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Alma Mater Studiorum Università di Bologna

Facoltà di Lingue e Letterature Straniere

Corso di laurea magistrale in lingua, società e comunicazione

La Londra vittoriana: immagini di una città tra storia, cronaca e letteratura

Tesi di laurea in Letteratura Inglese

Relatore: Prof. Gino Scatasta

Presentata da: Linda Sebai

Correlatore: Prof. Federica Zullo

Sessione III

Anno accademico 2011-12

Indice

  • Introduzione
  • Capitolo 1. E videro Londra
  • Capitolo 2. The great capital
    • Londra, regno dell’industria e del commercio
    • Il West End
    • Londra si diverte
    • Istruzione e cultura a Londra
  • Capitolo 3. Londra povera e derelitta
    • The Monstrous Wen
    • La Workhouse
    • Londra malata
    • Sovrappopolamento negli slums
    • Henry Mayhew e Charles Booth, esploratori delle zone desolate
  • Capitolo 4. The East End
    • Il degrado sociale e morale dell’East End
    • Whitechapel
    • I Whitechapel Murders
  • Capitolo 5. Londra attraverso lo specchio della fiction
    • Breve introduzione
    • Londra e la denuncia sociale: Oliver Twist
    • Sherlock Holmes e la Londra del mistero: una città moderna
    • Dr. Jekyll e Mr Hyde: la Londra del crimine e delle ombre
    • La Londra di Oscar Wilde, da Mayfair all’East End
  • Bibliografia
  • Sitografia

Introduzione

Il regno della regina Vittoria è stato un momento storicamente e culturalmente emblematico della storia inglese e, più in generale, della storia occidentale. La rivoluzione industriale trasformò una nazione essenzialmente rurale in una macchina industrializzata, e Londra assurse all’epoca come simbolo di questo cambiamento repentino e sconvolgente.

Londra era al primo posto come centro di immigrazione; una grande percentuale di lavoratori vi si era trasferita, dato che i posti di lavoro si erano moltiplicati e diversificati; l’industria, dalla siderurgica alla tessile, dall’alimentare all’energetica, era in fiorente sviluppo, la popolazione cresceva sempre più, rendendo indispensabili maggiori livelli di produzione e garantendo così un maggior numero di posti di lavoro. La capitale ospitava il 15% di tutti i lavoratori della Gran Bretagna.

All’epoca la città si espanse a macchia d’olio, conoscendo una crescita senza precedenti; celebri stranieri in visita a Londra, tra cui Taine e Henry James, che hanno lasciato le loro memorie per iscritto, permettono al lettore di oggi di comprendere quanto fosse stupefacente all’epoca, agli occhi di un visitatore, la vastità di una metropoli che non aveva rivali in tutta Europa. Nuovi quartieri si formavano di continuo, soprattutto nelle zone a ovest della città, dove i negozi si espandevano a vista d’occhio e dove si costruivano le nuove residenze per i ricchi e per la classe media.

Ad ovest del fiume si andava profilando la nuova conformazione del West End, circondata dai grandi parchi, la zona di Londra dove il prestigio e il lusso erano all’ordine del giorno. Bayswater, Paddington, South Kensington erano solo alcuni dei quartieri emblema di lustro e ricchezza, quartieri dove i costruttori erigevano ogni giorno nuove palazzine per soddisfare il gusto dei londinesi alla moda. Nel West End, inoltre, si sviluppava la leisure culture, la cultura del tempo libero e del divertimento. Teatri, università, musei, caffè, ristoranti, club esclusivi erano i luoghi dove la nuova borghesia e l’aristocrazia si mostravano per autocelebrarsi e per godere di uno status che la nuova società aveva loro donato. La Great Exhibition, nel 1851, fu il simbolo di questo nuovo status: una magnifica esposizione per mostrare al mondo, affinché esso potesse celebrarne la grandezza e il potere.

Questa però era solo una faccia della medaglia. Bastava spostarsi di poco per vedere come migliaia di persone morissero di fame e non avessero un tetto sopra la testa. Nelle zone povere di Londra operai, donne, bambini vivevano ammassati negli slums dei quartieri malfamati, luoghi in cui un gentiluomo non osava addentrarsi. Chi era vecchio o disagiato veniva ospitato nelle Workhouses, le case di lavoro, dove per ottenere assistenza bisognava lavorare per un salario misero, e dove sopravvivere diventava difficilissimo a causa delle precarie condizioni di vita a cui gli ospiti di questi luoghi dovevano sottostare. Le malattie, soprattutto il colera, devastavano la popolazione, a causa dell’ignoranza e della miseria: le acque del Tamigi erano sporchissime poiché piene di rifiuti e l’aria era piena dei fumi delle fabbriche. Solo verso gli anni ‘70 furono prese le prime misure efficaci, ma la situazione era talmente critica che la sensazione di un marciume che avanzava nel midollo della società si mantenne fino a fine secolo.

Non tutti, infatti, avevano potuto beneficiare dei vantaggi della rivoluzione industriale, al contrario molti ne erano stati travolti. La nuova macchina del capitalismo ingoiava chi non era capace di stare al passo, la legge del profitto inghiottiva il più debole senza possibilità di riscatto. Lo sapeva bene soprattutto chi abitava nell’East End, un’area che diventava emblema della sporcizia, della delinquenza e della criminalità. All’epoca sembrava che tutto il male e tutti i vizi della società vi si fossero concentrati: prostitute, ladri, ubriaconi si ritrovavano in quelle catapecchie sporche e in quelle vie luride e strette.

Jack lo Squartatore, una delle figure londinesi più note al mondo, contribuì a cementare quell’idea di orrore e delinquenza che si era formata a proposito dell’East End: i suoi cinque (o forse più) omicidi resero tristemente celebre il quartiere di Whitechapel, che divenne un focolaio di paura e terrore, confermando l’opinione che si trattasse di un luogo infernale e concentrando simbolicamente in un luogo potenzialmente esplosivo tutte le paure e i tabù dell’epoca.

La letteratura dell’epoca non poteva ovviamente restare indifferente a tutti gli sconvolgimenti che avevano trasformato il volto della città. In un momento così delicato della storia, il romanzo trovò terreno fertile per stabilirsi e fiorire come genere favorito, grazie a numerosi fattori tra cui la maggiore alfabetizzazione. Gli scrittori dovettero dire la loro a proposito del nuovo volto della città, e ognuno di loro si concentrò su aspetti diversi.

Non c’è da stupirsi, Londra conteneva tutto e il suo contrario, per cui ognuno ne sottolineò degli aspetti particolari, ognuno predilesse una faccia del prisma. Charles Dickens, ad esempio, denunciò la situazione di sfruttamento cui venivano sottoposti i bambini, soprattutto gli orfani, e mostrò il lato più oscuro della metropoli; in Oliver Twist, le forze del bene e del male rappresentate dai vari personaggi inglobano in sé anche le varie parti della città, e se l’East End è il covo dei furfanti e degli assassini, il West End è simbolo di pace e di serenità.

Tuttavia, Dickens preferirà sempre concentrarsi sui quartieri peggiori di Londra, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica a proposito di quelle zone dimenticate da Dio e dal mondo. Non tutti gli scrittori, però, trovarono nell’East End il luogo d’elezione per le loro storie. Arthur Conan Doyle conobbe il successo quando capì che i lettori preferivano che il crimine e il mistero poliziesco si svolgessero in un mondo più patinato; è per questo che quasi tutti i suoi celebri racconti sono ambientati nel West End; il suo eroe Sherlock Holmes si muove in una Londra che è nebbiosa e fumosa, ma anche veloce e moderna, il set ideale per il nuovo eroe metropolitano; egli sfrutta al meglio la città in tutta la sua funzionalità, partendo dai servizi postali, passando per le carrozze, per arrivare alle ferrovie.

Tuttavia, non sempre Londra è funzionale e chiaramente leggibile: essa è anche una città dalla topografia fitta, contorta, onirica, ossessiva... Stevenson lo sapeva bene, quando immerse Dr. Jekyll e Mr. Hyde nella Londra notturna, tra Soho e periferia, in strade oscure e misteriosi laboratori medici. Abilmente egli seppe giocare sulla figura del doppio, ponendo un protagonista doppio in una città essa stessa doppia: da una parte una Londra luminosa e perbene, dall’altra una Londra notturna, buia e fosca, teatro di ignobili azioni.

Wilde, con il suo spirito decadente ed esteta, immerge il suo Dorian Gray in un mondo splendente e carico di promesse, gli fa percorrere le vie dell’eleganza; i suoi luoghi sono Mayfair, l’Opera, i giardini e le residenze lussuose. Tuttavia, la contropartita è sempre dietro l’angolo e il giovane (ma non per sempre) Dorian Gray dovrà correre in carrozza attraverso i quartieri più sordidi e cupi della capitale, durante notti nebbiose e umidi, per cercare di sfuggire ai propri peccati...

Non è un caso se gli scrittori spesso sentirono l’esigenza di mostrare più facce del prodigio che Londra era. D’altronde, non tutte le città del mondo possono sfoggiare la stessa quantità di simboli e luoghi densi di significati. Londra era, e tuttora è, una metropoli sfaccettata, risultante da aggregazioni e sovrapposizioni. L’epoca vittoriana è importante in quanto fu in quel momento che Londra si confermò città-mondo, che conteneva passato e presente, storie e geografie differenziate e radicali. Il tutto sotto l’ombra dell’impero, che cercava di schiacciare, sotto l’uniformità e l’autoreferenzialità, tutta la varietà delle contraddizioni (sociali, culturali, linguistiche) che non avrebbero, però, cessato di esistere.

Cosa che può anche spiegare la topografia contorta della città, con le sue strade attorcigliate, i vicoli, i grandi archi, viottoli, piazze, grandi arterie... E a questa geografia urbana bisogna aggiungere le geografie storiche, culturali, letterarie che si sono sprigionate dalla città stessa e che hanno contribuito alla creazione di un mito metropolitano senza precedenti. Per questo, focalizzarsi su Londra in quell’epoca è affascinante; non tanto per fare un bilancio di quanto di buono e di cattivo ci fu nell’epoca vittoriana, o puntare il dito contro gli errori della politica e del governo; neanche per celebrarne i successi. Quel che si vuole sottolineare è invece la fisicità della città, il suo essere diventata corpo, teatro, palcoscenico, attrice essa stessa e spettatrice, in un’epoca i cui cambiamenti storici hanno lasciato una traccia che giunge fino ai giorni nostri.

1. E videro Londra

Intorno alla metà del XIX secolo, Londra iniziò a essere sempre più conosciuta come la città più grande della terra, il centro dell’impero, una capitale finanziaria, il fulcro dei commerci e degli scambi. La trasformazione avvenne via via che il secolo avanzava, e man mano che la città stessa avanzava, a nord verso Islington, a ovest verso Paddington e South Kensington, allargandosi verso ogni punto cardinale.

In realtà, già nel 1800, essa si era guadagnata la fama di città più grande dell’Occidente e probabilmente del mondo, con circa un milione di abitanti. Il fattore sorprendente di quel secolo fu il suo sviluppo che pareva essere tendente ad infinito: a fine Ottocento la sua popolazione era passata da un milione a un numero imprecisato ma compreso fra i quattro e i cinque milioni di abitanti e cominciò ad essere difficile concepire la città come qualcosa di unico.

Il giornalista e riformatore sociale Henry Mayhew provò a farlo dall’alto, guardando la città da un pallone aerostatico, ma anche da lì l’impresa pareva impossibile, poiché come decifrare “where the monster city began or ended, for the building stretched not only to the horizon on either side, but far away in the distance… where the town seemed to blend into the sky”? Una massa infinita di chiese, case, ospedali, mattoni, banche, prigioni, porti, parchi, che eccitavano la vista e allo stesso tempo la terrorizzavano. Era la città della velocità, delle ferrovie, della produzione di massa, della burocrazia, delle fabbriche.

It was a most heavenly day in May of the year (1800) when I first beheld and first entered this mighty wilderness, the city--no, not the city, but the nation--of London. Often since then, at distances of two and three hundred miles or more from this colossal emporium of men, wealth, arts, and intellectual power, have I felt the sublime expression of her enormous magnitude in one simple form of ordinary occurrence, viz., in the vast droves of cattle, suppose upon the great north roads, all with their heads directed to London, and expounding the size of the attracting body, together with the force of its attractive power, by the never-ending succession of these droves, and the remoteness from the capital of the lines upon which they were moving. A suction so powerful, felt along radii so vast, and a consciousness, at the same time, that upon other radii still more vast, both by land and by sea, the same suction is operating, night and day, summer and winter, and hurrying forever into one centre the infinite means needed for her infinite purposes, and the endless tributes to the skill or to the luxury of her endless population, crowds the imagination with a pomp to which there is nothing corresponding upon this planet, either amongst the things that have been or the things that are. Or, if any exception there is, it must be sought in ancient Rome. We, upon this occasion, were in an open carriage, and, chiefly (as I imagine) to avoid the dust, we approached London by rural lanes, where any such could be found, or, at least, along by-roads, quiet and shady, collateral to the main roads. In that mode of approach we missed some features of the sublimity belonging to any of the common approaches upon a main road; we missed the whirl and the uproar, the tumult and the agitation, which continually thicken and thicken throughout the last dozen miles before you reach the suburbs. Already at three stages' distance, (say 40 miles from London,) upon some of the greatest roads, the dim presentment of some vast capital reaches you obscurely and like a misgiving. This blind sympathy with a mighty but unseen object, some vast magnetic range of Alps, in your neighborhood, continues to increase you know not now. Arrived at the last station for changing horses, Barnet, suppose, on one of the north roads, or Hounslow on the western, you no longer think (as in all other places) of naming the next stage; nobody says, on pulling up, "Horses on to London"--that would sound ludicrous; one mighty idea broods over all minds, making it impossible to suppose any other destination. Launched upon this final stage, you soon begin to feel yourself entering the stream as it were of a Norwegian maelstrom; and the stream at length becomes the rush of a cataract. What is meant by the Latin word _trepidatio_? Not any thing peculiarly connected with panic; it belongs as much to the hurrying to and fro of a coming battle as of a coming flight; to a marriage festival as much as to a massacre; _agitation_ is the nearest English word. This trepidation increases both audibly and visibly at every half mile, pretty much as one may suppose the roar of Niagara and the thrilling of the ground to grow upon the senses in the last ten miles of approach, with the wind in its favor, until at length it would absorb and extinguish all other sounds whatsoever. Finally, for miles before you reach a suburb of London such as Islington, for instance, a last great sign and augury of the immensity which belongs to the coming metropolis forces itself upon the dullest observer, in the growing sense of his own utter insignificance. Everywhere else in England, you yourself, horses, carriage, attendants, (if you travel with any,) are regarded with attention, perhaps even curiosity; at all events, you are seen. But after passing the final posthouse on every avenue to London, for the latter ten or twelve miles, you become aware that you are no longer noticed: nobody sees you; nobody hears you; nobody regards you; you do not even regard yourself. In fact, how should you, at the moment of first ascertaining your own total unimportance in the sum of things?--a poor shivering unit in the aggregate of human life. Now, for the first time, whatever manner of man you were, or seemed to be, at starting, squire or "squireen," lord or lordling, and however related to that city, hamlet, or solitary house from which yesterday or today you slipped your cable, beyond disguise you find yourself but one wave in a total Atlantic, one plant (and a parasitical plant besides, needing alien props) in a forest of America.

Così descriveva il suo arrivo a Londra Thomas De Quincey, quando per la prima volta la visitò all’inizio del XIX secolo. L’età Vittoriana doveva ancora propriamente iniziare, e già tutte le sensazioni di dispersione e smarrimento, il senso di potenza e grandezza della metropoli, la sua immensità indescrivibile, temi che torneranno in seguito nelle parole di altri scrittori, sono presenti e vividi nel suo resoconto. Quello che è sottolineato è il senso di desolazione dell’individuo, la sua solitudine. L’uomo contro la folla, concetto che è proprio dell’Ottocento, vive e s’incarna perfettamente nella magnifica capitale inglese. A colpire De Quincey erano la lunghezza incredibile delle strade, gli innumerevoli vicoli ma sop.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lillyanne di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Scatasta Gino.
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