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carbone. La resistenza passiva della popolazione, però, frustrò il tentativo, e la mediazione della

Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America favorì la ritirata e la ricerca di un compromesso che

consentisse di pagare a condizioni più favorevoli. Nacque il piano Dawes (1924), che fissò una

notevole riduzione nei pagamenti annuali per le riparazioni e favorì la concessione di un prestito

internazionale al Governo della Germania per garantirne l’esecuzione.

Ritorno al gold standard.

La situazione inglese

Il Parlamento britannico nel 1920 estese per cinque anni le leggi che permettevano la sospensione

del gold standard.

La priorità principale era il recupero del ruolo di Londra quale centro economico internazionale e

pensavano che questo fosse possibile solo se la sterlina avesse riconquistato il suo valore di

anteguerra.

Tornare alla parità aurea tradizionale, però, richiedeva di ridurre la circolazione monetaria e di

forzare la diminuzione dei prezzi (deflazione).

Andava tagliato drasticamente il credito concesso sia allo Stato che ai privati durante la guerra. Il

Governo adottò, di conseguenza, una severa politica di aumento delle imposte e di diminuzione

delle spese per destinare il surplus alla cancellazione di quei debiti. La Banca d’Inghilterra indurì le

condizioni del credito ai privati, aumentando i tassi di interesse. La restrizione generale del credito

ebbe come effetto inevitabile la caduta degli investimenti e l’aumento della disoccupazione.

La sterlina raggiunse il suo valore prebellico nel 1925, momento in cui il Governo britannico ristabilì

la convertibilità dei biglietti in oro.

Il ritorno alla parità dell’anteguerra, però, non risultò sufficiente perché Londra recuperasse la

supremazia finanziaria, che era già passata a New York.

L’economia si bloccò: le esportazioni diminuirono, mentre l’aumento dei tassi di interesse e la

deflazione paralizzarono gli investimenti; aumento della disoccupazione.

La situazione francese

L’obiettivo iniziale era sempre quello di tornare quanto prima possibile al sistema monetario aureo.

La quantità di moneta circolante era aumentata di molto e lo Stato era fortemente indebitato con la

Banca di Francia e con altri paesi (soprattutto con Gran Bretagna e Stati Uniti).

Il nord della Francia, che era stato devastato dalla guerra, aveva bisogno di essere ricostruito:

l’opinione pubblica reclamava una rapida ricostruzione, che si sperava pagasse la Germania con le

riparazioni, ma nel frattempo queste non arrivavano e gli Stati Uniti esercitavano pressioni per

incassare i rimborsi dei prestiti concessi durante la guerra.

Strada opposta alla Gran Bretagna: si continuò ad aumentare il credito e ad emettere biglietti, cioè

a generare inflazione. La disponibilità di credito permise alla Francia di recuperare e migliorare il

tessuto industriale, con fabbriche più moderne e pertanto più competitive.

Il franco tornò alla convertibilità nel 1928, ma con una parità aurea che era un quinto del suo valore

di anteguerra; perdita del valore per i risparmiatori.

La svalutazione del franco produsse un aumento delle esportazioni e la comparsa del surplus nella

bilancia commerciale. Questo fece affluire oro nelle casse della Banca di Francia.

La crescita economica degli anni ’20

Malgrado le difficoltà della ricostruzione europea, gli anni ’20 nell’insieme furono anni di crescita,

sebbene molto squilibrata e in un quadro economico e politico instabile.

Durante il conflitto, la crescita si concentrò nei paesi neutrali (come la Spagna) o in quelli

belligeranti non europei (come gli Stati Uniti e il Giappone), che poterono beneficiare allo stesso

tempo della domanda delle nazioni in guerra e di quella dei mercati che queste ultime avevano

smesso di rifornire.

Diffusione della seconda rivoluzione tecnologica tra le due guerre: elettricità e veicoli a motore;

beni di consumo durevoli (bicicletta, macchina da cucire, radio, elettrodomestici); industria chimica

(coloranti, fibre sintetiche, gomma, concimi); agricoltura (prodotti chimici, trattori).

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La fragilità della crescita

Difficile ripresa del commercio internazionale (protezionismo e nazionalismo economico); difficoltà

dei paesi europei di riappropriarsi dei mercati che una volta rifornivano (difficoltà delle esportazioni

per l’Inghilterra e per la Germania difficoltà legate all’iperinflazione); industrializzazione di molti

paesi periferici, stimolata dalle difficoltà che ostacolavano le importazioni durante la guerra.

Settore primario: aumento del volume delle esportazioni tra 1913 e 1929, ma diminuzione dei

prezzi, che comportò una riduzione della capacità di acquisto dei produttori del settore primario;

inoltre, la caduta dei ricavi attesi creò loro gravi difficoltà a fare fronte al rimborso dei debiti con i

quali avevano finanziato la meccanizzazione delle loro aziende.

Radicale evoluzione nel mercato internazionale dei capitali: gli Stati Uniti diventarono il principale

paese investitore e i destinatari degli investimenti diventarono la Germania e altri paesi europei (tra

cui l’Italia). Equilibrio economico internazionale estremamente instabile, costruito da crediti che

superavano le possibilità di pagamento dei debitori e da pratiche finanziare rischiose. Equilibrio

strettamente dipendente dal comportamento dell’economia nordamericana.

La Rivoluzione Russa e la formazione dell’URSS

Nel 1917, in piena guerra mondiale, scoppiò la Rivoluzione Russa: una rivolta popolare demolì il

regime zarista. Il nuovo regime politico si ispirava alle idee di Karl Marx (marxismo): poneva

l’enfasi sulla libertà degli individui e sulla uguaglianza davanti alla legge; uguaglianza economica e

scomparsa delle classe e delle differenze sociali.

La Prima Guerra Mondiale manifesta l’arretratezza economica e tecnica del paese: la popolazione

soffriva per la mancanza di rifornimenti e per una fortissima inflazione; i prezzi si erano moltiplicati,

mentre i salari si tenevano stagnanti.

L’abbandono della guerra (1918) e il rifiuto di onorare il debito estero zarista portò i vecchi alleati a

tagliare tutti i rapporti economici con l’URSS.

Organizzazione di soviet, comitati popolari di operai e soldati, che a poco a poco andarono

cadendo sotto il controllo del Partito Comunista, considerato come emanazione ed espressione

della volontà popolare.

Comunismo di guerra: creazione di una società comunista, fondata su decisioni collettive e

sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, responsabili, secondo Marx, dello

sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Riforma del settore agrario: abolita la grande proprietà; le terre, il bestiame e gli attrezzi furono

ripartiti dai soviet locali a coloro che chiedessero terra per lavorarla; la terra doveva essere

coltivata con il lavoro familiare, senza ricorso alla manodopera salariata; produzione destinata al

mantenimento dell’unità familiare; caduta delle rese a causa dell’inesperienza dei nuovi contadini e

della mancanza di capitali investiti. Problema del rifornimento delle città e dell’esercito.

Nuova politica economica di Lenin (NEP): ritorno parziale all’economia di mercato e riapparizione

della figura dell’impresario privato. Nelle campagne, i contadini potevano disporre liberamente

della terra (potevano venderla, darla in affitto o prendere a giornata lavoratori): rapida ripresa della

produzione agricola.

La NEP va considerata un successo nella ripresa della produzione, che era stata fortemente

ridotta dalla guerra. Nel 1928, la Russia superava i livelli di produzione dell’anteguerra. Situazione

chiaramente più favorevole alle classi popolari: la ripartizione del reddito era molto meno disuguale

di prima della rivoluzione. Alcuni limiti: scarsi investimenti nelle ferrovie e nell’insegnamento.

CAPITOLO 10: LA CRISI DEGLI ANNI TRENTA (I): GLI STATI UNITI D’AMERICA

Le radici della crisi

Dopo la guerra gli Stati Uniti godettero di una vigorosa crescita economica e diventarono

chiaramente leader dell’economia mondiale. L’aumento della produttività, a causa dei

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miglioramenti nei processi produttivi, permise un notevole incremento della produzione e della

domanda, soprattutto dei prodotti di consumo durevoli, dall’automobile agli elettrodomestici.

Un altro settore che ebbe uno sviluppo significativo fu quello delle costruzioni. La diffusione

dell’elettricità e dell’automobile facilitavano gli spostamenti e rendevano possibile l’urbanizzazione

di aree che prima si consideravano molto lontane: molti americani andarono a vivere in sobborghi,

in case più grandi.

Miglioramento importante della qualità della vita e ambiente di ottimismo.

Crescita importante delle quotazioni di borsa, che animò molta gente ad arrischiare i propri

risparmi.

L’eccesso di capitale disponibile fu una delle cause della speculazione di borsa che sfociò nel

crollo della Borsa di New York nell’ottobre 1929; dopo la guerra arrivarono negli Stati Uniti grandi

quantità di oro, per via del pagamento dei crediti interalleati. Il corretto funzionamento del sistema

aureo avrebbe richiesto che l’oro di cui si tratta o il suo equivalente in biglietti fosse messo in

circolazione, incrementando la massa monetaria: questo avrebbe fatto aumentare i prezzi interni,

ostacolato le esportazioni e facilitato le importazioni, riportando l’oro nel circuito internazionale;

tuttavia, gli Stati Uniti si opposero agli automatismi del sistema aureo al fine di evitare gli

inconvenienti che l’aumento dei prezzi avrebbe comportato per le esportazioni. La soluzione

adottata fu quella di sterilizzare l’oro, ritirarlo dalla circolazione, per non aumentare la massa

monetaria.

In borsa, la domanda continua faceva crescere le quotazioni a livelli che inducevano i detentori a

vendere.

- Società di partecipazioni: facilitava le procedure e risolveva il problema di scegliere quali titoli

rappresentavano il migliore investimento; apportavano alla borsa capitali tradizionalmente

estranei a questo tipo di investimento.

- Investimento a credito: l’agente di borsa (broker) accettava ordini di acquisto con una parte di

pagamento differito.

L’afflusso di capitali e di acquisti a credito fece aumentare in modo sproporzionato le quotazioni.

Fino alla fine del 1927 il rialzo di borsa rifletteva l’aumento dei profitti delle imprese; dopo, la

speculazione esplose. Mancanza di regolamentazione.

L’indice di borsa cominciò a cadere rapidamente a partire dal 3 ottobre: le offerte di acquisto si

andarono diradando, segno che già non affluivano nuovi capitali in borsa. Allora cominciò il panico

e la fretta per liquidare le posizioni, che provocarono l’accelerazione della caduta. Il calo delle

quotazioni faceva si che i titoli depositati non coprissero il debito con il broker e i debitori non erano

in condizione di rimborsare quanto dovuto.

La borsa continuò al ribasso fino alla metà del 1932.

Dal crollo della borsa alla depressione

Uno dei fattori più importanti della depressione fu la riduzione dell’offerta monetaria.

Fallimenti bancari: i debiti che gli investitori avevano risultarono in buona parte inesigibili dopo la

crisi borsistica. Allarme generale e corsa agli sportelli per ritirare i depositi.

Banche adottarono misure per far fronte alla crisi: riduzione del credito concesso alla clientela e

aumento delle riserve di contanti.

Spirale deflazionistica (c’era meno denaro, si comprava di meno, scendevano i prezzi) e difficile

funzionamento di imprese, che non trovavano credito: aumento del numero di fallimenti di privati e

imprese; fenomeno intenso nelle zone agricole, dove negli anni precedenti molti agricoltori si erano

indebitati e ora erano colpiti da una caduta molto intensa dei prezzi dei loro prodotti, per cui

incontravano grosse difficoltà a fare fronte al pagamento dei debiti. Problema sociale:

pignoramento e sfratto dalle loro terre e dalla casa in cui vivevano.

Caduta della produzione e dell’occupazione

Calo della produzione (depressione).

La crisi finanziaria rendeva molto più difficile la creazione di nuove imprese o la realizzazione di

nuovi investimenti. Una parte delle imprese si vide costretta a chiudere, lasciando molti lavoratori

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nella disoccupazione. La diminuzione della capacità di acquisto dei disoccupati trasmise la crisi al

settore dei beni di consumo.

Costi maggiori per le imprese, che vendevano a prezzi inferiori e dovevano pagare gli stessi salari,

in ribasso a un ritmo diverso da quello dei prezzi.

Paura di restare disoccupati, che aumentava la propensione al risparmio di quelli che ancora

avevano il lavoro.

L’amministrazione Hoover reagì davanti alla depressione solo per negarne l’importanza e per

affermare ripetutamente che il peggio era già passato. Di fatto, si mantenne fedele al principio

liberale del non intervento nell’economia.

Il new deal (Roosevelt, 1932)

Serie di misure destinate a risolvere problemi concreti. Chiara decisione governativa di intervento

nelle questioni economiche; rivoluzione rispetto alla passività dell’amministrazione Hoover.

- RFC comprò azioni e obbligazioni delle banche, e successivamente di imprese, e svolse un

ruolo importante nell’offerta del credito. La RFC fu in grado di fermare il collasso del settore

finanziario.

- Nuova legge: le banche erano divise in banche commerciali e banche d’investimento. Solo

queste ultime potevano effettuare operazioni a lungo termine (crediti e investimenti) e operare in

borsa.

- Per incrementare la massa monetaria in circolazione, fu annunciato che il presidente poteva

ridurre il contenuto di oro (la parità) del dollaro. Il provvedimento intendeva stimolare la velocità

di circolazione della moneta: se il dollaro poteva perdere in qualsiasi momento la metà del

valore, era preferibile spenderlo o investirlo. Il valore del dollaro cominciò a scendere, misura

che aveva come obiettivo principale quello di riattivare l’economia interna. Tuttavia, la ripresa

complessiva fu limitata e lenta.

- Incremento della spesa pubblica (e del deficit); le opere pubbliche assorbirono una terza parte

dei disoccupati.

- In ambito agricolo, creazione di un ente creditizio specializzato con lo scopo principale di evitare

il pignoramento delle aziende agricole attraverso il rinnovo dei prestiti.

- Wagner Act: riconoscimento dei sindacati e del diritto di contrattazione collettiva.

- Social Security Act: creazione delle assicurazioni sociali, la pensione e i sussidi di

disoccupazione e di infortuni sul lavoro.

Critiche al New Deal: eccessivamente costoso; la spesa pubblica fu utilizzata per alleviare la

situazione dei più svantaggiati (per evitare un clima di tensione o di rivolta sociale), ma non come

strumento di riattivazione dell’economia. Per essere efficace in questo senso sarebbe stato

necessario un aumento della spesa e delle imposte sulle classi benestanti, che né Roosevelt era

disposto ad applicare, né l’opinione pubblica ad accettare. Solo di fronte all’imminenza della guerra

lo Stato aumentò fortemente la sua spesa e riuscì a eliminare la depressione.

CAPITOLO 11: LA CRISI DEGLI ANNI TRENTA (II): L’EUROPA, L’AMERICA LATINA E L’ASIA

La diffusione della crisi

Molti paesi si trovavano in una situazione economica precaria (indebitamento e calo dei prezzi

agricoli, dovuto all’aumento della capacità produttiva verificatasi durante la guerra).

Il commercio internazionale era già in una fase di ristagno (politiche protezionistiche e diminuzione

della domanda da parte dei paesi esportatori di beni primari.

Guerra tariffaria contro gli Stati Uniti d’America, seguita dal crollo del gold standard (svalutazioni

competitive); tentativo di ciascun paese di risolvere da solo i suoi problemi e impoverimento

globale: crollo delle esportazioni di tutti i paesi, bloccate dalle barriere protezionistiche di altri.

Drastica restrizione del credito internazionale: caduta degli investimenti e della produzione e

aumento della disoccupazione. 11

Le diverse strategie dei paesi industrializzati

Paesi con ripresa molto lenta: Stati Uniti e Francia;

paesi con ripresa intermedia: Gran Bretagna e Italia;

paesi con rapida ripresa: Germania e Giappone.

Differenti modi di affrontare la crisi da parte dei rispettivi governi e dalle società da essi rette.

Non deve sorprendere che i paesi che scatenarono la guerra sia in Europa che nel Pacifico

fossero quelli con una ripresa più intensa: cercavano di sfruttare la propria forza e l’apparente

debolezza degli avversari.

La Francia e il blocco dell’oro

Ultimi anni venti fase di prosperità: la svalutazione del franco nel 1926 favoriva le esportazioni e

permetteva l’accumulazione di oro, fino a far diventare la Francia il secondo detentore mondiale

del metallo prezioso dopo gli Stati Uniti. Il cambiamento si produsse quando la svalutazione

monetaria adottata da alcuni paesi concorrenti, come la Gran Bretagna, cancellò i vantaggi della

sottovalutazione del franco: caddero le esportazioni, sia agricole che industriali.

La ripresa non cominciò fino al 1936.

Due fasi molto diverse: il Governo radicale, insediatosi del 1932, cercò di portare in pareggio il

bilancio aumentando le imposte e diminuendo le spese: ridusse gli stipendi dei dipendenti pubblici;

nel 1935 fu sostituito da un Governo conservatore, che continuò sulla stessa strada: ridurre ancor

più le spese dello Stato abbassando di nuovo gli stipendi dei dipendenti pubblici, misure che non

ottennero null’altro che deprimere la domanda e aggravare la depressione.

Aiuti all’industria, tramite sovvenzioni a imprese o a banche in difficoltà; nazionalizzazione delle

ferrovie; ma la produzione industriale continuò a cadere fino al 1935.

Misure chiaramente favorevoli alle classi benestanti, che portarono alla disoccupazione e a forti

proteste dei salariati, per cui fallì il tentativo di uscire dalla crisi con la deflazione.

Nel 1936 vinse le elezioni il Fronte Popolare, formato da socialisti, comunisti e radicali: aumento

dei salari, svalutazione del franco e aumento generale dei prezzi.

Creazione di un’istituzione che comprava eccedenze di cereali a prezzi fissi e che aveva una

doppia missione: assicurare una sufficiente enumerazione ai coltivatori e ridurre il prezzo al

consumatore.

Rapido movimento al rialzo della produzione, fino alla Seconda Guerra Mondiale. Ripresa delle

esportazioni, spinte dalla svalutazione del franco e leggera diminuzione della disoccupazione.

La Gran Bretagna

Crollo delle esportazioni.

La ripresa inizia in seguito all’abbandono della parità aurea della sterlina (1931), all’introduzione di

una tariffa protezionistica e all’istituzione della preferenza imperiale (1932), che favoriva le

importazioni dalle colonie.

Riconoscimento della perdita dell’egemonia in campo finanziario e abbandono del libero scambio.

La Germania: ripresa economica sotto il nazismo

Depressione molto forte: economia tedesca estremamente vulnerabile e dipendente dall’economia

americana.

A partire dal 1924 l’alleggerimento delle riparazioni grazie al piano Dawes e l’afflusso di credito

avevano permesso un rapido recupero dell’economia: la ripresa fu rapida.

L’afflusso di credito americano cominciò a diminuire a partire dal 1928: diminuzione degli

investimenti e diminuzione della produzione; aumento di una disoccupazione, già molto elevata.

Dopo l’ascesa al potere di Hitler (gennaio 1933), piano di investimenti pubblici (finanziato mediante

un forte aumento delle imposte) per riassorbire la disoccupazione: opere pubbliche a sostegno

delle industrie, che dal 1936 vira decisamente verso il riarmo, in preparazione alla guerra.

L’aumento dell’attività economica ridusse la disoccupazione, rapida ripresa dell’economia tedesca.

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Il Giappone: espansionismo monetario e militare

Il Giappone è il paese che ottenne maggiori vantaggi dalla Prima Guerra Mondiale, e raggiunse il

livello di paesi come Francia, Germania o Italia. L’industrializzazione ricevette una forte spinta, fino

a convertire il Giappone in un’economia moderna. La sostituzione di importazioni stimolò la

creazione di molte industrie nuove. L’industria giapponese poté approfittare dei mercati

abbandonati dai paesi belligeranti.

Ritorno alla convertibilità aurea nel 1930, con la parità di anteguerra, che accresce l’impatto delle

depressione.

1931: abbandono del gold standard e aumento della spesa militare: rapido recupero della

produzione e delle esportazioni.

La crisi dei paesi non industrializzati

In molti paesi non industrializzati il valore delle esportazioni è la variabile principale del reddito

nazionale; variabile che dipende dall’estero e che pertanto rende molto vulnerabili queste

economie; tanto più vulnerabili quanto più sono condizionate da un solo prodotto d’esportazione.

Furono colpiti maggiormente i paesi esportatori di materie prime, per via delle misure restrittive

delle importazioni e della depressione dei paesi industrializzati.

I paesi latinoamericani furono i primi ad essere colpiti dalla depressione, e furono anche i primi a

uscirne, mentre quelli asiatici ebbero una crescita positiva ma estremamente lenta.

La situazione nell’America Latina

Caduta delle esportazioni e ritiro dei capitali esteri (crediti), che non vennero rinnovati.

Abbandono della parità aurea: a parte Cuba, tutti i paesi reagirono svalutando ripetutamente le loro

monete, stimolando la creazione di industrie sostitutive di importazioni e non pagando il loro debito

estero. Rapida ripresa.

I paesi asiatici

La depressione fu molto meno intensa nei paesi asiatici (stagnazione).

Predominio dell’agricoltura di autoconsumo e di basse rese; tutti i paesi considerati, di fatto, erano

colonie (la Cina non lo era formalmente).

L’URSS: collettivizzazione agraria e industrializzazione forzata

Morte di Lenin nel 1924; concentrazione del potere nelle mani di Stalin (fino alla morte, nel 1953):

instaurazione di un regime dittatoriale e annientamento di qualsiasi ostacolo.

Riorganizzazione del settore agrario, eliminando le aziende individuali e concentrando la

produzione in grandi aziende collettivizzate: le aziende più grandi avrebbero consentito di

introdurre i miglioramenti necessari per aumentare la produzione e liberare manodopera. Forte

resistenza, che in alcune zone divenne una vera e propria guerra civile: i contadini preferivano

sacrificare il bestiame e mangiarlo piuttosto che consegnarlo alle aziende collettive. La

collettivizzazione produsse effetti a breve termine molto negativi, ma a medio termine raggiunse

parte dei risultati che Stalin si proponeva: la produzione riprese e ottenne un sostanziale aumento

della produttività e la liberazione di una gran massa di manodopera, che passò all’industria.

La struttura agraria creata con la collettivizzazione permise la rapida industrializzazione del paese,

eseguita con piani quinquennali. Grande sviluppo dell’industria, specialmente di quella pesante.

CAPITOLO XII: LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il conflitto e le sue cause

La Seconda Guerra Mondiale cominciò con l’invasione della Polonia da parte della Germania

nazista il 1° settembre 1939 e finì sei anni dopo (1945), con la resa incondizionata del Giappone.

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Paesi dell’Asse (Germania, Italia, Giappone) vs paesi alleati (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e

URSS).

La ragione ultima della vittoria degli alleati fu la loro superiore capacità economica; le potenze

dell’Asse non poterono resistere all’isolamento dai mercati mondiali.

Moltiplicazione della spesa militare e mobilitazione di risorse straordinarie (lavoro femminile,

allungamento della giornata lavorativa, ecc.); diminuzione del consumo.

Una distruzione umana e materiale senza precedenti: tutti gli Stati europei, eccetto quelli neutrali

(Spagna, Svezia e Svizzera), persero reddito.

Dal conflitto emerge un nuovo ordine mondiale, basato sull’egemonia di USA e URSS. Europa

divisa in due sfere di influenza (guerra fredda).

La conferenza di Bretton Woods (1944)

1. Riconoscimento del dollaro americano come unica moneta convertibile in oro (gold exchange

standard);

2. Adozione di tassi di cambio fissi tra le diverse monete;

3. Creazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), con lo scopo di erogare credito ai paesi

con problemi per permettere gli aggiustamenti necessari. Ogni paese depositava nel FMI una

quota proporzionale al suo PIL;

4. Imposizione di politiche di riduzione della spesa e di equilibrio di bilancio, che generalmente

hanno un alto costo sociale;

5. Creazione della Banca Mondiale, per concedere prestiti a lungo termine ai paesi colpiti dalla

guerra, per facilitarne la ricostruzione.

Lo scopo di un sistema internazionale dei pagamenti e della stabilità dei cambi è la ripresa e lo

sviluppo del commercio internazionale: si voleva rimuovere gli ostacoli e le barriere ereditati dagli

anni Trenta.

Nel 1948 nasce il GATT: obiettivi di riduzione dei dazi, proibizione dei cartelli e discriminazioni.

Buon esempio del nuovo clima di cooperazione internazionale che sostituì gli scontri del periodo

tra le due guerre.

La ricostruzione

La ricostruzione dell’Europa fu difficile: nei primi anni del dopoguerra il problema principale era la

semplice sopravvivenza: pericolo di morire di fame e malattie.

Alla fine del 1943 inizia un primo programma di aiuti, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso

l’UNRRA, utilizzato per fornire alimenti e altri generi di prima necessità.

La necessità di evitare gli errori commessi alla fine del primo conflitto mondiale con il trattato di

Versailles limitano sia le riparazioni chieste agli sconfitti sia le pressioni per la restituzione dei debiti

di guerra. Gli Stati Uniti sono convinti che in questo modo l’economia europea potrà riprendersi

rapidamente e in modo autonomo. Nel 1947, però, diventa evidente che molti paesi sono vicini al

collasso e che la ricostruzione procede con difficoltà.

Occorreva ricostruire le infrastrutture di trasporto e le fabbriche distrutte e riconvertire gli impianti,

ma anche risolvere la carenza di alimenti e materie prime. Le entrate dei paesi europei non erano

sufficienti a pagare le importazioni di alimenti, materie prime e macchinari necessari per assicurare

il mantenimento della popolazione e per ritornare alla normalità produttiva.

Inoltre, i forti progressi statunitensi rendono molti prodotti europei poco competitivi sul mercato

internazionale, mentre l’incertezza del valore delle diverse monete obbliga i diversi stati a

restringere gli acquisti all’estero, rendendo più difficile la ripresa di tutti.

I banchieri americani, che avrebbero potuto apportare i capitali necessari, non si sentivano inclini a

investire o a concedere prestiti in Europa. Caos finanziario.

L’aggravamento della situazione convinse gli Stati Uniti della necessità di intervenire per rafforzare

l’economia dell’Europa occidentale.

Piano Marshall: programma di aiuti con l’obiettivo di stimolare la ripresa dell’economia europea

(1947), fornire i beni di cui le economie europee avevano bisogno, senza provocare difficoltà nelle

loro bilance dei pagamenti. 14

L’URSS convinse i paesi della sua orbita a rinunciare al Piano Marshall.

Nasce l’OECE (Organizzazione europea per la cooperazione economica, 1948).

Per facilitare i pagamenti multilaterali tra i paesi coinvolti nel piano verrà fondata anche l’UEP

(Unione europea dei pagamenti): non più accordi bilaterali tra i paesi, ma pluralità di stati e accordi

multilaterali.

Fase di crescita fino al 1970.

Fondazione nel 1951, da parte di Francia e Germania, della CECA (Comunità Europea del

Carbone e dell’Acciaio).

Funzionamento del piano Marshall

Le imprese europee avanzano proposte motivate di acquisto al proprio governo. Esse sono

vagliate anche dall’OECE (funzione di coordinamento, anche per evitare duplicati).

L’insieme delle proposte viene inviato alla commissione del Piano, che si occupa degli acquisti (in

genere da produttori statunitensi).

Il venditore viene pagato direttamente dal governo americano per conto del piano Marshall. Il

compratore paga al suo governo in moneta locale (evitare uscita di divise estere).

Il denaro pagato dagli imprenditori confluisce in un apposito fondo (assieme ad un contributo di

uguale ammontare fornito dal governo del paese beneficiario degli aiuti).

Il fondo è utilizzato per finanziare la ricostruzione o per creare infrastrutture. Gli Stati Uniti hanno

voce in capitolo sul suo utilizzo (una sorta di veto sulle politiche economiche dei paesi beneficiari).

Occupazione e ristrutturazione giapponese

La resa del Giappone comportò l’occupazione del paese da parte delle forze militari degli Stati

Uniti.

Situazione difficile: il Giappone aveva perso i territori coloniali, dove aveva investito molti capitali.

Il Giappone, ridotto al solo territorio, aveva problemi di sovrappopolazione e tassi di natalità

altissimi.

Le esportazioni si erano ridotte.

Nei primi anni la priorità degli occupanti fu di assicurarsi che il Giappone non tornasse mai ad

essere in condizioni di provocare una guerra. Divieto di disporre di un esercito; si eliminò la

produzione di aerei e si limitò strettamente quella di navi.

Questa politica, che ritardò in misura notevole la ripresa del paese, non fu eliminata fino a quando

lo scoppio della Guerra di Corea nel 1950 non rese evidente la necessità di disporre di un fornitore

di materiale militare vicino al luogo del conflitto.

La ripresa dell’economia giapponese fu più lenta e faticosa di quella europea, in buona parte per le

imposizioni degli occupanti. Dopo il recupero dell’indipendenza, nel 1952, cominciò una fase di

fortissima crescita.

ITALIA 1915-1929: L’ECONOMIA DI GUERRA E LA RIPRESA

1914: scoppio I guerra mondiale. Industriali favorevoli al conflitto: vedevano nella guerra la

soluzione ai problemi di stagnazione ed eccesso di capacità produttiva. Inoltre, l’Italia rischiava

l’isolamento dalle materie prime se non si fosse presentata sui mercati internazionali come un co-

belligerante. Gli interessi di molti industriali andavano contro la Germania, da cui proveniva la più

forte concorrenza e di cui si temeva l’egemonia; soltanto un’alleanza con Francia e Inghilterra

permetteva sicure prospettive di sufficienti rifornimenti alimentari e di materie prime.

Impreparazione dell’Italia a sostenere un conflitto (nemmeno i fucili erano sufficienti, uno ogni dieci

soldati). Grande sforzo statale e pieno coinvolgimento di tutta l’economia.

Finanziamento della guerra: parziale ricorso alla leva fiscale, aumento della circolazione cartacea.

Elevata inflazione per l’aumento della circolazione monetaria e sospesa convertibilità della lira.

Fonte principale per il finanziamento della guerra: ricorso al debito interno e internazionale (prima

dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti). 15


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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