far fronte alle nuove domande di credito.

Le necessità finanziarie degli Stati promossero i primi cambiamenti: creazione di banche centrali,

come il Banco di Inghilterra (1697), Madrid (1782), Francia (1800), grandi società bancarie dedite

soprattutto a fornire credito allo Stato.

Evoluzione importante della borsa, che diventò un centro di raccolta e di negoziazione del capitale

necessario per fare sviluppare grandi imprese industriali o di servizi.

La maggior parte delle prime imprese industriali ottiene il suo capitale fisso iniziale dal patrimonio

privato dei rispettivi proprietari o dai crediti conseguiti nel loro ambiente; i successivi ampliamenti

sono in gran parte basati sul reinvestimento degli utili.

Per il finanziamento del capitale circolante si ricorre ancora ampiamente all’utilizzo di cambiali,

ordini di pagamento a termine che potevano essere scontate da una banca.

Dopo il 1826 si diffondono in Inghilterra banche per azioni (joint stock banks), con una sede

centrale e una rete di filiali.

Merchant banks, banche di investimento che si dedicavano a grandi operazioni finanziarie.

In Francia e in Germania creazione di un nuovo tipo di banca: la società di credito (istituto di

credito mobiliare), società anonima che aveva come scopo principale la fondazione o il

finanziamento di grandi imprese. (compra le azioni di grandi imprese che si vogliono quotare e le

rivende presso i risparmiatori).

Banche miste: si tratta di enti che operavano contemporaneamente come banche industriali

(creavano grandi imprese e partecipavano al loro capitale e spesso alla loro gestione) e come

banche commerciali (scontavano cambiali e ritiravano i depositi, investendo a lungo termine una

parte importante delle loro riserve, e assumendosi così grandi rischi.

Soprattutto in Germania grande sviluppo dell’industria finanziato indirettamente dai risparmiatori.

Negli Stati Uniti non c’era una banca centrale, ma c’era solo un gran numero di merchant banks.

L’evoluzione della borsa

Le borse sorgono tra 1400 e 1500; sono luoghi di incontro dove i mercanti fissano il valore delle

merci in base alla domanda e all’offerta (borse merci). Progressivamente estendono la loro attività

alla negoziazione di titoli di debito pubblico e delle grandi compagnie commerciali privilegiate.

Con il progresso dell’industrializzazione la borsa subisce una profonda trasformazione: diventa un

centro di raccolta e di negoziazione del capitale necessario allo sviluppo delle grandi imprese

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manifatturiere e dei servizi. A questo sviluppo, in Inghilterra, contribuisce l’abolizione del Bubble

Act.

Il ruolo dello Stato

L’azione dello Stato nelle diverse nazioni è piuttosto variabile e può avere effetti di impulso, ma

anche di freno alla crescita economica. Generalizzando si può distinguere una fase settecentesca

di mercantilismo (promozione di industrie protette) e una fase ottocentesca di alternanza di

protezionismo e liberismo, e promozione indiretta dell’industrializzazione.

Lo Stato ebbe un ruolo importante nello sviluppo economico; misure di incentivo come stimolo

dell’attività economica e impulso alle infrastrutture: i governi costruirono direttamente strade e

porti; per quanto riguarda le ferrovie, adottarono misure per facilitare gli espropri, offrire aiuti alla

costruzione, e intervennero spesso nel tracciato delle linee e nelle tariffe.

Alcuni Stati finirono pesantemente indebitati.

Legislazione: libertà di fondare società anonime.

La diffusione dell’industrializzazione

Diffusione lenta e irregolare.

Primo cerchio della diffusione della Rivoluzione Industriale, a partire dal 1830: Belgio, Francia,

Germania, Svizzera e Stati Uniti d’America.

Secondo cerchio, a partire dal 1870, copre in modo molto irregolare il resto d’Europa e il

Giappone. Questi paesi consolidano la Prima Rivoluzione Industriale nel momento in cui quelli del

primo cerchio cominciano la seconda rivoluzione tecnologica.

Sviluppo molto diseguale: industrializzazione è un fenomeno regionale: solo alcune zone in

ciascun paese adottarono e consolidarono processi industriali.

Declino relativo della Gran Bretagna: dopo il 1870, nonostante il continuo aumento della sua

produzione industriale e degli scambi commerciali, perde gradualmente la posizione di guida a

vantaggio di altri paesi in via di rapida industrializzazione.

Il primo cerchio

Paesi con un buon mercato potenziale (non necessariamente interno), una buona dotazione di

risorse e di capitale umano e un sistema di valori non troppo dissimile da quello inglese (vicinanza

geografica, economica e culturale con la Gran Bretagna).

- Imitazione relativamente rapida dei processi della Rivoluzione Industriale.

- Crescita sostenuta.

- Importanza iniziale degli investimenti ferroviari, nel tessile e nella produzione di ferro, acciaio e

macchinari. In seguito rapida adozione delle innovazioni della seconda rivoluzione tecnologica.

Queste caratteristiche comuni non possono nascondere differenze importanti nella struttura

industriale e nell’evoluzione di ciascun paese.

Francia e Svizzera: abilità e conoscenze degli operai continuano ad essere un elemento

fondamentale della crescita economica.

Gran Bretagna e Belgio: partecipano poco alla seconda rivoluzione tecnologica.

Germania e Stati Uniti d’America: traggono vantaggio soprattutto dai nuovi metodi di produzione

dell’acciaio e dalle innovazioni della seconda rivoluzione tecnologica.

La Germania crea una lega commerciale con dazi a difesa dalla Gran Bretagna. Unione doganale

che crea un grande mercato, unito dal punto di vista linguistico ed economico, con parti

complementari: una parte agricola ad est, dedita ai cereali, e una parte più manifatturiera a ovest.

Unione economica.

Usa: politiche di protezionismo per puntare sul mercato interno, tenendo fuori la concorrenza degli

europei. Produzione standardizzata con salari alti, secondo il modello di Ford.

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Il secondo cerchio

Le innovazioni della Rivoluzione Industriale furono conosciute e imitate anche nel resto

dell’Europa, però l’introduzione delle macchine e dei processi industriali non trasformò le loro

economie. Fino al 1870, nonostante l’avvio di processi di industrializzazione e la costruzione di una

rete ferroviaria (più o meno estesa, e più o meno utile), queste economie rimangono

fondamentalmente agrarie e sono caratterizzate da una debole capacità di crescita.

I motivi di questa difficoltà risiedono generalmente nel mantenimento di sistemi sociali tradizionali

(forte peso dei proprietari terrieri), mercati di piccole dimensioni, basso livello di istruzione e

formazione, più carenza di materie prime, soprattutto energetiche.

Ne deriva una tendenza a favorire una crescita complementare all’industrializzazione.

Ovviamente, ogni paese segue un proprio percorso e inizia il processo di industrializzazione in

momenti diversi. In genere questi paesi hanno cercato di fondare il loro sviluppo sulla divisione

internazionale del lavoro: crescita non concorrente, ma complementare rispetto ai paesi

industrializzati. Sfruttare, cioè, la domanda di prodotti agricoli o minerari generata dai paesi

avanzati per ottenere le risorse necessarie per importare manufatti. Fino al 1860 questa strategia

ha il vantaggio di sfruttare condizioni di scambio favorevoli ai prodotti primari (prezzi dei manufatti

calati più rapidamente di quelli dei prodotti agricoli e delle materie prime). Inoltre, non è necessario

competere con i paesi industrializzati.

In seguito questo sistema entra in crisi, anche perché il mercato dei cereali è travolto dalle

esportazioni americane.

Due gruppi di paesi ritardatari, a seconda che il ritardo sia dovuto principalmente:

• alla scarsità di materie prime (ferro e carbone): Olanda e Paesi Scandinavi, che tuttavia

disponevano di sistemi agricoli ad elevata produttività e una situazione politica, sociale e

culturale comparabile con quella dei paesi industrializzati. Paesi del Nord e Centro Europa.

Dopo il 1870 questi paesi registrano buoni progressi e riescono a ridurre il divario con le

economie più avanzate, grazie alla combinazione di elementi della prima e della seconda

rivoluzione tecnologica e vicinanza ai grandi mercati;

• alla mancanza di mercato: paesi del mediterraneo e dell’Europa dell’est, legati alla terra.

Istruzione carente, mercato carente, ed economie agricole basate sull’autoconsumo.

L’evoluzione di questi paesi è profondamente influenzata dalle decisioni governative: adozione

di politiche liberoscambiste e accettazione della divisione internazionale del lavoro; impulso

diretto dello Stato all’industrializzazione.

CAPITOLO 6: L’EMERGERE DELL’ECONOMIA INTERNAZIONALE

Mentre le economie preindustriali erano economie di sussistenza, nelle quali il commercio,

soprattutto quello estero, era secondario, la finalità di quelle industriali è produrre per vendere, il

che le rende dipendenti dal commercio. Il trasporto rese possibile un aumento degli interscambi:

economia internazionale, nel senso che i paesi dipendevano sempre più dagli scambi con l’estero.

Tra il 1873 e il 1895 le economie capitalistiche furono colpite da una fase di crescita rallentata a

causa di una crisi di sovrapproduzione, tanto industriale come agraria. Un eccesso di offerta

rispetto alla domanda provocò una caduta dei prezzi e dei profitti, che espulsero dal mercato le

imprese meno competitive, innescando il circolo vizioso: aumento della disoccupazione - caduta

dei salari - diminuzione della domanda - fallimento di più imprese.

Il progresso tecnologico aveva provocato nell’industria, soprattutto nella siderurgia, un forte

aumento della produzione: l’offerta totale di acciaio era triplicata proprio quando il maggiore

cliente, le imprese costruttrici di linee ferroviarie, limitavano gli ordini: le linee principali erano già

state costruite.

Per quanto riguarda la crisi agraria, la causa principale fu l’importazione di cereali d’oltremare, che

arrivavano in Europa a prezzi inferiori ai costi di produzione del vecchio continente.

La crisi finanziaria cominciò con la caduta della Borsa di Vienna nel 1873. All’origine c’era un

eccesso di capitale che finiva per partecipare in imprese ad alto rischio. Per uscire dalla crisi difesa

della produzione nazionale, sia industriale sia agraria, attraverso il protezionismo.

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A partire dal 1896 miglioramento dei tassi di crescita e nuovo aumento del commercio

internazionale; recupero del potere di acquisto interno, incremento degli scambi provocato dalla

diffusione dei nuovi prodotti frutto della seconda rivoluzione tecnologica.

Grande emigrazione europea

Cause: contadini senza terra, oppure operai senza lavoro, mossi dalla speranza di una vita

migliore (possibilità di disporre di terra propria o di ottenere lavoro e salari più alti che nel paese di

origine). Gli emigranti solitamente non sono poveri, ma piuttosto impoveriti: persone con difficoltà a

mantenere il livello di vita al quale erano abituate, ma con la capacità di raccogliere i risparmi che

permettono loro di pagare il viaggio.

Riduzione dei costi e miglioramento del trasporto: si può disporre di ferrovie fino ai porti d’imbarco,

introduzione di navi a vapore, che accorciavano la durata del viaggio. Creazione di linee di

navigazione regolari le quali, dal momento che necessitavano di passeggeri per rendere redditizi i

loro viaggi, favorirono l’emigrazione diffondendo i prezzi e le condizioni del viaggio.

Le conseguenze dell’emigrazione furono positive sia per l’Europa che per i paesi di destinazione.

Per i paesi di immigrazione, possibilità di sfruttamento della terra e investimento di capitali, che era

possibile solo disponendo di manodopera sufficiente (anche se la grande maggioranza degli

emigranti era formata da contadini, operai o artigiani, emigrarono anche alcuni imprenditori e

operai specializzati, capaci di mettere le basi dell’industrializzazione dei nuovi paesi).

BREVI NOTE SULL’ECONOMIA ITALIANA TRA 1620 E 1914

L’economia della penisola italiana all’inizio del Seicento

Italia centro-settentrionale: anche se l’agricoltura restava l’attività fondamentale, importante era

l’attività produttiva manifatturiera (numerose botteghe artigiane di tessitori di panni di lana e di

seta, finemente lavorati) e commerciale (le maggiori città, Genova, Milano, Firenze, Venezia,

ospitavano importanti attività di scambio commerciale e case private dedite al commercio di

denaro che fornivano liquidità ai governi d’Europa).

In questo periodo, interessanti legami si avevano tra il Centro-Nord della penisola e le aree del

Mezzogiorno. Dal Sud arrivavano i prodotti agricoli, cereali in particolare, che il resto dell’Italia era

costretto a importare, visto l’alta densità demografica raggiunta.

Elementi di debolezza: area a economia matura, da secoli in posizione guida nel vecchio

continente; al Centro-Nord sistemi agricoli che a fatica producevano quanto era necessario per

garantire il sostentamento della popolazione. La tenuta dell’economia locale si legava così alla

vivacità delle attività commerciali e manifatturiere, capaci di generare le risorse necessarie per

importare i prodotti agricoli.

Il lucroso commercio delle spezie, secolare monopolio dei veneziani, era ormai stabilmente nelle

mani degli olandesi. Nello stesso Mediterraneo le marinerie dei Paesi Bassi, dell’Inghilterra e della

Francia tendevano ormai a sostituire gli armatori genovesi e veneziani. Con la caduta dei traffici,

vennero meno anche le attività cantieristiche.

Problemi anche per quanto riguardava le tradizionali manifatture tessili, che dovevano confrontarsi

con la concorrenza francese.

I cambiamenti del quadro politico

1600 - 1713: periodo di controllo spagnolo;

1714 - 1799: periodo di controllo austriaco;

1800: periodo di controllo francese. 12

Note sugli andamenti economici tra 1620 e 1814

Dopo il 1620 crisi economica in tutta Europa: repentina caduta delle produzioni agricole, dovuta a

un mutamento molto profondo delle condizioni climatiche. Anni di carestie e di epidemie di peste.

La carenza di cereali e il loro alto prezzo segnarono profondamente realtà come quella dell’Italia

centro-settentrionale, già obbligate a dipendere dalle importazioni dall’estero. Caduta generalizzata

delle attività commerciali e manifatturiere.

Le attività agricole divennero così l’elemento portante dei sistemi economici locali.

Al Nord allevamento del baco da seta e lavorazione delle sete, destinate all’esportazione,

soprattutto per merito della vivacità di imprenditori attivi nelle aree rurali.

Il Sud cessa di essere il fornitore di prodotti agricoli alle altre regioni.

Con il Seicento cambiò così il ruolo dell’Italia centro-settentrionale nel contesto europeo: da centro

della vita economica continentale, queste regioni divennero aree marginali, ora prevalentemente

dedite all’agricoltura, legate all’ambiente internazionale in quanto fornitrici di beni agricoli, prodotti

in eccedenza rispetto al consumo interno, e di semilavorati, sete in particolare.

L’equilibrio agricolo-commerciale si consolidò lungo tutto il Settecento e inizio dell’Ottocento.

Staticità del settore manifatturiero.

Non si verificarono processi di radicale trasformazione e innovazione che, nel caso inglese, sono

stati individuati con i termini di rivoluzione agricola e di rivoluzione agraria.

Azione pubblica e trasformazioni economico-sociali tra 1714 e 1815

Nella prima metà del Settecento i nuovi padroni della penisola, austriaci e piemontesi, impegnati in

continue guerre, promossero riforme dei sistemi fiscali al fine di reperire risorse per coprire le

spese militari. In Lombardia, a partire dal 1748, introduzione del catasto.

Politica liberoscambista adottata dal Granducato di Toscana nella seconda metà del Settecento.

Dopo il 1800, con il dominio francese, in tutta la penisola si dovettero adottare regole doganali tali

da garantire la possibilità, per gli operatori francesi, di collocare i loro manufatti in Italia, fatto che fu

ampiamente compensato dalla possibilità di smerciare sui mercati francesi i prodotti agricoli e i

filati serici italiani. C’era esigenza, per i diversi governi, di garantirsi entrate adeguate per far fronte

alle continue richieste di denaro dei francesi e per fornire uomini e risorse alla grande armata

napoleonica. Massiccia vendita di beni confiscati ai diversi enti ecclesiastici.

Abolizione del regime feudale decretata nel 1806 dal governo napoleonico. Da quel momento, sul

piano giuridico, ci furono soltanto dei grandi proprietari terrieri: i nuovi piccoli proprietari, in alcuni

casi, vendettero ai maggiori possidenti le terre ricevute, non avendo i mezzi per metterle a frutto e

avendo la garanzia di poterle poi riavere in usufrutto con contratti di colonia; in altri furono costretti

con la forza a cedere quanto avevano ricevuto, visto che non potevano contare sulla presenza di

uno Stato capace di metterli al riparo dalle prepotenze degli antichi signori.

Attraverso la vendita di beni ecclesiastici e la fine del sistema feudale i governi, sostenuti dalle

armi francesi, attuarono una vera e propria rivoluzione agraria nella penisola, nel senso che

operarono per la piena affermazione della proprietà privata della terra come fulcro della vita

economica e sociale. I nuovi proprietari, tuttavia, non furono capaci di promuovere lo sviluppo delle

campagne italiane.

L’economia della penisola italiana al 1815

Nel 1815, in tutte le regioni della penisola italiana, l’attività prevalente era quella agricola, mentre

l’Inghilterra sperimentava un deciso accentuarsi del processo di industrializzazione che avrebbe

portato alla definitiva trasformazione del sistema economico.

Grandi proprietari terrieri che affidavano la terra alla piccola conduzione, con le singole unità

poderali affidate al lavoro di una famiglia contadina, che coltivava i terreni, ricavando quando era

necessario per vivere e per pagare un affitto, assai oneroso, ai proprietari. Non c’erano figure di

imprenditori capitalisti, tranne nella pianura lombarda tra Ticino e Adda, dove c’era una rete di

canali alimentati dai corsi d’acqua e l’allevamento del bestiame da latte era praticato in forma

intensiva, con un vivace commercio dei prodotti caseari, secondo l’andamento del mercato.

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Tessuto manifatturiero debole, con un divario crescente rispetto ad aree in trasformazione come

quella inglese, belga, svizzera o francese. L’attività di trasformazione più importante era quella

serica, con impianti focalizzati al Nord.

Persisteva un assetto demografico di antico regime: alti tassi di natalità e di mortalità, con picchi

drammatici per la mortalità infantile.

Il settore secondario non conobbe alcun processo di sviluppo nella prima metà dell’Ottocento.

Fulcro del settore rimase il settore serico. Forte di un primato a livello internazionale, il setificio

italiano non conobbe però una crescita sul piano qualitativo.

I ritardi maggiori si accumularono nel comparto siderurgico, dove continuarono ad essere attivi

forni di antica concezione alimentati con carbone vegetale.

Anche in Piemonte, come precedentemente nel Granducato di Toscana, fu adottata una politica

liberoscambista, mentre nelle altre regione permasero le politiche protezionistiche, volte a tutelare

la produzione interna da quella straniera.

L’Italia unita (1861)

L’unificazione nazionale sotto il Regno di Sardegna fu possibile solo per l’aperto sostegno di

Francia e Inghilterra. Fine del secolare dominio degli Asburgo sull’Italia. Improvvisa scomparsa

dalla scena politica del maggior artefice dell’unità, il Conte di Cavour.

Nel ventennio postunitario l’agricoltura rimase il settore portante della vita economica: non si

conobbe un generalizzato superamento delle pratiche più arretrate e il volume degli investimenti

rimase complessivamente limitato.

A partire dagli anni Settanta comparvero i primi opifici meccanizzati (settore serico).

In campo commerciale, politica commerciale liberoscambista. Serie di accordi commerciali, in

particolare con la Francia. Dal 1878 ritorno al protezionismo.

Negli anni Sessanta e Settanta, i governi della destra storica s’impegnarono in un’intensa attività di

modernizzazione delle infrastrutture e del sistema dei trasporti.

Pluralità degli istituti di emissione di cartamoneta.

Tra il 1861 e 1866, deficit del bilancio dello Stato, fortemente indebitato. Il pareggio fu raggiunto

1875 attraverso un fortissimo incremento delle entrate tributarie, che ebbero un effetto negativo

sulla domanda interna.

Crisi agraria e protezionismo (1878-1887)

Crescita delle produzioni industriali (favorite dalla diminuzione dei prezzi delle materie prime

importate), a cui si contrapponeva un fase di depressione della produzione agricola: diminuzione

dei prezzi e grandi afflussi di cereali dal Nord America e dall’Australia, paesi con costi di

produzione notevolmente più bassi.

L’equilibrio agricolo-commerciale, che si esprimeva nella convenienza ad assegnare all’attività

agricola un ruolo prevalente all’interno del sistema economico e si fondava sulla possibilità di

collocare il sovrappiù da questa prodotto sul mercato internazionale, non fu più in grado, a partire

dal manifestarsi della crisi agraria, di reggere rispetto al mutamento degli equilibri internazionali.

Protezionismo: guerra commerciale con la Francia, con gravi conseguenze per le esportazioni.

La crescita industriale non poté essere sorretta adeguatamente a causa della debolezza della

domanda interna. Gli investimenti nel secondario restarono limitati.

1887-1896

Sforzo per compensare la caduta delle esportazioni (soprattutto dei prodotti agricoli) con nuovi

mercati di sbocco: lenta ripresa dei commerci con l’estero.

Crisi del settore edilizio, e difficoltà che si estesero al settore creditizio che l’aveva finanziato.

Di fronte al dilagare dei fallimenti (tra cui lo scandalo della banca Romana, istituto di emissione che

fu posto in liquidazione dopo la scoperta di emissioni di biglietti in doppia serie), fu creata, nel

1893, la Banca d’Italia, e furono ridotte a tre le banche di emissione.

Riduzione delle riserve di metalli preziosi, poiché dal paese uscirono oro e argento per pagare gli

interessi sul debito pubblico collocato all’estero. Deficit di bilancio: per riportare i conti all’ordine si

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avviò un pesante aggravio sulla pressione fiscale, che produsse in breve tempo il risultato sperato,

contribuendo però a un ulteriore peggioramento delle precarie condizioni di vita di larga parte dei

cittadini della penisola.

La prima industrializzazione (1896-1907)

Crescita forte e generalizzata delle produzioni industriali.

Incremento consistente della produzione agricola, ma non tale da coprire il fabbisogno interno. La

bilancia commerciale registrò aumenti di importazione di cereali, di materie prime e di macchinari.

L’incremento della ricchezza nazionale consentì un forte aumento delle entrate ordinarie: buone

condizioni del bilancio statale e stabilità della moneta; corso favorevole dei titoli in circolazione, che

consentirono la diminuzione dell’interesse corrisposto dallo Stato ai risparmiatori.

Nazionalizzazione della rete ferroviaria.

L’agricoltura, nonostante la crescita della produzione industriale, rimase il settore portante

dell’economia.

I meccanismi instabili della crescita (1907-1914)

Ritmo di crescita dell’economia italiana meno intenso di quello della fase precedente. Crescita non

uniforme. Diminuirono gli investimenti industriali.

Peggioramento della situazione della bilancia commerciale: aumentarono le importazioni di prodotti

necessari all’industria e quelle legate al fabbisogno alimentare, non bilanciate dalle esportazioni.

Aumento delle spese militari (guerra di Libia).

Interventi in campo sociale per la tutela del lavoro, in risposta al crescente malessere.

Rallentamento della crescita: mancato progresso agricolo e ritardo nella ricerca scientifica;

struttura industriale di piccole dimensioni e ristrettezza del mercato interno.

Vedi appunti file “Italia”

CAPITOLO 7: IL SISTEMA DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI: IL GOLD STANDARD (1816)

La nascita delle banche centrali e il sistema internazionale dei pagamenti

La nascita delle banche centrali è frutto di un’evoluzione progressiva. Esse nascono come grandi

società bancarie, promosse dalle crescenti esigenze finanziarie degli Stati e dedite soprattutto al

finanziamento del debito pubblico. Oltre alla normale attività bancaria (sconto di cambiali al

pubblico o ad altre banche) ottengono il diritto di emettere cartamoneta garantita dallo Stato.

In Inghilterra, la Banca d’Inghilterra nasce nel 1694, inizialmente come società privata, che svolge

anche la normale attività bancaria. Il privilegio di emissione non è esclusivo, ma esercitato anche

da altri istituti, che però non godono della garanzia statale.

Nel 1816 viene introdotto il sistema del gold standard in Inghilterra, mentre la maggior parte degli

altri paesi adotta uno standard bimetallico (oro e argento). Dopo il 1870 anche i maggiori paesi

passano al gold standard su modello inglese.

Gli scambi internazionali, sempre più in aumento, sono facilitati dal cambio in oro delle principali

monete. Sistema ancorato all’oro e alla sterlina. Sempre più diffusione della cartamoneta come

mezzo di pagamento.

Fino alla Prima Guerra mondiale il sistema si regge sui metalli preziosi e sulla convertibilità aurea.

Periodi di corso forzoso (sospensione temporanea della convertibilità aurea), dovuti alle difficoltà

economiche dei diversi paesi (soprattutto a causa delle spese di guerra). Dal 1971 definitivo

passaggio al corso forzoso.

CAPITOLO 8: LA SECONDA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA

Durante la fine dell’Ottocento l’economia della maggior parte dei paesi avanzati soffrì una

riduzione del ritmo di crescita: i mutamenti tecnologici che avevano caratterizzato la Prima

Rivoluzione Industriale non avevano più la capacità di continuare a generare uno sviluppo elevato.

15

In questo contesto sorsero le innovazioni che avrebbero reso possibile il nuovo ciclo di crescita

chiamato seconda rivoluzione tecnologica (fine 1973).

Dal 1870 al 1900 si cominciò a diffondere una serie di importanti innovazioni, ma

complessivamente la loro diffusione si generalizzò soprattutto dopo la Prima Guerra Mondiale.

Crisi di fine ‘800: la crescita economica dei paesi più avanzati rallentò, e gli investimenti nei settori

tradizionali risultavano sempre meno redditizi, per cui aumentò l’interesse a sviluppare prodotti e

processi radicalmente innovativi.

Importanza decisiva della conoscenza scientifica: equipe scientifiche che lavoravano in lavoratori e

in imprese, capaci di portare a termine processi di ricerca sistematica, diretta alla scoperta e al

miglioramento di una determinata innovazione.

1. Introduzione di metodi nuovi e meno costosi di ottenere materiali già conosciuti, cosa che ne

permetteva un uso molto più ampio.

2. Comparsa di nuovi materiali sostitutivi di prodotti naturali scarsi o cari.

3. Applicazione di nuove fonti di energia che consentirono di estendere i livelli di

meccanizzazione.

4. Creazione di grandi imprese, con nuove forme di gestione e controllo.

5. Nuovi sistemi di organizzazione della produzione e della forza lavoro.

Nuova fase di crescita economica globale che permise l’accesso di buona parte della popolazione

all’uso di beni di consumo durevoli, come elettrodomestici o automobili, e a servizi (sanità,

educazione).

Nuovi materiali e nuove fonti di energia

Acciaio: riduzione dei costi di produzione e grande espansione del suo uso.

• Alluminio: produzione di una grande varietà di beni; si scoprì un procedimento per produrlo in

• modo economico, per mezzo dell’elettrolisi.

Industria chimica: sviluppo della chimica organica, che si occupa dei composti del carbonio e

• delle sue trasformazioni. Il concetto fondamentale su cui si basa è la capacità degli atomi di

carbonio di combinarsi in forme multiple tra loro e con altri elementi. Ottenimento di un’ampia e

diversificata gamma di prodotti: coloranti artificiali, esplosivi, vernici. A partire dagli anni 1920

sviluppo di prodotti farmaceutici (aspirina). Dopo la Seconda Guerra Mondiale sfruttamento

sistematico del petrolio come materia prima (petrolchimica).

Petrolio: utilizzato fin dal 1870 come lubrificante e per l’illuminazione domestica, acquistò

• davvero importanza quando fu trasformato in benzina o gasolio e fu utilizzato come carburante di

un nuovo motore, il motore a combustione interna. Vantaggi: flessibilità nella potenza erogata e

possibilità di motori di piccole dimensioni. Prima automobile Ford (1896), apice della seconda

rivoluzione tecnologica, seguita in seguito da autobus e camion, nonché da navi a motore (nella

navigazione, per il suo stato liquido, le navi devono riservare molto meno spazio al combustibile);

in agricoltura, importante fu l’uso del trattore. Motori di alluminio, più leggeri e più cari,

porteranno all’aviazione (1909 primo volo), usata durante la Prima Guerra Mondiale, e solo dopo

la metà del secolo per il trasporto di massa di persone e merci.

Elettricità: utilizzata nelle comunicazioni inizialmente per il telegrafo, in seguito per il telefono

• (1876), la radiotelegrafia (navi), la radio e la televisione, fu usata anche nell’illuminazione e come

forza motrice (motore elettrico). Vantaggi: facilità di trasmissione da un luogo all’altro (prime linee

di alta tensione in Germania nel 1891) e divisibilità (potenza adattabile alle esigenze mediante

trasformatori). Era così possibile sfruttare l’energia dell’acqua nelle zone di montagna per la

produzione di energia elettrica, che poi veniva trasportata e consumata nei centri industriali e

urbani, talvolta a centinaia di chilometri di distanza. Inventata la lampadina elettrica, piccola e

maneggevole, da Edison nel 1879. Motore elettrico: grande versatilità (dimensioni e potenza),

riceve elettricità e la trasforma in energia (funzionamento contrario di un generatore); prima

applicazione nel trasporto (1879 tram a Berlino, 1890 metropolitana di Londra). Forte impatto

sull’industria: applicabile, con la potenza desiderata, direttamente alla macchina; elimina la

necessità di una fonte di energia centrale e di alberi e cinghie di trasmissione tra questa e i

singoli macchinari; consente di meccanizzare processi che hanno bisogno di poca potenza e in

forma discontinua e di prescindere dalla produzione di energia nella fabbrica: comparsa della

piccola officina meccanizzata. Comparsa di un settore industriale nuovo, anche se di sviluppo

16

molto lento: gli elettrodomestici, che iniziarono a diffondersi nel periodo tra le due guerre negli

Stati Uniti d’America.

L’organizzazione scientifica del lavoro

La standardizzazione dei prodotti si completa con l’organizzazione scientifica del lavoro (Taylor) e

con la catena di montaggio (Ford).

La proposta di Taylor consisteva nell’analizzare le operazioni necessarie per il montaggio di un

oggetto e nel dividere queste operazioni in movimenti semplici e della stessa durata, in modo che

ogni lavoratore ripetesse solo uno o pochi movimenti, da eseguire con rapidità e precisione. Per

facilitare il processo, l’oggetto in corso di montaggio poteva spostarsi meccanicamente da un

lavoratore all’altro mediante un nastro trasportatore. Adozione di questo sistema da parte di Henry

Ford nella sua nuova fabbrica di automobili a Detroit, nel 1904.

La catena di montaggio elimina i tempi morti nella giornata lavorativa ed aumenta la produttività del

lavoro; permette, inoltre, di assumere personale non specializzato. Riduzione dei costi di

produzione, diminuzione della giornata lavorativa e aumento dei salari, per rendere possibile

l’aumento dei consumi: secondo lo stesso Ford, i suoi lavoratori dovevano poter acquistare

l’automobile che fabbricavano.

Standardizzazione e meccanizzazione della produzione (assieme al miglioramento dei trasporti)

consentono una produzione di massa, che richiede a sua volta un mercato di massa e imprese di

grandi dimensioni in grado di sfruttare economie di scala.

La logica della grande impresa porta all’integrazione, sia verticale (ottenere all’interno dell’azienda

le materie prime e i prodotti intermedi), sia orizzontale (assorbire imprese che fabbricano lo stesso

prodotto per ottenere una posizione dominante sul mercato).

Le trasformazioni dell’agricoltura

Durante il periodo della seconda rivoluzione tecnologica, l’agricoltura sperimentò importantissime

trasformazioni.

Scomparsa quasi totale in Europa e il declino in Asia e in Africa dell’agricoltura di autoconsumo,

sostituita da una agricoltura orientata al mercato e che fa un uso intensivo di input esterni,

specialmente di capitale. Fortissimo aumento della produttività, mentre la quota della popolazione

attiva dedita all’agricoltura diminuisce drasticamente.

Aumento delle rese e della produttività del lavoro: innovazione tecnologica.

Acquisto di prodotti e servizi all’esterno dell’impresa: sementi selezionate (ibridi) e concimi chimici.

Specializzazione delle diverse aree nei prodotti più idonei alle condizioni del suolo

(specializzazione territoriale).

Diffusione di trattore (Usa, 1905) e di macchine raccoglitrici (applicate prima ai cereali (mietitrici) e

poi adattate gradualmente alla maggioranza dei prodotti).

La scomparsa degli animali da lavoro, che rese disponibile maggiore terra, l’aumento generale del

reddito, la maggiore disponibilità di tempo degli agricoltori hanno stimolato l’allevamento per la

produzione di carne e latticini.

La crescita economica

La seconda rivoluzione industriale mette in moto un processo di crescita senza precedenti. Ne

beneficiano sia i paesi industrializzati sia le economie arretrate, ma in modo molto diseguale. Il

divario è crescente.

I tassi di crescita variano molto, nei diversi periodi, anche a livello di singolo paese.

Gli anni 1950-1973 (golden age) sono stati indubbiamente quelli di maggiore crescita. Il periodo

1929-1950 appare come la fase di maggiore difficoltà, prodotte dalla crisi degli anni ’30 e dalla

Seconda Guerra Mondiale.

Un’epoca di conflitti 17

Crescita del potere dello Stato: maggiore intervento nella vita economica, nell’offerta di

occupazione e nella domanda di beni e servizi.

• 1870-1918: crisi, recupero, rivalità internazionale, conflitto;

• 1919-1950: periodo tra le due guerre, segnato dai problemi della ricostruzione dopo la Prima

Guerra Mondiale, Grande Depressione e scontri politici e sociali causati dalla nascita di regimi

fascisti e comunisti e dai sostenitori di queste ideologie in ogni paese, Seconda Guerra

Mondiale (1939-1945);

• 1950-1973: golden age, nella quale sono stati raggiunti i tassi di crescita più alti della storia in

mezzo allo scontro tra il mondo capitalistico e quello comunista (guerra fredda);

• dal 1973: crescita più lenta e con frequenti battute d’arresto, supremazia USA.

CAPITOLO 9: LA PRIMA GUERRA MONDIALE E L’ESPANSIONE DEGLI ANNI 1920

Le cause e i costi umani e sociali del conflitto

Le cause della guerra furono politiche ed economiche. Importante rafforzamento degli eserciti e,

soprattutto, aumento della loro capacità distruttiva, grazie all’applicazione di innovazioni

tecnologiche.

Dal punto di vista economico, l’aumento della produzione e soprattutto della produttività, provocò

una lotta disperata per i mercati mondiali.

Inoltre, Francia e Gran Bretagna si lamentavano dell’invasione dei prodotti made in Germany,

minaccia per il loro predominio economico.

Il conflitto rompe tutti gli equilibri. Scoppio della Prima Guerra Mondiale: assassino a Sarajevo,

1914, del principe ereditario dell’Impero austriaco da parte di un nazionalista serbo.

Guerra diversa dalle precedenti: costi economici molto più alti di quelli tradizionali; enorme

dimensione delle perdite causate; interruzione di molti flussi commerciali.

Intervento dei governi nell’economia, sia per aumentare la produzione di armi che per controllare il

commercio e i prezzi dei prodotti di consumo fino ad arrivare al razionamento.

Declino relativo dell’Europa, a causa delle perdite subite (per la loro età i morti formavano parte del

segmento più produttivo della popolazione), e della crescita di altri concorrenti (Usa, Canada,

Argentina e Giappone).

Forte malessere sociale: contadini e operai, partiti in guerra, si ritrovarono senza lavoro.

Il trattato di Versailles e le riparazioni di guerra

La guerra fu finanziata dappertutto mediante l’aumento delle imposte, l’indebitamento del Governo

e il saccheggio dei territori occupati.

L’indebitamento avvenne tramite il collocamento di debito pubblico interno (buoni di guerra),

ottenimento di prestiti da altri paesi e l’emissione di biglietti da parte delle banche centrali.

Idea diffusa che la guerra sarebbe stata breve e che il nemico sconfitto ne avrebbe pagato i costi.

Tutti gli Stati sospesero la convertibilità aurea dei biglietti in circolazione, dal momento che non

potevano garantirla, paralizzando così il sistema aureo (moneta fiduciaria). L’aumento dei biglietti

in circolazione e le restrizioni nell’offerta di merci provocarono una forte inflazione.

All’arrivo della pace tutti i paesi (eccetto gli Stati Uniti d’America) ebbero allo stesso tempo meno

riserve d’oro e più biglietti in circolazione; le riserve, pertanto, non potevano assicurare la

convertibilità alla parità anteguerra dei biglietti in circolazione; l’unità monetaria non aveva lo

stesso valore di prima.

La Germania fu sottoposta a dure condizioni: oltre a dover pagare i debiti e i costi delle riparazioni,

fu obbligata a fare importanti pagamenti in natura, principalmente carbone, ma anche oro,

materiale bellico, parte della marina da guerra e mercantile.

La difficile ricostruzione monetaria

Il sistema monetario prima della guerra aveva come principio basilare l’impegno dei governi di

convertire i biglietti in quantità fisse di oro. 18

Tutti i paesi, eccetto gli Stati Uniti d’America e quelli neutrali, sospesero la conversione dei biglietti

in oro e furono costretti ad aumentare i biglietti in circolazione per finanziare il conflitto, mentre

vedevano diminuire le loro riserve auree. L’incremento della circolazione monetaria portò, a sua

volta, un aumento generalizzato dei prezzi e alla conseguente perdita del potere d’acquisto della

moneta.

Dopo la guerra, idea che si dovesse tornare quanto prima possibile al sistema aureo, considerato

motore dell’economia internazionale. Processo lungo e difficile, per cui per alcuni anni si mantenne

un sistema di cambi fluttuanti: i biglietti continuavano ad essere non convertibili.

Si seguirono diverse strade: la Gran Bretagna seguì una politica deflazionistica e tornò alla vecchia

parità, mentre la Francia adeguò la sua moneta alla nuova realtà, svalutandola.

Sistema finanziario internazionale debole nel suo complesso, che vide la fine della superiorità

britannica, sostituita dalla centralità finanziaria di New York.

L’iperinflazione tedesca

Il valore del marco tedesco alla fine del conflitto era 1/10 di quello dell’anteguerra; perdita brutale e

costante del valore della moneta; in definitiva, il marco di carta non valeva niente. Deficit di

bilancio. Danno per i risparmiatori e pensionati.

Il governo tedesco non voleva ridurre il deficit di bilancio, per il problema delle riparazioni:

mantenere squilibrato il bilancio era un modo di dimostrare che la Germania non poteva far fronte

alle imposizioni dei vincitori.

I governi tedeschi, in effetti, differirono per quanto poterono il pagamento delle riparazioni, fino al

punto che gli alleati occuparono due volte parte del territorio per costringerli a rispettare le

scadenze. La più significativa fu l’occupazione nel 1923 del distretto minerario della Ruhr da parte

di Francia e Belgio, con l’obiettivo di venire pagati in natura appropriandosi della produzione di

carbone. La resistenza passiva della popolazione, però, frustrò il tentativo, e la mediazione della

Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America favorì la ritirata e la ricerca di un compromesso che

consentisse di pagare a condizioni più favorevoli. Nacque il piano Dawes (1924), che fissò una

notevole riduzione nei pagamenti annuali per le riparazioni e favorì la concessione di un prestito

internazionale al Governo della Germania per garantirne l’esecuzione.

Ritorno al gold standard.

La situazione inglese

Il Parlamento britannico nel 1920 estese per cinque anni le leggi che permettevano la sospensione

del gold standard.

La priorità principale era il recupero del ruolo di Londra quale centro economico internazionale e

pensavano che questo fosse possibile solo se la sterlina avesse riconquistato il suo valore di

anteguerra.

Tornare alla parità aurea tradizionale, però, richiedeva di ridurre la circolazione monetaria e di

forzare la diminuzione dei prezzi (deflazione).

Andava tagliato drasticamente il credito concesso sia allo Stato che ai privati durante la guerra. Il

Governo adottò, di conseguenza, una severa politica di aumento delle imposte e di diminuzione

delle spese per destinare il surplus alla cancellazione di quei debiti. La Banca d’Inghilterra indurì le

condizioni del credito ai privati, aumentando i tassi di interesse. La restrizione generale del credito

ebbe come effetto inevitabile la caduta degli investimenti e l’aumento della disoccupazione.

La sterlina raggiunse il suo valore prebellico nel 1925, momento in cui il Governo britannico ristabilì

la convertibilità dei biglietti in oro.

Il ritorno alla parità dell’anteguerra, però, non risultò sufficiente perché Londra recuperasse la

supremazia finanziaria, che era già passata a New York.

L’economia si bloccò: le esportazioni diminuirono, mentre l’aumento dei tassi di interesse e la

deflazione paralizzarono gli investimenti; aumento della disoccupazione.

La situazione francese

L’obiettivo iniziale era sempre quello di tornare quanto prima possibile al sistema monetario aureo.

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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