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AFFERMAZIONI ETNOGRAFICHE, NARRAZIONI CARATTERISTICHE,

ESPRESSIONI TIPICHE, ECC. DEVE ESSERE FORNITA COME

DOCUMENTI DELLA MENTALITA’ INDIGENA.

Jean-Pierre Olivier de Sardan: La politica del campo. Sulla

produzione di dati in antropologia.

La ricerca sul campo, per chi non la pratica, rimane avvolta in

un’indeterminatezza che chi la pratica non si preoccupa di spiegare. A causa di

questo carattere poco chiaro della produzione dei dati sul campo, l’antropologia,

vista dall’esterno, è la più sconosciuta, affascinante e contestata delle scienze

sociali. La ricerca sul campo è solo uno dei tanti modi di produzione dei dati

nelle scienze sociali. Si deve prendere atto del contrasto che c’è tra la ricerca

con questionari e quella sul campo. Si presentano come due tipi-ideali diversi

sia per le rispettive modalità di produzione dei dati e per la natura di questi

ultimi, sia per il loro approccio al problema della rappresentatività. L’inchiesta

con questionari preleva delle informazioni circoscritte e codificabili sulla base

di campioni in una situazione artificiale di interrogazione le cui risposte sono

fornite tramite l’intermediazione di intervistatori. L’inchiesta di tipo

antropologico, invece, vuole avvicinarsi il più possibile alle situazioni naturali

dei soggetti, in una situazione di interazione prolungata tra il ricercatore e le

popolazioni locali, al fine di produrre delle conoscenze contestualizzate volte a

render conto del punto di vista dell’attore. L’inchiesta sul campo non si può

imparare in un manuale, ma è una questione di “abilità” e procede con

intuizioni.

- L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE: attraverso un soggiorno prolungato

presso i soggetti di una ricerca l’antropologo si scontra con la realtà che vuole

studiare. La può così studiare il più vicino possibile a quelli che la vivono e in

interazione con essi. Possiamo scomporre questa situazione di base in due tipi di

situazioni distinte: quelle che rientrano nel campo dell’osservazione (il

ricercatore è testimone) e quelle che rientrano nel campo dell’interazione (il

ricercatore è coattore). In tutti i casi, le informazioni e le conoscenze acquisite

possono essere sia registrate dal ricercatore, sia restare informali. Se le

osservazioni e le interazioni sono registrate, esse si trasformano in dati e corpus.

I DATI E IL CORPUS: il ricercatore deve prendere appunti e descrivere ciò

• che vede. Tramite tali procedure produrrà dei dati e costituirà dei corpus, che

assumono la forma del taccuino in cui l’antropologo registra quello che vede e

che sente. I dati sono la trasformazione in tracce oggettivate della realtà. Il

desiderio di conoscenza del ricercatore e la sua formazione alla ricerca

possono avere la meglio, almeno parzialmente, sui suoi pregiudizi e le sue

emozioni. La competenza del ricercatore sul campo sta nel poter osservare ciò

a cui non era preparato e nell’essere in grado di produrre i dati che lo

obbligheranno a modificare le proprie ipotesi. Una parte dei comportamenti

dei soggetti osservati non è modificata, o lo è in minima parte, dalla presenza

dell’antropologo e una delle dimensioni del saper fare il ricercatore è riuscire

a capire quale. La presenza prolungata del ricercatore è il principale fattore

che riduce i fattori di disturbo indotti dalla sua presenza: ci si abitua a lui.

Quanto al problema posto da quella parte di comportamenti modificati in

modo significativo dalla presenza del ricercatore, ci sono due soluzioni: la

prima è quella di tentare di annullare questo cambiamento con diverse

procedure aventi tutte lo scopo di eliminare ciò che lo status di osservatore ha

di esteriore e di assimilare il ricercatore a un indigeno non distinguibile dagli

altri soggetti osservati; la seconda soluzione è di trarne profitto, ovvero è il

processo stesso di questa modificazione a diventare oggetto di ricerca. La

posizione adottata di solito è a metà strada tra questi due atteggiamenti.

L’antropologo si mette in una posizione di “straniero simpatizzante”.

L’atteggiamento di osservazione comprende i comportamenti quotidiani o i

rituali caratteristici e le interazioni discorsive locali nelle quali il ricercatore è

poco o nulla coinvolto. Il ricercatore è costantemente immerso in relazioni

sociali verbali e non verbali, semplici e complesse. L’antropologo evolve nel

registro della comunicazione quotidiana, trasforma le interazioni pertinenti in

dati.

L’IMPREGNAZIONE: il ricercatore sul campo osserva e interagisce senza

• avere l’impressione di lavorare e, dunque, senza prendere appunti, né durante

né dopo. Vive la realtà e osserva e tali osservazioni vengono registrate nel suo

inconscio.

I COLLOQUI: la produzione da parte del ricercatore di dati sulla base di

- discorsi autoctoni che lui stesso avrà sollecitato resta un elemento centrale di

ogni ricerca sul campo. Primo, perché l’osservazione partecipante non

permette di accedere a numerose informazioni e per questo si deve ricorrere

al sapere o ai ricordi degli attori locali. Secondo, perché le rappresentazioni

degli attori locali sono un elemento indispensabile in ogni comprensione del

sociale. Il colloquio resta un mezzo privilegiato ed è spesso anche il più

economico.

CONSULENZA E RACCONTO: il colloquio riguarda referenti sociali o

• culturali sui quali si consulta l’interlocutore. Invitato a dire ciò che pensa o

conosce rispetto ad un argomento, egli deve riflettere almeno parzialmente un

sapere comune e condiviso con altri attori locali. Il soggetto del colloquio può

anche essere sollecitato riguardo la sua esperienza personale. Una forma

particolare di queste forme di colloquio è la storia di vita, in cui

l’autobiografia dell’interlocutore diventa il tema del colloquio.

IL COLLOQUIO COME INTERAZIONE: lo svolgimento del colloquio

• dipende sia dalle strategie dei due o più partner dell’interazione e dalle loro

risorse cognitive, sia dal contesto in cui esso si situa. Le caratteristiche

culturali e linguistiche della situazione del colloquio e del suo contesto

comportano numerosi fattori di disturbo rispetto ai contenuti referenziali.

IL COLLOQUIO COME CONVERSAZIONE: avvicinare il colloquio

• guidato ad una situazione di banale interazione quotidiana è una strategia

ricorrente del colloquio etnografico. Il dialogo è una costrizione metodologica

mirante a creare una situazione di ascolto tale che l’informatore

dell’antropologo possa disporre di una reale libertà di parola e non si senta

come sotto interrogatorio. Esistono dei colloqui che mantengono una strategia

da questionario, anche se le domande sono aperte. La guida al colloquio

rischia così di limitare il ricercatore a una lista di domande standard pre-

programmate, a discapito dell’improvvisazione che ogni conversazione

richiede. Si deve quindi distinguere tra una “guida al colloquio” e un

“canovaccio di colloquio”. La prima organizza in anticipo le domande e può

tendere verso il questionario o l’interrogatorio. Il secondo fa capo a un

promemoria personale che permette di non dimenticare gli argomenti

importanti.

LA RICORSIVITA’ AL COLLOQUIO: un colloquio di ricerca deve

• permettere di formulare nuove domande. Ammettere i giri di parole e le

digressioni dell’interlocutore non è solo una questione di “mettere a proprio

agio”, ma è una questione di atteggiamento epistemologico. Quando le

risposte sono confuse il ricercatore lo solleciterà a parlare ponendo nuove

domande e aprendo nuove piste della conversazione.

IL COLLOQUIO COME “NEGOZIAZIONE INVISIBILE”: l’intervistato

• non ha gli stessi interessi del ricercatore, né le stesse rappresentazioni di quel

che è il colloquio. Ciascuno cerca di manipolare l’altro. Il problema del

ricercatore è che deve mantenere il controllo del colloquio e lasciare

l’interlocutore esprimersi come vuole.

IL REALISMO SIMBOLICO NEL COLLOQUIO: il ricercatore è

• professionalmente tenuto a dare credito ai discorsi del suo interlocutore. La

realtà che si deve accordare alle parole degli informatori è nel significato che

ci mettono.

IL COLLOQUIO E LA DURATA: il colloquio è l'inizio di una serie di

• colloqui e di una relazione. E’ una pratica aperta che si può sempre arricchire.

Diversi colloqui con lo stesso interlocutore sono un modo per avvicinarsi alla

modalità della conversazione. Un colloquio successivo permette di sviluppare

e commentare temi sollevati nel colloquio precedente.

I PROCEDIMENTI DI CENSIMENTO: sia nel quadro dell’osservazione che

- in quello del colloquio guidato si fa, a volte, appello a delle particolari

operazioni di produzione di dati chiamate “procedimenti di censimento”. Si

tratta di produrre dei dati intensivi in numero finito (liste, genealogie,

inventari, ecc.). I procedimenti di censimento hanno molti vantaggi:

permettono, per esempio, di fungere da indicatori per i quali l’indagine non

modifica i dati prodotti. I procedimenti di censimento non sono altro che i

dispositivi di osservazione o di misurazione che l’antropologo si fabbrica sul

campo.

LE FONTI SCRITTE: alcune di queste fonti sono raccolte, in parte, prima

- della ricerca sul campo e in questo caso permettono l’elaborazione di ipotesi

esplorative e di domande particolari. Altre sono inscindibili dalla ricerca sul

campo. Possono costituire corpus autonomi, distinti e complementari a quelli

prodotti dalla ricerca sul campo.

LA COMBINAZIONE DEI DATI: la combinazione dei diversi tipi di dati

- che si possono raccogliere è una delle peculiarità della ricerca sul campo e ha

due aspetti caratterizzanti:

L’ECLETTISMO DEI DATI: la ricerca sul campo sfrutta qualsiasi mezzo.

• L’osservazione partecipante consente di scegliere degli interlocutori

appropriati e di dare ai colloqui con loro un tono più vicino alla

conversazione. Le fonti scritte locali rimangono legate agli attori e agli

avvenimenti locali. L’eclettismo delle fonti consente di tener meglio conto

della stratificazione della realtà sociale studiata dal ricercatore. Il colloquio è

spesso utilizzato come un modo quasi esclusivo di produzione di dati,

scollegato dall’osservazione partecipante. Si tende a standardizzarlo.

LO STUDIO DEI CASI: fa convergere i quattro tipi di dati intorno a un’unica

• sequenza sociale. Intorno a una situazione sociale particolare l’antropologo

farà un confronto incrociato delle fonti: l’osservazione, i colloqui, i

censimenti e i dati scritti.

LA POLITICA DEL CAMPO: il processo di ricerca sul campo si può anche

- intendere in forma sintetica. Questa forma di campo fa capo a una strategia

scientifica del ricercatore che può essere esplicita o implicita.

LA TRIANGOLAZIONE: è il principio di base di ogni inchiesta, poiché le

• informazioni devono avere dei riscontri. Esiste però una tradizione etnologica

che fa di un solo individuo il depositario del sapere di tutta una società. Con la

triangolazione semplice il ricercatore fa un confronto incrociato tra gli

informatori, per non dare ascolto ad una sola fonte. Si parla anche di

“triangolazione complessa” quando si tenta di analizzare la scelta di tali

informatori. Questa intende far variare gli informatori in funzione del loro

rapporto con il problema trattato. Vuole incrociare i punti di vista quando

ritiene che la loro differenza abbia senso. Si giunge così al concetto di

“gruppo strategico”, con cui si intende un’aggregazione di individui che

hanno uno stesso atteggiamento davanti uno stesso problema. I gruppi

strategici variano a seconda dei problemi considerati.

L’ITERAZIONE: l’iterazione ricorda i va e vieni di un ricercatore sul campo

• (il ricercatore va da X, che gli dice di andare da Y dall’altra parte del

villaggio, poi ritorna da Z che abita vicino a X). Il fatto è che gli interlocutori

non sono scelti in anticipo con un metodo di selezione, ma prendono posto

secondo un continuo compromesso tra i piani del ricercatore, le disponibilità

dei suoi interlocutori, le occasioni che si presentano, ecc. L’iterazione è, però,

anche un va e vieni tra problematica e dati, interpretazione e risultati. Ogni

colloquio, osservazione e interazione sono occasioni per trovare nuove piste

di ricerca.

L’ESPLICITAZIONE INTERPRETATIVA: il fatto che le interpretazioni e le

• riformulazioni dell’oggetto di ricerca si operino durante la produzione dei dati

sfocia spesso in una contraddizione. Il campo prolungato presuppone una

verbalizzazione, una concettualizzazione, un’autovalutazione e un dialogo

continui, ma l’inserimento prolungato comporta un lavoro solitario. Il

ricercatore deve dialogare con se stesso, ma tale dialogo rimane spesso

incompiuto. Il diario del campo gioca un ruolo a questo proposito,

permettendo di fare il punto e di ovviare alla mancanza di dialogo nella

ricerca.

LA GESTIONE DEI FATTORI DI DISTURBO: obiettivo del ricercatore è

- controllarli.

L’INCLICCAGGIO: l’inserimento del ricercatore in una società si attua

attraverso dei gruppi particolari. Il ricercatore può essere assimilato, a volte

contro la sua volontà, a volte con la sua complicità, a una fazione locale. Ciò

comporta due inconvenienti: da un lato, il rischio di diventare troppo la voce

della fazione (clique) d’adozione e di riprenderne i punti di vista; dall’altro, il

pericolo di vedersi chiudere la porta in faccia dalle altre cliques.

IL MONOPOLIO DELLE FONTI: la possibilità che hanno gli storici di

accedere alle fonti dei loro colleghi e di rivedere i dati primari contrasta con la

solitudine dell’etnologo. Questo problema ha due soluzioni. La prima è che

più antropologi lavorino successivamente o contemporaneamente su campi

vicini o identici. La seconda è fornire un accesso alle proprie fonti, ai corpus

prodotti o a dei loro campioni al fine di autorizzare successive

reinterpretazioni. Le interpretazioni dell’antropologo non devono essere

confuse con le parole dei suoi informatori, ma devono essere identificate.

RAPPRESENTAZIONI E RAPPRESENTATIVITA’: parlare indebitamente

il linguaggio della rappresentatività è un altro possibile fattore di disturbo.

Succede quando le testimonianze di alcune persone sono presentate come se

riflettessero una cultura, sia essa di una classe sociale o di un’etnia. La ricerca

sul campo parla di rappresentazioni o di pratiche e permette di descrivere lo

spazio delle rappresentazioni o delle pratiche correnti in un dato gruppo

sociale. Non si deve far dire all’inchiesta sul campo più di quanto essa possa

dire.

George E. Marcus: L’etnografia nel/del sistema-mondo. L’affermarsi

dell’etnografia multi-situata.

Alla metà degli anni ’80 Marcus aveva individuato due modalità di inserimento

della ricerca etnografica nel contesto del sistema mondiale della politica

economica capitalista. La modalità più comune conservava la focalizzazione sul

sito unico di osservazione e partecipazione e sviluppava il contesto del sistema

mondiale servendosi delle ricerche d’archivio e dell’adattamento del lavoro di

studiosi macroeconomici come modo di contestualizzare le ricerche che

descrivevano e analizzavano le condizioni dei soggetti locali. Il meno comune

sistema di ricerca etnografica è incorporato in un sistema mondiale che oggi si

associa con l’ondata di capitale postmoderno. Abbandona la località unica e le

situazioni locali della ricerca etnografica tradizionale per studiare la

circolazione di significati culturali in uno spazio-tempo più ampio. Questo

sistema di ricerca etnografica sviluppa una strategia di ricerca che considera i

concetti macroteorici e le narrative del sistema mondiale, ma non basa su di essi

l’architettura contestuale che fa da cornice ai soggetti che studia. Il capitale

intellettuale del postmodernismo ha fornito idee e concetti per l’affermarsi

dell’etnografia multi-situata. Essa nasce come risposta a trasformazioni

empiriche nel mondo. La ricerca antropologica si è sviluppata all’interno delle

varie correnti dell’antropologia marxista, dell’“antropologia ed economia

politica” e dell’“antropologia e storia”. Sebbene alcuni modelli contemporanei

di etnografia multi-situata si siano sviluppati nella cornice di questi generi

tradizionali, molti esempi sono emersi da arene di lavoro non associate a questi

contesti tipicamente basati sul sistema mondiale. Questi studi nascono, invece,

dalla partecipazione dell’antropologia a numerose arene interdisciplinari. Per

l’etnografia ciò significa che oggi il sistema mondiale diventa parte integrante

degli oggetti di studio. Per gli etnografi interessati alle odierne trasformazioni

locali nella cultura e nella società, la ricerca mono-situata non riesce più ad

inquadrarsi in una prospettiva di “sistema mondo”, poiché oggi c’è una

prospettiva frammentata e locale. L’etnografia deve scoprire nuovi percorsi di

collegamento e associazione con i quali continuare ad esprimere il suo interesse

per i simboli e la quotidianità. Fra gli antropologi il passaggio all’etnografia

multi-situata potrebbe dare origine a tre diverse serie di ansie metodologiche:

una deriva dalla constatazione dei limiti dell’etnografia, una dal

ridimensionamento del potere della ricerca sul campo e l’ultima dalla “perdita

del subalterno”.

SAGGIARE I LIMITI DELL’ETNOGRAFIA: l’etnografia è fondata

- sull’attenzione al quotidiano, sulla conoscenza diretta delle comunità e dei

gruppi che si basa sulle relazioni faccia a faccia. L’idea che possa uscire dal

suo attaccamento al localismo per rappresentare un sistema più adatto a

essere compreso attraverso modelli astratti e aggregati statistici sembra

andare al di là dei suoi limiti. L’etnografia multi-situata è un esercizio di

mappatura del terreno. Essa assume come oggetto di studio la formazione

culturale che si produce in varie località e non le condizioni di un particolare

insieme di soggetti. Per l’etnografia non esiste il globale nel contrasto

globale/locale. Il globale è una dimensione emergente del dibattito sui

collegamenti fra i vari siti di un’etnografia multi-situata. Quest’ultima accetta

di convenire sul sistema globale purché non si permetta ai termini di alcun

particolare macro-costrutto di quel sistema di rappresentare il contesto del

lavoro etnografico, che invece viene costruito dal percorso o dalla traiettoria

che il progetto multi-situato prende nel designare i siti.

RIDIMENSIONARE IL POTERE DEL LAVORO SUL CAMPO: ci si è

- chiesti se il lavoro sul campo multi-situato sia fattibile. Una risposta è che il

campo copre già numerosi siti di lavoro, ma con l’evolversi della

progettazione della ricerca intervengono principi di selezione per delimitare

il campo effettivo dell’oggetto di studio. Il lavoro sul campo, quindi, nella

forma in cui viene percepito e praticato, è esso stesso potenzialmente multi-

situato. Nel passaggio verso l’etnografia multi-situata si perde qualcosa della

realtà del lavoro sul campo, ma non tutti i siti sono trattati con un set

uniforme di pratiche di lavoro sul campo. Portare questi siti all’interno di

un’unica cornice di studio e porre le loro relazioni sulla base di una ricerca


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher passariello.lucia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Broccolini Alessandra.

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