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Economia degli Intermediari Finanziari, prof.ssa Vandone

Appunti del corso "Economia degli intermediari finanziari" tenuto nell'A.A. 2016/2017 dalla prof.ssa Vandone - Unimi

Libro consigliato: Economia degli intermediari finanziari, McGraw-Hill (Saunders, Cornett...)

Programma:
- L’architettura del sistema finanziario: attività finanziarie, istituzioni e regole.
- Gli strumenti, la struttura e l’organizzazione... Vedi di più

Esame di Economia degli intermediari finanziari docente Prof. D. Vandone

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ESTRATTO DOCUMENTO

1) Azioni, obbligazioni convertibili, warrant, diritti d’opzione, quote di fondi

chiusi mobiliari e immobiliari

2) Large cap (grande capitalizzazione: azioni di società grandi, si chiamano

anche blue chips), mid cap, small cap

3) Star (segmento titoli alti requisiti): elevati requisiti trasparenza e

informativa. Specialist.

4) MTA International: negoziazione azioni di emittenti stranieri già quotate in

altri mercati regolamentati.

Mercato AIM

- 1) Mercato della Borsa Italiana dedicato alle PMI italiane ad alto potenziale

crescita, requisiti di accesso e permanenza semplificati.

Ai mercati di Borsa si sono affiancati dei circuiti standardizzati e disciplinati su cui gli

stessi titoli vengono negoziati, tipicamente gestiti direttamente dalle banche:

Mercato After Hours (TAH)

- 1) Negoziazioni dalle 18 alle 22 per azioni MTA comprese nel FTSE MIB. Il

FTSE MIB è il principale indice di benchmark dei mercati azionari italiani,

misura la performance di 40 titoli italiani di società di primaria importanza.

Esistono segmenti diversi perché ci sono requisiti di informativa e liquidità differente.

Processo di negoziazione

Asta a chiamata. Non ha niente a che vedere con l’asta dei titoli di Stato.

- Stiamo parlando di modalità con cui avvengono le negoziazioni sul mercato

secondario. Le transazioni avvengono solo durante la fase di chiamata,

effettuata in intervalli di tempo prestabiliti, dando luogo ad un solo prezzo per

titolo (fixing). Una volta ottenute tutte le richieste di acquisto-vendita dei prezzi,

non metto in ordine di prezzo, metto invece un algoritmo che sceglie il

prezzo in base al quale è massimizzata la quantità in negoziazione, date

tutte le domande ricevute. In questo modo riesco ad attutire la volatilità o del

weekend o della notte.

Asta a chiamata: Tecnica di asta commerciale. Essa prevede che il banditore,

a un momento prestabilito della giornata, inviti tutte le parti interessate a

trattare un determinato titolo. Dopo aver sentito la totalità delle proposte

provenienti dal mercato, viene fissato un prezzo unico ad un livello tale

da soddisfare tutta la domanda e l’offerta (prezzo di listino). Il prezzo è

considerato, per questi motivi, qualitativamente buono e vicino in linea teorica a

quello perfetto. Il difetto principale di tale tecnica deriva dalla sua natura di asta

istantanea. Da un lato essa, infatti, non riesce a soddisfare il flusso continuo di

domanda proveniente dal mercato, e comporta la creazione di veri e propri

mercati paralleli prima e dopo l’asta; dall’altro, l’istantaneità dell’asta fa in

modo che non vi sia il tempo per una reale interazione tra mercato e

rappresentanti all’asta, giacché il mercato rimane escluso dalla possibilità di

reagire in maniera tempestiva alle informazioni sui comportamenti e sulle

reazioni in asta dei vari operatori, ed i prezzi che si formano non sono quindi il

prodotto dell’incontro di tutta la domanda e di tutta l’offerta rappresentante in

asta. Ne discende un mercato generalmente caratterizzato da un’elevata

frammentazione e da gradi insoddisfacenti di spessore, ampiezza ed elasticità.

Era utilizzata in Italia e in Europa continentale per le contrattazioni in borsa, che

si svolgevano fisicamente intorno a recinti chiamati corbeille o grida, dove gli

operatori negoziavano a voce o a gesti. Dal 1994 con l’introduzione della borsa

telematica l’asta a chiamata è stata abbandonata.

Dopodiché inizia la fase che occupa la maggior parte della giornata di Borsa:

Negoziazione continua. Non c’è bisogno di inserire il prezzo a meno che io

- non sia un trader professionista. Durante l’arco della giornata io ho i prezzi che

salgono o scendono. Gli scambi avvengono continuamente per tutta la durata di

apertura del mercato, generando per contro una pluralità di prezzi ciascuno

relativo alle diverse negoziazioni avvenute.

Ricapitolando. La Borsa si apre la mattina e si continua a negoziare fino alla sera. Alla

chiusura della Borsa vengono stilati i prezzi ufficiali, finali delle azioni. Asta a

chiamata: si accolgono tutti i titoli con i prezzi iniziali. Negoziazione continua:

negoziazioni sui prezzi fino a sera.

LEZIONE 10 – gio 02/02/17

DERIVATI

Strumento meno tradizionale, che può essere speculativo o di arbitraggio. La

principale caratteristica dei derivati è che sono tutti strumenti a termine, e questo li

differenzia da tutti quelli che abbiamo visto finora, che sono a pronti. Cosa distingue

uno strumento a pronti da uno a termine? Nello strumento a pronti, una delle due

prestazioni viene fatta a t0: compro l’azione a t0 poi la rivenderò. Nelle

operazioni a termine invece, io definisco oggi i termini di un’operazione che

si svolgerà a termine. Definisco oggi quindi le condizioni, normalmente di prezzo e

di tempo (data/scadenza), che disciplineranno la transazione che avrà luogo a termine

(a scadenza). Io so che a scadenza effettuerò un’operazione sul mio strumento

sottostante a una data e prezzo che definisco oggi.

Perché derivato? Perché il valore di questo strumento finanziario

deriva/dipende dal valore dello strumento sottostante che viene definito ogni

volta: ciascuna tipologia di derivati ha un suo sottostante. Se io compro ad

esempio un’opzione, questa mi dà la possibilità di fare una certa cosa a scadenza

(comprare o vendere i titoli sottostanti). Il valore della mia opzione deriva dal valore

del sottostante, perché io fisso oggi il prezzo al quale comprare il sottostante tra tre

mesi, e lo fisso a 10. Se il valore del sottostante aumenta, il valore del mio derivato

aumenta. Il suo valore quindi dipende da quello del sottostante, ma non è il valore del

sottostante.

Il sottostante può essere un titolo, ad es. un’azione o obbligazione, titolo di Stato, ma

anche una commodity, quindi una materia prima. I derivati, soprattutto i futures su

commodity, sono numerosissimi, spesso nel settore dell’oro e del petrolio. Tuttavia, il

sottostante può essere un qualunque tipo di parametro finanziario: una

valuta, quindi un tasso di cambio. Un derivato può essere negoziato sui mercati

regolamentati, ma anche sugli OTC, e lì la possibilità che sia un contratto strano è

elevata.

Esistono quattro categorie di derivati, ma è come se fossero tre: le prime due

differiscono solo nella modalità con cui vengono negoziati (forwards e futures).

Forwards e futures funzionano così: io oggi definisco il prezzo a cui comprerò o

venderò una certa cosa a scadenza. Poi ci sono le opzioni. E infine ci sono gli swaps

(=scambio), che prevedono lo scambio di flussi finanziari. Il sottostante degli

swaps è tipicamente un tasso di interesse: io te ne pago uno fisso, tu uno

variabile, l’andamento di questo swap dipende dall’andamento del variabile.

Questi contratti possono essere simmetrici o asimmetrici. Se l’esecuzione del

contratto è vincolante per entrambe le parti sono simmetrici, se essa è vincolante per

una sola parte sono asimmetrici. Simmetrici: entrambe le parti a scadenza devono fare

una certa cosa.

Negoziati sui mercati organizzati oppure sui mercati OTC. Sui mercati organizzati

sono negoziati futures e alcune opzioni. OTC: alcune opzioni, swaps e forwards.

Futures: strumento che può essere comprato retail, è un’alternativa alle azioni, obb,

ecc. Invece opzioni, swaps ecc sono tipicamente nel portafoglio odegli investitori

istituzionali o delle imprese. Finalità: tutti i derivati hanno tre finalità: una di

copertura, una speculativa e una di arbitraggio. Il fatto che io lo compri con una

finalità o un’altra dipende da me, lo strumento è lo stesso.

Finalità di copertura. L’obiettivo di chi compra il derivato in questo caso è

proteggersi dai rischi che nascono su posizioni preesistenti nel sottostante del

derivato. Io quindi ho in portafoglio qualche cosa, ce l’ho già, magari il sottostante del

derivato è una cosa che io ho in portafoglio come un’azione, un’obb, ma può essere

anche il grano perché magari sono un importatore o esportatore di grano. Tuttavia, nei

derivati non è necessario che il sottostante io lo abbia in portafoglio, questo accade

solo se compro un derivato con finalità di copertura. Mi compro un derivato perché

voglio proteggermi dal rischio di una variazione del prezzo del sottostante.

Es. più classico: sono un produttore di grano, ho in portafoglio del grano non ancora

pronto per essere raccolto, il grano oggi costa x. Io potrò vendere il mio grano solo tra

3 mesi quando sarà pronto, allora posso avere il desiderio di fissare oggi il prezzo al

quale venderò tra 3 mesi il grano, comprando un future. Perché posso avere

questo desiderio? Perché una volta che so il ricavato del mio raccolto, poi posso

programmare la mia attività. Se invece aspetto tre mesi, mi può andar bene

perché il prezzo del grano può salire, ma mi può andar male perché può scendere. Non

sono uno speculatore, sono un industriale, mi interessa solo fissare il prezzo al quale lo

venderò tra tre mesi.

Altro es: Ho delle azioni in portafoglio, le voglio vendere tra tre mesi per una

qualche ragione (magari non voglio tenere soldi adesso in c/c). Oggi l’azione vale x, tra

tre mesi varrà y, ma se io voglio bloccare il prezzo perché mi va bene quello di

oggi e tra tre mesi voglio incassare questa cifra, mi compro un future.

Opzioni. Compro quindi sostanzialmente la possibilità di vendere il sottostante tra tre

mesi a tot prezzo. Io ho delle azioni che oggi valgono 10, supponiamo che tra tre mesi

varranno 8, sto perdendo 2 sulle azioni, ma se ho comprato un’opzione che eserciterò

(posso anche scegliere se esercitare o no l’opzione), NO esso mi consente di ricavare

comunque 10 dalla mia vendita, perché il future mi fa vendere il sottostante a 2 tra tre

mesi, anche se le azioni le dovrò vendere a 8. Quindi perdo 2 sulle azioni, guadagno 2

sui future: guadagnerò da una parte, perderò dall’altra, ma avrò la somma di denaro

che mi ero prefissato.

Il netto è che ho bloccato ad oggi la mia operazione. L’op di copertura la realizzo

perché io, allo strumento che avevo già in portafoglio, ne aggiungo un altro

che mi darà una performance opposta allo strumento che ho in portafoglio. I

guadagni da una parte, le perdite dall’altra, qualunque sia l’andamento, mi faranno

coprire il valore del sottostante che ho in portafoglio: io non voglio né guadagnare né

perdere: voglio ottenere un certo valore, mi copro per far sì che il valore che ho

oggi in portafoglio rimanga tale tra tre mesi.

Finalità speculativa. Non ho il sottostante in portafoglio. Quindi compro il derivato,

che è il mio strumento e se il sottostante va bene, guadagno sul derivato, se va male

perdo sul derivato. Ho solo questo strumento in portafoglio: sarò completamente

esposta al rischio che il valore aumenti o diminuisca. So che il prezzo del derivato

salirà o scenderà in relazione all’andamento del ss.

Finalità di arbitraggio. Faccio arbitraggio su uno strumento finanziario quando

posso comprarlo e venderlo su due mercati diversi. Es. semplice: due azioni quotate su

due borse diverse possono essere quotate con due prezzi diversi, se io me ne accorgo,

lo compro dove costa meno e lo rivendo dove costa di più. Rarissimo perché ormai le

negoziazioni sono globali.

Se a scadenza comprerò il sottostante, sono lungo sul derivato.

Se a scadenza venderò il sottostante, sono corto.

FORWARD

Comprando il forward (ma anche il future) mi impegno ad acquistare a scadenza una

certa cosa a un certo prezzo. Quasi sempre usato con finalità di copertura da coloro

che hanno un business da proteggere. È negoziato OTC ed è un derivato col cui si

acquista a termine un’attività ad un certo prezzo, è simmetrico. Il sottostante si

dice anche underlying asset, il prezzo d’esercizio/di consegna (quello da

fissare) si dice delivery price. In altri derivati si può chiamare exercise price.

Il guadagno a scadenza qual è? È dato dalla differenza tra il delivery price e il

valore corrente (prezzo di mercato) di quell’attività. Fisso a 10 il prezzo di

consegna, se sono in posizione corta e il sottostante alla scadenza vale 8, ho

guadagnato 2. Il payoff identifica il guadagno e la perdita per le parti. Il payoff per chi

è in lungo è dato dalla differenza tra prezzo di mercato a scadenza e delivery price.

Similmente, il payoff per chi è corto è dato dal delivery price – il valore del ss a

scadenza. Essendo il forward un contratto scambiato sui mercati OTC, essi non sono in

genere standardizzati e presentano il rischio non indifferente che una delle due

controparti non onori gli impegni contrattuali.

FUTURE

Il compratore di future e forward è lungo. Acquistare futures, così come acquistare

forwards, significa impegnarsi ad acquistare alla scadenza ed al prezzo prefissati

l’attività sottostante. Il future è un contratto la cui definizione è identica a quella del

forward, ma è standardizzato e negoziato sui mercati regolamentati (unica

differenza col future). Questa cosa in realtà nel processo di negoziazione è rilevante. È

simmetrico come il forward. Il sottostante può essere ad esempio una commodity, una

valuta o un indice borsistico.

La peculiarità di essere standardizzati rende questi contratti interscambiabili tra loro.

Ciò rende possibile annullare impegni di acquisto o di vendita tramite compensazione,

stipulando un contratto di segno opposto all’originale. In questo modo, verrà evitata la

consegna dell’attività sottostante il contratto. Quindi la prima differenza col forward è

che il future non arriva mai a scadenza, così evito la delivery e i suoi costi. Se proprio

ci arriva, ovviamente devo consegnare il sottostante o saldare in cash il valore del

contratto. Di solito si chiude prima della scadenza. Se il sottostante è del grano, a

me interessa solo coprire le oscillazioni di prezzo. Nel future non arrivo alla delivery

perché il grano non lo devo dare al compratore del future (che non lo

vorrebbe mai), ma lo devo dare alla Barilla, quindi i future non arrivano mai a

delivery, non c’è mai lo scambio del sottostante. Per dare il grano alla Barilla, io che ho

comprato il future, devo vendere il future alla Barilla prima della scadenza del

contratto. Volevo solo che la performance del mio derivato coprisse la performance

del mio sottostante. Io devo sempre stare in posizione opposta al mio sottostante, se

voglio una funzione di copertura. Se io investitore privato compro un future, spero che

il valore del sottostante salga. L’acquisto di un future corrisponde ad un’aspettativa di

rialzo dell’attività sottostante (riesco così a comprare a scadenza il grano a un prezzo

minore rispetto al valore di oggi); la vendita, invece, sottende un’aspettativa di

ribasso. Se le intenzioni fossero speculative, la vendita del future dovrà essere

effettuata prima della scadenza contrattuale; se, invece, le intenzioni sono di

coprire un futuro acquisto/vendita della commodity sottostante, il future permette una

copertura senza rischi di oscillazioni del prezzo, e si aspetterà la scadenza prevista per

provvedere all’acquisto/vendita della commodity stessa. Ricordiamo che per liquidare

il contratto prima della scadenza, bisogna effettuare un’operazione di compensazione.

Viene cioè stipulato un contratto di segno opposto a quello da cancellare. Tale

contratto sarà di vendita se il contratto da cancellare è di acquisto e viceversa.

Ogni giorno le posizioni future vengono regolate. Es. ho comprato azioni a 10 e io so

che a scadenza le venderò a 15. A fine giornata il mio contratto vale 11, il sistema mi

dice: ti addebito 1, perché a chi è short accredita 1. In questi tre mesi, io ogni giorno

devo essere in grado di regolare la mia posizione. Chi fa questo ha la cassa

compensazione garanzia (CCG), essa opera dentro la Borsa come soggetto che è

controparte in tutte le operazioni future, cioè io compro un future da un tizio che lo

vende. In realtà io compro un derivato e la CCG è il mio venditore, lui vende e CCG è il

suo compratore. Ricordiamo che sia compratore che venditore sono “rappresentati”

dalla loro banca, la quale effettivamente effettua le transazioni. In realtà tutti e due

abbiamo fatto questa cosa con CCG. Perché c’è CCG? Perché controlla che a fine

giornata tutte le posizioni aperte siano saldate. Il solito problema è: se si

accumulano perdite e qualcuno alla scadenza non è in grado di ripagare, poi questa

perdita intacca altri. Quindi la CCG dice: mi regolate la posizione ogni giorno. Questo

garantisce il sistema. L’unica finalità è quella di contenere il rischio di credito,

questo CCG lo fa frapponendosi tra i due operatori, ma non esponendo il proprio

bilancio ad alcun tipo di rischio. La CCG garantisce il buon fine dell’operazione non

solo selezionando l’aderente (una banca, sostanzialmente), e imponendole dei

margini, quindi mi dice: dammi un bel deposito, così se non riesci a saldarmi

l’operazione a fine giornata, io uso il tuo deposito nella forma di margine. Il margine ha

la funzione di proteggere il mercato dall’insolvenza. La CCG non ha un’esposizione

propria sugli strumenti. La banca aderente sarebbe la mia banca, per me investitore di

future. La banca può chiedermi un margine più alto o più alto di quella che le ha

chiesto la CCG. Se io non saldo le mie posizioni, è la banca che deve pagare. Come

vengono liquidati i margini? Giornalmente, con un meccanismo dal nome strano:

Marking-to market: ti faccio pagare il tuo margine in relazione esattamente al prezzo

che il sottostante ha sul mercato. Ciascuna banca aderente ha aperto un c/c presso la

CCG e l’investitore ne ha aperto uno presso la banca aderente. Tutto ciò perché i

future sono negoziati in quantità enormi.

LEZIONE 11 – ven 03/02/17

OPZIONI

L’opzione è un contratto diverso dai futures e forwards, perché asimmetrico: una

parte è obbligata (il venditore dell’opzione), l’acquirente invece può decidere se

eseguire il contratto o no. Opzione: contratto a termine (derivato), in virtù del quale si

conferisce all’acquirente (buyer) la facoltà, ma non l’obbligo, di acquistare o di

vendere una determinata attività (underlying asset, il sottostante), a una

certa data o entro una certa data, ad un prezzo prefissato (strike price/exercise

price). Prezzo di esercizio: lo stabilisco a t0. Il buyer dell’opzione, che può essere

un’opzione call (opzione di acquisto) o put (di vendita). Tale strumento è asimmetrico

poiché conferisce al compratore dell’opzione “la facoltà di…”. L’obbligo grava

solo sul venditore (writer). Ci sono quindi buyer e writer, non ci sono più posizioni

lunghe o corte.

CALL. Il writer di una call deve eseguire in vendita, se il buyer esercita. L’opzione call è

l’opzione di acquisto: il buyer compra il diritto di comprare a scadenza, il writer deve

eseguire la vendita.

PUT: opzione di vendita. Il writer sarà obbligato ad acquistare se il buyer decide di

esercitare. Quindi il buyer è sempre colui che ha comprato l’opzione. Ma il buyer può

avere comprato l’opzione di acquisto o quella di vendita. Il buyer di una call ha

comprato l’opzione di comprare, il buyer di una put ha comprato l’opzione di vendere.

Il buyer/writer si può dire di un’opzione, ma non di un forward/future.

Mentre nel caso dei contratti forward e future non c’è alcun pagamento di

commissioni, nel caso dell’opzione, cioè dell’acquisto di un diritto, il buyer paga un

premio al writer a t0 per l’acquisto dell’opzione. Non sto stipulando un contratto alla

pari con te, io posso scegliere se eseguire a scadenza una cosa e tu no. Quindi a fronte

di questo diritto, ti pago a t0 un premio (una fee), per avere il diritto di esercitare il

contratto. A differenza di tutti gli altri contratti derivati quindi, l’opzione è

l’unico contratto che a t0 prevede il pagamento di qualcosa. Il corrispettivo per

l’acquisizione di tale diritto dunque è rappresentato dal pagamento di un premio, che

costituisce il prezzo dell’opzione. L’opzione prevede un premio perché è un contratto

asimmetrico.

Le opzioni sono di due tipi: di acquisto (call) o di vendita (put). La CALL è un’opzione

che dà all’acquirente la facoltà di acquistare una determinata q.tà dell’underlying ad

un prezzo stabilito, a/entro una certa data. Il premio è il prezzo che pago alla

controparte per poter esercitare un diritto. Il prezzo d’esercizio invece è il prezzo al

quale eserciterò il mio contratto, ovvero al quale comprerò/venderò il sottostante.

Opzione PUT: l’acquirente ha la facoltà di vendere una det q.tà dell’underlying ad un

prezzo stabilito a/entro una certa data. Entrambi i tipi di opzione possono essere di

qualsiasi nazionalità perché vengono acquistate in tutto il mondo. La scadenza delle

americane è più ampia rispetto alle europee di solito. Ho il diagramma del buyer e del

writer in ogni opzione.

Vediamo una differenza col future. Quando compro un future, per esempio

speculativo (quindi non ho un sottostante da proteggere) io mi posso esporre per

grandi dimensioni, perché se non fosse per il margine che devo pagare giornalmente,

io sto solo facendo una scommessa. Io potrei aprire posizioni per grandi importi,

perché oggi non devo pagare niente, quindi questa è la pericolosità. Invece nel caso

delle opzioni, io oggi devo avere del denaro (poco, relativamente), ma lo

devo avere. L’interesse del writer è che a t0 prende dei soldi. In passato è successo

che operatori inesperti coprissero esposizioni future negative con la sottoscrizione di

opzioni per ottenere i soldi dalle fee, per chiudere quelle posizioni: la fee dunque può

fare la differenza, perché il writer apparentemente è un po’ la parte lesa del contratto,

ma se esistono vuol dire che servono.

Esercizio sulle opzioni.

LEZIONE 12 – mar 07/01/17

Esercizi sui derivati.

LEZIONE 13 – gio 09/02/17

SWAPS

Contratto derivato simmetrico negoziato OTC con il quale due parti si scambiano nel

tempo a scadenze predefinite un flusso di pagamenti. Swap: scambiarsi delle cose. Es.

le parti definiscono che per 5 anni, con una certa periodicità, ogni 6 mesi, si

scambieranno cose. A si impegna a pagare a B un tasso fisso calcolato sul valore

nominale, B paga ad A l’Euribor (che è variabile). E’ buono o non buono questo

contratto? Dipende dall’andamento dell’Euribor. Si parte con un contratto alla pari

(tasso fisso= Euribor). Può essere fatto con finalità speculativa. Il sottostante

nominale di riferimento viene stabilito dalle parti. Ad es. 1 milione di euro (esso non

verrà mai scambiato, è soltanto la base del tasso, il quale invece viene scambiato). Le

somme di denaro oggetto di scambio sono calcolate applicando al medesimo capitale

(detto nozionale/fittizio, che non viene scambiato) due diversi parametri di mercato. E’

dunque diverso dai future ecc. Posso anche utilizzarlo per finalità di copertura.

In base al parametro di mercato:

Interest rate swaps. I più diffusi. Quando le due parti si scambiano un flusso

- di interesse. Play vanilla: tasso fisso contro variabile. Ma ce ne sono anche

altri.

Currency swaps. Le parti si impegnano a scambiarsi un flusso derivante da

- tassi di cambio. Io ti pago dollaro contro euro e tu mi paghi euro contro

sterlina.

Economia degli intermediari finanziari: come si è trasformata nel tempo l’attività

bancaria? Il bilancio delle banche: cosa ci può dire? La regolamentazione bancaria.

Banca. L’attività delle banche, cioè ciò che possono e non possono fare, è definita per

legge.

Banca: impresa abilitata all’esercizio congiunto della raccolta del risparmio

(direttamente tra il pubblico) e del credito alla produzione di proprie passività

sostitutive della moneta legale nei pagamenti.

Dal punto di vista economico, questa definizione ci dice che la banca è un’impresa. Ci

sono dei cut-off (valori soglia) di riferimento: 1) crisi del ’30. Fino al ’30 le banche

facevano quello che volevano. Poi nel ’30 grandissima crisi e le banche diventano

soggetti controllati che possono operare solo in certi ambiti. Ad un certo punto negli

’80 si sente l’esigenza di ridefinire le regole della banca. Nel TUB del ’93 si definisce la

banca come un’impresa. Nel sistema pre ‘30 le banche operavano in un mercato di

oligopolio (erano particolarmente protette), post ’30 la banca viene gravata

dell’obbligo di svolgere l’attività di impresa: competitiva, efficiente e redditizia. La

regolamentazione bancaria prima faceva sì che le banche non potevano fallire, in più

venivano offerte poche soluzioni di investimento.

Sotto il profilo economico, la banca:

E’ un’impresa

- Dedita professionalmente alla concessione del credito

- Principalmente con capitali attinti dal mercato a titolo di credito

- Grazie anche all’emissione di propri segni di debito accettati alla stessa stregua

- della moneta

Che opera collegata in sistema con le altre banche

- E può accedere al credito di ultima istanza presso la banca centrale

-

Funzione creditizia + funzione monetaria.

Le società di leasing e factoring e i venture capital erogano credito ma non possono

aprire c/c/raccogliere denaro a vista, quindi non sono banche. C/c a vista: mi espongo

al rischio di corse allo sportello, problemi di liquidità, problemi legati all’efficienza con

cui funziona il sistema dei pagamenti. La BCE ora eroga il credito di ultima istanza,

non erogato in modo semplice come avveniva una volta, ma attraverso Repos. Un

prestatore di ultima istanza è un’istituzione disposta a concedere credito in una

situazione di crisi in cui c'è una domanda di liquidità abnorme che non può essere

soddisfatta da nessun altro soggetto economico. La banca opera come

collegamento indiretto tra US e UD, perché ci mette in mezzo il suo bilancio,

assumendosi il rischio. Funzione monetaria legata alla possibilità di emettere

strumenti di pagamento.

Vediamo ora il bilancio, in particolare lo SP. Attivo: erogazione del credito alle UD.

Basilea 3 chiede alle banche di tenere un patrimonio adeguato. Operazioni fuori

bilancio: es. crediti di firma, a garanzia. Mi prendo un impegno: se tu debitore non fai

fronte al rimborso del debito, io sono poi chiamata in causa a pagare. Le operazioni

fuori bilancio non implicano trasferimento di denaro.

Tre passaggi cruciali:

1) Dalla banca specializzata alla banca universale

2) La tecnologia

3) La globalizzazione

Questi passaggi sono avvenuti tutti nello stesso periodo, sono perciò tutti legati, non si

può dire cosa è causa e cosa è effetto. Per tanti anni le banche sono state vincolate a

fare cose molto specifiche, non potevano essere azioniste, potevano solo erogare

credito a una certa scadenza a seconda del tipo di banca. Ma il mondo cambia,

cambiano i confini di riferimento, c’è un’esigenza netta ad allentare i vincoli, che da un

lato tutelavano la sua solvibilità, ma che al tempo stesso ne avevano fatto una

struttura troppo rigida. Passo significativo: dalla banca specializzata a quella

universale. Banca specializzata: lavora solo in un comparto ben definito. La banca

universale è a 360°, opera in tutti i comparti dell’intermediazione finanziaria. Questo

perché alla banca specializzata è stata data la possibilità di diventare universale.

L’obiettivo era di uscire da una situazione di oligopolio, di entrare in un’ottica di

competizione, quindi efficienza, lavorando anche sulle economie di scala.

Banca specializzata

Anche una banca specializzata in mutui subprime può essere un grande disastro. Una

banca specializzata per definizione limita la sua attività in un determinato ambito

dell’intermediazione finanziaria. In passato esistevano gli ICS (istituti di credito

speciale) che erogavano credito a m/l termine. Oggi una banca specializzata

specializza la sua attività per es. nell’erogazione del credito al consumo. Ad es. molte

attività hanno al loro interno una partecipata che fa questo.

Vantaggi: elevate competenze specialistiche. Economie di scala: ho un costo fisso che

ripartisco su un numero crescente di unità a cui vendo quel prodotto. Sfruttamento di

economie di scala nella produzione di servizi.

Limitazione di conflitti di interesse. E’ stato impedito il conflitto di interesse dopo il ’30.

Le banche non potevano detenere titoli azionari. Il problema è che la contestuale

erogazione di credito e acquisizione di capitale nella stessa impresa può essere fonte

di conflitto di interesse, e nel ’30 questo era stato l’origine della crisi.

Svantaggi:

No economie di scopo (di produzione congiunta). Io so dove abitano i

 correntisti ecc. Vedo quant’è il loro stipendio, i loro flussi di cassa. Un conto è

se, dopo che ti ho profilato, io ti posso offrire solo un mutuo. Un altro conto è se

io ti posso offrire tantissime cose, perché ripartisco un unico costo per

conoscerti su tanti servizi che ti offro (economie di produzione congiunta),

queste economie possono essere anche molto significative.

costi di intermediazione multipla per la clientela. Se siamo un’impresa e per

 ogni cosa abbiamo bisogno di una banca, noi abbiamo più costi, ciascuna banca

ha poche informazioni su di noi. Questo penalizza sempre il mercato nel suo

complesso.

Natura multiprodotto dell’attività bancaria e tendenza alla diversificazione

 produttiva.

Moltiplicarsi delle attività finanziarie specializzate (es leasing e factoring).

 L’economia va in una direzione che non è più compatibile con la banca

specializzata. La normativa è sempre un passo indietro rispetto alla realtà. Altro:

progressiva attenuazione della specializzazione e della vigilanza strutturale e

discrezionale (la I e la II direttiva CEE). La specializzazione oggi è solo una

scelta, non più un obbligo.

Banca universale

Prestazione congiunta, in forma diretta o indiretta, dell’intera gamma di attività

finanziarie. La banca universale è stata realizzata o attraverso il gruppo polifunzionale

oppure attraverso la banca che fa tutto. Tutte le grandi banche hanno un gruppo molto

articolato: all’interno vi sono delle società, delle controllate al 100%. Quindi dal

punto di vista economico e giuridico sono parte del gruppo, ma svolgono altre

attività. Presenza sistematica nell’attività di finanziamento a breve, medio, lungo

termine. Operatività rivolta all’intera gamma di operazioni strumenti/servizi.

Possibilità di partecipare al capitale di rischio delle imprese.

Vantaggi: di tipo informativo. Vantaggi di tipo economico: speculari agli svantaggi

del modello di banca specializzata e sono: economie di scopo, allo stesso cliente

riesco a risolvere tanti problemi finanziari diversi, mantengo le economie di scala

perché sono grande (come banca specializzata a parità di volume per singolo settore

di attività), gestione relazione clientela. Posso scegliere di operare in outsourcing, fuori

dal mio perimetro, certe attività. Tratti di specializzazione legati a scelte

strategiche soggettive.

Svantaggi: conflitti di interesse. I conflitti che nascono dalla possibilità di erogare

una pluralità di servizi. Es. Nell'assunzione a fermo ho un conflitto di interesse: io sono

pagata da te per trovare il prezzo giusto sul mercato, di fatto sono portata ad

abbassare il prezzo perché me le devo comprare io prima. Se tu operi su più servizi, io

non posso inserire delle regole che ti limitino una certa operatività, perché sennò torni

indietro al modello specializzato.

La nuova banca: OTH, OTD. OTH: origino il prestito e me lo tengo fino a scadenza.

OTD: lo origino, lo vendo a qualcuno che poi lo vende ecc. Il bilancio mi aiuta a capire

che tipo di attività di intermediazione svolge la banca.

Riassunto della banca:

Fino al 1929 le banche operavano in un mercato di oligopolio, erano poco

controllate e protette dalla regolamentazione, esistevano poche soluzioni di

investimento. Dopo la crisi del ’29 si sente l’esigenza di ridefinire le regole della

banca, che viene gravata dell’obbligo di essere competitiva ed efficiente.

Per tanti anni le banche sono state vincolate ad essere banche specializzate, ad

esempio nell’erogare credito a una certa scadenza, questi vincoli da un lato

tutelavano la loro solvibilità, ma dall’altro creavano una struttura troppo rigida.

L’obiettivo della banca universale era quello di uscire dalla situazione di oligopolio e di

entrare in un’ottica di competizione. I vantaggi della banca specializzata sono le

elevate competenze specialistiche e le economie di scala. Una banca universale

invece effettua una prestazione congiunta dell’intera gamma di attività finanziarie. I

vantaggi della banca universale sono: di tipo informativo, dato che si possono attuare

economie di scopo, i risparmiati costi di intermediazione multipla della clientela; gli

svantaggi sono i conflitti di interesse che sorgono ad es. nell’assunzione a fermo delle

azioni.

LEZIONE 14 – ven 10/02/17

Regolamentazione e vigilanza. Martedì c’è un intervento, giovedì anche (ISP), parlerà

del family business (segmento di attività in cui si è specializzata una piccola divisione

dell’ISP). Segmento molto redditizio, perché lavorano con grandi patrimoni. Venerdì

riprenderemo la teoria con la vigilanza.

Sul libro la regolamentazione è raccontata diversamente. La regolamentazione ha

determinato l’evoluzione degli intermediari finanziari, grazie alla profonda revisione

della normativa. La normativa nei mercati finanziari è molto importante, a differenza di

altri comparti dell’economia, perché gli intermediari finanziari hanno a che fare col

denaro della società perché aprono c/c a vista: vengono a crearsi dei problemi di

liquidità, e di bancarotta eventualmente, se la liquidità non è ben gestita. La crisi del

2008 dimostra il perché c’è bisogno che gli intermediari siano così vigilati. Sia gli

strumenti che le finalità sono cambiati nel tempo.

Perché gli intermediari sono particolarmente soggetti a vigilanza? Da sempre gli

intermediari sono soggetti a vigilanza perché hanno un bilancio molto instabile. Il

passivo del loro bilancio è sostanzialmente a vista, mentre hanno un attivo

immobilizzato. Questo lo rende instabile perché la banca in teoria in qualunque

momento è esposta a un rischio di liquidità derivante dal fatto che la clientela

potrebbe riprendersi il denaro immobilizzato. Questa instabilità può degenerare in una

corsa agli sportelli: quando viene meno la fiducia nei confronti del sistema, una

delle prime reazioni, che si sono verificate anche nella crisi del 2008 è proprio quella

della corsa allo sportello. La corsa agli sportelli è pericolosa perché è legata a un

concetto di rischio sistemico. Rischio sistemico (l’asimmetria informativa impedisce di

distinguere tra banche insolventi e banche sane) o, più in generale, market fitness. Il

rischio sistemico si riesce a propagare perché c’è un problema di asimmetria

informativa. Il mercato, soprattutto in momenti di tensione finanziaria, non è in grado

di distinguere tra banche insolventi e banche solventi. Alla fine l’asimmetria

informativa è un danno di tutto il sistema e quindi si verifica un fallimento del mercato.

La regolamentazione difende il sistema economico in cui si collocano gli intermediari

finanziari.

Con quali finalità? La regolamentazione che finalità aveva, nel corso del tempo?

All’inizio ne aveva soltanto una: la stabilità. Noi parliamo di regolamentazione

successiva a quella del ’30, fino ad allora questi mercati non erano mai stati

regolamentati. Crisi -> esigenza di regolamentare. In primo luogo si vuole fare sì che

gli intermediari non falliscano, per evitare ripercussioni su tutta l’economia. Io

garantisco la stabilità controllando il sistema. Poi col passare del tempo ci si rende

conto che la stabilità da sola non basta, perché può portare a un sistema inefficiente,

scarsamente competitivo.

Ed ecco qui l’altra finalità della regolamentazione: efficienza/concorrenza. Le

banche pre ‘30 non producevano servizi finanziari diversificati, offrivano pochi servizi a

caro prezzo perché tanto non c’era concorrenza e quindi guadagnavano lo stesso.

Perché per garantire la stabilità, il sistema aveva limitato fortemente la concorrenza:

ciascuna banca era monopolista di quell’ambito di attività nella quale era

specializzata: mercato fortemente oligopolistico. Se non devo competere con

qualcun altro, io non mi assumo rischi, con derivati ecc. l’assenza di concorrenza

da un lato mi garantisce la stabilità, dall’altro mi preclude l’efficienza. Questi

obiettivi li troviamo nel TUB.

Da ultimo, all’efficienza e concorrenza si aggiunge anche la correttezza e la

trasparenza (tutela consumatori): ultimo filone di norme nato negli ultimi 20 anni.

Prima il concetto di consumatore/investitore non c’era. Quando arriva la concorrenza,

le banche iniziano ad offrire prodotti sofisticati, quindi ad un certo punto si pone

effettivamente il problema della correttezza dei comportamenti e quindi la tutela dei

consumatori. In questo modo, si sono complicati gli strumenti per garantire ciascuna

finalità. Nel corso del tempo, la regolamentazione finanziaria si è andata complicando:

è un costo per gli intermediari, che si riflette anche sul prezzo dei servizi offerti. La

regolamentazione è utile e importante, ma al tempo stesso ha un costo, e per

questa ragione non tutto viene regolamentato.

Su quali soggetti e da parte di chi viene fatta la regolamentazione? Chi è controllato e

chi controlla? Ci sono fasi diverse: una iniziale in cui sostanzialmente i mercati sono

ancora semplici e i mercati mobiliari non esistono. Quindi

Inizialmente:

Intermediari creditizi e organi di vigilanza bancaria (in Italia, Banca d’Italia).

- Avevo sostanzialmente una vigilanza per soggetti: c’era una categoria di

intermediari interamente vigilato da un controllore.

Successivamente:

Sviluppo dei mercati finanziari, attività assicurativa e pensionistica, crescente rilievo

attribuito alla concorrenza: Consob (commissione nazionale per la società e la borsa,

autorità amministrativa indipendente la cui attività rivolta alla tutela degli investitori,

all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano), Ivass

(vigilanza sulle assicurazioni), Covip (fondi pensione), Antitrust (tematiche di

concorrenza).

Passa il tempo, le banche diventano gruppi bancari al cui interno trovo tante attività

finanziarie, diventa dunque difficile vigilare. Vengono meno le tradizionali linee di

confine: problema di impostazione generale della vigilanza: il modello di vigilanza per

soggetto inizia a perdere senso perché lo stesso soggetto ora svolge tante attività di

intermediazione finanziaria. Passo da una vigilanza per soggetti a una vigilanza per

finalità. Vigilanza per finalità: la banca è vigilata per le attività creditizie, ma se

opera sui mercati di trading (mobiliari), per quell’attività è vigilata dalla Consob, se si

occupa di servizi assicurativi, sarà vigilata dall’Ivass. Dunque c’è ora un organo che

vigila su ogni finalità della banca. L’organo di vigilanza per eccellenza della banca

rimane comunque BI.

In quali ambiti c’è la regolamentazione? Dove trovo la regolamentazione bancaria? Ci

sono momenti storici importanti. Fino al ’30 non c’era regolamentazione. Già nel

’30 il mondo era globalizzato: la crisi del ’29 infatti è nata in America, ma poi si è

propagata.

Legge Bancaria del 1936: plasmata a partire dalle crisi degli anni Trenta, essa

- è il risultato della crisi. Quello del ’36 è il primo blocco di regole che disciplina il

sistema bancario in Italia, ma anche in Europa nello stesso periodo nascono

leggi bancarie simili.

Nata con un forte orientamento all’obiettivo di stabilità. Quest’obiettivo veniva

- perseguito con degli strumenti e controlli di tipo strutturale: il problema era

però che BI interveniva sulla struttura del sistema bancario facendo sì che la

concorrenza fosse molto controllata: perché se non ho il problema della

concorrenza non mi assumo rischi. La stabilità veniva perseguita attraverso

strumenti e controlli di tipo strutturale: veniva controllato quanti sportelli,

quante banche ci sono. Controllando la concorrenza evito che le banche si

assumano dei rischi. Io invece dovrei far sì che le banche si assumano dei rischi

e perciò cambieranno più avanti gli strumenti di regolamentazione (lo vedremo).

Controlli strutturali (autorizzazione all’attività, all’apertura di nuovi sportelli, limitazioni

allo svolgimento di specifiche attività). Es. se operi nel breve termine operi solo in

quello, se operi nel m/l non apri c/c. ti tolgo quindi l’instabilità strutturale di

bilancio che è causa di crisi sistemiche. Il rischio sistemico è il rischio che

l’insolvenza di un intermediario determini fenomeni di insolvenza generalizzati o

fallimenti a catena di altri intermediari.

Se soggettivamente BI deve finalizzare l’apertura di una banca, BI autorizzerà

l’apertura di un’altra banca più lontana. I controlli erano discrezionali: BI autorizzava o

no in relazione alla struttura in una certa area geografica. Idem gli sportelli: fino a

metà ’70, gli sportelli bancari erano un numero controllato: in ciascuna città

c’era un certo numero di sportelli, perché di nuovo si voleva evitare la concorrenza, si

voleva evitare che le banche si assumessero rischi pur di prendersi una fetta di

mercato. La regolamentazione favoriva le barriere all’entrata, che facilitavano il

monopolio. Risultato: riduzione delle spinte competitive. + rischio + rendimento. Da

parte della vigilanza questo invece non si voleva. La logica di tutti questi controlli

strutturali era questa: limitare la concorrenza in ambito bancario per contenere la q.tà

di rischio assunta da ciascun intermediario e dunque per garantire in qualche modo la

stabilità del sistema. La stabilità era il fine ultimo della regolamentazione che ha

gestito il sistema bancario dalla metà dei ’30 fino agli ’80. I controlli strutturali

erano fatti apposta perché la concorrenza fosse limitata. La concorrenza era

limitata perché c’era stata una crisi molto grave nell’economia. Tant’è che di grandi

crisi in giro per il mondo in quegli anni non ce ne sono state.

In quali ambiti? Arrivano gli anni ’70. Passa il boom dei 50/60. La regolamentazione nei

‘70 non è più adeguata rispetto all’evoluzione in corso dell’economia. Ma come mai? In

che direzione stava andando l’economia?

Liberalizzazione dei movimenti di capitale: anche perché migliorano i

- trasporti, gli scambi commerciali aumentano e quindi aumenta anche la

necessità di regolarli finanziariamente.

Innovazione finanziaria: iniziano a nascere nuove forme di strumenti finanziari,

- nascono le prime società di leasing e factoring. L’economia diventa un po’

più sofisticata ed esigente. Il sistema finanziario risponde offrendo servizi un

po’ più sofisticati. Quest’è un’esigenza che richiede che ci sia concorrenza.

Anche perché i paesi ora sono integrati.

Crescente integrazione fra paesi. I risparmiatori iniziano a risparmiare.

- Aumento dei titoli detenuti dai risparmiatori, la necessità di avere mercati e

- intermediari efficienti diventa sempre più pressante.

E’ chiaro tuttavia che nel sistema, per come era disciplinato, l’efficienza era difficile

perché non c’era la concorrenza. Le autorità di vigilanza se ne rendono conto e

progressivamente iniziano ad abbandonare gli strumenti di controllo strutturale: ci si

rende conto che quel modello non era più adeguato. Il bisogno di efficienza diventa

sempre più forte e ci si rende conto così che l’efficienza è importante quanto la

stabilità.

Avviene dunque un progressivo abbandono dei controlli strutturali.

Per favorire il perseguimento di più elevati livelli di efficienza, vengono ridotti i

- prezzi dei servizi finanziari.

Da vigilanza strutturale a vigilanza prudenziale, che è il tipo di vigilanza tutt’ora

esistente. I meccanismi di vigilanza che esistono oggi son tutti meccanismi che

nascono in quel periodo e che trasformano la vigilanza da strutturale (concentrata solo

sulla struttura del sistema e sulla stabilità) a prudenziale. Nella vigilanza prudenziale

l’idea di fondo è: non ti impedisco più di fare le cose, non controllo più le attività che

decidi di svolgere, ma pretendo che nell’esercizio della tua attività tu sia prudente.

L’idea è: fai quello che vuoi, basta che tu sia sufficientemente

patrimonializzata. Aumento del grado di protezione accordato agli investitori, che si

affianca nel tempo alla vigilanza prudenziale.

Come si modifica la legge bancaria del ’36? Si modifica quella o arriva qualcos’altro? Si

arriva al TUB solo nel ’93, ma il cambiamento si verifica nei ’70. Cosa succede dal 70

al 93? La normativa si modifica lentamente.

Con quali passaggi normativi? L’intervento del legislatore europeo a livello bancario.

La vigilanza dei sistemi bancari passa da una dimensione nazionale a una

sovranazionale, perché i mercati sono diventati troppo legati tra loro. All’attività di

vigilanza domestica si affianca un’attività di vigilanza nazionale più importante. Le

direttive: n.1 e n.2 sono quelle che rappresentano questo passaggio.

I Direttiva (‘77/780). Stabilisce un grado minimo di armonizzazione normativa. Il

mondo è globalizzato, l’Europa soprattutto.

Grado minimo di armonizzazione normativa. Con riferimento all’attività svolta

- dagli intermediari finanziari all’interno di ciascun paese.

A) Definizione comune dunque di ente creditizio (banca);

B) Identificazione comune di fondi propri (patrimonio della banca), quindi

attivo-passivo, dunque creazione di un modello di bilancio simile per tutte

le banche europee.

C) L’autorizzazione all’esercizio dell’attività data in presenza di requisiti

minimi oggettivi (punto importante) è “la prima a venire meno nella

trasformazione da strutturale a prudenziale.

Libertà di stabilimento.

-

Questo è il senso della prima direttiva. La seconda direttiva invece, è stata elaborata

insieme alla prima, ma ha visto la luce solo molti anni dopo.

II Direttiva (89/646). Mutuo riconoscimento. Se la banca è riconosciuta come banca

in Italia, anche in Francia deve essere riconosciuta come tale. Poiché abbiamo stabilito

tutte queste definizioni comuni come la libertà di stabilimento, adesso entra in gioco il

mutuo riconoscimento. Le banche centrali dei paesi iniziano a cooperare tra di

loro in modo molto stretto proprio perché sono responsabili tutte insieme. Mutuo

riconoscimento:

Elenco di attività ammesse a mutuo riconoscimento

- Omogeneizzazione verso un modello comunitario europeo di banca universale.

- Questa deregolamentazione dei 70 porta sostanzialmente alla nascita della

banca universale.

Per eliminare le disparità tra le diverse legislazioni nazionali si adotta una logica di

progressiva armonizzazione minima, che in un primo momento ha lasciato ampi

margini di discrezionalità agli Stati membri, che ai nostri giorni sono stati ridotti. Ora

che i sistemi sono omogenei, l’UE legifera in campo finanziario e i paesi

membri si adeguano. E’ necessario che alcune cose siano uguali per tutti.

Con quali passaggi normativi? L’intervento del legislatore nazionale. Le due direttive

danno solo la direzione. In Italia vengono varati nel tempo molti provvedimenti (Legge

Amato, Antitrust, Sim, Insider trading, Opa, …) sintetizzati in due testi unici, che sono

la base odierna della regolamentazione finanziaria:

TUB (d.lgs. 1 sett 1993, n.385) disciplina attività d’intermediazione

- creditizia.

TUF, testo unico della finanza (d.lgs.24 febb 1998, n.58) disciplina attività di

- intermediazione mobiliare.

Il TUB e il TUF evolvono. L’evoluzione della vigilanza a patire dai 70 fino alla metà dei

90 trova la sua sintesi in questi due blocchi normativi, che rimangono attuali nella loro

impostazione fino alla crisi del 2008, dove ci si accorge che mancava un pezzo di

regolamento, che adesso si sta cercando di costruire.

L’evoluzione dell’attività di vigilanza (PRE CRISI 2008)

Lo sviluppo e l’internazionalizzazione dei mercati hanno prodotto un incremento delle

pressioni concorrenziali ed uno spostamento degli obiettivi dalla vigilanza a favore

dell’efficienza. 70-90 si sentono queste esigenze. I controlli di natura strutturale hanno

lasciato il posto a controlli di natura prudenziale. Questi hanno come logica di fondo il

fattore che puoi fare quello che vuoi purché operi in un modo prudenziale, ponendo

attenzione ai rischi che ti assumi in bilancio. La stabilità è garantita con questi

strumenti di controllo prudenziale e con maggiori controlli sulla trasparenza. Hanno

acquisito una rilevanza sempre maggiore la fair play regulation ed i controlli di

trasparenza e correttezza. Aumenta da parte delle autorità finanziarie la necessità di

avere trasparenza e correttezza. E’ proprio una modifica significativa del modo di

intendere la vigilanza, che abbandona progressivamente strumenti di tipo strutturale e

obiettivi di tipo strutturale per arrivare a una vigilanza di tipo prudenziale che si

realizza attraverso la richiesta alle banche di operare avendo requisiti di

adeguatezza patrimoniale.

Vigilanza prudenziale e requisiti di adeguatezza patrimoniale

Ogni anno esplodono gli sportelli in tutta Italia: apro sportelli dove voglio così

acquisisco più persone. La banca diventa un’impresa e quindi la sua attività deve

essere finalizzata alla massimizzazione del valore per gli azionisti. E la stabilità come

la controllo? Ovvio che rimane il primo obiettivo della vigilanza. Essa viene garantita

attraverso l’imposizione di requisiti di adeguatezza patrimoniale: banca fai quello che

vuoi, ma devi essere patrimonializzata, altrimenti non ti autorizzo, ti vincolo ecc. il

patrimonio assume dunque un ruolo centrale.

Vigilanza prudenziale e patrimonio:

Il patrimonio diventa la grandezza di riferimento con cui le banche si devono

- confrontare per poter operare soprattutto in certi ambiti che determinano

l’insorgenza di rischi. Il patrimonio è una variabile chiave per la stabilità di un

intermediario finanziario

L’attivo della banca è soggetto a svalutazioni, se ad es. il portafoglio titoli perde

valore. Quindi l’attivo è sogg al rischio di contrarsi. Quanto più il patrimonio è grande,

tanto più l’attivo della banca, anche in caso di svalutazione, sarà in grado di ripagare i

debiti che la banca ha nei confronti dei correntisti. Quindi tale patrimonio sarà in grado

di evitare che una crisi di liquidità diventi una crisi di insolvenza. Perché il problema

della svalutazione dell’attivo riguarda solo gli azionisti della banca. Il patrimonio

diventa uno strumento chiave di vigilanza prudenziale perché è in primo luogo una

garanzia nei confronti dei creditori, che sono in primo luogo i correntisti a vista, la

categoria che bisogna più tutelare perché inconsapevoli e perché una corsa agli

sportelli può generare una crisi sistemica.

Garanzia nei confronti dei creditori

-

Il tuo patrimonio deve essere sufficientemente grande da garantire nel caso in cui

questi rischi dovessero manifestarsi.

LEZIONE 15 – ven 17/02/17

La vigilanza e come nel tempo si è modificata, da strutturale a prudenziale.

Strutturale; punta solo alla stabilità, limitando i rischi che una banca possa assumersi

e così facendo limitando anche la concorrenza. Prudenziale: affianca alla stabilità

l’efficienza, e più tardi la tutela del consumatore. L’efficienza richiede

competitività, ma la competitività richiede rischi. Il patrimonio è molto rilevante in

ambito bancario. BI obbliga a svalutare il portafoglio crediti: es. è 10 anni che quel

credito è incagliato, magari non lo riscuoti più: scrivilo in bilancio svalutando. Se io

svaluto e il mio attivo vale 60, ma il mio passivo 80, la banca, anche vendendo tutto,

non è in grado di rimborsare tutti i depositanti. Se i depositi fossero 50 e il pn 50,

anche con un attivo di soli 60, posso rimborsare i depositi. I soci acquisiscono gli onori

delle loro partecipazioni, ma anche gli oneri. Il patrimonio deve essere adeguato ai

rischi che la banca si assume. Regola proporzionale che lega la proporzione del

patrimonio alla quantità di rischi che stanno nell’attivo. Oltre al portafoglio

prestiti c’è anche il portafoglio titoli. La misurazione del rischio è diventata sempre più

sofisticata: devo calcolare più precisamente la reale rischiosità di ciò che ho in

portafoglio crediti.

Vigilanza prudenziale e patrimonio

Il patrimonio diventa la grandezza di riferimento, perché è una garanzia nei confronti

dei creditori (dal capitale proprio dipende la capacità della banca di assorbire i rischi

della gestione). Maggiore è il capitale proprio (differenza positiva tra attività e

passività), minore è la probabilità di insolvenza e quindi maggiore la capacità di

fronteggiare i debiti, in primis verso i depositanti. Il capitale assorbe i rischi. Il

patrimonio è una fonte di finanziamento e sviluppo. Una qualunque impresa

raccoglie risorse emettendo debito ed emettendo capitale. Con l’indebitamento

occorre finanziare l’attivo. Col capitale proprio, grazie alla scadenza indefinita offro un

particolare contributo all’equilibrio finanziario della banca. Problema del costo del

capitale. Equity: lo strumento finanziario più oneroso per qualunque impresa.

Implicitamente paga il tasso di interesse più elevato (implicitamente perché il suo

rendimento è il ROE). Se fosse per la banca, essa non emetterebbe equity perché

costa. La vigilanza impone all’impresa di emettere una q.tà adeguata di equity ma non

eccessiva, perché questo maggiore costo per la banca si rifletterebbe in un maggiore

costo per la collettività.

Quantitative easing: una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da

parte di una banca centrale e la sua iniezione, tramite operazioni di mercato aperto,

nel sistema.

Il livello ottimale di capitale non può essere fissato: dipende dal livello di

rischio di insolvenza della banca (che dipende dalla sua struttura di attività

e passività). Risk management: lavora solo ed esclusivamente sulla quantificazione

dei rischi. Strumenti (legati alla misurazione del patrimonio ideale): coefficiente di

solvibilità, trasformazione delle scadenze, grandi fidi. Trasformazione delle

scadenze: puoi allungare le tue scadenze sull’attivo se mi fai vedere che stai

allungando anche le scadenze del passivo. Grandi fidi: per evitare che i

finanziamenti fossero nelle mani di solo poche imprese, esiste tuttora questa

normativa per cui la q.tà di credito che poteva essere erogata doveva essere

proporzionale all’attivo in bilancio.

Coefficiente di adeguatezza patrimoniale

Patrimonio di vigilanza / Attivo della banca ponderato per il rischio

Deve essere > = 8%.

La q.tà di patrimonio è parametrata alla dimensione dell’attivo ponderata per il rischio.

Patrimonio: cs + riserve. Nel patrimonio di vigilanza si può includere anche il

patrimonio di secondaria importanza/complementare, che include altre cose

che più o meno assolvono la stessa funzione del patrimonio, ma non sono

strettamente equity, es. prestiti subordinati (un tipo speciale di obbligazioni). I

prestiti subordinati vanno rimborsati dopo aver rimborsato tutti gli altri. Patrimonio di

primaria importanza/primario: equity. Patrimonio di secondaria importanza: forme

ibride, come prestiti subordinati. Attivo ponderato per il rischio: in Basilea 1 è una cosa

semplice: se tu banca presti al governo lo classifichi col rischio a 0, se a un’impresa

rischio 100%. Esistono Basilea 1,2 e 3.

Riassunto vigilanza prudenziale e strutturale della banca

Fino agli anni ’30 non esisteva regolamentazione in ambito bancario. La crisi del ’29 ha

portato alla Legge Bancaria del 1936, il primo blocco di regole che disciplina il sistema

bancario in Italia. Tale legge è nata con un forte orientamento alla stabilità, obiettivo

che veniva perseguito con degli strumenti di controllo di tipo strutturale. La vigilanza

strutturale era incentrata solo sulla struttura del sistema. I controlli strutturali

includevano: la necessità di un’autorizzazione per avviare un’attività bancaria, un

numero di sportelli e banche controllato, limitazioni allo svolgimento di specifiche

attività, che rendevano la banca specializzata. Tutto questo toglieva alle banche

l’instabilità strutturale di bilancio, causa di crisi sistemiche. Tale regolamentazione

creava delle barriere all’entrata che facilitavano il monopolio, limitando la

concorrenza. La mancanza di concorrenza da un lato garantiva che le banche non si

assumessero rischi, ma dall’altro le rendeva poco efficienti.

Negli anni ’70 si vede attuare la liberalizzazione dei movimenti di capitale, perché gli

scambi commerciali aumentano e aumenta anche la necessità di regolarli

finanziariamente. Nascono nuovi strumenti finanziari innovativi, aumentano gli

investimenti dei risparmiatori. Le autorità di vigilanza si rendono conto dell’esigenza di

efficienza sempre più forte e avviene da quel momento un progressivo abbandono dei

controlli strutturali. Questo è l’inizio del passaggio da vigilanza strutturale a

prudenziale. Il punto focale della vigilanza prudenziale è l’adeguatezza patrimoniale: le

autorità non controllano più le attività che deve svolgere la banca, ma le lasciano una

libertà vincolata dall’obbligo di sufficiente patrimonializzazione. Aumenta anche il

grado di tutela degli investitori. Grazie alla deregolamentazione nasce la banca

universale.

A partire dagli anni ’70 interviene il legislatore europeo, allo scopo di armonizzare la

normativa nel sistema bancario tramite due direttive. La vigilanza dei sistemi bancari

passa dunque da una dimensione nazionale a una sovranazionale, perché i mercati

europei sono diventati troppo legati tra loro. Negli anni ’80 nasce il mutuo

riconoscimento: una banca in Italia deve essere riconosciuta come tale anche in

Francia.

L’evoluzione della vigilanza a partire dai ’70 fino ai ’90 trova la sua sintesi in due

blocchi normativi: il TUB, che disciplina l’attività di intermediazione creditizia; TUF, che

disciplina l’attività di intermediazione mobiliare. Nella vigilanza prudenziale, il

patrimonio diventa la grandezza di riferimento perché è una garanzia nei confronti dei

creditori. Il livello ottimale di capitale dipende dal livello di rischio di insolvenza e

quindi dalla sua struttura di attività e passività. Coefficiente di adeguatezza

patrimoniale: patrimonio di vigilanza/totale attivo ponderato per il rischio >= 8%. Il

patrimonio di vigilanza è dato dalla somma di patrimonio primario (equity) e

patrimonio supplementare (forme ibride, come ad es. prestiti subordinati).

Basilea I – 1988

Patrimonio di vigilanza / attività in e fuori bilancio ponderate per il rischio (di credito) >

8% Definizione del patrimonio di vigilanza, suddiviso in Patrimonio di base/primario

- (Tier 1) e Patrimonio supplementare (Tier 2, che non può superare il 50% del

patrimonio complessivo).

Introduzione di ponderazioni standard relative a diverse classi di rischio di

- credito delle controparti.

Come funzionava Basilea I?

Le ponderazioni per il rischio di credito.

0% = contante e valori assimilati (?), crediti verso banche centrali paesi Ocse,

- titoli di stato da paesi Ocse.

20% = crediti verso banche. Mi viene chiesto patrimonio a copertura di un

- quinto (20%) di quel finanziamento.

50% = crediti garantiti, quindi sostanzialmente mutui. Assistiti da garanzia

- ipotecaria su immobili residenziali.

100% = crediti verso imprese private, crediti verso banche e governi di paesi

- non Ocse. Determinava una disparità concorrenziale a favore delle banche che

si prendevano più rischio.

I limiti di Basilea I

Nella seconda metà degli anni novanta Basilea 1 ha iniziato a manifestare la

- propria inadeguatezza rispetto alla significativa evoluzione delle tecniche

finanziarie: il patrimonio di vigilanza minimo non è più adeguato ai rischi

effettivi assunti dagli intermediari finanziari.

Limiti di Basilea 1:

- 1) eccessiva ampiezza delle classi di ponderazione, descritte troppo in

generale, a parità della natura del debitore, la ponderazione per il rischio

non discrimina il merito creditizio della controparte;

2) limitata considerazione della durata nell’attribuzione delle ponderazioni

per il rischio (abbastanza rilevante invece). A parità di condizioni, un credito

trentennale è in effetti più rischioso di uno quinquennale.

3) Staticità del coefficiente di solvibilità rispetto alle condizioni macro e micro

dell’intermediario, è un problema che c’è anche con Basilea 2.

4) Limitato riconoscimento delle garanzie reali e personali. Invece un

credito garantito da un terzo soggetto non ha lo stesso livello di rischio di

uno non garantito.

Problemi grossi che determinano l’evoluzione verso un nuovo modello.

Basilea II

Nuovo accordo – Caratteristiche generali. Ci vogliono 20 anni affinché entri in vigore, ci

si lavora da fine anni ‘80: entra in vigore nel 2005/6. Tre pilastri: requisiti minimi di

capitale, controllo prudenziale, disciplina di mercato.

Controllo prudenziale: monitoraggio continuo nel tempo da parte della BC.

Disciplina di mercato: introduzione di principi di trasparenza che consentano al

mercato di essere in grado di valutare le caratteristiche di solvibilità delle

banche. Se io faccio in modo che le banche siano trasparenti con i loro bilanci ecc, il

mercato è in grado di capire anche da solo se la banca è instabile ecc. il mercato

disciplina e forza le banche e le imprese a comportarsi in un certo modo, perché se

non si comportano in un certo modo, il mercato vende le azioni. Si creano le condizioni

affinché queste informazioni vengano lasciate obbligatoriamente sul mercato.

Primo pilastro: elementi invariati. Definizione e dimensione del coefficiente

patrimoniale minimo. Numeratore (definizione di patrimonio di vigilanza e dimensione

del patrimonio supplementare). Al rischio di credito aggiungo altri rischi, e il rischio di

credito vedo come misurarlo meglio

Denominatore: tipologie di rischio, metodologie impiegate per la misurazione dei rischi

Rischio di credito: metodo standard, metodo IRB (internal rating based)

base, metodo IRB avanzato.

Rischio operativo: metodo dell’indicatore semplice, metodo standard, metodi avanzati

di misurazione.

IRB:. Al modello semplice di Basilea 1 se ne aggiungono due, finalizzati alla

valutazione dell’effettivo rating dei crediti presenti in portafoglio. Nel metodo

standard, prendo Basilea 1 con le sue 4 caselle e ne faccio un modello

sempre a caselle ma un po’ più sofisticato: prestare al governo greco non è

la stessa cosa di prestare al governo tedesco. Ma le banche erano andate oltre la

ponderazione del rischio sulla base di categorie definite: la banca ora prende le serie

storiche di dati e studia. Articola il proprio portafoglio crediti e inizia a sviluppare

questi modelli di risk management molto sofisticati. Grande novità: introduzione

di questi modelli che tengono in considerazione ciò che è avvenuto nella realtà: le

banche si calcolano autonomamente i propri rischi in portafoglio.

LEZIONE 16 – mar 21/02/17

Primo pilastro: rischio di credito e introduzione dei rating

Metodo standard. Simile a Basilea 1988 ma: più sensibile al rischio, rating esterni,

strumenti di mitigazione del rischio. Basilea 1988 applica un coefficiente di

ponderazione del 100% a tutti i crediti verso imprese. Con Basilea II si tengono a freno

le asimmetrie informative e quindi l’azzardo morale, perché se io so che per colpa di

un credito verso un’azienda devo detenere molto più capitale, sarò portato a contrarre

un credito goloso, con magari più rischio. Il Nuovo Accordo elimina la mancanza di

differenziazione riformulando la ponderazione sulla base di rating esterni. Il rating è

lo strumento che serve per misurare il rischio di credito.

Valutazione Da AAA Da A+ ad A- Da BBB+ a Inferiore a Senza

ad AA- BB- BB- rating

Coeff. 20% 50% 100% 150% 100%

ponderazione

In più c’era una ponderazione unica per le PMI al 75%. In Basilea I la ponderazione era

per categorie, non per rating. In Basilea I c’erano 4 classi. Qua le classi si moltiplicano,

e poi la ponderazione si sgrana per effetto di ponderazione del rating. Fine ’90 molte

banche ormai hanno già iniziato ad utilizzare dei modelli interni di valutazione del

rating. I rating esterni sono invece ancora utilizzati in sistemi finanziari meno

sviluppati.

Strumenti di mitigazione del rischio: garanzie di firme. In Basilea I l’unico strumento

contemplato era un’ipoteca sul mutuo. I modelli basati su rating interni sono due:

uno base e uno avanzato. Nell’avanzato la banca è autorizzata a produrre

internamente più informazioni, in quello base alcune informazioni vengono

calate dall’alto dalla vigilanza. E’ l’autorità di vigilanza che mi autorizza ad

utilizzare modelli di rating interni, col modello base o avanzato. Se io banca

posso utilizzare il modello avanzato, e quindi utilizzare le mie info vuol dire che

posso prendere i miei dati storici e nel modo più preciso possibile posso valutare il

rischio del mio portafoglio crediti. L’obiettivo è che ci sia il grado più elevato possibile

di consapevolezza del rischio di credito.

Metodi IRB: internal rating based: si fondano sulla stima di alcune componenti di

rischio. La banca calcola tutto internamente.

Nel modello IRB di base viene stimata la probabilità di default, cioè la probabilità di

insolvenza di quel credito. Base: PD (probability of default). Posso dunque usare le mie

serie storiche, ad es. credito erogato a un’impresa farmaceutica che opera nel mondo

asiatico. Utilizzo le mie serie storiche che mi dicono che nel passato le imprese

farmaceutiche che operavano in quell’area, avevano una certa insolvenza.

Modello avanzato: oltre alla PD, posso calcolare anche LGD (loss given

default): es. è un mutuo, ma se anche non venisse rimborsato, il mutuo comunque

viene garantito da ipoteca: quel rischio non è più 2% ma è un 2% per il LGD. La LGD è

la perdita di credito che, in caso di default, non è possibile recuperare, né per

via giudiziale né stragiudiziale. Qual è la perdita che subisco nel caso io debba avere

un default su quel credito garantito? L’LGD è il rapporto tra la perdita a causa del

default e l’importo dell’esposizione al momento del default (EAD).

EAD: exposure at default: esposizione che la banca ha nei confronti dell’impresa al

momento del default. Posso misurare quanto perderò se dovesse verificarsi

l’insolvenza. Cioè quanto perdo effettivamente fratto quanto avrei potuto perdere. M:

maturity, con una bassa maturity io devo valutare il fatto che questo credito è a b/t.

Tanto più il credito è a lungo, tanto più è rischioso. E’ nell’interesse delle banche

utilizzare al meglio questi modelli per non dover subire un onere regolamentare

ingiusto. Tali componenti di rischio vengono inserite nella funzione di ponderazione

che individua il requisito patrimoniale. Tutto questo meccanismo ci serve per

calcolare in modo più corretto l’attivo ponderato per il rischio. Il requisito

patrimoniale viene applicato all’esposizione per determinare il valore dell’attività

ponderata per il rischio.

Con Basilea III si migliora questo schema che presenta delle problematiche, alla luce di

quanto successo nel 2008. (Avremo due assignment su Basilea III e un intervento sulla

vigilanza). Crisi 2008: mancava una regolamentazione coordinata a livello europeo.

Basilea II non considerava il rischio di liquidità e aveva dei problemi nella

definizione di patrimonio che garantisce i correntisti.

Bilancio. L’analisi di bilancio è fondamentale per la valutazione di impresa, rating ecc.

Fino al bilancio d’esercizio 2004

Devo dare al mercato dei bilanci fatti in un certo modo. Esigenze di comparabilità

(in tutto il mondo). Esigenza di immediatezza e trasparenza. Disciplina comunitaria in

materia di bilanci bancari e finanziari (Direttiva 86/635) in deroga a disciplina generale

per il bilancio di società (Direttiva 78/660) sui bilanci individuali e Direttiva 83/349 sui

bilanci consolidati).

Recepimento in Italia: lungo iter nominativo che termina con emanazione Istruzioni

della BI del 15 lug 1992.

Le Istruzioni sono state aggiornate in più occasioni, l’ultima il 30 lug 2002. Il

documento del 92 nel corso degli anni è stato quindi aggiornato.

Le direttive non vengono recepite esattamente in toto e in ogni dettaglio. Le direttive

introducono degli obblighi, danno la direzione, ma lasciano dei margini di

discrezionalità.

Dal bilancio d’esercizio 2005

(Le date s i nomi non sono importanti)

Regolamento 1606/2002 del Parlamento Europeo: applicazione degli International

Accounting Standards (IAS)/ International Financial Reporting Standards

(IFRS)

Impone a tutte le società quotate la redazione del bilancio consolidato secondo i

- principi contabili internazionali (IAS) a partire dal 2005

Finalità: armonizzazione informazione finanziaria per incrementare

- trasparenza e comparabilità dei bilanci (level playing field).

Lo IAS mi dice come devo valutare un portafoglio titoli. Gli IAS vengono introdotti in

primis sui bilanci bancari, e poi su quelli industriali, sempre per dare la possibilità di

leggere il valore delle imprese.

Il recepimento in Italia: prendono il regolamento, lo traducono e lo applicano al

sistema in Italia.

Elementi invariati: finalità e principi generali di redazione. Il bilancio deve essere

trasparente e comparabile, deve essere redatto con chiarezza (stessa struttura e

quindi comparabile) e rappresentare in modo veritiero e corretto (prevalenza della

sostanza sulla forma) la situazione patrimoniale, finanziaria e il risultato economico. Se

le informazioni non bastano a tale scopo è necessario fornire ulteriori informazioni

nella nota integrativa. Se l’applicazione di una disposizione è incompatibile con le

finalità indicate, essa non deve essere applicata e nella nota integrativa si evidenziano

i motivi della deroga (requisito di correttezza).

Elementi invariati: la struttura. Sono tabelle da compilare: né più né meno di quello

che ti ho chiesto. Gli schemi sono estremamente rigidi, costituiti da voci, sottovoci e

dettagli informativi (“di cui”)

SP: a sezioni contrapposte, liquidità decrescente (dalla più alla meno liquida),

- attività al valore netto.

CF: in forma scalare, ricavi e costi per ordine decrescente di importanza rispetto

- all’attività di impresa.

A valore netto: il fondo ammortamento mi indica quanto quell’attivo si è deprezzato

nel tempo. Il fondo ammortamento è un fondo di rettifica dell'attivo, ovvero una posta

passiva che ha la funzione di correggere i maggiori valori iscritti nell'attivo, non

rappresenta quindi una vera e propria passività. Nell’attivo metti direttamente il valore

del tuo macchinario decurtato della svalutazione. Quindi io tutti i valori li trovo scritti

al netto della loro eventuale svalutazione. Questo vale sia per il macchinario che per il

portafoglio crediti.

L’aggiunta di nuove voci è consentita purché il loro contenuto non sia riconducibile ad

altre voci previste dagli schemi e solo per importi di rilievo.

Il raggruppamento delle sottovoci è ammesso quando l’importo è irrilevante e può

favorire chiarezza del bilancio.

No compensazione attività e passività. Cosa un po’ dubbia. Si fa riferimento

sostanzialmente ai depositi interbancari: una banca può essere sia prestatrice che

debitrice di fondi. E’ normale in un bilancio bancario trovare sia attività che passività. I

depositi interbancari contrastano il rischio di liquidità.

Se prendiamo sp e ce di una qualunque banca, troviamo sempre il bilancio di un anno

confrontato con quello dell’anno prima. Anche solo avere un anno di serie storica, mi

consente di fare un confronto tra due anni per vedere se c’è un miglioramento o

peggioramento. Indicare gli importi dell’esercizio precedente.

Validità generale degli schemi per ogni banca, indipendentemente dalle dimensioni.

Sinteticità degli schemi per rilevazione immediata delle caratteristiche più importanti.

La nota integrativa spiega ogni voce, tutto.

Portafoglio titoli: con finalità di speculazione/negoziazione. Partecipazioni: di

controllate e controllanti. Portafoglio crediti, titoli e partecipazioni sono quelle che mi

interessano di più. Anno t e anno t-1 sempre. Sennò solo anno t non mi dice molto.

Lo Stato Patrimoniale

La variabile TOTALE ATTIVO è di solito usata come variabile di scala, variabile

dimensionale: se voglio avere la dimensione di una qualunque impresa, mi vado a

prendere il totale attivo.

Viene usata dalle Autorità di Vigilanza per classificare da un punto di vista

dimensionale le banche sottoposte a controllo.

In realtà è solo una proxy, perché non tiene conto dei volumi di attività svolti dalla

banca nel comparto dei servizi. (..né delle cartolarizzazioni..).

LEZIONE 17 - gio 23/02/17

Nel bilancio bancario non ha senso calcolare ROI e ROS, ma vado a calcolare il

margine di interesse e il margine di intermediazione, che rappresentano la

redditività del bilancio bancario.

CE banca sintetizzato (sul libro è invece più dettagliato)

Interessi attivi (attività caratteristica)

- Interessi passivi

Margine di interesse, rappresenta più o meno metà dell’attività caratteristica della

banca, perché l’altra metà è costituita da offerta di servizi, es. ti conduco in Borsa, +

ricavi di vendita sul portafoglio titoli della banca. Quindi resto dell’attività

caratteristica della banca:

+ commissioni attive

- commissioni passive

+ risultato portafoglio titoli

Margine di intermediazione (corrisponde idealmente all’EBIT). L’EBIT (Earnins

before interest and taxes) è l’indicatore della redditività caratteristica di ogni impresa.

- Spese amministrative e generali (segreteria..)

- Spese per il personale (una delle principali voci di costo dei bilanci delle banche)

- svalutazioni/rettifiche di valore, che possono essere anche valori positivi, ma è

rarissimo perché di solito una rivalutazione non si iscrive in bilancio. Perché bisogna

essere prudenti: se tu hai ancora un titolo non venduto che pensi possa aver

accresciuto valore, non lo segni, se lo perde sì. Gli attivi delle banche negli anni più

recenti sono gonfiati perché non sono svalutati.

EBT (risultato prima delle imposte)

- imposte

Net incore (Utile/perdita netta)

Se sto confrontando due banche di nazioni diverse, io confronto l’EBT, non il

netto finale, perché le imposte possono variare da paese a paese, e questo

non c’entra nulla con la redditività della banca. I dati in valore assoluto non servono

quasi a niente, bisogna calcolare gli indicatori. Anche che l’utile sia cresciuto del 50%

non mi dice niente: se l’anno scorso l’utile era di soli 5€ non abbiamo fatto grandi

miglioramenti quest’anno…

Indici di bilancio

Rapporti tra valori di sp e ce (o valori di mercato). Il confronto coi valori di

- mercato si può fare solo se l’impresa è quotata in Borsa. Se i mercati sono

efficienti quel prezzo riflette il vero valore della società.

Forniscono una più immediata percezione del fenomeno analizzato.

- Costituiscono la base di riferimento per evidenziare fenomeni non

- immediatamente percepibili attraverso la semplice osservazione dei dati di

bilancio.

Pongono in risalto le eventuali anomalie presenti nei diversi comparti della

- gestione della banca.

Non c’è una percentuale giusta per gli indici. O facciamo un confronto nel tempo: 5

anni di serie storiche, oppure stesso anno ma diverse banche e poi vediamo se quel

ROA è più alto o più basso delle altre. ROE: net income/patrimonio netto. ROA: net

income/totale attivo. Oggi il ROA delle banche è circa dell’1%. Invece se troviamo

un’azienda del mondo farmaceutico col ROA al’1%, sappiamo che quella è un’azienda

catastrofica, perché in quel settore il ROA è di circa il 7%.

E’ molto difficile fissare a priori i valori soglia precisi; l’adeguatezza è valutata con

confronti spazio-temporale: quozienti medi del settore/aziende (comparables), trend

storico dei quozienti dell’az.

Ne esistono infiniti, a seconda di ciò che voglio sapere, mi posso costruire un

- indicatore. Qual è il peso della mia perdita su crediti? La confronto col total

loans. (Non performing loans su gross loans).

Principali categorie di indici:

Indici di redditività. Redditività: profitability. ROA e ROE, quanto è redditizia

- l’azienda in termini di net income, ed efficiency, incidenza dei costi sul net

income, quanto l’impresa è brava a produrre, dati i suoi input, quindi quanto è

brava a contenere i costi: io posso essere performante perché riesco ad avere

tanti ricavi, o perché riesco a contenere i costi: l’ottimo è avere entrambe le

cose.

Indici di struttura finanziaria e patrimoniale. (i primi due blocchi

- (redditività e struttura finanziaria e patrimoniale) sono i più importanti in ambito

bancario.) Mi misurano quanto capitale prendo da terzi e quanto invece è

capitale proprio.

Indici di liquidità. Per un’impresa la liquidità è importante. Nel caso della banca,

- la liquidità è un’altra cosa, perché la banca può prendere a prestito nei

mercati interbancari. Si dà per scontato che la liquidità delle banche esista,

tant’è che il rischio di liquidità non era mai stato regolamentato se non con

Basilea 3 dopo la crisi.

Multipli di borsa.

-

In relazione a specifiche esigenze è opportuno/possibile costruirsi un proprio sistema

di quozienti/indici.

Attenzione:

A volte si usa la medesima espressione per definire quozienti conseguiti in

- modo parzialmente diverso; oppure si usano nomi diversi per indicare lo stesso

indice di bilancio (es. levarage, indice di indebitamento e indice di solvibilità

sono la stessa cosa)

Numeratore e denominatore di molti indici possono essere “adattati” a seconda

- delle specifiche voci dell’azienda, del settore di appartenenza, degli obiettivi da

raggiungere tramite il loro calcolo.

Indici di redditività

ROE (return on equity)= net profit (net income)/equity (ns patrimonio). In realtà se

vado a vedere, magari scopro che al numeratore c’è l’EBT, e non il net profit, ad es.

per i confronti internazionali. Se sto confrontando 10 aziende, l’importante è che io le

confronti sempre per l’EBT (earnings before taxes). ROE: rendimento sull’equity:

rendimento che gli shareholders hanno da quella partecipazione, non è

necessariamente un rendimento che percepiscono. Le azioni hanno un rendimento

implicito (il ROE).

Il ROE, net income/equity indica la redditività del capitale proprio ed esprime il

rendimento medio atteso degli azionisti. Es ROE del 10% -> ogni 100 Euro di capitale

investito nell’azienda l’azionista si attende 10€ di rendimento. In teoria se il ROE

cresce è una cosa positiva, ma se è sceso il capitale proprio? Molto male. Ricordiamo

che il capitale proprio può scendere per due motivi: riduzione volontaria del capitale

sociale (rimborso di parte del capitale ai soci); riduzione obbligatoria per perdite. Devo

quindi andare a vedere cosa si è mosso nel ROE, se il numeratore (bene) o il

denominatore (male). Se sta diminuendo l’equity, ho un problema nella struttura

finanziaria: vado subito a vedere come sta funzionando e che tipo di problema ha.

ROA (return on assets) = net profit/total asset. Assets: patrimonio, risorse, attività. Il

net profit al numeratore potrebbe anche essere di nuovo un EBIT o un EBT. Il ROA e il

ROE colgono lo stesso fenomeno, ma hanno significati leggermente differenti: il ROA

mi dice il rendimento di tutto ciò che è stato investito nell’azienda. Total

asset: total liabilities (debiti) + equity. Per definizione il ROA è più basso del ROE

perché ha un denominatore molto più grande. E’ più stabile, come

significato, del ROE, perché non risente di nessuna politiche di definizione

del finanziamento. Soprattutto nei confronti internazionali, noi possiamo trovare

risultati contrastanti tra ROA e ROE: dobbiamo fidarci più del ROA perché ci dice

quanto rende l’attività.

Ricapitolando. Il ROA indica la redditività di tutto l’attivo aziendale. Quanto maggiore è

questo indicatore, tanto maggiori sono i profitti generati per ogni € di attivo aziendale.

Es. ROA= 5% -> 100€ di attivo aziendale generano un rendimento annuo di 5€.

ROI= EBIT/ricavi di vendita. Mi dice la redditività della gestione caratteristica di

impresa. Posso calcolare l’EBIT margin: rapporto il margine di intermediazione (EBIT)

per esempio al totale attivo= EBIT/ tot attivo (e e torniamo ad avere una sorta di ROE)

e posso osservare quanto incide veramente la redditività della gestione caratteristica

della banca sul totale attivo.

Altri esempi di scomposizione:

Net profit EBT EBIT Net profit Turnover Total asset

∙ ∙ ∙ ∙

ROE= =

EBT EBIT Equity Turnover Total asset Equity

Ciascuno decompone il ROE a seconda di quello che vuole trovare.

Net profit EBT EBIT

∙ ∙

Es. ROE= EBT EBIT Equity

Ho decomposto il ROE in tre indici intermedi. Il ROE è una misura di redditività molto

sintetica. Quindi lo decompongo per capire quanto il ROE è determinato dalla gestione

caratteristica, e quanto invece è determinato da imposte, dalla componente

straordinaria, dal fatto che non svaluto ciò che andrebbe svalutato. Io decompongo il

ROE come voglio.

Indici di redditività: efficienza e labour intensity

Cost to income (operating expenses ratio) = operating costs/margine di

intermediazione (EBIT). Quanto i costi erodono l’EBIT.

Labour expenses= staff costs/operating costs. Rispetto a tutti costi che l’azienda

sostiene, quanto incidono quelli del personale?

Indici di struttura finanziaria

Sono indicatori di solvibilità, che evidenziano il grado di indebitamento

dell’azienda.

Leverage (anche detto leva finanziaria, indice di solvibilità, indice di indebitamento) =

Debt Debt Equity

V V

Leverage = Equity Total assets Total assets

Il senso che sto analizzando è lo stesso: voglio vedere se c’è equilibrio. L’equity deve

essere almeno l’8% dell’attivo. Sotto un rapporto equity/total assets del 10%,

campanello d’allarme.

Indici di liquidità: non li vedremo perché in ambito bancario hanno un significato

diverso dal solito.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti del corso "Economia degli intermediari finanziari" tenuto nell'A.A. 2016/2017 dalla prof.ssa Vandone - Unimi

Libro consigliato: Economia degli intermediari finanziari, McGraw-Hill (Saunders, Cornett...)

Programma:
- L’architettura del sistema finanziario: attività finanziarie, istituzioni e regole.
- Gli strumenti, la struttura e l’organizzazione dei mercati mobiliari: mercati monetari, mercati obbligazionari, mercati azionari, mercati di strumenti derivati, mercati valutari.
- Gli intermediari bancari: profili di gestione, rischi tipici e struttura di bilancio.
- Gli altri intermediari finanziari: le compagnie di assicurazione, intermediari mobiliari.
- Gli intermediari finanziari e la gestione dei rischi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher blueice19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia degli intermediari finanziari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Vandone Daniela.

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