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Riassunto primo parziale Cultura Inglese II, prof. De Michelis

Appunti di Cultura inglese II basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. De Michelis dell’università degli Studi di Milano - Unimi, Interfacoltà, Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale applicata all'ambito economico, giuridico e sociale. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Cultura inglese II docente Prof. L. De Michelis

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Cultura inglese II (De Michelis)

Hanif Kureishi esponente di grande rilievo nella cultura britannica del secondo ‘900 e di

oggi, negli ultimi anni è sceso in campo contro i discorsi discriminanti nei confronti dei migranti e

degli stranieri .

The migrant has no face, status or story

Kureishi usa la metafora dello zombie per descrivere la figura del migrante  il migrante non ha più

un volto, un genere, una protezione o una storia. È un “morto vivente” che viene per invadere,

colonizzare e contaminare. Per derubarci della salute e della nostra posizione sociale. Viene

facilmente denigrato proprio perché non è più considerato come una persona. Ed è una figura che

non possiamo “né digerire né vomitare”, nel senso che non riusciamo a digerirlo e farlo uguale a

noi ma al tempo stesso non riusciamo neanche a vomitarlo e liberarcene.

Il corpo estraneo e straniero del migrante non può essere ucciso come i normali “mostri” dei

videogiochi, non solo perché è già morto, ma anche perché ci sono già pronte altre intere ondate

di zombie migranti. Sotto questo punto di vista, il migrante sarà eterno. È ovunque ed è un

problema troppo grosso. C’è perfino gelosia e diffidenza all’interno dei migranti stessi, perché

coloro che hanno sofferto e appena cominciato a superare le varie fasi di discriminazioni vedono

con un po’ di dispiacere l’arrivo dell’ondata successiva, per paura che l’arrivo di altri possa portare

a nuove ostilità e privarli dei vantaggi appena guadagnati.

Ma, secondo le parole di Kureishi, “The immigrant is a collective hallucination forged in our own

minds”  è pericoloso solo se noi gli concediamo di farci paura. L’odio travisa la realtà anche più

dell’amore, e l’immagine creata del migrante come un’infezione pericolosa e divoratrice non ci

permette più di vedere con chiarezza il nostro stesso comportamento.

Agnes Woolley studiosa inglese che lavora molto sulle migrazioni, soprattutto nel teatro

– .

Listening to Refugee Tales on the Pilgrim’s Way

Agnes Woolley si è unita al collettivo di attivisti e volontari del “Refugee Tales” nel loro

pellegrinaggio in solidarietà con i rifugiati  camminare insieme, raccontare insieme e ascoltare

insieme, tre azioni tipiche della quotidianità che coinvolgono il corpo e la mente. “It seemed as

though the borders that often divide people and places were temporarily lifted”  questa gente

passeggia insieme e viene vista come un modo alternativo di relazionarsi con la realtà rispetto al

poster elettorale dello United Kingdom Indipendent Party (UKIP poster), che rappresenta un

fiume di migranti apparentemente non riconoscibili come europei. L’immagine di Nigel Farage è

stata presa da quello che è successo nell’Agosto 2015, quando i rifugiati che venivano dalla Siria

hanno cominciato ad abbattere i recinti e a mettersi a piedi sui binari della linea ferroviaria che

portava verso i Balcani, riaprendo la strada. L’unica persona bianca più visibile è oscurata da un

testo. Il poster è ovviamente stato considerato come razzista.

Nel 1968 il deputato conservatore Enoch Powell tenne un discorso soprannominato “River of

blood”, in cui si fece portavoce di una reazione degli inglesi che protestavano contro le ondate di

persone provenienti in particolare dalla Jamaica e dai Caraibi. Egli finse di aver ricevuto una

lettera di protesta di un cittadino per bene, pensionato di una cittadina di provincia dell’Inghilterra,

in cui quest’ultimo riportava il caso di una vecchietta che era rimasta isolata in un quartiere dove

uno alla volta erano stati venduti tutti i migranti ed essa, avendo rifiutato di accogliere un gruppo di

giovani neri, si era ritrovata la casa imbrattata di escrementi. La lettera è stata identificata come

falsa. Ad ogni modo, il discorso prese questo nome perché nel punto più drammatico di esso c’era

un riferimento alle lotte razziali che c’erano in quegli stessi anni negli USA: “Vogliamo essere così

permissivi da avere i riots razziali che si verificano negli Stati Uniti? Vogliamo aspettare fino a che,

come disse Enea, le acque del Tamigi saranno rosse come il sangue dei suoi abitanti uccisi dai

suoi invasori?”.

Come il peso dell’acqua (2014) regia di Andrea Segre

Perché i clandestini rischiano la vita e pagano tanti soldi (più di un viaggiatore che prende il treno

o l’aereo), per diventare, appunto, clandestini?

I flussi riguardano prima di tutto i paesi a noi confinanti: Algeria, Tunisia, Egitto.. questi, dopo il ’95,

hanno cominciato a viaggiare verso il Mediterraneo. I viaggi sono duri, centinaia di persone su dei

camion attraversano strade desertiche, senz’acqua, per settimane. Non portano valigie, non

hanno niente con loro. Come dice Pascoli nella poesia Italy “gli emigranti hanno un po’ più fardello

che le rondini […] mangiano pane e coltello […] orfani del mondo”.

Quando arrivano in Libia vengono perquisiti, privati dei loro soldi e le donne violentate (non

esistono diritti umani).

La nostra marina va a salvarli appena arrivano nel “mare nostrum”, nel Mediterraneo, con le loro

imbarcazioni  salviamo e “raccogliamo” coloro che poi non vogliamo accogliere. Ma loro non

hanno altra scelta se non venire qui.

I visti, per viaggiare legalmente, non gli vengono dati, oppure gli vengono chiesti anche 10 mila

dollari (a noi basta andare in Ambasciata e ce lo rilasciano subito)  la linea del visto è molto più

potente di un muro.

Alcuni arrivano con l’aereo, ottenendo un visto di 3 mesi e poi non usano il biglietto di ritorno.

Apparentemente come noi, ma in realtà anch’essi clandestini.

La messa in scena teatrale ha come scopo quello di ribaltare tutte le prospettive:

- Accenna ad un rovesciamento della cartina geografica, portando noi al sud e loro a nord  ci fa

guardare il sud con la testa in su.

- Tutte e tre le emigranti menzionate sono state riprese mentre viaggiavano per dare l’idea del non

aver un posto in cui stare fermi.

- Utilizzano i simboli dell’arte e non della cronaca.

National Identity

Presentazione dello stereotipo della “National Identity” Inglese. Il discorso dell’identità nazionale

in genere risale alla fine del ‘600: non è antichissimo perché l’idea dello stato nazione non è

antichissima.

Definitions and history

Le VISIONI più antiche, risalenti alla fine dell‘800, sono chiamate ETNICHE o

 PRIMORDIALISTE.

All’epoca esisteva ancora la convinzione che l’appartenenza nazionale fosse una cosa

quasi connaturata.

Molto presto però, a partire da dopo la Prima Guerra Mondiale, si è cominciato di più a

 ragionare su cause storiche. Gli ATTEGGIAMENTI MODERNISTI sono invece successivi

alla fine della Seconda Guerra Mondiale e al lungo periodo in cui è stato preminente il

punto di vista dello strutturalismo, che insisteva tantissimo sul valore della parola e sulla

rappresentazione. In questi anni vi è una forte preminenza della componente narrativa e

viene dato grande spazio all’immaginazione.

- Eric Hobsbawn, famosissimo storico britannico, ha insistito sul fatto che le nazioni sono

costruzioni moderne, favorite e privilegiate come struttura di governo e di organizzazione

sociale soprattutto per agevolare l’espansione della rivoluzione industriale 

l’industrializzazione prevede connessioni più larghe di quelle strettamente locali, quindi è

importante creare un vincolo di interesse comune tra persone dislocate in varie parti di un

aera più o meno omogenea territorialmente che viene così trasformata in una comunità.

- Hobsbawn e Ranger, nel 1983, idearono la teoria dell’invenzione della tradizione: le

tradizioni, quindi le rappresentazione della nazione, non sono esistenti da sempre;

semplicemente, ad un certo punto si individuano alcune cose successe davvero e si decide

di trasformarle in un racconto che affascina e lega. Quindi le rappresentazioni di una

nazione possono cambiare ed essere reinventate con lo scopo di adattarsi all’evoluzione

dei bisogni delle persone. Normalmente queste cose vengono fatte o in un momento

rivoluzionario o in un momento di vittoria o in un momento di riappacificazione.

- Una posizione di compromesso è quella di Anthony D. Smith, che parla di teoria etno-

simbolista delle nazioni: la maggior parte delle nazioni sono costruzioni moderne, ma sono

tenute insieme da una volontà nazionale che ha le sue radici nei miti e nelle memorie delle

più antiche comunità etniche che vivevano sul territorio.

Le TEORIE che vanno per la maggiore adesso sono invece quelle POST-MODERNISTE:

 - Benedict Anderson parla di comunità immaginate, che si possono distinguere in base

allo stile in cui sono immaginate, alla loro capacità di sembrare autentiche, e non in base

alla vera autenticità.

- Homi Bhabha aggiunge il concetto di “narrative” alle comunità immaginate di Anderson,

perché le narrazioni condivise sono come un cemento per la costruzione dell’idea di

un’identità nazionale.

- Stuart Hall invece afferma: “La nazione è un sistema di rappresentazioni culturali” una

comunità simbolica la cui cultura è un “discourse” nazionale, che produce significati

riguardo la nazione con la quale noi ci identifichiamo. In lui è molto forte lo spazio lasciato

all’ideologia.

Hall teorizza la compresenza possibile di varie componenti nell’identità nazionale (identità

ibride, multiculturali ecc).

- Michael Billig ha inventato la formula “banal nationalism” = “nazionalismo

comune/normale”. Ha cercato di sottolineare nel suo libro quelle espressioni di

nazionalismo “banale” che ognuno di noi mette in pratica nella sua vita. Nelle sue parole,

l’identità nazionale diventa un modo di pensare, una coscienza ideologica, parte del

“natural, moral order”  qualcosa che è naturale possedere.

- Duncan A. Bell ha inserito il concetto di “mythscape”, come la pagina sulla quale si

ripetono le narrazioni nazionaliste che, proprio attraverso la riscrittura, sono trasformate in

qualcosa che può ancora durare qualche anno: meccanismo per perpetuare e prolungare la

sopravvivenza del nazionalismo  riscrivere il passato per gli obiettivi del presente.

Icons of England (2006)

Esperimento di nazionalizzazione di quella parte di popolazione che si sentiva più inglese che

britannica  iniziativa culturale dettata dall’alto e promossa da alcuni quotidiani che seguivano

tattiche di show business e di fidelizzazione: “aiutateci ad identificare le 100 più caratteristiche

icone dell’Inghilterra e dell’inglesità” (l’unica cosa che non si poteva indicare come icone erano le

persone).

Krishnan Kumar ha scritto uno dei libri più complessi e completi sull’identità nazionale nel corso

del ‘900: The making of English National Identity. Parte dai tanti modi in cui gli inglesi si sono

riferiti al Regno Unito: “We live in a state with a variety of titles having different functions and

nuances – the U.K. (or ‘Yookay”, as Raymond Williams relabelled it), Great Britain (imperial

robes), Britain (boring lounge-suit), England (poetic but troublesome), the British Isles (too

geographical), “This Country” (all-purpose within the family), or “This Small Country of Ours”

(defensively- Shakesperean).

Shakespeare, Richard II, Act II, Scene I: idea del confine, idea della separatezza della terra.

This royal throne of kings, this sceptred isle,

This earth of majesty, this seat of Mars,

This other Eden, demi-paradise,

This fortress built by nature for herself

against infection and the hand of war,

This happy breed of men, this little world,

This precious stone set in a silver sea,

Which serves it in the office of a wall

Or as a moat defensive to a house,

Against the envy of less happier lands;

This blessed plot, this earth, this realm, this England.

Henk Van Houtum (hutm) e Ton Van Naerssen hanno scritto l’articolo “Bordering, Ordering and

Othering”. Il titolo mostra un’associazione di idee, un passaggio naturale dal “bordering” quindi il

creare confini, al “ordering” perché creare confini vuol dire anche dare ordini, fino al “othering”

perché dare confini, anche verbali, vuol dire anche rendere più chiara e immediata l’identificazione

del sé attraverso la stereotipizzazione di un “loro” e di un “noi”.

All’interno del saggio gli autori affermano “The MAKING OF A PLACE (non “space”, termine neutro

dello spazio geografico, perché c’è una differenza tra uno spazio fisico “space” e un luogo che è

uno spazio che in qualche maniera è stato modificato, anche solo dentro la nostra testa,

attraverso l’investimento della cultura  spazio socializzato “place”) must be understood as an act

of PURIFICATION (deve quindi comportare l’inserimento dell’idea di chi ha diritto di starci e chi

no), as it is arbitrarily searching for a justifiable, bounded cohesion of people and their activities in

space which can be compared and contrasted to other spatial entities”. Quindi, l’obiettivo primario

è fare la nazione che c’è all’interno, poter agire nel nome del bene di qualcuno di cui ci si

promuove come legittimi protettori. Nella creazione dell’altro c’è sempre una politica di creazione

di quale noi vogliamo.

“What territorial human STRATEGY does is classify space, communicate a sense of place and

enforce control over a place. In doing so, TERRITORIAL STRATEGY REIFIES POWER (dà una

presenza concreta al potere), displaces (toglie dal proprio posto) others, and depersonalises,

neutralises, fills and contains space”.

David Harvey  Il nome è portatore di identità. Il solo atto di dare un nome ad una terra implica un

potere su essa, soprattutto sul modo in cui i luoghi, i suoi abitanti e la loro funzione sociale viene

rappresentata. Ovviamente tutto questo porta ad avere potere all’interno di tutto l’ordine sociale.

Hopsbawm  “invention of tradition”, concetto usato da Blair quando voleva proporre l’ideologia di

una nuova Gran Bretagna (giovane, che guarda alla globalizzazione). Blair si rifà al 1907, anno in

cui nacque il Regno Unito con l’unificazione statuaria tra la Gran Bretagna e la Scozia, e afferma

che se quell’anno la Gran Bretagna ha saputo reinventarsi, allora non c’è nessuno problema a

reinventare la Gran Bretagna nel 1997.

Spesso inoltre si sente parlare di “National character” il carattere nazionale (che in realtà non può

esistere), una particolare forma di legame che addirittura mette sullo stesso livello la regina e gli

spazzini, perché quando si parla di carattere nazionale la prima cosa che viene nascosta sono le

differenze culturali e le differenze di classi.

Questa espressione è stata molto popolare durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare

nell’inverno del ’40, quando si è scatenata al massimo la fase di bombardamenti a tappeto delle

aree civili di Londra da parte dell’areazione tedesca. In quel periodo, appunto, è stato sviluppato

un discorso di “siamo tutti insieme a resistere contro questo male che minaccia tutta l’Europa e

tutto il mondo; vinceremo perché siamo buoni e la nostra bontà si dimostra nella nostra capacità di

diventare tutt’uno”. Ancora oggi, nei momenti di crisi, ci si rifà a questo discorso.

Uno dei modi, usato anche da Orwell, per cercare di enfatizzare l’aspetto della somiglianza

piuttosto che della diversità all’interno di una comunità, è quello di fare una lista di elementi,

comportamenti, luoghi o oggetti che possono essere considerati rappresentativi dell’identità

nazionale. La lista può avere due effetti: si può usare in modo da trasmettere implicitamente una

gerarchia, ma si può usare alternando cose molto diverse, facendo sembrare così che hanno più o

meno lo stesso valore. In questo modo si può dare un maggior senso di unità.

Borders, boundaries and border crossing

I processi di creazione di confini non hanno inizio né si fermano a delle semplici linee di

demarcazione dello spazio. Rappresentano piuttosto una pratica sociale di differenziazione

spaziale  costruiscono luoghi all’interno degli spazi.

Il confine può essere visto come una linea continua che separa attraverso il grado di maggiore

apertura o maggiore chiusura (grado che cambia a seconda dei popoli, delle classi, dei beni ecc).

Quello del “bordering” è un processo continuo, sempre in corso e strategico, con lo scopo di

creare una differenza nello spazio tra le politiche, le ideologie, la cultura e tutti gli aspetti di un

popolo.

In questo modo, viene negata l’esistenza di coloro che non hanno il permesso dello Stato per

essere in quel luogo  lo Stato dice “tu non esisti, io non ti proteggo”  differenza ed indifferenza,

viene data socialmente l’autorizzazione di trascurare qualcosa.

Finché possiamo reagire con indifferenza e semplicemente trascurare, non guardare, queste

persone “altre”, non c’è un problema politico. Quando però si acquista la sensazione che siano

persone non solo differenti ma “dirtified”, ossia rese sporche, connotate da caratteristiche

negative, allora c’è un problema politico e culturale, e si chiede di non farle più entrare.

Ma “the other is now inside”, ed è visto come una minaccia per l’identità nazionale. Però è anche

vero che “l’altro serve”, in senso negativo, per mantenere la coesione all’interno della società.

I campi per rifugiati sono visti come un paesaggio transnazionale, uno spazio di eccezione (terre

di confine, anche se sono dentro). Sono luoghi che rappresentano sentimenti di distanza emotiva

e pratiche di indifferenza. Luoghi di raccolta di chi “non ha potere”.

Coloro che oltrepassano questi luoghi probabilmente si sentiranno trasformati  anche i confini

personali e sociali si muoveranno. In questo senso la migrazione è un costante processo di

ridefinizione di se stessi.

E’ impossibile fermare le migrazioni perché anche il migrante sogna un mondo ordinato, e questo

sogno è più forte del terrore del rischio.

Bauman  “la vita sarebbe insopportabile se non ci fosse un luogo, nella nostra immaginazione, in

cui il proprio io, nella sua pienezza, possa andare a riposarsi. Un luogo in cui c’è spazio per i

rapporti aperti, e in cui si può appagare il desiderio che qualcuno si mostri responsabile nei nostri

confronti e in cui noi possiamo completarci assumendoci responsabilità verso altri.

Panopticon  prigione ideale immaginata da Jeremy Bentan verso la fine del ‘700 in cui, pur

essendo completamente visibili, i carcerati non possono vedere se sono osservati o meno dai

guardiani. È interessante perché propone un’idea di carcere in cui vi è una sorta di “pulizia

morale”: si vuole che il prigioniero interiorizzi l’idea di essere sempre controllato e finisca dopo un

po’ di tempo col comportarsi bene senza chiedersi se qualcuno lo sta guardando davvero. Questo

assicura il funzionamento automatico del potere, un potere indipendente dalla persona che lo

esercita.

Su questa idea Foucault teorizza molto  è una forma di spazializzazione, di divisione dello spazio

e si basa sulla vera identificazione degli individui con i loro veri nomi, nell’idea di tenere tutti al

proprio posto (“ordering”). Si tratta di un tipo di spazio che spartisce, fissa e resta immutabile.

Doreen Massey ci chiede invece di cambiare prospettiva guardando alla città medievale

(questione dello straniero all’interno delle mura) e pone la domanda: “che cosa facciamo dello

straniero che è al di fuori della città murata?”.

Asylum seekers and spaces of exception

Già nel manifesto elettorale che porta Blair al governo per la prima volta erano presenti dei punti

relativi all’asilo, ma all’epoca si tentò di non affrontare direttamente il problema che si rese invece


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale applicata all'ambito economico, giuridico e sociale (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Politiche)
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flavia.nenna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura inglese II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof De Michelis Lidia.

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