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Riassunto esame di Economia politica, prof. Martucci

Riassunto completo, basato sulla rielaborazione dei colloqui da me frequentati e uno studio autonomo del testo consigliato dalla Prof.Martucci. Elenco completo degli argomenti oggetto d'esame. Università degli Studi di Bari - Uniba. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Economia politica docente Prof. I. Martucci

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4) L’IMPRESA PUÒ AGIRE SUL PREZZO (come nel monopolio) e in questo caso agisce nella nicchia

di mercato che controlla e si comporta come fosse un monopolista perché i prodotti sono

differenziati ma sono sostituti l’uno dell’altro (diciamo che ha un limitato grado di potere

decisionale sul prezzo di vendita).

Anche qui l’impresa ha come obiettivo la massimizzazione del profitto, che consiste nel rendere

massima la differenza tra ricavo totale e costo totale; tale differenza è massima per la quantità

prodotta per la quale il ricavo marginale è uguale al costo marginale. Questa è la cd quantità di

equilibrio (perché è l’unica posizione in cui l’impresa non è indotta a modificare le sue decisioni, in

quanto se il ricavo marginale fosse MAGGIORE del costo marginale l’impresa sarebbe indotta ad

espandere la produzione, mentre se il ricavo marginale fosse MINORE del costo marginale in tal

caso l’impresa sarebbe indotta a contrarre la produzione).

I consumatori sono sì portatori di una relazione indiretta ma sono FEDELI alla marca perché la

PUBBLICITÅ ha un ruolo persuasivo, per cui se aumenta il prezzo vi saranno sempre persone

23

disposte a pagare un prezzo più alto che non per altre marche. Grazie alla DIFFERENZIAZIONE

24

del loro prodotto, rispetto a quello dei concorrenti, la domanda delle imprese operanti in un mercato

di concorrenza monopolistica NON è infinitamente elastica al prezzo. La CURVA di DOMANDA di

una impresa che offre il suo prodotto in un mercato di concorrenza monopolistica è quindi inclinata

negativamente

Per realizzare il suo obiettivo e far aumentare il ricavo totale, deve diminuire il prezzo solo nel tratto

elastico della funzione di domanda, perché (in quel tratto) alla variazione del prezzo corrisponde

una variazione più che proporzionale della quantità domandata e quindi la spesa del consumatore

aumenterà e con essa il ricavo totale dell’impresa. Conseguentemente, se per aumentare il ricavo

l’investimento in pubblicità aumenta i costi fissi delle imprese che operano in un mercato di concorrenza

23

imperfetta. L’investimento in pubblicità è inversamente correlato al numero di imprese di un settore.

La differenziazione del prodotto può avvenire migliorando ma anche peggiorando la qualità del prodotto

24

originariamente offerto sul mercato (cd. damaging quality). Importante è riconoscere che cosa desiderano i

diversi segmenti della domanda, ricordando che peggiorare la qualità può essere più costoso del migliorarla,

ma può anche consentire il vantaggio competitivo (markert swing) su linee di prodotti non considerate prima

del peggioramento. 71

totale devo ridurre il prezzo, vuol dire che ogni unità aggiuntiva di merce viene venduta a un prezzo

minore rispetto all’unità precedente. Conseguentemente il ricavo totale aumenta in misura via via

decrescente, per cui il ricavo marginale è decrescente e minore del prezzo (MR˂P), perché la

riduzione del prezzo che pratichiamo sull’unità oggettivamente prodotta e venduta è come se si

estendesse sulle unità infra-marginali precedentemente vendute.

L’impresa nel periodo breve può realizzare extraprofitti. L’ extraprofitto nel lungo periodo non può

essere realizzato perché ciò attirerebbe altre imprese, esistendo libertà di entrata e di uscita.

Aumentando il numero delle imprese esistenti sul mercato aumenta l’offerta di mercato ma, dato

che la domanda di mercato resta sempre la stessa, ciò determina una diminuzione del prezzo di

mercato. Questo porta le imprese che operano su quel mercato ad abbassare il prezzo di vendita

delle merci, quindi l’extraprofitto gradualmente diventa profitto normale nel lungo periodo.

N.B. La concorrenza imperfetta è meno efficiente rispetto alla concorrenza perfetta perché realizza

minore quantità di prodotto ad un costo più elevato.

(Big. tratta dal Begg Fisher) 72

Entrando più nel dettaglio. Sappiamo che la domanda di un settore operante in condizioni di

concorrenza monopolistica rappresenta la quantità complessiva di prodotto del settore, che gli

acquirenti sono disposti ad acquistare, se tutte le imprese del settore praticano lo stesso prezzo.

Nella figura 9.2 troviamo rappresentata la domanda DD del settore di un bene (per esempio la pasta

dentifricia) il cui mercato può essere ricondotto alle condizioni strutturali della concorrenza

monopolistica. A ogni ipotetico prezzo per unita di prodotto, la curva DD definisce la quantità totale

di prodotto che gli acquirenti sono disposti ad acquistare (domanda del settore). La elasticità rispetto

al prezzo di DD dipende soprattutto dalla disponibilità di riconosciuti sostituti del bene in oggetto

(es. Dentifricio liquido, filo interdentale ecc.).

La domanda dd della impresa rappresentativa del settore, dipende dalla quota o nicchia di mercato

che l'impresa è riuscita a ricavarsi. Questa, a sua volta, dipende dal numero di imprese e prodotti

concorrenti esistenti nel mercato e dal grado di differenziazione che l'impresa è riuscita a realizzare.

Un aumento del numero di concorrenti operanti mercato e/o una diminuzione della fedeltà alla marca,

sta il passo la curva di domanda dd dell'impresa e la rende più elastica (reattiva) al prezzo. Quanto

più efficace è la differenziazione del prodotto realizzato dall'impresa, tanto maggiore e il suo potere

monopolistico, ovvero la possibilità di praticare un prezzo più elevato del costo marginale.

Nel BREVE PERIODO, l'impresa rappresentativa del settore, fronteggia la domanda dd relativa alla

sua nicchia di mercato e produce q al prezzo P , ottenendo un extra profitto pari a q •(P -SATC ).

0 0 0 0 0

Questo extra profitto attira nuove imprese e nuove marche di prodotti nel mercato. Nel LUNGO

PERIODO, la domanda dell'impresa si riduce a d'd', cioè diventa tangente alla curva del costo medio

di lungo (LAC). Sta situazione, presa produce q al prezzo P =LAC =SATC : Non realizza extraprofitti

1 1 1 1

e l'entrata di nuovi concorrenti si arresta.

Quindi possiamo dire che in un mercato di concorrenza monopolistica, l'equilibrio di lungo

periodo si verifica quando la curva di domanda (d'd') dell'impresa rappresentativa del settore è

tangente alla curva di costo medio (LAC) in corrispondenza di un volume di produzione (q ) che

1

soddisfa condizioni marginalistiche di massimo profitto. In questa situazione, ogni impresa è in

pareggio e non vi è incentivo all'entrata e all'uscita dal mercato. 73

Relativamente all’equilibrio di lungo periodo dell'impresa, in un mercato di concorrenza

monopolistica, è rilevante rimarcare due aspetti:

1) l'impresa non produce al minimo costo medio di lungo periodo. Per restare nel mercato,

coprendo almeno i costi, l'impresa è costretta a sottodimensionati rispetto alla scala efficiente

di produzione (q ), inoltre non utilizza efficientemente la capacità produttiva di cui dispone.

2

2) l'impresa, pur realizzando solo un profitto normale ovvero un profitto economico nullo,

pratica un prezzo maggiore del costo marginale. Grazie alla differenziazione del suo prodotto

e alla fedeltà la sua marca l'impresa dispone di potere monopolistico. Questi aspetti spiegano

perché le imprese sono normalmente alla ricerca di nuovi clienti disposti ad acquistare i loro

prodotti ai prezzi esistenti. La competizione nei mercati pone di fronte venditori affamati ad

acquirenti prudenti

DOMANDA: l’equilibrio (di lungo periodo) di concorrenza imperfetta (o monopolistica) è uguale a

quella di concorrenza perfetta?

NO è un equilibrio DIVERSO, perché dobbiamo considerare due aspetti:

1) l’impresa in concorrenza imperfetta non produce al minimo costo medio di lungo periodo. Per

restare nel mercato, coprendo almeno i costi, l’impresa è costretta a sottodimensionarsi rispetto

alla scala efficiente di produzione. Inoltre non usa efficientemente la capacità produttiva di cui

dispone.

2) Pur realizzando solo un profitto normale, cioè un profitto economico nullo, l’impresa pratica

un prezzo maggiore del costo marginale. Grazie alla differenziazione del suo prodotto e alla

fedeltà alla sua marca, l’impresa dispone di potere monopolistico.

In SINTESI:

L’’equilibrio in concorrenza perfetta si realizza lì dove il prezzo è uguale al ricavo marginale, quindi al

costo marginale...e al costo medio MINIMO. 74

In concorrenza imperfetta invece, il prezzo è MAGGIORE del ricavo marginale. quindi del costo

marginale...e quindi non potrebbe mai essere uguale al costo medio MINIMO in quanto sappiamo che

il costo medio è minimo quando eguaglia il costo marginale.

14. OLIGOPOLIO

Il mercato oligopolistico è caratterizzato dalla interdipendenza STRATEGICA (consapevole) tra le

imprese che vi operano. Un'impresa oligopolistica sa che i risultati delle sue decisioni dipendono

significativamente dalle decisioni contemporanee o conseguenti di uno o più (identificabili)

concorrenti. Per di più, queste decisioni o reazioni sono soggette a incertezza, per cui l'impresa può

solo avanzare congetture a loro riguardo. Dunque ogni teoria o modello di oligopolio deve

necessariamente basarsi su delle ipotesi semplificatrici in merito alla interdipendenza (che condiziona

le scelte delle imprese) e all'obiettivo che queste perseguono. La teoria economica propone quindi

diversi modelli di oligopolio, basati su differenti congetture in merito alla possibile reazione dei

concorrenti e con differenti soluzioni di equilibrio.

In condizioni di interdipendenza consapevole, il concetto di EQUILIBRIO DEL MERCATO (impiegato

nella teoria dei mercati perfettamente concorrenziali e monopolistici) deve essere adattato e ampliato:

a) in condizioni di comportamento atomistico e indipendente, le imprese sono in equilibrio

quando non hanno incentivo a modificare le loro scelte, i cui esiti non dipendono dalle scelte

di altri;

b) in un oligopolio, invece, le imprese sono in equilibrio allorché non hanno incentivo a

modificare le loro scelte, considerato il comportamento prevedibile dei concorrenti. Questo

concetto di equilibrio è stato definito è introdotto, nel contesto della teoria dei giochi da John

Nash ed è chiamato equilibrio di Nash.

In oligopolio dunque le conseguenze di ogni decisione di un'impresa dipendono dalla reazione

imprevedibile e incerta dei concorrenti, diversamente da quanto accade nei mercati di concorrenza

75

perfetta o monopolistica, dove invece l'elevato numero di piccole imprese presenti giustifica il loro

comportamento atomistico (cioè ognuna prende decisioni senza preoccuparsi delle possibili reazioni

dei concorrenti). Un classico esempio di oligopolio è costituito dal mercato del trasporto aereo di

passeggeri oppure dalla telefonia. Nel valutare l'opportunità di una riduzione del prezzo, una

compagnia aerea o telefonica devono preoccuparsi di prevedere l'eventuale reazione delle altre

imprese del settore. Quello che rende affascinante l'oligopolio è il fatto che ogni decisione competitiva

delle imprese dipende dalle congetture che esse fanno in merito alla reazione dei rivali.

Quanto alle altre CARATTERISTICHE, abbiamo:

la CONCENTRAZIONE dell’offerta nelle mani di poche imprese

▪ il prodotto può essere OMOGENEO (oligopolio concentrato) o DIFFERENZIATO (oligopolio

▪ differenziato)

le barriere all’ingresso sono IN UNA CERTA MISURA SORMONTABILI (lievi): ad es. se

▪ l’impresa leader fissasse un prezzo, tale per cui le possibili imprese entranti non riuscirebbero

a coprire nemmeno i costi di produzione, nel mercato esse non entrerebbero proprio. Le

imprese, essendo poche, possono adottare due atteggiamenti: un atteggiamento COLLUSIVO

oppure un atteggiamento di GUERRA (non collusivo).

Partendo da questa logica, dell’OLIGOPOLIO si possono studiare i comportamenti delle imprese

secondo diverse ottiche: la prima è stata quella (al solito fornita dai marginalisti), che va sotto il nome

di teoria ortodossa, e che comprende i modelli di Cournot, Bertrand, Williamson (ecc…) i quali

cercano di dare una spiegazione del comportamento degli imprenditori oligopolisti, facendo rientrare

questa forma di mercato nell’alveo della teoria della concorrenza perfetta; quindi vanno a cercare una

soluzione di equilibrio (in questo mercato) per le imprese che ne fanno parte, tanto è vero che il

modello di Cournot (come quello di Bertrand) sono modelli di duopolio, in cui sostanzialmente il

numero delle imprese è pari a 2, il bene prodotto (guarda caso) è omogeneo, i due imprenditori non

sostengono alcun costo di produzione e mirano all’ottimizzazione del profitto (quindi tipica

impostazione di carattere marginalistico). È evidente che nessuna di queste teorie dà - alla fine - un

risultato soddisfacente o comunque conforme alla realtà circa la modalità di comportamento di questi

76

imprenditori. e quindi si cerca di riuscire a comprendere se e in quale misura questi produttori si

facciano guerra e che tipo di guerra sia più conveniente per loro.

Quali sono le TRE tipologie di BARRIERE dell'OLIGOPOLIO?

1) il fenomeno delle ECONOMIE di scala, per cui l'introduzione di grossi impianti consente la

riduzione dei costi di produzione, questo fa in modo che la domanda di mercato sia soddisfatta solo

da alcune grandi imprese, mentre per le piccole imprese, che hanno costi di produzione assai più

elevati, è pressoché impossibile entrare nel settore. Anche per una grande impresa può essere difficile

entrare in un nuovo settore, perché le imprese che già vi operano hanno una maggiore efficienza del

personale e delle maestranze, conoscenza dei canali di vendita, disponibilità tecnologiche (le cd.

barriere tecnologiche) ecc..

2) barriere di carattere FINANZIARIO (i vantaggi assoluti nei costi da parte delle imprese insediate),

perché possono occorrere ingenti capitali per creare gli strumenti di produzione e di distribuzione dei

beni e non è facile ottenere tali capitali emettendo azioni o obbligazioni o ricevendo prestiti dalle

banche. Comunque le grandi imprese che dispongono di mezzi finanziari adeguati, spesso riescono a

superare le barriere ed entrare in un nuovo mercato, se trovano convenienza a farlo. Il mercato

oligopolistico può essere caratterizzato dalla presenza di alcune grandi imprese e di un certo numero

di piccole imprese. Le grandi imprese hanno il potere di fissare il prezzo (impresa leader), mentre le

piccole imprese devono subirlo. L'impresa leader, se vuole evitare l'entrata di nuove imprese, non

fisserà un prezzo troppo alto ma stabilirà un prezzo inferiore a quello che consentirebbe ai potenziali

entranti di realizzare un profitto normale (questo è il cd. PREZZO di ESCLUSIONE). Se invece

l'impresa leader intende eliminare le imprese che già operano sul mercato, fisserà un prezzo inferiore

al costo medio minimo delle imprese che vuole eliminare (questo è il PREZZO di ELIMINAZIONE).

L'impresa leader potrebbe voler far sopravvivere le piccole imprese, stabilizzando la situazione

attuale, ma per raggiungere questo scopo dovrà fissare un prezzo di esclusione (per evitare che

entrino nuove imprese) e non è detto che questo prezzo sia sostenibile dalle piccole imprese che

potrebbero avere costi più alti.

3) la DIFFERENZIAZIONE del prodotto, la quale è creata dalle imprese attraverso specifiche politiche

e strategie (come la differenziazione della qualità). 77

DILEMMA: COOPERAZIONE O COMPETIZIONE.

Un aspetto che deve essere affrontato preliminarmente è il tipico dilemma tra cooperazione e

competizione che caratterizza tutte le situazioni oligopolistiche. La cooperazione è un accordo,

implicito (collusione) o esplicito (cartello) tra imprese per ridurre o eliminare la competizione.

I PROFITTI DA COOPERAZIONE.

Le imprese insediate in un settore massimizzano il loro profitto congiunto se si comportano come

un'unica impresa monopolistica, operante con più impianti, che tende a realizzare il massimo profitto.

Quindi, se le imprese di un settore oligopolistico vogliono realizzare il massimo profitto complessivo

per poi spartirlo tra di loro, devono comportarsi come se fossero un monopolista.

Nella figura 10.1 viene rappresentato un settore nel quale ogni impresa è l'intero settore operano con

costi medi e marginali costanti (LAC0=LMC0). Se il settore ha una struttura perfettamente

concorrenziale, prezzo e quantità di equilibrio sono rispettivamente Pc e Qc e le imprese realizzano

profitti economici nulli. Se invece le imprese del settore stipulano un accordo per comportarsi come

un’impresa monopolistica che mira al massimo profitto, la quantità viene ridotta a Qm, il prezzo sale

a Pm e il profitto realizzato è positivo [e pari a Qm• (Pm - Pc)]. Dopo aver deciso questo

comportamento da monopolista, le imprese aderenti all'accordo devono realizzare una negoziazione

per la definizione delle quote di produzione e di profitto totale da assegnare a ognuna. Tuttavia è

difficile disincentivare o impedire alle imprese la violazione nascosta dell'accordo (ogni impresa sa di

poter espandere la produzione al di là della quota assegnatale in base all'accordo, vendendo a un

prezzo inferiore). Quindi le imprese oligopolistiche si trovano di fronte al dilemma tra i benefici della

cooperazione, per ottenere il massimo profitto congiunto, e i vantaggi della competizione, per

accrescere la quota di mercato e il profitto individuale a danno dei concorrenti.

I CARTELLI.

La cooperazione tra imprese è più facile da realizzare se gli accordi espliciti e formali sono consentiti

dalla legge e quindi dichiarati pubblicamente. Accordi cooperativi di questo tipo tra imprese sono

78

chiamati cartelli. Nel XIX secolo le imprese dei più svariati settori facevano ampio ricorso a cartelli

partizione poi la fissazione concordata dei prezzi.

Oggi negli Stati Uniti come nei paesi dell'Unione Europea, gli accordi tra imprese per limitare la

concorrenza sono illegali. Tuttavia, a dispetto delle pesanti sanzioni previste, gli accordi informali e

segreti tra le imprese di un settore sono tutt'altro che rari, senza contare che i cartelli internazionali

sono di difficile regolamentazione. Il più famoso cartello attualmente esistente e l'OPEC, ovvero

l'organizzazione dei paesi esportatori del petrolio (attiva dal 1973).

LEADERSHIP DI PREZZO

Un’altra forma di oligopolio collusivo è quello basato sulla “LEADERSHIP DI PREZZO”, che può

essere esercitata o da un’impresa leader di grandi dimensioni o da un’impresa leader che abbia bassi

costi di produzione. La collusione effettuata così è meno vincolante del cartello, perché le imprese

sono autonome nella decisione della produzione e delle strategie di vendita. Accettano solo il prezzo

fissato dall’impresa leader. Si tende alla divisione della quota di mercato. I prezzi si muovono in

maniera tale che siano eguali per tutti se il prodotto è omogeneo, ma se è differenziato i prezzi saranno

diversi. L’importante è che si muovano nella stessa direzione, così che i differenziali tra gli stessi non

mutino.

OLIGOPOLIO: DOMANDA AD ANGOLO (TEORIA di SWEEZY)

La cooperazione tra imprese di un settore oligopolistico è tanto più difficile da realizzare quanto più

numerose e diverse sono le imprese, quanto più il loro prodotto è differenziato e quanto più mutevoli

sono le condizioni di costo è di domanda. In assenza di cooperazione, la domanda di un’impresa

oligopolistica dipende dalla reazione dei concorrenti e l'impresa deve avanzare ipotesi congetturali

circa la reazione dei concorrenti. 79

Nella DOMANDA AD ANGOLO (teoria di Sweezy) , l'impresa oligopolistica congettura che i

25

concorrenti imitino decisioni di riduzione del prezzo ma non reagiscono ad un suo aumento. Si

suppone cioè che ogni impresa (in un mercato oligopolistico con prodotti differenziati) ritenga che

ogni riduzione del prezzo venga imitata dai suoi concorrenti e che questi ultimi invece non reagiscano

ad un aumento del prezzo. Il fondamento di questa congettura è la preoccupazione delle imprese

oligopolistiche di salvaguardare la propria

quota di mercato.

La domanda dell'impresa oligopolistica in

questa situazione assume dunque una

particolare configurazione (fig. accanto tratta

dal Begg Fisher). Considerato il prezzo

corrente che l'impresa pratica (P ) e la

0

quantità venduta (q ), a causa della differente

0

reazione attesa dei concorrenti, la curva di

domanda dell'impresa è molto elastica al

prezzo nel tratto superiore al punto (A) che

rappresenta la combinazione attuale (q ,P ),

0 0

mentre invece è rigida (inelastica) al prezzo nel tratto inferiore al punto (A) che riguarda prezzi

inferiore di quello corrente:

Sweezy, prendendo spunto da una ricerca condotta in Inghilterra da altri due economisti, elabora

25

un modello che inizialmente è stato salutato come innovativo ma che presto ha finito col lasciare

l’amaro in bocca perché Sweezy tende a dimostrare che proprio data l’esistenza di questa

interdipendenza strategica, nessun imprenditore oligopolista può trovare giovamento dal condurre

con gli altri una guerra basata su modifiche del prezzo; perché ove volesse porre in essere un simile

comportamento dovrebbe necessariamente attendersi le reazioni dei rivali. Sweezy parte pertanto

dall’ipotesi che – in un mercato oligopolistico – esistano un certo numero di imprese e che vi sia (per

una di esse) una determinata coppia PREZZO-QUANTITÀ, che ne caratterizzi l’esistenza di un

equilibrio. 80

se l’impresa decidesse di agire attraverso una variazione in diminuzione del prezzo, al fine

▪ di sottrarre clienti alle altre imprese, si dovrebbe attendere che le altre imprese a loro volta

riducano il prezzo; conseguentemente l’aumento di domanda sarebbe irrisoria, per cui per

riduzione di prezzo si può definire INELASTICA:

se l’impresa aumentasse il prezzo, sbaglierebbe la propria scelta perché dovrebbe attendersi

▪ che le altre imprese non modifichino affatto il prezzo, cioè le altre imprese non lo

seguirebbero, con la conseguenza che l’impresa subirebbe una grossa riduzione della

quantità domandata, per cui saremo portati ad affermare che per aumenti di prezzo la

domanda è ELASTICA.

Per questa ragione (ritiene Sweezy) all’impresa non conviene spostarsi dalla sua posizione iniziale

di equilibrio, che graficamente coincide con il punto d’angolo.

Se il punto di equilibrio è proprio quello ad angolo, quella di Sweezy è una affermazione ma non

una dimostrazione dell’esistenza di un equilibrio. Come l’impresa sia giunta alla determinazione di

quel punto E non è dato saperlo. Possiamo porci la domanda se quella coppia prezzo quantità, possa

scaturire in termini di volume di produzione dalla regola marginalistica della massimizzazione del

profitto, espressa come al solito dall’eguaglianza tra ricavo marginale e costo marginale. Ma il ricavo

marginale è il tasso di variazione del ricavo totale e quindi esso è misurabile attraverso la pendenza

delle rette tangenti, condotte alla funzione del ricavo totale; inoltre sappiamo che la funzione del

ricavo totale si deduce dalla funzione di domanda . Nel caso della domanda ad ANGOLO (dove

26

abbiamo un tratto elastico e un tratto inelastico) questa REGOLA non può essere applicata proprio

27

perché, nel punto d’angolo, noi abbiamo una discontinuità della funzione di domanda: sicuramente

si può calcolare il ricavo marginale per il tratto elastico, si può calcolare il ricavo marginale per il

tratto inelastico, MA in E (cioè nel punto ad angolo) il ricavo marginale non esiste e se la funzione di

Nel caso di domande inclinate negativamente, la funzione del ricavo totale corrisponde all’area

26

sottostante la funzione di domanda e la funzione del ricavo totale sarà crescente per riduzioni di

prezzo lì dove la domanda è elastica, massima nel punto corrispondente all’elasticità unitaria della

domanda e poi decrescente per riduzioni di prezzo relative al tratto in cui la domanda è inelastica. Se

la funzione di domanda è continua, lui amplia la produzione.

Quindi faremo riferimento alla teoria del FULL COST.

27 81

domanda è spezzata lo sarà anche il ricavo totale e nel punto in cui la funzione del ricavo totale si

spezza, il suo tasso di variazione non è calcolabile cioè la derivata prima non esiste . Se non è

28

possibile applicare la regola marginalistica mi vien fatto di dire che viene meno tutta quella

costruzione logica che, nell’analisi dell’equilibrio del mercato di concorrenza perfetta, porta ad

affermare che quel mercato è in grado di raggiungere una posizione di equilibrio, che è tale per tutti

gli imprenditori concorrenti e per tutti i consumatori.

Nell’oligopolio ciò non accade, per cui il processo competitivo non si verifica nella realtà, perché le

imprese non subiscono il prezzo, ma lo determinano perseguendo una logica che è diversa dalla

massimizzazione del profitto. La logica è quella di garantirsi un certo margine di profitto .

29

La teoria che studia la definizione del prezzo, da parte delle imprese moderne, si chiama teoria del

costo pieno (in italiano), teoria del FULL COST (o del mark up). Questa teoria deriva dalla necessità

(già presente alla fine dell’ottocento è nelle imprese) di avere un controllo finanziario dei rendimenti

derivanti dalle multiformi attività in cui investono i loro capitali. Questo modo di fissare il prezzo

tende a misurare qual è il rendimento, in termini di profitto, derivabile da ciascuna delle attività in

cui l’impresa ha investito il suo capitale che sia pari alla media dei rendimenti dei capitali investiti

in tutte le attività. per cui le imprese fissano il prezzo di vendita tenendo conto non più della

domanda ma tenendo conto dei costi medi di produzione (soprattutto dei costi medi variabili),

allora è possibile anche tracciare il costo massimo e minimo ma esso non intersecherà mai il ricavo

28

marginale proprio per la coppia Qe e Pe.

Questo avviene perché l’economia capitalistica subisce nel corso del tempo una grande

29

evoluzione, già dalla fine dell’ottocento le imprese non producono più una sola merce, esistono

molte imprese multi-prodotto, esistono molte imprese che diversificano la loro attività in produzioni

che molte volte sono lontane dalla produzione principale. Le imprese tendono a fondersi, i mercati

tendono a porre barriere all’ingresso ad opera proprio delle imprese, che si preoccupano non solo

della concorrenza esistente ma addirittura di quella possibile entrante, quindi cercano proprio non

solo di combattere le rivali già presenti ma addirittura quelle potenziali. Allora è evidente che

tenderanno a fissare il prezzo in maniera da poter tenere a bada sia i concorrenti presenti, che quelli

che potrebbero pensare di accedere. 82

facendo in maniera sostanzialmente che il prezzo riesca a coprire i costi medi variabili e a garantire

un certo margine di profitto.

OLIGOPOLIO: TEORIA DEI GIOCHI E LE SCELTE INTERDIPENDENTI

Lo studio dell’OLIGOPOLIO è stato anche effettuato grazie alla TEORIA dei GIOCHI, grazie alla

quale noi andiamo ad analizzare il comportamento delle imprese con un approccio che è molto più

vicino alla realtà di quanto non lo siano i modelli precedenti, perché qui noi andiamo a verificare

come gli imprenditori associano ad ogni strategia un pagamento e quindi costruiscono delle matrici

dei pagamenti, nelle quali vanno ad individuare qual è la strategia migliore per ottenere il miglior

risultato possibile.

Come i giocatori di poker (capaci di ricorrere al bluff) le imprese in oligopolio possono scegliere

comportamenti o azioni che modificano a loro vantaggio le aspettative dei concorrenti. L'analisi di

scelte razionali in condizioni di interdipendenza consapevole può essere svolta con l'aiuto della teoria

dei giochi. Un gioco è una situazione nella quale agenti interdipendenti (i giocatori) devono compiere

scelte razionali. I giocatori hanno, per ipotesi, come obiettivo la massimizzazione del risultato positivo

ottenibile. In un mercato oligopolistico, i giocatori sono le imprese e il risultato positivo che mirano a

massimizzare è il profitto economico. Ogni giocatore deve scegliere la strategia più conveniente.

Una strategia è una linea di comportamento che definisce le scelte o mosse che un giocatore deve

compiere in ogni situazione prevedibile. Il perseguimento di una elevata fedeltà di marca da parte dei

clienti di una impresa è una strategia. La realizzazione di una definita campagna pubblicitaria e una

mossa. In molti giochi la migliore strategia di ogni giocatore dipende dalle strategie scelte dagli altri

giocatori. Il gioco e i giocatori sono in equilibrio allorché tutti i giocatori hanno scelto la migliore

strategia date le strategie scelte dagli altri giocatori. Questo tipo di equilibrio è noto come equilibrio

di Nash e consiste in una situazione di un gioco nel quale nessun giocatore ha motivo di cambiare la

strategia prescelta in quanto le strategie scelte dagli altri giocatori sono date e incluse nel calcolo di

convenienza di ognuno. 83

In taluni giochi, la strategia ottimale di uno o più giocatori è indipendente da quelle scelte dagli altri

giocatori. In questo caso, la strategia è chiamata strategia dominante. Una strategia dominante e la

scelta ottimale di un giocatore indipendentemente dalle strategie adottate dagli altri giocatori.

Immaginiamo di avere due giocatori (i e j) e un insieme di strategie (Si,j) e i risultati p (cd pay-offs)

determinabili a priori con riferimento a ciascuna strategia. Sia equilibrio di Nash quando il risultato

di una determinata strategia adottata da un giocatore (i) è superiore a quello di un'altra strategia

adottabile da parte dello stesso, data la strategia ottimale dell'altro giocatore (j).

Un classico esempio che può essere fatto è noto come dilemma del prigioniero e può essere riferito a

anche a due imprese (A e B) che abbiano aderito ad un cartello. Il gioco è chiamato dilemma del

prigioniero perché è stato originariamente utilizzato per analizzare la scelta ottima di due persone

arrestate imprigionate in condizioni di isolamento, cosicché ognuno deve scegliere la strategia

ottimale tra la confessione del reato, coinvolgendo l'altro, e la non confessione. La soluzione del

dilemma e che ognuna delle due persone ha come strategia dominante la confessione. Per cui

immaginando di avere 2 soggetti accusati di un reato, non ci sono prove a loro carico sufficienti, i 2

soggetti vengono interrogati separatamente. Viene proposto loro:

se uno confessa e l'altro no, uno avrà 20 anni e l'altro 0 anni

- si confessano tutti e due, avranno entrambi 10 anni

- se nessuno dei due confessa avranno, vista l'assenza di prove, il minimo della pena (o nessuna

- pena)

Dal momento che ciascuno dei due si aspetta dall'altro la mossa peggiore, non accetterà mai di non

confessare perché questo significherebbe ottenere la soluzione ottimale solo se l’altro confessasse; dal

momento che non lo sa, sceglie la soluzione migliore, cioè quella che gli dà il miglior risultato

possibile, conseguentemente confessano entrambi. Se avessero avuto possibilità di interloquire,

evidentemente la soluzione migliore è stata quella di non confessare.

Prendendo ora in considerazione il gioco competitivo tra due imprese (A e B) che vendono un bene [e

la seguente tabella dei prezzi (Pa e Pb) e dei profitti (Prof.a e Prof.b), delle rispettive imprese: 84

I Pa = 30 Pb = 30 Prof.a = 10 Prof.b = 10

II Pa = 20 Pb = 30 Prof.a = 18 Prof.b = 3

II Pa = 20 Pb = 20 Prof.a = 0 Prof.b = 0

Nella prima situazione (I) l'impresa A e l'impresa B vendono entrambe il bene al prezzo di 30 e hanno

entrambe un profitto di 10. Questa situazione però NON rappresenta l'equilibrio stabile, infatti,

l'impresa A, se ritiene che pur abbassando lei il prezzo l'impresa B mantenga fisso il suo prezzo,

abbasserà il prezzo a 20 perché questo le consente di prendere numerosi clienti di B e di avere un profitto

assai più alto. Si passa allora alla situazione II, in cui l'impresa A (avendo abbassato il prezzo a 20)

realizza un profitto più alto (pari a 18) mentre l'impresa B ha una perdita (di -3) e quindi non se ne starà

ferma ma abbasserà anch'essa il prezzo a 20. Si passa così alla situazione III in cui le imprese hanno

entrambe un profitto pari a ZERO. Questa situazione, in cui i profitti sono nulli, rappresenta

l'EQUILIBRIO di NASH. Questo equilibrio viene raggiunto sulla base dell'ipotesi che ogni giocatore,

data la strategia dell'altro, adotta la strategia che per lui stesso è migliore. In questo modo opera un

processo concorrenziale che conduce ad una situazione in cui le imprese NON hanno extraprofitti. Ma

non è detto che le imprese agiscano in modo competitivo, potrebbero anche accordarsi per restare nella

situazione I che garantisce a entrambi un profitto di 10. Insomma potrebbero avere un comportamento

COLLUSIVO.

Questo dimostra che il gioco conduce a una soluzione ottimale egoistica che va bene per l’individuo

ma non va bene per il gruppo nel suo complesso, quindi questo dimostra che la cooperazione dà un

risultato - per il gruppo - sempre migliore di quella individualistica/egoistica. Questo modello

matematico della teoria dei giochi, ci permette di comprendere meglio il funzionamento

dell’oligopolio di quanto non facciano le altre teorie. Fin qui abbiamo parlato di forme di

OLIGOPOLIO non collusivo.

Però le imprese non è detto che si comportino in questo modo, potendo infatti tenere un

comportamento collusivo, per restare nella situazione che garantisca ad entrambe un certo profitto .

30

Si tratta di un comportamento che si risolve in un danno per la comunità. I CARTELLI

30

rappresentano degli accordi stipulati dalle imprese, le quali decidono di conformarsi alle direttive di

un organo centrale, il quale stabilisce i prezzi delle merci, le strategie di vendita e le modalità di

produzione. Le imprese aderenti al cartello si distribuiscono con i profitti in maniera difforme. Le

LEADERSHIP di prezzo possono essere esercitate da grandi imprese che sostengono costi bassi di

85

IL MODELLO DI COURNOT.

L' economista e matematico francese Cournot, nella prima metà del 1800 ha elaborato un semplice e

innovativo modello di duopolio. Nel modello di Cournot, ogni impresa compete attraverso la scelta

del volume di produzione, nell'ipotesi che l'impresa concorrente non cambi il livello di offerta definito

a priori. Quindi ognuna delle due imprese considera come dato il volume di produzione dell'altra e

sceglie, in base a questa ipotesi, il livello di produzione che le prospetta il massimo profitto.

Consideriamo allora un mercato di duopolio nel quale le due imprese concorrenti A e B producono lo

stesso bene con costi medi e marginali costanti.

Al crescere della quantità attesa (o congetturale) di produzione di B, diminuisce la quantità che A ha

convenienza a produrre in funzione dell'obiettivo del massimo profitto. La FUNZIONE DI

REAZIONE di una impresa definisce la scelta ottima di una impresa in corrispondenza di ogni

possibile scelta da parte dei suoi concorrenti. Nel modello di Cournot, dal momento che le tue imprese

oligopolistiche producono e offrono lo stesso prodotto, il livello di produzione che massimizza il

profitto di un duopolista è una funzione inversa o decrescente del livello di produzione ipotetico

dell'altro. In un mercato di duopolio è ipotizzabile che i due concorrenti si comportino in modo simile.

L'impresa B può quindi operare scelte congetturali simili a quelle dell'impresa A. Essa ipotizza che il

concorrente offra un dato volume di prodotto, calcola la domanda residuale di mercato e sceglie il

volume di produzione che le prospetta il massimo profitto in riferimento alla domanda residuale. La

curva di reazione di ogni impresa indica il volume ottimale di produzione corrispondente a ogni dato

volume di produzione dell'altra. L'unica possibile situazione di equilibrio, ossia di non convenienza

cambiamento del volume di produzione, è rappresentata dal punto di intersezione (il punto E della

figura 10.6 tratta dal Begg Fisher) delle due curve di reazione.

produzione. Tali imprese fissano in prezzi di vendita delle merci a cui si adeguano le altre imprese

minori. 86

Se le due imprese

operano con identici

costi medi e marginali, le

2 funzioni di reazioni

sono simmetriche e

l'equilibrio è

caratterizzato da uguali

volumi di produzione.

Se le due imprese

fronteggiano la stessa

domanda di mercato ma

hanno diversi costi di

produzione, l’equilibrio

è contraddistinto da

differenti volumi di produzione ottimali per le 2 imprese.

Se per qualche causa esogena, l'impresa A beneficia di una riduzione dei costi medi e marginali di

produzione, è agevole dedurre che l'impresa A ha convenienza ad aumentare la quantità offerta a ogni

dato volume ipotetico di produzione dell'impresa concorrente B. Nello stesso tempo l'impresa B

riduce il suo volume di offerta perché, se non contraesse la sua offerta, il prezzo di mercato del

prodotto si ridurrebbe in modo significativo. L'impresa B ha quindi convenienza a restringere la sua

offerta in modo da sostenere il prezzo e prevenire una rilevante perdita dei ricavi sulle unità vendute.

Come accade nel dilemma del prigioniero, l'equilibrio di Cournot-Nash non massimizza il profitto

congiunto dei due giocatori. Le due imprese vendono quindi un po' meno di quanto avrebbero

venduto operando come monopolisti e un po' di più di quanto avrebbero venduto operando come

concorrenti puri.

IL MODELLO DI BERTRAND.

L'analisi del comportamento oligopolistico attraverso le funzioni di reazione e l'equilibrio di Nash (e

in particolare del ruolo fondamentale delle aspettative circa il comportamento dei rivali), può essere

87

approfondita attraverso il ricorso a un diverso modello di oligopolio proposto dal matematico

francese Bertrand.

Nel modello di oligopolio di Bertrand le imprese competono attraverso la scelta del prezzo sulla base

della congettura che il prezzo dei concorrenti sia dato. Ogni impresa sceglie il prezzo (e quindi la

quantità vendibile a quel prezzo) sulla base delle sue aspettative o osservazioni sul prezzo praticato

dal concorrente.

Con un procedimento simile a quello usato nel modello di Cournot è possibile definire le funzioni di

reazione delle due imprese nel modello di Bertrand. Se le due imprese producono e offrono un

prodotto che appare agli acquirenti perfettamente omogeneo (quindi perfettamente sostituibile) è

evidente che la domanda di un'impresa sia positivamente o direttamente collegata al prezzo praticato

dall' altra impresa. Se l'impresa A si aspetta che l'impresa B fissi un prezzo basso, la sua reazione

razionale sarà di fissare anch'essa un prezzo basso. Se invece A congettura che B scelga un prezzo

elevato, la sua reazione razionale

sarà di fissare a sua volta un

prezzo elevato.

Nel modello di Bertrand (fig.

accanto tratta dal Begg Fisher), la

funzione di reazione della impresa

A [cioè la relazione tra prezzo

ottimale (Pa) e prezzo

congetturale(Pb))] è inclinata

positivamente. Anche la curva di

reazione della impresa B ha la

stessa caratteristica e se le due

imprese producono con identici e

costanti costi medi e marginali, le 2

funzioni di reazione hanno una

configurazione simmetrica. Date le

ipotesi del modello, l'unica

possibile situazione di equilibrio

88

del mercato è rappresentata dal punto di intersezione (E) delle due funzioni di reazione e quindi dalla

fissazione da parte delle due imprese di un prezzo uguale. Se Infatti le due imprese fissano prezzi

diversi, l'intera domanda di mercato si rivolgerà all'impresa che fissa il prezzo più basso e l'altra non

venderà nulla. Se invece le due imprese fissano lo stesso prezzo, per gli acquirenti è indifferente

acquistare dall'una o dall'altra ed è verosimile che ciascuna impresa tenda ad avere una quota di

mercato pari alla metà della quantità domandata.

Come nel modello di Cournot, anche nel modello di Bertrand l'equilibrio del mercato rappresenta

altresì un equilibrio di Nash del gioco competitivo tra i due concorrenti. Entrambe le imprese Infatti

non hanno alcun motivo di cambiare il prezzo. Tuttavia è facile verificare che l'equilibrio di Nash nel

Modello di Bertrand coincide con l'equilibrio perfettamente concorrenziale del mercato, ovvero

ciascuna impresa è in equilibrio quando fissa il prezzo uguale al costo marginale. Carattere del

Modello di Bertrand è verificabile dimostrando l'impossibilità del contrario. Se cioè l'impresa B fissa

un prezzo superiore al costo marginale, l'impresa A reagisce fissando un prezzo di poco inferiore a

quello del concorrente e quindi acquisisce l'intera domanda di mercato. Dal momento che l'impresa B

è perfettamente in grado di prevedere questo esito, ha come unica strategia razionale la fissazione di

un prezzo pari al costo marginale. Questo comportamento è razionale anche per l'impresa A, per cui

nel mercato si configura un equilibrio di Nash in cui nessuno dei competitori ha convenienza a

modificare le proprie scelte.

CONFRONTO TRA MODELLO DI COURNOT E IL MODELLO DI BERTRAND.

La struttura logico formale dei due modelli è simile perché in entrambi le imprese affrontano un gioco

competitivo di scelte simultanee, basate sulla congettura che il comportamento del rivale, per effetto

delle scelte compiute, non cambi. Tuttavia, il cambiamento della variabile oggetto di scelta strategica

(e di produzione nel modello di Cournot e il prezzo nel modello di Bertrand) provoca una rilevante

differenza nell'equilibrio del mercato.

Nel modello di Bertrand, l'equilibrio di Nash comporta che le imprese fissino un prezzo uguale al

costo marginale, cosicché l'offerta complessiva del settore è uguale a quella teorica di perfetta

89

concorrenza. Nel modello di Cournot, l'equilibrio di Nash implica la possibilità per le imprese di

fissare un prezzo superiore al costo marginale. Quindi, il settore duopolistico produce una quantità

inferiore e la vende a un prezzo superiore a quello di concorrenza perfetta. Se le due imprese

cooperano formando un cartello per lo sfruttamento monopolistico del mercato, la quantità prodotta

dal settore sarebbe ancora più ristretta e il prezzo più elevato.

L'equilibrio di Nash dipende dalle specifiche congetture che le imprese fanno in merito al

comportamento dei concorrenti. In generale, gli economisti ritengono più verosimile la competizione

ipotizzata dal modello di Cournot. Nella realtà, è difficile riscontrare imprese e settori oligopolistici

che operino, come ipotizza il modello di Bertrand, in modo simile a imprese e settori perfettamente

concorrenziali. Inoltre, l'ipotesi di Bertrand che le imprese considerino dati i prezzi praticati dai

concorrenti appare poco plausibile in mercati caratterizzati da continui e improvvisi cambiamenti dei

prezzi. Per contro, l'ipotesi di Cournot può essere interpretata nel senso che le imprese scelgano prima

la capacità produttiva e quindi fissino il prezzo. Dal momento che il cambiamento della capacità

(scala) produttiva richiede tempo e risorse, è sensato ipotizzare che le imprese considerino, nella scelta

del volume di produzione, come data la capacità dei concorrenti.

IL MODELLO DI VON STACKELBERG.

Nel modello di von Stackelberg una impresa duopolista (A) agisce come nel modello di Cournot,

scegliendo il volume di produzione o il prezzo, in funzione della scelta adottata dall'altra (B).

Quest'ultima, tuttavia, conosce la regola di comportamento del concorrente e ne anticipa la

conseguente reazione. Quindi, l'impresa A decide la quantità da offrire sul mercato o il prezzo,

tenendo conto dell'effetto che la sua decisione ha sulla scelta del concorrente B. L'impresa A beneficia

quindi del vantaggio della prima mossa. Il vantaggio della prima mossa consiste nella possibilità del

giocatore (che decide in anticipo rispetto al concorrente), di realizzare un profitto maggiore di quello

che potrebbe realizzare in condizioni di scelte simultanee. Se l'impresa A aumenta la propria capacità

produttiva, l'impresa B non può che prendere atto di questa decisione e reagire riducendo la sua

produzione. 90

TEORIA SUL COMPORTAMENTO DELLE IMPRESE MANAGERIALI DI BAUMOL

Nel momento in cui ci rendiamo conto che le imprese possono diversificare le loro attività di

investimento, ci rendiamo conto che diventa difficile poter immaginare che un unico imprenditore

possa gestire tante molteplici attività. Si afferma sempre più quindi la separazione tra proprietà e

gestione, tipica delle società per azioni.

Complicandosi la gestione, accanto al proprietario nasce il manager, colui che effettivamente gestisce

l’impresa. Se guardiamo la posizione di questo nelle S.p.A., il manager persegue interessi che

potrebbero essere in contrasto con quelli dei proprietari azionisti, però se studiamo la teoria

manageriale dell’impresa e in particolare prendiamo in considerazione BAUMOL, questo fornisce

un’analisi pluriperiodale, piuttosto che uniperiodale come i marginalisti. Valuta quale possa essere il

comportamento corretto del manager, che non può non tener conto delle aspirazioni del proprietario

azionista. Il manager deve mirare a raggiungere il massimo grado di espansione dell’impresa, ma

tenendo buoni gli azionisti. Quale è il loro obiettivo? Ottenere il dividendo. Quindi il manager deve

riuscire a coniugare massimo grado di espansione e livello minimo di profitto. Per fare ciò dobbiamo

tener presente il peso che ha il mercato di borsa, che ha un doppio ruolo: si attingono i capitali

attraverso cui il manager può realizzare i progetti di investimento che gli consentono di far crescere

l’azienda, ma è anche il mercato in cui le azioni acquistano o perdono valore. Il manager deve essere

attento a che il valore delle azioni non cada verso il basso, perché ciò potrebbe indurre gli azionisti a

disfarsene o potrebbe indurre azionisti esterni a generare scalate che vanno a modificare la

composizione del consiglio di amministrazione e quindi il manager potrebbe essere licenziato. 91

15. I MERCATI CONTENDIBILI.

Un mercato contendibile o di concorrenza potenziale è caratterizzato da libera entrata e libera uscita,

ossia da perfetta accessibilità.

LIBERA ENTRATA significa che tutte le prese, sia insediate nel mercato sia potenzialmente entranti,

hanno accesso alla stessa tecnologia, a gli stessi fattori di produzione e quindi operano con identiche

condizioni di costo. LIBERA USCITA implica che le imprese, una volta insediata nel mercato, non

siano frenate o impedite nell’uscita da costi irrecuperabili o da altri ostacoli di natura politico-sociale.

L’impresa che decide di uscire o disinvestire completamente dal settore deve quindi essere in grado

di recuperare il valore residuo degli investimenti realizzati sia in capitale fisico (impianti immobili,

ecc.) sia in capitale intangibile (conoscenze tecniche, avviamento ecc.).

Con lo sviluppo della globalizzazione dei mercati, i produttori esteri diventano potenziali entranti nei

mercati nazionali. Questa pressione crescente della concorrenza potenziale ha due effetti: innanzitutto

se i mercati nazionali sono caratterizzati da elevati profitti e poteri monopolistici, la concorrenza dei

produttori esteri può aumentare l'offerta e ridurre i prezzi. Nel caso estremo in cui le importazioni

siano attivate in tutti i mercati nazionali nei quali i prezzi interni sono superiori ai prezzi mondiali, la

globalizzazione è un fattore di promozione della competizione mondiale. In secondo luogo la

globalizzazione dei mercati aumenta la probabilità che le imprese estere localizzino impianti e reti

distributive nei mercati nazionali, ovvero accresce la possibilità di entrata di nuovi concorrenti. La

globalizzazione quindi è un fenomeno a due facce: da un lato, accresce la dimensione dei mercati e il

loro grado di apertura concorrenziale potenziale; dall'altro, aumenta il potere monopolistico delle

grandi imprese favorendo la loro espansione internazionale, consentendo loro di operare su scala

mondiale. La posizione competitiva delle imprese locali o nazionali diventa quindi sempre più debole.

La teoria dei mercati contendibili è controversa. Vi sono molti settori in cui le imprese sostengono

costi non recuperabili o nei quali le imprese entranti si trovano in condizioni di svantaggio nei costi

rispetto alle imprese insediate a causa di economie di esperienza che si acquisiscono solo dopo una

adeguata presenza nel mercato. In altri settori e mercati, sono le stesse imprese insediate a creare

barriere all'ingresso attraverso comportamenti finalizzati a disincentivarlo. 92

16. IL MERCATO DEI FATTORI PRODUTTIVI.

Per produrre una merce servono tre principali fattori produttivi: risorse naturali, lavoro e capitale.

Ogni fattore tende a generare un mercato, un luogo fisico o virtuale in cui convengono acquirenti e

venditori. Il mercato dei fattori produttivi funziona come quello dei prodotti: La domanda

incrociandosi con un'offerta più o meno rigida determina il prezzo e la quantità di equilibrio e cioè la

remunerazione e il livello di impiego dei fattori produttivi. La rendita, il salario e il profitto sono

rispettivamente le remunerazioni (i prezzi) delle risorse naturali, del lavoro e del capitale. La

DISTRIBUZIONE FUNZIONALE DEL REDDITO e la ripartizione del reddito tra i fattori che hanno

concorso alla sua realizzazione. La DISTRIBUZIONE PERSONALE del reddito e invece la ripartizione

del reddito tra i possessori dei fattori.

Il mercato dei fattori produttivi funziona come quello dei prodotti ma con una particolarità. La

domanda di fattori produttivi è connessa alla produzione di beni finali. Si tratta di una domanda

derivata. Il mercato dei fattori produttivi (input) è cioè connesso al mercato dei prodotti. Questo

complica enormemente il discorso. Possiamo immaginare un mercato concorrenziale dei fattori in

relazione a un mercato monopolistico o imperfettamente concorrenziale dei prodotti oppure

combinazioni intermedie, relative sia al mercato dei prodotti che a quello dei fattori. Un caso

particolare è rappresentato dal MONOPSONIO, cioè un mercato in cui la domanda (per esempio di

lavoro) è controllata da un'unica grande impresa.

Consideriamo il mercato dei fattori e dei prodotti, entrambi concorrenziali, e prendiamo in

considerazione i due principali input: Lavoro e capitale. Il mercato dei prodotti e concorrenziale

quando le imprese sono Price-Takers, cioè non hanno il potere di modificare il prezzo. Ugualmente i

mercati dei fattori sono concorrenziali quando nessun agente, acquirente o venditore, è in grado di

modificare il prezzo degli input.

IL MERCATO DEL LAVORO.

Nel mercato del lavoro domanda e offerta hanno un significato diverso da quello che assumono

solitamente nel linguaggio comune. Domandano lavoro le imprese (non i lavoratori), offrono lavoro i

lavoratori (non le imprese). Nel breve periodo una impresa impiega un capitale fisso e un certo

93

numero di lavoratori, puntando a produrre la quantità che massimizza il profitto cioè la quantità

corrispondente al punto in cui la curva del costo marginale interseca dal basso la retta del ricavo

marginale.

In linea di massima la domanda di lavoro viene effettuata dalle imprese ed è funzione indiretta del

salario reale. Dl = f (W/P) L’offerta di lavoro è invece funzione diretta del salario reale. Sl = f (W/P).

La teoria neoclassica della distribuzione del reddito specifica perché la domanda di lavoro sia

funzione indiretta del salario reale. Sappiamo che le imprese hanno per obiettivo sempre: la

massimizzazione del profitto (che si ha quando è massima la differenza tra ricavo totale e costo totale,

ossia per la quantità di merce per cui il ricavo marginale è uguale al costo marginale). Possiamo

massimizzare il profitto non solo individuando la quantità di merce, ma anche la quantità di imput

per cui quella produzione viene realizzata.

In un mercato di concorrenza perfetta sappiamo che l’impresa non può agire sul Prezzo, che è dato

Per cui abbiamo che il prodotto (Y) è funzione di K e L (cioè del fattore n dimensionale K e del fattore

lavoro). Quindi Y varia al variare del fattore lavoro. Possiamo allora dire che:

il ricavo totale è uguale a P × Y = P × f(L) 31

- il costo totale (CT) invece è dato da costi fissi (CF) più costi variabili (CV): se abbiamo una

- funzione di produzione come quella descritta, il costo variabile (CV) è dato dal salario per i

lavoratori, quindi al posto di CV posso scrivere il salario reale. Per cui potremo scrivere che

CT = CF + CV = CF + W×L (W sta per salario, L per lavoro).

Per cui la formula del profitto diventerebbe: Π = P × f (L) – CF – W ×L. Per una impresa perfettamente

concorrenziale varrà allora l’equazione W/P =MP , cioè una impresa, mirante al massimo profitto,

L

deve scegliere la quantità di lavoro da impiegare nel processo produttivo che garantisce l’uguaglianza

tra il saggio salariale reale (W/P) e il prodotto marginale fisico del lavoro (MP ) .

32

L

Cioè è uguale al prezzo moltiplicato per il prodotto ed è uguale al prezzo moltiplicato per la funzione del

31

lavoro

il prodotto marginale fisico del lavoro (MP ), è l’incremento di produzione che l’impresa può

32 L

realizzare con l’impiego di una unità in più di lavoro. 94

LA DOMANDA DI LAVORO

DELLA SINGOLA IMPRESA.

In linea di massima la domanda

di lavoro viene effettuata dalle

imprese ed è funzione indiretta

de salario reale. Scriveremo

allora che Dl = f (W/P). Perché

la domanda di lavoro è funzione

indiretta del salario reale?

La domanda di lavoro aumenta se aumenta il valore della produttività marginale del lavoro (MP ) e/o

L

se si riduce il salario. La produttività marginale del lavoro come varia al variare del fattore lavoro

impiegato (L)? in maniera decrescente. Se il mio obiettivo è la massimizzazione del profitto, dovrò

tenere necessariamente in conto che più dosi di fattore impiego, più il rendimento diminuisce.

L’impresa allora impiegherà fattore di lavoro aggiuntivo se per ogni unità aggiuntiva paga un P

minore della precedente. Per questo la funzione di domanda del lavoro, ponendo il salario reale (cioè

w/p) in ordinata e la domanda di lavoro in ascissa, è funzione indiretta.

Come passiamo alla domanda del fattore dell’intero mercato? La domanda di lavoro dell’intero

mercato non è, come la domanda di beni finali, la somma orizzontale delle domande individuali.

Infatti una riduzione del salario aumenta la domanda di lavoro della singola impresa ma

contemporaneamente provoca una riduzione del costo marginale e un aumento dell'offerta del bene

finale. Immaginiamo che il prezzo dell’imput sia indotto a variare perché nel mercato del bene

aumenta l’offerta, o che alla riduzione del salario reale aumenti la domanda del fattore lavoro,

dovremmo ritenere che data l’esistenza di contratti completi e informazione perfetta, tutte le imprese

possano godere di questa riduzione del salario reale, quindi tutte aumenterebbero l’impiego del

fattore lavoro, quindi la quantità di merce prodotta. Il livello di P diminuisce. Varia anche la

Produttività marginale fisica del lavoro (MP ). Se l’impresa fronteggiava una determinata curva di

L

MP , ora che P è diminuito, ne fronteggia una più bassa. Non posso allora parlare di una

L

individuazione della domanda del mercato del fattore lavoro per somma orizzontale. Ma possiamo

95

ritenere che per la domanda del mercato del fattore lavoro valgano tutte le considerazioni fatte a

livello di singola impresa e quindi è funzione indiretta del salario reale.

OFFERTA DI LAVORO.

L’offerta di lavoro proviene dai lavoratori che cedono l’unica merce che hanno a disposizione, la loro

forza lavoro. Saranno disponibili ad aumentare la cessione di questa merce se le unità di moneta in

cambio aumentano. Quindi tra OFFERTA e SALARIO c’è una relazione diretta.

Nello specifico però, analizzando il comportamento del singolo lavoratore, dobbiamo confrontare la

distribuzione del tempo a disposizione del lavoratore che egli destina parte al lavoro e parte al tempo

libero. Riconoscendo che un’ora in più destinata al lavoro si traduce in un introito, mentre un’ora in

più al tempo libero in una spesa. Qualora il prezzo orario (l’unità di salario), tendesse ad aumentare,

saremmo portati a ritenere che il lavoratore aumenti la sua offerta di lavoro. Nella realtà parlare di

una variazione nel salario significa analizzare la relazione tra prezzo del lavoro e offerta di lavoro.

Quindi diciamo che l’offerta è sottoposta ad un EFFETTO PREZZO, anche qui scindibile in EFFETTO

REDDITO e EFFETTO SOSTITUZIONE. Ora, al crescere del salario, la cessione di una unità

aggiuntiva di fattore lavoro, induce ad un aumento dell’introito economico, se rinunciassi a lavorare

ad un’ora in più sopporterei un costo aggiuntivo. Di regola, per l’effetto sostituzione, dovrei sempre

sostituire il bene più costoso con quello meno costoso, quindi la regola indurrebbe a ritenere che

aumenta l’offerta di lavoro. Però il lavoratore è sottoposto anche ad un effetto reddito, perché quando

il salario aumenta, il lavoratore può ritenere che la cessione di ore che ha fornito gli consenta un livello

complessivo di reddito tale per cui potrebbe (nonostante il bene “tempo libero” sia relativamente più

costoso), destinare quel maggior reddito più alla rinuncia ad un’ora di lavoro e all’acquisizione di

un’ora di tempo libero. A seconda del prevalere di un effetto sull’altro, la legge sarà o meno

confermata. Possiamo dire che per bassi livelli di salario, prevale l’effetto sostituzione (cresce il salario,

cresce l’offerta di lavoro); raggiunto un certo livello di salario, che varia da individuo a individuo,

l’effetto reddito prevale, dando luogo ad un effetto prezzo per cui cresce il salario e l’offerta

diminuisce. La funzione individuale di offerta del fattore lavoro si presenterebbe con una soglia di

96

salario (W/P)’, raggiunta la quale, un individuo preferirà destinare un’ora aggiuntiva al tempo libero

piuttosto che al lavoro, in quanto al di là di tale soglia prevale l’effetto reddito.

Se invece volessimo riferirci all’intera compagine di lavoratori, dovremmo ritenere che in media ogni

lavoratore aumenterà l’offerta di lavoro al crescere del salario. L’OFFERTA COMPLESSIVA sarà

invece sempre rappresentata da una funzione inclinata positivamente. Questa funzione deriva dai

punti di tangenza tra le curve di indifferenza del lavoratore, costituite da combinazioni

quantitativamente diverse, di tempo da destinare a lavoro e tempo libero, e dalla tangente con il

vincolo di bilancio, la cui pendenza sarà rappresentata dal tasso di salario.

L’insieme dei punti di tangenza darà luogo a questa funzione. A livello collettivo si parla di relazione

diretta tra salario reale e offerta di lavoro. Se sovrapponiamo la FUNZIONE DI DOMANDA

COLLETTIVA delle imprese, questo mercato raggiungerà equilibrio ad un tasso di salario (W*) per

un livello di parità tra domanda e offerta.

È un mercato nel quale sussiste squilibrio ove esistessero lavoratori che non vogliono lavorare a quel

tasso di salario e si determinerebbe la DISOCCUPAZIONE VOLONTARIA.

Quindi questo implica che per un

qualsiasi livello di salario per il quale

l’OFFERTA DI LAVORO È MAGGIORE

della domanda, l’offerta eccedente sarà

spiegata dalla volontarietà del non

accesso al mercato al prezzo di salario.

Questo mercato dice che se ad un dato

livello di salario siamo in presenza di

un’offerta maggiore della domanda, potrà

essere assorbita solo se il salario

diminuirà. Se ad un determinato livello di salario abbiamo un ECCESSO DI DOMANDA invece, si

dovrà aumentare il salario. È un mercato che trova sempre il suo equilibrio grazie alle variazioni del

salario. Quindi da questo abbiamo compreso che la struttura del sistema neoclassico è una struttura

grazie alla quale ogni mercato trova equilibrio grazie alla flessibilità dei prezzi. 97

Nel mercato del lavoro esiste un punto di EQUILIBRIO, ossia l’intersezione tra la curva della

domanda di lavoro e la curva dell’offerta di lavoro, in cui la domanda di lavoro è uguale all’offerta

di lavoro (SALARIO di EQUILIBRIO). Keynes affermava che esiste un livello minimo al di sotto del

quale il salario monetario NON può scendere perché i sindacati non lo permetterebbero. Per cui in

questa ipotesi, può essere difficile raggiungere la piena occupazione delle risorse, perché i sindacati

impediranno che il salario scenda ulteriormente, quindi i restanti disoccupati non verranno assunti.

Per Keynes la piena occupazione va raggiunta non diminuendo i salari, ma facendo aumentando la

domanda di beni e servizi, tramite la politica fiscale espansiva (qui prenderemo in considerazione la

funzione del consumo e la teoria del moltiplicatore).

17. L'INFORMAZIONE E IL RISCHIO

La asimmetria informativa è una delle tre fondamentali imperfezioni che distinguono la struttura

informativa in cui gli agenti si trovano a operare. Le altre due sono l'incertezza delle informazioni e la

incompletezza delle informazioni. L'informazione è la fondamentale risorsa immateriale della

economia postmoderna. Diversi possono essere i conflitti che sorgono dalla imperfezione, dalla

asimmetria, dalla incertezza e dalla incompletezza dell'informazione.

Naturalmente la parte che possiede meno informazioni, cioè la parte che si trova in una condizione di

svantaggio informativo, intende ovviare a questo deficit o diminuire le conseguenze negative della

asimmetria. Questo agente intraprenderà quindi un'attività di ricerca di informazioni.

Lo svantaggio/ vantaggio informativo può riguardare:

(prima della stipula del contratto) una informazione tenuta nascosta da una parte stipulante

- (opportunismo precontrattuale)

(dopo il contratto) una azione tenuta nascosta o un rischio morale (opportunismo post

- contrattuale).

Per risolvere la asimmetria informativa e il conseguente rischio di opportunismo si ricorre al contratto.

Un'importante modello è costituito dal cosiddetto contratto principale-agente, dove:

- il principale propone il contratto e può possedere poche informazioni sulla qualità dell'agente

98

- l' agente accetta o rifiuta il contratto e può possedere un corredo di informazioni superiore a

quello del principale

Per superare la asimmetria informativa, l'economia dell'informazione propone diverse

possibili soluzioni (oltre al modello contrattuale principale-garante):

1) un metodo è la SEGNALAZIONE, cioè un'attività di comunicazione da parte di un agente che

possiede maggiori informazioni e si rivolge a uno o più agenti con minori informazioni. Il

vantaggio informativo di un agente può essere di due tipi: ASSOLUTO (cioè e possiede una

maggiore quantità e qualità di informazioni su tutte le caratteristiche in atto bene rispetto

all'altro agente); RELATIVO (un agente possiede una maggiore quantità e qualità di

informazioni su determinate caratteristiche di un bene rispetto all'altro agente, il quale ha un

vantaggio informativo sulle caratteristiche rimanente del bene.

2) un altro metodo è la SELEZIONE, cioè una attività comunicativa condotta dalla parte che

possiede minori informazioni al fine di spingere la controparte (con vantaggio informativo) a

rivelare le informazioni nascoste in modo tale da auto selezionarsi. Un esempio classico deluso

dell'attività di selezione lo si trova nel mercato assicurativo. La compagnia assicuratrice

propone un mix di polizze all'ipotetico assicurato, il quale, grazie alla scelta della tipologia

della polizza in linea con la propria funzione di utilità, manifesta alla compagnia il proprio

grado di rischiosità (l'informazione rilevante in questo caso) e quest'ultima può quindi alla fine

differenziare il prezzo della polizza.

La asimmetria informativa si sostanzia nel azzardo morale e nella selezione avversa.

IL RISCHIO (o AZZARDO) MORALE.

Il rischio morale consiste nell'uso opportunistico post contrattuale di informazioni private per

scaricare il rischio di un evento sulla parte meno informata di un contratto. Pensiamo al caso di una

società di assicurazione che offra polizze contro il furto dell'Automobile a prezzi relativamente bassi.

Questa possibilità può essere almeno parzialmente compromessa comportamento opportunistico

99

degli assicurati dopo la stipulazione del contratto. Qual è Infatti il probabile comportamento del

proprietario di un'automobile che sei tutto in un ristorante ricordi di aver lasciato la vettura aperta?

Se il proprietario sa di essere pienamente coperto contro il furto dell'automobile, è verosimile che non

si affretti a chiudere l'auto, accrescendo in questo modo il rischio di furto. Il fenomeno del rischio

morale rende più costose le polizze di assicurazione contro il rischio e riduce le possibilità o la

convenienza dell'individuo ad assicurarsi contro gli eventi rischiosi. Per limitare questo fenomeno, le

società di assicurazione possono ricorrere a strumenti contrattuali come le polizze con franchigia,

prevedono un risarcimento limitato a una prefissata e limitata percentuale del danno totale, derivante

da un evento rischioso come l'incendio di una casa o il furto di un'automobile. In questo modo le

società di assicurazione si assumono la maggior parte del rischio ma ne scaricano una parte sugli

assicurati, che quindi sono incentivati a non adottare comportamenti opportunistici.

LA SELEZIONE AVVERSA.

La selezione avversa o selezione negativa si verifica quando gli agenti utilizzano opportunisticamente,

prima della stipulazione di un contratto, il vantaggio informativo di cui dispongono rispetto alla

controparte. Coloro che stipulano i contratti sono clienti di qualità inferiore (rischiosità Superiore)

rispetto a quella media della popolazione di riferimento.

Pensiamo allora alle POLIZZE CONTRO LE MALATTIE, i cui prezzi sono stabiliti a partire da

statistiche relative ai tassi di mortalità della popolazione nel suo complesso o per classi di età. Le

persone che non fumano e non consumano alcol sanno di avere un’aspettativa di salute e di vita

superiore alla media e valutano quindi non conveniente stipulare polizze contro le malattie e la morte.

Per contro, le persone che fumano e consumano molti alcolici sono consapevoli di avere un’aspettativa

di salute e vita inferiori alla media e considerano conveniente stipulare polizze con un prezzo elevato

ma commisurato al rischio medio di malattia e di morte.

Le società di assicurazione non sono in grado, al momento della stipula della polizza, di identificare

a quale categoria di rischio appartengono i singoli assicurati, ma sanno comunque che l'offerta di

polizze, il cui prezzo sia basato sui tassi medi di rischio di malattia di morte, attrae tendenzialmente

solo le persone ad alto rischio. Le persone e le polizze a basso rischio tendono quindi a SCOMPARIRE

dal mercato assicurativo. Un rimedio alla selezione avversa, nell'esempio preso in considerazione, è

100

rappresentato dalla possibilità per i potenziali assicurati di dimostrare, attraverso esami clinici, la loro

appartenenza a una bassa classe di rischio di malattia o morte. Ci sono poi altri esempi di SELEZIONE

AVVERSA 33

18. L’OTTIMO PARETIANO

Per ottimo paretiano si intende quella allocazione delle risorse in base alla quale non è possibile

migliorare la situazione di un soggetto senza peggiorare la situazione di un altro soggetto. Esiste al

livello del singolo ed esiste al livello dell’intera comunità, sia dal lato della produzione che dal lato

del consumo, perché esiste un’ottima allocazione dei fattori della produzione e un’ottima allocazione

dei beni.

L’ottimo paretiano, nella teoria del consumatore è espresso proprio dal livellamento delle utilità

marginali ponderate, che è quella condizione nella quale il consumatore ha massimizzato.

OTTIMO RELATIVO ALLA PRODUZIONE (FRONTIERA DELLE POSSIBILITÅ PRODUTTIVE)

Abbiamo dunque l’ottimo paretiano relativo alla produzione che può essere rappresentato mediante

l’uso della FRONTIERA DELLE POSSIBILITÀ PRODUTTIVE, che è il luogo geometrico dei punti

per combinazioni di beni, quantitativamente diversi, tali per cui per ogni data quantità prodotta del

Famoso è l’esempio del mercato dei BIDONI di HAKERLOF, relativo al mercato delle auto usate:

33

sul mercato dell'usato sono presenti auto di buona qualità e una certa percentuale di bidoni.

Chi vende l'auto di buona qualità richiede un prezzo supponiamo di 1000, mentre chi vende l'auto

di cattiva qualità richiede un prezzo di 400. Chi compra non ha modo di sapere se l'auto è di buona

o cattiva qualità, e tenderà a scontare il prezzo per far fronte al cattivo affare, dunque il prezzo medio

delle auto usate è 700. Ma chi vende un’auto di buona qualità non ha interesse a venderla al prezzo

di 700 perché ci perderebbe, dunque sul mercato rimango progressivamente solo le auto di cattiva

qualità vendute a un prezzo superiore al loro valore.

Questo è un esempio di asimmetria informativa che porta a una selezione avversa, ovvero quando

una parte ha più informazioni rispetto a un'altra l'acquirente tenderà a scontare dal prezzo il valore

dell'informazione di cui non è in possesso, ma questo fa uscire dal mercato chi vende auto di buona

qualità. 101

bene X1 è possibile individuare la quantità massima producibile dell’altro bene X2 (e viceversa).

L’intercetta sull’asse delle ascisse ci dice qual è la quantità massima producibile del bene X2 se niente

produco del bene X1 (l’intercetta dell’asse delle ordinate ci dice invece qual è la quantità massima

producibile del bene X1 se niente produco del bene X2). Per cui lungo la curva individuo la quantità

massima producibile di un bene per ogni data quantità prodotta dell’altro bene, dati i fattori della

produzione.

L’ottima allocazione dei fattori della produzione ci porta all’ottima produzione dei beni X1 e X2.

Quando le produttività marginali ponderate dei fattori sono eguali tra loro, il produttore ha

raggiunto la posizione di equilibrio, ossia il punto di tangenza tra la curva di trasformazione (o

frontiera delle possibilità produttive che dir si voglia) e l’ISORICAVO (noto il prezzo del bene X1 e

X2 costruiamo l’ISORICAVO che è dato dal rapporto tra i prezzi dei ben, quindi è data dalla

combinazione dei due beni che danno luogo allo stesso ricavo).

Tutti i punti che sono situati sulla FRONTIERA sono possibili ed efficienti, conseguentemente un

punto efficiente è un punto in cui non è possibile aumentare la produzione di un bene senza

diminuire quella di un altro bene. (NB. I punti che si trovano al di sopra della frontiera

rappresentano combinazioni producibili con un ammontare di risorse superiore a quello disponibile;

punti al di sotto della frontiera rappresentano combinazioni inefficienti) . 102

SCATOLA DI EDGEWORTH.

L’ottimo paretiano relativo allo SCAMBIO, può essere rappresentato mediante la scatola di

EDGEWORTH. In questo caso si suppone che i consumatori siano DUE, che ci siano DUE BENI, che

vi sia un certo REDDITO e che siano noti i PREZZI dei beni. Noto il comportamento del consumatore

Tizio e di Caio (graficamente espressi con il sistema delle curve di indifferenza per i beni A e B di

Tizio e Caio), noto il vincolo di bilancio di entrambi, facciamo ruotare di 180° l’espressione grafica

di Caio che si confronta con quella di Tizio, per cui le curve di indifferenza di entrambi si

intersecheranno e si tangeranno. Ogni punto situato all’interno della scatola rappresenta una certa

distribuzione dei due beni tra Tizio e Caio. Il punto situato al centro rappresenta invece una

distribuzione perfettamente egualitaria dei due beni tra Tizio e Caio.

Qualunque punto di

intersezione tra la curva di

indifferenza di Tizio e una

curva di indifferenza di Caio

NON è un punto di ottimo

paretiano perché da esso ci si

può spostare avvantaggiando

uno senza danneggiare l’altro.

Qualunque punto di tangenza

tra una curva di Tizio e una

curva di Caio è un punto di ottimo paretiano perché da esso non è possibile spostarsi senza

danneggiare l’altro.

Congiungendo tutti i punti di contatto otteniamo la CURVA DEI CONTRATTI che è costituita dai

punti che vengono raggiunti mediante gli scambi volontari tra i due individui. Infatti gli individui

si sposteranno dai punti di intersezione e mediante gli scambi raggiungeranno i punti di contatto

dai quali non si sposteranno, perché nel punto di tangenza lo scambio non è più conveniente per

entrambi. 103

19. ECONOMIA DEL BENESSERE. Le DUE LEGGI del TEOREMA DEL

BENESSERE (detti anche i due teoremi del benessere).

L’ECONOMIA del BENESSERE è la branca dell’economia che si occupa di problemi normativi e il

suo fine non è descrivere come l’economia funzioni ma come possa funzionare al meglio.

I due teoremi dell’economia del benessere definiscono le condizioni alle quali un sistema, coordinato

esclusivamente da mercati concorrenziali, è in grado di assicurare l’efficienza e l’equità. La nozione

di efficienza utilizzata è quella che corrisponde all’ottimo di Pareto, mentre la nozione di equità è

lasciata volutamente indeterminata.

Primo teorema. La prima legge (o primo teorema) dell’economia del benessere postula che, se nel

sistema economico ci sono le condizioni di concorrenza pura, si realizza automaticamente una

situazione di ottimo paretiano.

La concorrenza induce le imprese a utilizzare i fattori produttivi in modo efficiente e quindi fa

ottenere nel sistema economico il massimo volume possibile di produzione di beni e servizi. In

concorrenza pura il prezzo di ciascun bene o fattore produttivo (visto che è determinato

dall'equilibrio tra la domanda e l'offerta di quel bene o fattore) ne misura la scarsità. Se il bene è

scarso (domanda superiore all'offerta), il prezzo sarà alto, se invece è abbondante il prezzo sarà

basso. Quindi i prezzi, misurando la scarsità relativa delle risorse produttive. ne assicurano l'uso

efficiente, perché inducono le imprese a usare con maggiore parsimonia le risorse scarse e con

minore parsimonia quelle abbondanti. Si ottiene in questo modo il massimo volume possibile di

produzione, per cui si ha una situazione di efficienza produttiva (cioè ottimo paretiano dal punto di

vista produttivo). Queste considerazioni sono valide solo per un regime di concorrenza pura, perché

solo in questo caso i prezzi delle risorse produttive riflettono la loro scarsità (una risorsa pur

abbondante può infatti avere un prezzo alto se la sua offerta è controllata da un monopolista o da

pochi oligopolisti). Insomma possiamo dire che l'allocazione dell'equilibrio del mercato in

concorrenza perfetta è Pareto-efficiente e l'equilibrio del mercato è quello walrasiano dove

l'eguaglianza tra domanda e offerta è assicurata unicamente dai prezzi). 104

La concorrenza fa anche in modo che la composizione del prodotto nazionale sia determinata dalle

preferenze dei consumatori e quindi realizza pienamente l'ottimo paretiano (infatti se i consumatori

domandano patate, le imprese agricole producono patate, se domandano carote produrranno carote

ecc...).

Secondo teorema. Il secondo teorema stabilisce che ogni specifico ottimo di Pareto può essere

realizzato da mercati concorrenziali in equilibrio, a condizione che gli individui entrino nei vari

mercati con dotazioni appropriate delle varie risorse. Questa condizione dovrebbe essere assicurata

dallo Stato, il quale utilizzerebbe, a questo scopo, un sistema di trasferimenti e di imposte in somma

fissa che non induca distorsioni nei comportamenti e, quindi, non interferisca con l’efficiente

funzionamento dei mercati. Il teorema, nell’interpretazione prevalente, segnerebbe una chiara

ripartizione dei compiti tra Stato e mercati: il primo definisce le dotazioni iniziali in coerenza con gli

obiettivi di equità e senza distorcere l’operatività dei mercati; i secondi – liberi da ogni interferenza

– assicurano l’efficienza. Un’importante implicazione è che lo Stato non deve intervenire sui prezzi

allo scopo di avvantaggiare le fasce più deboli della popolazione: il teorema indica una strada

alternativa in grado di assicurare lo stesso risultato di equità, ma nel rispetto dell’efficienza.

Anche il secondo teorema (come il primo) richiede precise condizioni, di difficile realizzazione,

rispetto non soltanto alle funzioni di produzione e di utilità, ma anche alla disponibilità da parte

dello Stato dei mezzi e soprattutto delle informazioni sui singoli agenti, necessarie per attuare la

redistribuzione coerente con l’equità. Queste circostanze, unite al fatto che entrambi i teoremi

perdono di validità in presenza di esternalità e beni pubblici, o di importanti innovazioni

tecnologiche, o di interdipendenze nell’utilità dei consumatori, fanno sì che essi siano di limitata

applicabilità alla realtà concreta. Tuttavia essi costituiscono, oltre che l’esito di un rigoroso

programma di ricerca nell’ambito dell’equilibrio economico generale, importanti punti di

riferimento per l’individuazione di soluzioni efficienti ed eque, che siano tendenzialmente anche

realizzabili. 105

MACROECONOMIA

20. CONTABILITÀ NAZIONALE.

Il PIL (prodotto interno lordo) è il valore del flusso dei beni e dei servizi finali prodotti da una

collettività in un determinato periodo di tempo che di solito è un anno. Dalla produzione vendibile

lorda in cui si moltiplica ogni bene prodotto per il rispettivo prezzo, va dedotto il costo materie

prime e servizi e si ottiene il PIL ai PREZZI di MERCATO. Per ottenere invece il PIL al COSTO dei

FATTORI sottraiamo le imposte indirette e aggiungiamo i contributi alla produzione. In questo

sistema vengono prodotti BENI di CONSUMO e BENI di INVESTIMENTO. Se dal PIL sottraiamo

gli ammortamenti, otteniamo il PIN (Prodotto in terno netto).

I beni di consumo si distinguono in due categorie: durevoli (automobili ecc..) e NON durevoli. Le

imprese per produrre siffatti beni, si servono dei servizi d’uso del fattore lavoro dalle famiglie; le

famiglie a loro volta spendono in beni e servizi prodotti dalle imprese quanto incassato. Per cui se il

sistema economico fosse costituito da due soli operatori economici, il sistema sarebbe in grado di

autoriprodursi. Ma come sappiamo il sistema economico è composto da 4 operatori economici: (oltre

a Impresa e Famiglia), Pubblica Amministrazione e Resto del mondo. Per cui dobbiamo tener conto

che ad acquistare beni e servizi ci sono anche loro.

Infatti la Pubblica Amministrazione riscuote le imposte, fornisce servizi non destinabili alla vendita

perché sono servizi per il quale non si determina un prezzo di mercato ed effettua i trasferimenti

(contributi) alle famiglie e alle imprese. Il quarto operatore è il resto del mondo, infatti la collettività

importa ed esporta, Se l’ammontare dei beni e servizi prodotti (l’offerta) è UGUALE all’ammontare

dei beni e servizi domandati (domanda), il settore reale sarà in equilibrio solo se l’investimento è

uguale al risparmio (garantito dal tasso di interesse).

Il PNL (Prodotto Nazionale Lordo) è il valore di tutti i beni e servizi prodotti da una collettività, cioè

da tutti i soggetti RESIDENTI in un Paese, sia che operino in Italia sia che operino all’estero. Per

tanto il PNL è dato dal PIL + i REDDITI netti provenienti dall’estero. Se dal PNL sottraiamo gli

ammortamenti, otteniamo il PNN (cioè il Prodotto Nazionale Netto). Il RNL (Reddito Nazionale

Lordo) è costituito dalla somma di tutti i redditi percepiti dai soggetti che hanno partecipato al

106

processo produttivo nell’anno considerato, quindi il valore della produzione corrisponde sempre al

valore dei redditi distribuiti (PNL = RNL). Il RNN (il Reddito nazionale Netto) è costituito dalla

somma delle spese sostenute per l’acquisto dei beni di consumo, più le spese sostenute per l’acquisto

dei beni di investimento, più le spese della Pubblica amministrazione, più le esportazioni nette (Y =

C + I + G + X -M).

Il reddito Nazionale può essere calcolato a PREZZI CORRENTI, cioè moltiplicando le quantità

prodotte in un anno per i rispettivi prezzi di quell’anno e facendo la somma; oppure a PREZZI

COSTANTI, ottenuto moltiplicando le quantità prodotte in un anno per i prezzi di un altro anno

(detto anno base) e facendo la somma. Il REDDITO DISPONIBILE è quella parte del reddito

nazionale a disposizione degli individui per essere speso o risparmiato. Ed è uguale al reddito

nazionale lordo, meno i tributi (imposte indirette), più i contributi.

La DOMANDA GLOBALE e l’OFFERTA GLOBALE sono la domanda e l’offerta di tutti i beni e

servizi in un sistema economico. La domanda globale di un sistema economico è espressa da una

domanda in beni di consumo (C), da una domanda di beni di investimento (I), da una domanda del

settore pubblico (G), da una domanda del resto del mondo (X-M). Le componenti autonome di

questa funzione sono le ESPORTAZIONI e la SPESA PUBBLICA. Quando la domanda globale è

inferiore all’offerta globale, i prezzi dei beni diminuiscono e ciò determina un aumento delle quantità

domandate e una riduzione dell’offerta, finché non si raggiunge un livello di prezzi di equilibrio, tali

da eguagliare la domanda e l’offerta globale. Il contrario avverrà quando la domanda globale supera

l’offerta globale, per cui i prezzi dei beni aumentano e ciò determina una diminuzione delle quantità

domandate e un aumento dell’offerta, finché non si raggiunge un livello di prezzi di equilibrio per

cui domanda globale e offerta globale si eguagliano) .

34

Il REDDITO MONETARIO è la quantità d moneta che un soggetto dispone in un dato periodo, il

REDDITO REALE è la quantità di beni e servizi che un soggetto può acquistare con il reddito

La TEORIA classica della occupazione si basa sulla cd. LEGGE di SAY (Legge degli sbocchi), secondo la quale

34

l’OFFERTA crea la propria DOMANDA. Le imprese sunque possono vendere tutto quello che producono,

perciò esse producono quanto più è possibile date la capacità produttiva di cui dispongono, perché in questo

modo rendono massimi i propri profitti. Quindi livelli di produzione e di occupazione dipendono soprattutto

dalla capacità produttiva disponibile. Lo schema classico quindi si reggeva sulla legge di Say per la quale

l’OFFERTA di beni non avrebbe superato la domanda poiché il meccanismo domanda-offerta globale sarebbe

stato sempre in equilibrio. Questo equilibrio si verifica sempre in corrispondenza del livello del reddito

potenziale. 107

monetario. Il livello del reddito reale dipende dal livello del reddito monetario e dal livello dei prezzi

dei beni.

21. BILANCIO DELLO STATO

Il bilancio dello Stato si compone di uscite e entrate.

Le USCITE vanno distinte in uscite di parte corrente e in conto capitale. Esse sono rivolte alla

erogazione di quei servizi che la p.a. può produrre in proprio o acquisire da altri. In ogni caso sostiene

spese. Circa il 90% rappresenta le spese per il personale della p.a.. Sempre tra le uscite di parte corrente

vanno considerati i trasferimenti alle altre amministrazioni, nonché i trasferimenti alle famiglie.

L’ammontare delle entrate – uscite di parte corrente, al netto della spesa sostenuta per il pagamento

degli interessi sui titoli del debito pubblico, costituisce l’avanzo primario.

Se si spende più di quanto si incassa, per continuare a fornire servizi bisogna indebitarsi. Fino a

quando il PIL è cresciuto in modo da sostenere il debito pubblico non è un problema, ma se PIL smette

di crescere, quel debito pubblico non è sostenibile e si rischia la non solvibilità, i titoli emessi dal tesoro

italiano non avevano credibilità nel 2008, poiché si temeva che non fossero rimborsati alla scadenza.

Nell’ottica neoclassica un bilancio dello Stato non in pareggio non è pensabile, perché se ogni

operatore è razionale, ottimizza l’allocazione delle risorse, lo Stato non deve intervenire

nell’economia, resta solo un erogatore di servizi. Il suo bilancio è sempre in pareggio.

Supponiamo che si aumentino le entrate, il ruolo di p.a. è di erogatore di servizi per i quali non si

forma un prezzo di vendita, che concorre alla formazione del PIL attraverso il valore aggiunto. Per

produrre beni e servizi sostiene delle spese. Ha un personale, quindi partecipa col valore aggiunto

sotto forma di reddito distribuito alla collettività.

[volendo dire in modo più sintetico] 108

Il Bilancio illustra le tipologie della spesa per beni e servizi che il Governo intende acquistare durante

un futuro periodo di tempo (solitamente un anno solare), l'ammontare dei trasferimenti e le modalità

di finanziamento del bilancio stesso. La fonte principale delle entrate solitamente è costituita dalle

imposte. Quando le spese eccedono le entrate abbiamo un deficit di bilancio, quando le entrate

superano le uscite abbiamo un surplus o avanzo di bilancio.

22. SPESA AGGREGATA: IL CONSUMO.

LE COMPONENTI DELLA SPESA AGGREGATA.

In assenza del settore pubblico e del settore estero, le componenti della domanda aggregata o spesa

aggregata per beni e servizi sono la spesa per i beni di consumo delle famiglie e la spesa per beni di

investimento delle imprese. Scriveremo allora che la domanda aggregata(AD) è uguale a C + I (cioè

alla spesa per beni di consumo + la spesa per investimenti).

IL CONSUMO.

Le famiglie acquistano beni e servizi utilizzando una parte del reddito disponibile. Il reddito

disponibile è il reddito che le famiglie ricevono dalle imprese, a cui bisogna sommare quello che le

famiglie ricevono dallo Stato sotto forma di trasferimenti e sottrarre le imposte dirette pagate allo

Stato. In pratica è il reddito netto che le famiglie hanno a disposizione per il consumo e per il risparmio.

In assenza dell'intervento dello Stato, il reddito disponibile mentre il reddito ricevuto dalle imprese,

quale compenso per fattori produttivi forniti alle imprese. Dato un certo reddito disponibile, ogni

famiglia deve decidere come suddividere questo reddito tra consumo e risparmio. La decisione di una

determinata famiglia non è necessariamente la decisione di tutte le altre famiglie. Molti fattori

influenzano il consumo è il risparmio di ogni famiglia e dunque il livello complessivo del consumo

nazionale del risparmio nazionale. 109

LA FUNZIONE DEL CONSUMO.

La funzione del consumo mostra il livello della spesa per beni di consumo a seconda del livello del

reddito disponibile. Insomma la Funzione del CONSUMO analizza la relazione tra il consumo e il

reddito

- Per i NEOCLASSICI il CONSUMO è funzione inversa del TASSO DI INTERESSE, mentre il

RISPARMIO è funzione diretta del TASSO DI INTERESSE.

- Secondo KEYNES il consumo è funzione diretta del reddito, all’aumentare del reddito il

consumo cresce. Tuttavia Keynes sostiene che all’aumentare del reddito, il consumo cresce in

maniera meno che proporzionale, perché il

soggetto non destina tutto l’incremento del

reddito al consumo, ma in parte anche al

risparmio (scriveremo allora che ΔY=ΔC+ΔS).

Per capire come cresce dobbiamo fare

riferimento alla PROPENSIONE

MARGINALE AL CONSUMO , la quale è

misurata dal rapporto tra la variazione del

consumo rispetto alla variazione del reddito

(ΔC/ΔY), ed esprime l’aumento che registra il

consumo di un individuo quando il suo

reddito aumenta di un’unità

Essa (propensione marginale al consumo)

viene espressa con “c” (c minuscolo) ed è

compresa tra 0 e 1: se è maggiore di zero, significa che al variare del reddito il consumo varia nello

stesso segno (quindi al crescere del reddito il consumo cresce); se è minore di 1, significa che al

crescere del reddito il consumo cresce ma meno di quanto cresce il reddito e quindi la funzione del

consumo appare tracciabile tramite una curva

Se invece il rapporto tra ΔC/ΔY è costante, significa che all’aumentare del reddito il consumo cresce

in misura via via costante, per cui disegniamo la funzione del consumo come una semiretta (fig.

accanto tratta da Begg). 110

Nel breve periodo la funzione del consumo non parte dall’origine degli assi ma da una intercetta

positiva sull’asse delle ordinate (A) che corrisponde al CONSUMO AUTONOMO, quest’ultimo è la

parte del consumo positivo corrispondente ad un livello minimo di reddito ed è determinato

dall’esigenza dell’individuo di sopravvivere. Nel lungo periodo, invece, si presume che la società

abbia provveduto a consentire che tutti abbiano un reddito e che il consumo sia funzione del reddito,

per cui parte dall’origine degli assi (quindi MPC e APC coincidono).

La PROPENSIONE MEDIA AL CONSUMO (APC) è data dal rapporto tra il consumo e il reddito

(C/Y) ed è la quota di reddito che il soggetto destina al consumo.

35 Speculare alla funzione del consumo è

quella del RISPARMIO, la quale ha

intercetta nel semiasse negativo. Il

RISPARMIO è funzione diretta del

REDDITO, ed è la parte del reddito che

non viene consumata. Per capire la

relazione che intercorre dobbiamo fare

riferimento alla MPS.

La PROPENSIONE MARGINALE AL

RISPARMIO è misurata dal rapporto

tra la variazione del risparmio rispetto

alla variazione del reddito ΔS/ΔY (essa individua quanta parte dell’incremento del reddito viene

destinata al risparmio). Se il reddito Y è pari a ZERO allora i risparmi saranno pari a –A (come si

vede nella fig. 18.4 tratta da Begg Fisher).

CRITICA ALLA FUNZIONE DEL CONSUMO. Teoria del ciclo vitale del consumo di Modigliani.

Modigliani rilevando che il reddito dell’individuo di solito è molto basso sia nel periodo iniziale che

finale della vita mentre è molto alto nel periodo centrale, ha sostenuto che il consumo non dipende

Si legge C su Y (oppure C fratto Y)

35 111

dal reddito corrente ma dal reddito percepito durante tutto l’arco della sua vita; in vecchiaia

l’individuo consumerà parte di ciò che ha risparmiato nel periodo centrale della sua vita.

L'altra critica alla funzione del consumo di Keynes viene da Friedman, il quale fa riferimento al fatto che

la decisione del consumo della collettività e del singolo sia funzione del reddito permanente, il quale è

una media dei redditi percepiti nel corso dell’attività lavorativa, della vita.

Egli distingue tra una variazione transitoria del reddito, o permanente del reddito. Quella transitoria si

ha se si vince una somma di denaro modesta, se la variazione è transitoria non dovrei cambiare le

decisioni di consumo e questa regola vale per tutti. Se la variazione del reddito fosse invece permanente,

ciò indurrebbe a mutamenti nella propensione al consumo. La propensione quindi è stabile nel tempo e

si passa a fasce di consumo più elevate solo se la variazione del reddito è permanente. La funzione del

consumo quindi è una retta. LA SPESA AGGREGATA.

La spesa aggregata indica l'ammontare complessivo

della spesa che le imprese e le famiglie intendono

sostenere per acquistare beni e servizi a seconda del

livello del reddito. La spesa aggregata è uguale alla

spesa per beni di consumo delle famiglie (C) sommata

alla spesa per beni di investimento (I) .

La figura 18.5 (tratta da Begg Fisher) mostra la

funzione della spesa aggregata (AD). Rispetto alla

funzione del consumo, quella della spesa è spostata

verso l'alto esattamente di un ammontare pari ad

investimento programmato. Ogni unità aggiuntiva di

112

reddito genera c unità in più di consumo, ma nulla in più per quanto riguarda l'investimento. Dunque

la spesa aggregata aumenterà soltanto di c. La funzione della spesa aggregata è parallela alla funzione

del consumo e la pendenza di entrambe è data dalla propensione marginale al consumo.

IL PRODOTTO DI EQUILIBRIO.

Dato il livello generale dei prezzi, il sistema economico o il mercato reale è in equilibrio quando la

spesa è pari al reddito. In equilibrio, il consumo programmato è pari al risparmio programmato. La

condizione di equilibrio non significa che il prodotto sia al suo livello potenziale. Significa soltanto

che il reddito è pari alla spesa.

23. IL MOLTIPLICATORE DEL REDDITO

Il MOLTIPLICATORE è il rapporto tra la variazione del reddito (o del prodotto) e la variazione della

componente autonoma della spesa che ha indotto il cambiamento nel reddito. In sostanza il

moltiplicatore (detto anche moltiplicatore keynesiano) è un meccanismo che consente di misurare

qual è la variazione del reddito scaturente dalla variazione dell’investimento, quindi mi consente di

misurare di quanto varia il reddito al variare dell’investimento

IL MOLTIPLICATORE E LA PROPENSIONE MARGINALE AL CONSUMO.

Un aumento dell’investimento (come dimostrato da Keynes), sia esso privato o pubblico, determina

un aumento moltiplicato del reddito. L’ampiezza dell’aumento del reddito dipende dal valore del

moltiplicatore, che a sua volta dipende dalla MPC (PROPENSIONE MARGINALE AL CONSUMO).

La propensione marginale al consumo indica la frazione di 1 euro aggiuntivo di reddito disponibile

113

che le famiglie spendono per acquistare beni di consumo. Un processo moltiplicativo può essere messo

in moto da un investimento privato, pubblico o dalle esportazioni .

36

Il valore del moltiplicatore cambia se l’investimento è pubblico o privato. Ipotizziamo che il sistema

sia costituito da due soli operatori economici (IMPRESE e FAMIGLIE) e che operi in una situazione

di SOTTOCUPAZIONE delle risorse; ipotizziamo che un investitore effettui un investimento di 1

milione di euro per realizzare una attività produttiva. Tale investimento per la collettività diventa

REDDITO, quindi quella spesa di un milione di euro diventa RENDITA per l’uso del fattore terra,

SALARIO per l’uso del fattore lavoro, INTERESSI per l’uso del fattore capitale ecc..

I soggetti che ricevono questo reddito in parte lo consumano e in parte lo risparmiano. Atteso che la

collettività abbia una MPC dell’80% del reddito (ΔC=0,8), ne spenderà 800,000, i quali costituiranno

reddito per gli altri soggetti che, a loro volta, ne spenderanno l’80% (cioè 640,000) e così via. Per cui

ogni flusso di spesa è minore del precedente, perché la collettività non destina tutto l’incremento del

reddito al consumo, ma solo una parte. Quindi all’iniziale investimento occorre sommare i successivi

flussi di spesa e alla fine il reddito crescerà del valore dell’investimento moltiplicato per 1/1-c.

Questo 1/1-c lo ricaviamo dalla progressione geometrica ΔY+cΔY+c ΔY+….c ΔY. “c” varia tra ZERO

2 n

e UNO, 1/1-c varia tra UNO e INFINITO.

Se “c” fosse ZERO, quindi se dell’investimento non fosse speso nulla, il reddito aumenterebbe

quanto la spesa iniziale dell’investimento (dunque 1); se invece “c” fosse UNO, l’effetto

moltiplicativo sarebbe massimo, quindi tende a INFINITO. Quindi più “c” è alto, più grande è

l’effetto moltiplicatore; più “c” è piccolo, più è piccolo l’effetto moltiplicatore.

L’esempio che troviamo sui manuali è riferito solo all’intervento dello Stato perché Keynes scrive la sua opera

36

nel 1936, è un inglese, al governo ci sono i conservatori, siamo all’epoca ancora del “laisser faire” e Keynes

vorrebbe che in Inghilterra venisse attuato un intervento sulla tipologia del NEW DEAL di Roosewelt che è

riuscito a far risorgere l’economia americana dalle ceneri della crisi del 1929. E poiché i privati non erano inclini

(come non lo sono oggi) a investire, perché le aspettative di profitto sono scarse, è lo Stato a dover intervenire

per sostenere e re-innescare la fiducia nei privati in modo che essi investano. Quindi sia che investano i privati

sia che investa lo Stato il processo moltiplicativo viene posto in essere in quanto l’investimento stanziato si

traduce in salario per il fattore lavoro, rendita per il fattore terra, interessi per il fattore capitale, profitto per

l’attività dell’impresa (se l’impresa è una impresa privata). Quindi diventano reddito per una collettività o per

parte di una collettività che prima non godeva di quel reddito. 114

Una volta raggiunto il livello di piena occupazione delle risorse, se ci fosse un ulteriore investimento

il meccanismo funzionerebbe lo stesso? SI, ma il sistema non può più crescere in termini reali,

crescerà in termini nominali, cresce il valore delle grandezze ma non crescono le grandezze.

IL MOLTIPLICATORE E LA PROPENSIONE MARGINALE AL RISPARMIO.

La parte rimanente di una unità addizionale di reddito che non è spesa per l'acquisto di beni consumo

verrà risparmiata. Quindi (1-c) sarà uguale alla propensione marginale al risparmio (PMS). La

propensione marginale al risparmio indica la frazione di unità addizionale di reddito che le famiglie

decidono di risparmiare. Il moltiplicatore Dunque è anche uguale a 1/PMS. Quanto maggiore è la

propensione marginale al risparmio, tanto più - per ogni unità addizionale di reddito - le famiglie

preleveranno dal flusso circolare del reddito e tanto meno rimetteranno in circolazione nello stesso

flusso circolare del reddito e dunque minore sarà la spinta per ulteriori aumenti del reddito.

MOLTIPLICATORE DEL BILANCIO.

Il moltiplicatore del bilancio (in pareggio) consente che un aumento nella spesa pubblica, compensato

da un uguale aumento nell'imposizione fiscale, conduca a un maggiore livello di reddito

Nel momento in cui non consideriamo più (come operatori del sistema economico) solamente le

imprese e le famiglie, ma introduciamo il terzo operatore, cioè la Pubblica Amministrazione, dovremo

tenere conto che:

la Pubblica Amministrazione fornisce servizi non destinabili alla rendita e concorre alla

- formazione del PIL perché partecipa alla formazione del valore aggiunto, acquistando fattori

della produzione (per cui eroga redditi)

la spesa della Pubblica Amministrazione è finanziata dalle imposte che si distinguono in

- dirette ed indirette, e che vanno a rendere non più uguali reddito prodotto e reddito

disponibile. Quando noi consideriamo un sistema economico formato solo da imprese e

famiglie, reddito prodotto e reddito disponibile coincidono, ma quando introduciamo il terzo

operatore cioè la PA, il reddito prodotto differisce dal reddito disponibile in quanto il reddito

disponibile è dato dal reddito prodotto meno le imposte più i trasferimenti di reddito a fini

sociali. Il Begg Fisher definisce “imposta netta” la differenza tra l’imposta ed i trasferimenti

115

di reddito a fini sociali. Conseguentemente il reddito disponibile è definito dalla differenza

tra il reddito prodotto e l’imposta netta.

Se il sistema economico è composto solo da imprese e famiglie, la equazione del reddito nazionale (Y)

è data da C (somma spesa per i beni di consumo) + I (somma spesa per i beni di investimento);

conseguentemente: Y prodotto = Y disponibile (cioè il reddito prodotto sarebbe uguale al reddito

disponibile). Se invece introduciamo il terzo operatore e quindi consideriamo la spesa globale o

aggregata (formata dalla spesa in beni di consumo, dalla spesa in beni di investimento e dalla spesa

della pubblica amministrazione), avremo che Y= C+I+G. Tenuto conto che tale spesa è finanziata

tramite le imposte T, il bilancio dello Stato è dato dalla differenza G-T:

Se G-T è uguale a 0 il bilancio dello Stato è in pareggio;

- se G-t è maggiore di 0 è in disavanzo;

- se G-T è minore di 0 è in avanzo.

-

Da momento nella nostra spesa globale prendiamo in considerazione la Pubblica Amministrazione,

(che per spendere, preleva imposte), è chiaro che viene meno l’identità tra reddito prodotto e reddito

disponibile. Come definiamo quindi il REDDITO DISPONIBILE? Considerando che lo Sato preleva

dal reddito prodotto imposte dirette, ma eroga ai contribuenti trasferimenti di reddito a fini sociali,

il reddito disponibile YD= Y- T + TFRS (trasferimenti di reddito a fini sociali). L’ IMPOSTA NETTA

(NT) è uguale all’imposta pagata (T) meno i trasferimenti di reddito ai fini sociali (TFRS) erogati

dallo Stato, per cui possiamo dire che YD= Y- NT.

Conseguentemente a tutto ciò, il CONSUMO è funzione non più come prima indifferentemente del

reddito prodotto e del reddito disponibile, ma solo del reddito disponibile. C= f(YD). Quindi se io

dovessi scrivere la FUNZIONE DEL CONSUMO in presenza del reddito disponibile, non potrei più

37

Per facilitare la comprensione di questo passaggio vi ricordo che la FUNZIONE DEL CONSUMO:

37

descrive la relazione tra consumi delle famiglie e reddito. Essa stabilisce che i consumi sono funzione

del reddito disponibile. All’aumentare del reddito disponibile, la spesa delle famiglie tende a salire;

al contrario, quando il reddito disponibile si riduce, anche la spesa per i consumi diminuisce.

Un’analisi più dettagliata consente di scrivere la funzione del consumo nella seguente maniera:

C = C0 + c(Y – T) dove:

C0 indica il consumo autonomo, cioè l’ammontare di consumi che non dipende dal reddito

- 116

dire che C = Co + cY, senza cioè distinguere tra Y (reddito prodotto) e YD (reddito disponibile); ma

dovrei scrivere C= Co + cYD. Avendo definito YD come la differenza tra il reddito prodotto e l’imposta

netta, potremo direi che C = Co + c (Y- NT).

Possiamo allora analizzare il ruolo nella determinazione dell’equilibrio del terzo operatore (cioè

della pubblica amministrazione). Se per semplificare ipotizzassimo le imposte pari ad una quota

fissa ed indipendente dal reddito, e i TFRS uguali a 0, la nostra equazione del reddito sarebbe

Y= C + I + G

Andando a definire le grandezze e ponendo I = 0 (non c’è alcun investimento privato), C come pari

a Co + c (Y- T dato), avremo che: Y= Co + c (Y-T dato) + G

Attraverso i diversi passaggi, avremo che:

Se la pubblica amministrazione volesse incrementare Y (reddito nazionale) dovrebbe ricorrere ad

una riduzione delle imposte e/o aumento della spesa pubblica. Dobbiamo però chiederci: L’aumento

di 1€ di spesa ha gli stessi effetti quantitativi sulla riduzione di 1€ di imposta? No , perché:

38

c (Y – T) indica la parte dei consumi che dipende dal reddito disponibile.

- c indica la propensione al consumo, cioè la percentuale del reddito che viene destinata ai

- consumi. È data dal rapporto fra i consumi e il reddito disponibile.

c = C / Yd

La propensione marginale al consumo ora è connessa al reddito disponibile, misura la quota di incremento di

38

reddito disponibile destinata a incrementare i consumi. Se aumentano le imposte, questa quota si riduce come

la propensione. Potrebbero aumentare i trasferimenti di reddito a fini sociali, che infatti sono previsti in aumento

per le fasce più deboli della comunità. 117

l’aumento di 1€ di spesa genera un aumento di 1€ della domanda globale, perché la spesa

- pubblica fa parte della spesa globale, e ha sul reddito un effetto moltiplicativo pari ad 1/1-c.

la riduzione di 1€ di imposta agisce sul reddito disponibile facendolo aumentare, ma la

- propensione marginale al consumo è legata al reddito disponibile ed è la collettività che

decide quanto del reddito disponibile destinare alla spesa ed ai consumi. Quindi sulla

domanda globale si ha un effetto indiretto.

Guardando alla formula ci rendiamo subito conto che il moltiplicatore della tassazione è più piccolo

del moltiplicatore della spesa. Il moltiplicatore della spesa è 1/1-c. il moltiplicatore della tassazione

è c/1-c, e siccome c è un numero compreso tra 0 e 1, c/1-c è più piccolo di 1/1-c. dobbiamo partire

dalla considerazione che se lo stato erogasse un euro in più di spesa a fronte di un euro in più di

imposte, l’effetto moltiplicativo non ci sarebbe, ma il reddito crescerebbe esattamente di quanto è

cresciuta la spesa, cioè di un euro. Si chiama TEOREMA DEL MOLTIPLICATORE DEL BILANCIO

PUBBLICO IN PAREGGIO

PARADOSSO DELLA PARSIMONIA.

Se la propensione marginale a risparmiare tende ad aumentare, il valore del prodotto nazionale tende

a diminuire. Allora, la variazione delle esportazioni ha un effetto espansivo sulla domanda globale,

che fa aumentare il livello del reddito nazionale, ma l’aumento del reddito nazionale fa aumentare la

propensione ad importare, per cui l’effetto moltiplicativo complessivo è più piccolo di quello che si

registrerebbe se il commercio estero non lo considerassimo. 118

24. INVESTIMENTO PER KEYNES

[PREMESSA]

39

Per Keynes l’investimento consiste nell’acquisto di un bene di investimento, ossia l’acquisto di un

bene strumentale che serve a produrre altri beni. Secondo Keynes l’INVESTIMENTO dipende dal

tasso di interesse e dalle aspettative degli imprenditori circa la realizzazione di un profitto [va

ricordato che il tasso di interesse NON è il costo del credito e che l’impresa può finanziare

l’investimento in molte forme].

Il nostro imprenditore sceglie il bene di investimento da acquistare in base alla sua tecnica produttiva

e in base al prezzo del bene. Prima di decidere se effettuare o meno l’acquisto, effettuerà una stima

del periodo di durata del bene strumentale e poiché il suo obiettivo è (come risaputo) ottenere un

profitto, egli andrà a stimare:

qual è l’ammontare di merce che si attende di poter produrre grazie all’impiego di questo

▪ bene strumentale

qual è il prezzo al quale venderà questa quantità di merce

▪ (e conseguentemente) il ricavo che si attende.

La teoria prekeynesiana dell’investimento (quindi la teoria neoclassica) ritiene che la domanda di

39

investimento sia una funzione indiretta del tasso di interesse, in quanto la domanda di bene di investimento

coincide con la domanda di bene strumentale (che genericamente possiamo chiamare capitale), sapendo che

essa non è un fattore omogeneo. Il fattore capitale viene acquisito dalle imprese al fine di realizzare il loro

obiettivo che è la massimizzazione del profitto. Dalla microeconomia impariamo che al fine di realizzare la

massimizzazione del profitto le imprese sono disponibili ad acquisire i fattori della produzione pagando per

essi un prezzo che è sempre pari al valore del prodotto marginale fisico del fattore. Nota la legge della

produttività marginale decrescente, tale per cui - al crescere dell’impiego del fattore - il rendimento del fattore

tende a diminuire, è evidente che la domanda del fattore sarà relazionata in maniera inversa rispetto al suo

prezzo, perché l’impresa sarà disponibile ad acquisire dosi aggiuntive del fattore (che le rendono in misura via

via minore), solamente se per ciascuna dose aggiuntiva paga un prezzo via via minore. Identificando il tasso di

interesse nel prezzo d’uso del fattore capitale, i Neoclassici (nell’ambito della teoria di distribuzione del reddito,

basata sulla idea che ciascun fattore debba ricevere un corrispettivo che è pari al valore di quanto contribuisce

a produrre) elaborano un modello logico per cui il valore (il prezzo di uso) del fattore capitale, deve essere pari

al valore del suo prodotto marginale fisico. Quindi in questa logica, a livello macroeconomico, la domanda di

investimento è funzione inversa del tasso di interesse, che è una grandezza reale. Per Keynes, la spiegazione che

porta alla definizione della funzione di investimento, è connessa sì al riconoscere che obiettivo delle imprese è

la massimizzazione del profitto, ma precisando che le imprese non sono certe dell’ammontare di profitto che

realizzeranno da un determinato investimento e che conseguentemente esse formuleranno delle aspettative sul

profitto che dovrebbe derivare dalla acquisizione del bene strumentale. 119

É evidente che nessun prodotto finito scaturisce dall’impiego soltanto di un fattore produttivo (quale

può essere un bene strumentale), ma scaturisce dalla combinazione di più fattori produttivi;

conseguentemente il nostro imprenditore, per stimare il profitto atteso, dovrà sottrarre (dal ricavo

atteso) i costi variabili attesi e otterrà così il profitto atteso; il profitto atteso, chiaramente, è una

grandezza futura, che verrà a maturazione in un tempo diverso da quello nel quale l’imprenditore

effettuerà l’acquisto, conseguentemente per decidere se effettuarlo o meno egli deve porre a

confronto il costo/prezzo di offerta del bene strumentale (che è una grandezza PRESENTE) con la

serie dei ricavi netti (e quindi dei profitti) attesi dal bene strumentale, nel periodo di durata previsto

del bene strumentale stesso (che sono tutte grandezze FUTURE).

Essendo le grandezze NON omogenee, per confrontarle (visto che una è una grandezza presente e

l’altra una grandezza futura), utilizzeremo un metodo della matematica finanziaria (cd. TASSO DI

SCONTO) che consente di eguagliare la grandezza futura con una presente.

L’EFFICIENZA MARGINALE dell’investimento è quel tasso di sconto che applicato a quella serie di

rendimenti netti attesi dell’investimento, rende la loro somma scontata EGUALE al COSTO

dell’investimento stesso. L’Imprenditore può anche calcolare il VALORE ATTUALE

dell’investimento (VA) che è uguale alla somma delle serie dei rendimenti netti attesi SCONTATI

mediante il TASSO DI INTERESSE di mercato.

L’investimento sarà effettuato se il VA˃ C, (C sta per COSTO) ciò accade solamente se l’efficienza

marginale dell’investimento è maggiore o almeno uguale al tasso di interesse di mercato.

È possibile che il tasso di interesse sia così basso che un ulteriore abbassamento NON stimolerebbe

gli investimenti più di tanto, perché le aspettative degli imprenditori sono negative.

Conseguentemente Keynes ci ritiene poco elastici al variare del tasso di interesse. 120

25. LA MONETA E LA POLITICA MONETARIA.

Per moneta si intende qualsiasi mezzo di pagamento generalmente accettato per lo scambio di beni e

servizi e per l'estinzione dei debiti. La moneta è un mezzo di scambio.

La principale caratteristica della moneta è il fatto di venire comunemente accettata da tutti come

mezzo di pagamento per effettuare le transazioni. Tuttavia altre tre funzioni: serve da unità di conto

riserva di valore e come misura di pagamenti differiti (cioè per trasferire valori nel tempo e nello

spazio).

MEZZO DI SCAMBIO.

La moneta come mezzo di scambio è usata in almeno metà di tutti gli scambi. I lavoratori scambiano

i propri servizi lavorativi per moneta, le persone comprano e vendono beni in cambio di moneta. Si

accetta moneta non per consumarla direttamente ma per utilizzarla successivamente per acquistare

beni e servizi. Per capire i benefici che derivano, per una società, dall'impiego della moneta come

mezzo di scambio pensare ad una economia del baratto. In un'economia del baratto, dove i beni sono

semplicemente scambiati con altri beni, sia il venditore che il compratore devono volere qualche cosa

che l'altro ha da offrire. Cioè deve esserci una doppia coincidenza tra due desideri dei soggetti. Questo

significa che commerciale Diventa molto costoso, soprattutto in termini di tempo e di sforzo nel

trovare qualcuno da vendere qualcosa e allo stesso tempo voglia qualcosa di cui si dispone in cambio.

L' uso della Moneta rende più semplici ed efficienti le transazioni e il commercio.

ALTRE FUNZIONI DELLA MONETA.

La moneta è una unità di conto, cioè una unità di misura dei prezzi e della contabilità di alcuni soggetti

e istituzioni. La moneta funge anche da riserva di valore, perché può essere usata per fare acquisti

anche in futuro. Per essere accettata come mezzo di scambio, la moneta deve essere in grado di

conservare valore. Nessuno Infatti accetterebbe della moneta oggi, in cambio della fornitura di beni o

121

servizi, sapendo che domani, quando dovrà acquistare beni o servizi di consumo, quella moneta non

avrà alcun valore.

La moneta serve come misura di pagamento differito nel tempo o unità di conto nel tempo. Quando

si chiede in prestito del denaro, ciò che si deve restituire è espresso in una certa unità di moneta.

LA MONETA SIMBOLO.

La moneta simbolo consiste in quei mezzi di pagamento il cui valore o potere d'acquisto monetario

eccede di gran lunga il costo di produzione del mezzo stesso o il valore di quell'oggetto al di fuori del

suo uso come moneta. Una banconota da €100 ha un valore molto superiore a quello di un qualsiasi

altro rettangolo di carta di pari dimensioni. Allo stesso modo, il valore monetario della maggior parte

delle monete eccede largamente che potremmo ricavare fondendo e vendendo il metallo in esse

contenuto. Decidendo di utilizzare una moneta simbolo, una società economizza le proprie risorse

scarse destinando nemmeno alla produzione della moneta che servirà da mezzo di scambio.

Visto che fabbricare moneta costa poco, perché allora non è permesso a tutti stampare banconote? Una

condizione essenziale perché una moneta simbolo possa sopravvivere e che vi sia una qualche autorità

che ne controlli l'offerta. La produzione privata è illegale. La società promuove l'uso della moneta

simbolo rendendola di corso legale. La legge stabilisce che debba essere accettata come mezzo di

pagamento e nessuno si può rifiutare di accettare un pagamento fatto con moneta di corso legale. 122

26. TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA [EQUAZIONE di FISHER e

CAMBRIDGE]

Fisher ci vuole dimostrare che al variare della massa monetaria in circolazione varia, nella stessa

direzione, il livello generale dei prezzi. L’EQUAZIONE di Fisher è la seguente MV=PQ, dove M è la

massa monetaria in circolazione, V è la velocità di circolazione della moneta, cioè il numero di volte

che la moneta passa di mano in mano; P rappresenta il livello generale dei prezzi e Q l’offerta di beni

e servizi.

V e Q sono costanti. V è costante perché la moneta per i neoclassici non ha utilità diretta, ma assolve

ad un ruolo che è solo quello di intermediaria degli scambi. V è costante perché è la giacenza media

della moneta, che viene detenuta al fine di superare la ASINCRONIA TEMPORALE che intercorre

tra il periodo di incasso e la spesa del reddito.

La detenzione della moneta implica che la moneta NON circoli, quindi detengo moneta in base alle

mie abitudini e in base ad uno schema di pagamenti. Q è costante perché il sistema opera in piena

occupazione delle risorse, quindi nel breve periodo non è possibile modificare la quantità dei beni e

servizi prodotti, cioè non possibile aumentare ulteriormente la produzione (l’offerta).

Dato che V e Q sono costanti, vi è una RELAZIONE DIRETTA tra M e P. Di conseguenza

all’aumentare della massa monetaria in circolazione, attribuendo ad essa nessuna utilità, sarà ceduta

per acquisire beni e servizi, quindi cresce la domanda di beni e servizi. Dato che il sistema opera in

piena occupazione delle risorse, la quantità dei beni e servizi non può aumentare, conseguentemente

il livello generale dei prezzi aumenta.

La stessa cosa dice CAMBRIDGE, cioè al variare della massa monetaria in circolazione varia, nella

stessa direzione, il livello generale dei prezzi; cambia solo la formula M=KPQ, dove K è la quota del

reddito nazionale che i soggetti preferiscono detenere sotto forma di moneta, quindi K è la giacenza

media, ossia quanta moneta rimane al soggetto prima che la usi per acquisire beni e servizi. K è

costante perché è il reciproco di V (scriveremo M · 1/K = PQ).

Per Keynes V e Q non sono costanti; V non è costante perché la percentuale di reddito detenuto sotto

forma di moneta (K) varia ogni volta che muta il tasso di interesse. Mutando K, muta anche V che è

il suo reciproco. Q non è costante perché il livello del reddito nazionale (cioè la quantità dei beni

prodotti) dipende, via moltiplicatore, dal livello degli investimenti e dalla MPC. Per cui ogni volta

che varia il livello degli investimenti varia il livello del reddito nazionale. Pertanto se V e Q non sono

123

costanti, non vi è quella relazione diretta tra M e P, in quanto egli ritiene che il sistema non operi al

pieno impiego delle risorse e la moneta sia anche un FONDO VALORE, detenuta in moneta o in

obbligazioni.

27. LA DOMANDA DI MONETA (PER KEYNES): I MOTIVI PER DETENERE

MONETA.

Da che cosa dipende la quantità di moneta domandata dai soggetti di un sistema economico? In

generale, le tre principali variabili che influenzano la quantità domandata di moneta sono i TASSI

DI INTERESSE, il LIVELLO dei prezzi dei beni e dei servizi e il REDDITO REALE.

I MOTIVI PER DETENERE MONETA (Keynes).

La moneta è uno STOCK, è la quantità di circolante e di depositi trattenuta in un dato momento.

Trattenere moneta non significa spenderla: è infatti possibile trattenere moneta adesso per spenderla

in futuro. La moneta è un mezzo di scambio ma serve anche da riserva di valor, ed è essenzialmente

in queste due funzioni della moneta che debbono ricercarsi le ragioni per cui le persone desiderano

trattenerla. In generale la ricchezza può essere trattenuta in varie forme: monete e banconote, BOT,

obbligazioni, azioni ecc. Per semplificare possiamo supporre che esistano dolo due tipi di attività

finanziarie: la moneta (mezzo di scambio) e le obbligazioni (attività finanziaria che genera un

interesse ma che non può essere utilizzata immediatamente come mezzo di pagamento). Il COSTO

OPPORTUNITÀ del trattenere moneta è l’interesse a cui si rinuncia nel trattenere moneta rispetto a

investimenti alternativi come obbligazioni.

Ci sono essenzialmente TRE MOTIVI (o moventi) per i quali i soggetti sono desiderosi di detenere

moneta in forma liquida:

1) MOVENTE TRANSAZIONALE, cioè preferiscono detenere moneta in forma liquida per

superare l’asincronia temporale tra il periodo di incasso al periodo di spesa del reddito. La Domanda

di moneta a fine transattivo è funzione diretta del livello del reddito. 124

2) MOVENTE PRECAUZIONALE, è dovuto al fatto che gli individui desiderano detenere

moneta in forma liquida per far fronte non solo agli eventi nefasti ma anche a quelli fasti che possono

capitare. Anche la Domanda di moneta a fine precauzionale è funzione diretta del reddito.

3) MOVENTE SPECULATIVO, in quanto Keynes si preoccupa di individuare quale potesse

essere la forma di detenzione della moneta più simile alla moneta liquida, ma che consentisse ai

soggetti di ottenere anche una certa remunerazione. Infatti detenere moneta in forma liquida non dà

alcuna remunerazione, mentre detenerla sotto forma di obbligazione fornisce un rendimento perché

sono titoli a reddito fisso a bassa incidenza di rischio, perché i soggetti sono avversi al rischio.

La domanda di moneta a fine speculativo (Ls) è funzione inversa del tasso di interesse di mercato.

Se il tasso di interesse di mercato è ALTO, il valore di mercato delle obbligazioni già in circolazione

è basso ed io sarei spinto ad acquisirle se mi attendessi che entro breve termine il tasso di interesse

di mercato si abbassi, il valore di mercato delle obbligazioni aumenti e SPECULO sulla differenza

tra il prezzo di acquisto (sul mercato primario) e il prezzo di cessione dell’obbligazione (mercato

secondario). Di conseguenza diminuisce la DOMANDA di MONETA a fine speculativo. Per cui la

domanda di moneta a fine speculativo è funzione inversa del tasso di interesse del mercato (NON

del tasso di interesse delle obbligazioni perché è fisso), al cui diminuire il valore di mercato delle

obbligazioni già in circolazione tende ad aumentare e viceversa.

Quando il tasso di interesse di mercato è basso, il valore di mercato delle obbligazioni già in

circolazione è talmente ALTO che gli individui non sono disposti a comprare obbligazioni,

detenendo tutto il loro reddito in forma liquida (TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA’)

28. TASSO DI INTERESSE

Il TASSO DI INTERESSE per i prekenesiani è una grandezza reale ed è il premio per la rinuncia al

consumo presente. Conseguentemente il RISPARMIO crescerà al crescere del tasso di interesse.

La domanda di investimento cresce se il tasso di interesse diminuisce perché ogni impresa sarà

40

disposta ad investire solamente se paga un prezzo inferiore per ogni unità aggiuntiva di fattore.

L’INVESTIMENTO è funzione inversa del tasso di interesse in quanto è il prezzo d’uso del fattore capitale,

40

per cui all’aumentare dell’impiego del fattore capitale, il fattore capitale avrà un rendimento decrescente e

siccome ogni fattore è remunerato in base al valore della sua produttività marginale fisica, ne deriva che al

crescere dell’impiego, diminuendo il rendimento, affinché l’impresa massimizzi il profitto sarà disponibile ad

impiegare ulteriori dosi del fattore solo se paga per esse un prezzo via via minore 125

Keynes si oppone in quanto afferma che il tasso di interesse non è una grandezza reale ma monetaria,

in quanto rappresenta il premio per la rinuncia alla liquidità ed è dato dalla uguaglianza tra

domanda di moneta e offerta di moneta. In più afferma che non c’è divario tra settore monetario e

settore reale in quanto ciascun settore invia impulsi all’altro per mezzo del tasso di interesse . Infatti

41

date le aspettative degli imprenditori, una modifica dell’offerta di moneta modifica il tasso di

interesse, quindi gli investimenti e, via moltiplicatore, il reddito.

Il TASSO DI INTERESSE è determinato dall’eguaglianza tra domanda di moneta e offerta di moneta.

L’offerta di moneta è una grandezza esogenamente data, stabilita dalla banca centrale. La domanda

di moneta è data da componenti che dipendono sia dal reddito sia dal tasso di interesse.

29. DOMANDA DI MONETA PER FRIEDMAN

Per i neoclassici un aumento della massa monetaria in circolazione si traduce in un aumento del

livello generale dei prezzi. I monetaristi sono dei rivisitatori della teoria classica perché Friedman

formula una teoria della domanda di moneta più complessa, in quanto formula una teoria della

domanda di moneta in base alle SCELTE DI PORTAFOGLIO. Quindi la collettività detiene moneta

sotto varie forme: moneta liquida, obbligazioni, beni immobili e così via. Conseguentemente egli

parte dal presupposto che a fronte di una certa quantità di moneta in circolazione, la collettività

detiene moneta in maniera tale da determinare un PORTAFOGLIO OTTIMALE da cui essa tragga

la massima soddisfazione possibile.

Nel momento in cui la massa monetaria in circolazione aumenta, la collettività si troverebbe di fronte

ad uno squilibrio tra ciò che ritiene ottimale detenere e ciò che viene offerto, conseguentemente

cercherà di distribuire questa massa monetaria in aggiunta in maniera da riaggiustare il suo

portafoglio. Nel breve periodo, nel momento in cui la domanda di moneta si è riadeguata all’offerta

di moneta, i valori nominali delle grandezze aumentano. Per cui i movimenti della massa monetaria

non hanno effetti sulle grandezze reali. Quindi a fronte di una variazione della massa monetaria in

circolazione, varia la composizione del portafoglio, che si traduce in un mutamento delle grandezze

nominali. Poiché le grandezze nominali varieranno tutte nella stessa proporzione (per cui cambiano

L’equilibrio sul mercato dei beni è influenzato dalle grandezze monetarie perché il tasso di interesse con cui

41

l’imprenditore confronta l’efficacia marginale dell’investimento è determinato sul mercato monetario. Quindi

impulsi provenienti dal settore monetario al settore reale vanno a incidere sul tasso di interesse che, date le

aspettative degli imprenditori, modifica il livello degli investimenti e, via moltiplicatore, il reddito. 126

non solo i prezzi ma tutte le grandezze dei beni, dei titoli ecc..), il valore reale delle stesse non si

modificherà.

Per cui la moneta, dice FRIEDMAN, può fare solo quello che è in grado di fare, non può modificare

il livello di reddito, né il livello dell’occupazione. Se ci riesce, ci riesce nel breve periodo, ma nel

lungo periodo nulla cambia. Inoltre afferma che la massa monetaria in circolazione deve essere

modificata in stretto rapporto con il reddito nazionale. Per cui se il reddito nazionale aumenta,

l’offerta di moneta deve aumentare e viceversa.

Infine i monetaristi sono contrari ad un intervento delle autorità per risollevare le sorti di un sistema

economico, perché secondo FRIEDMAN sono le FORZE di MERCATO che correggeranno le

tendenze repressive e inflazionistiche del sistema economico, per cui è il mercato che fa tutto.

30. LE BANCHE MODERNE E L’OFFERTA DI MONETA.

Un intermediario finanziario è una istituzione specializzata nel fare incontrare che vuole prestare

moneta e chi ha bisogno di moneta. Le banche commerciali sono intermediari finanziari che hanno

un’autorizzazione dello Stato a concedere prestiti e a incassare depositi a fronte dei quali si possono

emettere assegni.

Le RISERVE DELLE BANCHE sono costituite dalla moneta disponibile in banca, necessaria a far

fronte alle possibili richieste di prelievo dei clienti. Il Coefficiente di riserva è il rapporto tra le riserve

e depositi. La caratteristica principale delle banche è che alcune delle loro passività sono utilizzate

come mezzo di pagamento: Gli assegni permettono ai rispettivi depositi di essere utilizzati come

moneta.

L'OFFERTA DI MONETA è il valore della quantità complessiva di moneta (il mezzo di scambio), in

circolazione. L'ATTIVO di una banca è costituito da diverse voci, ad esempio ci sono i prestiti fatti

dalle banche a coloro che hanno richiesto finanziamenti. Da questi, sono distinte le cd "

SOFFERENZE", cioè i crediti (i prestiti delle banche alla clientela) che non sono andati o non stanno

andando a buon fine (le banche cioè non riusciranno a recuperare per intero l'ammontare del credito).

L'attivo delle banche comprende anche altri elementi del patrimonio, quali le azioni, le partecipazioni

in altre società, i titoli di Stato di proprietà e così via. In generale, come per i bilanci delle imprese, le

voci dell'attivo di un patrimonio si distinguono per un DIVERSO GRADO DI LIQUIDITÀ. Il termine

127

liquidità si riferisce alla economicità, alla velocità e alla certezza con cui un titolo può essere convertito

in moneta. Una azione è già meno liquida della moneta, perché ci vuole un certo tempo per venderla

e trasformarla in moneta.

IL SETTORE BANCARIO.

La attività principale di una banca è proprio quella di raccogliere liquidità dal sistema economico da

coloro che desiderano prestarla o impiegarla e, successivamente, prestare questa liquidità a coloro che

ne hanno bisogno. Le banche devono poi trovare Modi per far fruttare la liquidità raccolta. Tutta la

raccolta costituisce una passività perché dovrà, un giorno, essere restituita. Ovviamente, il tasso di

interesse degli scoperti (cioè delle somme che le banche prestano) è ben maggiore del tasso pagato

dalle banche sui depositi.

IL PANICO FINANZIARIO.

Se i clienti temono che la loro banca abbia prestato troppo e sia incapace di fare fronte ai prelievi,

allora ci potrebbe essere una corsa agli sportelli. Se tutti si comportassero allo stesso modo, la banca

non riuscirebbe a onorare tutte le richieste.

Un PANICO FINANZIARIO è una profezia auto verificantesi. La gente crede cioè che la banca non

sia in grado di ripagare. Nella corsa precipitosa per richiedere indietro i propri depositi, ecco che

veramente la banca non riesce a ripagare tutti i propri clienti. E così fallisce. Nelle situazioni di panico

finanziario, le BANCHE CENTRALI sono pronte a prestare liquidità alle banche che si trovano in

difficoltà temporanea. La Banca Centrale agisce come Banca delle banche commerciali e dello Stato.

Essa è anche l'autorità che determina la politica monetaria. La minaccia di una situazione di panico

finanziario può dunque essere evitata (o almeno fortemente contenuta) se vi è la garanzia di una Banca

Centrale, disposta a intervenire come prestatore di ultima istanza. Il PRESTATORE DI ULTIMA

ISTANZA è pronto a intervenire, prestando liquidità alle banche (e alle altre istituzioni finanziarie)

quando una situazione di panico finanziario minaccia l'intero sistema economico. Agendo come

prestatore di ultima istanza, la BANCA CENTRALE è in grado di stabilizzare la fiducia nell'intero

sistema bancario. 128

Il PROFITTO ottenuto dalle banche deriva dalla differenza (spread) tra il tasso di interesse a cui la

banca presta e quello che la banca paga per raccogliere liquidità. Lo spread dei tassi è appunto il

differenziale che esiste tra il tasso di interesse che una banca applica sulla liquidità prestata e il minor

tasso di interesse che la banca paga sui depositi dei risparmiatori.

LA BASE MONETARIA E IL MOLTIPLICATORE MONETARIO.

Nelle economie moderne, l'OFFERTA DI MONETA è determinata dalla Banca Centrale, e - in Europa

- dalla Banca Centrale Europea (BCE). La base monetaria o stock di moneta ad alto potenziale é la

quantità di banconote e monete metalliche in circolazione all'interno del sistema economico, sommata

alle riserve detenute dal sistema bancario.

Per capire quale parte della base monetaria sarà detenuta dalle banche commerciali come riserva di

liquidità, e qual è la relazione tra offerta complessiva di moneta e la base monetaria, dobbiamo fare

riferimento al MOLTIPLICATORE MONETARIO. Il moltiplicatore monetario indica la variazione

dell'offerta di moneta dovuta a una variazione di 1 euro nella base monetaria. Pertanto possiamo dire

che l'offerta di moneta è uguale al moltiplicatore monetario, moltiplicato per la base monetaria. Il

valore del moltiplicatore monetario dunque dipende da due parametri:

1) il rapporto tra riserve e depositi delle banche (il cd. Coefficiente di riserva);

2) il rapporto tra la quantità di circolante che i privati desiderano trattenere rispetto ai loro

depositi bancari (coefficiente di liquidità).

Quanto minore è il coefficiente di riserva (cioè la relazione che le banche vogliono avere tra le proprie

riserve e depositi complessivi) tanto maggiore sarà la quantità di depositi che le banche possono creare

ammontare di riserve, e tanto maggiore sarà il moltiplicatore monetario. Allo stesso modo, quanto

minore è il coefficiente di liquidità (cioè il rapporto tra circolante e depositi che il settore privato

desidera avere) tanto maggiore sarà l'offerta di moneta per un certo ammontare di moneta alto

potenziale creata dalla Banca Centrale.

Che cosa determina il coefficiente di riserva che le banche desiderano avere? Quanto maggiore è il

tasso di interesse che le banche ottengono prestando moneta, rispetto al tasso di interesse che pagano

a chi deposita presso di loro moneta, tanto più le banche desiderano prestare denaro e tanto più

desiderano correre il rischio di un basso coefficiente di riserva. Al contrario, più imprevedibili sono le

129

movimentazioni dei risparmiatori sui depositi a vista (e minori le opportunità di prestare liquidità),

più le banche useranno un alto coefficiente di riserva.

30. FORZA LAVORO E DISOCCUPAZIONE .

Forza lavoro= la definizione di forza lavoro prende tutti coloro che hanno un lavoro o che ne stanno

cercando uno ai livelli salariali correnti. Il tasso di partecipazione è la percentuale della popolazione

in età lavorativa che fa parte della forza lavoro. Il tasso di disoccupazione indica la percentuale dei

disoccupati in cerca di lavoro rispetto alla forza lavoro. I lavoratori scoraggiati invece sono coloro i

quali sono talmente pessimisti circa la possibilità di trovare un lavoro che sono usciti dalla forza

lavoro.

La disoccupazione è un concetto associato a uno stock ( cioè dire misurabile in riferimento a un istante

o a una data). Quindi essa si misura in un certo momento nel tempo ed è un po' come fino ad acqua,

il cui livello può salire quando il flusso in entrata (i nuovi disoccupati) eccede il flusso in uscita (la

gente cioè che ha appena trovato un lavoro).

.

Gli economisti tradizionalmente classificano la disoccupazione come:

- FRIZIONALE = la disoccupazione frizionale è una disoccupazione di brevissimo periodo,

riguarda coloro che stanno cambiando lavoro o si stanno addestrando per un nuovo lavoro. In

generale questo tipo di disoccupazione non è considerata una preoccupazione preoccupante

in quanto, in un sistema economico dinamico, i lavoratori cambiano spesso lavoro.

- STRUTTURALE= la disoccupazione strutturale é la disoccupazione dovuta una discrepanza

tra la domanda e l'offerta di lavoro, in termini di diversità tra le richieste delle imprese le

competenze specifiche dei lavoratori. Disoccupazione strutturale riflette il tempo necessario

alle imprese per acquisire capitale umano. In questo caso è una diversità tra quello che il

mondo del lavoro domanda è quello che i lavoratori sanno fare.

- CICLICA = la disoccupazione ciclica (o keynesiana) e quella disoccupazione dovuta a una

carenza della domanda aggregata e si realizza quando il prodotto è inferiore al prodotto di

piena occupazione. 130

- CLASSICA= la disoccupazione classica è quella disoccupazione che si crea quando i salari sono

più alti rispetto a quel salario per il quale la domanda esattamente uguale all'offerta di lavoro.

La DISOCCUPAZIONE DI EQUILIBRIO (chiamata anche tasso naturale di disoccupazione) é quel

tasso di disoccupazione che è presente anche quando il mercato del lavoro è in equilibrio. Questa

disoccupazione è interamente volontaria. Un lavoratore volontariamente disoccupato se, dato un

certo livello salariale, desidera appartenere forza lavoro, ma non vuole accettare un lavoro a quel

livello salariale. Un lavoratore è invece involontariamente disoccupato quando sarebbe disposto

ad accettare un lavoro per un salario pari a quello corrente, ma non lo trova.

Si può così suddividere la disoccupazione complessiva in due parti:

1) DISOCCUPAZIONE NATURALE (disoccupazione volontaria) dalla somma di:

disoccupazione frizionale

- disoccupazione strutturale

- disoccupazione classica

-

2) DISOCCUPAZIONE KEYNESIANA (disoccupazione involontaria) determinata da una

carenza della domanda aggregata

31. L’INFLAZIONE E STAGFLAZIONE.

L’inflazione è l’aumento del livello generale dei prezzi dei beni, le cui cause possono essere un

eccesso della domanda o un mutamento dei costi di produzione, per questo si classificano in

inflazione da domanda e inflazione da costi.

Quanto all’INFLAZONE da DOMANDA, per i neoclassici vi è una relazione diretta tra moneta e

prezzi, di conseguenza un aumento della massa monetaria in circolazione, attribuendo ad essa

131

nessuna utilità diretta, spinge la domanda di beni ad aumentare. Dato che il sistema opera al livello

di PIENA OCCUPAZIONE delle risorse, la quantità dei beni non può aumentare (l’offerta), quindi

aumenta il livello generale dei prezzi.

Keynes invece smentisce questa elazione diretta tra M e P, in quanto egli ritiene che il sistema non

operi al livello di piena occupazione delle risorse e che la moneta sia anche un fondo valore detenuta

in quanto tale, o in moneta liquida o in obbligazioni. Conseguentemente una variazione della massa

monetaria in circolazione fa diminuire il tasso di interesse, date le aspettative degli imprenditori

aumentano gli investimenti e – via moltiplicatore – aumenta il reddito, dunque cresce la domanda

globale, quindi cresce la produzione. L’aumento di domanda si traduce in INFLAZIONE quando

siamo già nella PIENA OCCUPAZIONE.

Un aumento del livello generale dei prezzi si può anche avere se si opera in mercati non di

concorrenza perfetta, perché le imprese sono in grado di determinare il prezzo.

L’inflazione può anche dipendere dall’aumento dei costi di produzione, per cui se aumentano i costi

di produzione, soprattutto i salari e le materie prime, gli imprenditori aumenteranno i PREZZI di

vendita dei prodotti per mantenere gli stessi margini di profitto, se ciò riguarda tutti i settori abbiamo

INFLAZIONE da costi.

L’inflazione può anche essere IMPORTATA, per cui un aumento dei prezzi delle materie prime si

traduce in inflazione da costi (INFLAZIONE IMPORTATA).

Infine un’altra causa di inflazione è la presenza di un settore estremamente produttivo in cui i salari

crescono allo stesso ritmo della produttività. C’è un altro settore meno produttivo con il quale il

primo ha rapporti e per effetto di imitazione i lavoratori richiedono aumenti di salario; però in questo

caso tali aumenti non corrisponderebbero ad aumenti della produttività per cui se i salari crescono

più della produttività le imprese aumentano i prezzi; e se il settore scambia con l’altro, risente

dell’aumento dei prezzi. L’inflazione settoriale si può trasformare in inflazione da costi.

L’inflazione può essere combattuta ponendo in essere politiche economiche RESTRITTIVE, in

particolare POLITICA FISCALE e/o POLITICA MONETARIA RESTRITTIVE: la politica fiscale

restrittiva consiste nel diminuire gli investimenti pubblici oppure nell’aumentare le imposte dirette

al fine di ridurre la domanda globale (un aumento delle imposte dirette determina una diminuzione

del reddito disponibile, quindi riduce la propensione alla spesa, di conseguenza si riduce la

domanda globale); la politica monetaria restrittiva viene messa in atto dalla banca centrale, la quale

ha a disposizione tre strumenti per ridurre l’offerta di moneta, che sono: a) la manovra del tasso

132

ufficiale di riferimento; b) operazioni di mercato aperto; c) variazione del coefficiente di riserva

obbligatoria.

L’obiettivo primario della politica monetaria è il mantenimento della stabilità dei prezzi, quindi

mantenere l’inflazione vicino al 2%.

La DOMANDA di MONETA è la quantità di reddito che un soggetto detiene sotto forma di moneta

liquida. La domanda di moneta è data da componenti che dipendono sia da reddito sia dal tasso di

interesse. Se aumenta il reddito, aumenta la domanda di moneta che dal reddito dipende, la

domanda di moneta è funzione inversa del tasso di interesse di mercato.

L’OFFERTA di MONETA è la quantità di moneta in circolazione in un sistema economico. Ad una

variazione della moneta in circolazione corrisponde una variazione del tasso di interesse. È una

grandezza esogenamente data, stabilita dalla banca centrale la quale ha a disposizione tre strumenti

per variare l’offerta di moneta.

[ricordiamo che oggi viviamo in un sistema a CARTA-MONETA inconvertibile, in cui la banca

centrale decide la quantità di moneta da emettere non in base alle riserve ufficiali di oro ma sulla

base degli obiettivi di politica economica che vuole raggiungere].

La Banca centrale la quale ha a disposizione tre strumenti per variare l’offerta di moneta:

1) TASSO UFFICIALE DI RIFERIMENTO = il TASSO UFFICIALE DI RIFERIMENTO (TUR), è

il tasso al quale la banca centrale presta liquidità alle banche ordinarie quando queste

richiedono anticipi di liquidità. Dal 1 gennaio 1999 questo TASSO UFFICIALE di

RIFERIMENTO, deciso dalla BCE, ha sostituito il TASSO UFFICIALE di SCONTO (cd. TUS)

precedentemente fissato dalla Banca d'Italia. Fissando il TUR più alto dei tassi di interesse,

la Banca centrale induce le banche a trattenere un ammontare maggiore di riserve, rispetto

alla riserva obbligatoria. Dunque, data una certa base monetaria, i depositi bancari sono pari

a un multiplo inferiore delle riserve, il moltiplicatore monetario si riduce e l'offerta di moneta

è più bassa. Variazioni del TASSO di riferimento cambiano l'offerta di moneta.

2) OPERAZIONI DI MERCATO APERTO, la banca centrale acquistando obbligazioni dai

privati o titoli di debito pubblico, dà in cambio moneta, per cui l’operazione si traduce in un

aumento della massa monetaria in circolazione; invece quando vende i suoi titoli ai privati,

133

ritira moneta dal sistema, quindi l’operazione si traduce in una diminuzione della massa

monetaria in circolazione.

3) VARIAZIONE DEL COEFFICIENTE di RISERVA OBBLIGATORIA, è uno strumento di

politica monetaria che incide sulla capacità di moltiplicazione (da parte del sistema bancario)

della moneta. Quanto più alto è il coefficiente di riserva, tanto più basso è il valore del

moltiplicatore dei depositi. Per cui un aumento del coefficiente di riserva obbligatoria,

determina una minore moltiplicazione dei depositi e quindi una diminuzione della quantità

di moneta e viceversa. Il coefficiente di riserva obbligatoria è la percentuale dei depositi che

ogni banca è obbligata a versare presso la banca centrale (aumentando il numero dei depositi

aumenta la quantità di moneta).

La STAGFLAZIONE.

La Stagflazione è l'inflazione accompagnata al ristagno degli investimenti e della domanda globale,

e quindi della produzione e della occupazione.

Secondo alcuni economisti le CAUSE del fenomeno sono da ricercare nel fatto che anche in presenza

di livelli di disoccupazione elevati, il processo inflazionistico si autoalimenta attraverso le

aspettative. Di fronte ad un aumento dei prezzi, gli individui ne prevedono uno maggiore per il

futuro.

Su questa base le organizzazioni sindacali chiedono forti aumenti salariali, che a loro volta generano

ulteriori aumenti dei prezzi. In diversi Paesi inoltre esistono o sono esistiti MECCANISMI automatici

di adeguamento dei salari agli aumenti dei prezzi, per cui ogni volta che i prezzi dei beni di consumo

aumentano, vengono accresciute automaticamente anche le retribuzioni. Questo, a sua volta,

determina un ulteriore aumento dei prezzi, per cui tali meccanismi innescano una corsa tra prezzi e

salari, ragione per cui sono stati ridotti o aboliti.

Un altro aspetto da considerare è questo: oggi numerose imprese operano in regime di

OLIGOPOLIO e possono influenzare i prezzi dei beni che producono e vendono. Per questo esse,

quando ricevono dai sindacati richieste di aumenti salariali (anche elevati), li concedono per ridurre

la conflittualità in fabbrica e poi recuperano i MARGINI di PROFITTO aumentando i prezzi di

vendita. L'inflazione cioè sarebbe determinata dalla COLLUSIONE tra le imprese industriali

oligopolistiche e i sindacati (che sono anch'essi degli oligopoli). Inoltre le aziende, quando vi è una

intensa conflittualità, avranno una caduta dei profitti. Le loro aspettative saranno pessimistiche e

134

quindi saranno restie a investire, per cui si avrà uno scarso aumento di occupazione, mentre le

aziende stesse, per recuperare i profitti, aumenteranno i prezzi.

Secondo alcuni economisti, POLITICHE RESTRITTIVE (monetarie e fiscali) della domanda globale,

possono generare o quanto meno aggravare il fenomeno della stagflazione, perché, mentre sono

efficaci a determinare la contrazione degli investimenti, della produzione e dell'occupazione, NON

riescono invece a frenare l'aumento dei prezzi.

32. CURVA DI PHILLIPS.

La curva di Philips viene in considerazione in tema di INFLAZIONE (che come risaputo è un aumento

generale dei prezzi, che può essere causato da un eccesso della domanda oppure da un mutamento

dei costi di produzione). L’economista Philips, in uno studio sul comportamento dell’economia

britannica (dal 1861 al 1957) sosteneva che le cause dell’inflazione risiedessero soprattutto nel mercato

del lavoro. Philips riteneva che, quando nel sistema economico vi era una abbondante disoccupazione,

i salari monetari aumentavano poco o addirittura diminuivano; mentre quando il sistema era vicino

alla piena occupazione, la crescita dei salari era molto rapida, cioè man mano che il sistema si

approssimava al pieno impiego i salari aumentavano più velocemente.

Quando il tasso di crescita dei salari era molto elevato (per cui crescevano più velocemente della

produttività del lavoro), questo determinava un aumento dei prezzi (quindi inflazione), mentre se il

salario cresce allo stesso tasso a cui cresce la produttività del lavoro aumenti del salario non

determinano inflazione. La teoria di Philips viene espressa attraverso una curva, detta appunto Curva

di Philips, che mostra come al crescere del tasso di disoccupazione il tasso di crescita dei salari

monetari diminuisca sino a diventare dapprima nullo e infine negativo. 135

Sono essenzialmente due le spiegazioni del fenomeno fornite dal Philips e dagli economisti successivi:

Secondo alcuni l’esistenza di un elevato numero di disoccupati riduce la forza contrattuale dei

▪ sindacati, per cui i salari aumentano poco; in tali situazioni infatti i sindacati temono che le

imprese possano avere difficoltà e quindi licenziare altri lavoratori, per cui moderano le loro

richieste di aumenti salariali. Quando invece il sistema economico è vicino alla piena

occupazione accade il contrario.

Altri invece sostengono che quando la disoccupazione è scarsa, le imprese hanno difficoltà a

▪ trovare lavoratori e quindi offrono loro salari sempre più elevati

Alcuni economisti, tra cui Friedman, hanno studiato direttamente la relazione tra VARIAZIONE

della DISOCCUPAZIONE e VARIAZIONE dei PREZZI. Friedman evidenzia che:

se il SALARIO cresce più del VALORE del prodotto marginale fisico del fattore lavoro, i

▪ PREZZI aumentano 136

ad ogni riduzione della DISOCCUPAZIONE, è configurabile un aumento nel tasso di

▪ variazione dei SALARI più alto rispetto a quello ipotizzato 42

Secondo Friedman, quindi, esiste

una curva di Phillips per ogni dato

livello dei prezzi, perché nel

momento in cui il SALARIO cresce

più della produttività, io mi attendo

l’aumento del livello dei prezzi e

quindi mi attendo che il SALARIO

MONETARIO che ho appena

contratto (più alto rispetto a prima),

in rapporto al nuovo livello dei

prezzi, mi dia un SALARIO REALE

uguale o peggiore rispetto a quello precedente (vengono in considerazione le cd aspettative

inflazionistiche ).

43

Semplificando: Friedman aveva sostenuto che la curva di Phillips fosse una relazione valida solo nel breve

42

periodo, e che nel lungo periodo non esistesse alcun trade-off (cioè non c’è una relazione inversa) fra saggio di

variazione dei prezzi e disoccupazione poiché quest'ultima tendeva sempre a stabilizzarsi intorno al saggio

naturale di disoccupazione e che, inoltre, anche nel breve periodo, giocavano un ruolo fondamentale le

aspettative degli operatori economici.

Secondo Friedman, infatti, i lavoratori non sono interessati ai salari nominali, ma a quelli reali poiché solo questi

ultimi determinano la loro effettiva capacità d'acquisto. Al momento della contrattazione salariale, dunque, i

lavoratori terranno ben presente il tasso d'inflazione atteso e sulla base di questo chiederanno dei salari adeguati

a mantenere costante, anche nel futuro, la precedente capacità d'acquisto. Quindi, quanto più alta è l'inflazione

attesa, tanto più rapidamente aumenteranno i salari nominali: il che comporterà una traslazione della curva di

Phillips verso l'alto. Questo permette di spiegare perché è possibile avere contemporaneamente inflazione e

disoccupazione crescenti: quanto più elevato è il tasso atteso di inflazione, tanto maggiore è il tasso di inflazione

corrispondente ad un determinato saggio di disoccupazione.

Per i monetaristi (tra cui Friedman) una politica monetaria espansiva genera inflazione ma NON riduce la

43

disoccupazione: infatti l’aumento dei prezzi, causato dalla politica monetaria espansiva, crea aspettative di

ulteriore inflazione, cioè spinge i soggetti economici a ritenere che i prezzi continueranno ad aumentare. Le

aspettative inflazionistiche spingono sia i sindacati a chiedere maggiori aumenti del salario monetario sia le

imprese ad accogliere queste richieste ritenendo di poter assorbire questo aumento dei costi mediante l’aumento

dei prezzi di vendita dei beni. Ma le imprese, quando si rendono conto che il costo del lavoro in termini reali

non è diminuito e che la domanda di beni non è aumentata, non assumeranno più lavoratori. Pertanto

l’inflazione resta e la disoccupazione NON diminuisce. Se le autorità insisteranno nella loro politica,

accrescendo ulteriormente l’offerta di moneta nuovamente questo processo, l’inflazione si aggrava ma la

disoccupazione non diminuisce. L’inflazione NON è quindi una alternativa alla disoccupazione, anzi può

aggravarla nella misura in cui le aspettative inflazionistiche si autoalimentano. 137

Quindi a ogni aumento nel tasso di variazione del salario:

si associa un aumento nel livello dei prezzi

▪ si associa una curva di Phillips più alta fino a quando essa non sarà parallela (nel lungo

▪ periodo) all’asse delle ordinate, avendo per incidenza sull’asse delle ascisse quello che

Friedman chiama il TASSO di DISOCCUPAZIONE naturale che il sistema si deve tenere

perché se andiamo a ridurla causiamo un processo inflattivo.

33. LA TEORIA DELLA DISTRIBUZIONE FUNZIONALE DEL REDDITO

Si tratta di una teoria equa ed efficiente perché afferma che nessuno può essere retribuito se non ha

partecipato alla realizzazione del prodotto e che ciascuno è retribuito in stretta relazione a quanto

ha contribuito al prodotto. da ciò deriva che il salario è uguale al valore del prodotto marginale fisico

del fattore lavoro, cioè la relazione fisica che esiste tra aumento del lavoro e aumento del prodotto

da esso scaturente. Conseguentemente se retribuisco ogni fattore esattamente per quello che mi

rende, se il suo rendimento aumenta, aumenta quanto “io gli pago”, diversamente se diminuisce il

suo rendimento, diminuirà quanto “io gli pago”.

Per le imprese che operano in mercati di concorrenza pura il prezzo d’uso dei fattori della

produzione è sempre uguale al valore del prodotto marginale fisico. Per le altre imprese (che

operano in mercati diversi dalla concorrenza pura), il prezzo d’uso dei fattori della produzione non

è più uguale al valore del prodotto marginale fisico ma è uguale al ricavo marginale per il prodotto

marginale fisico, in quanto le imprese devono far fronte a due andamenti decrescenti, a quello del

prodotto marginale e a quello del ricavo marginale. 138

34. LA RENDITA SECONDO RICARDO.

Gli economisti classici consideravano la RENDITA come la «REMUNERAZIONE» per l’uso della

terra. Il proprietario della terra, se dà in affitto la terra che possiede ad un contadino o a una impresa

che la lavori, ottiene in cambio un corrispettivo (il canone di affitto). Questo un corrispettivo deriva

insomma dal semplice fatto di possedere la terra senza svolgere alcuna attività imprenditoriale, e

prende il nome di RENDITA (fondiaria o agraria).

RICARDO ha introdotto nell’analisi economica il concetto di RENDITA DIFFERENZIALE.

Supponiamo:

Che esistano terre di diversa fertilità e che siano messe tutte a coltura;

- Che produrre un quintale di grano sulla terra più fertile costa (ad esempio) 100 euro, mentre

- su quella meno fertile 150 euro.

Se la domanda di grano è tale da assorbire anche la quantità prodotta sulle terre meno fertili, il prezzo

di mercato sarà tale da coprire i costi di produzione del grano nelle terre meno fertili (per cui, restando

all’esempio, il grano sarà venduto a 150). Ipotizzando dunque che la terra più fertile possa produrre

al massimo 10 quintali di grano e la terra meno fertile 8 quintali, se la domanda di grano da parte degli

acquirenti è pari a 18 quintali, il proprietario del terreno più fertile non è in grado di soddisfare

integralmente tale domanda e quindi il proprietario del terreno meno fertile produrrà anche lui grano.

Ma il proprietario del terreno meno fertile dovrà vendere il grano a 150 euro al quintale, altrimenti

non riuscirebbe a coprire il costo di produzione. Ma allora il proprietario del terreno più fertile

approfitterà di questa situazione e venderà anche lui il grano 150 euro. Quindi, dato che sul mercato

si determina un unico prezzo, anche colui che possiede la terra più fertile venderà il grano a 150 euro

al quintale e avrà un guadagno di 50,00 (perché lui produce al costo di 100,00), mentre colui che

possiede la terra meno fertile non guadagnerà nulla. Quel guadagno di 50 euro costituisce una

RENDITA che possiamo chiamare DIFFERENZIALE, perché nasce dalla esistenza di terre di

differente fertilità.

Oltre che dalla diversa fertilità della terra, la rendita può originare anche dalla diversa vicinanza delle

terre al mercato di vendita dei prodotti agricoli. Le terre più vicine infatti avranno minori costi di

trasporto. Anche in tal caso se la domanda di grano è tale da assorbire pure la quantità prodotta dalle

terre più lontane dal mercato, il prezzo del grano sarà tale da coprire anche i costi di trasporto (dei

139

prodotti di mercato) delle terre più lontane. In questo caso, le terre più vicine avranno una rendita

differenziale che prende il nome di RENDITA DI POSIZIONE, perché deriva dalla posizione delle

terre rispetto al mercato di vendita dei prodotti.

RICARDO, agli inizi dell’800, formulò la previsione secondo cui l’aumento della popolazione

determinerà l’aumento della domanda di prodotti agricoli, di conseguenza vi sarà un incentivo per i

produttori ad aumentare l’offerta di prodotti agricoli e quindi saranno messi a coltura sempre nuovi

terreni, presumibilmente verranno coltivati prima i terreni più fertili e poi via via quelli meno fertili,

per cui la rendita differenziale (di cui godono i terreni più fertili) tenderà ad aumentare. Questa

previsione però NON ha trovato riscontro nella realtà, soprattutto perché il progresso tecnologico e

l’impiego di macchinari in agricoltura hanno consentito di aumentare la produzione di beni agricoli,

coltivando solo una parte dei terreni esistenti, senza la necessità di mettere a coltura anche i terreni

meno fertili.

35. TEORIA DEI COSTI (o VANTAGGI) COMPARATI DI RICARDO

Vedi pag.166 (questo argomneto sarà trattato in tema di commercio internazionale)

36. LA TEORIA DELLO SVILUPPO DI RICARDO.

Gli economisti classici hanno tentato di dare una spiegazione del fenomeno dello sviluppo economico.

RICARDO considerava anche la TERRA tra i fattori della produzione, data l’importanza che

l’agricoltura aveva agli inizi dell’800. In agricoltura la produzione dipende dalle quantità impiegate

di CAPITALE, LAVORO e di TERRA. Mentre i primi due fattori crescono, il terzo è disponibile in

quantità limitata. Sebbene nel corso dell’800, in alcuni paesi (es. Stati Uniti), vi fosse grande quantità

di terra disponibile, RICARDO affermava che in generale, nella maggioranza dei paesi, la terra fosse

disponibile in quantità limitata e man mano che la popolazione cresce, si mettono a coltura terre via

via meno fertili, per cui nonostante l’aumento della popolazione, la produzione agricola aumenterà in

misura decrescente. 140

In RICARDO inoltre, la teoria dello sviluppo si legava a quella della distribuzione del reddito tra le

classi sociali. La messa a coltura di terre via via meno fertili determinava una continua espansione

della RENDITA FONDIARIA, mentre i SALARI non aumentavano, perché erano al livello di

sussistenza . Aumentando la rendita e rimanendo stabili i salari, i PROFITTI diminuivano. Questo

44

determinava una diminuzione continua degli investimenti industriali e quindi una crescita molto

lenta della produzione dei beni. Il sistema economico per RICARDO tendeva a raggiungere una

situazione di scarso sviluppo (che egli chiamava STATO STAZIONARIO). Il progresso tecnico

potrebbe neutralizzare questa tendenza, facendo aumentare continuamente e consistentemente la

produzione agricola., anche se la terra è disponibile in quantità limitata. Anche se per Ricardo, il

progresso tecnico non sarebbe stato sufficiente a invertire la tendenza del sistema verso lo stato

stazionario, ma avrebbe potuto solo rallentare tale processo.

37. INVESTIMENTO E RISPARMIO

Uno dei problemi affrontati dagli economisti classici era quello della distribuzione funzionale del

44

reddito (cioè come si distribuisse il reddito tra salari, profitti e rendite). Ricardo aveva una teoria della

rendita per la quale l’entità di questa era determinata dalla domanda di prodotti agricoli e dalla

diversa fertilità dei terreni. Quanto ai SALARI e ai PROFITTI, va detto innanzitutto che gli economisti

classici (tra cui Ricardo) erano pessimisti sulla possibilità di migliorare il tenore di vita dei lavoratori.

Essi ritenevano che il salario fosse determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro, però pensavano

che esso gravitasse intorno al livello di sussistenza dei lavoratori (la cd. Legge ferrea dei salari). I

classici ritenevano che questo avvenisse essenzialmente a causa della legge della popolazione di

Malthus: Malthus riteneva che le risorse naturali sono disponibili in quantità limitate e questo pone

un freno alla espansione della produzione; d’altra parte la popolazione cresce più rapidamente della

produzione, per cui il reddito pro capite tende a diminuire. Ogni colta che il salario aumenta, i

lavoratori hanno un maggior numero di figli e la popolazione cresce. In tal modo l’offerta di lavoro

aumenta e il salario pro-capite diminuisce , tornando al livello di sussistenza. 141

Nella teoria neoclassica la uguaglianza tra Investimento (I) e Risparmio (S) è data dal Tasso di

interesse che è una grandezza reale ed è il premio per la rinuncia al consumo presente, per cui il

risparmio è funzione diretta del Tasso di interesse, il risparmio cresce al crescere del Tasso di interesse.

L’investimento è funzione inversa del Tasso di interesse, in quanto è il prezzo d’uso del fattore

capitale, per cui all’aumentare dell’impiego del fattore capitale, il fattore capitale avrà un rendimento

decrescente e siccome ogni fattore è remunerato in base al valore della sua produttività marginale

fisica, ne deriva che al crescere dell’impiego (diminuendo il rendimento), affinché l’impresa

massimizzi il profitto , sarà disponibile ad impiegare ulteriori dosi del fattore solamente se paga per

esse un prezzo via via minore. Per Keynes l’equilibrio del settore reale è sempre dato

dall’eguaglianza tra I e S, ma si eguaglino attraverso il reddito e non attraverso il tasso di interesse.

Il Risparmio è funzione diretta del reddito. L’investimento per Keynes è scarsamente correlato al

tasso di interesse e dipende in massima parte dalle aspettative degli imprenditori. Inoltre egli ritiene

che non ci sia divario tra settore monetario e settore reale, ma vi sia un collegamento che è dato dal

tasso di interesse. Conseguentemente l’equilibrio nel mercato dei beni è influenzato dalle grandezze

monetarie perché il tasso di interesse con cui l’imprenditore confronta l’efficacia marginale

dell’investimento è determinato sul mercato monetario. Quindi impulsi provenienti dal settore

monetario al settore reale vanno a incidere sul tasso di interesse che, date le aspettative degli

imprenditori, modifica il livello degli investimenti e, via moltiplicatore, il reddito.

38. FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA ECONOMICO PER I NEOCLASSICI.

(per capire IS-LM va fatto prima questo)

Per i Neoclassici ad una determinata OFFERTA corrisponde una DOMANDA perfettamente

corrispondente. Per OFFERTA intendiamo la quantità di beni e servizi che vengono prodotti da una

collettività in un dato periodo di tempo, cioè il PIL [cioè il valore del flusso dei beni e dei servizi

prodotti da una collettività in un determinato periodo di tempo e che si sostanzia nella produzione

di beni di consumo e di beni di investimento; se allora a questa offerta, corrisponde una domanda

142

perfettamente corrispondente, la DOMANDA si sostanzierà nella SPESA in beni di consumo e beni

di investimento]. Se consideriamo che:

per realizzare il PIL è necessario approvvigionarsi dei fattori della produzione è evidente che

▪ il VALORE della produzione corrisponde al VALORE dei redditi distribuiti, che la

collettività destina parte al consumo e parte al risparmio.

se è vero che all'ammontare dei beni di consumo prodotti corrisponde una DOMANDA di

▪ beni di consumo ad essa esattamente equivalente, ne deriva che l'equilibrio del settore

privato, è caratterizzato dalla identità RISPAMIO - INVESTIMENTO.

Questa identità per i Neoclassici è vera, sia ex ante che ex post, mentre per Keynes solamente ex post

(perché può essere un Prodotto Interno Lordo producibile ma non è detto che sia esattamente

prodotto).

Per i Neoclassici l'EQUILIBRIO del settore privato (quindi l'identità risparmio-investimento) è

assicurato dal TASSO di INTERESSE, inteso:

a) dal punto di vista del risparmio, come il PREMIO per la RINUNCIA al consumo presente e

quindi il RISPARMIO è una funzione diretta del tasso di interesse;

b) dal punto di vista dell'investimento, come PREZZO d'uso del fattore capitale che è pari al

valore del prodotto marginale fisico del fattore e dato che + dosi di fattore capitale utilizzo +

il suo prodotto marginale diminuisce, è evidente che la domanda del fattore capitale CRESCE

se per esso pago un prezzo via via minore (per questo l'investimento è funzione indiretta del

tasso di interesse). Conseguentemente l'uguaglianza tra risparmio e investimento sarà

sempre garantito, secondo i neoclassici, dalle variazioni del tasso di interesse.

Conseguentemente l'uguaglianza tra risparmio e investimento sarà sempre garantito, secondo i

neoclassici, dalle variazioni del tasso di interesse.

Nella visione dei Neoclassici la MONETA è solo intermediaria degli scambi e serve solo ed

esclusivamente a determinare il LIVELLO assoluto dei prezzi, conseguentemente mutamenti nella

massa monetaria in circolazione, andando a modificare solo i valori nominali delle grandezze,

modificandoli tutti nella identica proporzione, NON determina mutamenti nelle grandezze reali del

sistema. 143

Per Keynes, l’equilibrio RISPARMIO-INVESTIMENTO può avvenire soltanto ex post. Per Keynes: il

risparmio è Funzione del reddito mentre l'investimento dipende dal tasso di interesse, date le

aspettative degli imprenditori. Ma il Tasso di interesse per Keynes è il PREMIO per la rinuncia alla

liquidità, quindi una "grandezza monetaria" che viene determinata sul mercato della moneta,

laddove la domanda di moneta è uguale all'offerta di moneta e la domanda di moneta si sostanzia

in: una domanda di moneta che dipende dal reddito

- una domanda di moneta che dipende dal tasso di interesse

-

Conseguentemente, ritenendo Keynes che la domanda di moneta che dal reddito dipende sia

scarsamente influente nella determinazione del tasso di interesse, il tasso di interesse si determina sì

sul mercato della moneta ma grazie all' uguaglianza tra domanda di moneta a fine speculativo e

offerta di moneta a fine speculativo. E allora:

la determinazione del tasso di interesse sul mercato della moneta, note le aspettative dei

▪ venditori, determina l'investimento

la determinazione dell'investimento, via moltiplicatore, determina il livello del reddito.

Anche nella teoria keynesiana c'è un limite, quello di aver escluso dalla determinazione del tasso di

interesse la domanda di moneta che dal reddito dipende. Per cui se è vero che: poteva non esserci

identità tra reddito potenzialmente producibile e reddito effettivamente prodotto (a causa di una

insufficienza della domanda globale) e che quindi il reddito fosse la “grandezza” da determinare, il

fatto di aver ritenuto “nota” la domanda di moneta (che dal reddito dipende), significa quasi averlo

considerato dato.

Hicks coniuga la teoria neoclassica e la teoria keynesiana e individua come sia possibile individuare

equilibrio del settore reale ed equilibrio del settore monetario grazie non solo al tasso di interesse,

non solo al livello del reddito ma considerandole insieme. (adesso parliamo della scheda IS e LM).

39. MODELLO IS-LM

Il modello IS-LM (IS sta per investimento-risparmio; mentre LM sta per liquidità-denaro) è stato

introdotto da Hicks nel 1937 ed è un modello di sintesi tra le posizioni prekeynesiane e quelle

144

keynesiane. Il modello è composto da due schede, una (la IS) che riguarda il mercato dei beni (settore

reale) e l’altra (la LM) che riguarda il mercato della moneta (settore monetario).

La CURVA IS è il luogo geometrico dei punti per coppie di valori di tasso di interesse e di reddito

45

(o prodotto), tali per cui il mercato dei beni è in equilibrio e quindi l’investimento eguaglia il

risparmio. In sostanza la funzione IS, mostra le differenti combinazioni tra reddito e tasso di interesse

per le quali, per le quali la spesa aggregata è uguale al prodotto e dunque vi è equilibrio nel mercato

dei beni e servizi o mercato reale.

PERCHE’ la IS è inclinata negativamente? Essa è inclinata negativamente perché se diminuisce il

tasso di interesse, aumentano gli investimenti e via moltiplicatore aumenta il reddito che fa

aumentare il risparmio. Se il risparmio è funzione diretta del reddito, al crescere del reddito crescerà

anche il risparmio; dato che l’equilibrio sul mercato dei beni è dato dalla eguaglianza tra I e S, perché

l’equilibrio persista l’investimento deve aumentare, e l’investimento aumenta se il tasso di interesse

diminuisce.

La sua maggiore o minore inclinazione da cosa dipende? Dipende dalla sensibilità dell’investimento

al tasso di interesse e dal valore del moltiplicatore. La pendenza dipende dalle variabili indipendenti,

per cui se l’investimento è molto reattivo al tasso di interesse basterà una piccola variazione del tasso

di interesse per causare una grande variazione nell’investimento e quindi a generare un aumento

nel reddito, la curva diventa più piatta.

Come si sposta la IS nello spazio? La

posizione nello spazio dipende dalle

componenti autonome della domanda (che

non dipendono né dal tasso di interesse né

dal reddito). Ossia le esportazioni e la spesa

pubblica. Al loro variare, se esse

aumentano, per ogni punto della IS a parità

di tasso di interesse, il reddito aumenta.

Dunque la IS si sposta verso l’alto e verso

IS : I sta per INVESTIMENTI PROGRAMMATI ed S sta per RISPARMIO PROGRAMMATO

45 145

destra. Del pari, se esse diminuiscono, per ogni punto della IS, a parità di tasso di interesse, il reddito

diminuisce, la IS si sposta a sinistra e verso il BASSO.

La CURVA LM , è il luogo geometrico dei punti per coppie di valori di Tasso di interesse e Reddito

46

tali per cui il mercato monetario è in equilibrio e quindi la domanda di moneta eguaglia l’offerta di

moneta.

PERCHE’ la curva LM è inclinata positivamente? è inclinata positivamente perché la domanda di

moneta è funzione diretta del reddito. Se aumenta il reddito aumenta la domanda di moneta che dal

reddito dipende, conseguentemente (dato che l’offerta di moneta è una grandezza esogenamente data

e non varia) il tasso di interesse aumenta.

La sua maggiore o minore inclinazione da cosa dipende? Dipende dalla sensibilità della domanda

di moneta al tasso di interesse. Se questa reattività fosse scarsa o quasi nulla, la LM sarebbe parallela

all’asse delle ordinate (LM classica); se la sensibilità fosse molto grande la LM sarebbe parallela

all’asse delle ascisse (LM keynesiano).

Come si sposta la LM nello spazio? La usa posizione dipende dall’unica componente autonoma che

è la variazione dell’offerta di moneta. In

qualsiasi modo la massa monetaria in

circolazione aumenti per decisione della

banca centrale, per ogni punto della LM,

a parità di reddito, il tasso di interesse

diminuisce. Dunque la LM si sposta verso

il basso e verso destra. Del pari, se

l’offerta di moneta diminuisce, il tasso di

interesse aumenta e quindi la LM si

sposta verso l’alto e verso sinistra.

LM: L indica la domanda reale di moneta (o di liquidità) mente M l’offerta reale di moneta.

46 146

Dato che IS è inclinata negativamente e la LM positivamente, poste insieme su un unico diagramma

cartesiano ci sarà un’unica coppia di valori di tasso di interesse e reddito che rendono

simultaneamente in equilibrio il mercato dei beni e il mercato monetario.

Supponiamo che il reddito di equilibrio (Ye) non sia quello di piena occupazione delle risorse (Y*),

quali misure di politica economica possono essere adottate? O una POLITICA FISCALE ESPANSIVA

o una POLITICA MONETARIA ESPANSIVA (Mundell-Fleming).

40. MODELLO MUNDELL

FLEMING

Ho tre strumenti: politica monetaria,

fiscale, commerciale. È possibile usarli

tutti e tre insieme per raggiungere piena

occupazione delle risorse fermo P e

pareggio dei conti con l’estero? Potrebbe

essere possibile con dei modelli che ce lo

consentono. Il modello di cui ci

occuperemo è quello di Mundell – Fleming. Questo modello è un'estensione del modello IS-LM.

Mentre il modello IS-LM descrive l'economia sotto una condizione di autarchia, il sistema Mundell-

Fleming prova a descriverlo in economia aperta alle transazioni commerciali e finanziarie con l’estero,

e consente l’analisi degli effetti su tale economia di politiche monetarie e fiscali. 147

41. POLITICA FISCALE ESPANSIVA e POLITICA MONETARIA ESPANSIVA

La POLITICA FISCALE ESPANSIVA consiste in un aumento della spesa pubblica che fa aumentare

la domanda globale, che via moltiplicatore del bilancio pubblico aumenta il reddito. L’aumento del

reddito si riversa sul mercato della moneta, determinando un aumento della domanda di moneta

che dal reddito dipende. Dal momento che l’offerta di moneta è una grandezza esogenamente data

e non varia, il tasso di interesse aumenta, l’aumento del tasso di interesse si riversa sul mercato dei

beni determinando una contrazione della domanda globale nella componente della spesa privata

per gli investimenti, ciò determina un effetto spiazzamento, per cui il reddito cresce ma meno di

quello che ci saremmo attesi. Il sistema raggiunge una nuova posizione di equilibrio caratterizzata

da maggiore reddito e maggiore tasso di interesse, il maggior reddito fa aumentare le importazioni

e, date le esportazioni, la bilancia commerciale va in disavanzo. L’aumento del tasso di interesse

garantisce un afflusso di capitali e il conto finanziario va in avanzo. Se l’avanzo del conto finanziario

più che compensa il disavanzo della bilancia commerciale, la bilancia dei pagamenti è in positivo.

Questo:

1) In un REGIME a CAMBI FISSI e PREZZI FISSI, si traduce in un aumento delle riserve

ufficiali e quindi aumenta la massa monetaria in circolazione, si riduce il tasso di interesse

e, date le aspettative degli imprenditori, aumentano gli investimenti e via moltiplicatore

aumenta il reddito. La politica fiscale è EFFICACE (se i prezzi fossero stati flessibili potrebbe

perdere la sua efficacia perché qui dobbiamo fare riferimento al differenziale inflattivo tra i

Paesi).

2) In un REGIME a CAMBI FLESSIBILI e PREZZI FISSI, si traduce in una rivalutazione della

moneta, cioè aumenta il suo potere di acquisto ma, conseguentemente, i beni e servizi in

essa denominati PERDONO competitività, quindi le esportazioni diminuiscono e, via

moltiplicatore del commercio estero, diminuisce il livello del reddito. La politica fiscale è

INEFFICACE.

3) In un REGIME a CAMBI FLESSIBILI e PREZZI FLESSIBILI, la politica fiscale espansiva può

avere efficacia, perché quando consideriamo la flessibilità dei prezzi non ragioniamo più in

termini di tasso di cambio nominale ma di tasso di cambio reale, dove il tasso di cambio reale è

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176

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8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nuvole.grigie di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Martucci Isabella.

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