Che materia stai cercando?

Sunto di Storia Medievale, prof Paciocco, testo consigliato G. Vitolo, "Medioevo. I caratteri originali di un'età di transizione"

Riassunto per l'esame di storia medievale e del prof. Paciocco, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Medioevo. I caratteri originali di un'età di transizione, Vitolo. Scarica il file in PDF! Sunto molto dettagliato della storia medievale: dall'età tardoantica fino al Rinascimento italiano, attraverso l'evoluzione... Vedi di più

Esame di Storia medievale docente Prof. R. Paciocco

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

come si ricorderà – a Ravenna) riusciva ancora a detenere il comando e la morte di Stilicone lasciava presagire l'estromissione

dell'elemento germanico dai vertici imperiali, anche grazie all'ascesa, sostenuta da Costantinopoli, dell'imperatore Valentiniano III (425-

455), sotto tutela della madre Galla Placida (sorella di Onorio) , ben presto però la situazione tornò a mutare e i barbari ripresero a

15

occupare posti di rilievo, essenziali com'erano al mantenimento di un equilibrio.

Il generale Ezio, di origine romana, ma cresciuto tra gli Unni, si fece interprete di questa rinnovata tendenza per respingere l'avanzata

degli stessi Unni di Attila, che avevano invaso la Gallia: nel 451 egli riuscì a batterli su Campi Catalunici, grazie ad un esercito formato

principalmente da Visigoti e Burgundi. Attila tornò però all'attacco l'anno seguente, penetrando in Italia e conquistando Aquileia; la sua

marcia si arrestò sul Mincio, dove venne intercettato da papa Leone I che, in qualità di ambasciatore dell'imperatore Valentiniano III,

riuscì probabilmente a respingerlo minacciandolo di rappresaglie da parte di Costantinopoli. Alla morte di Attila i possedimenti da lui

conquistati, privi di organizzazione e stabilità amministrativa, iniziarono a sfaldarsi ritornando man mano ai loro storici detentori.

La morte di Ezio e di Valentiniano, l'uno per “mano” dell'altro, e lo scarso carisma dei successivi imperatori finì per indebolire

ulteriormente lo statuto dell'Impero, finché il generale germanico Odoacre, nel 476 depose il giovanissimo imperatore Romolo

Augustolo, rimandando a Costantinopoli (dove imperava Zenone) le insegne imperiali e decretando de facto la fine dell'Impero romano

d'Occidente, sebbene avesse dichiarato di voler governare ciò che rimaneva dell'Impero d'Occidente con il titolo di patrizio nel nome

dell'imperatore d'Oriente, incoronandosi tra l'altro re dei Germani (che l'avevano sostenuto nel “colpo di Stato”). L'aristocrazia senatoria

continuava a mantenere la propria ingerenza, pur avendo dovuto piegarsi alla pressione delle genti germaniche di Odoacre, in virtù di

quel processo di primo accentramento latifondistico che aveva interessato i possedimenti di gran parte dell'Impero – dovuto alla sempre

più scarsa presenza delle istituzioni imperiali sul territorio (a causa, naturalmente, del declino politico in atto) – e quindi al crescente

potere dei proprietari terrieri presso i quali il ceto medio e i salariati cercavano lavoro, sostegno e protezione.

Fu il re ostrogoto Teodorico (re dal 474 al 526) a succedere ad Odoacre quando nel 489, inviato da Costantinopoli (dov'era cresciuto e

si era formato) dall'imperatore Zenone (476-491) – preoccupato per le politiche espansionistiche di Odoacre – giunse in Italia con il suo

popolo (circa 120.000 persone, di cui 25.000 guerrieri), guadagnandosi il beneplacito tanto della Chiesa cattolica quanto dell'aristocrazia

senatoria (dal 493, fino alla sua morte, fu in possesso del titolo di patrizio d’Italia, cioè di re d’Italia in nome dell’imperatore bizantino).

I territori italiani allora, in base al principio dell'ospitalità, furono consegnati per la quantità di un terzo agli Ostrogoti, i quali rimasero

in perfetto equilibrio con la popolazione autoctona: la cittadinanza era divisa in due comunità, ognuna dotata di autonomia giuridica,

che si incontravano certo materialmente (non sempre, è da dire, dacché gli Ostrogoti si insediarono soprattutto nella Pianura padana,

mentre i Latini rimasero più a meridione), ma che erano, più che altro, in tangenza formale nella figura del re Teodorico. I Goti, gli unici

a detenere le armi, erano governati da comites (conti), e si distinguevano anche dal punto di vista religioso – essendo ariani – dai Latini,

i quali continuavano a vivere secondo i loro costumi (ormai cattolici, ma più, in generale “romani”).

Si era insomma realizzata una sorta di compenetrazione o, comunque, una convivenza pacifica, un modello non del tutto nuovo: del

resto nei territori limitanei lo stesso era successo ben prima, come si può ricordare (in questo caso, però l’intreccio assunse caratteri

radicali). Teodorico decise comunque di tenere ben distinte le comunità, anche vietando i matrimoni tra Romani e Barbari, oltre a non

permettere ai suoi Goti di accedere agli scranni senatoriali (come avveniva in precedenza), riservati ai Latini; in compenso i capi militari

barbari componevano il consiglio del re (consistorium). La separazione voluta da Teodorico deve essere presumibilmente ricondotta

alla sua lungimirante volontà di preservare un certo distacco tra il proprio popolo, ancora acerbo dal punto di vista istituzionale e politico,

da quello Latino, che aveva alle spalle secoli di “riflessione politica” e pratica amministrativa. Del resto gli Ostrogoti non erano pronti

ad integrarsi tanto quanto lo fossero i Latini , al di là della riluttanza allo scambio – intellettuale, culturale, prima che sociale e materiale

16

– certamente ineliminabile, che caratterizza qualsiasi contatto tra popoli e culture. L'idea di una fusione tra le culture voluta da Teodorico

non è certamente da scartare, lo dimostra la presenza a corte di personaggi come Cassiodoro, Boezio e Simmaco, intellettuali

dell'aristocrazia romana ben integrati nel palazzo regale di Ravenna, dov'era stata spostata, come si ricorderà, la sede del governo (da

Onorio). Non mancano neppure esperienze di studio e trascrizione da parte di esponenti dei ceti alti dei Goti (cfr. Viliaric).

Il sogno unificatore di Teodorico, assieme a quello di dare finalmente dignità culturale ai popoli germanici, si infranse tanto sullo zoccolo

duro della recalcitrante aristocrazia romana quanto su quello delle altre tribù barbariche. Il suo progetto di unificare l’intero popolo

germanico, grazie a mirate alleanze matrimoniali, venne osteggiato dal nascente potere del re franco Clodoveo; mentre, sul fronte

romano, si assistette al riavvicinamento tra Costantinopoli e la Chiesa romana: Giustino I (518-527), infatti, intese destabilizzare

l'equilibrio creatosi in Italia tra Latini e Goti per indebolire la forza del re Teodorico e conquistarne i domini, avviando dunque una

politica di persecuzione religiosa nei confronti degli ariani in territorio bizantino, con l'evidente fine di creare un contraccolpo in

Occidente, ovvero spingere Teodorico a perseguitare in risposta i cattolici latini, e così fu. Il clima di tensione spinse Teodorico a

compiere epurazioni tra i suoi stessi fedelissimi, ne subì le conseguenze anche il filosofo Severino Boezio, incarcerato (in questa

occasione verrà alla luce il suo De consolatione philosophiae) e giustiziato a Pavia, nel 525. I conflitti ruppero naturalmente il fragile

equilibrio costruito nel tempo dal re Teodorico e la potenza dei Goti si infiacchì. Giustiniano I, figlio adottivo e successore di Giustino,

nel 535 diede quindi avvio alla guerra Gotica, con il fine, “ereditato” dal suo predecessore, di riconquistare i domini italici dei Goti per

poi riprendere il controllo sul ramo occidentale dell'Impero.

Altri regni romano-barbarici

I Vandali, arrivati nel Nordafrica alla guida di Genserico, indeboliti da conflitti interni e dallo scarso carisma dei successori del loro

condottiero, furono travolti nell’avanzata espansiva di Giustiniano (527-565) intorno al 533.

Due regni si affermarono con più forza a questa altezza storica: quello dei Visigoti, tra la Gallia meridionale e la penisola iberica, e

Nel frattempo, dopo la morte di Onorio (423), il trono d’Occidente era stato usurpato da Giovanni Primicerio, che era stato riconosciuto

15

dal Senato ma non da Teodosio II, allora Augusto d’Oriente. Nella questione intervenne il generale Ezio, che era stato chiamato da

Giovanni per respingere l’esercito orientale, costui tuttavia, giunto troppo tardi (dopo la deposizione e la morte di Giovanni), dovette

scendere a patti con Galla Placida, ottenendo però il titolo di magister militum e inserendosi nella scena politica latina.

Secondo un'espressione attribuitagli da un autore anonimo egli avrebbe infatti pronunciato queste parole: «è commiserevole il romano

16

il quale imita il goto, mentre è utile il goto che imita il romano»

8

quello dei Franchi, nella Gallia settentrionale, che ben presto si espanderà considerevolmente.

I Visigoti, stanziatisi in Aquitania dopo il sacco di Roma del 410, si espansero dapprima in Provenza, poi lungo la penisola iberica,

vennero però intercettati dai Franchi, che li sconfissero a Vouillé nel 507, spingendoli definitivamente verso la Spagna, ivi procedettero

ad integrarsi con l'aristocrazia romano-iberica locale, dalla quale l'apparato politico dei Goti prese spunto per rafforzare il suo carattere

monarchico (trasformandosi in senso “autoritaristico”: il re veniva elevato maggiormente al di sopra del popolo). L’aristocrazia gota,

ad ogni modo, era ancora votata al principio secondo cui il sovrano dovesse vernir eletto dall'assemblea armata: l'idea per cui vi dovesse

essere una successione familiare in stile monarchico era infatti naturalmente ancora invisa alla maggior parte dei barbari. Ne scaturì

un’attività proficua di legislazione e scrittura di nuovi codici (redatti ora in latino) che tenessero conto della complessità della comunità

bivalente che si era venuta a formare. Il problema del rapporto tra le due componenti, romana e barbarica, fu una costante in quasi tutte

le formazioni miste di questo tipo, e venne risolto volta per volta con la stipula di compromessi tra prerogative dinastiche e principio

elettivo, volti al progressivo superamento delle distinzioni tra le comunità e le loro esigenze: ben presto la contrapposizione prese a

coinvolgere non le sole categorie di “romani” e “barbari”, ma, in modo specifico, quelle di “aristocratici” e “sovrani” (sebbene, in un

certo senso, ci fosse un parallelismo tra le due dicotomie), del resto soltanto l'aristocrazia locale, di estrazione senatoria, aveva a

disposizione gli strumenti culturali e le capacità politiche per garantire ai nuovi sovrani una svolta in senso dinastico, per cui il

compromesso divenne un’incombenza di nobili e regnanti. La complessità del tessuto sociale, insomma, era notevole. Un ruolo centrale

venne ricoperto dall'episcopato cattolico, che fece da tramite e collante tra le due popolazioni, fino alla conversione dei Visigoti intorno

al 589 al cattolicesimo (primo a convertirsi, come in altre compagini barbare, fu il sovrano, tale Recaredo): il Concilio di Toledo,

un'assemblea politico-religiosa di cui si attestano riunioni già a partire dal 400 (furono ben diciotto concilii generali tra il 400 e il 702),

convocata dal re periodicamente per svolgere funzioni amministrative e di raccordo, nonché di discussione dottrinale, fu indetto per la

terza volta nel 589, in occasione della conversione, e per la prima volta in modo generale (cioè raggruppando tutti i presuli del regno);

successivamente tale consesso, composto da vescovi e aristocratici goti, sarebbe stato presieduto dall'arcivescovo più prestigioso del

regno (generalmente quello di Toledo). Il regno dei Visigoti, tuttavia, pur preparatosi – come si può avvertire da quanto detto sinora –

ad una lunga permanenza, fu sconvolto dall'invasione araba del 711.

Gli Arabi, ad ogni modo, non riuscirono a superare Poitiers, dove nel 732 furono intercettati e sconfitti dai Franchi di Carlo Martello.

La forza tramite la quale i Franchi riuscirono a respingere il nemico fu costruita nei secoli precedenti: già nel 482 Clodoveo (primo

uomo della dinastia dei Merovingi) aveva inglobato nella sua dominazione le tante piccole realtà politiche dell'Europa renana, distrutto

gli ultimi presidi romani e cacciate alcune popolazioni germaniche che opponevano resistenza, tra cui i Visigoti (che furono spinti nella

penisola iberica). Comunque sia, nel 511, alla sua morte, Clodoveo controllava tutta la Gallia romana e alcuni territori oltre il Reno; i

suoi successori annessero i territori dei Burgundi, dei Turingi e la Provenza.

La potenza militare dei Franchi, oltre ad essere il prodotto dell'attitudine guerresca della popolazione, era dovuta al proficuo incontro

tanto con l'aristocrazia romano-gallica quanto con l'episcopato cattolico, un connubio che i Franchi, e Clodoveo in primis (che si convertì

nel 498, un secolo prima rispetto a Recaredo e ai Visigoti), seppero instaurare molto più prontamente rispetto agli altri popoli barbari. I

capi militari dei Franchi vennero ben presto ad identificarsi con l'aristocrazia romana, instaurando con essa uno scambio proficuo di

costumi: divennero saggi amministratori dei fondi, utilizzati sia per controllare la popolazione rurale sia per incrementare la loro potenza

militare e fondare chiese e monasteri, che avrebbero contribuito al rafforzamento ideologico in chiave religiosa del loro potere (coloro

che, tra gli aristocratici, “godevano” ancora dell'ascendenza romana, presero ad acquisire, dal conto loro, lo stile violento dei loro pari

barbari). Allo stesso modo, pian piano i vescovi cattolici presero ad essere “reclutati” dal sovrano stesso tra i laici al suo seguito, cioè

tra quell'aristocrazia a cui si faceva riferimento (sebbene, sottolinea Vitolo, permangano personalità ancora improntate alla vita religiosa

e contemplativa ). L'influenza di questa “tipologia” di personaggi portò all'affermazione di un modello politico gerarchico, lontano

17

dalla primitiva tradizione germanica (importante in ciò il contributo e la spinta della Chiesa cattolica), nel quale il territorio era articolato

in distretti amministrati da conti (le contee), alle dirette dipendenze del re.

Alla morte di Clodoveo (511) il regno venne diviso tra i suoi quattro figli e si generarono quattro realtà geograficamente e politicamente

distinte: la Neustria (tra la Loira e la Senna), a forte compenetrazione tra romani e barbari, l'Austrasia, corrispondente alla parte orientale

del regno e a forte presenza germanica, l'Aquitania, a forte presenza dell'elemento romano e la Borgogna, corrispondente all'antico

Regno dei Burgundi (per un'analisi visiva si confronti la cartina riportata in corrispondenza del paragrafo sui Pipinidi). La successione,

basata sulle spartizioni territoriali, se da un lato garantiva una certa dose di equilibrio in un regno ormai frazionato (evitando lotte

fratricide per il controllo dei territori), contribuiva dall'altro a depotenziarne la carica espansiva e a mantenere un contatto decisamente

monotono con i popoli circostanti.

Ora, al termine di questa ampia panoramica, è bene offrire un breve quadro riassuntivo della questione “romano-barbarica”. L'impatto

tra la cultura romana e quella barbarica non portò grossi rivolgimenti, se non territoriali: le città, ad esempio, già impoverite dalla crisi

demografica del III secolo, al tempo delle invasioni si erano ulteriormente ridotte di estensione, perdendo sempre di più importanza a

vantaggio delle zone rurali, sedi dei nuovi poteri di natura signorile. I centri urbani rimasero meri poli di aggregazione, nei quali la

crescente potenza delle sedi vescovili poteva attestarsi indisturbata, forte delle capacità gestionali ereditate dall’esperienza

amministrativa latina; si può comprendere ciò tanto più se si pensa a quanto i vescovi avessero preso nel tempo, dopo averne fatto le

veci, il posto degli aristocratici latini, anche in senso culturale (ben presto divennero ad esempio gli unici a garantire la trasmissione di

contenuti scolastici , indispensabili per la formazione delle nuove classi dirigenti): furono i vescovi infatti i principali interlocutori

18

Vescovo e figura intellettuale centrale nel panorama franco è infatti Gregorio di Tours (538-594), che produsse una Storia dei Franchi,

17

nella quale Clodoveo era presentato come il nuovo Costantino. Questa “titolazione” sarà attribuita, forse in modo più calzante, a Carlo

Magno, il quale, come si vedrà, avrà effettivamente il “merito” di far rinascere il titolo imperiale in Europa.

Si andavano qualificando man mano come l'unica risorsa in grado di garantire quella continuità politica di cui ha bisogno qualsiasi

18

istituzione territoriale: formare la classe dirigente è uno dei doveri, funzionale al suo mantenimento, di ogni costituzione, ed i vescovi

stavano acquisendo proprio questa facoltà, detenendone ormai quasi il monopolio. Dopotutto essi erano in grado di fornire anche giusti-

ficazioni di natura ideologica al nuovo – sebbene storicamente lento nella sua attestazione – fenomeno politico, sconosciuto alle comunità

barbariche originarie, che vedeva la preminenza assoluta del sovrano sul suo popolo, al di là della necessaria potenza militare che carat-

terizzava il potere dei duces germanici primitivi. 9

delle diverse popolazioni germaniche che invasero i vecchi territori romani, ove lo scambio fu proficuo si crearono formazioni politiche

stabili, ove invece si acuirono le frizioni, i regni ebbero per lo più vita effimera. I ceti inferiori, dal canto loro, durante tutto l'iter da noi

ridisegnato, non sembrarono poter aspirare a qualche tipo di miglioramento delle proprie condizioni, sebbene spesso avessero rimesso

la propria “salvezza” proprio nelle popolazioni che si trovavano oltre i confini, alleandosi con esse e facilitandone l'ingresso, oppressi

com'erano dai signori romani: i barbari, al netto delle varie etnie, non portarono di fatto grossi cambiamenti politici nelle società romane,

dacché come si è visto al più riuscirono ad imbarbarire la già tracotante aristocrazia senatoria o a divenirne parte, portando i propri

costumi guerreschi e violenti.

La tendenza era chiara: il modello elettivo che aveva caratterizzato la formazione del potere nelle comunità barbariche primitive stava

sfumando in favore di una caratterizzazione maggiormente autocratica, territoriale ed ereditaria del potere regio, una nuova ideologia

del potere che aveva la sua fonte soprattutto nella classe vescovile, vani i tentativi dei “nuovi” adalingi – cioè delle nuove generazioni

di nobili – di frenarne gli esisti: massima espressione del rafforzamento dell'autorità dei sovrani fu, ad esempio l'attività legislativa (si

ricordi il caso dei Visigoti) e la sistemazione per iscritto dei vari codici giuridici (in pieno stile latino) . La connotazione militare del

19

capo-sovrano, dissoltisi i vapori inebrianti della perenne fame di conquista che caratterizzava i popoli germanici, allorquando iniziarono

a stanziarsi nei territori invasi, dovette attenuarsi per lasciar spazio ad un'articolazione del potere più formale, distesa e fondata non più

sulla potenza bellica, ma sull'autorità e il rispetto della gerarchia. La giustizia faidesca dei Germani – qui un altro esempio notevole

della trasformazione in corso – venne rimpiazzata man mano dal diritto positivo di estrazione romana: si affermò ad esempio la pratica

dell'ingiunzione, da parte del mallus (l'assemblea degli uomini liberi: una giuria), al pagamento di un'ammenda proporzionale allo status

sociale da versare all'erario (cioè al sovrano) in caso di attestato reato. I problemi di esercizio della giustizia furono causati

principalmente dall'introduzione del principio di personalità della legge (che permetteva ad ognuno di vivere secondo il diritto, cioè il

codice legislativo, della propria stirpe), grazie al quale era sì garantita la convivenza delle diverse culture ma non l'equanimità del

trattamento giuridico. Secondo un’efficace espressione di Francesco Calasso, infatti, nei primi secoli del medioevo ognuno «portava

col passare

con sé» il proprio ordinamento, «quasi attaccato alla sua persona, dovunque si recasse e con chiunque trattasse». Tuttavia,

del tempo, la progressiva fusione tra le culture e la nascita di consuetudini locali (più che di vere e proprie opere legislative sistematiche)

contribuì ad appianare il disagio.

A questo proposito si ricordano: per i Visigoti il codice di Eurico (470), la Lex Romana Wisigothorum (506), valida solo per la compa-

19

gine romana e la Lex Wisigothorum (649-672), destinata a tutto il popolo romano-visigoto, ormai fuso, realizzata durante il regno di

Recesvindo (649-672); per i Franchi la Legge salica (503) di Clodoveo – che si rivelerà cruciale nelle dispute dinastiche dei secoli

successivi – e la Legge dei Burgundi (501-515); per gli Ostrogoti l’editto di Teodorico, o Lex Romana Ostrogothorum (vergata a cavallo

tra il V e il VI secolo). Di queste legislazioni si sottolineano il carattere eminentemente locale e l’imprecisione della collocazione storica

della loro produzione: segno, il primo, della volontà di raccogliere, sull'esempio dei romani, l'insieme di consuetudini ormai invalse nei

regni romano-barbarici e farne un proprio, seppur incompleto, diritto; spia, la seconda, della difficolta di tale processo. Porre per iscritto

ciò che prima era semplicemente “riconosciuto” dalla comunità dei liberi tradisce comunque un livello di consapevolezza – da parte di

queste nuove formazioni demografico-politiche – se non più alto, almeno più organico rispetto alla fruizione di “diritti” validati in modo

consuetudinario (a tal riguardo si confronti anche il capitolo Il diritto nel Medioevo presente nell’Appendice), una consapevolezza che i

nuovi regnanti dimostrarono di sapere incanalare con spirito.

10

3. L'oriente romano-bizantino e slavo

La parte orientale dell'Impero mostrava intanto una maggiore resistenza alle pressioni di altre culture, e ciò era dovuto in primo luogo

ad una decisa consapevolezza delle proprie radici: si trattava di un popolo che continuava a definirsi romano e a chiamare il proprio

territorio Romània, e tanto sarà per tutto il Medioevo.

L'Oriente, però, secondo quanto si è considerato precedentemente in relazione alla crisi del III secolo, non aveva conosciuto una crisi

tale da concedere agli aristocratici di arrogare possedimenti e potere nelle proprie mani, rimanendo maggiormente florido proprio in

virtù di quello sbilanciamento economico che l'aveva innalzato sopra l'Occidente. Le città orientali, floridi centri mercantili, oltre ad

avere una struttura più complessa, erano più popolate e aliene all'abbandono. Il ceto aristocratico aveva uno status molto più fluido di

quello dell'aristocrazia occidentale, dacché potevano accedervi molti più individui provenienti dalle classi più basse ed arricchitisi. In

questo modo né i ceti superiori né la Chiesa avevano potuto determinare una pressione sulla società e sulle istituzioni dell'Impero simile

a quella che parallelamente si riscontrava in Occidente, permettendo al potere costituito di dotarsi di un efficiente apparato burocratico

(rinsaldato a partire, in particolare, dalle riforme di Diocleziano) e di un ben addestrato esercito.

Il centro di articolazione di questo intenso sviluppo non poté che esser Costantinopoli, la città fondata nel 330 sulla pianta di Bisanzio

– che era una colonia greca – dall'imperatore romano Costantino, come fosse un “tempio” celebrativo della sua forza, ma destinata ad

un avvenire che superava il fine per cui era stata concepita, arrivando a fare da concorrente alla stessa Roma, sebbene la sede del

“governo” dell'Impero fosse stata spostata già nel 404 a Ravenna (da Onorio): si è detto, però, che Roma, in virtù della sua storia (e

soprattutto con l’emergere delle Chiesa romana) si manteneva un punto di riferimento. Costantinopoli fu dotata infatti ben presto di tutti

i servizi presenti a Roma: venne creato un Senato, al tempo di Costanzo II (figlio di Costantino), nel quale confluirono ben presto non

solo “nobili di nascita”, ma, come si è detto, anche “imprenditori arricchiti”; dal punto di vista economico-sociale venne invece istituita

l'annona civica e distribuito quindi annualmente il grano alla popolazione (sempre crescente), assieme alla costruzione di un ippodromo

(come il Circo Massimo a Roma) . L'imperatore, in questo clima, andava assumendo caratteri del tutto sacrali, apparendo come

20

difensore della genuinità della dottrina cristiana e del popolo di Dio; ciò fu reso possibile dall'influenza intellettuale ed ideologica degli

uomini di Chiesa d'Oriente, ben lontani culturalmente dai “vescovi-conti” che imperversavano nei distretti occidentali e dotati di

capacità dialettiche nettamente superiori. Questo intrecciarsi di dinamiche politiche e religiose finì per far divenire l'incoronazione di

un imperatore una vera e propria cerimonia sacra (la corona era apposta dal patriarca costantinopolitano), se si considera, tra l’altro, che

era l'imperatore stesso a convocare e presiedere i concili ecumenici ecclesiastici, come si è ricordato già altrove.

In poche parole, l'Oriente, distaccatosi dall'Occidente nel 395 (morte di Teodosio e divisione dell'Impero tra i figli Onorio e Arcadio),

finiva per diventare una potenza autonoma e farsi carico del vessillo imperiale e della sua tradizionale grandezza, mentre scemava quella

della compagine occidentale: i “barbari”, che in Occidente si erano infiltrati in tutti i livelli dell'istituzione governativa, in Oriente

trovavano una netta chiusura al loro accesso, infatti vennero spinti verso Occidente (come nel caso dei Visigoti).

Giustiniano e la ripresa delle sorti dell'Impero

Respinti i Visigoti verso Ovest, gli imperatori (in particolare Zenone e il suo successore, Anastasio I) poterono – e doverono –

concentrarsi finalmente sulle questioni interne. Ad attanagliare le istituzioni civili v’erano almeno due problematiche: la rivolta degli

Isauri, un popolo suddito dell'Impero (dal quale proveniva lo stesso Zenone), e la questione religiosa legata al monofisismo, dichiarato

illegittimo dal concilio di Calcedonia (451). La prima fu di più facile soluzione: gli Isauri vennero deportati in massa, pur dopo un

quinquennio di guerra (492-497); la seconda, invece, rimase una spina nel fianco per l'Impero, costretto a fronteggiare le continue

tensioni che scaturivano dal conflitto ideologico.

Giustiniano (527-565), preso atto della cogenza della questione, cercò in tutti i modi di ricondurre il monofisismo all'ordine (e

all'ortodossia), concedendo ai suoi sostenitori, che reclamavano una più netta condanna per le dottrine di Nestorio, alcune rivisitazioni

dottrinali (la moglie Teodora, d'altro canto, era dalla loro parte). Questo atteggiamento scaturiva tuttavia, per dirla tutta, da

considerazioni di tipo politico: i nestoriani si erano diffusi ad Est, in Persia, Pakistan ed India e costituivano ormai una seria minaccia

interna per l'Impero orientale (qualora cioè avessero indebolito i confini, sottraendosi ai loro doveri di sudditi e aprendo le porte al

nemico), per cui dovevano essere messi fuori gioco. L’imperatore, nel 543, emise così una condanna – condensata nell'editto dei «Tre

capitoli», quante erano le imputazioni – nei confronti delle dottrine di tre teologi filonestoriani, Teodoro di Mopsuestia (maestro di

Nestorio), di Teodoreto di Ciro e Ibas di Edessa, i quali erano stati assolti dal concilio calcedoniano (451): in questo modo, però si

aprirono le ostilità con la compagine romana, nella quale sia il pontefice che alcuni vescovi non risposero positivamente alla condanna

(dichiarandosi fedeli alle disposizioni calcedoniane).

Giustiniano, che però – come sappiamo – aveva anche intenzione di ricondurre l’Occidente sotto l’autorità imperiale riallacciando i

rapporti con Roma (per creare un fronte interno contro gli Ostrogoti di Teodorico, sulla linea di Giustino: era infatti in atto la guerra

greco-gotica), voleva tuttavia che il papa approvasse la sua condanna: fu così che nel 546 papa Vigilio (537-555), che si era rifiutato di

pervenire a Costantinopoli per la ratifica, fu prelevato da Roma e condotto forzosamente nella capitale bizantina, dove, dopo estenuanti

pressioni ed una lunga “cattività”, fu costretto a firmare la sua adesione (produsse, a riguardo, un documento ricordato come Iudicatum).

Ciò provocò una rottura tra i vescovi dell'Italia e dell’Africa settentrionali e il Papato, alla quale Vigilio pensò di porre fine facendo

convocare un concilio ecumenico: per questo motivo, nel 553, Giustiniano indisse il secondo Concilio di Costantinopoli – che si tenne

nella basilica di Santa Sofia –, nel quale vennero rigettate certe istanze monofisite, giudicate inopportune (in linea col concilio di

21

Calcedonia) e corroborata la condanna del 543 delle tre tesi filonestoriane: ne nacque il cosiddetto scisma Tricapitolino, mosso dai

metropoliti di Milano ed Aquileia, quest’ultima, al contrario della prima, avrebbe visto persino la nascita di un Patriarcato indipendente

Questo combinato disposto ricorda la politica, cara a Roma, e ben redarguita da Giovenale, del panem et circenses, tramite la quale i

20

diversi rappresentanti del mondo politico riuscivano a garantire una certa stabilità sociale ed evitare perniciosi sommovimenti.

Ad esempio: i monofisiti affermavano un'unione secondo confusione mentre la Chiesa predicava, in modo ortodosso, un'unione se-

21

condo composizione, cioè secondo sussistenza, delle due nature in questione. In questo modo, però, i monofisiti non potevano dirsi

soddisfatti. 11

(protetto dai Longobardi): una presa di posizione dal carattere eminentemente politico, ossia una ribellione alle ingerenze dell'imperatore,

che rimarrà solida fino alla fine del VII secolo.

Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa grazie alla risolutezza del suo generale Belisario, si volse quindi dapprima

all'Italia nel 535, dove diede luogo ad un'intesa campagna di riconquista, che i protrasse fino al 555, poi alla Spagna dei Visigoti, nella

quale giunse dapprima in soccorso del pretendente al trono Atanagildo (nel 554 ca.), schierato contro la politica filoariana del re Agila,

salvo poi volgervisi contro per tutta la durata del suo regno (554-568), tentando di estendere ulteriormente il controllo sulla penisola: in

questo modo, comunque, Giustiniano riuscì a ricostituire il dominio bizantino sulla fascia meridionale della penisola iberica e a

trasformare, come sostiene Vitolo, il mar Mediterraneo di nuovo in un «lago romano», con il beneplacito dei mercanti che ne avevano

sostenuto l'impresa (con palesi mire economiche): Costantinopoli si avviava così a divenire il punto di contatto di tre continenti.

La campagna di riconquista di Giustiniano in Italia (comunemente identificata come guerra greco-gotica: 553-555), alla guida dello

stesso Belisario, si rivelò un successo: nel 540 quest’ultimo arrivò a conquistare Ravenna, rifiutando le lusinghe dei Goti sconfitti, che

tentarono di offrirgli la corona di imperatore d'Occidente, fu quindi richiamato preventivamente in patria. Gli Ostrogoti, prima alla guida

di Totila, poi di Teia, vennero sconfitti dal nuovo generale bizantino Narsete rispettivamente a Gualdo Tadino (552) e l’anno dopo nei

pressi del Vesuvio; piccoli drappelli di Goti resistettero intanto sull'Appennino, fino al 555, mentre orde di Franchi e Alamanni (chiamati

dagli stessi Goti) spingevano sui confini settentrionali.

Giustiniano, nel tentativo di riorganizzare gli ormai accresciuti territori dell'Impero e di frenare l'aristocrazia fondiaria, promosse quindi

un progetto di accentramento del potere e di potenziamento dell'apparato amministrativo e burocratico, di cui fu la massima espressione

l'emanazione, risalente al 554, della Prammatica Sanzione, che estendeva la Sovrani degli Ostrogoti in Italia

giurisdizione imperiale sull’Africa e l’Italia, ormai riconquistate: la titolazione

completa del provvedimento era Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii, con la Teodorico 476-526, regno italiano (489-526)

quale si sottolineava cioè che a richiedere la sua emissione fosse stato lo stesso Atalarico 526-534

papa Vigilio, che al tempo era prigioniero a Costantinopoli (per la questione Teodato 534-536

tricapitolina), il che voleva lasciar intendere l’avvenuta ricongiunzione tra

l’elemento politico e quello religioso (lo scisma dei tre capitoli aveva generato Vitige 536-540

una frattura politica nella Chiesa italiana, che nel Settentrione vedeva i vescovi Ildibaldo 540-541

sottrarsi all’influsso romano) e la ricostituzione dell’ingerenza imperiale sui Erarico 541

territori strappati ai Vandali e agli Ostrogoti. La riorganizzazione del territorio fu Totila 541-552 (Gualdo Tadino)

condotta dunque sulle disposizioni della Sanzione, tuttavia alcune delle Teia 552-553

emanazioni di Teodorico e dei suoi successori furono considerate ancora valide

(tranne quelle di Totila), mentre i beni confiscati alle chiese ariane furono devoluti ben presto alla Chiesa cattolica romana. L'Italia fu

divisa in distretti, la cui amministrazione civile venne assegnata ad uno iudex e quella militare ad un dux (tutti sotto l'autorità di Narsete).

Contemporaneamente, per far fronte alle esigenze riorganizzative, furono imposte pesanti tasse sulla popolazione, ridotti i salari delle

milizie e diminuite le elargizioni ai ceti inferiori: tutto ciò causò però un certo malcontento tanto tra la gente italica quanto tra le milizie

che la presidiavano, si aprì così la strada ai Longobardi, a causa dei quali (giunti in Italia nel 568), le prerogative bizantine dovettero

essere, a mano a mano, ridimensionate.

Il materiale giuridico su cui si articolò l’applicazione della Prammatica Sanzione fu raccolto da Giustiniano, grazie al prezioso lavoro

del collaboratore Triboniano, tramite la sistemazione dell'immenso patrimonio giuridico romano e l'eliminazione delle incongruenze tra

le diverse raccolte legislative presenti (Codici gregoriano, ermogeniano e teodosiano): un progetto dal quale scaturì il celebre Corpus

iuris civilis (una raccolta che vide la luce, per la prima volta, nel 534, quando già constava di ben 50 volumi ), questo corpus legislativo

22

L'opera definitiva, accogliente le Istitutiones, un manuale introduttivo, il Digesto, frutto della seconda commissione di Giustiniano a

22

Triboniano e contenente larga parte della giurisprudenza romana, le Novellae, che offrivano chiarimenti su questioni più o meno colla-

terali (famiglia, amministrazione, rapporto con la Chiesa) e aggiornavano il codice con le più recenti emanazioni giustinianee, e il Codex

(raccolta cronologica delle costituzioni imperiali, la cui prima edizione risaliva al 529) apparse nella sua forma finale – quella di cui

disponiamo – nel 534 ed entrò in vigore in Italia soltanto nel 554, quando Giustiniano emanò la Prammatica sanzione. Da notare che le

sanzioni ivi contenute furono considerate vincolanti, per tutta la compagine imperiale, anche oltre il periodo di dominio strettamente

bizantino, finendo persino nei codici dei regni romano-barbarici. La denominazione oggi riconosciuta dell'opera, ossia “Corpus iuris

12

avrebbe dovuto fornire una nuova organica legislazione per l’Impero ricongiunto.

I limiti del progetto

Plurime erano ormai le forze in gioco e tante quelle che si opponevano alla ricostituzione di un Impero di vasta estensione, tra le tante:

1) l'instabilità religiosa, dovuta alle diverse correnti che si avvicendavano sulla scena politico-religiosa dell'Impero, spesso avanzando

istanze separatiste (soprattutto nelle periferie: si è visto l’esempio dei Nestoriani);

2) l'instabilità sociale, causata dal crescente numero e dalla crescente forza delle plebi, che dovevano essere mantenute dalle istituzioni

pubbliche (si ricordi il panem et circenses), e che si rivelavano una minaccia costante per l'ordine sociale e politico;

3) la vacuità delle conquiste territoriali, che andarono perdute nel giro di poco tempo dopo la morte di Giustiniano, gli imperatori che

seguirono dovettero desistere dal perseguire il controllo sui domini occidentali per concentrarsi sul Nordafrica e il Medio Oriente, dove

i popoli confinanti spingevano sui confini. Per questo l'Impero vide spostarsi il suo baricentro verso Oriente e decadere le mire

espansionistiche nei confronti dell'Occidente latino, assumendo così una «fisionomia greco-orientale» (basti pensare al mutamento della

denominazione imperiale attestatosi intorno al VII secolo, al tempo di Eraclio: da imperator, augustus o caesar il sovrano divenne presto

basileus mentre il carattere teocratico di questo assumeva forme ancor più estreme).

A questo punto fecero la loro comparsa nei territori bizantini gli Slavi, popoli provenienti indicativamente dalle regioni che si situano

poco sopra la penisola balcanica (le odierne: Polonia, Slovacchia, Ucraina), il cui processo di etnogenesi, come vale per le altre

popolazioni nordiche a cui abbiamo precedentemente fatto riferimento, fu naturalmente complesso e diluito nei secoli.

Quando giunsero, intorno al VI secolo, nelle regioni dell'Europa centrale, avevano indubbiamente già acquisito una determinata temperie

culturale e linguistica, che si andò affievolendo e distribuendo quando, col tempo, questi popoli presero contatto con le diverse culture

che trovavano nel loro cammino di espansione e che, sistematicamente, inglobavano, si divisero infatti progressivamente in:

Slavi occidentali (Polacchi, Cechi e Slovacchi)

Slavi meridionali (Sloveni, Croati, Serbi, Macedoni)

Salvi orientali (Russi, Ucraini)

Tale divisione avrebbe generato profonde differenze a diversi livelli (economico, politico, culturale) nel corso dell'evoluzione storica .

23

A partire dal VI secolo gli Slavi meridionali, assieme agli Avari, colpirono i territori bizantini dei Balcani con frequenti incursioni, tanto

da arrivare fino ad assediare Tessalonica e persino Costantinopoli, ponendo in essere un processo di slavizzazione del territorio balcanico

che nel giro di poco tempo perse la propria caratterizzazione ellenistica (o, più generalmente, greco-latina). In effetti le regioni

interessate dall'invasione slava ebbero, diversamente da quelle occidentali (nelle quali v'era stata maggiore integrazione), uno

sconvolgimento quasi totale delle strutture socio-politiche e culturali, tanto che furono cancellate pressoché totalmente sia l'urbanistica

antica sia la cultura latina, dando alla regione un aspetto decisamente rurale.

Quando l'Impero bizantino, terminato il conflitto con gli Arabi (di cui parleremo), si volse alla riconquista dei Balcani, trovò una

situazione complicata: i Bulgari avevano occupato le regioni centrali della penisola balcanica e si erano fusi con le componenti slave,

tanto da acquisire una certa solidità, così l'Impero non poté che riconoscere la formazione socio-politica bulgaro-slava. Nei confronti

dei territori a sola presenza slava i bizantini procedettero invece o alla repressione violenta o, molto spesso, ad opere di acculturazione

ed evangelizzazione, volte, queste ultime, a contrastare progetti simili avanzati dall'Occidente latino (tanto che si parla spesso di una

Slavia romana e di una Slavia ortodossa ). La cristianizzazione fu portata avanti da due fratelli (di sangue) missionari di Tessalonica,

24

Cirillo e Metodio (nel IX secolo), conoscitori della lingua slava e promotori di una rifondazione linguistico-letteraria, oltre che religiosa,

del popolo slavo (famoso è infatti l'alfabeto cirillico – che da lui prende il nome e da quale derivano gli alfabeti russo, bulgaro e serbo

– che, a partire dall’alfabeto greco, si è sviluppato sulla prima formulazione cirillica, l’alfabeto glagolitico, che ben rispecchia la volontà

di fusione e contatto tra culture di cui si è appena parlato).

La riorganizzazione dell'Impero

L'imperatore Maurizio (582-602) – sulla cui scia si mosse poi anche Eraclio (610-641) – tentò di riorganizzare la struttura dell'Impero

in mezzo alle difficoltà scaturite tanto dai contrasti sociali e religiosi quanto dalla pressione dei popoli slavi (Avari e Slavi) ed asiatici

(Persiani). Maurizio, impegnato sia sul fronte interno che su quello balcanico, inviò quindi nelle provincie occidentali (Africa e Italia)

dei governatori militari detti esarchi, che avevano il compito di amministrare le regioni ed erano dotati di una certa autonomia, dato che,

tra l’altro, dovevano ottemperare agli ordini di difesa con milizie reclutate in loco (si necessitava di un’azione di forza immediata,

soprattutto nelle province sotto pressione, come quella italica) . In Italia, in particolare, l’esarca (governatore generale dei domini

25

civilis”, è tuttavia apparsa a stampa soltanto nel 1583, nell'edizione realizzata dal giurista francese Denis Godefroy, sebbene fosse già da

tempo invalsa.

Questi popoli infatti entreranno in contatto tanto con il rinnovato Impero romano-germanico fondato da Carlo Magno e la Chiesa di

23

Roma, quanto con la Chiesa bizantina e l'Impero romano d'Oriente. Gli scambi interesseranno anche popolazioni asiatiche come Avari e

Bulgari, tanto che le differenze si acuiranno non poco a seconda della situazione politico-territoriale di appartenenza.

Divisioni di matrice religioso-culturale che ancora oggi lasciano in segno: le contese tra Serbi e Croati, pur accomunati dalla stessa

24

estrazione linguistica (discendono dagli Slavi meridionali), sono la spia di questa antica contrapposizione, nonché di altre della stessa

fatta.

In questo modo veniva meno la separazione tra il potere militare e quello civile introdotta da Diocleziano: nel sistema da lui introdotto

25

il potere civile era detenuto da vicarii e praesides di nomina imperiale, mentre il potere militare era affidato ai duces; ora l'esarca arrogava

a sé le due prerogative. 13

bizantini), anche indicato come patricius Romanorum, risiedeva a Ravenna, nel palazzo teodoriciano, ed era a capo dei diversi distretti

in cui era diviso il dominio bizantino (tra cui la Pentapoli e il Ducato romano), retti da duces. Il progetto non ebbe tuttavia lunga vita,

dato che nel 602 un sottoufficiale di nome Foca ordì una congiura e assassinò l'imperatore, causando il depotenziamento ulteriore

dell'Impero, che venne sfruttato presto dai Persiani di Cosroe II. Questi, presentandosi come protettori delle minoranze religiose

perseguitate, riuscirono a prendere il controllo delle provincie orientali (conquistando, nel giro di un decennio – anni ’10 del VII secolo

– Gerusalemme, Antiochia e Alessandria, e sottraendo a Gerusalemme alcune reliquie, tra cui il fantomatico “legno della croce”).

Eraclio, nuovo imperatore, spodestato Foca nel 610, riprese il progetto di riforma governativa in senso militare, dividendo però la sola

parte orientale dell'Impero in temi, cioè distretti a cui capo era posto uno stratega col compito di amministrare e promuovere la coesione

territoriale grazie all'insediamento in loco di militari (ma anche di contadini, profughi, e così via). In questo modo Eraclio rafforzò la

coesione interna, anche grazie all'appoggio dei capi religiosi, e poté prepararsi al conflitto con i Persiani (mettendo su un poderoso

esercito): tra il 626 e il 628 egli mise in atto una campagna militare che, invece di riconquistare “semplicemente” i territori persi, mirava

a far capitolare la capitale stessa dell'Impero persiano, Ctesifonte. Così fu quando, mentre Avari e Slavi assediavano Costantinopoli ,

26

egli riuscì a conquistare la città, piegando Cosroe II, e ad imporre un trattato di pace che prevedeva la restituzione delle reliquie

precedentemente sottratte a Gerusalemme e il pagamento di un’indennità, segnando così il tramonto del millenario Impero persiano

(che, in ogni caso, sarebbe stato travolto di lì a poco dall'avanzata degli Arabi).

Eraclio, tornato in patria e respinti gli Avari, procedette a rafforzare l'Impero tentando di superare definitivamente il contrasto coi

monofisiti, che ancora possedevano un notevole peso politico: nel 638 il patriarca di Costantinopoli, Sergio, formulo una teoria di

compromesso (monotelismo) secondo la quale le nature divina e umana erano unite in Cristo da un'unica volontà (rispettando così le

disposizioni del concilio di Calcedonia ma facendo un passo avanti verso i monofisiti). Tale dottrina, pur accettata da papa Onorio I

(625-638), fu osteggiata dai suoi successori, che entrarono in conflitto con l'Impero fino alla deportazione di Martino I (649-655) – che

non voleva piegarsi alle disposizioni sul monotelismo previste da Eraclio – a Costantinopoli per mano dell'imperatore Costante II nel

653 (l’imperatore impose così un nuovo papa a Roma, Eugenio I); Costantino IV, figlio di Costante, venne poi a patti (nel 680) con papa

Agatone (679-681) e fu convocato un concilio ecumenico a Costantinopoli (Costantinopolitano III, 680) che riconfermò le conclusioni

calcedoniane, dichiarando nuovamente illegittimo il monofisismo e, per conseguenza, lo stesso monotelismo.

Il tentativo di riavvicinamento con i monofisiti (attraverso il monotelismo) non aveva dato frutti né in Occidente né in Oriente, tanto

che ortodossi e monofisiti l'avevano respinto, fu per questo che gli Arabi che nel 638, sfruttando la debolezza politica, invasero la Siria

e la Palestina, per spostarsi poi in Egitto: non ebbero difficoltà ad occupare il territorio, dacché i monofisiti non esitarono ad aprire loro

le porte delle città (persuasi dalla spiccata tolleranza religiosa degli islamici). Eraclio dovette assistere impotente alla vanificazione delle

sue conquiste persiane. Alla fine del VII secolo, quindi, l'Impero bizantino era ormai ridotto ad un terzo della sua estensione storica

massima (quella posseduta sotto il controllo di Giustiniano), ciò fu dovuto, come si è visto, tanto all'avanzata degli Arabi, che riuscirono

a far retrocedere l'Impero nella sola zona dell'odierna Turchia (rimanevano inoltre territori greci e italici), conquistandone i domini

meridionali, quanto a quella dei Bulgari, i quali, da Nord, attanagliavano le regioni della Tracia orientale.

Bisanzio, ossia Costantinopoli, con il suo Impero, ha quindi giocato un ruolo fondamentale nella nostra storia: è stata una roccaforte

fondamentale per la nostra cultura contro l'avanzata degli Arabi (la ferrea organizzazione politico-militare voluta da Maurizio ed Eraclio

giocò un ruolo fondamentale in ciò, oltre a fornire l’esempio – per l’Occidente – di un modello amministrativo molto efficiente),

contribuendo alla stabilizzazione della zona balcanica, attraverso la cristianizzazione degli Slavi e la bizantizzazione della loro cultura,

e al confinamento degli Arabi verso il Medio Oriente e l'Africa settentrionale. Errano molto probabilmente coloro che, seguendo una

tradizione oltremodo idealistica, vogliono attribuire la gloria della difesa storica della cultura greco-latina alla sola Chiesa cattolica

romana (o alle sole istituzioni politiche occidentali), ponendo esclusivamente la tradizione romano-cattolica alle origini della civiltà

europea: la realtà dei fatti, come al solito, è estremamente più complessa.

Confidò, a quanto pare, nella resistenza delle fortificazioni della città e nella protezione della Vergine (come ricorda l'inno Akàthistos,

26

tutt'oggi professato nella liturgia ortodossa).

14

4. L'Italia tra Bizantini e Longobardi I Longobardi in Italia

La campagna di riconquista di Giustiniano in Italia (iniziata nel 535), alla

guida del generale Belisario, si rivelò un successo: nel 540 quest’ultimo

arrivò a conquistare Ravenna, rifiutando le lusinghe dei Goti sconfitti, che

tentarono di offrirgli la corona di imperatore d'Occidente, fu quindi

richiamato preventivamente in patria. I goti, prima alla guida di Totila, poi

di Teia, vennero sconfitti dal nuovo generale bizantino Narsete

rispettivamente a Gualdo Tadino (552) e poco dopo vicino al Vesuvio;

piccoli drappelli di Goti resistettero intanto sull'Appennino, fino al 555,

mentre orde di Franchi e Alamanni (chiamati dai Goti) spingevano sui

confini settentrionali.

La riorganizzazione del territorio fu condotta sulle disposizioni della

Prammatica Sanzione giustinianea del 554, tuttavia alcune delle

emanazioni di Teodorico e dei suoi successori furono considerate ancora

valide (tranne quelle di Totila), mentre i beni confiscati alle chiese ariane

furono devoluti ben presto alla Chiesa cattolica romana. L'Italia fu divisa in

distretti, la cui amministrazione civile fu assegnata ad uno iudex e quella

militare ad un dux (tutti sotto l'autorità di Narsete). Contemporaneamente,

per far fronte alle esigenze riorganizzative, furono imposte pesanti tasse

sulla popolazione, ridotti i salari delle milizie e diminuite le elargizioni ai

ceti inferiori: tutto ciò causò però un certo malcontento tanto nella

popolazione italica quanto nelle milizie che la presidiavano, si aprì così la

strada ai Longobardi.

I Longobardi , popolo di origine germanica (scandinava nello specifico)

27

che nelle sue migrazioni aveva attraversato l'Europa da nord a sud (dal

basso Elba, luogo di origine, fino al medio Danubio, vedi immagine di lato),

entrarono in Italia nel 568, guidata dal re Alboino, attraverso il Friuli. La

prima città a cadere fu Cividale del Friuli, poi cedettero, in rapida

successione,

Aquileia,

Vicenza,

Verona,

Brescia e

quasi tutte le altre città dell'Italia nordorientale. Nel settembre 569

aprirono le porte agli invasori Milano e Lucca e nel 572, dopo tre anni di

assedio, cadde anche Pavia; Alboino ne fece la capitale del suo regno. I

Longobardi non avevano avuto stretti rapporti né con l'Impero occidentale

né con quello orientale , imposero quindi il proprio dominio senza

28

commistioni con elementi locali: essi avevano ancora una struttura

primitiva, tipicamente germanica, per cui il sovrano era un capo militare

eletto dall'aristocrazia in armi, che rispondeva tuttavia ad un ordinamento

tribale e quartieristico, nel quale i duces prendevano ancora singolarmente

iniziative espansionistiche guerresche (questi gruppi erano per lo più

familiari – chiamati fare – e si richiamavano ad antenati comuni ), che

29

spesso non erano quindi unitarie e sistematiche e si spingevano verso i

territori che opponevano minore resistenza, per questo i Bizantini si posero

inizialmente solamente sulla difensiva.

Il grosso della conquista Longobarda si concentrava nell'Italia

settentrionale (la Lombardia, non a caso, prende il nome da questo

popolo), dato che i drappelli guidati dai duces, come si è detto, non

avevano la forza di imporsi in lungo e in largo, riuscendo a realizzare

Così chiamati a causa delle loro lunghe barbe (Langbärte), un etnonimo registrato tanto nell’Historia Langobardorum di Paolo Dia-

27

cono, monaco longobardo vissuto nel IX secolo, quanto nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia.

Con il quale si erano limitati a scambi più o meno “diplomatici”, fatti i accordi e compromessi, come quello stipulato con Giustiniano

28

I (assieme anche ai Franchi e ai Gepidi), che garantì ai Longobardi, intorno al 526, l'occupazione della Pannonia, ultima tappa migratoria

prima della discesa in Italia. A seguito di mutamenti nelle alleanze, scaturirono contrasti (fomentati da Bisanzio, che voleva aprirsi la

strada verso l’Italia) con i Gepidi, per cui i Longobardi, in difficoltà, dovettero stipulare ben presto degli accordi con gli Avari, i quali

però, in cambio del supporto contro i Gepidi richiedevano, in caso di vittoria, i territori pannonici occupati dai Longobardi: la coalizione

avaro-longobarda soverchiò quindi i Gepidi nel 567, e i Longobardi, dovendo cedere il terreno agli Avari, si spostarono nuovamente,

alla volta della penisola italiana.

Per riferimenti più appropriati alla struttura della società longobarda si rinvia alla già citata Historia Langobardorum di Paolo Diacono.

29 15

soltanto sporadiche penetrazioni nel territorio bizantino (la spedizione longobarda che si spinse più a sud fu quella di Zottone, che giunse

fino a Benevento e devastò l’abbazia di Montecassino, nel 580); la Romagna, con Ravenna sede del governo, rimase ad esempio sotto

il controllo bizantino (Romagna da Romania, cioè territorio dei romani), insieme alla Pentapoli emilio- marchigiana (Rimini, Pesaro,

Fano, Senigallia, Ancona) che era collegata a Roma, assieme a Ravenna, da una striscia di terra chiamata comunemente “Corridoio

Bizantino”, che attraversava l'Umbria (nella mappa qui riportata si possono rilevare le diverse conquiste dei Longobardi, che qui

tralasciamo dal descrivere per ovvi motivi di sintesi, basti ricordare la mancanza di continuità del percorso di conquista, dovuta ai fattori

testé elencati). L'incompletezza della conquista fu dovuta, oltre che alla capacità di resistenza dei Bizantini, al cosiddetto periodo di

“anarchia militare” che segui alla morte di Alboino (per congiura, nel 572) e del successore Clefi (nel 574), protraendosi per un decennio

fino all’ascesa di Autari (584), dal momento che i duchi preferivano mantenere una certa autonomia, benché limitati in forza guerresca

dalla lontananza dai gruppi originari e dalla mancanza di coerenza di intenti (per cui è il caso di sottolineare che, più che altro, la

conquista longobarda e le razzie brutali del popolo germanico nei confronti dei Latini si concentrarono al Settentrione, mentre al centro

più che di un'invasione si trattò di un mutamento degli “amministratori” locali).

Nel caso dei Longobardi, per motivi riconducibili generalmente al mancato contatto storico con l'Impero romano, non si presentarono

le stesse dinamiche che abbiamo riscontrano nel caso degli Ostrogoti di Teodorico: le genti italiche furono infatti – sebbene non ridotte

in schiavitù – private della capacità politica (il principio di personalità della legge, in poche parole, non ebbe spazio); i Longobardi

instaurarono un dominio militare entro il quale i Latini potevano prender posto soltanto a patto che assimilassero i costumi dei

dominatori. L'Italia, culla della civiltà latina – pur ben conservata, sebbene sotto le condizioni riscontrate, durante i secoli che

precedettero l'arrivo dei Longobardi – ebbe un impatto traumatico con questo popolo (il 568 quindi può essere considerato il vero punto

di cesura, almeno per l'Italia, tra l'antichità e i “secoli bui”, tanto per usare una metafora diffusa, del primo Medioevo).

Lo sconvolgimento dell'arrivo dei Longobardi andava a sommarsi al già inaridito stato di un territorio appena uscito dai 20 anni del

conflitto greco-gotico (535-555); se si aggiunge a ciò l'assoluto stravolgimento delle istituzioni amministrative romane e delle sedi

episcopali che ancora sopravvivevano, spesso per la defezione di coloro che ne occupavano gli scranni, fuggiti e riparatisi nei territori

ancora sotto il controllo dei bizantini, si avrà il quadro abbastanza realistico dell’assoluto abbandono in cui versava la penisola italiana

a questa altezza storica. Il nuovo popolo, tra l'altro, non sembrava aver intenzione di rispettare i limiti circoscrizionali stabiliti nelle

precedenti dominazioni, così da minare ulteriormente il già instabile assetto politico e amministrativo. I Longobardi, d'altro canto, si

erano convertiti alla fede ariana dal politeismo e mostravano una certa ostilità nei confronti della Chiesa romana, procedendo spesso

alla sottrazione dei suoi patrimoni.

Dal punto di vista urbanistico non vi furono eclatanti distruzioni o fondazioni, i Longobardi si limitarono ad occupare i centri dell'età

imperiale, insediandovisi (come avevano fatto in Pannonia, del resto). L'invasione di questo popolo nordico è stata quindi, più che la

causa del degrado, come spesso si è portati a pensare, soltanto uno dei fattori di aggravamento (del resto anche i centri in mano ai

Bizantini erano ben poco integri) di una situazione socio-politica ormai già precaria .

30

Gregorio Magno e l'evoluzione dei Longobardi

Tuttavia, tempo al tempo, anche i Longobardi dovettero (possiamo dire per forza di cose) ricorrere al modello amministrativo romano-

bizantino, cioè adottarlo per aver un maggiore controllo del territorio (un percorso che accomuna tutti i regni romano-barbarici, anche

se nei Longobardi tale iter si dimostrò più lento, per i motivi che abbiamo detto – cioè, principalmente, per la loro reticenza).

La svolta regia si ebbe nel 584, per mano di Autari, che – in seguito alle crescenti pressioni di Franchi e Bizantini, intenzionati a prendere

il controllo della penisola – fece cedere a circa 30 duchi (forse si sottrassero solo quelli di Spoleto e Benevento, maggiormente autonomi

dal punto di vista politico-patrimoniale) la metà delle loro terre per l'istituzione del potere regale; l'amministrazione e il controllo dei

duchi erano garantiti da funzionari chiamati gastaldi, e successivamente dai gasindi, guerrieri di basso rango legati personalmente al re

che amplificavano le capacità di sorveglianza capillare della corona e che per questo venivano ricompensati con doni.

Ad Autari successe Agilulfo (590-616), il primo sovrano ad intentare rapporti non conflittuali con la Chiesa cattolica, capeggiata al

tempo dal celebre Gregorio Magno (590-604). Costui era un discendente dalla nobile famiglia romana degli Anici: diventò dapprima

prefetto di Roma, poi, passato alla vita religiosa, fu nominato cardinale da Benedetto I (575-579) e, dopo essere tornato da Costantinopoli,

dove era stato inviato da Pelagio II (579-590), suo predecessore, divenne consigliere del dello stesso e poi papa nel 590, pur mantenendo

i suoi costumi da umile monaco (assunse infatti l'appellativo di servus servorum Dei, che è tutt'oggi un titolo del pontefice romano).

Egli ebbe l'onore e l'intuizione di rendere autonoma la Chiesa romana dall'Impero bizantino, ormai distante e assente (il dux Romae,

sebbene formalmente attivo, non aveva ormai lo stesso peso politico del pontefice e spesso vi entrava in contrasto), prendendo sotto di

sé quei vescovi d'Occidente che non si riconoscevano più sotto l'egida imperiale: ciò fu realizzato per mezzo degli intensi scambi che il

pontefice ebbe con i suoi vescovi, si trattava di lettere, opere dottrinali, documenti di “ammaestramento”, che ebbero successo lungo

tutto il Medioevo (Dialoghi, Regola pastorale, Moralia). Egli inoltre riordinò e riformò la liturgia latina, introducendo la tipologia di

canto che prende il suo nome (gregoriano), e inviò missionari evangelizzatori nelle terre nordiche (in Inghilterra spedì il priore del

monastero romano di Sant'Andrea, Agostino, nel 596, che riuscì a convertire il re Etelberto di Kent, garantendo un futuro prospero alla

Chiesa romana e, probabilmente persino salvandola dai destini che l'attendevano, una decisione lungimirante: si capisce allora perché

l'appellativo attribuitogli di “Magno”). L'evangelizzazione toccò anche i residui gruppi ariani presenti tra i Longobardi (tra cui la stessa

famiglia reale) e i Visigoti iberici, ma non ebbe gli stessi floridi esiti riscontrati ad esempio in Inghilterra.

A questa altezza storica la situazione socio-politica della penisola italiana, con la quale Gregorio dovette confrontarsi, per fare un

esempio, era assai diversa da quella francese: la degenerazione che l'aveva colpita e la sostituzione dell'aristocrazia romana con quella

barbarica avevano impoverito notevolmente, anche dal punto di vista culturale, il tessuto sociale, tanto che la Chiesa non poteva disporre

Spesso si pensa che le invasioni barbariche abbiano causato, di per loro, il crollo della civiltà latina. Questo tuttavia è improprio. Difatti,

30

già volgendo lo sguardo soltanto alla prima invasione barbarica, quella di Alarico del 410 (che abbiamo definito “cortese”), si può

constatare l'effettiva caratura di questi popoli, determinati piuttosto alla ricerca di “spazi vitali” (in virtù probabilmente della loro tradi-

zione nomade) che alla conquista distruttiva del territorio, la quale avrebbe leso evidentemente in primis loro stessi: più facile, natural-

mente, era utilizzare le infrastrutture, pur degradate, di una civiltà come quella romana che ricostruire daccapo il tutto.

16

delle stesse prerogative possedute altrove. Il clero italiano non godeva delle stesse energie materiali ed intellettuali di quello francese,

scarse erano le personalità che potevano acquisire dignità vescovile: come ci indica Vitolo, più che «uomini di Chiesa» i pastori

disponibili erano «uomini di Dio», evangelizzatori che portavano il loro esempio umano, piuttosto che i loro sermoni all’ombra del

vessillo della tradizione teologico-ecclesiastica. Di ciò si accorse mirabilmente Gregorio, che indirizzò a questi personaggi rifondatori

i propri Dialoghi, il cui stile povero, che ad alcuni ha fatto sembrare il testo non autentico, ben si addice invece al livello culturale, testé

descritto, di questi «padri italici». Fu, insomma, un pontefice “a tutto tondo”, si occupò infatti, oltre che di “questioni europee”, anche

della difesa di Roma dagli attacchi dei duchi di Spoleto e Benevento e poi di Agilulfo, attingendo giudiziosamente dal grande patrimonio

fondiario di cui disponeva la curia romana.

Il battesimo, nel 603, dell’erede al trono Adaloaldo non comportò la conversione in massa dei Longobardi, a causa della resistenza dei

duchi. Si alternarono così al potere il partito filocattolico e quello tradizionalista (ossia degli ariani), con esponenti di entrambi le fazioni

sul trono, tra questi spiccò Rotari (di fede ariana), celebre per aver fatto mettere per iscritto alcune consuetudini longobarde (Editto di

Rotari, 643) e per aver ripreso la guerra ai Bizantini.

Più importante fu la figura di Liutprando (712-744), col quale la conversione dei Longobardi al cattolicesimo e la fusione definitiva con

l'elemento latino poté dirsi completata: egli tentò allora di conquistare intorno al 726 anche i restanti territori bizantini (il Ravennate e

la Pentapoli in primis), giungendo fino alle porte di Roma, dove papa Gregorio II (715-731) lo convinse a rinunciare alle conquiste in

virtù del suo sentimento religioso e a restituire il maltolto (anche in questo caso il

Sovrani dei Longobardi in Italia Papato diveniva garante politico per i territori bizantini, e si sostituiva sempre più alla

Alboino 569 572 labile forza dell’esarca e del dux Romae). Della restituzione, tuttavia, non ne

beneficiarono soltanto i Bizantini (i quali, comunque, avevano ormai perso la piena

Clefi 572 574 ingerenza politica sull’Italia: l’Esarcato poteva dirsi ormai dissolto), dato che il

Anarchia dei duchi 574-584 castello di Sutri, vicino Viterbo, fu donato alla Chiesa romana (nel 728), segnando

Autari 584 590 così l'effettivo atto di costituzione del “potere temporale” della curia romana: si

potrebbe ricondurre a questo evento la nascita fattuale del primo nucleo territoriale

Agilulfo 591 616 dello “Stato pontificio”, ma, per meglio inquadrare la situazione, è bene considerarlo

Adaloaldo 616 626 soltanto come l'atto di riconoscimento politico della sovranità del pontefice sui suoi

Arioaldo 625/6 636 territori. La fusione tra i Longobardi e i Romani fu definitiva con l'editto di Astolfo

(749-756), del 750, in cui il sovrano prescriveva agli uomini liberi del regno, romani

Rotari 636 652 o longobardi che fossero, l'armatura da indossare (ormai i liberi erano considerati in

Rodoaldo 652 653 base al censo e non più all'etnia). Tra l'altro i vescovi cattolici cominciavano ormai a

Ariperto I 653 661 provenire in gran parte dall'aristocrazia longobarda: cionondimeno, nell’Italia

longobarda non si realizzò una convergenza netta tra l'episcopato e il potere politico,

Pertarito 661 662 come era accaduto per i Visigoti iberici o i Franchi, probabilmente per la stretta

Godeperto) relazione che ormai intercorreva tra i vescovi longobardi e la curia romana, la quale

Grimoaldo 662 671 temeva una deriva “regionalistica” della missione universale della Chiesa “cattolica”,

non voleva in altri termini legarsi indissolubilmente alla compagine politica

Garibaldo 671 671 longobarda. Per questo motivo, ai primi segnali lanciati dal potere regio longobardo

Pertarito 671 688 di voler intentare politiche espansionistiche (già con Astolfo, che nel 751 conquistò

Cuniperto 688 700 Ravenna e si mosse verso Roma, ma maggiormente con il suo successore Desiderio

– 756-774 –, molto più indocile), il Papato non esitò a chiamare in Italia i Franchi di

Liutperto 700 701 Pipino il Breve, e quindi di Carlo, il figlio: si conferma, come al solito, la grande

Ragimperto 701 701 lungimiranza politica della Chiesa romana.

Le trasformazioni interessarono, ad ogni modo, anche la società bizantina (ossia

Liutperto 702 702 quella dei domini imperiali italici): la necessità di provvedere alla difesa (non più

Ariperto II 702 712 sostenibile dall'Impero, impegnato a Oriente con Slavi e Persiani, e poi con gli Arabi,

Ansprando 712 712 come si è detto) e la vicinanza all'esempio longobardo, portarono ad una fusione

sempre maggiore tra l'elemento civile e quello militare – che nel frattempo erano stati

Liutprando 712 744 pur nuovamente separati con la Prammatica Sanzione –, le condizioni socio-politiche,

Ildebrando 744 744 però, non permettevano più il mantenimento di una tale organizzazione – sebbene

Rachis 744 749 non si possa dire che tale mutamento sia da ricondurre ad un influsso diretto del

popolo barbaro sui Latini, piuttosto era il segno dei tempi. L'aristocrazia latina

Astolfo 749 756 dovette, tra l'altro, abbandonare la sua classica oziosità letteraria, per occuparsi

Rachis 756 757 materialmente della difesa dei territori attanagliati dai vicini Longobardi, tanto più

Desiderio 757 774 perché i nobili “romani” erano ormai occupati direttamente nella gestione

dell'esercito (precipuamente in virtù di quella fusione di cui si è detto). Le difficoltà

nella gestione del territorio, aggravate dalle continue perdite di proprietà (peraltro in discontinuità sul territorio, a causa

dell’asistematicità della penetrazione longobarda), non permettevano ai Latini di recuperare una dimensione difensiva organica,

portando man mano alla creazione di «sentimenti regionali»: il ceto dirigente romano – che era formato sempre più spesso da funzionari

bizantini, i quali, giunti nel Meridione italiano, per i motivi che si son visti, si radicavano nel territorio – iniziò ad entrare in rotta con

l'Impero, complice anche l'arricchimento economico e il sostegno del crescente potere del ceto ecclesiastico.

Una pratica era ormai invalsa: si trattava di una concessione di un territorio (chiamata enfiteusi ) da parte di enti ecclesiastici abbastanza

31

Nata nel diritto romano, l'enfiteusi consiste in un rapporto contrattuale entro il quale un locatario, l'enfiteuta, si impegna con un locatore

31

nella gestione o coltivazione, nonché nel mantenimento, di un fondo di proprietà legale del secondo, dietro la corresponsione a quest'ul-

timo di un compenso. Il rapporto può essere stipulato per un periodo limitato o, possibilmente, illimitato. Nel diritto romano la pratica

interessava l'ager publicus, la terra dell'erario, ossia, nello specifico, quella parte di terreni (magari acquisiti in seguito a guerre di con-

quista) che risultavano non venduti o non impiegati, ed erano quindi sottoposti a locatio, cioè “affittati”, tramite pagamento del vectigal:

17

ricchi e potenti, ormai in possesso di aree di vasta estensione, ad esponenti dell'apparato politico e militare o a elementi laici. Un caso

emblematico a tal riguardo fu quello di Ravenna, dove l'arcivescovo, avendo concentrato nelle sue mani la gestione di un patrimonio

fondiario di notevole rilevanza, riuscì ad ottenere dall'imperatore, nel 666, l'indipendenza della sua Chiesa dal punto di vista disciplinare,

cioè legislativo (autocefalia), dalla Chiesa romana.

La catena di eventi innescata dall'invasione e dal dominio longobardo portò quindi progressivamente all’appropriazione delle

prerogative imperiali bizantine da parte della Chiesa romana, un processo che sarebbe stato riconosciuto e legittimato poi dai Franchi.

Il patrimonium sancti Petri, la vastissima area controllata dal soglio pontificio, fu una risorsa fondamentale in tale processo di

“sostituzione temporale”: il ceto ecclesiastico riusciva ormai a penetrare tra i ranghi della nuova aristocrazia cittadina – ad esso

sottoposta grazie ai contratti enfiteutici di cui abbiamo parlato – che aveva perso la dimensione cosmopolita dell'apparato senatorio del

tardo Impero e si legava ora in modo tanto emblematico quanto esacerbato alle realtà regionali che si venivano determinando. Il Papato

si era dimostrato l'unico organismo, in una temperie socio-politica ormai degenere, in grado di contrastare la pressione dei Longobardi,

per questo l'ingerenza socio-economica garantita dal patrimonium si era trasformata nel giro di un secolo e mezzo in un vero e proprio

dominio politico: tant'è che già papa Zaccaria (741-752), come sottolinea il suo biografo, si poté permettere di delegare il controllo di

Roma ad un tale Stefano, «patrizio e duca», cioè al governatore bizantino (che era detto infatti anche “duca”), ormai ridotto a mero

supplente del pontefice: è chiaro che il potere temporale della Chiesa si era ormai attestato.

Se nelle altre zone, come Ravenna, Venezia o Napoli, il potere ecclesiastico non riuscì ad ottenere la stessa ingerenza esercitata dal

Pontefice a Roma questo fu dovuto alla preponderanza dell'elemento militare alla guida delle istituzioni civili, e quindi della componente

imperiale, sebbene non di rado gli stessi “esarchi” o duchi – comunque di fatto autonomi dall'Impero (anche se formalmente inseriti nel

suo quadro burocratico) e spesso intenti a trasmettere il proprio potere in senso familiare – non mancassero di far riferimento alle sedi

vescovili al fine di stabilizzare e consolidare il proprio potere sul territorio, magari riservando la carica episcopale ai membri delle

proprie famiglie. Insomma: la Chiesa si avviava ad essere uno degli attori principali del panorama socio-politico dei secoli centrali del

Medioevo. Nei domini bizantini del Meridione non ci furono invece sussulti autonomistici, piuttosto si mise in atto un processo di

accorpamento dei piccoli ducati in una circoscrizione militare, il «tema» siciliano (comprendente Sicilia, Calabria e penisola salentina),

retta da uno stratega imperiale: probabilmente il carattere maggiormente “greco” della popolazione meridionale, per nulla scalfita

materialmente dalla dominazione barbara dei secoli precedenti, avvicinava maggiormente questa e le sue istituzioni a Costantinopoli.

l’enfiteuta godeva di una proprietà sostanzialmente privata, ma formalmente pubblica. Nel Medioevo la pratica iniziò ad essere invalsa,

come si è detto, tra gli ecclesiastici, che riuscirono in questo modo a stabilire rapporti di tipo clientelare con coloro ai quali concedevano

le proprie terre (generalmente la concessione, nel caso ecclesiastico, aveva una validità di 29 anni).

18

5. Il mondo arabo

L'Arabia pre-islamica

La necessità di interessarsi agli Arabi e alla loro storia, al di là della sterile cronaca, è innescata in prima istanza dalla meraviglia che

desta l’estensione raggiunta dal loro Impero – che, al momento della sua massima espansione, si estendeva dalla Spagna all'Asia centrale

– nonché dalla curiosità di conoscere i motivi di questo enorme successo politico, militare e culturale. Come hanno potuto, ci si chiede

infatti, popoli nomadi provenienti dal deserto far nascere un organismo di tale portata? Indubbiamente il “collante” e il propulsore

32

della loro storia è stata la loro religione: l'islam.

Secondo notizie riconducibili alla stessa Bibbia e ad alcune iscrizioni assire, la penisola arabica, territorio secco ed inospitale, mitigato

dalla sola presenza di sporadiche oasi o pozzi, situato tra Africa ed Asia, sarebbe stata abitata, a Settentrione, da tribù di nomadi beduini

(allevatori, commercianti e, occasionalmente, razziatori) e da piccole e povere comunità sedentarie, mentre, nella zona meridionale

(premiata dalle piogge monsoniche, non a caso chiamata dagli antichi Arabia felix, si tratta delle regioni dello Yemen, di Oman e

Hadhramaut), si trovavano stirpi di lingua diversa da quelle settentrionali e maggiormente organizzate, fattori da imputare probabilmente

alle possibilità di contatto e scambio con altri popoli offerte dall'Oceano Indiano.

Tra il secondo e il primo millennio a.C. fiorirono nel territorio meridionale regni come quello di Saba, poi dominato dagli Himaryti, che

entrarono in rapporti commerciali con l'Occidente, e infine finito sotto la dominazione degli Etiopi nel 525 d.C; qualche decennio dopo,

tuttavia, la regione andò in rovina a causa della rottura della diga di Marib. Anche nella parte settentrionale, ad ogni modo, si

svilupparono nel tempo importanti formazioni politiche che entrarono in contatto tanto con Egiziani, Persiani e Greci quanto con

l'Impero romano, quest'ultimo ne causò la rovina (nel 273 Aureliano distrusse il Regno di Palmira). L'Arabia, funestata a nord e a sud,

cadde quindi in uno stato di degenerazione nel quale le uniche forme di aggregazione restarono quelle tribali. I beduini, dunque,

rimanevano la forza promotrice del territorio: erano organizzati in famiglie e clan, che si richiamavano ad antenati comuni e che, spesso,

stipulavano accordi e compromessi intertribali. Alla guida di ogni tribù vi era una capo eletto e assistito da un giudice e da un consiglio,

in genere, ad ogni modo, ogni gruppo seguiva la propria sunna, cioè una tradizione attestata.

A livello religioso era diffuso il politeismo: gli Arabi del Meridione avevano una religiosità personificante, credevano in una terra

popolata da spiriti, generalmente invisibili, ma che si potevano manifestare sotto forma di animali, di alberi o rocce; quelli nordici

credevano in varie divinità, sottomesse tuttavia ad Allah (il Dio) e si aggregavano attorno a luoghi di culto che, come al solito (cfr.

episodio di Gesù nel tempio di Gerusalemme, Matteo 21, 12-13 ), si trasformavano in occasioni di scambio.

33

Nella penisola arabica erano presenti anche l'Ebraismo e il Cristianesimo: il primo precipuamente diffuso nello Yemen e nelle zone di

transito carovaniero adiacenti al Mar Rosso (Yathrib, ovvero Medina, era il centro della religione ebraica araba), il secondo, nelle sue

forme monofisita e nestoriana era diffuso principalmente nel Meridione, sebbene entrambi non scalfivano in modo consistente la

tradizione politeistica delle comunità locali.

La penisola arabica, al di là della scarsità delle opportunità offerte dal punto di vista ambientale e politico, restava nondimeno un luogo

privilegiato nel contesto dei transiti commerciali tra l'India e l'Africa settentrionale; un altro vettore fondamentale era quello che legava

lo Yemen, che si è detto essere un centro florido del meridione arabo, a Gaza, sul Mediterraneo, passando per Makkah (la Mecca), un

centro che divenne una delle maggiori città arabe nel V secolo d.C. grazie, oltre che alla sua posizione centrale e all'abbondanza di

acqua di cui disponeva, alla strabiliante intuizione politica della tribù dei Quraish, che ne fecero un centro commerciale e religioso:

riunirono nella Kaaba, il santuario cubico che custodiva la Pietra nera (portata ad Abramo, secondo la tradizione, dall'arcangelo Gabriele

e trasmessa al figlio Ismaele) e che rimane tutt'oggi il centro di riferimento della cultura islamica, l'insieme delle divinità degli Arabi,

mettendo sul serio sotto scacco “per la prima volta” il politeismo storicamente invalso nella regione; per altri versi concentrarono nella

città le più ricche ed influenti famiglie mercantili, da una di queste nacque, tra il 569 e il 571, Muhammad, il profeta di una delle tre

grandi religioni monoteistiche del nostro mondo.

La nascita dell'islam

Il nonno di Muhammad aveva il compito di distribuire ai pellegrini l'acqua della sorgente di Zemzem (fatta sgorgare da Dio, secondo la

tradizione, per dissetare Agar, la schiava scacciata da Abramo, e Ismaele, suo figlio: vedi Genesi 21), ricopriva dunque un carica di una

certa levatura nella società del tempo: Muhammad, dal canto suo, in forza di questa posizione, riuscì a sposare una ricca vedova e a

garantirsi una vita certamente agiata, sfruttando il suo otium per interessarsi alla religione. Nel 610, gli apparve, secondo la tradizione,

l'arcangelo Gabriele, che da quel momento egli dichiarava di incontrare con una certa frequenza, in quanto doveva trasmettergli, in

forma orale, la rivelazione divina , la cui predicazione iniziò attorno al 613, nell'indifferenza dei Quraishiti. Il messaggio iniziale non

34

Naturalmente nella storiografia è emersa nel tempo la cosiddetta «questione araba», un controverso confronto sulla genesi e l'evolu-

32

zione storica delle realtà politiche del Mediterraneo in relazione all'avanzata degli Arabi. Ad aprire il dibattito fu Henri Pirenne (1862-

1935), uno storico belga, il quale sostenne – a partire dagli anni ’20 del secolo scorso – che soltanto gli Arabi furono in grado di desta-

bilizzare il Mediterraneo mettendo fine all'unità e all'organicità del commercio fra le sue sponde, fiaccando l'Occidente fino ad un punto

che i Germani, classici nemici della cultura latina (sebbene, come abbiam visto, non sia propriamente così), non avrebbero mai potuto

raggiungere. Il Medioevo non sarebbe iniziato allora nel 476, ma solo con l’avanzata degli Arabi: secondo questa impostazione, quindi,

come sosteneva lui stesso, «senza Maometto, Carlo Magno sarebbe inconcepibile». Sebbene questa tesi sia stata attaccata in diversi punti,

e principalmente per la sua spiegazione riduzionistica della realtà dei secoli VII e VIII, resta il fatto che gli Arabi realizzarono un attacco

durissimo all'Impero bizantino, il quale, per difendersi, fu costretto a spostare l'attenzione ad oriente, lasciando spazio al dinamico regno

dei Franchi e alla Chiesa cattolica, le due istituzioni che ebbero un ruolo effettivamente centrale nell'evoluzione dell'Europa nella quale

oggi viviamo.

Sebbene non si possa considerare il Vangelo, data la sua controversa genesi storica, una fonte dotata di assoluta attendibilità.

33 La Verità doveva essere tramandata proprio secondo la forma orale, di uomo in uomo, da ciò il nome “Corano” attribuito a tale rivela-

34

zione, che sta infatti a significare, letteralmente, “testo pronunciato, recitato”. 19

metteva in discussione il politeismo, sebbene prospettasse un atto di sottomissione (islam) ad Allah da parte di coloro che ancora non

lo veneravano. Man mano, tuttavia, la religione divenne maggiormente autoritaria e l'avversità per i culti idolatrici divenne palese, tanto

da indispettire i Quraishiti, timorosi di perdere i fedeli pellegrini alla Kaaba e quindi introiti. Nel giro di pochi anni le avversità dei

gruppi dirigenti crebbero e Muhammad fu costretto a lasciare La Mecca per Yathrib (il cui nome fu cambiato in Madinat an-nabi, “la

città del profeta”, ossia Medina) insieme ai suoi seguaci: è l'égira del 622 d.C., anno iniziale della cronologia musulmana odierna . Ad

35

ogni modo, Muhammad iniziò ad accrescere il proprio potere militare, cooptando seguaci principalmente tra gli Arabi politeisti (gli

ebrei, di primo acchito ben disposti, lo abbandoneranno in un secondo momento): i musulmani medinesi si videro coinvolti in una serie

di conflitti armati con i meccani, a partire dal 624, a cui dovettero far fronte. Muhammad aveva infatti intenzione di sostituire La Mecca

a Gerusalemme, quale città santa della nuova religione (in realtà, come si è visto, soltanto La Mecca avrebbe offerto certe opportunità

ad una religione nascente, essendo già il centro della tradizione religiosa della penisola).

Le frequenti apparizioni che Muhammad riferiva di sperimentare contribuivano quasi giornalmente ad alimentare la “rivelazione”, che

si modellava progressivamente senza raggiungere una sistemazione definitiva, difatti, seppur a dispetto dell'istanza fondante della

trasmissione orale, la prima versione scritta del Corano in lingua araba (non essendo giustamente fattibile tenere viva la tradizione

soltanto oralmente, e in modo stabile, lungo le generazioni) apparve soltanto pochi decenni dopo la morte del profeta (632), e fu redatta

per ordine del califfo Othmann, terzo reggente musulmano.

Dal punto di vista dottrinale l’islam si fonda su 5 pilastri, questi sono:

1) La professione di fede (shahada), in Allah e nel suo profeta Muhammad, ultimo della serie di profeti della rivelazione monoteistica

(Abramo, Mosè, Gesù), che sarebbe stata tradita dagli uomini nel tempo e che avrebbe ricevuto con la predicazione di Muhammad

l'ultima opportunità di essere adempiuta: probabilmente a quest'idea, ma certamente anche ad altri fattori, è riconducibile l'irriducibilità

ideologica di un certo estremismo islamico. La shahada distingue la religione islamica dal politeismo (Allah come unico Dio), i cui

seguaci devono essere convertiti o messi a morte, e dalle altre religioni monoteistiche (Muhammad come ultimo profeta), i cui seguaci

possono mantenere la propria fede grazie al pagamento di un'imposta e alla rinuncia al proselitismo .

36

2) La preghiera canonica, che i fedeli recitano su richiamo del muezzin cinque volte al dì, rivolti verso La Mecca e isolati da terra per

mezzo di un tappeto, o, in forma comunitaria, il venerdì a mezzogiorno, seguita dal sermone dell'imam (il direttore della preghiera).

3) Il ramadan, il mese consacrato alla fede, nel quale si compiono pratiche di devozione, letture ed approfondimento, nonché il famoso

digiuno rituale (vietato: bere, mangiare, avere rapporti sessuali, dall'alba al tramonto). Si conclude con la grande festa di rottura del

digiuno.

4) Il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita del credente, a patto che ne abbia la possibilità materiale. Celebre il famoso

rituale, di estrazione pre-islamica, che consiste nel girare più volte attorno alla Kaaba.

5) l'elemosina legale o di purificazione (zakah), equivalente ad un decimo del reddito, oggi versata nelle casse delle moschee a titolo

volontario.

A questi pilastri si aggiunge un'istanza parecchio controversa: la jihad, ossia quella che comunemente è individuata come la “guerra

santa”. In realtà, secondo alcuni teologi, questa non sarebbe altro che la lotta personale del credente contro le sue inclinazioni malevole,

lungi quindi dal poter essere considerata una guerra agli infedeli, come spesso si sente raccontare. Fatto sta che è stata adoperata nel

tempo, soprattutto nei primi secoli di diffusione della nuova religione (ma non mancano gli esempi al giorno d’oggi), come

giustificazione ideologica per le guerre di conquista e conversione degli infedeli. In ultimo, è bene ricordare che i fedeli adottarono ben

presto, per supplire alle mancanze del Corano, una serie di consuetudini che facevano richiamo alla sunna, ossia la tradizione circa il

comportamento tenuto da Muhammad in vita. Oltre gli aspetti meramente dottrinali è bene sottolineare, ad ogni modo, che l'islam di

Muhammad ebbe la capacità di raccogliere ed omogeneizzare la particolareggiata tradizione culturale araba, mettendo assieme più

aspetti di questa (poligamia, culto della Pietra nera, la pratica della schiavitù, ecc.), e ponendo fine all’oscuro periodo di sperequazione

tribale.

Ritornando ora alla cronaca storica: nel 629 il profeta ritenne di essere ormai pronto a “riconquistare” La Mecca, avendo ormai acquisito

il prestigio e la forza necessari per confrontarsi vis a vis con i Quraishiti, ormai impotenti anche dal punto di vista bellico: Muhammad

riuscì quindi a raggiungere la città e a distruggere gli odiati idoli, lasciando però intatta la famosa Pietra nera. Nel 630 i Quraishiti si

convertirono quindi all'islam e con essi altre tribù beduine; quelle che non si convertirono rimasero comunque in rapporti di alleanza, o

furono costretti a versare ei tributi. Alla morte di Muhammad, nel 632, sorsero contrasti per la Califfato elettivo (632-661)

designazione di un sostituto (khalifa, il califfo) alla guida della comunità (umma): ebbe la meglio Abu

Bakr, suocero di Muhammad e membro del gruppo dei Quraishiti, su Ali e Abbas, rispettivamente Abū Bakr (632 - 634)

cugino e zio del profeta (fu designato infatti con l'espressione khalīfat rasūl Allāh", cioè vicario, o Umar (634 - 644)

successore, dell'Inviato di Dio). Il nuovo califfo intentò una svolta autoritaria nella gestione del potere, Othmān (644 - 656)

finché alla sua morte non furono eletti altri califfi tra i membri del ristretto gruppo di coloro che erano

stati vicini al profeta (califfato elettivo). Quando Ali riuscì, alla morte di Othmann (terzo califfo), nel Alī (656 - 661)

La “fuga” verso Medina avvenne il 16 luglio del 622, per questo motivo, oltre ad essere il punto di snodo verso un “nuova era” per gli

35

islamici, il 16 luglio rappresenta anche il primo giorno del primo mese (muharam) dell'anno. Il calendario islamico è per giunta lunare,

questo è uno dei motivi per cui il ramadan, il mese del digiuno, non cade annualmente nello stesso mese del calendario gregoriano,

anticipando ogni anno di alcuni giorni (circa 11).

È bene ricordare, soprattutto in relazione agli avvenimenti che oggi funestano l'Occidente, che l'islam è, e lo è stato in passato (come

36

vedremo), una religione abbastanza accondiscendente nei confronti del cristianesimo, meno nei confronti dell'ebraismo. Difatti, come si

legge nel versetto 82 della quinta sura del Corano: «Troverai che i più acerrimi nemici dei credenti sono i giudei e i politeisti e troverai

che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono: “In verità siamo cristiani”, perché tra loro ci sono uomini dediti allo

studio e monaci che non hanno alcuna superbia». Sebbene dottrinalmente il Dio degli islamici sia più vicino a quello ebraico, dato che

è inaccettabile per essi che Allah abbia un “figlio”, come, allo stesso tempo, per i cristiani è inaccettabile che Muhammad sia considerato

un profeta (sebbene, insomma, le posizioni teologiche delle due religioni siano in molti punti in contrasto), storicamente l'islam e il

cristianesimo non si sono dimostrati affatto ostili dal punto di vista sociale e politico, o almeno fino a quando gli interessi economici non

sono sopravvenuti a quelli spirituali.

20

656, ad ottenere il potere, si spostò a Kufa, in Iraq assieme ai suoi seguaci, ritenendola una sede più opportuna, ma fu deposto da una

sentenza che dichiaro illegittimo il suo potere (in quanto ritenuto colpevole dell'assassinio di Othmann). Egli si mantenne in armi con

il suo «partito» (s’hia), quello degli sciiti, da allora contrapposto al partito di maggioranza, i sunniti (che si richiamavano alla tradizione,

la sunna), fino alla sua morte, nel 661, coincidente anche con la fine del califfato elettivo.

La prima fase di espansione

In poco più di venti anni, l'Impero arabo, in forza della propria aggressività e della debolezza dei popoli che fronteggiava, spazzò via

quello persiano e sottrasse a quello bizantino gran parte dei domini africani (dove i cristiani copti e monofisiti accolsero gli Arabi come

liberatori, come si è già detto, a partire dal 638) e siriani.

La forza e l'agilità degli Arabi, dovute alla loro estrazione tribale ancora poco smorzata dall'omogeneizzazione religiosa, se da un lato

avevano permesso un'espansione fulminea, mal si accordavano dall'altro con la necessità di un apparato di gestione organico. In effetti,

dopo la morte di Muhammad gli umori regionalistici tornarono alla ribalta, sebbene egli avesse tentato di assopirli in nome della

comunanza di fede: ora gli interessi “economici”, stimolati dalle guerre di conquista, cominciavano infatti ad essere in disavanzo rispetto

alla mera unità ideologica, l'uguaglianza dei fedeli sembrava sempre più un’utopia dell'islam primitivo e i più vicini a Muhammad,

ormai al potere da generazioni, avevano acquisito un ruolo indiscutibilmente egemone. Tra l'altro i non-Arabi convertiti all'islam non

partecipavano dei “diritti politici” e quindi alla spartizione di bottini e terre, in quanto clienti (mawali). Man mano però si passò a

reclutare anche questi, per evidenti esigenze legate alla politica espansionistica, continuando a tenere fuori le popolazioni assoggettate

e i credenti dei due restanti monoteismi, che si limitavano al versamento della tassa di tolleranza (erano dhimmi, cioè soltanto dei

“protetti”: e questo spesso era visto di buon grado dagli stessi).

Il nuovo apparato amministrativo ricalcava, naturalmente (si confronti la situazione con quella dell'Occidente “barbarizzato”), quello

degli imperi bizantino e persiano: ai vecchi funzionari si affiancarono o, in qualche caso, sostituirono, gli emiri (amir) arabi, responsabili

provinciali sia sul piano militare che su quello amministrativo-finanziario (in sintonia con funzionari minori, come il diwan). Il califfato,

in questo clima, non poté che rafforzare il proprio potere, proprio com'era successo per i re delle tribù germaniche (passati dall'elezione

da parte dei comitati tribali alla successione ereditaria). Il primo califfo a spingere in questo senso fu proprio Othmann (644-656), del

clan degli Omayyadi (il più potente tra i clan aristocratici quraishiti), una dinastia che tornerà al potere, dopo l'intermezzo di Ali (di cui

si è detto in precedenza), fino al 750, con una lunga successione di califfi.

Il potere del califfato andava via via stabilizzandosi e rafforzandosi, sebbene diverse erano le spinte interne alla rivolta, provenienti sia

dagli ambienti sciiti (in Iraq ad esempio) sia da altri gruppi minoritari che si sentivano oppressi dal dirigismo omayyade. La capitale fu

spostata a Damasco, in Siria, da dove probabilmente si poteva meglio gestire la situazione, che man mano andava complicandosi.

Il primo attacco sistematico da parte degli Omayyadi fu rivolto a Costantinopoli, dopo che – come si è detto – ebbero acquisito larghi

domini in Siria ed Egitto e con essi la capacità di gestire, oltre che un esercito ben formato, anche una flotta di un certo rilievo. Ma

Costantinopoli resistette ai continui assedi (portati sia per terra che per mare, l’ultimo dei quali vi fu nel 718, quando era imperatore

Leone III Isaurico) e i Bizantini riuscirono a distruggere persino la flotta araba nel 677: tuttavia non si trattò che di una disperata reazione

difensiva, e nulla più. Gli Arabi intanto continuavano ad espandersi lungo la costa Africana, divenendo man mano «padroni incontrastati

del Mediterraneo», come sottolinea Vitolo. Nel 698 gli Arabi ottennero la capitolazione di Cartagine e la conversione delle comunità

locali all'islam, benché gran parte avesse aderito al movimento autonomo dei Kharigiti, che propugnavano l'uguaglianza dei musulmani

e l'illegittimità dell'ereditarietà del potere califfale. Nel 711 gli Arabi, dopo aver preso Ceuta nel 709 e aver assoggettato i cristiani

nordafricani, varcarono le “Colonne d'Ercole” e si stanziarono sul promontorio che chiamarono Gebel el-Tarik (Gibilterra), dal nome

del comandante dell'esercito Tariq: avrebbero conquistato la Spagna in soli 5 anni, passando poi in Gallia, dove, come abbiamo già visto,

furono intercettati (nel 732) a Poitiers dai Franchi.

Intanto, ad Est, i califfi omayyadi lanciavano un’offensiva in Asia, giungendo fino all'Indo e del Syr-Daria (al confine settentrionale

dell'odierno Afghanistan, dove la conversione delle comunità fu rapida; nell'Asia centrale, però, le resistenze degli autoctoni furono

maggiori e le rivolte si moltiplicarono.

Gli Abbasidi

Nel 747 una rivolta contro il califfato omayyade, intentata dal clan degli Abbasidi (che si ritenevano i veri successori di Muhammad, in

quanto discendenti da al-Abbas, zio paterno del profeta), e appoggiata dalle componenti sciite, portò questi al potere (il primo califfo fu

Abu l-Abbas al-Saffah: regnò per il breve periodo che va dal 750, quando assunse effettivamente il potere, al 754, anno della sua morte).

Gli Abbasidi furono la seconda “dinastia” reggente dell’Impero arabo, dopo i primi 4 califfi “ortodossi” (da Abu Bakr ad Ali), che non

ebbero omogeneità “dinastica”, e gli Omayyadi (661-750), prima effettiva dinastia.

Il baricentro dell'Impero si spostò quindi dalla Siria all'Iraq, dove Abu al-Mansur (secondo califfo abbaside: 754-775) fondò la nuova

capitale nel 762: Baghdad, che fino a quel momento non era più estesa di un villaggio. Il califfato, investito di una aura ormai sacrale,

andava sempre più allontanandosi dalla popolazione e divenendo autocratico, mentre prendeva piede il potere di un nuovo tipo di

funzionario militare, il visir. L'esercito, ormai segno di forza del califfato, prese ad essere composto anche da mercenari (tra cui mawali

non-Arabi di ogni provenienza) al soldo del funzionario di turno, mentre emiri e visir continuavano ad arrogare sulla propria figura

maggiori poteri.

Un importante ruolo di coesione culturale fu ricoperto dalla lingua araba, che divenne sia la lingua ufficiale dell'Impero sia la lingua

della cultura, la quale si sviluppò grazie alle molte influenze apportate dai popoli sottomessi man mano che l'espansione procedeva:

medicina, filosofia, letteratura, matematica, astronomia, tutte discipline che fiorirono il modo progressivo nel vasto Impero che si era

creato. Soltanto l'arte ebbe una piccola battuta d'arresto nei confronti di come si era evoluta durante la dinastia omayyade.

Naturalmente, come ogni sviluppo politico che si rispetti, l'elemento economico fu il maggiore propulsore di questa rinascita: i contatti

commerciali con l'Occidente favorirono questo progresso mentre si sviluppava, sul fronte interno, il settore agricolo. All'accentramento

della proprietà nelle mani del ceto militare si affiancò il miglioramento delle tecniche produttive e la razionalizzazione dei criteri di

coltivazione, mutamenti dovuti indubbiamente ai contatti con l'esterno e quindi all’acquisizione di nuove tecniche di coltura. In breve

tempo – oltre all'esplosione demografica, dovuta alle favorevoli condizioni in cui si trovava l'Impero – prese l’avvio un processo di

21

urbanizzazione costante che portò le città a dotarsi di grandi centri culturali – i quali raggiunsero un livello di molto superiore sia a

quello dei centri occidentali (in serie difficoltà a causa del degrado socio-politico di cui abbiamo parlato) sia a quello dei centri bizantini

orientali – nonché di molteplici centri di produzione artigianale. La civiltà arabo-musulmana fu perciò eminentemente urbana, Il fattore

scatenante, comunque, di tutto ciò, fu la possibilità di gestire una rete commerciale immensa, che coinvolgeva, tramite il Mediterraneo

e le rotte terrestri dell'Asia minore, tre continenti: le derrate che erano scambiate in lungo e in largo per il grande “lago marino” potevano

essere acquisite nelle terre lasciate da coloro che si spostavano nelle città e avocate dai grandi proprietari, coltivate grazie alle nuove

tecniche di cui si è parlato e quindi in grado di fornire, oltre alla materia di sostentamento, il surplus necessario ad essere scambiato.

Non è un caso che gli Arabi, che difatti si sono irradiati dai centri desertici della penisola arabica, si siano spostati sin da subito in quella

zona dove sono sorte le prime grandi civiltà della nostra storia: si tratta della Mesopotamia, mitica fertile “terra tra i fiumi”, compresa

nell'odierno Iraq (Baghdad si trova appunto sull'Eufrate), dove hanno potuto sviluppare la loro cultura e potenziare il proprio Impero da

tutti i punti di vista, come si è detto; e non è un caso che ancora oggi sia terra di conflitto

La rottura dell'unità

Come tutti i grandi organismi politici della storia anche l'Impero arabo aveva i suoi punti di debolezza, nonostante in soli tre secoli

avesse raggiunto un'estensione, una complessità ed una ricchezza difficilmente immaginabili per qualsiasi altra formazione politica del

tempo. Quali furono allora, sebbene ciò, i punti di rottura?

Innanzitutto la crescita della ricchezza di alcuni gruppi accentuava la forbice sociale nel mondo musulmano, in barba alla caratteristica

pretesa di uguaglianza che la dottrina islamica prevedeva per tutti coloro i quali aderissero ad essa: a nulla valsero i provvedimenti presi

per contrastare questa regionalizzazione , sebbene le forme di reclutamento ora premiassero anche i non-Arabi, come si è detto: era in

37

atto dunque una sorta di “feudalizzazione”: i piccoli coltivatori preferivano porsi sotto la protezione dei grandi proprietari, piuttosto che

soccombere al loro strapotere produttivo.

In secondo luogo, il mondo agricolo, abbandonato dai piccoli coltivatori e finito appunto nelle mani dei grandi proprietari, soffriva,

nelle zone lontane dalle città, della mancanza d'acqua e della scarsità di manodopera qualificata (i progressi delle tecniche produttive

infatti erano sfruttati precipuamente soltanto nelle zone suburbane). Le grandi masse giunte nelle città contribuivano a creare sacche di

diseredati pronti ad insorgere e destabilizzare la società che li accoglieva (un fenomeno simile si verificava in territorio bizantino).

Ma la vera e propria spina nel fianco dell'Impero abbaside furono le spinte secessionistiche dei vari gruppi etnici e religiosi, come anche

di gruppi di pressione locali che mal sopportavano le ingerenze del califfato. Se in un primo momento, califfi del calibro di al-Mansur

o Harun al-Rashid riuscirono a contenere queste spinte autonomistiche, già nel X secolo le tensioni si fecero più acute. Tra le tante

Come l'istituzione di un emiro degli emiri, nel 936, grande capo militare col compito di organizzare e limitare le forze particolari che

37

andavano sviluppandosi tra le fila dell'esercito, e che superava in forza persino i visir.

22

rivolte vi fu quella dei fatimiti , alfieri dello sciismo, che riconquistarono l'Africa settentrionale, la Siria e la Palestina; quella dell'emiro

38

di Cordova, ultimo uomo della dinastia omayyade, discendete dell'unico superstite del massacro degli Abbasidi, che era giunto

all'emirato grazie alle truppe a lui fedeli (nel 756) ; quelli registrati in Iraq, Iran e Afghanistan, messi a tacere in modo tutt'altro che

39

semplice. L'Impero resistette, ad ogni modo, fino al 1258, quando le orde mongole di Hulagu Khan invasero e distrussero Baghdad.

Tra gli “Stati islamici” a più stretto contatto con l'Europa vi furono quindi quello spagnolo e quello egiziano.

Nel caso della Spagna, il dominio che prese il nome di al-Andalus – con un territorio più esteso dell'attuale Andalusia – divenne prima

un emirato indipendente da Baghdad (per mano dell’emiro di Cordova, di cui sopra), poi persino un califfato nel 929 , riuscendo, in

40

forza della politica di tolleranza intentata dai reggenti e dell'efficiente apparato burocratico, a divenire una regione prospera con capitale

a Cordova, centro di altissimo livello culturale (che poteva, diciamo, rivaleggiare persino con Baghdad). Nel 997 il califfato andaluso

intentò azioni espansionistiche sia nei confronti dei cristiani del nord, sottraendogli Santiago di Compostela (sede del famoso santuario,

ancora oggi oggetto di pellegrinaggi), sia nei confronti dei Berberi musulmani dell'Africa settentrionale. Il califfato, comunque provato

da frequenti rivolte intestine, si sgretolò nel 1031, dividendosi in piccoli stati. Le redini della situazione furono riprese prima dagli

Almoravidi (che, partiti dal Marocco, si impossessarono di parte della Spagna nel 1086), poi dagli Almohadi (a partire dagli anni ’20

del XII secolo), accomunati sia dall’origine berbera che dal vessillo del ritorno alla purezza coranica; nel secondo caso, tuttavia, le

conquiste furono più estese (si spinsero fino alla Libia). Ad ogni modo il dinamico espansionismo islamico dovette scontrarsi – in

particolar modo nel XIII secolo – con quello dell'Europa cristiana (ben incarnato, nella penisola iberica, dal movimento comunemente

noto come reconquista, di cui ci interesseremo successivamente), subendo una battuta d'arresto.

In Egitto furono i fatimiti, già menzionati, a conferire a questa terra tanto l'indipendenza politica quanto un posto di rilievo nei traffici

mediterranei, grazie anche al supporto di ebrei e cristiani, lasciati liberi di professare il proprio culto e di svolgere le attività più disparate

(Il Cairo, fondata nel 969, divenne in questo modo uno dei luoghi più prosperi dell'epoca).

La dominazione islamica interessò anche la penisola italiana, in particolare la Sicilia. A partire dall'827 infatti la dinastia degli Aghlabiti

mise in atto un'operazione di conquista che portò gli islamici a dominare – dopo aver sconfitto i Bizantini, con un esercito formato da

Arabi, Berberi e Andalusi – prima la Sicilia occidentale, per cui da Siracusa (che tuttavia resistette per mezzo secolo, per capitolare

nell'878) procedettero fino a Palermo, poi quella orientale, facendo piegare Messina nel 842. Sotto la dinastia dei Kalbiti si formò un

emirato indipendente che donò floridezza all'isola (Palermo divenne una delle città più ricche del tempo): in questo caso si riuscì a

sfruttare per intero, diversamente da tutti gli altri casi del mondo arabo, le nuove tecniche agricole, anche nelle aree più interne. La

regione ben si prestava ad un'agricoltura mediterranea, com'è tutt'oggi, e l'introduzione di nuove colture (palme da dattero, papiro,

agrumi, ecc.) non poteva che trarne beneficio. Inoltre, la presenza di giacimenti di metalli preziosi contribuì allo sviluppo di un mercato

elitario che garantiva introiti non indifferenti tanto per le casse dell'erario quanto per quelle dei singoli “imprenditori”.

Inutile sottolineare il grande apporto culturale dei due secoli di dominazione araba, destinato a riverberarsi nella produzione letteraria,

poetica, artistica, architettonica dell'isola fino agli ultimi secoli del basso Medioevo, e tutt'ora riscontrabile. A questo mondo florido,

che facilmente ci distoglie dalla considerazione negativa del Medioevo a cui ci siamo abituati, dobbiamo contrapporre l'Occidente

funestato e disorganizzato che, a partire quindi da condizioni decisamente diverse, sotto l'iniziativa combinata dei Franchi e del Papato,

si avviava verso la ricostituzione di un nuovo organismo politico.

Il caso siciliano, comunque sia, ben descrive il fatto che l'avvento degli Arabi non costituì una soluzione di continuità nel bacino del

Mediterraneo: i traffici, gli scambi di prodotti e di culture, nonché di schiavi e manodopera, continuarono ad interessare le coste del

nostro mare. Questo rafforza la considerazione per cui il vero elemento di continuità, nella storia, si dimostra essere quello economico,

effettivo propulsore tanto di civiltà quanto di barbarie e violenza: gli Arabi, a modo loro, contribuirono (come «fattore di stimolo») a

dar forma all'Occidente, in senso positivo, e non negativo, in un Europa nella quale si avviavano a prendere forma i nascenti progetti

politici da noi appena indicati (e questo sia detto tanto contro la fantomatica “tesi Pirenne” quanto – e in ciò in accordo, in un certo

senso, con lo studioso belga – contro chi si ostinasse ancora a negare a quanti non fossero di tradizione greco-romana un ruolo nello

sviluppo complessivo della nostra civiltà).

In armonia con le dottrine ismā‛īlitiche (l'ismailismo è una delle correnti sciite: prevede, per i suoi seguaci, la discendenza da Ismāʿīl,

38

il “settimo imam” legittimo, secondo la loro tradizione), ‛Ubaidallāh (capostipite dei fatimiti) affermava di essere l'imām rivelatosi col

proposito di ricondurre la comunità islamica alla vera fede e all'unità, le quali dovevano stabilirsi, secondo i principî legittimistici della

setta, sotto un califfo discendente da Maometto per mezzo della figlia di lui Fāṭimah (v.), moglie del quarto califfo ‛Alī: di qui il nome

assunto dalla dinastia (da Treccani).

Abd al-Rahman ibn Mu'awiya, perseguitato (in quanto omayyade) dagli Abbasidi, giunse nella penisola iberica nel 756, dove, dopo

39

aver sconfitto il funzionario che governava la regione, poté accorpare le varie regioni in un emirato indipendente.

Quando Abd al-Rahman III rivendicò per sé il titolo di califfo, avendo partecipato in prima linea al respingimento dei Fatimiti – che

40

avanzavano dal Nordafrica rivendicando anch’essi, come si è detto, l’indipendenza califfale – e guadagnandosi prestigio presso gli altri

emiri. 23

Parte II: La nascita dell'Europa

1. Economia e società nell'Alto Medioevo: Miscellanea

L'Occidente cristiano conobbe un periodo di generale depressione sociale nei secoli che vanno dal VI all'VIII, essendo divenuto luogo

di abbandono e degrado. Le città, ridotte ai minimi termini, videro l'abbandono dell'area suburbana e rurale e la regressione all'interno

delle mura dei pochi abitanti rimasti: un fenomeno che non ebbe certamente la stessa intensità dappertutto, ma che comunque si può

considerare abbastanza omogeneo. Stessa sorte toccò alla rete viaria ereditata dal grande Impero romano, la quale, a causa della scarsa

manutenzione e della sempre minore frequenza degli scambi, andò ben presto in rovina; analogo fu l'abbandono degli argini dei fiumi

e la conseguente rapida la diffusione di zone paludose; tra l'altro divennero sempre più numerose le terre lasciate incolte: il degrado

delle infrastrutture e il peggioramento delle condizioni ambientali, funzionali allo sviluppo di qualsiasi civiltà, era quindi palese.

L'abbandono delle colture favorì, peraltro, il rimboschimento spontaneo di vaste aree, soprattutto nell'Europa nordica, che comunque

non aveva conosciuto, né tantomeno in quel tempo conosceva, un grande sviluppo delle pratiche agricole.

Il bosco ebbe, malgrado ciò, un'importanza capitale nella vita sia materiale che mentale delle popolazioni di questi secoli centrali,

contribuendo a determinare ed evolvere l'immaginario collettivo : la selvaggina costituiva una parte considerevole dell'alimentazione

1

contadina, almeno nell'Alto Medioevo, soprattutto in forza della crescente mancanza di competenze agricole (situazione dovuta, in

massima parte, all'arrivo della componente barbarica, dedita storicamente più alla caccia che all'agricoltura, erano infatti popoli selvatici

– qui inteso nel senso etimologico: popoli delle selve). Nelle selve si raccoglievano i frutti spontanei (si pensi alle bacche, ma soprattutto

alle castagne, ottime fornitrici di “farina”, scarsamente ricavata invece dai cereali) e si prendeva la legna per il riscaldamento e la

costruzione degli utensili necessari, nonché di edifici, data la difficile reperibilità della pietra. I boschi di quercia, faggio e castagno

furono quindi di grande aiuto per la popolazione, nonché un pozzo inesauribile per la mitopoiesi, legata come abbiam visto all'agiografia,

ma anche alla dimensione più profana del mito: il bosco veniva ad essere la casa di demoni, streghe, folletti ed altri esseri in grado di

finire nei migliori bestiari e guadagnarsi un posto nell'immaginifica narrativa popolare.

La causa del crollo sociale potrebbe essere imputata al continuo calo demografico che si registrò a partire dal II-III secolo d.C., al quale

nemmeno l'arrivo di genti barbare poté mettere freno nel corso dei secoli: probabilmente l'origine di questo svuotamento demografico

può essere rintracciata nelle continue devastazioni causate dalle guerre che interessarono l'Occidente, in primis il suolo italico, alle quali

si sommarono varie epidemie di peste, vaiolo, tubercolosi e malaria (diffusissima, a causa delle ormai troppe paludi). Secondo Procopio

di Cesarea, uno storico bizantino, nel 542 arrivò in Italia un'epidemia di peste bubbonica dall'Etiopia che mieté circa 300.000 vittime:

certamente le epidemie fiaccavano la popolazione molto più profondamente delle uccisioni belliche, tanto che certe malattie divennero

endemiche nei secoli dal VI all'VIII, con circa 20 ondate epidemiche. La devastazione demografica dovuta alle epidemie fu maggiore

in Italia e decisamente minore nelle altre zone dell'antico Impero romano, complici il clima favorevole al diffondersi del contagio e il

combinato con le crisi belliche che continuamente interessarono la penisola a partire dal crollo dell'Impero d'Occidente.

L'economia della popolazione divenne ben presto “di sussistenza”: l'era dei grandi traffici mercantili era ormai sulla via del tramonto

(sebbene non terminata), le poche centinaia o migliaia di persone che popolavano le città si limitavano a coltivare piccoli orti per trarne

il minimo sostentamento. Si deve aggiungere a ciò il fatto che si erano perse, nel corso del tempo, anche le capacità agricole e tecniche

che avevano contraddistinto le epoche più antiche e floride: gli attrezzi rudimentali, la scarsa produttività dei terreni, la mancanza di

uno sbocco per i prodotti, l'incapacità gestionale dei proprietari del fondo, sempre più lontani e dediti alle armi piuttosto che al proprio

terreno, furono elementi che, in combinato, generarono la profonda crisi agricola di cui stiamo discutendo. Il contadino, sempre più

votato all’autosufficienza, era costretto a fare tutto da sé e a diversificare la produzione, in modo da realizzare più tipi di prodotti .

2

La scarsa produttività dei terreni coltivati a cereali, e molto spesso con grani inferiori (quali segale, orzo, panico), obbligava quindi la

popolazione ad integrare l'alimentazione con i frutti di pratiche come la pesca, l'allevamento e la caccia.

Necessariamente doveva innescarsi un circolo vizioso, una spirale discendente, che non permetteva ai contadini di implementare né le

loro condizioni di vita né le loro capacità di coltivazione: l'aratura del terreno non era per nulla agevole, gli animali da traino come buoi

e cavalli, infatti, erano scarsamente disponibili, mentre proliferavano altre specie di taglia media, quali maiali, capre e pecore. La

mancanza di concime naturale, poi, contribuiva ad abbattere la resa delle coltivazioni, per cui si correva ai ripari con pratiche di

concimazione alternative, come il sovescio (interramento di parte delle piante), il debbio (l'incendio delle stoppie) o il maggese (ossia

il riposo del terreno, di solito di un anno, dopo la raccolta), che prevedeva la rotazione delle colture .

3

Gli animali selvatici, in primo luogo il lupo, costituivano spesso un pericolo materiale per la popolazione, costretta a praticare la caccia

1

anche come attività difensiva, dato che lupi, orsi e cinghiali erano costantemente alle porte delle aree urbane, soprattutto nei mesi inver-

nali. Naturalmente, nell'immaginario delle popolazioni interessate dalle visite della fauna selvatica si andavano depositando man mano

miti e racconti leggendari attorno a questi animali; non è un caso che in molte agiografie si riporti almeno un episodio che vede un santo

come il difensore delle città dai lupi o l'ammansitore delle bestie. San Francesco fu uno di questi, si racconta infatti che fu in grado di

addomesticare il lupo che vessava i cittadini di Gubbio soltanto con le sue parole: “Fratello Lupo, in nome di Dio ti ordino di non farmi

male a me e a tutti gl’uomini”.

Per alcuni storici era presente, in questo periodo, persino un modello organizzativo per il terreno coltivato, si trattava di una divisione

2

in tre zone concentriche: la prima, vicina al villaggio, vedeva coltivazioni ortofrutticole intense, la seconda, più lontana, vedeva coltiva-

zioni di cereali oltre le quali gli animali potevano pascolare, la terza, limitanea, conteneva il bosco, nel quale erano praticate la caccia,

la pesca, la raccolta di legna e frutti spontanei. In realtà tale modello pare fin troppo ideale, nel concreto le cose erano certamente più

complesse: non mancavano infatti villaggi con una struttura abbastanza disarticolata, nei quali le casupole, sparse per i campi, erano ben

distanti tra loro.

In principio la rotazione era solo biennale, per cui il campo, diviso in due parti, veniva coltivato soltanto per metà ogni anno, mentre

3

l'altra rimaneva in maggese: il risultato era un abbattimento ulteriore della resa delle terre per i coltivatori che, nel migliore dei casi,

dovevano conservarne parte per la semina e versarne un'altra parte al proprietario del fondo, restando con ben poco frutto per il proprio

24

La condizione precaria dei contadini di questi secoli affonda le proprie radici nell'epoca tardo imperiale, quando i latifondisti,

preoccupati per il calo demografico e la mancanza di schiavi da adoperare nelle coltivazioni, iniziarono ad “accasare” parte degli schiavi

nei mansi (piccoli appezzamenti) in modo che potessero provvedere al loro mantenimento e coltivare le terre del padrone, a cui dovevano

corrispondere parte del raccolto oppure offerte in natura o prestazioni lavorative (corvées). Spesso le terre erano affidate anche a uomini

liberi (si ricordi la pratica dell'enfiteusi), ai quali erano offerte migliori “condizioni contrattuali”, benché la loro condizione personale

divenisse de facto servile; a questi si affiancavano sempre più altri piccoli proprietari indipendenti che cercavano protezione presso i

latifondisti (che erano per lo più signorotti della piccola nobiltà, in grado però di difenderli – grazie alle loro dimore fortificate e ai loro

corpi militari – dalle scorribande degli invasori): man mano, tuttavia, i proprietari persero, in nome della salvezza, quelle libertà che la

loro seppur modesta condizione gli garantiva. Naturalmente ciò comportava la cessione delle proprie terre e il pagamento di tributi, ma

legarsi ad un potente sembrava essere una garanzia migliore della libertà, e quindi della possibilità di essere travolti dall'invasore. Tutto

ciò era stato reso possibile dal continuo depotenziamento dell'apparato burocratico pubblico imperiale, che non si interessava più né

delle zone periferiche, nelle quali facevano pressione i barbari, né degli ambienti rurali, lasciati pian piano a loro stessi: questo fu il

risultato più eclatante della mancanza dell'amministrazione della giustizia e della difesa; le zone in cui la piccola proprietà si mantenne,

infatti, furono proprio quelle che rimasero sotto il controllo dell'Impero bizantino.

Le terre così arrogate dai grandi proprietari terrieri si dividevano, a seconda di chi occupasse tali spazi, in una porzione detta massaricio

(o pars massaricia, da massari, “coloni”) ed in una detta dominicum (o pars dominica, da dominus, “signore”): il complesso era indicato

con i termini curtis o villa ed ospitava stalle, frantoi, forni, laboratori artigiani, depositi, locali per la servitù, ecc.

Nei polittici, gli inventari di beni dei grandi monasteri, si trovano molte informazioni che fanno al caso nostro, circa la distribuzione e

il numero delle ville, il numero dei villani e delle corvées che erano costretti a garantire al proprio padrone. I dati che possiamo ricavare

parlano di un numero abbastanza elevato di prestazioni d'opera, che arrivavano fino alle 50-60.000 all'anno per i monasteri di grandi

dimensioni, un fatto che ci indica l'indispensabilità di questo tipo di rapporto lavorativo ai fini della gestione dei fondi da parte dei

signori o degli enti monastici, nonché la diffusione di aziende a conduzione ecclesiastica (il che vuol dire che gli ecclesiastici ricoprirono

un ruolo non indifferente – ma lo si è già sottolineato – in quest’epoca di generale depressione).

In generale si cercava di mantenere un certo equilibrio tra le terre date in affitto (o concessione) e quelle destinate alla conduzione diretta

da parte del proprietario e dei suoi funzionari, dato che dalle prime potevano ricavarsi prestazioni d'opera grazie all'insediamento di

coloni nei mansi, mentre le seconde costituivano la riserva padronale: tendenzialmente il massaricio costituiva i due terzi della villa,

mentre la riserva padronale il restante terzo, in modo da poter disporre della necessaria forza lavoro (erogata dai villani in corvées, cioè

le prestazioni “straordinarie” rispetto al quantitativo di lavoro basilare necessario per far fruttare la terra) utile alla gestione di tutto il

complesso. Questo tipo di organizzazione produttiva, detta abitualmente “economia curtense”, si basava quindi sulla gestione delle forze

produttive al fine di garantire una sorta di autarchia; non è comunque il caso di credere che si trattasse di un sistema rigidamente chiuso:

gli scambi, per quanto possibile, soprattutto relativi a quanto non si potesse realizzare all'interno della villa (utensili di difficile

realizzazione, prodotti difficilmente coltivabili, ecc.) o all'eccedenza del raccolto, come anche a tutti quei prodotti (birre, liquori, vini)

di un certo pregio, continuavano ad essere acquisiti all'esterno delle ville. Non rari, ad esempio, erano gli scambi tra le corti stesse o tra

le diverse ville di un singolo proprietario, per adempiere ai quali venivano impiegati servi prebendari o i coloni stessi, sfruttando le loro

prestazioni in eccesso (le corvée): questo a sfatare il mito di un Medioevo necessariamente chiuso e rigido, troppo spesso riecheggiante

nei testi che ne fanno menzione e che tendono alla facile generalizzazione, come si è visto l'organizzazione socio-economica non era la

stessa che caratterizza il nostro sistema attuale (in cui regna sovrano e in modo capillare il capitalismo più bieco), ma si componeva di

diverse istanze, molto spesso in tensione reciproca, che contribuivano a rendere complesso e variegato, al di là delle pur presenti

tendenze di fondo, il panorama economico e sociale.

Oltre il punto di vista strettamente economico è bene riconoscere che il processo di travasamento di manodopera (indotto ma volontario,

da parte di questa) nelle corti dei latifondisti stava dando corpo a formazioni socio-politiche di tipo signorile, nelle quali il proprietario,

per il fatto che si moltiplicassero le occasioni nelle quali solo egli poteva gestire al meglio la situazione (guerre, razzie, carestie, e così

via), si trasformava pian piano in un “signore”, un dominus che non mancava di essere dispotico anche nei confronti di coloro che non

avevano con lui un rapporto servile, ad esempio i coloni liberi stanziati nei mansi: in molti casi il proprietario amministrava persino la

giustizia e limitava la distribuzione del cibo. Non mancava, in certi casi, anche il riconoscimento formale di questa dipendenza fattuale,

come nella pratica della commendatio, cioè l'affidamento formale dell'uomo libero al signore, in cambio di protezione (istituto basilare

per lo sviluppo del sistema feudale, di cui approfondiremo l’evoluzione). Non ci resta che sottolineare allora che il processo di

assoggettamento dei contadini liberi fu certamente lento, ma altrettanto indubbiamente ineludibile.

Ad ogni modo, non pare sostenibile la tesi per cui l'economia europea tra il VI e l'VIII secolo si fosse ridotta alla sua sola dimensione

naturale, cioè alla ricerca dell'autosufficienza e alla mancanza di scambi commerciali , dato che, come abbiamo sottolineato, l'autarchia

4

non era prerogativa delle singole corti, incapaci di provvedere a se stesse da sole. Tra l'altro non sembra accettabile nemmeno

un'interpretazione che veda l'Europa di questi secoli ridotta ad una collezione di centri rurali: i centri urbani, pur depotenziati, offrivano

ancora occasioni di scambio (come le fiere, nelle quali i contadini potevano vendere o semplicemente scambiare le eccedenze della

produzione, nonché gli animali) ed erano sede di professionisti liberali, come gli artigiani, ai quali ci si rivolgeva per manufatti di una

certa caratura tecnica. Nelle città erano inoltre presenti le sedi ecclesiastiche maggiori, alle quali ci si doveva rivolgere ad esempio per

la somministrazione dei sacramenti cristiani.

nutrimento.

Si confronti, a questo proposito, la distinzione tra economia naturale ed economia monetaria presente nella primo libro della Politica di

4

Aristotele, alla quale si richiamano spesso gli storici sostenitori di tale tesi. 25

2. L'Impero carolingio

I Pipinidi

Al centro della storia europea si pose, a partire dal VII secolo, il Regno dei Franchi. Le quattro province che si erano create alla morte

di Clodoveo, nel 511, l'Austrasia, l'Aquitania, la Neustria e la Borgogna, ulteriormente frazionate dalle divisioni tipiche delle successioni

merovingie, entrarono in crisi nel corso del VII secolo: la lotta, più che interessare i sovrani, era prerogativa dei maestri di palazzo o

maggiordomi (maiores domus), ai quali erano affidati gli oneri bellici e che superavano de facto, sebbene formalmente non gli fosse

permesso, persino il re (in questo caso i re); questa si protrasse fino alla metà del secolo, quando si imposero i maestri di palazzo

dell'Austrasia, detti Pipinidi, nella figura di Pipino II di Heristal , il quale (tra il 687 e il 714) pose sotto il suo controllo le restanti

5

province, tranne l'Aquitania, che rimase indipendente. In questo modo la dinastia merovingia perse pian piano anche il suo potere

formale: non sembra insomma, per far chiarezza, che sia stato un colpo di mano da parte dei Pipinidi a portarli al potere, piuttosto la

causa della loro ascesa dovrebbe essere imputata alla lenta perdita di potere dei sovrani precedenti .

6

Il suo successore, il figlio naturale Carlo (737-741), poi detto “Martello” , dopo aver superato le lotte intestine per la successione (la

moglie di Pipino, Plectrude, si opponeva alla sua ascesa), riorganizzò e rinsaldò il potere sulle province già possedute e lo estese sulla

Frisia, l'Alemannia e la Turingia; si diresse nell'Aquitania dove riuscì a respingere gli Arabi, come si è detto già più volte, a Poitiers, nel

732, facendosi «campione della cristianità» (secondo l'espressione di Vitolo), sebbene non fosse riuscito a respingerli oltre i Pirenei (si

stanziarono in Settimania, nell'estremo Sud della Francia). Sebbene di fatto non fosse re dei Franchi, si comportò come tale, essendo

vacante la sede del trono merovingio (Teodorico IV, che deteneva formalmente il potere regio sulle tre province – fattualmente nelle

mani di Carlo stesso, maggiordomo di palazzo –, era morto nel 737 senza eredi).

Alla sua morte, nel 741, il regno fu diviso tra i figli, come voleva la consuetudine dei Merovingi: al maggiore Carlomanno lasciò

Austrasia, Alemannia e Turingia, al minore, Pipino il Breve, la Neustria, la Borgogna e la Provenza. I due fratelli, tuttavia, non riuscirono

a gestire la situazione ed elevarono al trono, per contrastare l'opposizione dell'aristocrazia, Childerico III (un sovrano fantasma, una

pura formalità). Nel mentre Bonifacio († 754), un monaco benedettino di origine anglosassone (al secolo Winfrith), con il benestare

delle Chiesa – era – e dei Franchi stessi (che videro nell’evangelizzazione una buona strategia di conquista),

papa Gregorio II (715-732)

aveva dato vita, a partire da 716, ad un’opera di evangelizzazione dei Sassoni e dei Frisoni (presso i quali – ferventi “pagani” – trovò

poi la morte), creando una buona rete ecclesiastica e portando le regioni sotto il controllo della Chiesa e dei sovrani barbari. Egli rivolse

la sua attenzione anche al regno stesso dei Franchi, dove serpeggiava tra gli ecclesiastici una certa dissolutezza: le sedi ecclesiastiche

Pipino di Heristal era nato dall’unione di due influenti dinastie, quella dei Pipinidi, nella persona di Begga (madre), e quella degli

5

Arnolfingi, nella persona di Ansegiso (padre).

Eginardo, biografo di Carlo Magno – forse, non a caso, per fini apologetici e di legittimazione nei confronti dei Carolingi, regnanti del

6

suo tempo – sostenne che i sovrani merovingi fossero nient'altro che «re fannulloni», formalmente detentori di un potere concentrato di

fatto tutto nelle mani dei maggiordomi, e soliti darsi alla vita dissoluta nelle loro villae rurali. In realtà quest'immagine è indubbiamente

caricaturale, nonostante ogni descrizione di questo tipo tradisca sempre un fondo di verità.

26

erano affidate, come egli stesso scrisse a papa Zaccaria (741-752), a «laici bramosi di possedere, a chierici adulteri, a libertini»; ne segui

una generale riordino delle sedi vescovili, con la convocazione di ben tre concili in 2 soli anni: da cui scaturirono l'espulsione di prelati

indegni, le nomine per le sedi divenute vacanti e il ripristino della disciplina ecclesiastica.

Nel 747 Carlomanno abdicò, ritirandosi a Montecassino, lasciando il regno nelle mani di Pipino il Breve, che nel 750 riuscì ad ottenere

da papa Zaccaria (741-752) il beneplacito per la reggenza del regno, che era ancora formalmente nelle mani di Childerico, sebbene de

facto sotto il controllo della sua stirpe . Childerico fu dapprima deposto, nel 751, poi tonsurato e inviato in monastero, mentre Pipino si

7

faceva acclamare re e, nel 752, si faceva ungere con l'“olio santo” da Bonifacio e incoronare da questi re dei Franchi: l'approvazione

pontificia e l'unzione conferivano a Pipino un ruolo nuovo nel panorama storico della monarchia franca, era – sebbene solo

simbolicamente – un re scelto da Dio. Siamo così ai prodomi della nascita dell'istituto della monarchia del diritto divino (che sarà

diffusissima nell'Europa moderna). Pipino si fece poi consacrare dallo stesso pontefice, Stefano II (752-757), successore di Zaccaria,

recatosi in Francia nel 754 per invocare aiuto contro i Longobardi, e nominare “patrizio dei Romani”.

La grande forza politica dei Pipinidi venne dalla loro capacità di organizzare e sfruttare le clientele armate, cioè di quei residui strutturali

dell'organizzazione politica delle tribù germaniche originarie che erano stati ammorbiditi, ma non evelti, dall'incontro con i Latini e la

trasformazione dei duces in proprietari terrieri: i residui del gruppo degli arimanni, ora detti franchi homines, uomini liberi in armi,

avevano costituito quindi la base della potenza pipinide.

Il comitatus germanico, seppur mutato e spoglio di quella forza elettiva che lo contraddistingueva inizialmente, era sopravvissuto alle

vicissitudini del tempo: nuovi gruppi di uomini armati, spesso cavalieri, formavano ora il seguito del sovrano, il quale, non avendo più

come ricompensarli coi frutti delle razzie, propendeva per accasarli o tenerli presso la propria corte, essi gli giuravano fedeltà e gli

garantivano in cambio il servizio militare (in un certo senso si trattava di una vera e propria corvée, con l'unico pregio del prestigio che

conferiva al cliente). Nel corso del tempo questo tipo di ingaggio venne formalizzato con una cerimonia d'investitura e il cavaliere

diveniva vassus (in celtico “servitore”), mentre la ricompensa in terreni che riceveva prendeva il nome di feudo (avremo occasione di

analizzare in modo più dettagliato l’evoluzione di questo istituto nell’Appendice).

Le congregazioni di vassalli divennero ben presto i nuclei fondamentali dell'esercito, grazie anche alle loro possibilità di armamento

(non tutti gli uomini, infatti, potevano armarsi o dotarsi di un’armatura completa) e alle nuove tecniche di combattimento, che

prevedevano l'uso massiccio del cavallo, da loro soli padroneggiate. I Pipinidi furono coloro che meglio seppero sfruttare questo tipo di

rapporti per la costituzione di un esercito ben equipaggiato: sfruttarono infatti sia le terre regie del Ducato d'Austrasia sia i territori delle

sedi vescovili e dei monasteri, la cui opposizione fu superata tramite la corresponsione di premi in denaro da parte dei vassalli, oltre al

beneficio della protezione armata della cristianità dall'avanzata degli Arabi.

Carlo Martello era stato in grado, in questo modo, di saldare attorno a sé quelle vaste clientele militari e politiche che gli avevano

permesso di rivoluzionare il rapporto tra il sovrano e il suo popolo, un rapporto ormai vuoto e distaccato: il fatto che l'ultimo dei regnanti

merovingi, Childerico III, sia stato facilmente detronizzato da Pipino, deve fare pensare che – sebbene fosse soltanto un sovrano pro

forma e fosse stato posto sul suo scranno dai Pipinidi stessi – la vecchia classe dirigente non aveva alcun sostegno militare in grado di

contrastare la crescente potenza pipinide.

I Franchi in Italia... e altre conquiste

I primi a risentire dell'espansionismo di Pipino furono i Longobardi del re Astolfo, i quali, dal canto loro, dopo aver preso Ravenna,

stavano avanzando spaventosamente verso Roma: Stefano II, come si è detto, invocò infatti l'aiuto del sovrano franco nel 754, proprio

per contrastare l'avanzata di questi, conferendo a Pipino il titolo di patrizio dei Romani, ossia protettore della Chiesa romana .

8

Il Papato, come sostiene Vitolo, «era già proteso alla creazione di un suo dominio territoriale in Italia centrale», sembra infatti che nella

promissio Carisiaca (da Carisium, il luogo dell'accordo), come si legge nella biografia di Stefano II, Pipino si fosse impegnato a

concedere al papa i territori dell'intera Italia centro-meridionale (è altrettanto verosimile che fosse stato speso, come giustificazione, lo

stesso Constitutum Constantini, il conclamato falso col quale l'imperatore Costantino avrebbe ceduto l'Italia a papa Silvestro, che risale

proprio a quest'epoca). Pipino ebbe delle resistenze rispetto a questo endorsement, dovute alla presenza di un partito filolongobardo tra

le sue fila (capeggiato da Carlomanno, monaco a Montecassino), ma al suo arrivo in Italia nel 755 la sua superiorità sui Longobardi non

sembrò essere discutibile. La disfatta dei Longobardi avvenne alla Chiusa di S. Michele (in Piemonte) e Astolfo, dopo aver riparato a

Pavia, capitale del regno longobardo, dovette cedere, promettendo (solamente) di lasciare al papa Ravenna e i territori sottratti ai

Bizantini; tuttavia, alla dipartita di Pipino, gli attacchi del Longobardi ricominciarono, causando una seconda discesa, l'anno successivo,

del re dei Franchi, che sconfisse nuovamente Astolfo imponendogli, stavolta, l'immediata cessione dei territori.

A sancire la tregua tra i Franchi e i Longobardi intervenne il matrimonio tra i Figli di Pipino, Carlomanno e Carlo e le principesse

Gerberga ed Ermengarda, figlie del nuovo sovrano longobardo Desiderio (756-774): la pace durò un quindicennio, morirono nel

frattempo sia Pipino che Carlomanno (e anche Stefano II). Carlo, rimasto da solo, ripudiò Ermengarda e scacciò Gerberga e i figli,

attirandosi l'ira di Desiderio, che attaccò i domini romani: a questo punto Adriano I (772-795) chiamò Carlo in sua difesa, che sconfisse

Desiderio in Val di Susa (773) e lo fece prigioniero, portandolo poi in Francia. Carlo arrestò successivamente anche il tentativo

dell'ultimo figlio del re, Adelchi, che fu costretto a riparare in Oriente e, nel 774, cinse a Pavia la corona di re dei Longobardi (un atto

più che altro formale: i duchi longobardi infatti si sottomisero per la maggior parte conservando territori ed autonomia legislativa).

Nel 776, in seguito ad un tentativo di sommossa da parte dei duchi, Carlo fece discendere in Italia alcuni vassalli franchi, che ne presero

La fonte di questa informazione sono gli Annales regni Francorum, che potrebbe essere parziale, tuttavia l'interesse del papa nel con-

7

cedere la propria approvazione non poteva che essere giustificato in vista della funzione anti-longobarda che il soglio pontificio aveva

intenzione di riservare ai Franchi. Nei fatti le cose sembrano essere andate così: Pipino chiese in una lettera al papa Zaccaria se il titolo

di re appartenesse a chi esercitava il potere o a chi era di sangue reale, e il papa rispose che doveva essere re colui che effettivamente

esercitava il potere.

Patricius Romanorum è il titolo che il predecessore Zaccaria conferì a Stefano, duca bizantino, mentre era in partenza per Ravenna (cfr.

8

Gregorio Magno e l'evoluzione dei Longobardi), non fu quindi la prima volta che un pontefice conferì tale onere ad un esponente della

laicità e che quindi, sebbene non formalmente, lo tenesse in posizione subordinata. 27

ben presto il posto, assicurando al sovrano un più solido controllo sulle sue dominazioni nonché la costituzione di rapporti vassallatico-

beneficiari anche nei territori italiani, altra faccia (forse più autoritaria) dei già presenti rapporti di clientela intrattenuti dalla popolazione

con le aristocrazie longobarde .

9

Carlo, dopo la sconfitta dei Longobardi, intraprese una serie di conflitti volti tanto a consolidare il proprio potere (ad esempio in

Provenza e Borgogna), quanto ad estendere i propri domini: nel 778 si spinse oltre i Pirenei per respingere i Mori, o Saraceni – la

minaccia musulmana all'Occidente, che un cinquantennio prima era stata infirmata dal nonno Carlo Martello – salvo poi doversi ritirare,

un volta giunto nei pressi di Pamplona, per tonare a contrastare una rivolta in Sassonia; tornerà a combattere sul fronte iberico nell’801,

10

per vincere e costituire un distretto franco in Spagna, la Marca hispanica, che verrà alla luce nell'813).

Ci vollero quasi 30 anni invece per chiudere gli scontri contro i Sassoni, ostili, a livello popolare (alla guida di Vitikindo), alla

conversione al cristianesimo: le ostilità terminarono nell'804, quando fu finalmente dato alla regione un ordinamento ecclesiastico

sottomesso alla Chiesa romana. I Frisoni, che pure erano stati evangelizzati da Bonifacio, allettati dalle rivolte dei Sassoni, vollero

sostenerle, tuttavia la sconfitta dei secondi acquietò i propositi di rivolta.

In Baviera, il duca Tassilone, pur avendo fatto la spola – a sua convenienza – tra i Franchi e i Longobardi, non aveva mai riposto le sue

esigenze autonomistiche, finché Carlo non lo sconfisse nel 788, incorporando nel suo regno Baviera, Carinzia e Austria e confinandolo

in un monastero. L'impresa espansionistica di Carlo, per altri versi, era accompagnata da frequenti missioni di evangelizzazione

(com’era anche negli intenti dei suoi predecessori), dato che le popolazioni assoggettate, soprattutto nel Nord Europa, erano ancora

molto legate alle loro tradizioni pagane; molto spesso tuttavia la cosa si risolveva con la costrizione da parte del re franco o dei suoi

inviati, data l'irriducibilità delle genti germaniche.

La situazione che qui si è delineata evoca diversi echi letterari. In primo luogo, e in senso generale, quel deposito sapienziale sempre

9

attuale costituito dalle favole di Fedro, in esso è contenuta una favola che vede come protagonista un asino, l'incipit risuona: «In princi-

patu commutando, saepius nil praeter domini nomen mutant pauperes» (al mutare del governo, spesso null'altro che i costumi del padrone

mutano per i poveracci). L'asino, incitato dal padrone a fuggire per non essere catturato dai nemici, resta fermo, rispondendo: «Credi che

il vincitore mi caricherà di due basti? […] Allora, purché mi carichi di un unico basto, cosa mi importa di chi devo servire?». In secondo

luogo, e con una focalizzazione diversa, interna, per così dire, il richiamo è quello dello stesso Adelchi del Manzoni; anche in esso la

catastrofica cattiva sorte dei più deboli è così disegnata: «Il forte si mesce col vinto nemico,/ Col novo signore rimane l'antico;/ L'un

popolo e l'altro sul collo vi sta./ Dividono i servi, dividon gli armenti;/ Si posano insieme sui campi cruenti/ D'un volgo disperso che

nome non ha». Anche qui, il volgo è “disperso e senza nome”, a testimonianza delle vere ricadute storico-pratiche dei grandi sommovi-

menti culturali, ideologici, politici, bellici: a subirne le conseguenze sono gli impotenti e, troppo spesso, gli ingloriosi, mentre chi ne

provoca la rovina è coronato d'alloro.

È proprio a questa altezza che si consumò l'episodio della perdita di Rolando, prode paladino dell'esercito franco morto in un agguato

10

a Roncisvalle, durante la ritirata, fatto che destò molta meraviglia nell'opinione pubblica, tanto da essere riportato in molte delle rappre-

sentazioni che andavano prendendo forma in quel periodo ad opera di poeti e cantastorie (si tratta delle prime forme di epica cavalleresca,

che confluiranno nei veri e propri poemi successivi, tra cui appunto la Chanson de Roland).

28

L'incoronazione di Carlo Magno: la rinascita carolingia

L'enorme potere che si era concentrato nelle mani di Carlo non poteva che essere messo in relazione con l'altra grande istituzione che

vivificava l'Europa, ossia la Chiesa romana, soprattutto in virtù dell'investitura di cui godeva il sovrano franco, ancora valida – dal

tempo di Pipino –, di patricius Romanorum. A creare il contatto e ad illuminare la via al sovrano pensarono gli ecclesiastici, monaci e

secolari, che Carlo chiamò presso la sua corte, uomini di spiccata cultura, vissuti in un tempo in cui le possibilità di trasmissione del

sapere non andavano oltre quelle gestite e garantite dalla Chiesa, di cui erano appunto rappresentanti. La curia romana faceva pressioni

soprattutto di natura ideologica sul sovrano: man mano che diveniva più potente la curia accostava le prerogative della sua figura a

quelle dell'imperatore bizantino, e con ciò a quelle di protettore della cristianità; lui stesso, d’altro canto, fondò una città – come la

Costantinopoli dell'antichità fondata da Costantino, con la cui figura non rara era l’associazione –, la celebre Aquisgrana (in Austrasia,

oggi città tedesca), e ne fece la capitale del suo regno. La ripresa di temi imperiali si palesò già nell'architettura del complesso centrale

della città: l'aula centrale del palazzo reale, che nelle corti barbariche – dove era detta hall – fungeva da sala di ricevimento e dormitorio

comune, ricalcava invece quella costantiniana di Treviri, segnando l'abbandono della disposizione “comunistica” tipicamente barbara;

la basilica, a pianta centrale (croce greca) ebbe a modello la chiesa di S. Vitale di Ravenna (a sua volta ispirata alla cappella palatina di

Costantinopoli) e il portico, che collegava i due ambienti, così come avveniva in età tardo-antica, constava di una galleria coperta.

Nonostante ciò, il sovrano continuava a fregiarsi di titoli meramente regali, come re dei Franchi e dei Longobardi o patrizio dei Romani.

Tuttavia, sul finire del secolo venne a crearsi una situazione favorevole: a Costantinopoli l'imperatrice Irene aveva fatto avvelenare il

marito Leone IV, divenendo così reggente del trono per il figlio Costantino VI, di appena 9 anni, dal 780 al 790, facendolo poi accecare

e imprigionare, nel 797, ottenendo così il potere assoluto sul trono di Bisanzio e arrogandosi in questo modo un diritto inconsueto e

sacrilego per una donna, a cui era lecito detenere il potere soltanto ad interim, come reggente. Si autoproclamò dunque, con titolo

maschile, “imperatore dei romani”, portando al limite estremo la già precaria situazione. A questa situazione si aggiungeva la debolezza

del Papato: il 25 aprile del 799, mentre si stava recando in processione alla basilica di San Lorenzo in Lucina, Leone III venne assalito

e ferito da un gruppo di armati, dai quali fu liberato solamente da due missi franchi, per essere ricondotto a Roma, sotto la protezione

di Carlo (a cui aveva chiesto aiuto), il 24 novembre dell'800. Qui fu accusato di spergiuro ed adulterio, ma riuscì ad essere riabilitato

dall'assemblea dei prelati, giurando sulla propria innocenza.

La notte di Natale dell'800, come è noto, Leone III incoronò Carlo Magno, nella chiesa di S. Pietro, quale legittimo “imperatore dei

Romani”: non è chiaro se sia stato un progetto orchestrato o un'improvvisazione del pontefice, quello che è chiaro è che Carlo Magno

era nettamente più potente del papa e quindi in grado di disporre del suo potere – naturalmente in senso puramente ideologico

relativamente a questo evento – data la necessità, condivisa probabilmente dal papa (ancora debole per l'impeachment subito poco

prima), di mettere a tacere l'arroganza di quella che non era altro che “'imperatrice dei greci”; d’altro canto il Papato era l’unica

istituzione in grado di conferire una valenza sacrale, e quindi una legittimazione superiore, al potere regio (contrariamente Carlo avrebbe

dovuto ottenere l’investitura dalla stessa Bisanzio, ma i rapporti con l’Oriente non erano affatto tali da permetterlo, come si vedrà: gli

imperatori orientali consideravano i sovrani occidentali al pari di barbari illetterati, il che, tra l’altro, non era del tutto lontano dalla

realtà). Il risultato, forse involuto , fu quello di sottoporre il potere politico in Occidente al controllo da parte di quello religioso: dal

11

canto suo, infatti il pontefice e la curia, non poterono che trarne beneficio. Con la concessione da parte di Carlo del “diritto di investitura”

egli, e il potere che rappresentava, divennero de facto, sebbene non immediatamente, tessere nelle mani del soglio pontificio. Il Papato,

comunque, nel breve termine, trasse beneficio non dall’appannaggio sull’investitura, ma dalla possibilità di legare alla nuova compagine

imperiale l’opportunità di diffondere oltralpe tanto il messaggio cristiano quanto gli ordinamenti ecclesiastici cattolici, e porre così le

basi della propria affermazione temporale (del resto Winfrith aveva inaugurato con successo questa linea politica).

Comunque sia, al ripristino della situazione ad Oriente, con l'ascesa di Niceforo I (802-811), si aprirono le ostilità tra i due imperi, dato

che i Bizantini non riconoscevano il nuovo imperatore: il tutto si risolse nell'812, quando il nuovo imperatore Michele I (811-813)

riconobbe la carica di Carlo in cambio di una cessione di territori nei Balcani e dell'indipendenza di Venezia.

L'ordinamento pubblico carolingio era abbastanza complesso, dato che le conquiste che avevano ingrandito i domini di Carlo si erano

succedute ad un ritmo abbastanza alto, tale da non permettere l'integrazione dei sudditi, che spesso non accettavano le imposizioni

religiose e politiche del sovrano (tendendo a mantenere leggi ed ordinamenti locali). Generalmente il territorio era assegnato a funzionari

che erano reclutati sul posto, o inviati dal re, in caso di distretti particolarmente irrequieti; potevano essere: conti, nel caso in cui gli

fossero affidati distretti più o meno grandi tali da dovere essere controllati in modo abbastanza rigoroso; marchesi, nel caso in cui gli

fossero affidate le marche, cioè i distretti di frontiera; duchi, nel caso in cui gli fossero affidati distretti con sentita componente

nazionalistica, cioè caratterizzati da popolazioni orgogliose e recalcitranti, come i Bavaresi e i Bretoni. Questi funzionari, oltre ad

intrattenere rapporti vassallatici con il sovrano, e a disporre tanto del prestigio conferito loro dalla carica esercitata (honor) quanto dei

beni terrieri affidati per l’esercizio della stessa (res de comitatu), avevano la possibilità di estendere il loro patrimonio (allodium) grazie

alle confische e alle multe comminate sul territorio e ai proventi dei terreni: il risultato fu l'arricchimento, spesso eccessivo, di questi

soggetti, dovuto anche alla lontananza dal sovrano e alla relativa autonomia che gli veniva concessa, che tuttavia non spaventava Carlo,

dato che in questo modo riusciva a garantirsi la loro fedeltà. A tamponare la situazione, comunque, fu l'istituzione e l'invio di vassi

dominici (“vassalli del signore”), cioè ulteriori funzionari che erano alle dirette dipendenze del re (mentre, come si è detto, gli altri

funzionari erano anche reclutati in loco). Oltre a ciò, la creazione di terre franche, cioè sottratte al fisco (che era amministrato dai

funzionari locali), immuni in gergo, contribuì a limitarne il potere, tanto più perché erano controllate dall'immunista, ulteriore

funzionario imperiale. A completare il quadro giungeva la figura dell'avvocato, nominato congiuntamente dal conte e dal capo dell'ente

ecclesiastico locale, che si poneva come garante dell'equilibrio costituzionale a livello regionale .

12

Gli occhi abbacinati di Carlo potevano non rendersi conto della direzione che stava imboccando l'Occidente cristiano, tanto più perché

11

il processo che portò al controllo da parte del Papato della politica e della società occidentale fu lento e protratto nel tempo, tale che non

poteva apparire chiaro ad un singolo sovrano, o più semplicemente ad un uomo, dotato di una dimensione progettuale comunque relati-

vamente ristretta rispetto ai tempi secolari a cui facciamo riferimento.

Come in ogni costituzione, non può essere pensato alcun equilibrio al di fuori di un sistema di pesi e contrappesi, di garanzie e doveri

12

costituzionali: un ordinamento lasciato a se stesso, se solo si bada alla semplice azione entropica del tempo, finisce per andare in rovina.

29

Più in generale, l'amministrazione dell'Impero passava per diversi organi: il palazzo, sede del sovrano e centro legislativo aveva

sottoposti tre ufficiali, ossia, l'arcicappellano, che era a capo dei chierici del palazzo, il cancelliere, che gestiva l'attività legislativa e la

segreteria, e, infine, il conte (o i conti palatini), che amministrava la giustizia e aveva funzione straordinaria di misso imperiale. A questi

si aggiungevano i missi dominici, funzionari con larghi poteri di rappresentanza imperiale, inviati annualmente nelle contee in coppia

(un ecclesiastico e un laico) al fine di controllare l'operato degli altri funzionari (in realtà, a quanto pare, sin da subito anche questi

furono scelti tra le famiglie più note del luogo, tale informazione sembra minare l'asetticità che la descrizione che abbiamo fornito vuole

attribuire all'ordinamento carolingio: del resto è ben poco probabile che Carlo Magno disponesse sin dal principio del numero di

funzionari dominici necessario all'espletamento di funzioni di controllo su un territorio così vasto quale quello del suo Impero).

L'ordinamento carolingio era certamente più complesso di quello dei regni barbarici che avevano interessato l'Europa dopo la caduta

dell'Impero romano d'Occidente, sebbene non arrivasse ancora al livello dell'Impero orientale: spesso infatti la sede dell'imperatore era

mobile, la tassazione disomogenea e l'apparato burocratico fragile, del resto alla sua morte la realtà dell'Impero entrerà sin da subito in

crisi, spia del fatto che un'articolazione tanto retta fosse più formale che effettiva e che in realtà, a ratificare l'idea espressa in altri

passaggi, il territorio era in balia di una tensione sistematica nella quale si mantenevano vivi piuttosto precari equilibri locali che

articolate realtà totalizzanti, apparse alla storiografia più che altro come ardite «sperimentazioni del potere» (G. Tabacco).

Per quanto riguarda l'attività legislativa dell'imperatore, tesa ad omogeneizzare le diverse realtà che abbiamo descritto, possiamo far

riferimento ai capitolari, ossia i documenti redatti nelle assemblee semestrali dette placiti . Gli interventi legislativi di Carlo Magno

13

interessarono principalmente l'ambito costituzionale (con delle specie di “decreti attuativi”, volti a rendere concreto l'ordinamento

protocollare), quello economico, con sistemazioni di tipo fiscale tese a limitare le ingerenze dei funzionari e dei feudatari sul popolo e

interventi sui prezzi delle derrate (per tenerli fissi), quello monetario, per i quale si procedette ad avocare il controllo delle zecche locali

– spesso ree di coniare monete di scarso o nullo valore, data la penuria di metallo prezioso –, sotto l'egida imperiale, (per questo le

monete del periodo erano generalmente in argento). La moneta corrente di riferimento divenne il denaro, anche se il soldo (12 volte più

forte) continuava ad essere usato in certi tipi di contrattazione (per merci di alto valore ad esempio).

Alcuni capitolari furono dedicati alla riforma degli enti ecclesiastici e delle loro ubicazioni, ancora colpite, dal tempo dei Merovingi,

dalla dissolutezza e dall'abbandono. La missione restauratrice di Carlo non aveva solo carattere amministrativo, ma attingeva al quel

serbatoio ideologico, quasi mitico, distillato dalle menti delle autorità intellettuali civili e religiose del tempo, che prende il nome di

societas christiana , in base al quale si doveva arrivare all'unità d'intenti tra l'imperatore e il pontefice, cioè tra i due poli politici

14

dell'Europa. Come si è accennato, infatti, la conquista politica da parte dei Franchi era seguita quasi sempre da missioni col compito di

introdurre i modelli organizzativi della Chiesa franca (e indirettamente romana), articolata in province, diocesi e pievi: le prime, rette

da arcivescovi, accomunavano gruppi delle seconde, rette dai vescovi, che a loro volta contenevano piccoli distretti locali, le terze

(dopotutto è grossomodo il modello invalso attualmente). Un'ulteriore opera di restaurazione fu condotta nei rispetti di quei monasteri

sparsi per l'Europa che avevano perso nel tempo il loro prestigio originario, complici la decadenza morale e le intenzioni ben poco

sacrali dei nobili che ne sostenevano la reggenza. Carlo Magno intenterà quindi un progetto di restaurazione della disciplina monastica,

attraverso l'imposizione della regola benedettina, che sarà raccolto e compiuto dal figlio Ludovico il Pio (assieme al consigliere

Benedetto d'Aniane). Per far ciò furono istituite scuole presso le cattedrali (tali proprio perché disponevano di una cattedra) e i monasteri,

che venivano frequentate anche – e soprattutto – da quei nobili che sarebbero diventati i futuri funzionari dell'Impero (in esse si

insegnavano tanto le discipline liberali quanto i canoni ecclesiastici) .

15

Il rilancio della cultura fu in massima parte promosso dagli intellettuali della Schola Palatina, la scuola del palazzo, un cenacolo di

eminenti uomini di cultura voluto da Carlo per innalzare le sorti culturali del proprio Impero, oltre che per fregiarsi di tale pregio.

Ad esso prendevano parte Alcuino di York, responsabile della riorganizzazione scolastica imperiale, Paolo Diacono, che si ritirò a

Montecassino dopo aver insegnato greco per soli 5 anni alla corte francese, ricordato per la sua Historia Langobardorum; Pietro di Pisa;

Paolino di Aquilea, che sembra aver insegnato lettere presso la scuola di Carlo magno per un decennio (777-787); Agobardo (769-840),

vescovo di Lione, uno dei massimi teologi, teorici liturgici della sua epoca, tenace avversario della superstizione, affiancato da Teodolfo

d'Orléans (750-821). Queste personalità non mancarono di interessarsi del recupero dei testi della bassa latinità e della formulazione di

una nuova scrittura, detta “carolina”, che ebbe ampia diffusione in Europa grazie alla sua spiccata leggibilità. Non manchiamo di

sottolineare che è grazie a questo ambizioso e imponente progetto che poté formarsi una “cultura europea”, intesa come cultura

Una, tenuta di solito in ottobre, era strettamente riservata al sovrano e agli alti funzionari, l'altra, che si teneva a maggio, era aperta ai

13

funzionari minori e ai vari vassalli dell'Impero.

Essa affonda le proprie radici negli scritti e nelle fantasticherie di Agostino stesso, il quale ben rende l'idea nel suo De Civitate Dei,

14

scritto pseudo-religioso, in realtà molto politico, dell'ambizioso progetto di una Chiesa universale (come ekklesìa, cioè come comunità,

civitas), verso la quale l'uomo dovrebbe tendere e nel quale realizzarsi: è chiaro infatti da quelle pagine – dispensandoci qui da qualsiasi

interpretazione idealistica che ne diminuisca la portata riduzionista – che delle due civitates (terrena e divina) quella che debba prevalere

sia quella divina. Era tale anche l'aspirazione di papa Gelasio I, il quale espresse alla fine del V secolo (494) ad Anastasio I, allora

imperatore d'Oriente, seppur in maniera velata, la necessità di un subordinazione del potere regale a quello ecclesiastico (cioè della

potestas esecutiva all'auctoritas normativa) – scriveva infatti: «Se nell’ordine delle cose pubbliche i vescovi riconoscono la potestà che

ti è stata data da Dio, e obbediscono alle tue leggi senza voler andare contro le tue decisioni nelle cose del mondo; con quale affetto devi

tu obbedire a coloro che sono incaricati di dispensare i sacri misteri?» – e il desiderio di accentramento di quest'ultimo in un'unica figura

clericale, il vescovo di Roma: come si vede, seppur in una “mal posta” teoria della non ingerenza, i semi del “papismo”, per fare il verso

alla concezione opposta (cioè il cesaropapismo), erano stati seminati ben prima di quando ci si possa aspettare e la prospettiva di una

convivenza tollerante delle due città in terra, fin troppe volte addotta nell'azione ermeneutica che ha interessato il testo agostiniano, non

è altro che la reazione ideologica riduzionista (per cui ci siamo dispensati, in precedenza) di lungo termine dell'impossibilità politica del

Papato, storicamente attestabile (e destinata a variare, come è noto), di imporsi sulla scena europea e mediterranea. Toccherà a personaggi

come Gregorio VII e Innocenzo III, grandi fautori della rinascita ecclesiastica medievale, risvegliare e rendere reali questi propositi

autocratici.

Carlo Magno non mancò di sollecitare i rettori di tali istituzioni alla fondazione di scuole rurali per i fanciulli meno abbienti, in modo

15

da diffondere maggiormente la cultura nelle regioni dell'Impero.

30

d'interesse “ecumenico” (da ciò l’intestazione di questa Parte II), garantita da un'entità sovranazionale e tenuta insieme dal potente

collante ideologico del cristianesimo, ormai diffuso, sebbene non del tutto omogeneamente, in larga parte dell'Europa centro-occidentale.

La crisi dell'Impero carolingio

Come in ogni passo in avanti nella storia, anche in quello “carolingio” l’idealità della riconfigurazione non è sostenuta dalla pratica, o

almeno non totalmente: il progetto ecumenico degli intellettuali di Aquisgrana e della curia romana non poteva non scontrarsi con i

residui della tradizione franco-germanica e con l’eccessiva disomogeneità dell’Impero.

Il problema si presentò relativamente alla successione. Nell'806 Carlo divise l'Impero tra i tre figli: a Carlo, il primogenito, spettò la

Francia e le conquiste orientali, a Ludovico (detto il Pio) l'Aquitania e a Pipino l'Italia e la Baviera, il titolo imperiale rimase tuttavia in

bilico, solo la morte prematura di Pipino e Carlo fece in modo che fossero evitati gli scontri, dacché Ludovico (814-840) raccolse l'intera

eredità nell'814, alla morte del padre Carlo. Egli era maggiormente propenso alla consacrazione religiosa del potere imperiale, per cui

spinse, in questo senso, in modo più accentuato per la compenetrazione tra il potere laico e quello ecclesiastico. Egli, tuttavia, si

preoccupò in primis proprio della successione, emanando nell'817 una costituzione (Ordinatio imperii), con la quale proclamò

l'indivisibilità dell'Impero e stabilì l'ereditarietà della carica, che sarebbe spettata al figlio maggiore Lotario: agli altri due, Pipino e

Ludovico, assegnò domini periferici (restò escluso l'altro figlio, Carlo, detto il Calvo).

Lotario operò sin da subito in Italia, sebbene ancora solamente in qualità di re, imponendo al pontefice la cosiddetta Constitutio romana

(nell'824), con la quale veniva stabilito che il papa dovesse giurare fedeltà all'imperatore prima di essere eletto (sarà revocata con gli

accordi di Ponthion tra Carlo il Calvo e Giovanni VIII, nell'876). Gli altri due fratelli non presero certo di buon grado l'assegnazione

minoritaria loro riservata, per cui cominciarono ad attorniarsi di famiglie aristocratiche e a sostenere le proprie ragioni sfruttando la

forza delle popolazioni periferiche, da sempre recalcitranti (a nulla valsero i tentativi di imbonimento attuati da Ludovico il Pio nei

confronti dei figli, tramite l'aumento di vassalli e benefici). Abili a sfruttare la crisi imminente furono invece gli uomini di chiesa che,

mentre sostenevano anche dottrinalmente l'indivisibilità dell'Impero, andavano formulando (intervennero a questo proposito i vescovi

Agobardo e Giona, rispettivamente insediati a Lione e Orléans) un principio per cui: all'incapacità dell'imperatore di sostenere e

difendere la cristianità, la pace e la giustizia, la Chiesa aveva diritto ad intervenire per guidarne l'azione (si tratta dell'affermazione

embrionale di una potestas indirecta in temporalibus spettante al papa).

Alla morte di Ludovico il Pio (840), i

figli minori, Ludovico il Germanico e

Carlo il Calvo, che nel frattempo era

succeduto a Pipino nell'838, insorsero

e si scontrarono con Lotario a

Fontenoy, dove vinsero, nell'842,

(imponendo, l'anno seguente, nel 843,

al fratello un trattato – il trattato di

Verdun – che divideva l'Impero in tre

fasce, come si vede nella mappa a

lato ). Importante ricordare che i due

16

fratelli ribelli, Carlo e Ludovico,

avevano pronunciato a Strasburgo,

dopo la vittoria su Lotario, davanti ai

rispettivi eserciti, un giuramento di

solidarietà, rispettivamente in lingua

teudisca e in lingua romana, cioè in

tedesco e francese, a suggellare la

reciproca riconoscenza delle differenze

etnico-linguistiche dei due popoli, che

non condividevano la conoscenza del

latino. Il dominio di Lotario, che

deteneva formalmente ancora il titolo

imperiale, rimase tuttavia instabile,

data la forte disomogeneità (si

sviluppava in verticale lungo tutta l'Europa). Alla sua morte (855) andò al figlio Ludovico II, che fu impegnato all’ungo dall'offensiva

dei Saraceni, coi quali si scontrò a Bari, che sottrasse loro, nell'871. Alla sua morte (876), lo zio Carlo il Calvo acquisì i territori italiani

e il titolo imperiale per poi “cederli” a sua volta, non avendo eredi, al figlio di Ludovico il Germanico, Carlo il Grosso, che nell’884

(anno di morte di Carlo il Calvo) riunì di nuovo nelle sue mani tutto l'Impero di Carlo Magno.

Le incursioni dei Normanni misero fine nuovamente all'unità dell'Impero, assieme agli intrighi dell'aristocrazia, per cui Carlo il Grosso

dovette abdicare nell’887: il titolo di re dei Franchi orientali (cioè re di Germania) andò ad Arnolfo di Carinzia, il Regno di Francia a

Oddone (conte di Angers, distintosi contro i Normanni) e a Berengario, marchese friulano, nipote di Ludovico il Pio, fu dato il Regno

d'Italia.

Lo smembramento profondo dell'Impero e del suo ordinamento pubblico, al di là delle temporanee macro-suddivisioni, sembra essere

stato causato da diversi fattori concomitanti. Innanzitutto l'eccessiva autonomia concessa ai vassalli-funzionari nel corso del tempo, che

tesero a confondere il loro ruolo pubblico con le proprie aspettative personali e private (ossia l’honor con il feudo, cioè il beneficio, o

Venivano a crearsi così: il Regno dei Franchi occidentali (Regno i Francia) e il Regno dei Franchi orientali (Regno di Germania),

16

nonché il Regno d’Italia. Non che questo volesse dire che ogni regno avesse già caratteri “nazionali” ben distinti, ma si può dir che in

tal modo si configurarono tre grandi compagini regnicole che avrebbero mantenuto in futuro una certa omogeneità. 31

l’allodio stesso): i conti, ad esempio, non furono più in grado, nel tempo, di esercitare i loro compiti “pubblici”, essendo i gruppi di

potere minori troppo radicati nel territorio e forti, finendo così per abbandonare gli obblighi della carica e dedicarsi alle sole terre

concesse in beneficio dal sovrano; in altri casi mantenevano il controllo soltanto in forza della loro disponibilità di milizie o, spesso,

estendevano persino il proprio dominio su altre contee.

Nel tempo era andata diffondendosi, presso i conti e gli altri funzionari, la pratica di circondarsi a loro volta di vassalli (sebbene la cosa

fosse stata vietata da un capitolare del 778, questo sia portato a riprova dell'impossibilità dell'esecutivo di dar seguito, in ogni caso,

all'attività legislativa). A questo si aggiunse la concorrenza dei funzionari con altri gruppi di pressione come le signorie monastiche e

vescovili, che godevano di immunità, e che quindi risultavano centri autonomi di potere, tanto più perché spesso pretendevano che ad

essere esenti dalla giurisdizione comitale fossero anche i territori acquisiti nel tempo e non presenti ab origine nella circoscrizione

immunizzata. L'attrattività di questi esempi autonomistici era forte tra quanti potevano disporre di possedimenti fondiari e anelavano

ad una maggiore indipendenza, tanto che le signorie presero a formarsi anche tra gli esponenti laici dell'aristocrazia imperiale: in questi

casi i signori, sebbene formalmente non autorizzati a ciò, presero a comportarsi come dei veri e propri funzionari-amministratori,

esercendo tributi, imponendo corvées, amministrando la giustizia e costruendo fortezze sempre più isolate. Questo tipo di signoria (in

un certo senso “abusiva”, dato che quanti le davano forma non erano sempre autorizzati a farlo dal sovrano) prende il nome di signoria

bannale (da banno, cioè il potere di comando concesso secondo finalità pubbliche) . Tale esito fu, per così dire, causato precipuamente

17

dalla rudimentalità dell'apparato amministrativo carolingio – il quale fu più una sfida ideologica che una realtà di fatto, come abbiamo

già potuto constatare –, tenuto assieme in prima battuta dal carisma e dallo slancio di Carlo Magno, ma destinato a declinare subito

dopo la sua morte. Il problema di Carlo fu quello di dover ricompensare i propri amministratori locali con la terra, dato che le condizioni

dell'economia del tempo non erano tali da permettere al sovrano di stipendiare i funzionari imperiali; questo però portò al radicamento

di quelli, soprattutto nelle zone periferiche e a maggior componente barbarica (come abbiam visto sin dall'inizio del nostro lavoro: i

barbari hanno sempre posseduto un'innata attitudine a riunirsi in comitati, gruppi di potere e pressione, attorno ad uno che spiccava per

le sue doti), nelle quali le terre furono progressivamente sottratte al fisco, mentre le “lotte fraterne” frazionavano continuamente l'Impero

e non permettevano agli imperatori di intervenire in modo omogeneo sull’ordinamento pubblico. Il processo di regionalizzazione, che

già era stato avviato dopo la morte di Carlo, fu stimolato tra il IX e il X secolo dalle nuove migrazioni.

Serie di incursioni

Un'area ancora priva di sistemazione amministrativa era quella occupata dagli Slavi, dove a metà del IX secolo giunsero da Est gli

Ungari, stanziandosi in particolare in Pannonia (l'attuale Ungheria), da dove partivano frequentemente per compiere incursioni e razzie

nell'Europa carolingia (giunsero nel 937 fino alle porte di Parigi e arrivarono persino in Campania, nel 947, ma si spinsero anche in

Belgio e in Spagna). Le piccole realtà locali formatesi dalla dissoluzione dell'Impero carolingio non furono infatti in grado di arrestarne

la corsa famelica, procedendo per lo più ad offrire tributi in denaro per distoglierli da propositi distruttivi. La loro forza fu smorzata da

due fattori: in primo luogo grazie ad Ottone I, il quale, riorganizzando il Regno di Sassonia, riuscì a impedirne l'avanzata (ad Augusta

955), in secondo luogo grazie alla loro conversione al cristianesimo (quando, nel 1001, papa Silvestro II concesse al loro capo, Stefano

I, la corona regia), che ne attenuò la spinta offensiva.

Le pressioni sull'Impero provenivano tuttavia anche da Sud, dal quale si muovevano costantemente bande di predoni di origine

musulmana (Saraceni), diretti principalmente in Italia. Essi riuscirono, più degli Ungari, ad infiltrarsi negli spazi vuoti lasciati dalle

tensioni tra i potentati locali (a Bari – che si è detto fu riconquistata da Ludovico II nel 871 e a Taranto costituirono degli emirati, da cui

organizzavano le incursioni verso l'interno della penisola; in altri casi si limitarono a costruire insediamenti fortificati, detti ribat, con

la stessa funzione di punto d'appoggio). I loro obiettivi principali erano città ed abbazie (nel 881, fu la volta dell’abbazia di S. Vincenzo

al Volturno, nell’883 di Montecassino, depredata per la seconda volta), dove potevano trovare in maggior numero oggetti preziosi da

prelevare , nonché di giovani e donne da rivendere come schiavi nei mercati orientali. Il modo migliore per mitigare la loro forza

18

distruttiva e razziatrice era quello di versare loro dei tributi: la via militare parve, per molto tempo, non risolutiva (non riuscendo le

forze imperiali d'Oriente e d'Occidente a coordinarsi per fare fronte comune). Il mondo cristiano avrebbe reagito, all'inizio del nuovo

millennio, a queste angherie: le incursioni e le razzie tuttavia si protrassero fino almeno al XII secolo (nel 1197 furono attaccate le isole

di Lérins).

Le regioni dell'Europa settentrionale furono interessate invece dalle invasioni dei Vichinghi (o Normanni), popolazioni piratesche che

si mossero, con le loro imbarcazioni, dalla Scandinavia (che si conferma l’origine par excellence dei popoli barbari) verso diversi lidi

del Settentrione europeo. Tra i diversi nuclei migratori ve ne furono alcuni che si diressero verso le steppe russe, altri che mossero verso

l'Inghilterra, l'Irlanda e la Francia del Nord (spingendosi fino in Islanda e Groenlandia). Stanziandosi sulle coste, creavano insediamenti

fortificati, dai quali muovevano per penetrare nell'interno, risalendo principalmente i grandi fiumi navigabili nordici. In Francia

incontrarono ben poche resistenze: Carlo il Grosso fu costretto a versare un tributo per salvare Parigi nell’887 (per il quale, essendosi

dimostrato debole, dovette abdicare, come si è detto); Carlo il Semplice (893-922), invece, dovette concedere loro un feudo (nel 911)

per arrestarne l'avanzata (l'attuale Normandia), che nel giro di un cinquantennio raggiunse la stessa “dignità politica” degli altri territori

imperiali, dotandosi di un'articolata rete amministrativa, fondata su rapporti vassallatici a capo dei quali stava il duca, riuscendo a

mantenere una coesione difficilmente sostenuta nei restanti distretti carolingi (nei prossimi capitoli se ne vedranno gli esiti). Senza

entrare nel dettaglio dunque, si è avuto un prospetto generale della situazione dell'Europa carolingia sotto la pressione congiunta delle

incursioni di Normanni, Saraceni e Ungari: un quadro certo articolato e complesso, ma che ben rende note le linee di evoluzione a cui

si assistette alla disfatta dell'Impero di Carlo.

Per questo motivo non è ragguardevole ricondurre tutti gli “esperimenti signorili” sotto la categoria di “signoria feudale” – come

17

spesso si è fatto – dacché larga parte dei signori non riceveva alcuna investitura vassallatico-beneficiaria dai sovrani, che gli permettesse

farne poi un uso non concesso, ma si costruiva da sé il proprio dominio. Sia detto anche contro l’eccessiva precipitosità con la quale si

vuol ricondurre a questo periodo l’avvio di un sistema di gestione del potere di tipo piramidale.

Tra e abbazie saccheggiate, un po' in tutta Italia: S. Pietro della Novalesa, Farfa, S. Clemente a Casauria, Montecassino, S. Vincenzo

18

al Volturno. Fu interessata persino la basilica di San Pietro a Roma.

32

L'incastellamento

I potentati locali, nell'estremo tentativo di difendersi dalle incursioni dei popoli summenzionati, si dotarono di strutture di difesa

maggiormente efficienti: in generale, fossati e ponti fortificati, nuove fortezze e mura più spesse. La situazione era talmente critica che

le fortificazioni furono per lo più “spontanee”, cioè indipendenti sia da progetti di difesa articolati dal potere regio sia dalle concessioni

di quest’ultimo (similmente ad altre istanze locali del mondo carolingio, come abbiam visto).

Il signore che volesse costruirsi un castello chiamava spesso a raccolta le “braccia” della popolazione locale, che serviva la causa, dato

che a sua volta ne avrebbe beneficiato. In questo modo costui acquisiva sempre di più un ruolo politico che esulava dai normali compiti

burocratico-amministrativi: egli diveniva giudice dei conflitti e promuoveva la religiosità, insomma garantiva a coloro che a lui

ricorrevano un territorio dotato di una struttura politica completa, sebbene limitato dal punto di vista spaziale (dal canto dei “nuovi

sudditi” tutto ciò era, se non evitabile, data la loro inadeguatezza alla difesa personale, almeno vantaggioso).

Anche se spesso la nascita di castelli era legata ad istanze avanzate dallo stesso conte sovraintendente, simbolo del potere imperiale, il

potere effettivo tendeva sempre ad essere esercitato in maniera autonoma dai vassalli minori (che intentavano azioni non autorizzate),

secondo un fenomeno che G. Tabacco ha definito «allodializzazione del potere», cioè una caratterizzazione del potere come allodio

(ossia un bene privato), della quale si è già più o meno ampiamente parlato nel paragrafo precedente.

Generalmente erano presenti in età medievale due tipologie di “castello”: la fortificazione presidiata da guardie, nella quale vivevano

soltanto il signore e la sua famiglia, e nella quale si rifugiavano i popolani in caso di necessità, o il villaggio interamente fortificato,

circondato da un fossato e da delle mura, nel quale il signore veniva a costruirsi la propria dimora a sua volta fortificata .

19

Il fenomeno contribuì ad imprimere una forma diversa tanto all'urbanistica quanto alla distribuzione della rete viaria e all'organizzazione

delle istituzioni religiose: essendo ormai tutto “a misura di castello”, tanto le vie di comunicazione quanto le caratteristiche pievi (le

aree ad unica giurisdizione ecclesiastica) dovettero ridimensionarsi per adattarsi ai ritmi che imponeva la nuova forma urbana, il risultato

fu una seppur minima “efficientizzazione” della rete viaria e un ridimensionamento delle pievi in piccole parrocchie, che venivano a

coincidere con il territorio stesso del castello (conferendo all’articolazione ecclesiastica una conformazione che tutt’oggi esperiamo).

La tendenza di questo periodo (siamo intorno al X secolo) fu quella di una “riorganizzazione dal basso”, ossia di un riadattamento delle

previe strutture politiche e sociali alle esigenze che la nuova situazione andava imponendo.

Il primo “intoppo” generato dalla nuova organizzazione del territorio fu quello del conflitto inevitabile tra i vari signori: essendo

parecchio disomogenea la distribuzione dei possedimenti dei vari potenti locali (per ragioni imputabili all'evoluzione politica

singhiozzante a cui era stato sottoposto il territorio), spesso venivano a crearsi situazioni di conflitto giurisdizionale, a volte risolti grazie

al coordinamento di più signori (il cui esito asseconda del grado di potenza posseduto dai rispettivi dialoganti), altre volte sfocianti in

scontri che spesso non si esaurivano nemmeno in una generazione e che ben ci lasciano comprendere quanto sia adatta la locuzione

“secolo di ferro”, sovente attribuita al periodo di cui stiamo parlando (X secolo) al fine di individuarne i caratteri.

Un fenomeno particolarmente pregnante fu quello della “sterilizzazione” dei rapporti vassallatici: come è noto, in origine il rapporto di

vassallaggio era considerato un honor da parte di chi costituiva la parte minore e beneficiante del legame, un'investitura onorifica più

che una ricompensa di valore, ad essa seguiva certo un beneficium, che non era tuttavia equiparabile al prestigio che la carica conferiva.

Col tempo, però, i rapporti di questo tipo vennero a costituirsi unicamente attorno alla ricompensa, cioè al feudo concesso dal signore

al beneficiario in cambio di prestazioni belliche, in altre parole il feudo diveniva l'elemento decisivo, tanto che coloro che erano

impegnati con più signori in virtù di questo tipo di sudditanza, in caso di scontro tra questi, erano tenuti a difendere colui che gli aveva

concesso un beneficio maggiore. La personalizzazione della carica vassallatica, d'altro canto, venne sostenuta persino dall'attività

legislativa imperiale: nell'877 Carlo il Calvo, per rassicurare coloro che erano impegnati al suo seguito (contro i Saraceni in Italia),

emanò il cosiddetto capitolare di Quierzy , nel quale si stabiliva che, nel caso fosse morto un conte il cui figlio si trovasse al seguito

20

dell'imperatore o nella minore età, il reggente (funzionario o vescovo) non avrebbe potuto nominare un successore, essendogli solo

concesso di procedere ad un'amministrazione provvisoria della contea, fino al ritorno del re, che avrebbe poi provveduto di suo pugno:

in concreto il sovrano prefigurava il diritto degli eredi (intanto al suo seguito) a succedere ai padri scomparsi. Sebbene la legge non

costituisse un avallo formale alla pratica già invalsa dell'ereditarietà (ad un certo punto infatti si legge: «E a causa di ciò nessuno si irriti

se affideremo la medesima contea a un altro, che a noi piaccia, piuttosto che a colui il quale fino ad allora la amministrò») fu così

interpretato almeno dai “grandi feudatari” (per avere qualcosa di simile alla portata dei “feudatari minori” bisognerà aspettare il 1037,

con l’emanazione da parte di Corrado II della Constitutio de feudis).

Ciò che veniva a crearsi, per i motivi che abbiamo suggerito, è molto lontano dalla classica immagine scolastica di una gerarchia

vassallatica piramidale: molti poteri, piccoli e grandi, venivano a scontrarsi costantemente sul territorio, la frantumazione politica

impediva un'articolazione organica dei rapporti tra i diversi signori (alla quale si arriverà soltanto successivamente), unica ancora di

salvezza per l'organicità del complesso erano quella serie di complessi feudali di ampio respiro territoriale, retti da principi, che nelle

fonti dell'epoca erano detti appunto “regna” per la loro struttura ricalcante a livello locale, quella più ampia e formale dei vari regni

(cioè i complessi retti da re veri e propri) in cui era costantemente diviso quel che rimaneva dell'Impero.

Alla crisi del potere civile, privo di quelle condizioni materiali ed intellettuali necessarie al suo effettivo espletamento, si affiancò ben

presto, tra il IX e il X secolo, quella dell'ordinamento ecclesiastico. Se nei progetti dei primi Carolingi il mondo ecclesiastico era tenuto

in grande considerazione, e ad esso era affidata sia la rinascita culturale che la cura spirituale della comunità dei sudditi, nonché l’onere

della sana mediazione politica, tra il IX e il XI secolo la situazione sembrò prendere tutt’altra direzione. I vescovi si erano fatti a loro

volta signori, arrivando persino a concedere i territori già immuni delle diocesi ai loro vassalli, in cambio di prestazioni militari, e

imponendo decime ai fedeli. Per quei vescovi che, al contrario, avevano tutti i buoni propositi ed erano propensi ad una sana attività

pastorale, le cose non andavano meglio: la loro giurisdizione diocesana era limitata dall'ingerenza del signore di turno, il quale,

Vitolo sottolinea come il fenomeno dell'incastellamento abbia contribuito a dar forma agli scorci che ancora oggi possiamo ammirare

19

in visita ai tanti paesini delle regioni italiane, precipuamente quelle centrali (Lazio, Abruzzo, Molise), cioè delle aree in cui il castello

arroccato sovrasta una serie di casupole che si incastonano alla sua ombra sulle pendici del rilievo sul quale si trova.

Il capitolare, diciamo, si limitò a prendere atto, senza nemmeno ratificarlo fino in fondo, di uno stato di fatto che comportava un duplice

20

stravolgimento: della nozione di carica pubblica e della natura del beneficio, di cui si sono già analizzate le evoluzioni. 33

superando ciò che formalmente gli era concesso (cioè di proporre solamente un candidato chierico), finiva per imporre un prescelto al

vescovo per la guida delle parrocchie – a cui era lui stesso ad affidare sia l’officium religioso che il beneficium materiale, una pratica

che avrà i suoi riflessi nel seguito –, a quest'ultimo non restava che ratificare. I problemi sorgevano quando queste imposizioni

interessavano le abbazie e le diocesi stesse, che si vedevano sottratte di qualsiasi caratterizzazione spirituale per ritrovarsi ad essere

sfruttate alla stregua di tanti altri territori concessi in beneficio dal sovrano. Tale fenomeno interessò principalmente la Germania e

l'Italia, nelle quali la figura del vescovo e quella del conte vennero pian piano a fondersi (ad iniziare dal regno di Ottone I).

Non mancava di essere sottoposta all'autorità dei laici anche la sede apostolica romana: dopo l'emanazione della Constitutio romana

(Lotario, 824) in effetti il diritto da essa sancito fu fatto valere per lungo tempo: neanche papa Niccolò I (858-867), che stabilì

teoricamente la superiorità del pontefice sul potere temporale, riuscì ad andare oltre l'enunciazione del principio: la compenetrazione

tra Chiesa e Impero, a questa altezza, vedeva ancora la prima soccombere al secondo.

Il Regno d'Italia

La penisola italiana, nel X secolo, arrancava in una generale crisi: era percorsa da grovigli politici, vessata dalla delegittimazione del

potere regio, vedeva diffondersi il fenomeno dell’incastellamento, ma, soprattutto, si trovava al centro della contesa tra i poteri locali e

quello universale dell’Impero, nella quale non di rado si infiltravano gli stessi Saraceni. La penisola italiana, a questa altezza, era divisa

grossomodo in tre fasce: a settentrione v’era l’effettivo Regno d’Italia, che si contrapponeva ai domini bizantini a meridione (Puglia,

Basilicata e Calabria), mentre al centro, tra le due compagini, si collocava il Patrimonium sancti Petri (che si estendeva su buona parte

di Lazio, Umbria e Marche). Rimaneva un dominio Longobardo, il Ducato di Benevento, che si era sottratto all’avanzata dei Franchi di

Carlo Magno e che, tuttavia, si divise nell’849 nei principati di Benevento e Salerno (da quest’ultimo si distaccò qualche tempo dopo

la contea di Capua). Difficile fu la gestione dei ducati di Napoli, Amalfi e Gaeta da parte dei bizantini, che ne avevano formalmente il

controllo. A questa congerie di domini si aggiungevano le signorie dei due grandi monasteri dell’Italia centrale, Montecassino e S.

Vincenzo al Volturno (indicate rispettivamente come «terra di San Benedetto» e «terra di san Vincenzo»), dotate di immunità da Carlo

Magno ma destinate a perdere forza con lo sgretolamento dell’impero (881/883: distruzione dei due monasteri da parte dei Saraceni). A

questo quadro politico bisognerà solo aggiungere la Sicilia musulmana, la cui conquista fu completata dagli Arabi nel 902.

Come si è già detto, Carlo il Grosso dovette abdicare nell'887: il Regno d'Italia fu attribuito da un'assemblea di nobili a Berengario,

marchese del Friuli: a lui seguirono una serie di sovrani in rapida successione e del tutto privi di un potere stabile (e, in un certo senso,

nemmeno stabilizzabile), tra i quali riemerse più volte lui stesso. Si avvicendarono quindi, per circa due decenni, diversi esponenti

dell'aristocrazia italica: nell’889, contro Berengario si levò Guido, duca di Spoleto, a cui successe il figlio Lamberto (nell’894), per soli

quattro anni, dal momento che intervenne il re di Germania, Arnolfo di Carinzia, sollecitato da papa Formoso (891-896) : dapprima fu

21

riconosciuto re d’Italia dai feudatari (nello stesso 894), successivamente, dopo alcune difficoltà belliche (dovute principalmente

all’instabilità delle alleanze), fu anche incoronato imperatore nell’896. Arnolfo, poco dopo l’incoronazione, subì una paralisi, per cui

lasciò di nuovo spazio a Lamberto, il quale ritornò al potere fino all’898, quando morì; per un breve periodo tornò al comando Berengario,

che, però, sconfitto dagli Ungari sul Brenta (899), dovette lasciare il posto a Ludovico di Provenza, anch’egli incoronato imperatore

(essendo la sede imperiale ormai vacante per la morte di Arnolfo, avvenuta nel 999). Insomma: i protagonisti si avvicendavano sulla

scena politica senza che nessuno prendesse l'effettivo sopravvento. Berengario, cacciato Ludovico (905) e respinti i Saraceni (915),

ottenne la corona imperiale da papa Giovanni X (914-928), per poi lasciare il posto definitivamente a Rodolfo di Borgogna (nel 924,

quando, ritenuto responsabile dell’incendio di Pavia, contro la quale aveva mosso degli Ungari mercenari per riconquistare il potere, fu

ucciso), che, a sua volta, dovette presto cedere il posto a Ugo di Provenza, nel 926, il quale – diversamente dai suoi predecessori –

mantenne il potere per ben un ventennio (fino alla sua morte, avvenuta nel 947).

In questi ed altri scontri tra potentati più o meno ampi si inserì Ottone I di Sassonia, il quale, dopo aver concesso asilo ad Adelaide,

vedova di Lotario (che era figlio di Ugo), perseguitata da Berengario di Ivrea (che era divenuto intanto sovrano nel 950, morto Lotario,

e voleva darla in sposa al figlio Adalberto), ed averla sposata, scese in Italia nel 951, accolto dalla feudalità, che gli fece atto di

sottomissione, assieme a Berengario. Quest’ultimo, approfittando della successiva lontananza di Ottone (impegnato contro gli Ungari,

che sconfisse ad Augusta, come si è detto), tentò di insorgere, causando una seconda discesa di Ottone (961) – su richiesta di papa

Giovanni XII (955-963), il quale si vedeva minacciato da Berengario –, che ottenne quindi prima la corona regia, poi quella imperiale.

Il Papato intanto, ormai indifeso a causa del mancato appoggio imperiale (deposizione di Carlo il Grosso) e delle ingerenze

dell'aristocrazia romana, viveva in balia di forze a lui superiori: al soglio pontificio si succedevano papi ad un ritmo frenetico, a seconda

delle evenienze, portando sempre più in basso il prestigio della Chiesa romana. A Roma era predominante la famiglia dei conti di

Tuscolo, della quale ricordiamo come principali esponenti il senatore Teofilatto e la figlia Marozia, la quale con l'astuzia e le armi della

seduzione riuscì a stringere forti alleanze e potenti amicizie per costruire il suo smisurato potere su Roma e sul Papato .

22

Ottone di Sassonia e la restaurazione dell'Impero

Ottone, succeduto al padre Enrico I di Sassonia (detto l'Uccellatore) nel 936, aveva avviato un’efficace attività politica all'interno del

Regno di Germania, diviso nei ducati di Sassonia, Baviera, Franconia, e Svevia (a cui aggiunse la Lorena, che il padre Enrico aveva

Si trattò in un’operazione simile a quella intentata da Stefano II nei confronti di Pipino il Breve (tra il 752 e il 754): Formoso voleva

21

contrastare il potere della corte italiana, che faceva troppa pressione sui domini pontifici.

Questa, figlia del senatore romano Teofilatto, aveva sposato prima Alberico di Spoleto, poi Guido di Toscana e infine Ugo di Provenza,

22

re d'Italia, riuscendo a penetrare nel vivo della corte italiana. Il matrimonio con Ugo (celebrato nel 932) avrebbe dovuto garantire a

quest'ultimo la corona imperiale per mano di Giovanni XI (figlio di Marozia), tuttavia una rivolta guidata da Alberico (figlio legittimo

di Alberico di Spoleto e Marozia, fratello di Giovanni XI) lo impedì e la sede imperiale rimase vacante, dato che questi – fino al 954,

anno della sua morte – non permise ad alcun sovrano di essere incornato dal papa (nemmeno Ottone I nella prima discesa del 951 vi

riuscì). Il figlio di Alberico, Ottaviano, divenne poi papa nel 955 col nome di Giovanni XII, colui che incoronò, come si è detto, Ottone

I (dal 924 al 962 la sede imperiale rimase quindi vacante).

34

annesso), riuscendo a mettere assieme queste istituzioni territoriali che sembravano costituire solamente dei poli di aggregazione etnica

(in Francia era accaduto lo stesso) in un regno che non aveva ancora nessuna istanza positiva di coesione, sebbene nell’843 fosse stato

attribuito alla maniera di un unico blocco, come è noto, a Ludovico il Germanico (probabilmente ciò fu anche dovuto al processo di

formazione di una coscienza comunitaria a livello sovraregionale). Ottone, dopo aver sedato una rivolta dei duchi di Franconia, Lorena

e Baviera, assieme al fratello Enrico, secondogenito di Enrico l’Uccellatore, propese per l'immissione nei vari ducati, che man mano

poneva sotto il proprio controllo, di componenti della propria famiglia (a Enrico consegnò appunto la Baviera); non mancarono, tuttavia,

le rivolte di alcuni di essi (come quella del figlio Liudolfo – duca di Svevia – e del genero Corrado il Rosso – di Lorena).

Allo stesso tempo fece dei vescovi, scelti anch'essi tra i membri della propria famiglia, dei signori territoriali dotati persino di un seguito

armato, sebbene esigesse da loro pari impegno pastorale, garantendo alla Chiesa tedesca una maggiore organicità rispetto a quelle dei

regni franco e italico: in altre parole egli si configurava come un vero e proprio capo della Chiesa germanica . L’utilizzo di vescovi-

23

conti permetteva, almeno in linea teorica, di preservare gli uffici pubblici dall’allodializzazione (che aveva invece permesso ai duchi di

ergersi contro il sovrano): costoro infatti, non avendo eredi legittimi, non potevano trasmettere la propria carica a componenti della

famiglia, in modo che questa ritornasse alla potestà del sovrano, il quale poteva così assegnarla nuovamente ed evitare il formarsi di

istanze centrifughe tra coloro che ne erano investiti. La renovatio imperii (secondo le fonti del tempo) – cioè la restaurazione

dell'esperienza imperiale carolingia – fu suggellata dall'incoronazione di Ottone nella basilica di S. Pietro nel 962 (da parte di Giovanni

XII, come si è già detto): un ulteriore segnale dell'esigenza, tutta medievale, di ottenere un connubio solido tra il potere civile e quello

ecclesiastico, volta al sostenimento – innanzitutto culturale ed ideologico – di un Impero troppo vasto per essere effettivamente unito

con un solo e semplice atto costitutivo (così era stato anche nell’intuizione dei Pipinidi). La difesa della Cristianità e la promozione

dell'universalismo romano passarono quindi dalle mani dei Franchi a quelle dei Germani: il progetto, come al solito, non si configurava

come semplice e lineare, ma la sua cogenza pratica superava notevolmente le difficoltà che lasciava prospettare.

Ottone, sceso in Italia per l'incoronazione (962), vi rimase per 4 anni, nei quali tentò di risollevare il Papato ancora fiaccato dalle

nefandezze della famiglia dei Tuscolo, imponendo il Privilegium Othonis, cioè stabilendo la sua facoltà di giudicare il papa prima della

consacrazione (il che ricorda tanto le forme della Constitutio romana – promulgata da Lotario, nell’824, e nel frattempo cassata): ciò

ribaltava in modo notevole i rapporti di forza instauratisi con l'incoronazione di Carlo Magno (più di quanto avesse fatto Lotario

nell’824), essendo ora l'imperatore a legittimare il pontefice. Ottone si riproponeva il progetto di Carlo, ispirandosi alla comune

ambizione universalistica e all’esigenza di protezione della Cristianità, non mancarono però le voci contrarie alla politica “italiana” del

re tedesco, soprattutto nella sua corte, che non valsero certo a fermarlo, ma che saranno cruciali negli sviluppi successivi.

Ottone, dopo un breve soggiorno in Germania, tornò in Italia e ottenne (966) che il figlio Ottone II venisse incoronato imperatore,

volgendosi poi al Meridione, dove non ebbe sempre le porte spalancate: a Bari perse contro i Bizantini, finendo alle trattative (alle quali

Liutprando fu inviato come ambasciatore a Costantinopoli, senza tuttavia avere successo), con l'imperatore d'Oriente Niceforo II Foca

(963-969); il nuovo imperatore, Giovanni Zimisce (969-976), riconobbe tuttavia il titolo imperiale (d'Occidente) e acconsentì alle nozze

di Teofane, una principessa bizantina, con Ottone II (avrebbe portato in dote i territori bizantini meridionali). Ottone I morì nel 973,

lasciando il figlio in una tribolata lotta con i duchi indipendentisti germanici, della quale venne a capo solo dopo 7 anni; sugli altri fronti

la situazione non era migliore: l'aristocrazia romana recalcitrava, i duchi ripresero a muoversi, i Bizantini non rispettavano gli accordi

matrimoniali e, come se non bastasse, i Saraceni ripresero a razziare il territorio.

Ottone II scelse la linea dura nel Sud Italia, salvo poi riscontrare insuccessi (sconfitta nei pressi di Crotone, nel 982), morì poco dopo a

soli 28 anni (983), lasciando come erede il giovanissimo Ottone III (di soli tre anni), che sarebbe rimasto sotto la tutela della madre

Teofane fino all'età di 16 anni, cioè fino al 996, quando, sceso in Italia, venne incoronato imperatore a Monza da Gregorio V (996-999)

– si trattava del cugino Brunone di Carinzia, che

aveva fatto eleggere papa. Ottone, educato dalla

madre Teofane ai costumi bizantini e quindi all’idea

dell’Impero universale, riprese la politica del nonno

(cioè il progetto di una energica renovatio imperii).

Alla morte di Gregorio V, nel 999, impose al soglio

pontificio il suo celebre maestro, Gerberto d'Aurillac,

che prese il nome di Silvestro II (999-1003) : Ottone

24

III propugnava dunque una stretta collaborazione

dell’Impero col Papato, per questo, tra l’altro, trasferì

la sede imperiale a Roma. Oltre a ciò aveva in mente

di sottoporre tutte le potestà vigenti all’autorità

dell’Impero. I suoi progetti universalistici si

dovettero tuttavia scontrare con la realtà: sia in

Germania che in Italia le aristocrazie feudali mal

sopportavano l'ingerenza di un imperatore così

ambizioso; a Roma in particolare gli aristocratici

vedevano sfumare la possibilità, ormai da lungo in

loro possesso, di controllare il Papato. Per questo, nel

999, capeggiati da Arduino d'Ivrea, i feudatari italiani

insorsero, seguiti due anni dopo da quelli romani, che

Fu stimolata anche la rinascita della cultura: la corte di Sassonia divenne meta di dotti provenienti da diverse città europee (Liutprando

23

di Cremona è tra i più conosciuti di questa cerchia), quasi a riproporre l'esperienza di Aquisgrana, mentre nelle grandi abbazie, come

quella di S. Gallo in Svizzera, andava consolidandosi nuovamente il ruolo degli studi.

Un richiamo a quel Silvestro che aveva collaborato con Costantino e al quale l'imperatore avrebbe, secondo il Constitutum, lasciato

24

Roma e l'Italia, indice ciò delle reali aspettative di Ottone sul connubio col Papato. 35

riuscirono a cacciare Ottone dalla città, il quale morì poco dopo (1002) senza eredi, a soli ventidue anni, nel monastero di Monte Soratte.

Gli successe Enrico II (cugino, figlio del fratello di Ottone I, Enrico I di Baviera), che prese ad occuparsi, diciamo così, dei fatti di

Germania, lasciando libero spazio agli aristocratici italiani: questi non gradivano il legame tra il Regno d'Italia e i Germani, né la

concentrazione del potere nelle mani dei vescovi, da sempre propugnata dai sovrani d'Oltralpe. Fu così che nel 1002, a Pavia, fu

incoronato re Arduino d'Ivrea, sebbene si mantenessero i rapporti di forza locali tra i vari potentati, tanto più perché questa investitura

non trovava approvazione tra le file degli ecclesiastici: nel 1004 perciò, Enrico II valicò le Alpi e sconfisse Arduino a Pavia, ottenendo

per sé la corona di re d’Italia (inutili le resistenze del ribelle, che finì nel monastero di Fruttuaria, dove morì nel 1015).

Ad ogni modo, sebbene anche Enrico II fosse stato investito da papa Benedetto VIII (1012-1024) – a Roma, nel 1014 –, l'aristocrazia

romana (in particolare i conti di Tuscolo, del cui lignaggio si fregiava infatti proprio Benedetto) riprese sin da subito il sopravvento,

riuscendo a piazzare i propri esponenti sul soglio pontificio, e così fu per molto altro tempo (in pratica appena l'imperatore si allontanava

dall'Italia questi riuscivano ad intervenire). La situazione in Italia era critica anche a causa della mancanza di grandi organizzazioni

territoriali, com'era invece in Germania (coi vari ducati: Baviera, Svevia, ecc.), fatto causato probabilmente dalle pressioni continue e

destabilizzanti dei vari re, congiunte con le devastazioni delle incursioni saracene e ungare, nonché con un certo senso autonomistico

delle varie città, principali sedi vescovili, nelle quali lo spirito comunitario riusciva a fornire ai cittadini una pregnante coscienza di se

stessi e del loro vigore (si ricordi che questa congerie di forze centrifughe fu alla base del fenomeno dell’incastellamento). Le città

25

quindi erano diventate centri in cui si misuravano diversi rapporti di forza, prendiamo il caso di Milano. Il vescovo Ariberto d'Intimiano,

attorno agli anni Trenta dell’XI secolo, si schierò con i grandi feudatari (capitanei) contro i loro valvassori (milites secundi), che

reclamavano l'ereditarietà dei feudi: nel conflitto si inserì anche Corrado II, nuovo imperatore , che, sceso in Italia, emanò la già citata

26

Constitutio de feudis (1037), anche detta Edictum de Beneficiis, che permetteva ai piccoli feudatari di trasmettere in eredità il beneficio

acquisito e li tutelava dall’arbitrarietà dei signori concedenti loro i feudi, stabilendo che per la sottrazione del beneficium feudale, da

parte del signore, avrebbe dovuto essere intentata una causa formale (il che delegittimava dunque mutamenti arbitrari), schierandosi poi

contro Ariberto per deporlo: trovò tuttavia l'opposizione dei Milanesi – tra i quali v’erano tuttavia anche esponenti della nobiltà minore,

che erano stati tutelati dall’Edictum – , che lo respinsero in nome dell'autonomia della città .

27

Le città, anche quelle meridionali (che erano in contatto più diretto con Arabi e Bizantini), si dotarono ben presto di un nuovo ceto

florido, quello degli artigiani e dei mercanti, una classe media che portava con sé, oltre alla nuova ricchezza, la consapevolezza della

forza di una comunità unita. Nella compagine bizantina dell'Italia meridionale il fenomeno era più diffuso, sebbene non fossero da meno

i centri longobardi (Benevento e Capua in particolare); certamente nelle aree rurali longobarde, diversamente da quelle bizantine (in cui

pure permanevano lacerti di un sistema di governo pubblico), il fenomeno dell'incastellamento ebbe un impatto maggiore, dato che

l'apparato amministrativo non raggiungeva minimamente quello bizantino: i signori locali, pur apparendo come funzionari pubblici,

non si risparmiavano di attirare presso i loro castelli i popolani e, di conseguenza, di avocare le loro terre (nonché la loro forza lavoro)

e sopprimere le loro libertà.

Le terre italiche sotto il dominio bizantino corrispondevano alle attuali Puglia, Basilicata e Calabria, divise nei rispettivi tre temi

Longobardia, Lucania e Calabria, ai quali erano preposti tre strateghi con il compito di allacciare il territorio al potere centrale; la

presenza imperiale fu implementata (sulla fine del X secolo) con l'istituzione di una struttura superiore di governo, il Catepanato d'Italia,

con sede a Bari, che garantiva un'ulteriore incidenza burocratica. I Bizantini, in questo periodo, avevano peraltro intensificato l'attività

espansionistica, mitigata nei secoli precedenti, recuperando terre sottratte dai Longobardi o tentando di ingraziarsi i vescovi locali per

porli sotto il controllo del patriarca di Costantinopoli. La benemerenza era diretta anche nei confronti dei laici, ai quali vennero non di

rado concessi titoli onorifici, mentre il monachesimo di estrazione italo-greca, a livello culturale, si rivelava un ulteriore elemento di

propulsione per un Sud Italia che manteneva ancora un carattere ricco di vitalità ed originalità.

Era invalsa infatti l'elezione dei vescovi a clero et populo, una tipologia di elezione che vedeva cioè coinvolta sia la popolazione che

25

la classe ecclesiastica. Tuttavia, come si è visto, spesso questi canoni non venivano affatto rispettati: gli imperatori o i re provvedevano

più o meno direttamente alle nomine dei vescovi, lasciando alla popolazione ben poco. Ad ogni modo, spiega Vitolo, «i vescovi nella

loro attività politica non potevano sottrarsi al condizionamento della comunità cittadina», per questo anche le autorità civili che si “pre-

muravano” di scegliere i loro rappresentanti nel clero dovevano per forza di cose far riferimento alla comunità, che, a sua volta, era ben

lieta di accogliere le istanze dei sovrani, dato che giovavano anche ad essa tanto a livello di prestigio quanto a livello di utilità in campo

economico.

Corrado II fu il capostipite della dinastia salica (che segui a quella degli Ottoni): figlio di Enrico di Spira e della contessa Adelaide di

26

Metz, Enrico di Spira era figlio, a sua volta, di Ottone di Worms, figlio di Corrado il Rosso e di Liutgarda, rispettivamente genero e figlia

dell'Imperatore Ottone I: Corrado aveva quindi un ascendente ottoniano, malgrado ciò le motivazioni della successione non sono del

tutto note. Nel 1024 era stato incoronato re dei Franchi dall’arcivescovo di Magonza, Aribo. Successivamente, agli inizi del 1026, Cor-

rado scese in Italia e fu incoronato re d'Italia da Ariberto d'Intimiano. Oltre a ciò, dopo aver superato l'opposizione di alcune città, aveva

raggiunto Roma, dove, il 26 marzo 1027 era stato incoronato imperatore da papa Giovanni XIX.

Le città hanno sempre goduto, pur con periodi di “secca”, di un prestigio riconosciuto. Ne sono l'esempio diversi componimenti letterari

27

chiamati Versi (o Laudes civitatutm), abbiamo a disposizione il Versus de Mediolano e il Versus de Verona, e alcune prose, come quella

che tesse le lodi di Napoli. In tutti i casi vi sono riferimenti (a fini glorificativi) alla custodia all'interno delle mura delle spoglie di illustri

personaggi, come anche delle reliquie di un gran numero di santi, di cui le città potevano fregiarsi (si pensi a San Gennaro a Napoli,

tutt'oggi al centro, con il suo “sangue”, di una grande festa religiosa). Non mancano poi i riferimenti alla grandezza materiale, economica

e spirituale delle città: mura poderose, splendide chiese e magnifici monasteri, pregevoli porte, centri di custodia della cultura greca e

latina, sono solo alcune delle plurime attribuzioni conferite ai centri celebrati in queste composizioni.

36

3. Splendore e declino di Bisanzio

Un Impero efficiente

Alla fine dell'VIII secolo l'Impero Bizantino contava un territorio pari ad un terzo di quello del tempo di Eraclio (610-641), a causa

delle sottrazioni causate principalmente dall'avanzata degli Arabi. A metà del IX secolo tuttavia i Bizantini trovarono la forza di tornare

all'attacco, recuperando parte dei territori perduti (tale capacità fu dovuta alla riforma amministrativa – a cui avevano dato corso

Maurizio e Eraclio – che culminò con l'istituzione dei temi e la progressiva burocratizzazione dei territori, affidati agli strateghi e

popolati da stratioti, cioè soldati territorialmente stabili, e contadini liberi in grado di fornire il “carburante” economico al territorio).

La fisionomia dell'Impero era comunque cambiata rispetto al glorioso passato: i propositi universalistici furono abbandonati e il

complesso acquisì dei tratti fondamentalmente orientaleggianti (il latino, ad esempio, fu sostituito dal greco e, come si è già accennato,

l'imperator prese a chiamarsi basileus). La grecizzazione investì anche l'ambito giuridico-legislativo e quello religioso: nel primo caso

il diritto romano fu progressivamente rimpiazzato da pratiche e consuetudini giudiziarie di estrazione orientale, benché a livello formale

permanesse il Corpus giustinianeo ; nel secondo, la grande compenetrazione tra istituzioni civili e religiose garantì alle prime un

28

controllo quasi pervasivo delle seconde, cosa che in Occidente (come mostrano le vicende dei Franchi e dei Germani) poté avvenire

soltanto molto più in là nel tempo. La permanenza di un apparato pubblico abbastanza funzionante impedì che, almeno fino al IX secolo,

proliferassero tanto le autonomie locali (cioè le corrispettive di quelle che, per l’Occidente, definiamo “comunali”) quanto delle signorie

bannali. (Nell’immagine fornita è raffigurata l’estensione dei due imperi arabo e bizantino all’inizio dell’VIII secolo).

In questo clima scoppiò la

controversia iconoclasta:

una lotta contro il culto

delle immagini che

risentiva di evidenti

influssi giudaico-islamici

(difatti prese le mosse

nelle province più

orientali), avendo come

obiettivo polemico la

raffigurazione

antropomorfica delle

divinità. Come al solito,

tale movimento

ideologico non fu che la

maschera di istanze

pratico-politiche: le

province periferiche si

sentivano oppresse dalle

ingerenze del governo

centrale e chiedevano più

autonomia, in virtù del loro impegno in prima linea nella resistenza alle pressioni del nemico. Con l'ascesa di Leone III Isaurico (717-

741) – uno stratega del tema anatolico, che aveva spodestato Teodosio III – si arrivò ad una svolta: egli, probabilmente per non minare

l'autorità dell'Impero, accolse le richiese degli iconoclasti, colpendo duramente i monaci, che erano coloro che maggiormente

sfruttavano il culto delle icone e che, tra l’altro, apparivano indubbiamente troppo indipendenti dal potere imperiale. Nel 726 ordinò

dunque la distruzione delle icone, attirandosi le ire del patriarca di Costantinopoli e la scomunica di Gregorio III (nel 731). In Occidente

i provvedimenti degli Isaurici (il figlio di Leone, Costantino V, aveva infatti continuato sulla linea del padre) non furono accolti infatti

con benevolenza: malgrado ciò l’efficace politica militare riuscì a garantire il blocco dell'avanzata degli Arabi ad Oriente e a decretare

la salvezza di un Impero che sembrava destinato ineluttabilmente al crollo (gli Isaurici avevano infatti ben inteso che avrebbero dovuto

sacrificare l'Occidente, con le loro prese di posizione, per mantenere in vita l'apparato imperiale orientale, scendendo a compromessi

con le province orientali, essenziali per la difesa).

Tuttavia, la politica iconoclasta intentata dagli imperatori isaurici dovette subire una battuta d'arresto: fu convocato il VII Concilio

ecumenico, il concilio di Nicea II (787) , nel quale prevalse una posizione contraria all'iconoclastia, che tuttavia non mise fine alle

29

controversie. Durante l'audace parentesi politica di Irene (797-802), l'usurpatrice del trono d'Oriente – tanto invisa al Papato e al potere

franco occidentale – la corte bizantina non ebbe granché da fare in merito alle icone, dato che l’imperatrice non godeva di molto credito,

infatti fu deposta nell'802. Con Leone V (813-820) – succeduto a Michele I (811-813), colui che aveva riconosciuto a Carlo Magno la

dignità imperiale – si ebbe un breve ritorno “moderato” all'iconoclastia, finché, con l'ascesa di Michele III (842-867) la questione fu

definitivamente risolta: egli dichiarò nuovamente lecito il culto delle icone (843), fatto da ricollegare probabilmente con l'attenuarsi

delle pressioni arabe sui confini.

Leone III Isaurico tra il 726 ed il 741 redasse a questo proposito l'Ecloga, cioè un compendio di norme tratte dalle Istitutiones, dai

28

Digesta, dal Codex e dalle Novellae Constitutiones di Giustiniano, ma, a differenza di queste, non più scritto in latino bensì in lingua

greca. A quest'epoca, infatti, buona parte della popolazione dell'Impero bizantino non era più in grado di comprendere il latino. L'opera

è intessuta anche con riferimenti a consuetudini bizantine e orientali (come il taglio di mani, lingua naso).

L'ultimo concilio riconosciuto da tutta la Cristianità.

29 37

A questo punto, smorzate le pretese dei nemici, si palesarono via via forti contrasti interni. I ceti più alti, costituiti dall'aristocrazia

burocratica e militare, presero il sopravvento su quella parte di popolazione che aveva costituito la base fondante della floridezza

dell'Impero, cioè i contadini liberi e gli stratioti inviati nei temi, tanto che i secondi – sebbene una serie di provvedimenti imperiali

puntassero a ridurre la portata del fenomeno – sempre più spesso si affidavano a potenti locali (proprio come in Occidente: alla mancanza

di giustizia e liceità pubblica i più poveri non ebbero altra via che affidarsi alla protezione dei signori).

Tra i nuovi imperatori del secolo successivo (il X) ve ne furono alcuni (come Romano Lacapeno, Costantino VII e Romano II, che si

seguirono in quest’ordine), che propugnarono delle politiche antinobiliari e altri, come Niceforo II Foca (963-969), che perseguirono

politiche di segno opposto (che garantissero la concentrazione di terre nelle mani dei potenti); a Niceforo seguirono Giovanni Zimisce

(969-976) e Basilio II (976-1025), che invertirono nuovamente la tendenza: ad ogni modo, certi provvedimenti possono solo rallentare

i grandi mutamenti storici, l'aristocrazia locale, inevitabilmente, stava prendendo anche in questo caso il potere; insomma, anche se il

trasferimento di poteri ai signori non fu totale, come in Occidente, dato che l'apparato statale continuava a essere funzionale, il “nodo

gordiano” sembrava ormai essere stato spezzato.

L'imperatore d'Oriente aveva indubbiamente acquisito nel tempo una serie di responsabilità che ne facevano una figura di estrema

potenza, egli era: rappresentante di Dio in terra, capo dell'esercito e dell'amministrazione, garante di giustizia e pace, nonché difensore

della Chiesa e dell'ortodossia, era in grado di eleggere e deporre il patriarca, oltre a poter sindacare in materia di ortodossia (lo

dimostrano i numerosi concili convocati è presieduti nel corso dei secoli, volti alla difesa della vera fede). In più, come abbiamo

sottolineato anche poco fa, la compenetrazione tra il potere civile e quello religioso non aveva il carattere “lacerante”, cioè conflittuale

e instabile, che assunse in Occidente: l'Impero era sempre stato egemone sulla Chiesa, nonostante i tentativi teorici (come quello del

patriarca Fozio, eletto nell'858) di separarne le sfere di ingerenza (e tenerli quindi in equipollenza, per arginare il cesaropapismo). Lo

strapotere imperiale era garantito anche dai numerosi successi militari conseguiti degli imperatori, non meno che dalla capacità di

difendere la cristianità orientale dalla dominazione islamica. Non su tutti i versanti, però, le azioni degli imperatori erano state eccelse,

infatti, alle riconquiste operate in Siria, Libano e Palestina (dove i Bizantini giunsero fino alle porte di Gerusalemme) dai diversi

imperatori (Lacapeno, Foca, Zimisce), senza contare la ripresa e il rafforzamento della dominazione nel Sud Italia (istituzione del

Catepanato), si contrapponevano i diversi esiti delle campagne settentrionali contro Avari, Bulgari e Slavi: Costantinopoli fu attaccata

sia dai Russi (860 e 907) sia dai Bulgari di Simeone, il quale, preso il titolo di Zar (corrispondente di Cesare), aveva intenzione di

annettere l'intero Impero per formare un organismo politico bulgaro-bizantino. Il superamento delle difficoltà di questo periodo si

dovette all'imperatore Romano Lacapeno (920-944); il quale, stipulando alleanze con Russi, Serbi e Croati, riuscì ad accerchiare i

Bulgari e a venire a capo del conflitto: Simeone rinunciò alle sue pretese espansionistiche. I suoi successori ritentarono l'impresa, per

essere definitivamente sconfitti da Basilio II (976-1025), detto infatti Bulgaroctono, ossia “sterminatore dei Bulgari”), che introdusse

nell'area balcanica l'organizzazione politica tipicamente imperiale (creando temi e inviando strateghi) e sottomise la Chiesa bulgara al

patriarcato di Costantinopoli.

Verso il declino

La cristianizzazione degli Slavi trovò tuttavia l'opposizione dei dominatori occidentali: il papa e i Franchi tentavano in concomitanza

di diffondere nelle stesse terre il cristianesimo romano (in particolare era in questione il controllo sulla Chiesa bulgara). Ne nacque una

disputa tra Oriente e Occidente che finì con la scomunica del papa (che era Niccolò I) da parte di un concilio convocato dal patriarca di

Costantinopoli Fozio (nominato dall'imperatore Michele III), alla cui base v’era la cosiddetta “disputa del Filioque ”: egli riteneva

30

corretto il solo simbolo niceno-costantinopolitano, che non prevedeva la processione dello Spirito “dal Padre e dal Figlio”, ma soltanto

dal Padre, sostenendo che fosse errato far procedere lo spirito da due cause separate, ledendo l'unicità divina. La questione fu risolta

con la deposizione di Fozio (nonostante la quale la tradizione foziana si manterrà viva in Oriente almeno fino alla riunione delle Chiese

31

del 1439, al Concilio di Ferrara-Firenze; comunque sia, tutt'ora il Filioque non è presente nel credo ortodosso), voluta dall'imperatore

Basilio I (867-886), il quale, non volendo perdere i contatti con Roma, sacrificò il patriarca (la decisione fu assunta nel Concilio di

Costantinopoli dell'869-870, nel quale si stabilì anche che la Chiesa bulgara sarebbe andata a Costantinopoli). Il contrasto ideologico

tra le Chiese d'Oriente ed Occidente, pacatosi temporaneamente nel corso del X secolo (a causa della crisi del Papato: ingerenze degli

imperatori sassoni e dell’aristocrazia romana), venne però acuito dall'introduzione del matrimonio ecclesiastico (non consentito in

Occidente) e l'uso del pane lievitato per l'eucarestia (non concesso in Oriente). Si fronteggiarono due capi intransigenti e alieni al

compromesso, da un lato Federico di Lorena (sarebbe poi divenuto, nel 1057, papa Stefano IX) e dall'altro il patriarca costantinopolitano

Michele Cerulario, entrambi fieri di dure prese di posizione nei confronti della Chiesa “gemella” e antagonista .

32

Costantino X, preoccupato per le sorti della discordia, tentò di fornire un compromesso, che tuttavia non vi fu: il 15 luglio del 1054 i

rispettivi delegati (insieme a Federico erano giunti in Oriente Umberto di Silvacandida e Pietro d’Amalfi) e resero nota la scomunica

della loro Chiesa nei confronti dell'altra, era il Grande Scisma. Nel complesso la frattura non risultava nuova alla storia delle due

Nel rito latino si professava, a quel tempo (ma anche tutt'ora), la derivazione dello Spirito Santo non solo dal Padre ma anche dal Figlio

30

(qui ex Patre Filioque procedit): in realtà si trattava di una “clausola” che si ritiene esser stata inserita per la prima volta nel simbolo

niceno-costantinopolitano, che ne era sprovvisto, dal Concilio di Toledo nel 589. Nel Simbolo vergato durante il Concilio di Nicea del

325 è presente infatti la sola dicitura Καὶ εἰς τὸ Ἅγιον Πνεῦα, ossia “(credo) nello Spirito Santo”. In quello costantinopolitano (381), a

riprova di quanto detto, venne aggiunta soltanto l'espressione τὸ ἐκ τοῦ Πατρὸς ἐκπορευόενον (“e procede dal Padre”), alla quale faceva

riferimento Fozio. Come si vede non è presente il Filioque, attestato invece nella tradizione liturgica latina (probabilmente per l'influsso

dei padri latini, che, diversamente da quelli greci, la contemplavano). La Chiesa romana accetterà ufficialmente il Filioque a partire dal

Concilio di Lione II (1274), sebbene già nel 1014 fosse stato pronunciato nella messa papale (era pontefice Benedetto VIII) dedicata

all'incoronazione di Enrico II il Santo. Come al solito, anche in questo caso le idee e le ideologie giustificarono e precedettero le azioni

politiche.

Il quale tornerà a più riprese ad occupare lo scranno di patriarca, e altrettante volte sarà rimosso dagli imperatori.

31 Papa Leone rivendicava il primato della Chiesa romana nella missione universalizzatrice del cristianesimo (al Concilio di Reims, 1049)

32

e il patriarca, dal canto suo, aveva chiuso le chiese latine orientali, che facevano uso del pane lievitato.

38

istituzioni, già in passato ve n'erano stati episodi, e non fu percepita come un evento esorbitatamente traumatico, questa volta però era

destinata a divenire epocale. Secondo i teologi bizantini la Chiesa di Roma aveva assunto un atteggiamento eccessivamente autoritario

nei confronti dell'intera Cristianità, allontanandosi dall'ortodossia calcedoniana (lo dimostra anche il conflitto sul Filioque). In origine

si era infatti formulato il principio organizzativo della Pentarchia, secondo il quale la Cristianità doveva essere articolata attorno a cinque

patriarcati, ossia quelli di Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, e non secondo un'organizzazione verticistica

con culmine a Roma.

Sul fronte economico l'Impero bizantino sembrava tuttavia andare incontro ad una generale crescita: Costantinopoli era ormai un florido

centro produttivo e punto di attrazione per scambi internazionali, e le altre città dell'Impero (Tessalonica, Corinto, Efeso, ecc.) non erano

da meno. L'apparato imperiale era assai efficiente in relazione agli scambi, tanto che regolava l'organizzazione delle corporazioni

artigianali e le modalità di acquisto e vendita dei prodotti (ciò, se in un primo momento garantiva regolarità e liceità, a lungo andare

avrebbe causato un indebolimento dei mercanti locali in favore degli stranieri, in particolare i Veneziani).

Anche su fronte culturale l'Impero orientale non si dimostrava sguarnito: gli imperatori stessi partecipavano alla revisione e

all'ampliamento del sapere, Leone VI, Basilio I, Costantino VII Porfirogenito furono autori di molte opere che spaziavano dal campo

filosofico e giuridico a quello naturalistico e storico-geografico. Michele Psello, grande filosofo, teologo, storico e statista, promosse

(nell'XI secolo) la riapertura delle antiche scuole di Costantinopoli, elemento di centrale importanza nella diffusione della cultura.

Quando Bisanzio era ormai all'apogeo, però, una violenta crisi si presentava con il conto per i secoli passati: si inasprirono le lotte per

il potere tra l'aristocrazia burocratica imperiale e l'aristocrazia fondiaria provinciale, vinte da quest'ultima (portando al predominio dei

signori locali e al depotenziamento dell'apparato burocratico); si riducevano le risorse finanziare e militari, dato che gli stratioti

preferivano spesso passare sotto la protezione dei signori; le frontiere, nel frattempo, ripresero ad essere attanagliate dal nemico.

Ad est, I Turchi, dopo aver conquistato Baghdad (spodestando il califfo abbaside: Tughril Beg, il capo dei turchi selgiuchidi, ricevette

infatti nel 1056 il titolo di sultano), si impadronirono, nel periodo dei Grandi Selgiuchi, di gran parte dei territori del vecchio Impero

arabo: Egitto, Siria, Palestina (Gerusalemme fu conquistata nel 1070), tutti sottratti ai Fatimiti (come si è detto, una corrente purista

dell'islam sciita che aveva avuto il sopravvento su questi territori attorno al 910). Nel 1071 i Bizantini dovettero arrendersi alla forza

del sultano, essendo stati sconfitti a Mazincert (Armenia): fu così che l'Impero d'Oriente venne ridotto ad una superficie corrispondente

a meno di un quarto dell'attuale Turchia.

Il duro colpo finale alla potenza dei Bizantini fu inflitto dai Normanni: questi, dopo averli cacciati dall'Italia meridionale, si spinsero

fino a Costantinopoli, per conquistarla. L'imperatore Alessio Comneno (1081-1118), conscio dell'impossibilità di schierare una difesa

di composizione unicamente bizantina, chiese aiuto ai Veneziani, che intervennero fermando i Normanni. Tuttavia questo costò caro:

nel 1082 l'Impero dovette concedere, con un diploma imperiale, amplissimi privilegi ai Veneziani, cioè la decurtazione di tasse e dazi

sulla merce in vendita in tutte le città imperiali. In questo modo Venezia, nel giro di poco tempo, riuscì ad imporsi su un Impero ormai

ridotto al minimo ed impotente, svuotato delle sue forze dall'interno (si andavano sviluppando, come si è detto, fenomeni di avocazione

da parte delle signorie fondiarie provinciali), la cui ultima ancora di salvezza era costituita dalle imposizioni fiscali, che finirono per

aggravare ulteriormente la situazione, già compromessa anche dalla svalutazione della moneta bizantina. Alla fine del XII secolo l'antico

e splendido Impero ormai non era che un'appendice di Venezia. 39

Parte III: l'apogeo della civiltà medievale

1. Incremento demografico, colonizzazioni e progressi agrari

Per la prima volta dopo diversi secoli, con Normanni e Veneziani, «l'Occidente», nell’XI secolo, «andava alla conquista dell'Oriente».

In realtà questo movimento non deve essere ricondotto alle sole iniziative dei due popoli menzionati: fu un processo più ampio di

crescita economica ad indurre gli attori politici della compagine occidentale alla ricerca di nuovi spazi vitali ad Oriente. Alla base di

questo sviluppo possiamo porre fattori come l'andamento demografico in crescita, l'evoluzione delle tecniche agrarie, lo sviluppo e i

mutamenti delle rotte commerciali. Analizziamo la questione più nel dettaglio.

La popolazione europea, all'alba del nuovo millennio, era infatti in crescita: ovunque si registrarono ampliamenti di terreni coltivati,

bonifiche e disboscamenti, le città rinvigorirono e divennero nuovamente centri di scambio funzionali (persino i resti ossei – ricavati

archeologicamente – ci sembrano suggerire che la vita media si fosse allungata, assieme ad un miglioramento delle condizioni di vita).

A bloccare lo sviluppo nei secoli precedenti avevano contribuito le continue incursioni di Ungari, Saraceni e Normanni, di cui si è detto

e la generale depressione sociale causato dallo smembramento dell’apparato pubblico; la fine tendenziale di queste avversità, attorno

alla metà del X secolo, aveva dato modo alla popolazione di crescere – senza dubbio a ritmi diversi, a seconda della regione, ma con

una certa coerenza generale a livello europeo –, tanto più se si considera che non vi furono ondate migratorie di grande rilevo nel periodo,

che potessero cioè incrementare i popolanti in Europa. Se in Inghilterra, come indica un'analisi comparata tra i dati del XIV secolo e

quelli del Domesday Book (1086), la popolazione era triplicata in 200 anni, nelle altre regioni d'Europa la situazione non doveva essere

dissimile, sebbene non si possano omogeneizzare i dati tout court: ad esempio, in Italia, regione storicamente più popolata, l'aumento

doveva essere proporzionalmente minore, sebbene possa essere stimato un raddoppio della popolazione, passata tra il mille e gli inizi

del XIV secolo, da 5 a 9-10 milioni.

Come si è già accennato, un fenomeno altrettanto interessante fu quello dell'ampliamento dei terreni coltivati, che si verificò

maggiormente nell'Europa centro-settentrionale, dotata di maggiori superfici boschive (si è detto che, tra il VI e l’VIII secolo,

l’abbandono delle colture aveva causato un massiccio rimboschimento) e poche terre coltivate. Generalmente, nei distretti agricoli (le

ville), il proprietario del fondo e il coltivatore giungevano ad un accordo: il primo forniva i mezzi e le risorse al secondo, il quale si

impegnava nella bonifica del territorio incolto e al pagamento di un canone sul frutto dei terreni ricavati dall’operazione (in alcune zone,

come l'Emilia Romagna, questo “contratto” tipicamente verbale – d’intesa – cominciò a venir persino messo per iscritto).

L'attenzione per la valorizzazione del territorio era espressa congiuntamente sia dagli ecclesiastici (che non di rado erano alla pari con

i signori laici, in quanto a possedimenti) che dai laici: spesso venivano addirittura fondati villaggi, con lo spostamento di contadini in

zone inabitate e limitanee, al fine di riempire gli spazi vuoti concessi dal territorio (le nuove fondazioni erano chiamate villenuove o

borghi franchi, questi ultimi portavano nel nome la testimonianza della libertà giuridica – che si esprimeva anche in esenzioni fiscali ed

altri tipi di garanzie – concessa ai suoi abitanti, probabilmente in virtù dello sforzo che gli veniva richiesto e del pericolo che correvano

essendo esposti, nelle zone periferiche, ai nemici). Non bisogna pensare, tuttavia, che il fenomeno della colonizzazione si espletasse

soltanto col trasferimento compatto di gruppi nutriti di contadini (e cioè con la fondazione di villenuove), né naturalmente che fosse

omogeneo e generalmente diffuso: al contrario, e di frequente, venivano realizzate dimore isolate nei campi, nelle quali si collocavano

un ristretto numero di agricoltori (o semplici famiglie), che rimanevano sul posto soltanto per la durata della bonifica.

Un ruolo importante nella creazione di nuovi aggregati territoriali fu svolto anche dai nuovi ordini monastici, come quelli dei Certosini

e dei Cistercensi: questi, alla critica delle vecchie istituzioni monastiche, ormai opulente e dissolute, facevano seguire l'istituzione di

comunità isolate in zone forestali, alle quali tuttavia si aggregarono ben presto contadini bisognosi di impiego e protezione, per cui si

finì per riprodurre, nel giro di pochi anni, le caratteristiche del vecchio monachesimo tanto biasimato.

Risalgono a questo periodo anche i primi “esperimenti” di chiusura e delimitazione dei campi, che avevano luogo però precipuamente

nelle regioni a più densa urbanizzazione, dove si trovavano un maggior numero di mercanti e artigiani, i quali, arricchitisi con le loro

attività (potevano essere anche semplici abitanti del luogo), compivano investimenti nel contado mettendo in piedi tenute agricole a

singola vocazione produttiva, cercando così di garantirsi una certa resa, soprattutto a fini commerciali: procedevano dunque a recintare

i loro appezzamenti, per proteggerli dagli animali selvatici o impedirne la distruzione da parte di quelli ivi allevati. Queste proto-aziende

saranno chiamate, in età moderna, poderi, e saranno dotati di un'organizzazione stabile soltanto a partire dal XIV secolo (spesso

divenendo centri specifici per l’impiego di mezzadri).

Oltre a fenomeni di colonizzazione locale si verificarono anche ampi movimenti destinati a mutare drasticamente la fisionomia dei

luoghi interessati. È il caso dei Paesi Bassi, che nel giro di tre secoli furono sottoposti ad un'opera di bonifica delle zone paludose,

principalmente attraverso la creazione di dighe, che frenavano le inondazioni dell'alta marea, e la costruzione di canali di drenaggio. Le

aree così liberate divennero atte alla produzione agricola, che venne rilanciata in breve tempo a fronte di una crescita delle richieste di

derrate. Naturalmente le disponibilità economiche per la realizzazione di tali opere erano possedute dai soli conti di Fiandra, che più in

là ne ricevettero naturalmente i benefici. In Spagna, invece, l'opera di colonizzazione e estensione delle colture (per mezzo dei

populatores, di cui si parlerà) coincideva con l'avanzata e la riconquista dei cristiani nei confronti degli Arabi, mentre in Germania prese

vita una vera e propria espansione verso est, organizzata e prodotta dai principi territoriali, i quali non di rado utilizzavano intermediari

“cacciatori di uomini” che, contro la promessa di terre e benefici, reclutavano coloni e organizzavano le spedizioni colonizzatrici. A

metà del XII secolo i Tedeschi superarono l'Elba e si diressero verso quei territori dai quali otto secoli prima si erano mossi i propri avi

barbari, fondandovi così castelli e villaggi: una ribellione degli Slavi assoggettati – dovuta tanto alla debolezza dei Tedeschi, tra loro in

lotta (Guelfi e Ghibellini), quanto all’eccessiva violenza sociale della colonizzazione – causò la perdita delle conquiste, che fu tuttavia

superata nei decenni successivi con una seconda ondata colonizzatrice. Migrazioni interessarono anche i territori affacciati sul Baltico,

la Slesia, la Boemia e l'Austria, dove nel 1018 venne fondata Vienna: questi movimenti, in generale, contribuirono a cancellare

l'impronta slava che caratterizzava, a livello socio-culturale, le regioni interessate.

L'incremento demografico che interessò l'Europa in questo periodo sembra essere stato sia la causa che la condizione di possibilità

dell'espansione “coloniale” di cui andiamo dicendo. La questione era duplice: i contadini, spinti dall'esigenza di sottrarsi alle angherie

40

dei signori feudali, partivano di buon grado verso territori stranieri da colonizzare, allo stesso tempo però i signori si rendevano conto

del fatto che questa emorragia costava non poco alle loro terre, che rischiavano di rimanere spopolate e di perdere quindi il loro nerbo;

per questo, se all'inizio i signori tentarono di trattenere con la forza i fuggiaschi, ben presto si dovettero render conto della loro esigenza

di maggior libertà. I contadini riuscirono quindi man mano, sebbene in modo non omogeneo (come si conviene a questa età di

regionalismi ed eccezioni), a «strappare» ai loro signori, come lucidamente sottolinea Vitolo, alcuni diritti «non dissimili da quelli che

avevano attirato in terre lontane i nuovi coloni», tra cui maggiori libertà sociali ed economiche.

L'economia globale del periodo stimolava, dal canto suo, il cambiamento dei rapporti di forza tra i signori e la popolazione, richiedendo

maggiore libertà di iniziativa nel mondo rurale; la curtis dunque, pur restando ancora il fulcro dell'attività rurale, ebbe non pochi

cambiamenti di tono: furono ridotte, ad esempio, le riserve padronali e le ore di corvées (sostituite da canoni in denaro), in modo che,

da un lato, i contadini avessero più tempo per le loro terre e le proprie iniziative private, mentre, dall’altro, i signori, forti dei nuovi

introiti, potessero dedicarsi al miglioramento del loro tenore di vita e alla gestione delle riserve padronali.

Tra le condizioni che promossero lo sviluppo di questi fenomeni figurava l'introduzione (o meglio, l'effettiva applicazione) di nuove

tecniche agrarie, quali l'uso di aratri pesanti (dotati di coltro e versoio e stabilizzati con ruote) – già conosciuti da almeno tre secoli, ma

scarsamente utilizzati –, in grado di smuovere più in profondità la terra, rovesciando zolle più grandi e permettendo di ripulire il terreno

da sassi e radici che ne riempivano le profondità (per l'uso di tale attrezzo però serviva almeno una quadriglia di buoi, data la sua

pesantezza, questo ne spiega il mancato utilizzo in precedenza). A ciò si affiancò la diffusione della bardatura rigida, che permetteva

all'animale una respirazione migliore, difficilmente realizzabile con le cinghie di cuoio di cui erano dotati gli agricoltori precedentemente:

questa permetteva anche l'utilizzo di un altro animale, il cavallo, più veloce del bue, che poteva ora essere ferrato (pratica che

anteriormente era riservata solo ai cavalli da guerra) grazie alla maggiore diffusione del ferro sul mercato. A sommarsi a tutto ciò giunse

la celebre pratica della rotazione triennale delle colture, secondo la quale il fondo non era più diviso in due parti, di cui una lasciata a

maggese, ma in tre: una adibita alla semina autunnale di graminacee, una a quella di legumi primaverili e l'altra a riposo, in questo modo

la superficie incolta diminuiva (solo un terzo del fondo, a fronte dell’impiego di metà del terreno per la rotazione biennale), la

diversificazione delle colture valorizzava il terreno (si pensi ai legumi, noti azotofissatori) e le crescenti diponibilità garantivano il

mantenimento degli animali e una più ricca e varia alimentazione per i contadini.

Si andarono attestando, tuttavia due modelli di agricoltura: quello invalso in Europa centro-settentrionale (a clima più rigido, meno

favorevole), caratterizzato da rotazione triennale e dall'uso dell'aratro pesante su campi aperti, e quello invalso nell'Europa meridionale

e mediterranea (a clima mite, condizione più favorevole), caratterizzato dall'uso dell'aratro leggero e dalla rotazione biennale su campi

chiusi. In generale lo sviluppo e l'estensione delle zone coltivate riuscivano, a questa altezza storica, a garantire il necessario alla

popolazione: quando però la spinta demografica tornerà a farsi sentire e le aree da colonizzare diminuiranno, con limitate disponibilità

circa l'aumento della resa dei terreni (data, principalmente, la scarsa disponibilità di concimi naturali), l'Europa andrà incontro a cicliche

e disastrose carestie, soprattutto nel Trecento.

È bene sottolineare, però, che pare non ulteriormente accettabile l’immagine di un Medioevo complessivamente depresso, nel quale si

sarebbe avviata, a partire dall’XI secolo (in cui si colloca tradizionalmente lo sviluppo urbano e mercantile), una generale rivoluzione

socio-economica e tecnologica (cioè l’idea per cui siano stati soltanto artigiani e mercanti a rilanciare l’economia europea). Al contrario,

sembra che lo slancio dell’XI secolo debba essere ricondotto ad uno sviluppo generale di più lontane radici, cioè distribuito su un

periodo più lungo: l’incremento demografico esplosivo misurato dopo il Mille deve aver avuto una fase di gestazione i cui prodomi

sono da collocare fin nel tempo dei Carolingi, nel quale già v’era una distribuzione ottimale di uomini e risorse, che non fu sfruttata

appieno per le congiunture storiche di cui si è detto, ma che ora, all’alba del nuovo millennio, poteva trovare soddisfazione.

2. Commercio e artigianato

L'Europa si era fatta, nel tempo, quasi del tutto rurale: le città, piccole zone franche di questo processo evolutivo, avevano continuato

ad ospitare, tuttavia, seppur in modo minimo, le attività manifatturiere (soprattutto nella produzione di utensili difficilmente realizzabili

nelle curtes) e gli scambi commerciali. I popoli che maggiormente trassero beneficio da queste attività furono quelli marittimi, come i

Veneziani e gli Amalfitani, o quelli stanziati sulle sponde dei grandi fiumi navigabili, come le popolazioni nordiche e quelle stabilitesi

lungo il Reno: i Frisoni e i Vichinghi – popolo di grandi navigatori – seppero sfruttare egregiamente la tendenza, i primi creando un

canale tra la Germania centrale e le coste baltiche, i secondi mettendo in collegamento l'Europa centrale con l'Oriente, attraverso i grandi

fiumi russi che sfociano nel mar Nero e nel mar Caspio. Tra i popoli promotori dei commerci vi furono indubbiamente gli Ebrei, capaci

di instaurare contatti trasversali e intercontinentali, tra Oriente ed Occidente: essi facevano generalmente da intermediari nello scambio

di merci tipiche dei diversi contesti (pelli, armi e schiavi, per l'Occidente, stoffe, spezie e pietre preziose, per l'Oriente) .

1

Il sistema economico qui descritto non era tuttavia ancora unitario ed omogeneo, i traffici interessavano direttrici prefissate (quelle

fluviali per lo più) e riguardavano soltanto certi tipi di mercanzia. La situazione cambiò attorno al X secolo, quando: il ceto dei mercanti

crebbe e le fiere nelle più importanti città europee divennero fondamentali.

Il mediterraneo era articolato in tre settori: l'area musulmana (Nordafrica, Sicilia, Spagna), l'area cristiana occidentale (Francia e Italia)

e l'area bizantina, collegate tra loro dai sempre più frequenti scambi; l'Europa centro-settentrionale era invece divisa in un'area atlantica

(Inghilterra, Bretagna e Spagna) e in un’area baltica (collegata all'interno dai fiumi).

Le comunità ebraiche più floride erano presenti in Spagna (dove la convivenza con musulmani e cristiani, almeno in un primo momento,

1

fu tranquilla) e nella Renana-Lorena. Nell’Alto Medioevo, nonostante il loro rifiuto di convertirsi (che li condannava all’esclusione

sociale), gli Ebrei avevano potuto operare liberamente in campo economico. Dopo il Mille, tuttavia, la crescita della grande mercatura

italiana, e quindi cristiana, li poneva in posizione secondaria: si diedero al commercio al dettaglio o al prestito a interesse, attività per

cui si guadagnarono il biasimo dei cattolici, ma continuarono ad esercitare in quanto indispensabile per il mantenimento delle nascenti

corti e delle loro spese. A partire dalla fine dell’XI secolo, tuttavia, con l’emergere di fremiti religiosi (di cui parleremo), divennero il

capro espiatorio dell’Europa cristiana, finendo vittime di ingiurie, massacri, e esili, prima che la stessa furia si abbattesse sui musulmani

d’Oriente. Difatti, sia la Chiesa cattolica – che pure condannava gli eccidi – che alcuni sovrani, per ragioni di carattere politico-ideologico,

presero a colpire duramente gli Ebrei, con restrizioni di ogni sorta, persecuzioni ed espulsioni. 41

Una regione particolarmente “fertile” per lo sviluppo del commercio altomedievale fu quella della Champagne in Francia, nella quale,

grazie soprattutto all'interesse dei conti del luogo, crebbero esponenzialmente le fiere, che si trasformarono ben presto quasi in mercati

permanenti. Questi signori garantivano ai mercanti condizioni molto favorevoli, quali sgravi fiscali, protezione armata e agevolazioni

di ogni sorta (le fiere di Champagne decaddero nel Duecento proprio a causa della mancanza di queste condizioni, oltre che per lo

spostamento dell’asse mercantile nelle grandi città: Venezia, Firenze, Bruges, Genova, Parigi, e così via). Il contatto tra genti di tutta

Europa, alle fiere suddette, finì per dar forma ad un, «sia pur allora inconsapevole, spirito Europeo», come sottolinea Vitolo. I mercanti

italiani, dal canto loro, tra cui Amalfitani e Veneziani, esportavano le merci nordiche in tutto il Mediterraneo, soprattutto le pregiate

stoffe provenienti dalle Fiandre, portando merci in Europa dai mercati meridionali ed orientali, in particolar modo egiziani; questi ultimi

ebbero un grande sviluppo dovuto allo spostamento dell'asse commerciale che legava Occidente e Oriente indiano: il transito verso

l’India non avveniva più attraverso il golfo Persico, ma tramite il mar Rosso.

Si vennero a ridefinire anche i rapporti di forza interni alla mercatura: i commercianti più attivi erano indubbiamente i Veneziani – che

monopolizzavano, come si può vedere in figura, i contatti con l’Egitto (Alessandria), l’Anatolia (Costantinopoli) e i porti siriani e

palestinesi (Antiochia, Tripoli, Gerusalemme) –, ai quali si aggiunsero i Genovesi e i Pisani, che ben presto finirono per controllare le

rotte più frequentate del Mediterraneo, ma anche dell'Oceano Atlantico.

A promuovere lo sviluppo del commercio marittimo giunsero i miglioramenti tecnici riguardanti la navigazione, che fornivano maggiori

garanzie per gli investimenti dei mercanti, facilmente esposti al fallimento dovuto alla perdita dei carichi in mare, e permettevano una

maggiore frequenza nella copertura delle rotte salienti. Tra le innovazioni ricordiamo: la bussola, i portolani (guide per naviganti che

riportavano rotte, porti, punti di rifornimento, e descrivevano l'andamento delle coste), le carte nautiche, e i più efficienti prodotti della

cantieristica navale .

2

Anche per via terrestre il trasporto trasse beneficio da alcune innovazioni: l'estensione della rete viaria, l'introduzione di carri a quattro

ruote (più stabili), l'accresciuta disponibilità di bestie da soma. In generale le rotte più frequentate erano quelle che attraversavano

l'Europa longitudinalmente, permettendo di far arrivare al mare, via terra, le merci da scambiare, non mancavano tuttavia assi est-ovest,

che attraversavano l'Europa “perpendicolarmente” ai primi.

I prodotti che venivano scambiati più frequentemente sui mercati – non di rado a centro delle peggiori lotte politiche – erano

indubbiamente: il grano, il sale (molto usato nella conservazione delle derrate, carne e pesce in particolare), il vino, le materie prime

per l'industria tessile (lana, lino, cotone, coloranti); ed erano interessati da spostamenti di grandi quantitativi in Europa e nel

Mediterraneo, data la loro utilità. Gli schiavi costituivano poi una merce altrettanto preziosa, dato che venivano utilizzati sia per lavori

domestici e agricoli, sia come soldati dei diversi eserciti. I prodotti poi avevano aree di provenienza sempre più definite, delle quali si

esaltava il prestigio e l'unicità (il grano migliore proveniva così dalla Sicilia e dalla Puglia, le stoffe dalle Fiandre, il vino dalla Borgogna).

Diffusissimo, in questo periodo, era il fenomeno dell'adorazione delle reliquie: spesso monasteri ed altri luoghi di culto, ubicati nelle

Per quanto riguarda quest’ultima, possiamo dire che erano diffuse due tipologie di navi: quella affusolata a propulsione mista (remi e

2

vela) e quella tonda a propulsione velica. Nella prima tipologia rientrano diversi sottotipi di imbarcazioni: galee, particolarmente adatte

alle operazioni belliche, saette (più piccole e veloci, usate dai corsari e dai militari), gondole (per il trasporto locale nella laguna veneta),

le galee grosse, da carico pesante. Nella seconda tipologia rientrano: la nave, un'imbarcazione lenta e di grandi dimensioni (caricava tra

le 150 e le 500 tonnellate), le taride, gli uscieri, i buci, secondo i diversi nomi diffusi nelle diverse regioni, tutti adibiti al trasporto di

merci ingombranti.

42

città principali, si fregiavano del possesso di resti di santi, o di Cristo stesso (spesso di provenienza e di sostanza molto fantasiose: alcuni

dicevano di possedere il dente da latte di Gesù, altri le gocce di latte della Vergine), frequentemente sconfessati dai teologi (Guiberto di

Nogent scrisse infatti un trattato intitolato Sulle reliquie dei santi proprio a questo fine). Vi erano poi reliquie considerate taumaturgiche,

come il corpo di S. Pietro a Roma, quello di S. Giacomo a Compostela, verso le quali si spostavano masse di pellegrini, con buona

fortuna delle città che le ospitavano (di qui l'accanimento nel cercare di procurarsi, per mezzo dei traffici e delle non rare ruberie, le

preziose reliquie ).

3

La figura del mercante fu dunque il centro di tutta questa evoluzione. Egli era agevolato anche dalle nuove forme di contrattazione

fiduciaria (si utilizzavano le “lettere di cambio”, una prima forma di assegno al portatore, redatti dai debitori davanti ad un ufficiale, un

notaio, e destinati ai loro creditori – o al contrario, a seconda che fosse in questione un debito o un credito – presso i quali intercedevano

degli intermediari, i mercanti stessi), che limitavano l'uso diretto della moneta e garantivano i trafficanti dalle ruberie di briganti e

corsari, naturalmente più interessati al denaro che alle merci trasportate. Nacquero poi agenzie assicurative e vennero istituite spedizioni

pubbliche, chiamate mude a Venezia, accanto alle quali sorsero delle proto-società, chiamate commende, nelle quali il commendatario

(cioè il mercante in partenza) raccoglieva il denaro di vari investitori, che avrebbero partecipato poi agli utili tratti dal traffico: in questo

modo il mercante faceva incetta di capitali da investire nel viaggio, senza intaccare i propri, e i finanziatori facevano veri e propri

investimenti, senza mettere in pericolo la loro vita nell'attività mercantile diretta, che pur conservava i suoi rischi. Spesso il mercante

stesso diversificava i propri investimenti, partecipando alle imprese di altri commendatari, in modo da ridurre il rischio di perdite.

Alla commenda si affiancavano altri tipi di società mercantili, come la colonna (tipicamente amalfitana) – che prevedeva l’assunzione

del rischio d’impresa, e naturalmente la divisione dei guadagni, da parte di tutti i partecipanti (marinai, capitani, investitori, mercanti)

– o la societas maris, che, in particolare, si sostituì progressivamente alla commenda. Quest’ultimo tipo di società era stipulata per un

periodo maggiore rispetto alla commenda (limitata ad un solo viaggio) ed era utilizzata precedentemente in modo particolare per i

traffici terrestri, ai quali partecipavano con diverse “quote sociali” più operatori economici (di solito grandi famiglie, come i Bardi, gli

Acciaioli, i Medici): ora la stessa modalità era impiegata per i viaggi marittimi. Spesso tuttavia facevano riferimento a queste compagnie

anche i piccoli risparmiatori, che investivano il loro denaro depositandolo presso di esse, senza partecipare direttamente alle singole

imprese mercantili, in cambio della distribuzione degli utili o di interessi fissi: si sviluppò così l'attività bancaria, sebbene ancora ad un

livello embrionale. Oltre ai depositi, infatti, le compagnie presero anche a concedere prestiti: tuttavia, i “mercanti-banchieri” prestavano

denaro – principalmente in cambio di agevolazioni commerciali, soprattutto ai sovrani –, che spesso non veniva restituito. Non rara era,

per questi proto-banchieri, la pratica del cambiavalute, nella quale si distinsero gli Astigiani (di Asti), che esercitavano la professione

persino in Francia e Inghilterra.

Lo sviluppo del mercato richiedeva ora un superamento del sistema monetario carolingio (basato precipuamente sul denaro argenteo):

monete di basso profilo potevano bastare per i traffici locali, ma non per quelli internazionali. Il volume degli scambi richiedeva l'uso

della monetazione aurea, di maggior valore, ma i tentativi di coniazione più ardui, come quelli di Venezia e Firenze, si limitarono

all'aumento dell'argento nelle monete (2,103 grammi per moneta, il grosso d'argento, a Venezia nel 1202): nei traffici continuavano

quindi ad essere utilizzate monete arabe o bizantine (che tuttavia iniziavano a risentire del deterioramento dei rispettivi imperi). Per una

prima coniazione aurea bisognerà aspettare il 1231, quando Federico II fece battere l'augustale, al quale seguirono le monete d'oro di

altre città (fiorini, genoini, ducati).

Tra l'XI e il XII secolo la categoria degli artigiani prese a lavorare, oltre che per i mercati locali, anche per quelli internazionali. A questo

proposito si può parlare di una prima “industria” manifatturiera, anche se aliena a grossi volumi di produzione (che caratterizzarono

invece la produzione nel ramo della cantieristica navale). Il settore di punta in questo campo fu quello tessile (soprattutto laniero, dato

che cotone e seta erano meno diffusi): nel XII secolo era già pienamente sviluppato nelle Fiandre, successivamente lo divenne anche

nell'Italia settentrionale (Lombardia e Toscana). La lavorazione della lana, di per sé dispendiosa in fatto di tempo, se per i piccoli volumi

poteva essere assorbita dalle aziende a conduzione familiare, per i grandi volumi richiesti dai nuovi mercati necessitava di

un'organizzazione diversa: per cui venne ideata la formula produttiva dell'“opificio decentrato”, costituito dall'assegnazione delle

diverse fasi lavorative della lana a più operatori decentrati (diversamente, cioè, dalle aziende moderne, in cui le fasi produttive sono

concentrate in un unico ambiente), collegati dai traffici assidui dei mercanti, i quali raccoglievano man mano il prodotto, nelle sue

diverse presentazioni, nei vari domicili, fino a portarlo completo sul mercato; in questo modo si poteva lavorare a ritmo continuo su un

solo tipo di prodotto, velocizzando i tempi di realizzazione e aumentando l'efficienza (difatti si tratta di un modello produttivo che sarà

adottato almeno fino alla prima rivoluzione industriale).

Altro settore prolifico fu quello della lavorazione dei metalli – la cui disponibilità era garantita dalla crescente attività estrattiva (miniere

erano presenti in Spagna, Germania, Svezia, Ungheria) – i quali erano destinati soprattutto alla produzione delle armi (rinomati gli

armaioli milanesi), che venivano distribuite sui mercati di maggior rilievo. Ad esso si aggiunse quello della produzione di carta, diffusa,

per mezzo degli Arabi, in Spagna ed Italia (qui a Fabriano, nei pressi di Ancona, nel 1320 lavoravano già ben 22 fabbricanti in una sola

cartiera), per poi estendersi, nei secoli successivi, ad altri centri europei. Settori minori erano quelli della lavorazione del marmo e del

vetro, dell'oreficeria, della produzione di ceramica, dei quali potevano vantarsi numerosi centri della penisola italiana, sebbene la

produzione non superasse i volumi consentiti alle altre attività artigianali che abbiamo incontrato.

Le innovazioni tecnologiche, dal canto loro, non si esaurivano in quelle sopracitate: infatti, fu di capitale importanza per la produzione

di carattere industriale l'introduzione di macchine azionate dall'energia idraulica: battitrici per tessuti (gualchiere per la follatura),

congegni per la lavorazione del ferro incandescente, per la concia delle pelli o la segatura del legno, apparecchi per la filatura, erano

queste alcune delle macchine che sfruttavano l'invenzione dell'albero a camme (che garantiva la trasformazione del moto circolare della

ruota idraulica in rettilineo alternato) e che permettevano la velocizzazione della produzione.

Ben presto le botteghe assunsero un ruolo rilevante all'interno della città: in esse un maestro, circondato da socii collaboratori, discipuli,

cioè apprendisti, e salariati, realizzava le proprie opere; questi ultimi avevano l'onore, accolti nella casa del maestro artigiano, di

apprendere da lui i segreti del mestiere, da spendere poi per conto proprio, qualora ne avessero la possibilità: ciò spiega il numero esiguo

di discipuli presenti presso la casa del maestro. Il bottegaio non di rado prendeva parte a associazioni politiche dette corporazioni di

Fu così, con la forza, che i Baresi, secondo la tradizione, sottrassero le reliquie di san Nicola alla città di Mira (in Turchia), per portarle

3

nelle loro terra. 43

arti e mestieri, che, se nei periodi precedenti avevano costituito comunque un'unità basilare del quadro cittadino, da questo momento in

poi diventarono dei fulcri attorno ai quali si organizzava l'attività politica delle città.

Le corporazioni avevano infatti l'obiettivo di tutelare i propri membri a tutti i livelli della vita comunitaria, erano dei veri e propri gruppi

di pressione, delle lobby: rifornivano le botteghe, regolavano i salari, fissavano i prezzi (costituendo oligopoli), controllavano qualità e

quantità dei prodotti, senza contare l'attività di mutua assistenza offerta ai partecipanti (esse avevano infatti spesso una propria cappella,

o addirittura un ospedale).

3. Le origini della borghesia

Primi segni di rinascita

Le città bassomedievali non ebbero né il ruolo delle grandi città antiche (romane e bizantine, ma anche islamiche) né quello che

cominciarono ad assumere nel corso dell'XI secolo. Si deve considerare infatti che l'urbanizzazione non ebbe un carattere omogeneo

nemmeno nell'età antica, tanto che i centri meno floridi si ridimensionarono parecchio, per scomparire persino in certi casi: già il caso

di Roma è emblematico, dal milione di abitanti posseduto in età imperiale si era ridotta ad accoglierne soltanto 20.000, lasciamo

immaginare cosa possa essere accaduto ai centri minori del resto d'Europa. Un ruolo di contenimento del fenomeno della ruralizzazione

fu svolto, come già accennato, dai vescovi, che mantenevano un punto di riferimento nella città, alla quale i contadini (che costituivano

larga parte della popolazione dei secoli centrali del Medioevo) dovevano recarsi per la somministrazione dei sacramenti, oltre che, come

si è detto, per procurarsi gli utensili non realizzabili di loro pugno. Le città avevano poi mutato decisamente la loro fisionomia nel corso

del tempo: dai conglomerati di città e campagna tipici dell'età antica, nei quali fondamentalmente era presente una sorta di osmosi tra i

vari attori del tessuto cittadino , si era passati all'avocazione da parte del centro cittadino, ora maggiormente chiuso (come si è potuto

4

apprendere in precedenza), della maggior parte delle attività di produzione e scambio (mentre quelle strettamente agrarie venivano

lasciate tendenzialmente fuori dalle mura e alle incombenze di coloni o contadini sfruttati).

Nell'Italia meridionale, meno esposta al pericolo barbarico – o del tutto aliena ad esso, in certi casi – si erano conservati costumi

maggiormente “imperiali” (Bisanzio aveva mantenuto la propria giurisdizione o, al massimo, questa era passata agli Arabi, da sempre

abili a conservare e sfruttare, piuttosto che a distruggere). Le città costiere (Napoli, Otranto, Taranto, Bari, poi Gaeta e Amalfi) avevano

infatti mantenuto un profilo alto e si erano riempite nel tempo di piccoli artigiani che avevano contribuito alla loro floridezza: le attività

si dimostravano in crescita in tutti i settori, sebbene in un primo momento l'assorbimento della produzione era stato garantito dal solo

mercato locale, data la scarsa attività di esportazione, che la prima “generazione” di mercanti non garantiva, occupandosi soltanto del

traffico locale. Tra questi “nuovi mercanti” emersero gli Amalfitani, che ben presto si trasformarono da semplici intermediari tra l'interno

della penisola e i mercati costieri gestiti dai Bizantini a gestori diretti dei traffici verso Costantinopoli, instaurando poi intense relazioni

commerciali con la Siria, l'Egitto, la Tunisia e la Sicilia araba. Ad essi si aggiunsero i Gaetani, che intrattenevano rapporti di scambio

regolari con i porti Egiziani e Palestinesi. Nonostante ciò, l'emergente figura del mercante non poté imporre sin da subito il suo

predominio nella maggior parte dei centri abitati, dato che (soprattutto nel meridione italiano, che conservava, come si è detto, una

fisionomia imperiale) restava solida l'ingerenza sociale e politica della vecchia aristocrazia fondiaria.

Alcune città costiere dell'Italia centro-settentrionale assunsero invece in questo momento un ruolo guida dal punto di vita economico e

politico, tra queste: Venezia, Genova e Pisa. La prima, il cui primo nucleo urbano risale al 452 – quando gli Unni di Attila conquistarono

Aquileia, Concordia e Altino e le popolazioni dei territori saccheggiati si rifugiarono nella zona lagunare (la costituzione formale del

centro abitato sarebbe avvenuta comunque soltanto durante l'età longobarda) – rimase a lungo sotto il controllo Bizantini, pur in una

certa autonomia. Nell'867, però, disponeva già di una flotta da guerra, con la quale arrestò i Saraceni in risalita attraverso l’Adriatico, e

che le permise per di più, nel giro di sue secoli, di acquisire quel ruolo di preminenza che le fu definitivamente assegnato dalla Bolla

d'oro emanata da Alessio Comneno nel 1082, con la quale i Veneziani ottennero la piena libertà di commercio nei territori bizantini.

Mentre Venezia monopolizzava il mar Adriatico, sul Tirreno andavano acquisendo forza le altre due città marinare: Genova e Pisa.

Queste, per realizzare il loro progetto, dovettero depurare il Tirreno dalla presenza dei pirati saraceni, che riuscirono a cacciare

congiuntamente nel 1015-1016 dalla Sardegna, per poi portare attacchi individuali alla Sicilia e alla Tunisia (i Genovesi) e alla Spagna

islamica meridionale (i Pisani), garantendosi fitti scambi con queste coste e prendendo il sopravvento sui mercanti amalfitani, gaetani e

baresi. La concorrenza tra le città tirreniche era comunque destinata a crescere: nel 1137 i Pisani attaccarono e saccheggiarono Amalfi,

per essere a loro volta colpiti dai Genovesi a Meloria, nel 1284, i quali si trovarono infine a doversi confrontare con i Veneziani.

Lo sviluppo cittadino

Se si ricorda quanto detto sul ruolo del vescovo nelle città – il quale, per il fatto stesso che fosse eletto a clero et populo, aveva nei

confronti della popolazione un certo riguardo, certamente ricambiato, anche perché rimaneva l’unico rappresentante dell'elemento

pubblico del centro urbano, ormai abbandonato dai vecchi funzionari –, si comprenderà allora quanto la sua figura sia stata fondamentale

nel mantenere unito il nucleo cittadino in un periodo di liquefazione e spopolamento della città. Nel momento in cui, tuttavia, la nobiltà

terriera tornò ad insediarsi nelle città, ormai divenute centri prolifici di scambi e luoghi indubbiamente attrattivi per le attività produttive,

il vescovo fu ben presto esautorato: i nuovi potenti, i mercanti, coscienti della propria forza e del proprio ruolo all’interno del complesso

mondo cittadino, giocavano ormai un ruolo tanto centrale da non poter permettere che il vescovo assumesse il controllo sulle “loro”

città (i mercanti di Cremona, già a metà del IX, si rifiutavano di versare al vescovo il tributo per l'attracco delle navi al porto sul Po, ma

erano cresciuti allo stesso modo centri come Pavia, capitale del regno d’Italia , Piacenza, Mantova, Asti, Firenze e, soprattutto, Milano).

5

E che si configuravano principalmente come centri di consumo, piuttosto che di produzione (che era affidata alle zone suburbane e

4

periferiche) e scambio.

Fu un centro vitale per il Medioevo: collocata sulla via francigena, sulla confluenza tra Ticino e Po, era uno snodo viario fondamentale

5

per raggiungere (i regni di) Francia e Germania attraverso i valichi alpini, nonché un vero e proprio magazzino per l’Italia settentrionale,

44

Se da un lato questo fenomeno fu in gran parte una caratteristica del territorio italiano (in cui le città, più che fondate, furono rivitalizzate

ed ampliate), dall'altro non dobbiamo escludere che fenomeni di “rinascita” vi fossero anche nelle città dell'Europa centro-settentrionale:

in queste zone infatti l'urbanizzazione antica non aveva avuto la stessa intensità che ebbe in Italia e si assistette quindi spesso alla

fondazione di nuove città in punti strategici. Dove l'eredità romana era di fatto più debole, o persino inesistente, si pensi alla Francia

settentrionale, alle Fiandre o alla Germania nord-orientale, il processo di urbanizzazione si era rivelato altrettanto fragile, e con esso

risultò labile anche il fenomeno dell’arrogazione vescovile (sebbene, come si è visto, non mancarono figure di vescovi-conti, che però

erano in numero decisamente minore rispetto ai presuli italici, per motivi da ricondurre sia alla rada presenza di grandi centri sia, e

soprattutto, alla mancanza di apparati pubblici di cui appropriarsi: difatti il fenomeno si sviluppò pienamente solo durante il dominio

degli Ottoni, e poco o per nulla in corrispondenza di quello carolingio). Ora, in questo momento di grande rivitalizzazione, venivano

più facilmente a fondarsi nuovi centri: o grazie all'interessamento di proprietari terrieri lungimiranti, che intendevano cogliere al balzo

le occasioni offerte dalla nuova forma di ricchezza, il commercio, o grazie ai commercianti stessi, che si dotavano di insediamenti

comuni “all'ombra” di castelli, cittadelle fortificate o grandi abbazie: questi presero il nome di borghi. Tali conglomerati presero

progressivamente ad essere frequentati da un numero sempre maggiore di “agenti economici” (altri mercanti, artigiani, venditori

ambulanti), che determinarono la loro crescita e permisero di inglobare il nucleo cittadino originario ai quali si erano appoggiati,

determinando la nascita di vere e proprie nuove città.

I centri di maggiore vitalità furono quelli dell'Italia centro-settentrionale – la regione europea con il più alto grado di urbanizzazione a

6

questa altezza storica – insieme a molte città delle Fiandre, accomunati dalla fioritura dell'industria tessile. In Germania andarono

sviluppandosi i centri di origine romana (Colonia, Coblenza, Magonza, Treviri, Strasburgo, Basilea ecc.), resi floridi dalla possibilità di

farne scali fluviali di prim'ordine o dalla comunque strategica posizione rispetto alle rotte principali, assieme a quelli di nuova

fondazione (principalmente in area centro-meridionale: Francoforte sul Meno, Norimberga, ecc., e in area settentrionale, oltre l'Elba:

Brema, Amburgo, Riga) . Al di fuori di queste regioni l'urbanizzazione fu di scarsa rilevanza, al di là di qualche eccezione (Copenaghen,

7

Stoccolma, Berlino, Praga, Cracovia, Kiev); in Inghilterra, ad esempio, l'unica città rilevante era Londra, che disponeva di un numero

di abitanti pari a quello di Pisa, Pavia o Roma, per il resto non vi furono che piccoli insediamenti con uno sviluppo molto lento. In

Occidente comunque, non vennero mai a formarsi megalopoli: nel Trecento città come Milano Firenze e Parigi non avevano più di

100.000 abitanti, che diminuivano fino ad un numero compreso tra 40.000 e 60.000 nelle città dell'Europa centro-settentrionale, tra cui

quelle di recente formazione, appena menzionate. Molte di più erano invece le città con popolazione che si aggirava attorno ai 30.000

abitanti e ancora più numerose quelle che andavano dai 15.000 ai 30.000, senza contare quelle tante piccole città, o meglio grandi borghi,

che non superavano le 10.000 unità.

La crescita lampante delle città principali fu dovuta in massima parte, oltre che alla pressione causata dal generale incremento

demografico, al popolamento derivato dalle grandi migrazioni di uomini dal contado, che si concentravano nelle zone urbane alla ricerca

di un impiego, garantito dalle opportunità imprenditoriali che offrivano le industrie cittadine, in particolare nel settore tessile. Molti,

invece, si rifugiavano in città nel tentativo di trovarvi la libertà: in Germania era diffuso un detto che recitava, Stadtluft macht frei, “l'aria

di città rende liberi”, questo perché, secondo l'ordinamento tedesco, chi fosse riuscito a permanere in città un anno e un giorno, senza

che alcuno avesse reclamato diritti sulla sua persona, avrebbe potuto vivere da libero. Comunque, al di là di questo principio, è chiaro

che la città esercitasse su molti questo tipo di attrattiva: in essa si poteva acquisire la libertà e l'indipendenza economica attraverso la

propria intraprendenza, d'altro canto per svolgere certe attività la piena disponibilità della propria persona diveniva una conditio sine

qua non. La popolazione cittadina era dunque ben consapevole, ed orgogliosa, della propria condizione, estremamente diversa da quella

dei popolani campagnoli, ancora soggetti alle ingerenze dei signori feudali o asserviti alle città stesse. I cittadini infatti, che spesso

venivano indicati come borghesi (specialmente oltralpe), organizzavano il loro lavoro in modo estremamente diverso da quello dei

contadini: essi erano quasi esclusivamente mercanti e artigiani, spesso con competenze ad alta specializzazione (sebbene tra loro

figurassero anche genti del contado).

La società europea andava configurandosi in modo diverso da quello che affiorava nell'immagine che essa dava di se stessa come

organismo tripartito, di chiara ascendenza platonica: oratores, bellatores e laboratores erano infatti i tre ordini sociali in cui il prelato

francese Adalberone di Laon (947ca.-1030) aveva diviso idealmente il tessuto politico della città, nei primi decenni dell’XI secolo, e

che tuttavia non corrispondeva più del tutto alla realtà. Dalla classe dei laboratores, quelli che avrebbero dovuto mantenere la società

con il loro lavoro (nell'immaginario i contadini dipendenti) , si erano distinti coloro che avevano fatto della loro occupazione un'impresa

8

a titolo personale; per altri versi, nemmeno la distinzione tra oratores e bellatores poteva dirsi tanto netta, dato che, come si è visto, le

figure tesero a confondersi lungo tutto l'Alto Medioevo: la tripartizione ideale, comunque, come sottolinea Vitolo, si configurava, «nella

sua rigidità, come strumento di difesa dell'ordine costituito», tanto più perché da parte delle classi più alte si andavano creando sospetti

(ed invidie) nei confronti della nuova classe emergente, che culminarono nelle condanne dell'usura da parte degli ecclesiastici (dato che

le attività bancarie erano gestite dai mercanti), le quale erano quindi tutt'altro che appelli alla parsimonia e all'umiltà.

D'altra parte è bene considerare che il rapporto tra città e campagna si mantenne abbastanza coerente, dato che tanto i contadini quanto

i liberi cittadini continuavano a recarsi nelle rispettive ed opposte “sedi”, vuoi per acquistare gli utensili dei bottegai (le sementi, o

quant'altro) gli uni, vuoi per controllare e rendere efficienti le loro tenute (l’efficienza può essere considerato a tutti gli effetti l’emblema

di questa classe in ascesa), acquisite per mezzo del denaro, gli altri: spesso, per i coloni, il passaggio dalla dipendenza dal signore a

quella dal borghese non significava affatto un mutamento positivo.

La città medievale, complice anche il suo isolamento murario, come l'ha definita lo storico R.S. Lopez, andava configurandosi

nell'immaginario collettivo come «uno stato d'animo», cioè un riferimento non solo materiale, ma anche psicologico (diciamo,

data l’assiduità dei contatti commerciali che vi si tenevano.

Si andava sviluppando il fenomeno del pellegrinaggio verso Roma dall'Europa centro-settentrionale, per il quale era interessata la via

6

francigena, che attraversava longitudinalmente l'Italia, facendo inevitabilmente fiorire le economie dei centri che vi si trovavano a ridosso.

Tali città diedero luogo, nel corso del Trecento, ad una lega commerciale (ma anche miliare) detta Lega anseatica (che prese il nome

7

dalle hanse, le compagnie di mercanti riuniti), volta a garantire l’oligopolio sui traffici delle zone di loro interesse.

Mentre gli oratores si interessavano dell'amministrazione e della preghiera e i bellatores della difesa delle chiese e del popolo.

8 45

grossomodo, che assunse specularmente, rispetto al mondo rurale, lo stesso ruolo ricoperto dal bosco e dal suo mistero: era un

contenitore di “miti”). Questo pathos potrebbe essere rappresentato con un simbolo eloquente: una croce racchiusa in un cerchio, stante

a simboleggiare l'incontro – l'incrocio – di persone, beni, strade, aspettative, all'interno di un ambiente chiuso al mondo esterno da una

cinta, efficacemente indicata dal cerchio.

Un elemento di comunanza posseduto dalle città europee medievali (dovuto, probabilmente, alla rete di rapporti tra esse allacciati e di

persone da esse visitate) era il forte spirito autonomistico che manifestarono. In Europa prese vita così in più zone un “movimento

comunale”, nelle Fiandre e in Francia ad esempio, grazie al quale i cittadini di alcune città riuscirono a rendersi indipendenti grazie ad

accordi intestini di cooperazione (coniurationes) nei confronti dei signori, cioè contro le loro pretese d'ingerenza: spesso l'esito delle

battaglie di queste formazioni era la formulazione di contratti, stipulati con i signori o i sovrani, che concedevano loro una certa

autonomia, a seconda della potenza contrattuale da loro posseduta, o, alle volte, a seconda della forza di cui disponevano i reparti armati

di cui riuscivano a dotarsi (non mancavano i casi in cui i Comuni, soprattutto i più estesi e virtuosi, acquisissero l'indipendenza grazie

ad ingenti esborsi di denaro). I borghesi, non in poche occasioni, si ribellarono alle pretese di sovrani, signori e vescovi, non

risparmiandosi di ucciderli, come avvenne a Laon, nel 1116, atto a cui seguì la concessione della carta di Comune da parte del re nel

1128. In altri casi gli stessi nobili, o i monarchi, propendevano per concessioni di franchigie ed autonomia ai borghesi cittadini, pur di

mantenere i propri funzionari nei centri urbani (ma, come si è detto, certi provvedimenti riparatori possono solo rallentare, non fermare

le grandi mutazioni storiche).

4. La riforma della Chiesa

Dissolutezza e propositi riformistici

Il groviglio nel quale era precipitata la società europea nel X secolo, contrassegnato dalla crisi delle istituzioni pubbliche (laiche ed

ecclesiastiche) e dall'emergere di poteri frazionati e contrapposti, senza disciplina, aveva generato un generale disordine. L'ordinamento

ecclesiastico, rispetto a quello civile, fu maggiormente colpito.

Ciò perché la nobiltà aveva mantenuto, pur nell'“anarchia” (da intendere in senso debole), la propria ingerenza sulla popolazione, e la

Chiesa si era ritrovata parimenti schiacciata da essa, dato che la crisi dell'Impero – che le conferiva, dopotutto, un compito

universalizzante – le aveva reciso quella vena “politica” che nei secoli precedenti le aveva conferito una certa stabilità. Ora i laici erano

in grado di nominare papi, vescovi, abati, e prelati in genere, tanto da coinvolgerli nelle loro grette lotte per la sopraffazione: gli

ecclesiastici, dal canto loro, data la propria provenienza, di tutto si occupavano fuorché della propria missione religiosa.

Si era infatti diffusa, soprattutto dopo la cesura storica costituita dal Capitolare di Quierzy (877: che aveva liberalizzato, sebbene non

formalmente, le cariche feudali), la pratica della simonia, ossia l'acquisizione di beni e facoltà spirituali per mezzo del denaro . D'altra

9

parte era sempre più frequente trovare chierici ammogliati o, più semplicemente, irrispettosi dei doveri del celibato – che, a dire il vero,

non era ancora espressamente sanzionato come disposizione richiesta al ministro ecclesiastico, tuttavia agli occhi della popolazione

questa “libertà” doveva sembrare eccessiva e perniciosa, o, semplicemente, accomunava fin troppo gli uomini di Chiesa ai laici, quali

essi erano, dopotutto – soprattutto nelle campagne (in particolar modo nell'Italia meridionale): questi, sebbene non potessero lasciare

nulla ai loro figli, che erano illegittimi, riuscivano comunque a trasmettere loro i propri honores (ma soprattutto i propri patrimoni),

concedendogli benefici vassallatici, che garantivano l'ulteriore sprofondamento della spirale viziosa a cui si era data origine.

La crisi del potere civile, comunque, non destò lo stesso risentimento che fu in grado di provocare, nell'immaginario collettivo, la

dissolutezza degli oratores: innanzitutto perché nel Medioevo, come si è mostrato più volte, non si fu mai in grado di far funzionare

appieno grandi organismi politici, quindi la società aveva ormai metabolizzato la propria impronta regionalistica, per altri versi, invece,

furono gli stessi principi feudali, ma soprattutto i fedeli, a non lasciar correre questa degenerazione. Se si aggiunge a tutto ciò che la

Chiesa stessa aveva tra le proprie fila figure intellettuali carismatiche ed intransigenti, si farà ben presto a comprendere con quanto zelo

e quanta apprensione vennero presto indicati i rimedi a tale sfacelo.

I primi segnali di rinnovamento giunsero già nel X secolo dall'ambiente monastico, dacché anche questo era ormai afflitto dalle continue

ingerenze dei laici (che infatti continuavano, imperterriti, a nominare ed orientare l’operato degli abati). I monasteri benedettini attivi

in precedenza, infatti, erano sì controllati dal loro abate, ma questi doveva rispondere alla potestà giurisdizionale del vescovo – che

spesso, come si è detto, era tutt’altro che probo –, per cui quest’ultimo si trovava ad avere in pugno l’abbazia.

L'esperienza monastica principale, in questo senso, fu quella del monastero di Cluny, fondato dal duca Guglielmo d'Aquitania e

dall'abate Bernone nel 909, in Borgogna. A Cluny si sperimentò per la prima volta l'indipendenza fattuale (cioè non pienamente formale)

di un “ordine religioso”, dato che prima di questo momento tanto i laici quanto i vescovi (che erano, poi, i laici stessi) avevano interferito

non poco nelle vicende delle abbazie, sfruttandone ogni tipo di risorsa. Ora, con la creazione di una rete di monasteri sotto la guida

dell'abate di Cluny, in relazione ad essi per mezzo di priori, i monaci riuscivano finalmente a sottrarsi almeno tendenzialmente ai

condizionamenti esterni, tanto più perché fu istituita in breve tempo l'immunità dall'ingerenza dei funzionari pubblici e stabilita la

dipendenza diretta dal Papato (in modo che il vescovo non potesse sindacare ulteriormente). I Cluniacensi si spinsero oltre qualsiasi

tentativo di riforma fino ad allora attuato: sottrassero totalmente loro stessi al lavoro manuale – che invece caratterizzava la vita dei

tanti monaci (principalmente benedettini) che popolavano i monasteri europei –, affidandolo a servi e coloni, potendo così dedicarsi alla

lettura e all'esegesi di passi biblici ed evangelici (cioè allo studio in genere, grande lacuna degli ecclesiastici del tempo), nonché a

solenni funzioni liturgiche (tra i Cluniacensi andò diffondendosi poi la pratica della distribuzione di cibo ai poveri, che gravava non

poco sulle casse dei loro monasteri). Una delle attività letterarie che fiorirono presso questi monaci fu l'agiografia, tramite la quale si

poteva offrire al mondo l'esempio delle tante vite sante che costellavano il panorama, perlopiù mitico, della Cristianità (Oddone, secondo

La denominazione è da far risalire alla figura di Simone Mago, il Samaritano che, secondo gli Atti degli Apostoli 8, 18-24, cercò di

9

comprare dagli apostoli Pietro e Giovanni il potere di conferire i doni dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani, ottenendo

comunque un esemplare rifiuto: «Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di

Dio. Non v'è parte né sorte alcuna per te in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pentiti dunque di questa tua iniquità

e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. Ti vedo infatti chiuso in fiele amaro e in lacci d'iniquità».

46

abate di Cluny, scrisse la Vita sancti Geraldi, in cui promuoveva, come modello di vita santa, persino quella di un laico, il conte Geraldo

d’Aurillac), ma il cui scopo principale era quello dell’edificazione morale degli ecclesiastici (rozzi ed ignoranti, in molti casi). Il

prestigio di Cluny crebbe rapidamente, tanto che molti si rivolgevano, anche con le loro donazioni, all'abbazia.

Come reazione alla crisi delle istituzioni ecclesiastiche si andò diffondendo anche l'eremitismo, da sempre espressione di una religiosità

svincolata dalla violenza dell'istituzione: più intima, più autentica, più evangelica. Anche Cluny, pur nei suoi intenti riformistici, aveva

assunto difatti, sin da subito, un assetto istituzionale, come è comprensibile: gli eremiti invece perseguivano altri ideali.

Tuttavia, anche attorno a questi ultimi si andarono creando delle comunità crescenti, per cui si giunse all'istituzione di “ordini religiosi”

eremitici, come quello dei Camaldolesi, fondato da Romualdo di Ravenna nel 1024, che prevedeva, per i meno tenaci, una serie di

piccole comunità monastiche, in cui il rigore era attenuato, dipendenti da quella centrale (l'eremo vero e proprio, situato a Camaldoli,

nell’Aretino). Un’esperienza simile fu quella di Giovanni Gualberto, che fondò nel 1037 la congregazione dei Vallombrosani (in Toscana,

a Vallombrosa). Entrambe le forme di vita, contrariamente a quella cluniacense, adottavano canoni benedettini.

Una figura centrale dell'XI secolo, in relazione ai movimenti di riforma, fu quella di Pier Damiani (1007-1072): egli fondò una serie di

eremi sull'Appennino (il principale fu quello di Fonte Avellana), portando avanti contemporaneamente una strenua lotta per la riforma

del clero e dei monaci, giungendo ad assumere infine il titolo di cardinale .

10

Un altro movimento monastico riformatore fu quello dei Certosini, fondato a Grenoble da Bruno di Colonia, alla fine dell'XI secolo,

dove sorse la Grande Chartreuse nel 1084, che faceva capo alle diverse certose sparse per il territorio. Nelle certose i monaci, in numero

esiguo, vivevano (e vivono ancora oggi) nella quasi completa solitudine all'interno delle loro piccole celle, incontrandosi soltanto in

corrispondenza delle occasioni di preghiera comunitaria.

A tutte queste esperienze si aggiunse, sul finire dell’XI secolo secolo, quella dei monaci Cistercensi, il cui ordine nacque a Citeaux (in

latino Cistercium (situato in Borgogna, più a nord rispetto a Cluny) – da cui Cistercensi, anche individuati come “monaci bianchi”, per

il colore dei loro abiti –, nel 1098, per volere di Roberto di Molesmes, monaco benedettino, dopo che diverse sue precedenti esperienze

monastiche (tra cui una tra i Cluniacensi) erano andate incontro agli esiti che prima o poi tutte storicamente hanno avuto, cioè

un'eccessiva istituzionalizzazione. Questi espresse quindi la volontà di ritornare alla stretta osservanza della regola di san Benedetto e

al lavoro manuale, ormai sempre più radi tra i Cluniacensi e tra gli ordini religiosi che seguivano Benedetto, propugnava perciò in modo

molto rigoroso la povertà evangelica e il ritorno alla sua semplicità . Essi si insediarono in territori aspri e paludosi, bonificandoli e

11

mettendoli a coltura; tra l'altro, contrariamente ai cluniacensi, rimasero sottomessi ai vescovi: quest'ultimi ne favorirono la diffusione

nelle loro diocesi (a metà del XII secolo si contavano già 350 “case” cistercensi, facenti capo al capitolo generale dell'ordine). La

struttura organizzativa dell'ordine prevedeva la presenza di singoli monasteri generalmente autonomi, riuniti annualmente nel capitolo

generale (nel quale si accoglievano disposizioni comuni ai diversi monasteri). Naturalmente, col passare del tempo e l'accrescersi del

loro prestigio, anche i Cistercensi finirono per dar corpo alla violenza istituzionale che aveva contrassegnato le altre esperienze

monastiche: lasciarono pian piano le incombenze del lavoro manuale per darsi a quelle di carattere gestionale ed amministrativo, fino a

giungere alla richiesta di immunità tanto biasimata in precedenza, e aspramente contestata a Cluny. La loro esperienza non fu però senza

seguito, da essi avrebbero preso spunto infatti nuovi ordini pauperistici, di cui ci occuperemo: gli ordini mendicanti.

Anche i secolari ebbero l'occasione di esprimere le loro esigenze riformistiche: stiamo parlando del movimento canonicale.

Precedentemente (in età carolingia, con Ludovico il Pio) erano stati istituiti i cosiddetti claustra canonicorum, cioè degli edifici

finalizzati ad accogliere il clero secolare per permettergli di fare vita comune: il progetto, però, era ben presto sfumato, e i beni destinati

al mantenimento delle comunità che si erano create furono divisi, come prebende, tra i chierici. Tra il X e l'XI secolo, però, vi fu

un'inversione di tendenza: presso le cattedrali, dove sorgevano ormai prestigiose scuole (tra gli “scolari” più celebri ricordiamo: Gerberto

d'Aurillac – poi Silvestro II – a Reims e Fulberto a Chartres), cominciarono a rifiorire, per volere di carismatici ecclesiastici, le

esperienze di vita comunitaria (volte soprattutto ad arginare il fenomeno del concubinato). I piccoli chiostri divennero in poco tempo

molto diffusi, dando origine ad un vero e proprio movimento di riforma: alcune comunità si dotarono di regole (tra cui quella di

sant'Agostino), a dispetto delle quali, però, non dobbiamo accostare quelle meramente canonicali alle esperienze propriamente regolari,

dato che, da un lato, la vita comune era allo stesso tempo un deterrente per le tentazioni e uno stimolo ad una più profonda conoscenza

del magistero e della missione sacerdotale, e, dall'altro, le canoniche regolari, a differenza delle comunità monastiche, erano popolate

da chierici (i fini, cioè, dei due tipi di comunità, erano completamente diversi).

Oltre ai movimenti di riforma propriamente detti, si levarono non di rado voci di contestazione (soprattutto contro gli episodi di simonia

diffusi tra il clero), come quella di Arialdo, un diacono varesino che – intorno agli anni ’50 dell’XI secolo – iniziò a predicare – insieme

a Landolfo Cotta e Anselmo da Baggio (poi papa Alessandro II) – contro la simonia e i chierici concubinari, esortando la popolazione

a rifiutare l'eucarestia da loro somministrata: rapida la reazione del vescovo di Milano, Guido da Velate (†1071), il quale era accusato

proprio di atti simoniaci, che stigmatizzò Arialdo e i suoi seguaci, dandogli il nome di “patarini” (forse intendendo «straccioni»), e gli

aizzò la popolazione contro: Erlembaldo, fratello di Landolfo Cotta, aveva ottenuto infatti da Alessandro II la scomunica per Guido da

Velate, e per ciò, quest’ultimo, nel 1066, aveva scatenato l’insurrezione. Arialdo morì nella sollevazione, ma Erlembaldo si salvò e prese

il timone del movimento patarinico. L’episcopato milanese era sotto l’egida imperiale, e, quando nel 1068 l'arcivescovo Guido rinunciò

alla carica, Enrico IV vi insediò il suo fedele Goffredo da Castiglione, che venne però respinto dalla popolazione: fu così che Erlembaldo

fece eleggere Attone, il quale, a sua volta, non poté insediarsi per l’opposizione dei filo-imperiali. Intanto Gregorio VII veniva eletto

papa (1073) e il movimento patarinico otteneva il suo sostegno, ma un tumulto della fazione imperiale avrebbe messo fine alla parabola

dei riformisti “popolari”: con un pretesto, Erlembaldo venne trucidato dai nemici e i patarini videro sfumare, assieme al loro unico

Il suo rigore spirituale è ben esemplificato dal De laude flagellorum, un opuscolo da lui inviato ai monaci di Montecassino per disto-

10

glierli dalla presunta persuasione demoniaca a non flagellarsi (cioè dalla tentazione demoniaca a preservarsi dalle dure penitenze corpo-

rali). Egli era inoltre un indomito accusatore della ricerca e dello studio, irrilevanti a suo avviso ai fini della salvezza, strumenti diabolici

che avrebbero distolto l'uomo dal suo vero fine, arricchendo il suo ego e allontanandolo da Dio, nonché permettendogli di mettere in

dubbio la sua onnipotentia absoluta.

Tra gli esponenti dei Cistercensi che manifestarono maggior rigore dottrinale e riformistico, perennemente in contrasto con il clero

11

secolare che popolava le università (a causa della dissolutezza dei costumi ivi praticati), ricordiamo Bernardo di Clairvaux (†1153) – che

incontreremo di nuovo in seguito –, strenuo difensore della vita monastica contro la dissolutezza mondana. 47

raccordo col Papato, la possibilità stessa di attuare i loro propositi riformistici.

In Toscana, invece, si fecero avanti i monaci vallombrosani, che con la loro predicazione diedero adito a molteplici movimenti popolari

che chiedevano ordine e disciplina tra i chierici. Si necessitava dunque di un coordinamento dei vari rami riformistici al fine di produrre

un effetto consistente, su scala “europea”.

L'Impero fu il primo ad accogliere questa esigenza: già dai tempi di Ottone I il potere politico aveva espresso la volontà di appaiarsi ad

un ceto ecclesiastico riformato ed efficiente, nonché moralmente sano. Enrico III, succeduto a Corrado II (primo imperatore della

dinastia salica ), nel 1039, continuò l'opera di indebolimento dei grandi feudatari avviata dal predecessore (si ricordi la Constitutio de

12

feudis), ma si impegnò anche nella moralizzazione dell'episcopato, ormai sempre più dissoluto e simile, anche materialmente, al grande

laicato. Per far ciò si appoggiò ai monaci riformatori (tra cui Pier Damiani), nemici giurati dei vescovi e particolarmente prossimi alle

esigenze espresse dalla popolazione. Rivolse poi l'attenzione al soglio pontificio, ormai completamente nelle mani dell'aristocrazia:

indisse così un concilio a Sutri (1046), nel quale, oltre a riformulare la condanna della simonia, vennero destituiti i tre pontefici che si

contendevano la supremazia ed eletto il suo protetto Enrico Suitger (il vescovo di Bamberga, suo confessore), col nome di Clemente

13

II (1046-1047), che incoronò subito Enrico imperatore. I riformatori non si accontentarono comunque dell'opera di Clemente, facendo

emergere sin da subito l'idea che per una riforma completa fosse necessaria la libertas Ecclesiae, cioè una Chiesa libera dall'influsso dei

laici (e quindi dell'Impero): uno dei pontefici, al secolo Brunone di Toul, sebbene fosse stato designato da Enrico, preferì essere eletto

regolarmente a clero et populo, prendendo poi il nome di Leone IX (1049-1054). Il nuovo pontefice riunì attorno a sé i maggiori

esponenti delle correnti riformistiche (tra cui Pier Damiani ), grazie ai quali poté ratificare, in diversi concili, la condanna del

14

concubinato e della simonia.

Si andò poi affermando l'idea del primato papale sulla missione universale della Chiesa romana nel panorama cristiano (a questa teoria

darà forte impulso Umberto di Silvacandida), che porterà di lì a breve al Grande Scisma, di cui si è detto precedentemente (fu infatti

proprio la sua intransigenza, di Umberto, una delle cause del mancato compromesso tra il Papato e la Chiesa d’Oriente nel 1054).

Enrico continuò comunque l'opera di bonifica e moralizzazione del clero, seppur incontrando dapprima le resistenze dei vescovi stessi,

poi l'ostilità crescente dei riformatori, che, come si è detto, propendevano per l'autonomia della Chiesa dall'Impero. La morte di Enrico,

nel 1056, e la mancanza di un successore carismatico (rimaneva il figlio Enrico IV che, troppo giovane, era sostituito ad interim dalla

madre Agnese) permise ai riformatori di acquisire la forza giusta per procedere sulla propria strada.

All'interno dei riformisti c'erano due schieramenti. Il primo, capeggiato da Umberto di Silvacandida, rigorista e indipendentista, voleva

sottrarre la Chiesa a qualsiasi ingerenza imperiale e destituire i prelati simoniaci (annullando anche i loro atti, come le ordinazioni

sacerdotali), il secondo, capeggiato da Pier Damiani, esprimeva un posizione “meno intransigente”: in primo luogo, i sacramenti

somministrati, secondo il monaco, erano validi ex opere operato, cioè al di là della rettitudine del prelato, in secondo luogo, annullare

le ordinazioni avrebbe causato più uno sconvolgimento che un effettivo riordino del clero; inoltre i rapporti con il potere civile, seppur

in dovere di essere riconsiderati, non potevano essere caratterizzati da una netta cesura.

Il Papato, approfittando della debolezza imperiale (minorità Enrico IV), si rafforzava intanto politicamente: Niccolò II (1058-1061)

venne a patti (a Melfi, nel 1059) con il capo dei Normanni, Roberto il Guiscardo, assegnandogli il titolo di vassallo e duca di Puglia e

Calabria (la forza normanna non sembrava poter essere contrastata, già Leone IX aveva tentato di muovere contro di essi nel 1053, a

capo di un esercito, rimanendo sconfitto a Civitate), mentre, riguardo all'organizzazione della Chiesa, in un concilio al Laterano (sempre

nel 1059), fu stabilito definitivamente che l'appannaggio dell'elezione papale fosse ristretto ai soli cardinali vescovi (il popolo e il clero

minore ne rimanevano ora esclusi ), ribadito il dovere al celibato (chi vi avesse contravvenuto si sarebbe macchiato di nicolaismo) per

15

il clero secolare superiore (presbiteri, diaconi e suddiaconi, grado maggiore del clero minore) – che venne equiparato quindi a quello

regolare –, ma non di quello minore (ostiari, lettori e accoliti), e proibite le donazioni di chiese da parte dei laici. In alcuni concili

successivi (tra il 1060-1061) fu condannata definitivamente la simonia e destituiti i vescovi che se ne erano macchiati, secondo i piani

di Umberto: ciononostante non tutti i loro atti vennero dichiarati invalidi.

Enrico IV era intanto uscito dallo stato di minorità davanti a sé il politico subito un Impero a causa dell'operato dei riformatori romani,

che gli avevano sottratto qualsiasi tipo di controllo su vescovi ed abati. Al soglio pontificio, nel frattempo, era asceso il monaco

riformatore Ildebrando di Soana, col nome di Gregorio VII (1073-1085), il quale andava rafforzando anche ideologicamente il potere

del Papato, propugnando l'identificazione dell'«assoluta obbedienza a Dio con quella dovuta a lui in quanto papa, cioè successore

dell'apostolo Pietro» (R. Blumenthal), oltre alla mai sopita istanza della libertas Ecclesiae. Ben presto, però, gli intenti dei riformatori

La dinastia resse il trono del Sacro Romano Impero dal 1024 al 1125: i suoi esponenti furono Corrado II, Enrico III, Enrico IV ed

12

Enrico V, nomi che ricompariranno nella nostra trattazione in relazione alla “Lotta per le investiture”

Benedetto IX e Gregorio VI per i Tuscolani e Silvestro III per i Crescenzi. Gregorio VI avrebbe confessato durante il concilio di aver

13

letteralmente acquistato il pontificato da Benedetto IX (eletto per ben tre volte papa tra gli anni ’30 e ’40 dell’XI secolo): entrambi furono

quindi destituiti per simonia (Gregorio “abdicò” spontaneamente). Silvestro III, in precedenza vescovo di Sabina, sarebbe stato invece

costretto ad autoproclamarsi papa per volere dei Crescenzi, che erano in lotta coi Tuscolani, e per questo motivo fu dichiarato senza

riserve un antipapa, privato della dignità ecclesiastica ed esiliato. Sfruttando la morte improvvisa di Clemente, l’anno successivo, e la

lontananza di Enrico, Benedetto IX fu in grado persino di tornare sul soglio quasi per altri due anni.

Tra gli altri: l'abate Ugo di Cluny, il monaco Umberto di Moyenmoutier (nominato cardinale di Silvacandida), Federico di Lorena

14

(abate di Montecassino e poi papa Stefano IX), Anselmo da Baggio (uno dei primi fautori del movimento patarinico milanese, poi

vescovo di Lucca e, ancora, papa col nome di Alessandro II) e Ildebrando di Soana (che sarà Gregorio VII), nonché altri.

In realtà la disposizione aveva avuto un precedente: nel 768, l'anno dopo la morte di papa Paolo I, la cui carica era stata nel frattempo

15

usurpata dall'antipapa aristocratico romano Costantino (e Roma militarizzata dagli armati della sua famiglia), era stato eletto regolar-

mente Stefano III (dopo la cacciata di Costantino per mezzo dell'intervento delle forze longobarde di Desiderio). Costui convocò nel 769

un concilio in Laterano, nel quale, oltre a processare Costantino, si procedette a riformulare i meccanismi di elezione del pontefice: il

papa sarebbe stato eletto, da quel momento in poi, soltanto da parte del clero (e non più anche dal popolo, cioè dall'aristocrazia romana)

e solamente tra i diaconi e i presbiteri cardinali. Nel 962, però, Ottone scese in Italia per essere incoronato e impose il noto Privilegium,

per cui il Papato si trovò di nuovo nelle mani del potere laico, da ciò si comprendere la necessità di Niccolò II di rinnovare l'assetto

determinato nel 769.

48

furono discordi e una parte di questi si schierò con l'imperatore (al quale si rivolgevano anche i vescovi recalcitranti di fronte al rigore

della riforma), non condividendo il riduzionismo di Gregorio VII: questi, nel 1075, aveva infatti prodotto un documento noto come

Dictatus papae – una raccolta di ventisette proposizioni, che suonano come veri e propri “assiomi” di una visione del mondo – nel quale

assegnava al pontefice (cioè in primis a se stesso), tra i tanti altri poteri, anche la facoltà giurisdizionale in ambito temporale, riservandosi

così persino la capacità di deporre l'imperatore . Il testo, è bene dirlo, non era destinato alla pubblicazione, faceva però parte

16

dell’epistolario del pontefice (alcuni avanzano riserve anche su ciò), si prometteva, cioè, nella sua essenzialità, di stilare una sorta di

programma riformistico, il che tuttavia ci informa, al meno, dell’immagine che il Papato offriva di sé nella seconda metà dell’XI secolo.

La Lotta per le investiture

Da tutto ciò nacque un lungo scontro, passata alla storia come «Lotta per le investiture» , armato ed intellettuale, nel quale ai colpi di

17

spada si alternavano quelli diffamatori nei confronti della fazione avversa, sempre presentata come incarnazione del male

Intorno al 1074 Gregorio VII vietò ai laici di concedere l'investitura di vescovati ed abbazie e ai vescovi di consacrare chi fosse stato

investito dai laici: nel caso in cui tali norme fossero state violate sarebbero intercorse, rispettivamente, la scomunica e la deposizione.

Enrico IV, dal canto suo, convocò una dieta a Worms nel 1076, un'assemblea di laici ed ecclesiastici, grazie alla quale ottenne la

scomunica e la deposizione del pontefice, alla quale rispose il papa con un provvedimento simile e contrario.

L'aristocrazia tedesca, già contraria ad Enrico, approfittò della scomunica per insorgere, costringendo il sovrano a sottoporsi al giudizio

del papa e convocando una dieta ad Augusta per il 1077. Gregorio VII, messosi in marcia per la città tedesca, si fermò a Canossa, in

Emilia Romagna, non volendo attraversare la Lombardia senza la scorta promessa dai principi tedeschi (temendo ritorsioni da parte

dell'episcopato locale, fedele ad Enrico). Enrico, dal canto suo, non volendo essere umiliato pubblicamente, si recò di soppiatto a

Canossa per ottenere il perdono del pontefice, che ottenne soltanto dopo una penitenza durata tre giorni, scalzo tra la neve (si ricorda

l'episodio come “l'umiliazione di Canossa”): la richiesta di perdono non aveva nulla a che fare con un pentimento, era infatti soltanto

un'abile mossa politica volta a salvare la corona. Infatti nel 1080 Enrico, superata nuovamente l'opposizione dei principi, si volse ancora

una volta contro il papa, che gli rinnovò la scomunica. L'imperatore indisse quindi due concili, che si tennero a Magonza e a Bressanone,

nel primo fece deporre Gregorio VII, nel secondo eleggere papa (poi di fatto antipapa) l'arcivescovo Guiberto di Ravenna, col nome di

Clemente III. Approfittando degli impegni militari del Guiscardo, alleato del Papato, scese in Italia giungendo a Roma nel 1081,

facendola capitolare dopo un lungo assedio durato tre anni e insediando Clemente III (1080-1100), che lo incoronò imperatore. Lasciò

poi l'Italia a causa dell'imminente arrivo del Guiscardo, il quale saccheggiò Roma e trasse via Gregorio VII dal suo barricamento a

Castel Sant'Angelo, portandolo a Salerno, dove morì nel 1085.

Il Rubicone era stato varcato: Papato e Impero si erano definitivamente contrapposti, il secondo non poteva più contare sulla sua

funzione di “difesa della Cristianità”, il primo non poteva più contare sull'appoggio del braccio secolare.

Dopo la breve parentesi (1086-1087) di Vittore III (in origine Desiderio, abate di Montecassino), osteggiato dall'antipapa Clemente III,

salì sul trono pontificio il monaco e abate cluniacense Oddone col nome di Urbano II (1088-1099). Egli, diversamente da Gregorio VII,

che pure l'aveva designato tra i possibili suoi successori, cercò l'appoggio dell'episcopato, limitando – nonostante il suo passato

monastico – i privilegi dei monasteri e promuovendo le canoniche regolari: in questo modo si garantì l'appoggio di molti vescovi

lombardi e tedeschi, che erano ancora dalla parte dell'imperatore. La sua attività nei confronti dei vescovati fu intensa anche nell'Italia

meridionale, dove dovevano essere ridimensionate tanto le pretese dei signori normanni (che continuavano a concedere investiture,

nonostante i vari concili ne avessero vietato la possibilità) quanto quelle della Chiesa greca, che ancora aveva seguito per via della

storica presenza bizantina. Sistemata la situazione meridionale (di cui avremo ancora occasione di parlare), si volse all'Italia centro-

settentrionale e alla Francia, dove ormai aveva raccolto molti consensi tra i vescovi, tanto che non poté che constatarlo nei due concili

da lui indetti (nel 1095), uno a Piacenza e l'altro a Clermont-Ferrand, nei quali esortò i suoi “seguaci” a perseguire l'opera anti-imperiale.

In generale, il Papato aveva ormai acquisito un potere ed un consenso senza pari nella sua storia istituzionale, tanto che, nel concilio

successivo di Clermont-Ferrand, Urbano II poté permettersi di esortare i presenti ad un “pellegrinaggio” in Terra santa come mezzo di

purificazione dei peccati e come occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale, minacciata dagli infedeli: forse un malcelato ed

embrionale appello alla crociata.

Dopo Urbano II toccò a Pasquale II (1099-1118) sedere sul soglio petrino: questi perseguì un “politica” nuovamente rigorista,

rinnovando il divieto all'investitura ai laici (concilio in Laterano, 1102), mentre il uso entourage propugnava un principio rivoluzionario:

vescovi ed abati avrebbero dovuto rinunciare definitivamente ai beni e soprattutto ai poteri ricevuti dall'imperatore (o dai suoi

intermediari, si intende), in modo da annullare qualsiasi giustificazione di intervento da parte del potere civile nell'investitura, una

Destano stupore e danno da pensare la sicurezza di sé (della sua figura) e la tracotanza ostentate da Gregorio VII, quando si legge tra

16

le tante disposizioni del Dictatus «che solo al Papa tutti i principi debbano baciare i piedi» (proposizione IX). Fa una certa impressione,

insomma, leggere affermazioni di tale portata se solo si pensa che la Chiesa da lui guidata soltanto pochi decenni prima era del tutto in

balia dell'aristocrazia romana ed era ancora scossa da correnti riformistiche e contestatorie.

Per “investitura” si intende l'atto di conferimento di una dignità ecclesiastica, di un possesso materiale o di una carica pubblica, spesso

17

in sincronia. Il baricentro ideale dei rapporti tra le grandi istituzioni, nei secoli che abbiamo finora descritto, si era spostato inequivoca-

bilmente verso la compagine politica (imperiale, regale o semplicemente laica), la quale, sfruttando la decentralizzazione ecclesiastica

si era appropriata della funzione di conferimento delle cariche religiose (investiture), alle quali spesso era appaiato l'incarico politico: la

Chiesa, dal canto suo, era scaduta di prestigio, come si è più volte mostrato, e ridotta al rango di una forza in cui si facevano valere agenti

di potere locale, per cui ebbe, il più delle volte, a subire a tutti i suoi livelli l’iniziativa dei vari attori politici (già a partire dall'esperienza

carolingia, ma in particolar modo con l'ascesa degli Ottoni). Ora, sulla scia della rivalutazione della Chiesa in concomitanza della perdita

di solidità dell'Impero (a causa della frantumazione del potere di quest'ultimo), le istanze “politiche” della prima – come appunto le

rivendicazioni sulle investiture – potevano essere avanzate con maggior efficacia (si pensi ai toni del Dictatus papae). Quella di Gregorio

VII fu, per riprendere le parole di Harold Berman, una «rivoluzione papale», tale da privare e depauperare definitivamente il potere

politico della sua sacralità intrinseca, quella stessa sacralità che permaneva nella compagine orientale imperiale e che aveva permesso

all'imperatore di farsi garante dell'ortodossia religiosa. Con questo cambio di prospettiva si apriva una tensione a livello istituzionale di

caratura plurisecolare, destinata a sfociare nella frattura più netta, avocata poi dai tempi moderni, tra Stato e Chiesa. 49

proposta che teneva assieme i propositi riformistici e le necessità politiche della Chiesa riformata. Il nuovo imperatore, Enrico V (1111-

1125), e il papa giunsero persino ad un accordo (in tal senso), a Sutri, nel 1111, che scatenò l'opposizione sia tra i prelati che tra i membri

del seguito imperiale: il potere civile e quello religioso si erano tanto intrecciati nel tempo da sembrare ormai indissolubili, a dispetto

dei grandi movimenti ideologici e politici che andavano sviluppandosi nei tempi che consideriamo.

Nel giro di poco tempo difatti l'accordo fu disatteso, Pasquale II sconfessato e costretto dall'imperatore ad incoronarlo e a concedergli

il diritto di nomina ed investitura dei vescovi, non soltanto dal punto di vista civile, e quindi pubblico, ma in senso pienamente spirituale:

l'imperatore poteva assegnare infatti persino anello e pastorale. La Chiesa francese non sembrò volersi allineare alle disposizioni di

Sutri – che infatti, instabili, erano state subito trascurate –, né tantomeno all’evoluzione immediatamente successiva, e si dimostrò una

forza motrice efficace della situazione: nel 1112 fu riunito un concilio a Vienne, presieduto dall’arcivescovo Guido di Borgogna

(importante sottolinearlo, dato che diverrà poi papa Callisto II), che condannò l’investitura di cariche ecclesiastiche per mani laiche

(tacciando l’atto del conferimento persino di eresia) e scomunicò l’imperatore Enrico V, minacciando il pontefice Pasquale II di rifiutare

d’obbedirgli se non avesse concesso la sua ratifica. Lo stesso anno un concilio lateranense revocò la concessione estorta a Sutri e pochi

anni più tardi, nel 1116, Enrico V fu scomunicato ufficialmente dalla Chiesa romana.

Intanto la stanchezza, anche psicologica, per la situazione di conflitto, fece emergere la necessità di giungere ad un compromesso, che

arrivò il 23 settembre del 1122, con la stipula del famoso Concordato di Worms (proprio laddove la disputa aveva preso inizio), siglato

da Enrico V e Callisto II (lo stesso che l’aveva scomunicato dieci anni prima). Il compromesso comminava la non ingerenza del potere

politico nell'elezione di abati e vescovi (che sarebbe spettata rispettivamente alle comunità dei monaci e al clero diocesano): l'imperatore

avrebbe soltanto potuto concedere poteri temporali (l’investitura), con modalità e tempi che variavano a seconda della collocazione in

un regno piuttosto che in un altro (in Germania l'investitura poteva essere diretta, a prescindere dalla consacrazione ecclesiastica, in

Italia e Francia dovevano invece intercorrere sei mesi dalla stessa, in modo che il potere imperiale giungesse soltanto a conti fatti, e non

potesse cioè fare pressioni di qualche tipo sul conferimento della carica, come avveniva invece in Germania). Sebbene de facto i rapporti

di forza politici continuavano ad interessare le assemblee eleggenti – per cui queste, in particolar modo in Germania, si orientavano

spesso verso candidati filoimperiali – formalmente all'imperatore era stata sottratta buona parte del potere di sindacato, dato che, tra

l'altro, il tutto era presentato come una concessione del Papato all'imperatore, e non come sua prerogativa fondante.

Ad ogni modo, l'elezione dei vescovi continuò ad essere un evento complicato e polimorfo: era impensabile chiudere per sempre la

questione tramite un semplice concordato, per questo i delegati negoziatori di entrambe le fazioni, come sottolinea Vitolo, «giocarono

consapevolmente all'equivoco».

Il teorico primato papale espresso da Gregorio VII ebbe ratifica formale ed effettiva al Concilio lateranense del 1123 (Laterano I),

considerato come concilio ecumenico dalla sola Chiesa cattolica, destino che era toccato l’ultima volta al concilio di Costantinopoli (IV)

dell’869, non riconosciuto dalla Chiesa d’Oriente: in esso si affermava principalmente la collocazione del papa alla guida delle

Cristianità, soprattutto in senso “politico”. Oltre alla consueta condanna del concubinato e della simonia, nonché alla riaffermazione di

indipendenza degli enti ecclesiastici, il concilio stabilì anche la supremazia della curia romana sui crescenti poteri dei vescovi, un

principio che si evolverà fino al punto in cui tutte le nomine vescovili saranno decise a Roma, tanto più perché i vescovi ormai tendevano

sempre più a trovare appoggio nella curia romana, la cui potenza non accennava a diminuire.

Nella curia romana si svilupparono, di questo passo, al fine di normalizzare i crescenti contenziosi locali (per la cui soluzione si ricorreva

al superiore giudizio del pontefice), apparati di cancelleria e organi di gestione finanziaria (la Camera Apostolica – tutt'oggi esistente,

sebbene ormai priva di fini pratici – aveva questo compito), che si preoccupavano dell'amministrazione delle crescenti tasse che la

Chiesa romana aveva la prerogativa di imporre (sui ricorsi alla curia ad esempio, sempre più frequenti, come s’è detto); tra le entrate

dei bilanci romani si ricordano, per questo periodo: le rendite del patrimonio fondiario laziale, il censo degli stati vassalli (Sicilia,

Aragona e Portogallo), l'obolo di san Pietro (dovuto dai sovrani incoronati dal papa), il censo dei monasteri dipendenti da Roma e le

offerte dei vescovi in visita al papa (ad limina apostolorum) .

18

Si sviluppò anche l'istituto della “legazione”, tramite la quale il pontefice inviava legati, cioè suoi rappresentati dotati di pieno potere,

nelle regioni periferiche o presso sovrani e capi ecclesiastici, col fine di risolvere i contenziosi che si andavano determinando. Col tempo

i legati presero ad essere permanenti (a volte erano i vescovi stessi ad essere così incaricati), lasciando la prima forma occasionale.

Questi, di solito vescovi o cardinali, avevano potere di presiedere ai concili o di destituire vescovi ed altri prelati, non mancarono di

divenire veri e propri governatori, come in Sicilia, che, come abbiam detto, in qualità di “stato” vassallo era sotto la giurisdizione

pontificia. La Chiesa riuscì ad acquisire in questo modo un assetto monarchico e centralistico, assumendo spesso anche il controllo

politico (diretto o indiretto) su alcune regioni (un modello che ispirerà gli stati nazionali moderni). Tra il XII e il XIII secolo si andava

dunque configurando una piena supremazia papale, che gli storici indicano come ierocrazia (un'inversione di tendenza rispetto agli

sviluppi dei secoli precedenti, nei quali il potere politico si era imposto almeno tendenzialmente su quello ecclesiastico).

Tali evoluzioni, comunque, oltre a suscitare fermenti nella componente laica europea, non mancarono di destare sospetti nella stessa

comunità cristiana: Bernardo di Clairvaux espresse chiaramente il timore che il papa divenisse successore di Costantino, e non di Pietro.

Ci pare giusto sottolineare, a questo punto, che la nuova struttura centralistica della Chiesa romana, di per sé, poteva risultare priva di

basi adatte a sorreggere il compito universalistico che si era assegnata: doveva dotarsi di un apparato giuridico che permettesse e,

soprattutto, giustificasse l'intervento del pontefice, o della curia in genere, nelle questioni per le quali tali istituzioni erano chiamate in

causa (come si sa, tutto ciò, sino a questo momento storico, era stato prerogativa dell'Impero).

A rimediare alla mancanza di un corpo giuridico omogeneo giunse verso il 1140 l'opera di Graziano, un monaco camaldolese, che

raccolse circa 4000 brani (testi vetero e neotestamentari, canoni ecclesiastici, decretali papali, frammenti di diritto romano), cercando

di coordinarli per inserirli in una trattazione sistematica e coerente (e soprattutto in linea con il Vangelo e gli scritti dei Padri della

Chiesa), alla luce dell'ormai invalso criticismo giuridico praticato negli ambienti universitari bolognesi (in tal modo, arrivò a parificare

Il documento che attestava l'ammontare di questo già grande patrimonio prendeva il nome di Liber Censuum, redatto dal cardinale

18

camerlengo Cencio (dal germanico kamerling, che significa "addetto alla camera del sovrano", cioè alla gestione delle finanze), che

diventerà poi papa Onorio III (l'identificazione non è tuttavia del tutto certa), nel quale sono rendicontate le entrate finanziarie dalle

rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, relative al periodo che va dal 492 al 1192.

Ad esso venne allegato, ovviamente, il testo del Constitutum Costantini.

50

le decretali pontificie ai canoni conciliari). Lo stesso titolo, Concordia discordantium canonum, tradisce chiaramente la ricerca di una

consonanza tra temi complessi, di un'armonia dall'aura divina, o meglio, come ricorda Stephan Kuttner – nel suo ciclo di lezioni intitolato

Harmony from dissonance – di un'“armonia dalla dissonanza”. Naturalmente il lavoro non fu per nulla semplice, i brani infatti erano

pieni di contraddizioni, per questo egli pensò di applicare dei criteri di discernimento: innanzitutto mostrò che alcune contraddizioni

erano solo apparenti, ma non sostanziali (ratione significationis), poi, in caso di contraddizioni lampanti, applicò la ratione temporis,

in modo che la norma più recente apparisse più giusta, la ratione loci, in modo che la legge locale derogasse quella generale e, in casi

di estremamente intricati, la ratione dispensationis, che ratificava, per ogni legge, l'esistenza di eccezioni irrefutabili ma non deroganti.

L'opera del monaco ebbe un gran successo (soprattutto presso le università), sebbene non potesse appellarsi all'ufficialità, e costituì la

base d'appoggio per tutte quelle elaborazioni giuridiche successive, che sarebbero intercorse ormai sotto il patrocinio del Papato e che

permisero di dar forma, nel giro di un secolo, al Corpus iuris canonici (parallelo al Corpus iuris civilis di Giustiniano) .

19

5. Rinascita culturale

In che senso parlare nuovamente di rinascita culturale? Le passate esperienze, carolingia e ottoniana, non furono forse anch'esse delle

consistenti rinascite culturali, come le si suole definire? In verità i casi che abbiamo citato non hanno costituito, nella storia europea,

una cesura tanto netta quanto quella che interessò l'Europa a partire dall'XI secolo.

I carolingi, dal canto loro, promossero la ripresa della cultura antica al fine di ri-formare il clero ormai dissoluto e lascivo, di ridargli

dignità spirituale e competenza politico-amministrativa, come punto d'appoggio per un Impero tanto grande quanto difficile da tenere

unito, come si è visto. Con la crisi dell'Impero carolingio, il sapere rimase custodito nelle numerose abbazie che costellavano il territorio,

situate soprattutto in Francia e Italia (Fulda, Tours, S. Gallo, Fleury, Montecassino, ecc.), nonché nelle scuole cattedrali (Reims, Auxerre,

Chartres), sebbene tra le mille difficoltà dovute alle devastazioni dei “nuovi barbari” (Ungari, Normanni e Saraceni).

L'apporto dell'Impero ottoniano fu invece più ridotto: si configurò, più che altro, come una “ripresa” del progetto carolingio, un tentativo

che portava però con sé i drammi della dissoluzione che si era frapposta tra i due momenti storici: la corte tedesca non si rivelò un centro

floridissimo per la cultura, gli intellettuali infatti si orientavano ormai verso i capitoli e le cattedrali della Francia, presso la quale si era

concentrata anche l’azione riformistica (si ricordino le esperienze di Cluny e Citeaux).

Verso la metà dell'XI secolo, però, nel meridione italiano si erano creati legami sempre più stretti con il mondo greco ed arabo, stimolati

dai frequenti scambi commerciali tra le sponde del mediterraneo: sebbene già nel X secolo Gerberto d'Aurillac avesse fatto fiorire in

Francia, grazie ai suoi viaggi in Spagna, lo studio della medicina greco-araba, il meridione italiano fu l’effettivo terreno privilegiato

della diffusione del sapere orientale. Salerno, in particolare, divenne il centro principale di irradiazione di tale cultura: qui venivano

studiate le arti mediche, affinate nell'antichità dalle esperienze di Ippocrate e Galeno, soprattutto ad Alessandria d'Egitto, e ora tràdite e

rielaborate nella nascente e celebre Scuola Medica Salernitana . Importante figura di medico fu quella del cartaginese Costantino

20

l'Africano, che soggiornò per poco nella città campana, per poi spostarsi e monacarsi a Montecassino, dove tradusse anche diversi testi

dall'arabo (prima di trovarsi a Salerno aveva viaggiato tra India, Iraq ed Etiopia, apprendendo la cultura e il sapere arabo, nonché la

lingua); alla grandezza di questo personaggio bisogna accostare quella di Alfano, prima monaco e abate di Montecassino poi arcivescovo

di Salerno, che contribuì parimenti alla diffusione del sapere medico e filosofico (era peraltro conoscente ed amico di Costantino). “Dal

mare” arrivavano – provenienti dai porti arabi e bizantini – le opere di Aristotele, di Avicenna e Averroè, nonché di altri pensatori minori

antichi, i cui testi del tutto sconosciuti all'Occidente latino, che a stento conservava nei propri monasteri le opere della latinità classica

e qualche frammento della logica aristotelica e dell'opera platonica, e che ora venivano tradotti (assieme ai raffinati commenti,

principalmente di Avicenna e Averroè) dal greco e dall'arabo.

Nel Settentrione fiorivano invece gli studi giuridici, soprattutto a Bologna, sede della prima università europea, nella quale si studiava

a fondo il Corpus iuris civilis di Giustiniano, ormai una pietra miliare del diritto occidentale (fu l’imperatore Federico Barbarossa, nel

1155, a concedere agli studenti bolognesi alcuni privilegi, con la costituzione Habita). Ma il vero e proprio fulcro della rinascita culturale

fu indubbiamente la Francia, per la portata e l'omogeneità della diffusione dello studio che vi si sperimentarono. Al centro delle ricerche

vi erano: le arti liberali del Trivio e del Quadrivio (grammatica, retorica, dialettica e aritmetica, geometria, musica e astronomia), la

filosofia e la teologia. Personalità del calibro di Gerbert d'Aurillac, Abbone di Fleury, Fulberto di Chartres e Berengario di Tours si

presentavano sulla scena culturale europea come degli uomini avidi di conoscenza e pronti ad accettare le sfide di una razionalità che

ora poteva contare sull'appoggio di nuovi saperi provenienti, come si è detto, dal mondo extra-europeo.

L'apogeo di questo movimento di rinascita si ebbe sicuramente a partire dal XII secolo: centri come Montecassino in Italia e Bec in

Francia (dove si si fermarono grandi personalità del panorama culturale europeo, come Lanfranco e Anselmo d'Aosta) avevano permesso

la preservazione e lo sviluppo della cultura nei secoli precedenti, e ora alcuni dei centri monastici in cui fiorivano i nuovi ordini religiosi

Lo stesso argomento è trattato, in modo più approfondito, nell'Appendice critica collocata alla fine della nostra presentazione.

19 Essa può essere considerata la più antica e celebre istituzione medica del mondo occidentale, è stata la manifestazione culturale e

20

“scientifica” più rilevante dell’intero Medioevo: un ponte tra la medicina antica greco-romana e quella moderna. Nata, secondo la tradi-

zione, dall'incontro di quattro maestri medici: un arabo, un ebreo, un greco ed un salernitano (probabilmente ad indicare le provenienze

dei saperi che ivi si fondevano e valorizzavano sincreticamente). I riferimenti teorici della scuola erano quelli della tradizione ippocra-

tico-galenica, che si rifaceva alla teoria dei quattro umori (sangue, nel cuore, flegma, nella testa, bile gialla, nel fegato e bile nera, nella

milza), integrati da elementi di fitoterapia ed embrionale farmacologia (a Salerno si redassero i primi grandi trattati di botanica, con

classificazioni terapeutiche basate sulla dottrina tetradica degli elementi naturali: aria (corrispondente al sangue), acqua (flegma), terra

(bile nera) e fuoco (bile gialla), di antichissima estrazione; il medico Matteo Silvatico – vissuto tra il XIII e il XIV secolo – fu il primo

a realizzare un orto botanico a scopi didattico-sanitari). Tuttavia la sapienza salernitana non si riduceva alla sola teoresi, l'esperienza dei

medici maturava nella quotidiana attività di assistenza ai malati, i salernitani praticavano infatti terapie olistiche ed allopatiche (contraria

contrariis curantur), rifacendosi non di rado alle dottrine degli Eleati (Elea, Velia per i Latini, era a soli 90 chilometri da Salerno) e dei

Pitagorici crotonesi (tra cui l'autorevole Alcmeone). Celebri erano anche molte donne medico che insegnarono e operarono nella scuola

salernitana, le cosiddette mulieres salernitanae: Trotula de Ruggiero, Rebecca Guarna, Abella Salernitana, Mercuriade e Costanza Ca-

lenda (questi, però, sono solo alcuni dei nomi femminili). 51

(Cluniacensi, Camaldolesi, Certosini) continuavano l’opera – sebbene l’obiettivo dei monaci fosse lo sviluppo della religiosità, piuttosto

che quello del sapere –, ma solo le cattedrali seppero dare in questo periodo quella spinta necessaria per la diffusione sistematica ed

omogenea dei grandi saperi: queste avevano il vantaggio, rispetto ai monasteri, di essere inserite saldamente nel mondo cittadino, in

pieno fermento; fu così a Orléans, Chartres, Reims, Laon, Parigi, Canterbury in Inghilterra e Toledo in Spagna, luoghi verso i quali si

determinò un sistematico afflusso di giovani menti bramose di sapere, provenienti da tutta Europa, che non di rado erano costrette a

compiere peripezie di ogni genere per giungervi. A questa altezza storica, tuttavia, era ancora il vescovo a determinare – tramite la scelta

di uno Scholasticus, ossia un professore emerito autorizzato all'insegnamento della teologia all'interno della circoscrizione ecclesiastica

in cui era nominato – chi avesse la facoltà di insegnare nel medesimo distretto (cioè chi potesse avere la licentia docendi): non erano

presenti infatti né percorsi di studio coerenti né riconoscimenti formali validi al di fuori dell’organizzazione delle singole scholae

cattedrali.

L'attività di rinascita e il fermento culturale di questi secoli non mancarono di accompagnarsi ad effetti “pratici”: Rodolfo il Glabro, un

monaco di Cluny, descrisse l'Europa di questo periodo come un territorio rivestito di «un candido manto di chiese», ciò a testimonianza

della dinamicità riabilitativa delle popolazioni europee («Era come se il mondo si fosse scosso […] dalla sua vecchiaia», scriveva

Rodolfo), che seppero ricostruire abbastanza velocemente ciò che era stato distrutto in diversi secoli; a quest'età deve esser fatto risalire

infatti anche l'emergere dell'arte romanica, che si appaiò all'opera di ricostruzione e valorizzazione degli edifici religiosi, informandone

e dirigendone gli aspetti architettonici, con le dovute peculiarità locali (l’Europa, pur in pieno fermento, restava pur sempre priva di

collegamenti stretti ed efficienti tra le sue regioni).

Le università

L’impostazione che vedeva al centro le scuole cattedrali fu superata tra il XII e il XIII secolo da una nuova istituzione, che non aveva

eguali nella storia dell'umanità, per ampiezza e sistematicità: l’università. Già nella seconda metà del XII secolo si assistette, come

abbiam detto, alla progressiva “definizione” delle realtà scolastiche cittadine, unici punti di riferimento per la fruizione del nuovo sapere,

nel prosieguo però i gruppi di studiosi presero ad assumere man mano caratteristiche simili a quelle delle corporazioni di arti e mestieri.

All'inizio infatti le associazioni di studenti o di professori (due categorie che poco fa abbiamo indicato sommariamente tramite la sigla

di “studiosi”) che assumevano connotazioni sempre più definite nelle città, iniziarono a “lottare” – come classi – per acquisire diritti e

riconoscimenti, nonché privilegi e franchigie, dalle autorità, mentre andavano definendosi nelle loro sedi programmi e modalità di

sostenimento di esami e conseguimento di titoli (in realtà, alle origini erano soltanto gli studenti che, per avere maggior peso contrattuale

rispetto ai maestri da stipendiare, si costituivano in corporazioni).

Per avere un prospetto sulla conformazione di queste nuove formazioni è bene considerare che, in primo luogo, la parola universitas, a

dispetto di quanto si possa immaginare, non rappresentava il complesso strutturale delle facoltà, in senso moderno, istituito in una città,

bensì l'insieme dei maestri e degli studenti (“università” da “universale”, cioè ad indicare l’universo, il complesso, l’insieme), delle più

svariate origini, che si riunivano in un centro e partecipavano a degli studi, cioè soltanto l’assetto corporativo; in breve, l'universitas, o

lo studium, non era semplicemente un luogo, ma indicava l'insieme dei soggetti che partecipavano del sapere, e non necessariamente di

tutto il sapere. Gli studia (cioè le università considerate rispetto alle attività didattiche, e non alla struttura corporativa), infatti, erano

generalmente divisi in quattro Facoltà: Arti (Trivio e Quadrivio), Diritto (poi distintosi in Civile e Canonico), Teologia (riservata a lungo

alla sola città di Parigi, per tramite dal Papato) e Medicina.

Sebbene ufficialmente – cioè in senso istituzionale – la prima “università”, già ricordata, fosse da considerarsi il centro di studi giuridici

di Bologna, è bene sottolineare che fu la Scuola Salernitana a costituire il primo nucleo di somministrazione di un sapere “superiore” in

età medievale, sebbene non fosse dotata di alcun tipo di magistero istituzionalizzato (cioè non conferisse titoli riconoscibili) .

21

Bologna, ad ogni modo, sin dalla metà del XII secolo, poteva disporre di una struttura scolastica universitaria (cioè con studenti in

corporazione), nonostante si faccia spesso risalire la fondazione del primo nucleo persino al 1088: si formarono due universitates, quella

degli Ultramontani (quelli d'Oltralpe) e quella dei Citramontani (gli Italiani), che regolavano il funzionamento dello studium e di tutte

le attività collaterali (acquisto libri, gestione prezzi degli alloggi, ecc.).

L'Università di Parigi nacque invece dal seno della scuola cattedrale di Notre Dame, dove era più nutrita la presenza dei professori, che

infatti diedero vita all'universitas magistrorum, intorno al 1170, in modo da arginare le ingerenze del vescovo e dar forma ad un corso

di studi autonomo. L'università di Oxford (1167 ca.), una filiazione di quella parigina, fu seguita da quella di Cambridge nel Duecento,

mentre nell'Europa meridionale seguirono allo studium bolognese quelli di Padova (1222) e Napoli (1224), nel cui caso, tuttavia, fu

Federico II a promuoverne l'istituzione, chiamandovi maestri bolognesi e imponendo ai propri sudditi (naturalmente quelli che volessero

e potessero) di non uscire dal proprio regno per lo studio e indi di recarvisi (un provvedimento volto ad assicurarsi la formazione di

personale amministrativo per il Regno di Sicilia). L'università parigina ebbe particolari attenzioni: in primo luogo perché la capitale

francese era già dotata di un ambiente scolastico ben organizzato, in secondo luogo per la comprovata capacità dei maestri che vi

praticavano l'insegnamento e, in ultimo – un motivo di non minore importanza – per la preoccupazione dei due grandi poteri del

Medioevo, l'Impero e il Papato, di proteggere e dominare le menti che avrebbero costituito il proprio “arsenale intellettuale”. Le

università, già nel corso del Trecento, divennero infatti luoghi di formazione del personale di corte dei “pubblici poteri”, perdendo

l'anelito “universalistico”, è il caso di dirlo, che ne aveva ispirato la formazione.

Lo “studente universitario” era innanzitutto un chierico, una condizione strettamente necessaria per accedere agli studi, doveva essere

cioè tonsurato: naturalmente entrare a far parte di questa categoria era in qualche modo un consacrarsi alla vita religiosa, o, più

semplicemente, un orientarsi verso la carriera presbiterale, scelta forse obbligata per un aspirante intellettuale di quest'epoca. Comunque

sia, la sua formazione (pur sensibilmente diversa, in alcuni casi, a seconda dell'università) passava per diversi gradi, a seconda degli

obiettivi: l'immatricolazione dei clerici avveniva intorno ai 13/14 anni, necessaria la conoscenza del latino. Nello specifico, per

l'insegnamento delle arti liberali si necessitavano 6 anni di studio, 21 anni d'età e la licenza dopo il baccellierato; per l'insegnamento

Le prime attestazioni di conferimenti di titoli magistrali e abilitanti a Salerno si ebbero solo con le Costituzioni emanate a Melfi da

21

Federico II, nel 1231, secondo le quali il candidato, superato l'esame presso una commissione a Salerno, poteva ricevere la licenza

dall'imperatore.

52

della teologia 8 anni di studio, 34 anni d'età e tre gradi di baccellierato (baccelliere biblico, sentenziario e formato) a cui seguiva una

licenza ufficiale di insegnamento. Per quanto riguarda quest'ultimo, le lezioni erano svolte secondo due metodi: lectio e disputatio

(lezione e disputa). La lezione consisteva nella lettura ex cathedra da parte del docente di un testo autorevole, Aristotele o i Padri

generalmente, alla quale seguiva la disputa, una discussione di ordine dialettico tra gli studenti sotto il controllo di un maestro e dei sui

assistenti, i baccellieri, spettava ad uno di questi poi raccogliere le opinioni e ricavarne una sintesi risolutiva (determinatio), nella quale

esponeva la sua tesi. Da queste dispute derivavano le quaestiones disputatae, sintesi di dispute ordinarie non prive dei commenti

originali dei maestri, alle quali si affiancavano le quaestiones quodlibetales, sintesi di dispute occasionali (dal lat. quodlĭbet «ciò che

piace» [quod libet]) che il maestro doveva esporre al pubblico annualmente e che si rivelavano molto più originali ed impetuose delle

disputatae. La carriera universitaria era comunque tortuosa e ripida, tanto che la maggior parte dei frequentanti non ambiva alla licenza

di magister, limitandosi a conseguire il titolo di studio per occupare cariche amministrative imperiali o pontificie.

Un'influenza enorme sulla pratica e il pensiero universitario fu esercitata dagli scritti di Aristotele, che, come abbiam detto, pervenivano

dal mondo arabo e bizantino, in particolare per tramite dei suoi interpreti Avicenna ed Averroè. Il suo pensiero, tuttavia, non era

facilmente conciliabile con la dottrina cristiana (ne emergeva una visione del mondo diametralmente opposta), tanto che nel 1215 a

Parigi ne fu proibito l'utilizzo (formalmente fino al 1252, ma il suo studio continuò ciononostante, mentre a Oxford e Tolosa non era

affatto proibito). Le poderose frizioni ideologiche non impedirono quindi lo studio di tali testi, né tantomeno invalidarono i tentativi di

conciliazione che ne vollero produrre: tra i principali “conciliatori” si possono annoverare infatti due celebri domenicani: Alberto Magno

(†1280) e Tommaso d'Aquino (†1274).

In ambito giuridico, soprattutto a Bologna, si amplificò invece l'attività dei glossatori, cioè di quei giuristi che commentavano al margine

i manoscritti riportanti le norme del Corpus iuris civilis giustinianeo, i quali vennero “sostituiti” man mano dai commentatori, cioè da

coloro che provvedevano ad una trattazione più sistematica di principi giuridici e norme: tutti, ad ogni modo, tentavano di dar forma ad

un corpo giuridico che, sulla base del diritto romano, potesse dar soluzione ai problemi che interessavano al società dell'epoca.

La nascita delle università contribuì a modificare radicalmente le modalità di produzione e distribuzione dei libri, sui quali studenti e

professori ormai si confrontavano quotidianamente. I libri manoscritti, “confezionati” negli scriptoria dei monasteri e gelosamente

conservati, non potevano essere funzionali in questo nuovo ambiente, tanto più perché, simili a opere d'arte considerate infrangibili e

intagibili, erano di numero esiguo ed erano disponibili in poche copie piene di polvere: tra questi principalmente testi sacri, opere dei

Padri della Chiesa e qualche frammento di Boezio assieme a qualche classico latino. Le esigenze degli studenti fecero emergere liberi

editori, detti stationarii, che garantivano opere a basso costo di cui non si poteva però constatare senza dubbio la piena autenticità. Ben

presto le università si dotarono di protocolli che garantissero gli standard richiesti: una commissione di professori approvava i testi

ufficiali (exemplaria), che venivano depositati presso un libraio riconosciuto, divise in peciae, cioè unità base (fogli di pergamena) ,

22

questi ne poteva disporre per realizzare copie da destinare alla libera vendita presso gli studenti. Presto si diffuse anche una tipizzazione

grafica particolare, detta dagli studiosi littera scholastica, che prevedeva margini al testo per il commento, uso di periodi e divisioni,

sistemi di citazioni, nonché uno stile caratteristico (che variava cioè a seconda dello studium: abbiamo una littera bononiensis, una

littera parisiensis, una littera oxoniensis, e così via), che procedeva dalla scrittura gotica e dalla comune lingua latina.

L'università era tale, cioè universale, in quanto fondata sull'uso comune della lingua latina, tuttavia, ben presto la cultura si andò

diffondendo anche al di fuori di questa istituzione: gran parte dei laici e molti prelati non parlavano più in modo rigoroso il latino, che

era destinato ormai alla sola scrittura ufficiale, propendendo per l'utilizzo di profili linguistici volgari e dialettali, già da tempo in uso

presso la popolazione . A partire dall'XI secolo si erano difatti sviluppate, soprattutto in Francia, evoluzioni volgari del latino, note

23

come lingue romanze (dalla locuzione romanice loqui, ossia “parlare latino”), utilizzare in particolar modo nella letteratura: la lingua

d'oïl a Nord e la lingua d'oc a Sud. Queste due lingue si diffusero anche in Italia, dove i primi intellettuali e poeti si espressero prima

con esse, per poi passare al volgare italiano solo nel Duecento, principalmente tramite l'attività della scuola poetica siciliana alla corte

di Federico II e ai poeti toscani. Questi ultimi, in particolare, alieni alla chiusura caratteristica della corte siciliana e pervasi dal nuovo

spirito comunale, si rivolgevano ad un pubblico rinnovato, composto da quegli artigiani, mercanti e professionisti, in una parola,

borghesi, che abbiamo descritto precedentemente. Tra questi, i notai svolsero un ruolo fondamentale nel passaggio dal latino colto al

volgare, soprattutto nei documenti che stilavano, che man mano presero ad essere redatti solo in volgare e che venivano ad essere tanto

la «memoria storica» dei borghi nei quali tali notabili operavano quanto la base per lo sviluppo della storiografia cittadina del tempo.

Anche i mercanti, dal canto loro, ormai dediti alla scrittura anche non professionale, produssero cronache cittadine, nelle quali ben si

ricostruiva l'evolversi delle comunità che frequentavano o presso le quali si stabilivano.

Le autorità cittadine e religiose, promuovendo l'istruzione di base, contribuirono in molti casi alla diffusione di testi educativi:

circolavano, per mano dei religiosi, agiografie e testi di narrativa edificante, accessibili ai più. Al di là delle chiare ed ineludibili

differenze che intercorrevano tra un letterato che produceva in volgare, a livello culturale, e un dotto notabile, è bene non dubitare

dell'accresciuta capacità di assorbimento, da parte del pubblico laico, di contenuti intellettuali e non più solo pratico-manuali.

Nonostante il fatto che parlare di laicizzazione della cultura, per quest'epoca, sembri un affronto, possiamo affermare che i laici, ancora

intrisi di spirito religioso e reverenziale , avevano sicuramente fatto un passo avanti nella scacchiera su cui giocavano da tempo, sempre

24

In maniera tale che più copisti potessero lavorare contemporaneamente sullo stesso testo, sebbene su singole parti di esso.

22 Impossibile non citare, a proposito del volgare, il famoso Placito capuano, ossia un documento giudiziario che riporta la testimonianza

23

di un contadino circa il possedimento di alcune terre da parte dell'abbazia di Montecassino presso Capua, che suona: «Sao ko kelle terre,

per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Si tratta non di una riduzione scritta di frasi pronunciate in

testimonianza, ma precisamente di una programmatica scelta di cancelleria nell'adottare, a livello giudiziario e notarile, quindi ufficiale,

un linguaggio che non fosse il latino (ma il volgare italiano). Assieme al giuramento di Strasburgo dell’842, tra Carlo e Ludovico,

espresso nelle rispettive lingue, questo documento è tra i primi a mostrarci un atto ufficiale medievale che esulasse dall'uso del latino.

Di cui non era privo nemmeno il mercante, che continuava a destinare denari alle istituzioni ecclesiastiche, in cerca della salvezza che

24

non poteva trovare con le sole sue azioni: il denaro, nella tradizione cristiana, è infatti considerato esecrabile (non a caso l’esercizio del

prestito a interesse, cioè dell’usura, si è detto, era concesso ai soli Ebrei, ma non si può pensare che i cristiani ne fossero completamente

alieni). Uno spirito che rimarrà nella cultura professionistica fino al nostro tempo, e di cui anche oggi si potrebbero rintracciare i “frutti”.

53

in perdita, la partita con i religiosi, in fatto di carisma intellettuale.

Nuovi dissensi religiosi e l'emergere degli ordini mendicanti

Il fermento culturale di cui si è parlato portò all'emersione, tra i laici, di uno spirito di rinnovamento che non tardò a dare i suoi frutti:

furono infatti fondate confraternite ed associazioni caritatevoli, come gli ospedali. Si trattava però, come spiega Vitolo, di «fenomeni di

massa», ossia di formazioni che interessarono – sebbene in modi diversi, variabili localmente – l’intera società, ma che non parevano

fornire un valido sostegno a chi cercava rigore e disciplina spirituale, proprio come era successo con i patarini e i Vallombrosani, nonché

in tutto il fervente mondo dei revisionisti (si ricordino le intransigenti figure di Pier Damiani o Umberto di Silvacandida).

Il movimento di rinnovazione non interessò in alcun modo gli aspetti dottrinali, che erano al centro delle accese dispute universitarie

(come si ricorderà l'università primitiva restava un modo abbastanza chiuso), ma prese le mosse in «spiriti semplici», sebbene non

incolti: le esigenze di questi rinnovatori erano di squisita caratura morale .

25

I patarini andavano ormai disperdendosi sotto il pugno di ferro degli ecclesiastici, ma in Francia, Germania e Italia settentrionale si

andavano diffondendo il messaggio e l'esempio di Valdo di Lione († 1207), noto anche come Pietro Valdo o Valdesio, un ricco mercante

che, dopo una conversione ispirata dalla lettura di testi sacri, donò tutti i suoi beni alla povera gente e alle chiese (un'esperienza simile,

se non identica, a quella di Francesco d'Assisi (†1226), attorno alla cui figura si andò formando nei primi anni del Duecento la «fraternità

dei penitenti di Assisi», una comunità che all'origine non fu giudicata diversamente dalle tante altre che propugnavano un ritorno al

Vangelo). Egli sosteneva di avere il dovere di diffondere la “buona novella” evangelica: pur tentando però invano e disperatamente di

rimanere entro i confini della Chiesa fu respinto dalle autorità ecclesiastiche. I valdesi, che si facevano chiamare “i poveri di Lione”,

furono così scomunicati e dichiarati eretici nel 1184, da papa Lucio III (1181-1185), con la decretale Ad abolendam, tramite la quale

furono colpiti anche movimenti minori, come i patarini, i passagini, i giosefini, ma soprattutto i catari, ritenuti i più minacciosi per la

Chiesa romana . Nel 1179, tuttavia, al III concilio Lateranense, Alessandro III (1159-1181) aveva prescritto che la loro (dei valdesi)

26

predicazione fosse sotto il dominio del vescovo locale: accadde successivamente che il vescovo di Lione li privasse di tale facoltà e che

li bandisse, in tal modo causò la loro diaspora, che li portò in Alvernia, Occitania, Spagna , Lotaringia, Germania meridionale, Boemia,

27

nonché nel Settentrione della penisola italica.

I catari, dal canto loro, oltre al perseguimento della povertà evangelica, avevano messo in piedi una vera e propria chiesa parallela (con

vescovi e prelati vari), propugnando tesi dualistiche manichee (lotta cosmica tra bene e male, necessità di purificazione tramite

astensione dal cibo e dalla carnalità, presenza di una comunità di eletti, superiori e perfetti), per questo, fondamentalmente

impensierivano la curia romana più che ogni altro movimento riformista. La Chiesa fu quindi talmente dura nei confronti di questo

movimento che indisse persino una “crociata” contro di esso (ne parleremo in seguito).

Tornando a Francesco d'Assisi dobbiamo constatare che la sua esperienza, sebbene accomunata da un inizio ben poco disteso – non di

certo per parte sua – nei rispetti dell'autorità ecclesiastica (abbastanza diffidente nei confronti di un così radicale pauperismo), ebbe

esisti molto diversi da quella valdese. Iniziamo col dire che egli stesso diede ai suoi seguaci (in segno d'umiltà), il nome di “frati minori”,

cioè poveri, minoritari, rispetto alla società. Gli ordini religiosi che avevano perseguito il rinnovamento qualche tempo prima (si pensi

sia ai monaci di Cluny che a quelli di Citeaux) non avevano nulla a che fare con queste nuove istanze, ben presto si erano infatti dotati

di beni e possedimenti, fino ad assumere poteri di natura signorile. I frati minori erano invece, oltre che poveri in senso materiale,

soprattutto pauperes spritu, simili in tutto e per tutto al Cristo predicatore e senza dimora dipinto dal Vangelo (una predicazione, si badi

bene, non teologicamente informata): per sopravvivere cercavano di lavorare con le proprie mani, o ricorrevano all'elemosina in caso

non avessero tratto nulla dalla loro attività, secondo gli insegnamenti di Francesco, infatti, costoro non dovevano avere possedimenti né

scorte, dato che la proprietà implica già una violenza, essendo che, come egli sostenne dinanzi al vescovo, «se possediamo dei beni,

bisognerà che li difendiamo». Costoro dovevano farsi testimoni del Vangelo, e non soltanto abili predicatori della sua bellezza o

parsimoniosi gestori della propria anima, e ciò sia detto «non per sottolineare la novità» – che si sarebbe rivelata nell’esperienza

francescana – «dell’appello all’interiorità e del ruolo della coscienza nel dialogo con Dio – cose che troviamo valorizzate anche nei

chiostri monastici –, ma piuttosto per far notare che la coscienza, in Francesco, per giungere a Dio, necessitava quanto mai della

mediazione del prossimo: il messaggio religioso diveniva vera azione oltre che preghiera, era testimonianza vissuta e predicazione

A questo proposito ci pare giusto riportare un passo tanto eloquente quanto lucidamente penetrante di Raoul Manselli, tratto da La

25

Religion populaire au moyen-âge (1975): «San Francesco, invece, ed i suoi Minori nascono come fenomeno spontaneo popolare che,

però, pur in una dichiarata ed esplicita assenza dell'attività della Chiesa, non trascende in nessuna invettiva anticlericale, ma pur tuttavia

non manca di ricordare, con parole pacate ma inequivocabili, nel suo Testamento: “postquam Domus dediti mihi de fratribus, nemo

ostendebat mihi quid deberem facere”. In questa frase, dolente, ma ben chiara, cogliamo l'atteggiamento preciso di un partecipe della

religione popolare dinanzi alla Chiesa, sentita come parte colta ella comunità cristiana e che, in quanto tale, dovrebbe esserne guida

esemplare. E invece – è qui il contrasto –, pur essendo detentrice dei carismi e convinta di costituire la parte viva della cristianità ha

finito, come ci mostra la frase di san Francesco, per abbandonare i suoi umili fedeli al loro destino e questi hanno finito con esprimere

una propria dimensione religiosa, anche ortodossa, che talvolta scivolava però nell'eresia, per raggiungerne una che fosse a misura della

loro esigenze, delle loro ansie, della loro angoscia esistenziale e che fosse santa, ora sperando, ora protestando perché il papa e la gerar-

chia non rispondevano più alle loro aspirazioni».

Il nucleo della bolla era costituito dalla legittimazione di una sorta di “caccia all’eretico”, per cui bastava una semplice delazione per

26

dar corso ad un processo inquisitorio nei confronti di un singolo o, all’occorrenza, di un gruppo sospetto, il che esponeva tutti a particolari

pericoli e permetteva agli inquisitori di compiere abusi di ogni sorta.

I valdesi si raccolsero qui attorno ad un altro noto personaggio: l'iberico Durando di Huesca, principale esponente del valdismo spa-

27

gnolo tra XII e XIII secolo. Costui, pur propugnando idee riformiste, prese però le distanze dall'intransigenza dei catari (in uno scritto

intitolato Liber contra Manicheos), dal momento che la corona spagnola avversava con fervore i movimenti come il suo, non poteva

quindi permettersi troppe libertà. La sua vicenda si evolse nella riconciliazione con la Chiesa cattolica: nel 1208 il suo movimento dei

Poveri Cattolici fu riconosciuto da Innocenzo III, che gli attribuiva il compito di ricondurre all'ortodossia le varie fazioni del movimento

valdese, ma il parziale fallimento dell'iniziativa portò a continui e rinnovati richiami all'ordine da parte del Papato. Concessioni simili

furono elargite anche a Bernardo Prim, che nel 1210 ebbe riconosciuto il suo movimento dei “Poveri Riconciliati”.

54

concreta, senza lasciare spazio a divari tra coscienza e vangelo, tra vangelo e vita, tra vita ed esempio» . L'esitazione iniziale della

28

Chiesa nei confronti di Francesco e dei suoi seguaci fu tuttavia superata grazie alla totale obbedienza che egli stesso riconosceva

all'autorità papale: Innocenzo III (1198-1216) fu il pontefice che, nel 1210, riconobbe (solo verbalmente) la “regola” di Francesco – che

sarà messa per iscritto e “bollata” solo nel 1223, da papa Onorio III – e della sua comunità (non si può parlare certamente di una regola

nello stile di quella benedettina, se si considera peraltro che anche quest'ultima, come si è visto, non fosse emersa ex abrupto, bensì

come il prodotto di sedimentazioni e rielaborazioni continue: piuttosto è saggio parlare di una coerente pratica di vita – una forma vitae

–, di una condotta riconosciuta nella comunità, all'insegna della povertà e della beatitudine). Nel 1216, tuttavia, lo stesso Onorio III

aveva approvato una regola vera e propria, quella elaborata da Domenico di Guzman per l'Ordine dei Frati Predicatori,

(† 1221),

anch'essi votati alla povertà e alla predicazione evangelica (da queste istanze la denominazione invalsa, per entrambe le esperienze, di

“Ordini mendicanti” ). I Domenicani, rispetto ai Francescani, avevano tuttavia una solida preparazione teologica, avendo scelto come

29

fine della loro azione spirituale la lotta contro gli eretici (infatti nel 1231, quando il Papato istituì i tribunali inquisitori, i giudici furono

scelti principalmente tra i Domenicani).

Ai Domenicani furono affiancati, con questo proposito, anche i Francescani, che ben presto abbandonarono il rigore pauperistico e la

vita mendicante per dotarsi di strutture conventuali stabili, soprattutto oltralpe, che non mancarono di ricevere in proprietà beni e fondi.

Anche i Francescani si fregiarono, nel giro di pochi decenni dall'istituzione (sebbene non pienamente formale) del loro Ordine, di

personalità eminenti nel panorama intellettuale (si pensi a Bonaventura da Bagnoregio, il sesto ministro generale dell’Ordine), tanto da

stravolgere l'originaria fisionomia assegnata da Francesco alla fraternità. Dopo la canonizzazione di Francesco ad opera di Gregorio IX,

nel 1228 (solo due anni dopo la morte), la situazione si complicò: nel 1230 lo stesso Gregorio emise una bolla (Quo elongati), nella

quale disponeva che il Testamento di Francesco, nel quale il povero di Assisi richiedeva ai frati povertà, semplicità e non stabilità, non

avesse validità normativa e che i possedimenti dell'ordine potevano essere di solo uso da parte dei frati, e non di proprietà, avocandone

il possesso alla Chiesa romana: in questo modo “salvaguardava” formalmente l'ordine da derive patrimonialistiche, caratteristiche delle

altre esperienze monastiche, ma contemporaneamente, de facto, ne svalutava la forza materiale.

Nel 1239 divenne ministro generale il frate Alberto da Pisa (1239-1240), primo frate-sacerdote ad adire alla carica (fino ad allora la

ricoprirono soltanto frati laici), portando avanti le istanze del partito dei frati-sacerdoti, che si era contrapposto intanto ai laici. Ma la

clericalizzazione dell'ordine si ebbe con Aimone di Faversham (1240-1243), che vietò a chi non fosse «chierico convenientemente

istruito nella grammatica o nella logica» di prendere gli abiti dell'ordine, con poche eccezioni per i laici, votate al merito. Durante il suo

ministero venne persino eletto vescovo (a Milano) un minore, Girolamo d'Ascoli, poi papa col nome di Niccolò IV (1288-1292).

La trasformazione completa dell'ordine, rispetto al suo rapporto con la Chiesa, fu invece prerogativa di Bonaventura da Bagnoregio

(ministero: 1257-1274): sotto la sua guida le attività dei minori presero ad assumere connotazioni del tutto pastorali, tanto da porli in

concorrenza con il clero secolare. Dopotutto la sua incisività nel panorama religioso dell'epoca si può ricondurre anche alla redazione

di suo pugno della Legenda maior, quella che divenne poi la biografia ufficiale del santo d'Assisi a seguito della distruzione di qualsiasi

altra testimonianza sulla sua figura (secondo le disposizioni del capitolo parigino del 1266). Il fine era quello di mettere fine ai laceranti

conflitti interni che affliggevano l'ordine, scatenati da parte di chi contestava la deriva mondana dello stesso (a soli pochi decenni dalla

morte di Francesco) e propugnava il ritorno ai valori inizialmente predicati dall'Assisiate : non ci fu nulla da fare, i contrasti permasero

30

e diedero vita ad una spaccatura intestina tra gli “spirituali”, fedeli alla regola ed intransigenti, e i “conventuali”, che intendevano

adattarsi ai recenti sviluppi.

L'Ordine dei frati minori, al di là dei laceranti sviluppi interni, seppe ben radicarsi nel territorio, addirittura secondo una precisa

«strategia insediativa», come sostiene Luigi Pellegrini: i minori furono in grado di creare all'interno delle città poli di aggregazione per

i più umili, allora in largo numero in Europa, grazie ai quali il loro prestigio crebbe, tanto da richiamare su di loro anche l'attenzione dei

potere civile, che non di rado assegnava ad essi incarichi pubblici di rilievo (vi furono minori giuristi, ingegneri, notai, a servizio di

molti comuni: il che gli sottraeva quella purezza evangelica originaria che il Testamento di Francesco assegnava ai minores, descrivendo

se stesso e questi come «illetterati e sottomessi a tutti»). A ben intendersi, già alla metà del secolo XIII il convento di Assisi era stato

esentato dalla mendicità, sebbene l’etichetta di “frati mendicanti” continuasse ad essere portata dai Minori: il rigore ideale delle origini

e la necessità di farvi ritorno, tuttavia, come si è visto, furono mantenuti vivi nell’esperienza di dissidenza della frangia minoritica degli

“Spirituali” – come furono chiamati – destinati, però, all’ereticazione, comminata loro da papa Giovanni XXII nel 1317 .

31

È d'obbligo, infine, ricordare anche i cosiddetti Ordini mendicanti “minori” (Eremitani di Sant’Agostino, Carmelitani, Servi di Maria e

R. Paciocco, Una coscienza tra scelta di vita e fama di santità, Hagiographica 1, 1994, pag. 216

28 La stessa definizione di “Ordini mendicanti”, valida per i Domenicani e i Francescani fin dai loro inizi, permase ad etichettarli anche

29

quando il corso degli eventi supero gli originari quadri ideali della loro attività.

Le teorie del monaco calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202), che saranno avversate nel Concilio Lateranense IV (1215), genera-

30

vano molta attrattiva tra i francescani più intransigenti. Egli, infatti, sosteneva contenuti decisamente ostici per una visione istituzionale

e gerarchica o, ancor meglio, politicizzata, dell'esperienza religiosa. A suo avviso la storia terrena sarebbe divisa in tre Età, che rispec-

chiano la Trinità divina: l'Età del Padre, riportata nell'Antico Testamento, l'Età del Figlio, rappresentata dal vangelo e dall'avvento di

Gesù, e, infine, l'Età dello Spirito (che sarebbe dovuta iniziare nel 1260), consistente in un millennio all'insegna della purezza e della

libertà, patrocinata da una nuova Chiesa libera e spirituale, lontana dal dogmatismo e dalla gerarchizzazione del suo tempo. Nel Mona-

sterium, cioè il luogo in cui si compirebbe la vita religiosa nell'Età dello Spirito, gli umani troverebbero la loro collocazione non in base

al potere o al denaro o alla discendenza, ma in base alle loro tendenze, al loro carattere e al loro stato intellettivo. Si comprende bene

quindi perché la sua attività sia stata sia stata contrastata nel concilio del 1215, peraltro “sotto mentite spoglie”, dato che ad essere

indicate tra gli «errori» non furono direttamente tali questioni “pratiche”, ma soltanto le sue tesi speculative sulla Trinità, poste in oppo-

sizione a quelle – dichiarate ortodosse – presenti nei Libri Quattuor Sententiarum (1150 circa) di Pietro Lombardo, che era la vera e

propria auctoritas di riferimento, e che Gioacchino aveva difatti criticato.

Spesso si confonde la frangia degli Spirituali con quella dei “Fraticelli” – principalmente a causa della comunanza di intenti tra i due

31

movimenti dissidenti e della continuità che vi fu tra essi – che invece si separarono effettivamente dall’Ordine dopo il 1317, perseguendo

dall’esterno il rinnovamento dei costumi francescani (già invocato dagli spirituali), giunti ormai alla deriva, contestando tra l’altro in

modo netto l’autorità papale. 55

altri ancora), il cui proliferare venne arginato dal II concilio di Lione (1274), che riconosceva solo a Domenicani e Francescani lo statuto

di “mendicanti” (e quindi la valenza politica che sin da subito il Papato volle affibbiargli). Per un riconoscimento si dovrà aspettare la

fine del secolo.

6. L'Impero e l'Italia dei comuni

La necessaria ricomposizione del potere feudale

L'instabilità politica che accompagnava il fermento religioso, se si voleva conservare un assetto pubblico pacifico, doveva essere

arginata tanto quanto i movimenti religiosi che promuovevano battaglie contro l'ordine costituito. Per gli eretici v’erano due strategie:

combatterli o ricondurli alla “normalità” dell'istituzione; per gli scontri politici l‘unica soluzione era arginare “forzosamente” lo stato

di guerra continuo. Era questo il fine del movimento delle “paci di Dio”, nato in Aquitania (fine X secolo) e promosso dalla Chiesa al

fine di contenere i fenomeni bellici che funestavano in lungo e in largo il territorio: esso faceva appello a principi di pace e non

belligeranza ed era amministrato dai vescovi, i quali indicevano pubbliche assemblee di clero e popolo per far pressione sui signori

locali e limitare le loro pretese espansionistiche, che come al solito danneggiavano sempre i più deboli. Contro di essi erano mossi dalle

suddette assemblee anche altri signori contrari alla violenza, soprattutto i principi, che avevano interesse a ricondurre sotto controllo i

vassalli infedeli e ribelli (l'iniziativa più fruttuosa, per quanto di primo acchito banale, fu quella di proibire i combattimenti nei giorni

di festa, ossia anche le domeniche, e in quelli contigui, ottenendo il risultato che si potesse combattere solo due giorni a settimana, tanto

erano diffuse le feste religiose in quel periodo, come si può ben comprendere). Insomma la Chiesa si presentava come disciplinatrice

delle forze sociali più eccentriche (da quelle ereticali a quelle politiche), sopperendo alle carenze dell'ordinamento pubblico, sempre

labile nel Medioevo, a dispetto di tutto.

Nodale fu l'intervento “teorico” della Chiesa nel disciplinare l’attività del ceto dei cavalieri (risale a questo periodo la formulazione

dell'ideale, tipico dell'epica cavalleresca, del cavaliere defensor pacis, al servizio di donne e deboli e servo della fede), grazie a quella

sintesi triadica ed ideale che abbiamo visto in precedenza dividere la società tra oratores, bellatores e laboratores, e porre i secondi in

difesa del complesso sistema che veniva a delinearsi. Questo ceto, diversamente da quello dei laboratores (di cui presero a far parte

anche i mercanti e gli artigiani) e di quello degli oratores (nei quali, come abbiamo detto, spesso si confondevano la natura “pubblica”

e quella religiosa), era, pur nella sua complessità, abbastanza coeso: i suoi membri avevano acquisito potenza e riconoscimenti nel

tempo, in virtù della loro attività di combattenti al servizio dei signori, tra i quali varie esenzioni e particolari diritti giuridici; un elemento

di coesione era anche assicurato dalla spiritualizzazione del rito dell'investitura, che propendeva per essere sempre più un evento legato

alla catarsi religiosa del cavaliere principiante. A ciò si aggiunse l'esperienza dei “giovani”, cioè di quei cavalieri senza feudi e senza

consorte che perseguivano una vita all'insegna dell'avventura (partecipi di tornei, giostre e liasons amorose) “entrando” non di rado nei

poemi cavallereschi in qualità di “cavalieri erranti”: tutto ciò andava a completare ed arricchire lo status di un nuovo gruppo sociale,

quello dei nobili (un'evocazione in chiave cristiana di quel mito tutto classico dell'aristocrazia, da aristoi, i migliori ), che non mancò

32

di esercitare il suo fascino sulla nascente classe borghese comunale. Il problema della violenza, comunque, fu «risolto» secondo Vitolo,

«indirizzando l'aggressività dei cavalieri al di fuori della Cristianità» (al Concilio di Narbona, nel 1054, fu condannato il “versamento”

di “sangue cristiano”), legittimando la figura del cavaliere come miles Christi, come difensore della verità dalla sciagurata esperienza

dell'infedeltà extra-cristiana, dando così adito a quelle sperimentazioni espansionistiche che presero il nome di crociate.

Un altro canale di sbocco per l'aggressività dei cavalieri era costituito dal torneo, in esso tuttavia non si affrontava ab origine soltanto

una coppia di avversari per volta, con armi prive di punta (come avveniva nelle giostre, combattimenti fra due cavalieri con "lancia in

resta" che si diffusero in un secondo momento ), bensì si davano battaglia intere squadre di cavalieri, con armi tutt'altro che inoffensive,

33

da usare tuttavia per la cattura – piuttosto che per l'uccisione – del rivale, al fine di ottenere riscatti in denaro per il rilascio; ciononostante,

spesso questi combattimenti degeneravano in veri e propri regolamenti di conti tra fazioni feudali avverse. Non è un caso che il concilio

di Reims (1131) vietò la sepoltura in terra consacrata delle vittime di questi scontri, tanto più perché i signori stessi vedevano decimarsi

i propri eserciti a causa delle sempre più frequenti perdite che si verificavano nei tornei.

Per tornare alla politica. Nell'XI secolo vi fu una mutazione nella caratterizzazione dei rapporti feudo-vassallatici, i quali, se nei secoli

precedenti avevano costituito lo strumento di creazione di clientele armate locali al servizio dei sovrani, in un'Europa priva sia di

sentimenti che di capacità coesivi, ora venivano ad essere il mezzo per la coordinazione politica e il governo di territori vasti e più uniti.

Con la Constitutio de feudis, emanata da Corrado II (1037), era stata sancita di fatto anche “l'ereditarietà” dei feudi minori, per cui il

beneficium concesso dal sovrano (o da un altro signore) veniva ad equipararsi e fondersi all'allodium, cioè alla proprietà personale del

signore: il legame feudale perdeva così sempre più la sacralità che l'aveva caratterizzato in origine; a ciò si aggiunsero le prime

formulazioni, avanzate dalla nuova classe dei giuristi, di princìpi di diritto feudale, che all'inizio del XII ebbero la loro formalizzazione

nei Libri Feudorum, un raccolta di formule e pratiche giuridiche connesse all'amministrazione dei feudi (di cui ci occuperemo in modo

più approfondito nell'Appendice). I rapporti feudali si erano quindi svincolati dalla declinazione beneficiaria iniziale e si configuravano

Dico – uso la prima persona, da autore del riassunto, concedendomi d’esprimere un’opinione sulla questione – “mito” perché questa

32

classe non poté, per limiti legati al suo stesso ruolo, salvo eccezioni, portare a compimento gli ideali dei poemi cortesi e cavallereschi

che dipingevano le loro presunte gesta. In realtà la vita dei cavalieri era intrisa di violenza e morte, soprattutto quella dei “giovani” (alla

ricerca continua della realizzazione), fatto che si scontrava inevitabilmente con la volontà dei pacifisti che andavano moltiplicandosi,

segno ulteriore di una discrasia netta ed imbarazzante tra l'idealizzazione e la cruda realtà: due poli che hanno da sempre – cioè dagli

albori platonici del nostro pensiero – caratterizzato la forma mentis dell’Occidente, la quale dovrebbe, a questo riguardo, essere sottoposta

a revisione in ogni modo lecito.

Molto diffuse nell'immaginario collettivo moderno riguardante l'età medievale, ma non adatte a caratterizzare tutte le tipologie di

33

scontri che avevano luogo. Infatti, se da un lato in molti casi il torneo era disciplinato da un codice d'onore e da regole ben precise (i

cavalieri dovevano combattere pro solo exercitio, atque ostentatione virium e nullo interveniente odio, come ricordava lo scrittore inglese

Ruggero di Hoveden), dall'altro le violazioni delle norme erano abbastanza frequenti e i casi di morte altrettanto numerosi.

56

ormai come veri e propri strumenti di gestione del potere per i diversi signori che popolavano la scena politica europea, soprattutto in

un orizzonte ristretto e locale, ma non mancavano i grandi scontri.

L'apporto della riflessione giuridica fu fondamentale per il ripristino dell'unità pubblica a partire da una situazione di totale

frazionamento del potere civile: fu coniato l'istituto giuridico del feudo oblato (fief de reprise), che si espletava nel conferimento formale

(oblazione) al signore di un possedimento allodiale da parte del proprietario, che gli veniva restituito come beneficium dal primo, in

cambio di prestazioni (spesso militari) di durata prestabilita (generalmente il nuovo vassallo avrebbe dovuto partecipare alle campagne

militari con proprie spese solo per 40 giorni, dopodiché toccava al signore pensare al mantenimento) o spesso di sole imposte da versare

in denaro. In cambio della sottomissione si poteva contare sul potere più stabile del signore: il gioco, se ci si permette la variazione,

“valeva la candela”! Non rari poi erano feudi concessi sine servitio o sine fidelitate, in modo tale che la funzione militare, che da sempre

aveva costituito questo tipo di rapporto, non fosse più in questione. Con queste nuove modalità, suggellate dal diritto feudale, si perdeva

dunque la funzione originaria – di ricompensa latamente gratitudinaria, diciamo – del feudo, ma si creava una rete politica legittimata

di piccoli signori alle dipendenze di grandi signori e principi, che garantiva la presenza capillare e la pressione del potere civile sul

territorio (una formula che tanto al tempo dei Carolingi quanto a quello degli Ottoni non aveva avuto possibilità di compiersi), con un

vantaggio per ambo le parti: i piccoli proprietari avevano in proprietà il feudo precedentemente oblato e il riconoscimento del signore,

il principe disponeva di entrate o di prestazioni militari nonché della possibilità di far valere sul territorio il proprio potere, prima

frazionato ed ingestibile (se si considera poi che in molte regioni, a causa dei contrasti tra i grandi poteri, civile e religioso, tale funzione

non era più garantita dalla nutrita presenza di vescovi, che si orientavano sempre di più – in senso politico – verso la madre Chiesa). È

solo a questa altezza storica quindi (parliamo del XII secolo, non vale infatti, come si è visto, per i secoli precedenti) che si può parlare

di un ordinamento pubblico caratterizzato da una “piramide feudale” (signore, vassallo, valvassore, valvassino), dato che vennero a

costituirsi veri e propri organismi politici (signorie, Stati-città, monarchie) con gerarchie definite, supportati come si è visto dalla

codificazione giuridica: siamo ai prodomi dello Stato moderno.

Questo tipo di organizzazione politica fu sperimentata quasi in tutta Europa, primariamente in Inghilterra e Italia meridionale, per mano

dei Normanni, i quali riuscirono a creare salde dominazioni territoriali facenti capo ai duchi. Si trovò però ad interagire con questa

nuova forma di governo (nella sua accezione “imperiale”) un nuovo tipo di istituzione, quella comunale, di cui ci accingiamo ad

approfondire le sorti.

I Comuni

Le comunità cittadine italiane, in particolare, avevano una struttura polimorfa e singolare, in essa si avvicendavano diversi tipi di istanze,

avanzate dagli attori politici ed economici che le popolavano: conti, vescovi, piccola e media nobiltà, borghesi e classe lavoratrice

costituivano infatti differenti e più o meno omogenei gruppi di pressione all'interno della collettività. Spesso erano i vescovi, insigniti

di titoli feudali, a detenere il controllo della giustizia, dell'amministrazione e della difesa. Anche in questo caso l'eccessiva frantumazione

non garantiva quella coesione politico-sociale necessaria e richiesta per la gestione della tensione che si creava nelle comunità: le nuove

classi, quella dei borghesi e quella dei contadini immigrati dalle campagne (ormai più coscienti di se stessi rispetto ai loro avi dell'Alto

Medioevo), non erano più disposte a sopportare le angherie di chi proclamava il proprio diritto a comandare senza giustificazione,

mentre sempre più frequenti erano i contrasti tra le diverse famiglie in ascesa, spesso appartenenti a quella nobiltà che nei secoli addietro

aveva mantenuto nelle campagne la propria “dignità” e che di recente si era trasferita in città per incrementare il proprio prestigio.

Il caso di Milano ci ricorda esemplarmente quanto fosse vasta la potenza pubblica e politica del vescovo, e quanto abbia contato la sua

figura nell'emergere delle nuove forme di potere cittadino: con Ariberto d'Intimiano (†1045), che abbiamo già citato, il potere politico

del vescovo giunse al suo acme: egli si schierò con i grandi feudatari (capitanei) contro i loro valvassori (milites secundi), che

reclamavano l'ereditarietà dei feudi, tanto da giungere persino a prendere le armi nella battaglia di Campomalo che vide contrapposti i

due schieramenti. I milites secundi reclamarono l'appoggio di Corrado II il Salico, il quale, per arginare il potere dell'arcivescovo, scese

in Italia nel 1037 e depose Ariberto (dal quale, tra l’altro, era stato incoronato re d’Italia), incarcerandolo; costui trovò però una via di

fuga e tornò a Milano, dove stavolta sia i milites secundi che i capitanei lo appoggiarono, in nome dell'autonomia della città (Corrado

infatti aveva come proposito il rafforzamento del potere imperiale in Lombardia, i milites, però, di fronte alla possibilità di un'ingerenza

diretta sulla città, non esitarono a cambiare repentinamente partito, avendo peraltro già ottenuto quanto sperato con la Constitutio de

feudis, emanata da Corrado proprio per farli desistere dai nuovi propositi autonomistici, tuttavia inutilmente)..

È interessante notare, a questo proposito, che è proprio in questa occasione che il Carroccio (dal latino quadri-roteus, ossia “carro a

quattro ruote”) divenne il simbolo dell’irredentismo comunale: si trattava di un carro con quattro ruote cerchiate in ferro – che aveva in

origine una funzione prettamente militare – trainato da coppie di buoi bianchi in numero variabile. Nel mezzo v’era un'antenna, ai piedi

della quale era collocata una croce – che, nel caso di Milano, Ariberto d’Intimiano aveva donato ai cittadini come simbolo della fede e

dell'unità del popolo – la quale, assieme al vessillo del comune, completava la composizione simbolica del carro, contornato tra l’altro

da stoffa purpurea; era presente inoltre una campana, detta la Martinella, utilizzata per incitare all'eroismo, cioè all’attacco sconsiderato

ed estremo del nemico, al rispetto del giuramento di fedeltà alla città pronunciato dai combattenti, o indicare l’inizio e la fine

dell’offensiva (a questo proposito venivano impiegati anche trombettieri posti sul carro stesso). Il carro, durante il combattimento,

serviva da punto di riferimento e di raccolta per i militi, dei quali i migliori arditamente lo custodivano. Naturalmente, per il suo carattere

di simbolo, la perdita del carroccio in combattimento era la più grave alla quale si potesse soggiacere. In tempo di pace veniva custodito

gelosamente spesso nella chiesa maggiore della città, e non veniva tratto fuori se non in qualche rara e solenne occasione. Il Carroccio

venne adottato simbolicamente da tante altre città, che ne fecero, come si è detto, simbolo principale delle loro rivendicazioni.

Nel 1042 Ariberto e i milites, maiores e minores, si trovarono invece a dover fronteggiare la rivolta del popolo (non il popolino, ma

mercanti, proprietari terrieri non nobili, giudici e notai) guidata da Lanzone della Corte, una parte della popolazione che, ormai potente,

voleva partecipare al governo della città: la situazione non si volse al meglio, com'era stato nel 1037, si spianò così la strada allo sviluppo

dell'istituzione comunale. Nel 1097, cinquant'anni dopo, Milano aveva già una prima magistratura cittadina, retta da “consoli” (esponenti

di famiglie influenti), i quali, grazie all'indebolimento del vescovato (a causa delle contestazioni riformistiche), erano riusciti a creare

un'associazione giurata (coniuratio) in vista del governo della città. Il consolato, nel 1130 – sebbene formato per il numero di diciotto

membri da capitanei e valvassores, che erano quindi maggioritari, e per il numero di cinque da cives, “semplici” cittadini (cioè esponenti

57

delle corporazioni artigianali e mercantili) – rappresentava, tuttavia, un potere pubblico (erano indicati come consules civitatis) e non

più strettamente privato, com'era stato quello dei feudatari e del vescovo, per questo godeva anche di ampio consenso presso il popolo.

In generale, il periodo nel quale si ebbe grossomodo la fioritura delle istituzioni comunali è quello che va dal 1080 al 1120, in

corrispondenza, diciamo, della lotta per le investiture (e quindi dell'instabilità istituzionale da essa causata, che i cittadini seppero

sfruttare per rimettere la propria autonomia nelle mani, all'occorrenza, di uno dei due poteri in lotta). Il fenomeno si sviluppò con una

certa omogeneità in Italia: ovunque personaggi provenienti dalle consulares, le famiglie più in vista (nobili o borghesi), costituirono

coniurationes per la gestione della città (con dinamiche diverse, ma con esiti simili), che prevedevano l’istituzione di due organi cittadini:

l'Arengo, cioè l'assemblea popolare deliberante, e il Consiglio consolare (ad alto tasso di rinnovamento), con potere esecutivo. Con

questi organi collaboravano di solito funzionari scelti dai consoli, come il camerario (mutuato dalle corti imperiale e papale), che si

occupava delle finanze, e il notaio (o i notai), che si preoccupava della redazione degli atti. Col passare del tempo l'Arengo prese ad

essere costituito da tutti i capi famiglia della città, per cui fu necessario dividere l'assemblea in due consigli: il Consiglio maggiore, con

potere deliberativo, e il Consiglio minore (una sorta di Senato, con poteri di controllo ed esecutivi, composto da anziani), in ogni caso

l'elezione degli organi era ovunque “gestita” dalle famiglie dominanti, che riproducevano i loro rapporti di forza nelle istituzioni. Ad

ogni modo, almeno nella prima fase, quindi nell'XI secolo, le istituzioni comunali erano formalmente aperte agli esponenti delle diverse

classi, escluso naturalmente il popolo minuto. Nulla a che fare con la chiusura oligarchica dei secoli seguenti – XII e XIII –, nei quali il

potere sarà difeso a spada tratta da parte dei nobili nei confronti delle rivendicazioni della crescente potenza della classe mercantile e

delle corporazioni di artigiani.

Il comune, ad ogni modo, non fu un'istituzione dalla genesi burrascosa e rivoluzionaria (o almeno tendenzialmente), al contrario si trattò

di un adeguamento formale di rapporti gestionali – nelle mani di notabili – già fattualmente in essere, sebbene capitanati e gestiti dai

singoli signori (che spesso infatti divenivano consoli) e dai vescovi. Questi ultimi ora si trovavano invece ridimensionate le proprie

prerogative giurisdizionali sulla città, che era abbastanza autonoma, conservando però quelle esercitate sull'intera diocesi, troppo vasta

perché le embrionali forme comunali potessero rivendicare qualche ingerenza su di essa. L'autorità sul territorio diocesano fu sottratta

progressivamente al vescovo tramite l'interessamento della nobiltà cittadina, che spesso sedeva in Consiglio e che aveva ancora beni

fondiari e diritti giurisdizionali sul contado, e dei borghesi, che, dal canto loro, avevano tutto l'interesse nel liberare lo spazio extra-

cittadino dall'ingerenza di poteri concorrenziali che impedivano la libera circolazione delle merci. L'“espansionismo” dei Comuni (cioè

l'estensione dell'ingerenza verso il contado), già sul finire del XII secolo, era un fenomeno ben diffuso: queste nuove forme di

organizzazione cittadina si facevano infatti alfieri di quel processo di superamento del particolarismo politico di radici altomedievali

che aveva caratterizzato il panorama socio-politico dei secoli precedenti e che recalcitrava (forse invano, col senno di poi) dinnanzi

all'avanzata di nuovi organismi gestionali. Milano, di nuovo, ci fornisce l'esempio dell'inarrestabile forza espansiva dei Comuni: già nei

primi decenni del XII secolo la città cercò di impadronirsi non soltanto del contado, ma anche dei numerosi centri circostanti (Pavia,

Como, Lodi, ecc.), aprendosi la strada verso la signoria e, soprattutto, creando i presupposti per l'intervento del potere imperiale.

Federico Barbarossa e i Comuni italiani

L'autorità imperiale, indebolita dal concordato di Worms (1122), scelse la via del diritto per riacquisire la “dignità” perduta: il potere

civile si era infatti ora completamente staccato da quello religioso, e la missione protettrice dell'Impero, nei confronti della Cristianità,

era venuta meno, il ricorso al diritto romano sembrava essere l'unico appiglio per la legittimazione del potere laico.

Per comprendere l'assetto politico dell'epoca di Federico Barbarossa (nascita e morte: 1122-1190) bisogna però prima risalire alla

successione di Enrico V (ultimo dei Salici: †1125). Questi, che non aveva eredi, aveva indicato come proprio successore un duca svevo

(della casata degli Hohenstaufen), ma gli elettori che si riunirono a Magonza investirono Lotario II di Supplimburgo (1125-1137), del

casato bavarese. Alla sua morte avvenne qualcosa di simile, fu eletto un esponente degli Hohenstaufen, Corrado III (1137-1152), e le

sue volontà ignorate. Si crearono così due schieramenti nella nobiltà tedesca: Guelfi (dal nome stesso del duca bavarese Welf e della

sua dinastia, i Welfen) e Ghibellini (dal castello svevo di Waiblingen), il cui avvicendarsi (in realtà abbastanza equilibrato) finì per

depotenziare ulteriormente l'Impero .

34

Il 4 marzo del 1152, tuttavia, i principi tedeschi si riunirono a Francoforte ed elessero (per la prima volta si procedeva all'elezione) re di

Germania ed imperatore il duca di Svevia, Federico III, che prese il nome di Federico I e fu incoronato ad Aquisgrana il 9 marzo 1152

(la madre, Giuditta, era bavarese: fu imbastito una sorta di compromesso, per cui il duca di Sassonia, Enrico il Leone, dei Welfen, uno

dei principali pretendenti al trono, rinunciò ad esso in cambio della promessa della sovranità sulla Baviera). Federico I riuscì ad imporre

una svolta decisiva nella politica imperiale.

Indisse una dieta a Costanza per il 1153, nella quale rivendicò la collaborazione tra il potere civile e quello religioso, oltre a ribadire il

proprio diritto all'investitura dei vescovi tedeschi: voleva essere incoronato imperatore dal pontefice a Roma, in cambio della qual cosa

promise prestigio e potenza alla Chiesa. Alla dieta si presentarono anche dei legati di Lodi – centro lombardo minacciato

dall'espansionismo milanese, che chiedeva aiuto contro quest’ultimo –, a cui seguirono rappresentanti di altre città vicine: l'imperatore

vedeva minacciato il proprio programma politico, dato che i Comuni italiani, diversamente da quelli tedeschi (che erano sotto il

patrocinio della Corona), tentavano di estendere la propria ingerenza su territori sempre più ampi, attaccando i sudditi e i funzionari

imperiali. Una renovatio imperii necessitava infatti, a questo punto, di una gerarchia feudale efficiente, di un apparato di controllo

capillare, del controllo sul potere vescovile, nonché una ripresa radicale da parte del potere imperiale delle regalie, cioè di quegli iura

regalia – i diritti regali, del re – (amministrazione della giustizia, difesa del territorio, riscossione delle imposte e battitura di moneta)

da centralizzare necessariamente. Tutto ciò mal si conciliava con l'assetto comunale, autonomistico e disomogeneo, ma trovava nella

riflessione giuridica bolognese un valido appoggio (ciò per quanto riguarda ciò che si è detto sul recupero sub specie iuris della dignità

perduta dell’Impero), dato che questa propugnava l'elaborazione di un ordinamento pubblico affrancato dal potere ecclesiastico.

La Svevia e la Baviera sono due grandi regioni storico-linguistiche meridionali della Germania, adiacenti e contrapposte longitudinal-

34

mente, rispettivamente collocate a Ovest e ad Est. Gran parte della Svevia storica fa ora parte del Baden-Württemberg e del distretto

governativo bavarese di Svevia, nel Land della Baviera, sebbene al tempo di Federico comprendesse un territorio assai più vasto (arrivava

fino in Svizzera e in Alsazia). La Baviera oggi mantiene invece grossomodo la fisionomia medievale.

58

Nel 1154 Federico scese in Italia, indicendo una dieta presso Piacenza (precisamente a Roncaglia) alla quale giunsero legati milanesi

con un premio in denaro e la speranza di ottenere le regalie per la propria città, un'offerta che venne rifiutata nettamente dall'imperatore,

il quale, distrutta Tortona (alleata di Milano), si diresse a Roma per essere incoronato, dove abbatté il regime comunale che si era creato

attorno alla figura di Arnaldo da Brescia, che fu esautorato e messo al rogo (dato che, tra l'altro, era avverso al potere temporale pontificio,

elemento di rilievo nello scacchiere politico disegnato dal Barbarossa: i legati pontifici di papa Anastasio IV avevano partecipato proprio

a questo scopo alla dieta di Costanza); il 18 giugno 1155, il nuovo papa Adriano IV (1154-1159) incoronò Federico in San Pietro. Dopo

essere tornato in Germania per un breve periodo, Federico tornò a valicare le Alpi nel 1158, alla testa di un poderoso esercito, con

progetti, volontà e forza militare ben più solidi.

Indisse una nuova dieta presso Piacenza (di nuovo a Roncaglia), chiamando dottori in legge dall'università di Bologna (solo tre anni

prima, nel 1155, si ricorderà, aveva elargito concessioni e privilegi agli studenti), dai quali si fece indicare i diritti regali che gli

spettavano (nomina di giudici e funzionari, diritto di conio, diritto di imposta, ecc.), regalie di cui i Comuni si erano appropriati nel

tempo . Ricondusse poi i distretti pubblici, come marche e ducati, sotto l'egida imperiale, instaurando rapporti feudali con coloro che

35

ne avevano acquisito la proprietà, in cambio del mantenimento di queste come allodi e della riconoscenza. Il principio che Federico

intendeva affermare, sostenuto dagli stessi giuristi, prevedeva che fosse l'Impero la fonte di qualsiasi autorità pubblica: non rare furono

le occasioni in cui funzionari imperiali instaurarono rapporti di tipo vassallatico con i signori locali o si infiltrarono nei consolati

divenendo podestà di alcuni Comuni particolarmente indocili (come al solito, la linea teorica è soltanto ideale).

Questo attacco sistematico alle autonomie generò un movimento di opposizione comunale al quale si affiancò anche il pontefice

Alessandro III (1159-1181), il quale vedeva traditi i rapporti determinati dal concordato di Worms del 1122 (Federico tra l'altro faceva

pressione sui vescovi italici per arrogare alla sua Corona i poteri pubblici di cui ancora disponevano). Il papa fu costretto a fuggire in

Francia (al suo posto si insediò l'antipapa Vittore IV), i Comuni sconfitti e respinti (Milano assediata e rasa al suolo nel 1162). Questi

non si diedero per vinti: i comuni di Veneti e Lombardi si unirono delle rispettive leghe veronese e cremonese, che si fusero a loro volta

nella Societas Lombardiae nel 1167, con un giuramento a Pontida, alla quale si unì nuovamente Alessandro III.

La Lega aveva base strategica ad Alessandria (che era stata fondata proprio in onore del pontefice e in aperta opposizione all’imperatore,

che aveva arrogato a sé la prerogativa di fondare nuovi nuclei urbani; si trovava, d’altro canto, in un posizione strategica, in quanto

contrapposta ai conti di Biandrate e del Monferrato, filoimperiali), l'imperatore invano tentò di averla vinta sui ribelli: nel 1176 pertanto,

intimorito dalle pressioni dei feudatari tedeschi capeggiati dal cugino Enrico il Leone, decise di fare ritorno in Germania; il 29 maggio,

sulla via del ritorno, fu però intercettato a Legnano (pochi chilometri a nord-ovest di Milano) dai leghisti e sconfitto rovinosamente. Di

questa battaglia fu protagonista il Carroccio, che garantì la compattezza e la giusta organizzazione del fronte comunale, divenendo

definitivamente il punto di riferimento simbolico dell’autonomismo della Lega lombarda (ancora oggi, infatti, si suole indicare con tal

termine un partito attivo nel panorama politico italiano – soprattutto settentrionale – che si rifà all’ideale secessionistico della Societas

Lombardiae, e che, non a caso, oltre a portare nel simbolo elettorale l’effige del guerriero del Carroccio, protagonista a Legnano,

organizza annualmente un ritrovo a Pontida, sede in cui – come si ricorderà – venne definita, con un giuramento, la Lega antimperiale

dei Comuni veneti e lombardi). La valenza simbolica, ma anche militare, del Carroccio sarebbe venuta meno con l’arrivo dei corpi

militari di ventura, di cui anche i comuni si dotarono, per i quali l’appartenenza cittadina non costituiva più un discrimine e che

facilmente, con le nuove tattiche militari, potevano mettere in difficoltà i militi poco dinamici che attorniavano il carro.

Ad ogni modo, l’imperatore dovette giungere ad un accordo col Papato: avrebbe restituito i territori e le regalie alla Chiesa e abbandonato

l'antipapa, mentre il pontefice avrebbe interceduto presso i Comuni della Lega (che comunque rifiutarono la mediazione, indispettiti dal

voltafaccia del pontefice) e ratificato la situazione ecclesiastica tedesca; si giunse quindi, per il momento, ad una tregua di sei anni. Nel

1183 arrivò poi il trattato di pace, a Costanza, col quale vennero ripristinate le regalie presso i Comuni (allo stesso tempo si garantiva

l'elezione cittadina dei consoli) mentre si manteneva il principio di derivazione del potere dall'imperatore (i consoli comunali, anche se

liberamente eletti, dovevano passare per l’approvazione formale dell’imperatore); i Comuni avrebbero poi versato una tassa di 2.000

lire annue, il fodrum (cioè una tassa legata alla presenza dell’imperatore sul suolo italico, inizialmente conferito in natura – come

foraggio per i cavali –, ma ora trasformato in premio monetario) e un'indennità di 15.000 lire una tantum.

Gli effetti della pace sui Comuni Italiani

Le concessioni di Costanza riguardavano esclusivamente i Comuni della Lega Lombarda, ma vennero estese e considerate valide per

tutte le istituzioni comunali che si vennero ad inserire man mano nella struttura complessa dell'Impero, mantenendo infatti la loro

autonomia. L’impresa dell’imperatore non si rivelò fino in fondo un successo: dopo la morte del Barbarossa (1190) e di suo figlio Enrico

VI (1197), i Comuni approfittarono della destabilizzazione imperiale per rafforzare i loro ordinamenti: estromisero così i vescovi dalla

giurisdizione civile, dotandosi di nuovi Statuti laici, man mano più complessi e ricchi di funzioni, redatti grazie agli apporti dei numerosi

giuristi universitari. Di pari passo al consolidamento dell'istituzione comunale procedeva il processo di sottomissione del contado,

ancora sotto il controllo dei signori e dei vescovi, che non di rado vennero ridotti a vassalli o con i quali i Comuni stipularono diverse

alleanze, finanche militari (dato che, come si è visto, i Comuni non erano per nulla alieni agli scontri). Spesso venivano istituiti “borghi

franchi”, cioè territori di confine nei quali gli abitanti godevano di una certa autonomia (ad alcuni era concesso di darsi anche

ordinamenti pseudo-comunali ) in virtù della loro opera di riqualificazione delle periferie.

36

Emanò due Constitutiones: la Constitutio de regalibus, in cui dava conto delle varie regalie da avocare al potere imperiale – ma che,

35

contro il pagamento di un tributo e il riconoscimento di autorità, l'imperatore poteva anche lasciare al Comune – e la Constitutio pacis,

nella quale proibiva le leghe di Comuni e le guerre private.

Grazie all'istituto del “Comune rurale” (sul quale non possiamo soffermarci in modo sistematico, per una lettura più approfondita:

36

https://mefrm.revues.org/624): all'origine di questo possiamo porre sia la dinamicità dei ceti rurali – non di rado in aperta ostilità con

l'ingerenza dei signori – che preferivano spostarsi sotto l'egida di un comune più “democratico” piuttosto che subire lo sfruttamento

signorile (spesso tuttavia il Comune rurale aveva tutt'altra genesi, entravano in gioco componenti diverse: influenza di famiglie arricchi-

tesi, intromissione di vescovi e prelati, concessioni degli stessi nobili, ecc.), sia la tendenza naturale all'imitazione degli istituti cittadini

nei villaggi di più modesta estensione. 59

Il cambiamento istituzionale più significativo fu quello che interessò la sostituzione dei Collegi con dei podestà (si parla a questo

riguardo di fase podestarile): l'instabilità interna ai Comuni, che pure erano stati in grado di respingere il Barbarossa, era causata dalla

creazione di due classi, quella dei nobili detentori del potere (tra cui ormai anche ricchi mercanti), sempre più chiusa all'entrata di nuovi

attori politici, e quella del popolo, reclamante diritti e pronta a sostituirsi come nuovo ceto dirigente (nella quale figuravano non di rado

nobili trasferitisi dalle campagne e pronti a mettersi alla testa dei popolani): lo scontro si configurava tra due figure socio-politiche, tra

una vecchia e una aspirante nuova classe dirigente (entrambe dalla fattura molto complicata), piuttosto che, simpliciter, tra nobili e

borghesi. La prima andava progressivamente chiudendosi all'entrata di nuovi individui, com'era stato invece per lungo tempo (i mercanti,

infatti, erano entrati tra i nobili grazie al loro arricchimento), la seconda, più dinamica, non si risparmiava l'attacco all'istituzione. Per

porre fine ai disequilibri crescenti il Consolato fu sostituito da un podestà, prima locale, poi forestiero, al quale venne trasferito il potere

esecutivo, tuttavia come tecnico dell'amministrazione, e non come leader politico.

Le tensioni, per poco appianate dall'intervento del podestà, tornarono a farsi sentire nel corso del Duecento: oltre alle frizioni tra i diversi

ceti, continuavano ad incrinarsi i rapporti presenti all'interno degli stessi, le famiglie nobili infatti tendevano sempre più a dotarsi di

clienti armati al seguito per cui si formavano veri e propri clan (societates militum) che non raramente si scontravano nei luoghi pubblici,

attentando alla quiete cittadina. Di solito si definivano due grandi schieramenti: quello dei guelfi, che costituivano il “partito” filopapale

e non riconoscevano il potere imperiale, e quello dei ghibellini, contrariamente filoimperiali (la distinzione richiamava quella intercorsa

tra le casate che si contendevano la Germania prima e durante l'avvento di Federico Barbarossa, ma era qui di tutt'altra fatta) .

37

Il ceto popolare, dal canto suo, non versava in una situazione migliore: al suo interno infatti era presente una congerie di interessi che

sovente mal si accordavano e che erano tenuti assieme soltanto dal comune vessillo antinobiliare. Artigiani, mercanti e piccola nobiltà

(recentemente spostatasi in città) si contendevano il controllo dell'amministrazione comunale e ormai difficilmente riuscivano a dar

forma ad una comunanza di intenti; d'altro canto lo sviluppo dell'iniziativa imprenditoriale privata, soprattutto nei grandi centri, aveva

concesso ampi margini ai borghesi, che spesso si erano divisi in fasce di censo a seconda delle diverse fortune: il modello corporativistico

cominciava per questo a perdere forza (a Firenze le corporazioni di divisero in Arti maggiori, medie e minori), per cui la capacità di

pressione del “popolo” si era notevolmente ridotta. A sanare e superare queste differenze intervenne l'istituzione della societas populi,

alla quale partecipavano tutte le categorie summenzionate con lo scopo di contrastare i nobili al potere, scopo che perseguivano

generalmente dotandosi di un contingente armato.

Per cui, diciamo, a fronteggiarsi nell'arena cittadina si trovavano le societates militum (che rappresentavano, comunque, insieme, la

nobiltà) e la societas populi (una forma organizzativa neocorporativistica, che aveva ossia superato la tradizionale forma della

corporazione d'arte ma che si costituiva ancora come gruppo di pressione). In alcuni casi (Bologna e Firenze ad esempio) fu il popolo a

giovare delle tensioni, giungendo al potere: la societas populi si affiancò quindi agli organi deliberativi comunali mentre il potere

esecutivo veniva ripartito tra il podestà e i capi del popolo, gli anziani, che formavano il Priorato delle arti, a questi si affiancò in ultimo

il capitano del popolo (che era investito di oneri militari). I governi “popolari”, tuttavia, né tutelarono i più deboli né si mostrarono

riconoscenti nei confronti di quei nobili che, comunque, continuavano a garantire la solidità dell'apparato militare, tanto che si arrivò in

molti casi alla promulgazione di provvedimenti antinobiliari che escludevano i grandi aristocratici e i magnati dalle cariche più

rilevanti . Ad ogni modo, forse grazie alla frequenza di rinnovo dei funzionari, questi governi garantirono forme di partecipazione

38

politica rilevanti, sebbene non universali, sempre tenuto conto, per non sbilanciarci con giudizi edulcorati circa la reale evoluzione della

politica cittadina, del fatto che il potere effettivo rimase ben saldo nelle sole mani degli esponenti effettivamente rilevanti (appartenenti

ad esempio alle Arti maggiori e medie), come al solito, del resto.

Lo stesso provvedimento di affrancamento dei servi della gleba – passibile di esser considerato cifra della “democraticità” dei governi

popolari – sembra infatti non essere stato altro che una manovra fiscale: precedentemente i servi, che erano nella proprietà del loro

padrone, non erano tenuti a versare tributi all'erario, in questo modo invece divennero dei contribuenti a tutti gli effetti; gli fu anche

vietato infatti di spostarsi in città dal contado, divennero ovvero delle nuove fonti di prelievo monetario, opportunamente tenute fuori

dal circolo comunale, per la realizzazione dei nuovi servizi cittadini di cui il Comune andava dotandosi progressivamente (come è chiaro

anche da questo caso, quindi, il movente economico-finanziario è sotteso a tutti i grandi e piccoli movimenti della storia).

Infine possiamo riassumere brevemente l'excursus storico dell'istituzione comunale, al fine di registrarne e fissarne brevemente le

tendenze, raggruppandone gli sviluppi in tre fasi (canoniche, per così dire, nella storiografia): la fase consolare (coincidente grossomodo

con l'intervallo dei secoli XI e XII), nella quale, come si è visto, genericamente il potere veniva affidato per un tempo determinato a

magistrati scelti dalla comunità in assemblea, a cui spettava il potere legislativo (a quest'altezza i Comuni non godono dell'autonomia

che avranno in seguito, devono ancora farsi strada nell'intricato panorama politico nel quale si intreccia il rapporto tra le istituzioni

ecclesiastiche e signorili e quelle pubbliche, tra le quali spicca l’Impero); la fase podestarile (secoli XII e XIII), che prende avvio in

corrispondenza della pace di Costanza (1183), nella quale i Comuni presero a godere di una certa autonomia giuridica e intentarono

processi di laicizzazione delle istituzioni cittadine: il podestà viene interposto tra le burrascose correnti cittadine emergenti (affiancato

ai Consigli consolari e popolari) al fine di sanare le controversie e stabilizzare la gestione del potere, garantendo l'imparzialità

nell'applicazione delle leggi; successivamente sull'istituzione podestarile prese il sopravvento in molti casi la fazione popolare (per cui

si parla di fase popolare, siamo sul finire del XIII secolo) controllata dai ceti mercantili e artigiani. La ricerca di maggiore stabilità

aveva infatti portato la borghesia cittadina ad affiancare al podestà, sostenuto dal ceto più abbiente, una nuova figura, quella del Capitano

del Popolo, il quale aveva prerogative squisitamente militari. In questa fase, come si è detto poc'anzi, era garantita una più diffusa

partecipazione alla vita politica, dalla quale restavano ciononostante esclusi gli appartenenti alle classi più infime.

Difatti l'appartenenza a uno dei due schieramenti era spesso niente più che una copertura ideologica per lotte ed alleanze radicate

37

profondamente nel tessuto socio-politico cittadino.

A Firenze fu Giano della Bella a farsi alfiere della causa. nel 1293 fece promulgare gli Ordinamenti di Giustizia, con i quali precluse

38

l'accesso al Priorato delle Arti ai magnati.

60

7. La diffusione del feudalesimo

I Normanni: feudatari efficienti

L'insediamento in Normandia dei Vichinghi (911: Carlo il Semplice), guidati da Rollone (che si convertì pure al cristianesimo), fu

seguito dalla creazione di un sistema politico-territoriale vassallatico che venne elaborato da questi audaci “uomini nordici” con grande

capacità, seguendo gli stilemi di quello carolingio, ma superandolo in efficienza. La loro tenacia, unita alla coesione che li

contraddistingueva, gli permise infatti di creare un saldo apparato di gestione del territorio: innanzitutto separarono le funzioni militari

dei feudatari da quelle amministrative, che affidarono ai viceconti (o visconti), il che fu indubbiamente una garanzia contro le derive

personalistiche che si verificarono nelle altre compagini regnicole. Re d’Inghilterra (978-1189)

Dopo circa un secolo i Normanni erano già in espansione, ma la scena politica fu dominata in Etelredo II 978-1013

prima battuta dal danese Canuto II il Grande (secondogenito del re Sweyn), il quale riuscì a Sweyn 1013-1014

mettere insieme, a partire dal 1016, un dominio che comprendeva Danimarca, Norvegia ed

Inghilterra, dove sconfisse il re Etelredo II e ne sposò la moglie Emma di Normandia, un Etelredo II 1014-1016

organismo che tuttavia si sciolse alla sua morte (nel 1035). Edoardo il Confessore (1043-1066), Edmondo II 1016

figlio di Etelredo e Emma, educato in Normandia, riuscì a recuperare l'indipendenza Canuto il Grande 1016-1035

dell'Inghilterra nel 1043, divenendo nuovo re d’Inghilterra e ponendo nei posti di comando molti Aroldo I 1035-1040

nobili ed ecclesiastici francesi.

Quando alla sua morte (1066) gli successe Aroldo II, Guglielmo (detto poi “il Conquistatore”), Canuto II 1040-1043

nipote di Edoardo e duca di Normandia (figlio di Roberto di Normandia e Herleva), varcò la Eduardo il 1043-1066

Manica e gli mosse contro, sconfiggendolo nello stesso anno ad Hastings (continuando a Confessore

combattere almeno fino al 1071 per vincere tutte le resistenze) . Costui riprese in maniera

39 Aroldo II 1066

sistematica l'opera di Edoardo, portando in Inghilterra gli istituti politici normanni (quindi d’Inghilterra

feudali). Guglielmo e i suoi successori (in particolare Enrico I – 1100-1135) cercarono di imporre Guglielmo il 1066-1087

il nuovo ceto dirigente sostituendolo al vecchio, mantenendo tuttavia la divisione territoriale e Conquistatore

affiancando ai capi esistenti dei vari distretti (shires, le contee), detti sceriffi (da shire-reeve, il Roberto II di 1087-1106

funzionario regio distrettuale dell'Inghilterra anglo-sassone), dei giudici itineranti che Normandia

rappresentavano il potere regio. Contemporaneamente ai feudatari normanni furono assegnati dei Enrico I 1100-1135

feudi in beneficio e sottoposti ad obblighi nei confronti del sovrano. Le finanze venivano gestite Stefano 1035-1054

dalla Camera dello scacchiere, presso la quale annualmente gli sceriffi versavano quanto

raccolto; non è un caso che Guglielmo abbia deciso di far realizzare il Domesday Book (1086), Enrico II 1154-1189

il grande censimento al quale si è già accennato: necessitava di disporre di un quadro ben preciso Plantageneto

della popolazione alla quale imporre i tributi e da cui poteva trarre forze per il proprio esercito.

Enrico II (1154-1189), nipote di Enrico I e discendente dei Plantageneti francesi , accrebbe a dismisura l'estensione del regno: oltre

40

all'eredità dei Plantageneti e alla dote della moglie Eleonora d'Aquitania (separatasi da Luigi VII di Francia) sottrasse alla monarchia

francese anche la Bretagna (tanto che il suo regno, in Francia, si estendeva da nord a sud per circa metà dell'odierno territorio nazionale).

La sua carismatica figura trovò soltanto un avversario del suo stesso grado: Thomas Becket, l'arcivescovo di Canterbury. Nel 1164

Enrico emanò le Costituzioni di Clarendon, cercando di sottoporre la Chiesa al pieno controllo del potere regio, Becket, pur essendo

stato suo cancelliere, si oppose fermamente, rimanendo ucciso dai vassalli del re, probabilmente a sua insaputa .

41

I Normanni, oltre alle esperienze francese e inglese, si spinsero anche nel Mediterraneo, tuttavia non in modo sistematico: alcuni gruppi

praticavano delle incursioni, ad esempio in Italia meridionale, sperando di fare fortuna in nuove terre, trovandosi poi a porre le loro

abilità al servizio delle formazioni politiche locali. La probabile causa di questi movimenti era la pressione rappresentata dalla crescita

della natalità tra i nobili della madrepatria, che spesso inviavano i figli cadetti o epuravano i propri domini da dissidenti e cospiratori. Il

frazionamento politico in cui versava l'Italia centro-meridionale dell'XI secolo facilitò la loro avanzata e il conseguente insediamento:

ai principati longobardi di Benevento, Capua e Salerno si affiancavano i ducati “bizantini” autonomi di Gaeta, Napoli, Sorrento e Amalfi,

oltre alle province bizantine di Puglia, Calabria e Basilicata, mentre la Sicilia era una dominazione araba. A loro volta queste formazioni

Si venne a creare una situazione paradossale: il duca di Normandia, Guglielmo, era ormai più forte del suo stesso signore, il re di

39

Francia (che era Filippo I – 1060-1108 –, della dinastia dei Capetingi), di cui era vassallo, potendo quest'ultimo esercitare effettivamente

il suo potere ormai soltanto su un territorio compreso a malapena tra la Senna e la Loira. La dinastia dei Capetingi – la terza dopo

Merovingi e Carolingi – era giunta al trono di Francia nel 987, con Ugo Capeto (della famiglia dei Robertingi): avrebbe tenuto il trono

secondo discendenza diretta fino al 1328, quando si spense senza eredi l’ultimo sovrano, Carlo IV. Il dominio dei Capetingi si sarebbe

perpetuato poi indirettamente fino al 1792, attraverso i rami collaterali dei Valois, dei Borbone e degli Orléans.

Si indicano come Plantageneti – sebbene non si fregiassero essi stessi di tale titolo formale – gli appartenenti alla casa comitale alla

40

cui origine si pone Goffredo V il Bello, conte d'Angiò (1128-1151), il cui simbolo araldico conteneva il fiore di ginestra, in latino genistae,

da cui il soprannome di planta-genistae, e quindi Plantageneti. La casata era originaria del Gâtinais (Île-de-France), però, già dal IX

secolo aveva preso possesso dell’Angiò (Anjou) e poco dopo della confinante contea del Maine. Goffredo il Bello era padre di Enrico

II, avuto primogenito da Matilde, figlia di Enrico I d’Inghilterra: Matilde, tra l’altro, portava in dote il ducato di Normandia, al quale si

sarebbero sommati i domini che Enrico acquisì, come vedremo. A partire dal 1206, tuttavia, i Plantageneti persero proprio l’antica contea

di Angiò che passò al re di Francia, Filippo II Augusto.

Spesso si usa citare la frase, probabilmente apocrifa, che Enrico II avrebbe pronunciato contro Becket: Who will rid me of this trouble-

41

some priest? (ossia "Chi mi libererà da questo prete fastidioso?"). A quanto pare, sebbene Enrico si fosse scagliato in diverse occasioni

contro Becket nel corso degli anni, non aveva alcuna intenzione di far fuori il suo avversario; quattro dei suoi cavalieri, tuttavia, presero

il re alla lettera, almeno secondo la versione diffusa, credendo che egli avrebbe voluto la morte del vescovo, per cui si recarono in

Inghilterra e assassinarono Becket nella Cattedrale di Canterbury. La figura di Enrico rimase lesa da questo evento, tanto che gli fu

proibito l'ingresso in chiesa e i suoi atti colpiti da anatema. 61

territoriali erano percorse da «fremiti autonomistici», come ricorda Vitolo (i funzionari tendevano ad avocare il potere “pubblico” e a

diventare in prima persona signori), tanto che frapporsi tra le lotte dei vari contendenti era tutt'altro che complicato: i Normanni infatti

offrivano la loro forza militare alle varie formazioni politiche locali in lotta, assicurandosi premi e privilegi per i loro servigi e riuscendo

a penetrare più a fondo nel mélange politico che veniva a determinarsi, fino a diventarne protagonisti .

42

Il primo capo normanno ad ottenere un feudo, e ad essere insignito – pochi anni dopo – del titolo comitale, fu Rainulfo Drengot de

Quarrel, il quale nel 1029, dopo aver combattuto per il duca di Napoli Sergio IV, ricevette da questi, in segno di gratitudine, il territorio

di Aversa, dalla quale i suoi successori partirono alla conquista di Capua, che avvenne nel 1062 – dopo ripetuti assedi – per mano di

Riccardo Quarrel (1046-1078). Altri Normanni operarono per i Salernitani contro i Bizantini, riuscendo ad ottenere gran parte della

Puglia, tanto che i Beneventani, pur di arrestarne la corsa, si rivolsero (già nel 1051) al Papato in cerca di protezione, concedendo, alla

morte del principe Landolfo VI (1077), la signoria della città al pontefice, che il quel frangente era lo stesso Gregorio VII (stabilendo

un'ingerenza che sarà mantenuta addirittura fino al 1860).

Tra i Normanni impegnati in Puglia emersero, oltre ai Drengot Quarrel (Rainulfo Drengot e Riccardo ne erano esponenti), i fratelli

d'Altavilla (che avrebbero dato vita ad una lunga esperienza regnicola): Guglielmo Braccio di Ferro, Umfredo e infine Roberto il

Guiscardo (cioè l'Astuto), che abbiamo già menzionato per i suoi rapporti col Papato. Il primo papa che tentò di impedire la crescita

politica dei Normanni fu Leone IX, il quale si mise a capo di una variegata coalizione antinormanna (sia per i doveri di protezione nei

43

Prima dell'avvento dei Normanni vi furono diversi tentativi di riaggregazione dei domini longobardi, come quella del principe di Capua

42

Pandolfo I Capodiferro († 981), la cui esperienza fallì alla sua morte, e Guaimario IV (1018-1052), principe di Salerno, che si impose su

Capua, Amalfi e Gaeta. Quest'ultimo caso è interessante per la nostra ricerca in quanto fu precisamente l'impiego di contingenti normanni

a permettere al principe salernitano di mettere in atto propria espansione territoriale: è importante quindi proprio perché ci fornisce

l'esempio fattuale di quella che abbiamo appena descritto come la lenta iniezione militare normanna nella trama politica dell'Italia centro-

meridionale dell'XI secolo.

I Bizantini avevano già tentato di sventare la minaccia normanna cercando di impiegare i Normanni nel proprio esercito dietro com-

43

penso: si era mosso in questa direzione in particolare il catapano bizantino d'Italia Argiro, ma i Normanni avevano rifiutato la proposta,

affermando esplicitamente che il loro obiettivo era la conquista del meridione d'Italia. Argiro stesso aveva informato Leone IX dello

62

confronti dei Beneventani, che pure partecipavano all’impresa, sia per i suoi interessi politico-religiosi sul Sud Italia), dovendo tuttavia

accettare la sconfitta a questa inflitta nel 1053 (a Civitate) dalla coalizione normanna (formata da Riccardo Quarrel, Umfredo e Roberto

il Guiscardo), dopo la quale fu catturato e liberato solo alla concessione del riconoscimento delle conquiste di Unfredo e Riccardo

Quarrel, dai quali ottenne appoggio militare. Nel 1059, come si è già ricordato, a Melfi, Roberto il Guiscardo e Riccardo Quarrel

giurarono fedeltà a papa Niccolò II in cambio dei titoli, rispettivamente, di duca di Puglia, Calabria e Sicilia e di conte di Aversa e

principe di Capua.

Il Guiscardo, che si era distinto a Civitate, aveva acquisito in un decennio il comando fattuale dei Normanni. Lanciò quindi, nel 1061,

una campagna per la riconquista della Sicilia musulmana, che affidò al fratello minore Ruggero (detto il Gran Conte): questi, sfruttando

la crisi politica della regione, dovuta al frazionamento dei possedimenti (fenomeno ormai diffusissimo, come si è potuto constatare),

riuscì in un trentennio a riconquistare la penisola, mantenendo persino alcuni musulmani in qualità di funzionari . La cultura e

44

l'economia risentirono tuttavia ben poco del cambiamento dei padroni. Mentre Ruggero era impegnato in Sicilia, le città del meridione

cadevano una dopo l'altra sotto il dominio del Guiscardo: Bari (1071), Amalfi (1073), Salerno (1076), estese il suo dominio persino su

gran parte dell'Abruzzo, si volse poi verso Costantinopoli nel 1081, da dove dovette tornare precipitosamente in Italia a causa

dell'assedio intentato da Enrico IV a Castel Sant'Angelo. a Roma, dove si era asserragliato Gregorio VII, che liberò, traducendolo a

Salerno. Tornò a volgersi ad Oriente, ma morì nel 1085 a bordo della sua nave.

I suoi successori, Ruggero Borsa (1089-1111) e Guglielmo (1114-1127), non ebbero vita facile con la nobiltà normanna e le città che

avevano sotto il proprio dominio. A riprendere le redini della situazione fu Ruggero II (1130-1154), secondogenito del Gran Conte,

cresciuto ed educato in una Palermo ancora intrisa della cultura greco-araba, il quale, osteggiato da papa Onorio II e dai baroni locali,

rivendicò il ducato di Puglia e Calabria (cioè i domini degli Altavilla, essendo morto senza eredi il cugino Guglielmo), facendosi

incoronare nel 1130 re di Sicilia, di Puglia e del principato di Capua dall'antipapa Anacleto II (sopravvenuto intanto al successore di

Onorio II, Innocenzo II, che era fuggito in Francia), creando un dominio territoriale destinato a rimanere stabile, pur nelle alterne vicende,

fino all'unità d'Italia (nel 1154, alla sua morte, i territori sotto il dominio di Ruggero erano grossomodo tutti quelli rappresentati nella

carta sopra riportata, ad essi bisogna aggiungere comunque dei possedimenti lungo la costa nordafricana – delle colonie più che altro –

che egli seppe guadagnarsi con vigorose spedizioni: si tratta della provincia araba dell'Ifrīqiya, istituita da Roma e mantenuta dai

Bizantini, coincidente con tutta l'attuale Tunisia).

Per certi versi l'organismo politico che venne a configurarsi nell'isola ad opera dei Normanni era decisamente proiettato verso il futuro

(cioè la Modernità): Ruggero II e i suoi successori – Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II (1166-1189) – seppero infatti sfruttare le

preesistenti strutture politiche arabe e bizantine, rivitalizzandole e facendone scaturire un apparato amministrativo efficiente e solido ,

45

che permetteva di controllare efficientemente la compagine ecclesiastica (ancora nascente e fragile, se si ricorda l'Apostolica legazia e

la politica di Ruggero I), e non alieno, è bene dirlo, a forme e modi del tutto orientaleggianti, come l'attitudine all'esaltazione dell'autorità

regia, estranea al mondo occidentale (salvo rare eccezioni), che ben si sperimentava alla corte palermitana (del resto la formazione di

Ruggero, come si è ricordato, non aveva seguito canoni rigorosamente “latini” e, com'è noto, la compagine imperiale orientale aveva

sempre mantenuto una certa preminenza del potere laico su quello religioso). La forza del regno siculo sarebbe stata garantita dalla

fedeltà e dalla coesione tipica dei feudatari normanni, ai quali si affiancarono i funzionari pubblici presi in prestito dai sistemi bizantini

(in questo caso si sviluppò un sistema politico feudale realmente piramidale), che riuscirono a mediare e comporre l'equilibrio tra le

forze e le istanze locali e quelle regie: il Regno di Sicilia si configurava quindi come un sistema feudale piramidale e centralizzato, nel

quale non mancavano autonomie e diversità locali, ma ben cementate da un apparato pubblico efficiente. Sebbene i rapporti vassallatici

di cui parliamo non portarono di fatto, alla lunga, ad uno sviluppo sistematico del Mezzoggiorno (le istituzioni comunali settentrionali

difatti incarnavano molto meglio le esigenze di dinamicità del mondo a venire), questi si dimostrarono strumenti di governo efficaci per

una realtà socio-politica non ancora pronta agli sviluppi comunali.

spirito indomo dei Normanni, ed era quindi sceso a patti col pontefice, inserendosi nella coalizione.

La figura di Ruggero fu fondamentale nella definizione dei rapporti tra potere civile e religioso: infatti, secondo un ormai noto “topos

44

storiografico”, anche in Sicilia la conquista politica procedette parallelamente alla ridefinizione dell'apparato religioso. Se in un primo

momento, però, il pontefice Urbano II lasciò carta bianca al Gran Conte, in modo da permettergli di agire al meglio per riconquistare il

territorio, in seconda battuta, a conquista ultimata, espresse l'intenzione di normalizzare la situazione siciliana attraverso l'invio di un

proprio legato, un vescovo siciliano (di Troina e Messina) vicino anche a Ruggero. Tuttavia quest'ultimo non prese bene il mutamento

di prospettiva e arrestò il vescovo: si giunse ad un accordo, nel 1098, con l'emissione di una bolla, la Quia propter prudentiam tuam

(anche conosciuta come Apostolica legazia), grazie alla quale Ruggero mantenne le proprie prerogative (forse persino sostituendosi al

vescovo come legato), sebbene in modo temporaneo (cioè solo relativamente al suo regno). In questo modo si gettarono le basi per il

rafforzamento dell'autorità politica sull'isola mentre la Chiesa ne beneficiava indirettamente grazie alla ricostituzione della Cristianità

siciliana.

Cifra dell'efficienza amministrativa normanna è sicuramente la lungimirante pratica proto-catastale attuata dai sovrani di questo popolo:

45

proprio come per il Domesday Book di Guglielmo il Conquistatore, Ruggero ebbe la nitida consapevolezza della necessità di un catalogo

che registrasse la situazione socio-economica del nuovo regno, a lui si deve probabilmente una prima istituzione del Catalogus baronum,

ossia l'elenco di tutti i feudatari del regno – stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi

delle potenzialità del proprio esercito –, che sarebbe stato concluso comunque in maniera definitiva durante il regno di Guglielmo II. 63

Le crociate

I Normanni dell'Italia meridionale furono protagonisti anche dell'epocale evento delle crociate. Se si ricorda infatti quanto abbiamo

detto in relazione al concilio di Clermont-Ferrand del 1095, ossia quello in cui Urbano II esortò i presenti ad un “pellegrinaggio” in

Terra santa come mezzo di purificazione dei peccati e come occasione per recare aiuto alla Chiesa orientale, minacciata dagli infedeli,

si potrà ricostruire, se non la causa, almeno l’evento scatenante di uno degli eventi più significativi del Medioevo. L'appello di Urbano

poteva anche essere puramente letterale, al solo pellegrinaggio religioso, ma nella realtà si trasformò infatti in tutt'altro.

Lo slancio espansivo (in ultima analisi economico) che visse la società europea nell'XI secolo può invece ben apparire come la causa

strutturale (o una delle cause) del fenomeno delle crociate: la crescita demografica, l'emergere di nuovi ceti ed esigenze (quelle

mercantili in particolare), l'incremento dei terreni messi a coltura e la necessità di nuovi sbocchi erano gli elementi caratteristici di

questo nuovo impeto europeo . I musulmani erano quindi in primo luogo coloro che monopolizzavano da secoli i porti del mediterraneo,

46

in secondo luogo gli infedeli: in ogni caso il nemico da abbattere.

L'appello che l'imperatore bizantino (Alessio Comneno) avrebbe rivolto ai cristiani d'Occidente per la difesa dai Turchi, secondo Vitolo,

sarebbe un fatto di «portata assai limitata», a cui «si rischia di dare eccessivo credito», dato che l'Impero orientale doveva temere – per

il suo bene – più gli Occidentali (i Normanni in particolare, già entrati in rotta di collisione con Bisanzio, nel 1081-1082, poiché

interessati ai domini bizantini balcanici) che i Turchi stessi o gli Arabi, i quali avevano raggiunto una posizione di compromesso ed

equilibrio con i Bizantini. Non particolarmente incisiva, a quanto pare, sebbene spesso presentata come causa e giustificazione delle

crociate, era quindi l'oppressione dei Turchi (nonostante fossero neo-conversi all'islam e certamente meno tolleranti degli Arabi) nei

confronti dei cristiani in Terra santa, dato che, oltre sporadici episodi di violenza, la situazione complessiva dei “nazareni” non era tanto

critica da rendere necessaria una cogente opera di liberazione da parte dei cavalieri europei.

È bene considerare, comunque, che il fermento religioso si dimostrò essere una componente fondamentale – e non trascurabile

nell'analisi storica – del fenomeno delle crociate, assieme alla vera e propria smania dei cadetti, ma anche degli stessi signori europei,

di avventurarsi verso Oriente e impadronirsi di nuove terre, riconquistando idealmente il luogo d'origine della Cristianità: spesso questi

cavalieri erano totalmente invasati ed euforici, esaltati dalla sola idea della possibilità di una tale riconquista e della liberazione dei

luoghi sacri della propria religione – di quella terra “calpestata da Cristo” – soprattutto se si considera il generale livello di

disorganizzazione delle diverse spedizioni crociate, messo evidentemente tra parentesi proprio in virtù all'entusiasmo religioso e della

coesione ideologica da esso generata . «La crociata», come spiega Vitolo, «non fu un fenomeno tra gli altri della storia dell'Europa,

47

bensì un movimento complesso, che segnò per almeno tre o quattro secoli la società europea e che coinvolse papi, sovrani, cavalieri,

mercanti, poveri, pellegrini, senza però sviluppare una sua vera e propria ideologia» – a dispetto, diremmo noi, di facili sistemazioni

storiografiche - «poiché quelli che vi parteciparono a vario titolo vissero la loro esperienza alla luce di idealità diverse».

Il primo a convogliare questa congerie di sentimenti ed esigenze in un atto deciso fu Pietro di Amiens (anche ricordato come Pietro

l'eremita): egli indisse nel 1095 la cosiddetta «crociata dei poveri» (probabilmente seguendo in modo poco ortodosso l'esortazione al

pellegrinaggio di Urbano II), per la quale partirono numerosi poveri e reietti che, al grido di Deus le volt (“Dio lo vuole”: una storpiatura

dell'espressione latina Deus vult!), si diressero, attraverso l'Europa centro-orientale, verso Gerusalemme. Questi si resero colpevoli di

razzie ed uccisioni (specialmente di Ebrei), causando il risentimento di molti vescovi locali, tuttavia in pochi arrivarono a Costantinopoli

con Pietro, dove attesero l'arrivo della prima crociata “ufficiale”. Urbano, infatti, preoccupato per i risvolti entropici di queste crociate

popolari, sfuggenti al potere e al controllo politico della Chiesa, promosse nel 1096 la spedizione di diversi contingenti militari

capeggiati dagli esponenti più in vista delle aristocrazie europee (sia franchi che normanni) : si diressero prima a Costantinopoli, dove

48

ottennero il sostegno, in viveri e armi, dell'imperatore Alessio Comneno (in cambio dei territori sottratti all'Impero nel corso del tempo,

da recuperare con la crociata). La spedizione partì da Costantinopoli nel 1097 e nonostante gli odi intestini all'esercito crociato, le

difficoltà climatiche per i cavalieri armati pesantemente e l'imperizia di questi di fronte ad un nemico veloce ed astuto, riuscì ad ottenere

il risultato sperato: il 15 luglio del 1099, dopo cinque settimane d’assedio, Gerusalemme fu presa ai Turchi, e i crociati, entrativi,

compirono una tremenda carneficina di Ebrei e musulmani.

Man mano che i crociati avanzavano oltre Gerusalemme, tuttavia, alcuni di essi preferivano fermarsi per ritagliarsi domini propri:

Baldovino di Fiandra divenne conte di Edessa, Boemondo di Taranto (abbiam detto figlio del Guiscardo) divenne principe di Antiochia,

Goffredo di Buglione (nominato capo dell'esercito crociato) prese il Regno di Gerusalemme, e così via.

Questo fermento era poi canalizzato in un generale sentimento di inquietudine religiosa, pungolato dall'emergere di movimenti “ereti-

46

cali” e dal moltiplicarsi di predicatori itineranti che preannunciavano ribaltamenti epocali: si sviluppò e consolidò effettivamente il

fenomeno del pellegrinaggio, ad essere interessati non erano più soltanto le mete tradizionali (Roma, S. Martino di Tours, S. Michele sul

Gargano e Gerusalemme), sempre più frequenti erano in effetti le visite ai santuari di Mont-Saint-Michelle, S. Michele della Chiusa e

Santiago di Compostela, raggiungere quest'ultimo, come sottolinea Vitolo, tramite il «cammino di san Giacomo» (ancora oggi frequen-

tato), comportava «suggestioni particolari», dato che una delle tappe era proprio il passo di Roncisvalle dove cadde Rolando, secondo la

celebre Chanson, durante la lotta ai musulmani spagnoli (ma il fascino del cammino era assicurato anche dalla sua pericolosità – briganti,

ladri e approfittatori ne costellavano i margini – una vera e propria via crucis, metaforica ma spaventosamente reale, che il pellegrino si

trovava a percorrere).

Inutile sottolineare quanto incidessero su tutto ciò quei nuovi contenitori di miti e modelli che erano l'epica cavalleresca e le sue

47

Chansons, che porprio in questi decenni andavano prendendo tanto nelle corti signorili quanto nelle pubbliche piazze, anch'esse palco-

scenici di frequenti fenomeni di eccitazione popolare.

Tra i tanti: Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia, Goffredo di Buglione, duca di Lorena, Boemondo d'Altavilla, figlio del

48

Guiscardo, Raimondo di Saint Gilles, Roberto di Fiandra, e Roberto di Normandia figlio di Guglielmo il Conquistatore. Si tratta quindi

di personalità di un certo livello, questo a riprova della capacità di abnegazione di questi principi e duchi (che di fatto avrebbero potuto

inviare semplicemente i loro uomini, guidati da ufficiali) sostenuta dall'entusiasmo, o meglio dal fanatismo religioso.

64

Goffredo fu succeduto dal fratello Baldovino, che consolidò il regno completando la conquista della costa e assegnando ai cavalieri

crociati dei possedimenti in beneficio, in pieno stile feudale: ciò, però, non si rivelò bastevole per sistemare le questioni interne relative

a tutto il movimento crociato, che rimaneva ancora percorso da esigenze eccessivamente centrifughe (in questo si può rintracciare

l'elemento entropico e opposto alla coesiva lealtà religiosa dei paladini europei, la faccia scura del loro itinerario in Terra santa, quella

che più interessa allo storico). Prezioso fu l'aiuto dei nuovi ordini

“monastico-militari” (Ospedalieri di san Giovanni – oggi Cavalieri di

Malta –, Templari , Cavalieri teutonici) che si affiancavano ai crociati

49

nella lotta agli infedeli e nella protezione dei pellegrini. Le città marinare

seppero sfruttare i nuovi equilibri: dapprima Genova e Pisa, che si erano

inserite già in corrispondenza del conflitto (i Genovesi avevano fornito

congegni bellici per gli assedi), poi anche Venezia (già radicata in Oriente,

si ricordi la Bolla d'Oro di Comneno del 1082, e inizialmente diffidente,

a causa degli squilibri che il movimento dei crociati causava, anche

indirettamente, nei mercati locali), meno Amalfi. Nacquero così città

portuali sulle coste dei nuovi “Stati” crociati, gestite dai mercanti delle

diverse città.

All'inizio del XII secolo l'emiro di Mossul e Aleppo, Imad al-Din Zinki,

riuscì a creare un vasto dominio compreso tra il Tigri e l'Oronte, cioè tra

Iraq e Siria, grazie al quale riusciva a far pressione sugli Stati crociati,

che erano impreparati all'evenienza: Edessa cadde nel 1144. In Occidente,

venuto a conoscenza della notizia, Bernardo di Clairvaux, il celebre ed

intransigente monaco cistercense, organizzò una nuova crociata

coordinando il re tedesco Corrado III (1137-1152), il re di Francia Luigi

VII (1137-1180) e il re normanno di Sicilia Ruggero II (1130-1154) . La

50

crociata non ebbe il successo sperato: ognuno dei tre perseguiva soltanto

i propri scopi e l'azione non risultò omogenea.

Pochi decenni dopo, un curdo di nome Salah ed-Din Yusuf (noto in

Occidente come il Saladino) riuscì a creare un sultanato autonomo che si

estendeva dall'Egitto all'Iraq: in poco tempo sconfisse i crociati ad Hattin

(1187), riuscendo, dopo pochi mesi, ad entrare a Gerusalemme (la corte

del Regno di Gerusalemme fu così spostata a San Giovanni d'Acri).

Ciò provocò una reazione degli occidentali ancor più consistente delle precedenti: Federico Barbarossa (1152-1190), Riccardo Cuor di

Leone (1189-1199) e Filippo Augusto (1180-1223), re francese, si schierarono nel 1189 contro il Saladino, ma i risultati furono

ugualmente scarsi (Barbarossa annegò nel 1190 attraversando il fiume Salef e gli altri due ottennero soltanto qualche riconquista isolata,

tanto da lasciare Gerusalemme nelle mani dei musulmani): lo spirito di Clermont-Ferrand e dei primi crociati si era ormai dissolto,

restavano le esigenze politiche ed economiche dei vari attori politici presenti sulla scena “internazionale”.

Federico Barbarossa nel 1186 aveva dato in moglie al figlio Enrico VI la principessa Costanza d'Altavilla, la “sposa normanna” (da cui

nacque Federico II), ottenendo così il regno siculo – andarono a vuoto le rivendicazioni di Tancredi di Lecce (figlio naturale di Ruggero

III, a sua volta figlio, assieme a Costanza, di Ruggero II) – in questo modo Enrico avrebbe potuto disporre di forze e basi di appoggio

per le sue politiche espansionistiche nell'Oriente bizantino e musulmano, sull'onda dei progetti normanni: la sua morte precoce (1197,

a soli 32 anni) troncò comunque questi grandi propositi. Intanto anche il Saladino era venuto a mancare (†1193), lasciando il sultanato

in balia di forze disgregatrici: ciò permetteva al nuovo pontefice, Innocenzo III (1198-1216), di cavalcare l'onda dell'instabilità politica

mediorientale e concepire una nuova crociata, per liberare Gerusalemme e ricondurre la Chiesa d'Oriente sotto l'autorità papale. La

strategia del pontefice era molto precisa, e finemente studiata: l'Impero bizantino viveva infatti una profonda crisi politica, l'aristocrazia

locale era in fermento, gli Slavi premevano sui Balcani, gli avventurieri occidentali da ovest e gli islamici da sud, mentre, sul versante

economico, i Veneziani avevano conseguito una posizione schiacciante all'interno del mercato locale, che avevano intenzione di

trasformare velocemente in un'egemonia politica, dato che gli imperatori si mostravano insofferenti e intenzionati a volgersi sempre più

verso Pisani e Genovesi. Il Papato poteva inserirsi in questo mélange, per arrivare in Terra santa, soltanto ponendosi sotto l’egida dei

Veneziani, che si dimostravano i più forti sulla scena. I crociati infatti furono radunati a Venezia, nel 1202, per partire via mare verso

l'Oriente, ma non disponevano dei mezzi necessari per il noleggio delle navi: fu così che il doge veneziano Enrico Dandolo gli fornì

supporto gratuito a patto che si facesse scalo a Zara (che era in mano al re d'Ungheria) per supportare i Veneziani che la stavano

assediando. Dopo la tappa di Zara il doge ottenne dai crociati che si dirigessero anche su Costantinopoli, per conquistarla, tanto più

perché il pretendente al trono, Alessio IV, prometteva di supportare i crociati contro i musulmani, nuovi accordi mercantili per Venezia

e la riunificazione delle due Chiese (divise ormai da un secolo e mezzo), in cambio dell'aiuto dei crociati per la riconquista del trono.

I cui inizi sono da collegare a un gruppo di cavalieri francesi, che, nel 1119, a Gerusalemme, assunsero i tre voti di povertà, castità e

49

obbedienza per impegnarsi nella difesa dei pellegrini occidentali diretti a Gerusalemme. Ricevettero una regola nel 1128, con le felici-

tazioni di Bernardo di Clairvaux, che scrisse in loro onore un’opera dal titolo De laude novae militiae, nella quale esaltava la figura del

miles Christi, da loro audacemente incarnata. L'ordine fu soppresso (con la bolla Vox in excelso del 3 aprile 1312) durante il pontificato

di Clemente V (a seguito del concilio di Vienne, 1311/12), tramite le accuse infamanti (tra cui: sodomia, eresia e idolatria, nonché

“connivenza col nemico”) mosse da Filippo IV il Bello – la cui confessione fu estorta ai cavalieri con la tortura – il quale accampava la

pretesa di appropriarsi dell'ingente loro patrimonio, dal momento che era indebitato proprio nei loro confronti.

È in questo frangente che il monaco, in risposta ad un'interrogazione sottopostagli dai Templari, diede vita al concetto, capzioso e

50

approssimativo per un cristiano (ma di ascendenza agostiniana, che è tutto dire!), di “malicidio”, secondo il quale l'uccisione di un

infedele non sarebbe stata classificabile come “omicidio” ma come “estirpazione del male” presente nell'infedele stesso: l'oggetto della

violenza è il male, e non la persona stessa, l'atto è quindi giustificato dal punto di vista della fede ed in linea con la dottrina. 65


ACQUISTATO

7 volte

PAGINE

130

PESO

4.97 MB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia medievale e del prof. Paciocco, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Medioevo. I caratteri originali di un'età di transizione, Vitolo. Scarica il file in PDF! Sunto molto dettagliato della storia medievale: dall'età tardoantica fino al Rinascimento italiano, attraverso l'evoluzione delle idee e delle istituzioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Costantino.Romano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Paciocco Roberto.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche

Appunti per l'esame di Storia della teologia, prof. E. Galavotti
Appunto