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Il ruolo femminile nell Argentina della Desaparicion

INDICE

PARTE PRIMA:
La storia argentina e il totalitarismo nella Arendt
1. 24 marzo1976: la notte dell’Argentina
1.1 Il golpe militare... Vedi di più

Materia di Cultura dei paesi di lingua Spagnola relatore Prof. E. Perassi

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1. 24 MARZO 1976: LA NOTTE DELL’ARGENTINA

1.1 Il golpe militare

Cala la notte sull’Argentina e per decine di migliaia di persone inizia un

1

viaggio senza ritorno…

Nella notte del 24 marzo 1976 i militari argentini assunsero formalmente

il potere e ciò non destò scalpore. I militari, infatti, prima ancora di

occupare il Palazzo, avevano acquisito un monolitico potere di persuasione:

venivano assecondati senza che alzassero la voce, venivano obbediti senza

che comandassero; diffondevano il terrore e parlavano col linguaggio della

forza. Gli Argentini erano avvezzi ai numerosi golpes che, svariate volte,

avevano interrotto la vita democratica. Ma, dopo la fatidica data del 24

marzo 1976, nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto.

Innanzitutto essi si prefissero lo scopo di non provocare la condanna

internazionale e di fornire un’immagine moderata e di legalità. Obiettivo

pressoché irraggiungibile, dal momento che ciò che si volle tenere

nascosto fu l’annientamento di ogni forma di opposizione:

“Prima uccideremo tutti i sovversivi; poi uccideremo i loro collaboratori;

poi i loro simpatizzanti; poi chi rimarrà indifferente e infine uccideremo gli

2

indecisi” .

1.2 La progressiva ascesa al potere dei militari

I militari incominciarono a prendere le redini del paese a partire dal 6

novembre 1974, costringendo il governo a decretare lo stadio di assedio e a

sospendere tutte le garanzie costituzionali.

1 Quanto esposto, riguardo la storia argentina passata e contemporanea, all’interno della prima parte del

presente capitolo è documentato nei siti internet http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm e

http://media.supereva.it/europaplurale/centurion01.htm?p. 8

2 Parole pronunciate dal generale Saint-Jean, governatore militare della provincia di Buenos Aires, citato nel

sito internet http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm.

Il 6 febbraio dell’anno successivo i militari riuscirono a ottenere il nullaosta

per intervenire nella regione settentrionale di Tucumán, dove la guerriglia

occupava una piccola area di montagna.

Nel luglio del ’75 venne tolto di mezzo López Rega, uomo assai forte e

influente nel governo di Isabel Perón. Il mese successivo venne mandato in

pensione, perché troppo moderato, il capo dell’Esercito e sostituito con il

generale Videla. Il 6 settembre fu creato un Consiglio interno di sicurezza

per tutto ciò che concerneva la lotta antisovversiva e il 18 novembre i

militari si assicurarono ufficialmente il comando delle azioni contro i

potenziali ribelli.

In sostanza il golpe si presagiva da tempo; rimaneva solo da considerare a

quale corrente sarebbe appartenuto. Si pensava sia a una linea dura sullo

stile di Pinochet, sia a una via moderata di chi, come Videla, desiderava

salvare la patria dal pericolo marxista e aspirava a stabilire un ordine

democratico e repubblicano.

1.3 L’annientamento

Con López Rega, in Argentina, esisteva già uno strumento di tipo

repressivo che operava come gli squadroni della morte e rispondeva al

nome di Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina). Essa fu attiva fin

dal primo giorno del colpo di Stato, ma, progressivamente, non apparve più

pubblicamente e i suoi membri entrarono a far parte delle compagini

clandestine della dittatura. Divennero quei gruppi non identificati che

caricavano su vetture senza targa presunti oppositori, facendoli poi sparire.

Ebbe così inizio il più grande genocidio della storia argentina.

Chiunque fosse sospettato, veniva prelevato per strada in pieno giorno o

sul posto di lavoro. Tuttavia la maggior parte dei rapimenti si realizzava di

notte, nelle abitazioni stesse dei sequestrati. Il commando, coordinato da

una struttura centrale, operava quasi sempre nella medesima maniera:

legava e imbavagliava i bambini, costringendoli a essere presenti, picchiava 9

e minacciava i famigliari del sospettato e colpiva quest’ultimo brutalmente,

lo incappucciava e lo caricava su automobili o furgoncini “anonimi”. Parte

del gruppo, poi, si preoccupava di derubare l’abitazione e di distruggere

violentemente tutto ciò che risultava intrasportabile. Spesso parenti e vicini

avvertivano la Polizia, ma, questa, in accordo coi militari, non interveniva

mai.

Denunciare, quindi, era diventato inutile, la gente era terrorizzata e si

rifiutava di fare da testimone. La Polizia non aveva visto, il Governo

fingeva di non capire, la Chiesa non si pronunciava e nelle carceri non

venivano registrate nuove detenzioni. Il meccanismo di repressione messo

in atto in Argentina si rivelò estremamente “rivoluzionario”: nessuna

fucilazione o assassinio clamorosi, alcun arresto di massa, nessuna

carcerazione.

Fu così che nacque il fenomeno della “desaparición” e le sue vittime, i

“desaparecidos”, persero allora diritti ed esistenza civile. Venivano tagliati

fuori dal mondo, rinchiusi in campi di concentramento, sottoposti a torture

infernali e lasciati all’oscuro della propria sorte. Molti furono persino

abbandonati dai famigliari i quali, sotto pressione e costantemente

minacciati, optarono per il silenzio come probabile miglior modo per

ottenere informazioni sui propri cari.

Ma l’atrocità e la perversione si spinsero oltre: alle sessioni di tortura era

persino presente un medico che controllava i limiti di tolleranza della

vittima e determinava, perciò, il proseguimento o la sospensione

momentanea della sevizia.

Viene spontaneo chiedersi quale fosse la motivazione che ingenerò tale

spirale di morte e violenza: alla domanda non si è trovata mai plausibile

risposta.

Una quantità irrisoria di vittime militava presso sindacati o praticava della

politica e poteva, perciò, essere assurdamente accusata di sovversione e

ribellione, ma la maggioranza di essi era semplicemente colpevole di essere

parente, amico o collega di lavoro dei sospettati. Inoltre, nella spaventosa

spirale della paura, spesso si pronunciavano nomi di innocenti, in quanto 10

non si sapeva realmente chi denunciare e fornendo al commilitone una

informazione di tal genere si poteva ottenere, così, una pausa durante la

tortura.

Il prigioniero poteva morire durante le sevizie, poteva esser fucilato o

gettato in mare. Il suo corpo veniva o seppellito in fosse comuni presso

cimiteri clandestini o cremato o ancora gettato nel bel mezzo dell’oceano

con un blocco di cemento ai piedi.

Nonostante la dittatura militare avesse modificato il Codice penale per

introdurre la pena di morte, tale condanna non fu mai applicata nei

confronti dei carnefici e i reati da essi compiuti rimasero addirittura

impuniti.

1.4 La distruzione del passato

I militari abbandonarono il Palazzo nel 1983 dopo aver mutato

sensibilmente le sorti di un paese e distrutto un’intera generazione.

Sconvolgente, inoltre, fu la cancellazione totale che operarono del passato.

Assieme ai cadaveri dei “desaparecidos”, scomparvero le stanze di tortura, i

campi di concentramento in cui queste erano locate e qualsivoglia

documentazione. Ma, senza un passato storico, riesce difficile concepire un

presente e altresì proiettarsi in un futuro. Ciò che è attuale si rivela

immemore, istantaneo e gira a vuoto, privo di prospettive.

Alla cancellazione delle prove da parte del regime dittatoriale, hanno

contribuito con l’oblio le democrazie successive.

Alfonsín salì al governo nel 1983 e mostrò la volontà di indagare sulla

sorte degli scomparsi. Decise che i militari, però, non venissero giudicati da

tribunali civili, bensì dal Consiglio superiore delle Forze Armate. L’organo

non volle processare propri pari e la causa passò ai tribunali civili che

emisero nel 1985 una mite condanna che lasciò tutti insoddisfatti.

Per “pacificare” il paese, Alfonsín nel dicembre del 1986 sancì la legge del

«Punto finale», che fissava un termine di sessanta giorni oltre il quale non

sarebbero state più ammesse denunce per violazione dei diritti umani: fu 11

limitata così la possibilità di aprire nuove cause. Inoltre, secondo la legge di

«Obbedienza dovuta», coloro che vennero sottoposti a giudizio furono

lasciati in libertà e vagliati come artefici di reati in uno stato di costrizione.

Menem, successore di Alfonsín, completò l’opera sancendo l’indulto a

un numero svariato di carnefici fra cui i militari Videla e Massera.

I colpevoli non pagarono mai, dunque, e l’unica accusa contro il regime di

terrore era rappresentata dall’assenza dei “desaparecidos”. Un’assenza che,

ancora oggi, viene costantemente riportata alla memoria fervidamente da

chi, come le madri di “Plaza de Mayo”, un tempo etichettate come “las

locas” ovvero “le pazze”, i “desaparecidos” non vogliono cancellarli,

3

ignorarli, annullarli .

1.5 Un’eredità di vite rubate

Per «vite rubate», nel contesto storico argentino, si intendono quei

neonati, ormai ventenni, messi al mondo all’interno dei numerosi “Garage

Olimpo” tra il 1976 e il 1983 dalle giovani sequestrate, torturate in stato

interessante, fatte partorire e poi barbaramente uccise.

Secondo la stima delle denunce fatte presso la Commissione presieduta

dallo scrittore Ernesto Sabato, alla quale venne, in democrazia, affidata la

inchiesta ufficiale sulla tragedia dei “desaparecidos”, si parla di circa

duecentocinquanta giovani. Le nonne di “Plaza de Mayo” sostengono,

invece, che essi siano più di cinquecento e, col desiderio di ritrovarli, quasi

a voler rielaborare il lutto dei figli, versano litri di sangue, per eventuali

prove di DNA, presso la Banca Nazionale Genetica.

Non si sa con precisione che fine abbiano fatto gli “hijos”; molti vennero

dati in adozione a famiglie completamente inconsapevoli della provenienza

dei piccoli, altri crebbero, ignari, nelle famiglie degli aguzzini dei genitori

biologici.

3 Introduzione di C. Tognonato a Il volo-Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos di

H. Verbitsky, citato nel sito internet http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm. 12

Di «vite rubate» ne sono state ritrovate e identificate finora settantadue e

solo quattro di esse hanno preferito la famiglia di adozione a quella di

origine. I rimanenti si sono ricongiunti felicemente ai parenti naturali.

2. ARGENTINA: STORIA DI UNA TRAGEDIA

ANNUNCIATA

Nonostante la volontà di cancellare qualsiasi traccia del passato, la

dittatura militare e il fenomeno della “desaparición” si sono ripercossi

notevolmente su quello che fu il tentativo democratico di far risorgere

l’Argentina.

Sotto il radicale Alfonsín, eletto nel 1983 come primo presidente

democratico, oltre a una situazione di grave stallo giuridico, il paese

vessava in una fase infausta per l’economia.

Gli anni ottanta furono segnati, per l’appunto, da una gravissima inflazione

con un tasso di livello esorbitante, elevato artificialmente dal Fondo

Monetario Internazionale, una volta che il presidente ne rifiutò i piani di

aggiustamento. La decisione gli costò le dimissioni dall’incarico, che fu

assunto, giustappunto, dal peronista Carlos Menem.

È qui che gli attuali problemi argentini hanno inizio; qui si incontrano un

passato svuotato del suo significato e un futuro privo di sguardi oltre

l’orizzonte. Il presente ne vien fuori mutilato, incapace di mostrarsi risoluto

nell’imboccare la giusta strada, sprovvisto, infatti, per via della

cancellazione di quello che fu, di esempi di errate scelte o di soluzioni

convenienti.

L’economia è solo una delle tante sintomatologie del male argentino.

Non voglio dilungarmi oltre su tale problema, ma voglio semplicemente

mettere in evidenza che, come alla fine della dittatura per le strade la gente

postulava miseramente “pan y trabajo”, così, nonostante l’apparente ripresa

agli inizi degli anni Novanta, dal 1997 in poi, l’Argentina ha conosciuto

l’angoscioso periodo di recessione. 13

Agli albori della sua candidatura, infatti, Menem si avvicinò alla politica

economica statunitense, operò la privatizzazione di svariati settori

permettendo, così, la penetrazione di capitali esteri e cancellò addirittura

l’inflazione realizzando un rapporto uno a uno tra peso e dollaro.

La ripresa fu immediata così come altrettanto fulmineo fu il crollo.

L’economia, gestita da capitale europeo e statunitense, non seguiva le

esigenze del paese; incominciarono, così, licenziamenti facili e taglio dei

sussidi economici e della spesa sociale.

Dopo la caduta del socialismo, l’Argentina è, invece, l’ennesimo esempio di

fallimento delle ideologie capitalistiche e neoliberiste.

3. HANNAH ARENDT E IL CONCETTO DI

TOTALITARISMO

Hannah Arendt, filosofa tedesca appartenente alla borghesia ebraica

benestante, si impegnò, nel corso della sua vita, nella lotta e nella condanna

dei regimi totalitari. Vittima del nazismo hitleriano, le sue opere sono una

lucida analisi di quello che rappresentò per l’Europa il dramma della Shoah;

tuttavia alcuni capisaldi del suo pensiero sono generalizzabili e quindi

riconducibili ad altre realtà che non siano necessariamente quella tedesca.

Tra il 1976 e il 1983, in Argentina ebbero la meglio i militari, i quali

imposero una forma di governo tipicamente totalitarista.

L’essenza del totalitarismo risiede, infatti, nell’uso sistematico e

pervasivo del terrore, impiega ideologie onnicomprensive e cerca di

giustificare le azioni più efferate appellandosi, per esempio, alla natura o

alla storia. Il primo caso fa immediato riferimento al concetto nazista di

supremazia razziale, il secondo alla lotta di classe staliniana e può,

giocoforza, agganciarsi alla dimensione argentina. Infatti, l’unica scusante

che i militari sudamericani potevano apportare alla loro violenza era

rappresentata da motivazioni storico-politiche: essi temevano eventuali

sollevamenti popolari che impedissero loro di perpetuare la propria follia. 14

L’imposizione di un potere politico basato esclusivamente sulla forza

induce le popolazioni all’obbedienza cieca. Gli uomini non sono più

considerati tali, diventano automi privi di ogni capacità di giudizio.

Generalmente, in un regime totalitario, il terrore è utilizzato come

strumento di controllo e repressione, viene messo in atto da apparati militari

in pieno e indiscusso accordo col partito unico e/o col capo supremo,

depositario dell’ideologia per la quale si persegue qualsiasi fine con relativa

giustificazione dei mezzi.

Ciò che l’Olocausto ebraico e quello argentino hanno in comune è

l’innocenza completa delle vittime e l’uguaglianza mostruosa a cui sono

state condotte; private della loro umanità e della loro spontaneità, vengono

spogliate dell’individualità e ridotte a esseri biologici che reagiscono tutti,

meccanicamente, nella stessa maniera.

L’esperienza dei campi di concentramento, inoltre, è l’incarnazione della

desolazione, del “dolore allo stato puro”, per dirlo alla Primo Levi. Un male

radicale e assoluto, secondo una definizione tipicamente kantiana, che ha

dell’indicibile e dell’intestimoniabile per la sua asprezza e crudeltà.

Viene, peraltro, sostenuta la tesi secondo la quale coloro che subivano le

torture nei lager, strappati violentemente alla vita quotidiana, non

riuscissero a concepire come reale quanto stava loro accadendo e che

fossero sacrificati persino alla disintegrazione dell’anima oltre che

all’umiliazione del corpo.

Durante la Shoah, l’Occidente ha aperto una crepa nella sua razionalità che

si è inesorabilmente allargata fino a divenire un abisso. L’Olocausto

4

europeo ha “fabbricato cadaveri” ed è qui che, secondo i militari argentini,

il nostro continente ha compiuto l’errore più grave.

I corpi degli ebrei asfissiati nelle camere a gas o arsi nei forni crematori

4 Le citazioni presenti sono state tratte da scritti e riflessioni della Arendt e riprese e commentate da Francesco

Fistetti nell’introduzione a H. Arendt, L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma,

2001, p. 20. 15

sono stati la testimonianza del fatto che la Shoah è esistita veramente e che i

nazisti si sono sporcati le mani di sangue; al contrario, l’occultamento dei

cadaveri da parte della dittatura latinoamericana si prefiggeva la volontà di

non fornire testimonianze e quindi di non ingenerare uno scandalo di

portata planetaria.

Ma, forse, proprio il celare i corpi e quindi il non dare la certezza della

morte di un congiunto ha innescato la protesta, la volontà di ritrovare, la

non rassegnazione.

Nel testo L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, la Arendt

parla di carnefici dalla “perversità al di là del vizio” e di vittime

5

dall’“innocenza al di là della virtù” . Sostiene, inoltre, che l’umanità in

generale non riesca a concepire che si realizzino mondi fittizi capovolti, in

cui gli uomini si riducono a essere degli oggetti. L’animo umano può essere

6

alterato e trasformato e “tutto è possibile” in una forma di governo sorretta

dal nichilismo più aberrante.

L’ideologia tipica del totalitarismo è priva di qualsiasi criterio

utilitaristico e di qualsiasi logica della produttività e del profitto. È,

comunque sia, un’ideologia in grado di serpeggiare fra la massa, di

possederla nelle opinioni e nel libero pensiero e di convincere alcuni della

necessità di azioni folli, altri di doversi sottomettere a umiliazioni

deplorevoli.

Secondo la Arendt, per poter riuscire a guardare in faccia gli orrori è

necessario ricorrere alla categoria dell’“immaginazione”; è, infatti, solo in

7

“un’atmosfera di irrealtà” che l’uomo può convincersi di quanto sia

accaduto. I crimini di massa totalitari rappresentano l’“impossibile [che] è

stato reso possibile” e l’“immaginazione è il solo strumento capace di

8

guardare in faccia gli orrori, senza lasciarsi pietrificare e ammutolire” .

5 Ivi, p. 12.

6 Ivi, p. 10.

7 Ivi, p. 11.

8 Ivi, p. 19. 16

È poi essenziale non dimenticare, in quanto, qualsiasi genocidio, unico

nella singolarità della sua violenza, non venga ripetuto in futuro e perché

l’inumano non diventi paradigma universale negativo.

In conclusione, dinanzi alla furia perversa di nazisti in un caso, “milicos” o

“bichos verdes” in un altro, viene naturale chiedersi che tipo di uomini

siano. La Arendt afferma che ogni essere umano è dotato di libero arbitrio,

ma, che, spesso, non sia in grado di pensare. I carnefici di tutte le Germanie

e di tutte le Argentine sono uomini comuni e ordinari, che sovente, però,

non hanno saputo riflettere su quello che stavano facendo perché, come

asseriva Pascal, “la cosa più difficile al mondo è pensare”. 17

Parte seconda:

I CONCETTI DI DOLORE,

SOFFERENZA E

LUTTO 18

1. L’AVVENIRE DI UN’ILLUSIONE

Dal 1927 a oggi sono intercorsi quasi ottanta anni. Un lasso di tempo

considerevole se ci si sofferma un attimo a pensare quanti avvenimenti

possano essersi, giorno dopo giorno, succeduti.

Tuttavia, ne L’avvenire di un’illusione di Sigmund Freud, saggio per

l’appunto pubblicato nell’anno sopraccitato, vengono fornite una serie di

interessanti definizioni sulla potenziale formazione delle società in generale

e su alcuni aspetti che possono aver influenzato l’atteggiamento degli esseri

umani una volta abbandonata la condizione animale.

Sono conscia del fatto che, dopo Freud, molti pensatori si siano affannati

nel contraddire la posizione del padre della psicoanalisi, fornendo,

comunque, tesi altrettanto valide e probabilmente maggiormente applicabili

alla contemporaneità perché più recenti.

Comunque sia, nel carteggio di Freud, alcuni passi si adoperano a fornire

una serie di delucidazioni sul perché siano sorte le civiltà e i motivi che

hanno condotto e conducono tuttora gli esseri umani ad assumere

atteggiamenti spesso oppressivi, violenti e dispotici.

Procediamo attentamente, dunque, nell’analisi di alcuni tratti salienti del

saggio. Innanzitutto Freud considera l’uomo come ingenuo in quanto privo

della capacità di distanziarsi dal suo presente, di considerarlo, perciò, come

passato e di trarne i punti cardine per giudicarne il futuro. Non esiste nella

psiche umana l’attitudine alla proiezione, una vera e propria tensione verso

l’oltre, seppur inconscio.

L’essere umano in sé è, inoltre, inerme dinanzi a un’eventuale posizione

volontaristica da assumere: avverte l’assoluta incapacità di sopravvivere

isolato e, nel contempo, teme la soluzione comunitaria imposta dal vivere in

una società.

In sostanza, l’uomo è debole, scoraggiato, privo di veri sostegni. Ha sì

abbandonato, civilizzandosi, la condizione animale, si è sì elevato e distinto

dalla vita delle bestie, utilizzando il suo sapere e il suo potere per domare le

forze della natura e creare gli strumenti atti alla convivenza coi suoi simili, 19

ma si ritrova quasi obbligato a generare illusioni consolatorie e miti

irrazionali a cui appoggiarsi, quali divinità e credenze, offendendo la

propria dignità e mortificando la propria intelligenza.

È questo uno degli attacchi più radicali che Freud ha scagliato contro la

religione. Sicuramente, però, non si tratta dell’aspetto principale ai fini che

il mio personale scritto si propone.

Freud mette in luce il fatto che ogni civiltà sembra doversi basare sulla

coercizione e sulla rinuncia pulsionale, tuttavia egli crede che in tutti gli

uomini siano presenti tendenze distruttive, antisociali, ostili alla civiltà e tali

tendenze siano, in alcuni di essi, tanto forti da influenzare l’atteggiamento

della società.

L’attenzione di Freud, dunque, non si focalizza più sugli interessi umani

meramente materiali, ovvero di affannosa lotta contro le avversità della

natura e acquisizione degli strumenti di sostentamento, bensì su problemi di

ordine psichico. Diventa, a tal proposito, necessario ridurre il peso dei

sacrifici pulsionali e riconciliare gli uomini con i sacrifici ai quali

obbligatoriamente debbono sottostare.

La civiltà, secondo Freud, è costituita da capi e masse. Divengono capi

coloro che sono riusciti a dominare i propri desideri pulsionali e hanno

operato un saggio discernimento delle necessità della vita. Si tratta, quindi,

di esseri esemplari in grado di dominare le masse, spesso “svogliate e prive

di senno”, incapaci di rinunciare alle pulsioni e composte da individui che

“si offrono vicendevole appoggio nel dare libero corso alla propria

1

sfrenatezza” .

Freud sostiene ancora che la maggioranza della popolazione della terra è

ostile alla civiltà a causa “di una disposizione morbosa o di un eccesso di

2

forza pulsionale” . La risoluzione per creare una civiltà buona e giusta sta

nel trasformare tale maggioranza in minoranza.

Il problema principale sta nel fatto che le masse, incapaci di domare le

1 S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p. 44.

2 Ivi, p. 46. 20

proprie pulsioni, minacciano, attraverso la ribellione, i beni della società e

con essi i mezzi per raggiungerli.

Si rivela perciò necessario realizzare mezzi di coercizione in grado di

3

“riconciliare gli uomini con la civiltà” e che siano poi annoverabili come il

patrimonio spirituale stesso della civiltà.

È in questa fase che vengono generati fattori influenzanti la psiche umana,

4

come la “frustrazione”, il “divieto” e la “privazione” .

Per frustrazione si intende l’impossibilità di soddisfare una pulsione; nel

divieto si ravvisa l’ordinamento che istituisce la frustrazione in sé; nella

privazione si specifica la condizione prodotta dal divieto stesso.

Le antichissime rinunce pulsionali all’incesto, al cannibalismo e

all’omicidio presentano notevoli ripercussioni psicologiche anche in

rinunce ulteriori.

L’iter sopradescritto fa riferimento all’evoluzione umana, ma si disvela

anche nel processo inconscio di trasformazione del bambino, nel

rafforzamento del suo Super-io “che gli permette di diventare un essere

5

morale e sociale” .

Freud ritiene che l’indietreggiamento degli uomini civili dinanzi all’incesto

o all’omicidio, così come il mancato soddisfacimento di avidità, smanie

aggressive e bramosie sessuali sono frenati dalla consapevolezza di venire

successivamente puniti.

Tuttavia, in numerosi membri, un’oppressione di tal genere concausa

l’ostilità degli stessi nei confronti della civiltà.

Ne conseguono il mancato riconoscimento dei divieti, l’impossibilità di

interiorizzare la civiltà e, addirittura, la volontà di distruggerla.

In seguito a tali digressioni sorge spontanea la domanda perché sia nata la

società e soprattutto quali benefici abbia apportato agli uomini.

La ragion d’essere della civiltà è proprio quella di difendere gli uomini

3 Ivi, p. 47.

4 Ivi, p. 47.

5 Ivi, p. 48. 21

dalla natura, infatti, nonostante quest’ultima li lasci liberi di esplicarsi

massimamente e di non soffocare le loro pulsioni, tuttavia, li raffrena

efficacemente: terremoti, inondazioni, tempeste e malattie sono solo alcuni

esempi. Dinanzi a tali fenomeni l’essere umano si scopre impotente. Non

può combattere in quanto privo di mezzi realmente efficaci e perché la

6

natura possiede “forze soverchianti”, è “immensa, crudele, spietata” .

La vita del singolo individuo si confessa, così, assai difficoltosa; agli

affronti dei suoi simili e della civiltà, egli reagisce attraverso la resistenza.

Contro la natura non può far altro che umanizzarla. Tale espediente è

meramente palliativo, soprattutto dinanzi all’“enigma doloroso della morte,

contro la quale nessun farmaco è stato ancora trovato né probabilmente si

7

troverà mai” . 8

Secondo il “prototipo infantile” il fanciullo si sente protetto dal proprio

padre e ne è attratto, come l’essere umano nei confronti della natura; nel

contempo lo teme per la sua severità, così come l’uomo ha paura

dell’indomita potenza generatrice.

Umanizzare la natura non significa, quindi, creare con essa relazioni

analoghe a quelle che si intavolano con gli uomini in generale, bensì

attraverso il modello filogenetico, conferendo alle forze della natura il

carattere del padre, viene concepita l’immagine degli dei.

Essi possono “esorcizzare i terrori della natura, riconciliare con la crudeltà

del fato, […] ,risarcire per le sofferenze e per le privazioni imposte dalla

9

civile convivenza” .

Umanizzare o meglio personificare diventano, nel subconscio umano,

sinonimo di dominare. L’uomo, invero, ama poter governare e

monopolizzare, in primo luogo psichicamente come antefatto più opportuno

per una dominazione fisica.

Nell’analisi finora condotta è interessante notare come il rapporto col padre

6 Ivi, p. 54.

7 Ivi, p. 54.

8 Ivi, p. 55.

9 Ivi, p. 56. 22

sia di natura ambivalente: da una parte viene temuto, dall’altra ammirato.

La relazione con la madre è invece differente. Essa entra in gioco

immediatamente nell’esistenza del bambino, offrendogli il seno e,

soddisfacendo la fame attraverso la suzione, si trasforma in primo baluardo

contro i pericoli esterni e contro l’angoscia. Il padre si insinua come figura

emblematica solo in seconda istanza nella vita del piccolo e il ruolo da esso

ricoperto diventa assolutamente essenziale nell’arco temporale dell’intera

esistenza. In assenza fisica del genitore, perciò, l’essere umano è portato a

sostituire tale figura con un dio forte, protettivo e nel medesimo tempo

buono e severo.

Abbandonando per un istante Freud e le sue constatazioni, diventa

d’uopo riflettere sulla situazione dell’Argentina. Le donne ci sono e sono

madri freudiane che offrirono con tenerezza il proprio seno ai figli e

simbolicamente perseverano, tuttora, nel volerli sfamare, rivendicando, per

loro, giustizia contro gli orrori gratuiti della dittatura. Lottano

pacificamente, senza armi, levando, però, altisonanti gridi di orrore.

Continuano ad amare, a proteggere, a coltivare ricordi di vite spezzate in

giovane età. Non si limitano a fare da baluardo, ma sono fonte inesauribile

di protezione, rappresentano l’unico vero legame fra la tristezza del passato

e la volontà attuale di ricostruire un futuro meno turpe.

Nell’introduzione ho accennato allo sconvolgimento della normale struttura

famigliare; in effetti l’Argentina sembra risollevare il capo dalla tragedia

della “desaparición”, grazie al calore di una famiglia tipicamente

matriarcale. La donna domina, in verità, perché non vi sono più uomini. La

famiglia in Argentina ha perso padri e figli. L’Argentina ha consumato

nelle sue viscere più nascoste l’angustiante delitto del padre. L’Argentina si

è divorata da sé, si è rivelata furiosamente parricida e ha partorito dal suo

stesso grembo i colpevoli. Il nemico non proveniva dall’esterno, gli

argentini si sono divorati fra di loro, quasi avessero risvegliato in sé le

antiche pulsioni represse, come probabilmente Freud avrebbe asserito.

In qualsiasi paese in cui abbia preso piede il totalitarismo, come del resto

è accaduto anche in Argentina, il “padre” è divenuto una figura demoniaca: 23

chi governa viene imitato, ma non per questo costituisce un modello. Viktor

Frankl, infatti, afferma: «L’uomo […] fa ciò che gli altri vogliono che egli

10

faccia - è il totalitarismo! » .

In definitiva la tragedia argentina è una tragedia al femminile. Gli uomini

hanno presieduto le più alte cariche del governo e, seduti dinanzi a un

tavolo, hanno freddamente intessuto la tela del dolore. Gli “hijos”, i figli,

sono scomparsi, ma i padri? Inghiottiti nel circolo vizioso di una politica

dittatoriale, sembrano essere anch’essi “desaparecidos”, forse non tanto

fisicamente, quanto socialmente. Non rivendicano diritti, non marciano in

“Plaza de Mayo”, non possiedono la rilevanza e soprattutto l’importanza

delle donne.

Ritornando al saggio L’avvenire di un’illusione di Freud, egli stesso

fa cenno all’uccisione del padre primigenio, immagine a cui è stata

ricollegata quella originaria di Dio. Immediatamente viene naturale

chiedersi se, anche in Argentina, insieme a circa trentamila giovani, non sia

“desaparecido” persino Dio.

2. RIPENSARE LA SOFFERENZA

2.1 La frustrazione esistenziale e l’approccio dell’uomo con la

sofferenza

Fra coloro che apportarono il maggior contributo in materia di sofferenza

11

umana vi fu il neurologo e psichiatra Viktor Frankl .

Frankl si concentrò principalmente sul tema della frustrazione esistenziale,

10 Frankl 1992, p. 11, citato in G. Galeazzi (a cura di), Ripensare la sofferenza, Città Aperta Edizioni, Troina

(EN), 2004, p. 98.

11 Le riflessioni di Frankl presenti in tale elaborato sono tratte da E. Fizzotti, Soffrire con dignità, in ivi pp.

97-112. 24

abbandonando quella che fino ad allora aveva imperato, quale scuola di

pensiero sulle cause delle nevrosi umane: le frustrazioni sessuali della

epoca di Freud.

Frankl sostiene che l’uomo contemporaneo sia completamente svuotato del

sentimento del senso della vita e che soffra di un vuoto interiore, etichettato

anch’esso con l’aggettivo “esistenziale”. Si tratta di un problema

assolutamente umano e di una necessità generale, quella di chiedersi quale

senso abbia la vita e soprattutto se essa abbia un senso.

È forse troppo azzardato considerare il sentimento esistenziale come una

nevrosi, tuttavia l’uomo, nella sua esistenza, necessita costantemente di

trovare un senso che possa essere realizzato in totale pienezza. Colui che

saprà credere nella sua volontà di senso potrà costruire una gerarchia di

valori e si potrà considerare un essere-uomo quando verrà attirato

fortemente da un qualcosa che trascenda l’Io, che è al di là e al di sopra di

tutto ciò che è umano; un qualcosa di oggettivo che gli permetta di superare

la noia e l’apatia.

Viene qui a proporsi un ideale di uomo in grado di amare, sperare, piangere,

soffrire. Frankl sostiene l’importanza dell’azione come strumento attraverso

il quale edificare il monumento della propria esistenza. Un monumento che

si innalza fieramente, giorno dopo giorno, con il lavoro, l’amore, il dolore.

È, appunto, nell’essenza di quest’ultimo che si può manifestare la propria

grandezza; infatti, è in tale contesto che l’uomo si mette a confronto con se

stesso e con la sua capacità di soffrire il dolore.

Un essere umano è in grado di soffrire il dolore quando alla sofferenza

12

stessa conferisce un “significato «positivo»” e nulla è più emblematico

della semantizzazione del dolore che si è verificata in Argentina.

Le madri argentine si battono nel medesimo contesto per una sofferenza sia

extraindividuale che individuale: lottano per una serie di ideali, quali, per

12 Bazzi, Giorda 1970, pp. 134-135, citato in ivi, p. 108. 25

esempio, la giustizia e, nel contempo, combattono per un tormento del tutto

personale come la perdita di un figlio.

Si può pertanto affermare che, analizzando le considerazioni di Frankl, le

madri di “Plaza de Mayo” abbiano realizzato, in completa autonomia di

pensiero, il miglior paradigma da seguire per chi, quotidianamente, si

misura con la sofferenza: “soffrire in un contesto valido e soffrire per amore

13

di qualcosa o di qualcuno” .

2.2 Il dolore e la sofferenza nella loro complessità

Riuscire a fornire un’esatta definizione di dolore e di sofferenza è

pressoché impossibile. Innanzitutto è necessario discernere il significato dei

due sostantivi: il dolore è la causa che scatena la sofferenza la quale, invece,

è la condizione in cui si permane dopo aver subito un dolore. Per esempio,

per dolore si può intendere la perdita di un proprio caro e per sofferenza si

concepisce l’elaborazione del lutto stesso e lo stato psichico a cui la perdita

conduce.

Tuttavia, per fornire spiegazioni esaustive di entrambi i concetti è

necessario analizzare le motivazioni che hanno arrecato la sofferenza e i

vari contesti in cui essa viene esperita. Inoltre è importante sottolineare che

svariate discipline si sono adoperate nel tentativo di semantizzare il

concetto di dolore: la scienza medica, così come la filosofia e la teologia, e

ognuna di esse ha fornito opinioni completamente differenti in materia.

Cercherò, comunque sia, di mettere in luce gli aspetti che mi son parsi più

interessanti.

In primo luogo il dolore e la sofferenza, al giorno d’oggi, stanno

progressivamente subendo processi di emarginazione e occultamento

attraverso rimozioni stesse del tema.

A provocare ciò è sicuramente la società contemporanea, influenzata, fra

13 Citazione di Fizzotti in ivi, p. 13.

l’altro, dal potere dei mass media che banalizzano o spettacolarizzano il

dolore e in entrambi i casi lo trasformano in fenomeno mediato. 26

La scienza viene a contatto con la sofferenza attraverso la malattia e ha

un approccio con essa di tipo duplice. Se la scienza si appresta

maggiormente a curare la malattia, si parlerà di una modalità tecnologica; si

farà riferimento a una modalità etica nel momento in cui l’attenzione verrà

focalizzata sulla condizione della persona malata.

In filosofia il dolore può essere considerato come illusorio e per questo

viene dissolta l’idea di esistenza stessa del problema del dolore. Se,

altrimenti, viene considerato come reale, si effettuerà la sua assunzione in

quanto problema.

Nell’ambito religioso, invece, il dolore è sempre concepito come un

mistero, la cui incomprensibilità è riconducibile all’incomprensibilità di

Dio. Egli non è intelligibile, né nella sua natura, né nella sua volontà

sovranamente libera: così è il male.

Il dolore spesso presuppone un rapporto di empatia con chi soffre,

suscita pietà e compassione. Un uomo che soffre non si può sostituire nel

suo patire in quanto si sta realizzando come individuo e si trova in una fase

di limitazione radicale. Lo stesso Eschilo affermava che “attraverso il

dolore si impara”. Il lutto, invece, è una sorta di socializzazione della

sofferenza, in quanto ci si immedesima in un dolore altrui che in passato o

in futuro si è sperimentato o si sperimenterà.

La sofferenza oscilla, piuttosto, fra speranza e disperazione. Essa può

manifestarsi in maniera sostenibile e possedere una ragion d’essere, oppure,

quando è radicalizzata e non trova motivo di esistere, è senza senso e

speranza, si trasforma in disperazione che è il “morire la morte”, ovvero

vivere e sperimentare la morte in sé.

2.3 Dolore ed etica pubblica

Il potere viene esercitato in maniera assoluta e velleitaria, così da

configurare un rapporto diretto di imposizione tra oppressi e oppressori.

Quando dal popolo si eleva un grido di dolore e un lamento, significa che il 27

popolo stesso non è libero e, attraverso il grido, testimonia l’oppressione

politica.

Il grido di dolore è di tipo sociale e collettivo, domanda una risposta

politica e la risposta politica conferma il dolore pubblico contenuto nel

grido. Esso chiede un cambiamento, inteso come la rimozione della

sofferenza che l’ha generato e quindi un’iniziativa politica alternativa.

In sostanza, il grido di dolore testimonia che esiste un dolore esperito in una

dimensione comune con la relativa risonanza che esso può apportare.

Le azioni comuni hanno, infatti, un duplice peso di ricaduta: l’efficacia

diretta moltiplicata e l’efficacia indiretta degli effetti minori o collaterali.

Dal momento che il dolore si sperimenta, ma non si accetta, il grido

pubblico aiuta a rifiutare l’immolazione dell’umano. Inoltre, il dolore

esperito in un ambito pubblico è, in alcuni casi, privo di voce e ciò

aggiunge sofferenza alla sofferenza; casi di tal genere si verificano quando

un gruppo di individui è vittima di un’ingiustizia.

Da parte sua, la politica deve tentare di avvertire il dolore di chi viene

governato, altrimenti si rivela inumana, non riconoscendo l’umano presente

nell’umanità e ingenerando sempre più dolore.

In definitiva, anche l’etica pubblica deve operare delle correzioni, onde

evitare che il male risulti pervasivo per l’intera società.

3. LUTTO E MELANCONIA

Lutto e melanconia è il titolo di uno dei saggi più famosi di Freud che

tenta di chiarire l’essenza della melanconia confrontandola con il normale

affetto del lutto. Per quanto riguarda la melanconia, il compito è abbastanza

arduo, anche perché presenta spesso manifestazioni cliniche differenti.

Per lutto si intende invariabilmente la reazione alla perdita di una persona

amata che genera il disinteresse per il mondo esterno, l’incapacità di

scegliere un nuovo oggetto d’amore, che verrebbe visto come sostitutivo di

quello perduto, e l’avversione per qualsiasi attività non riporti alla memoria 28

il proprio caro scomparso. Il lutto è una fase normale e umana che verrà

superata e per questo non lo si può considerare uno stato patologico.

Non sconfina nel suicidio in quanto, chi ha subito la perdita, dopo la

elaborazione della stessa, si fa persuadere dal verdetto pronunciato dalla

14

realtà, secondo il quale “l’oggetto non esiste più” .

La melanconia, come il lutto, rifiuta eventuali contatti col mondo esterno e

provoca un profondo scoramento, tuttavia, porta l’individuo a essere inibito

dinanzi a qualunque attività, gli impedisce di amare e lo induce a

disprezzare, commiserare e ingiuriare se stesso.

Generalmente, mentre il lutto è una perdita consapevole, la melanconia

15

viene definita come “perdita oggettuale sottratta alla coscienza” .

Nel primo caso, poi, è il mondo circostante che appare impoverito, mentre

nel melanconico, a svuotarsi di ogni senso è l’“Io”.

Freud prosegue nella sua analisi affermando che, se si ascoltano

attentamente le autoaccuse di un melanconico, l’offesa è, indirettamente,

rivolta all’oggetto presumibilmente perso e che si ama o che, in ogni modo,

si dovrebbe amare.

La problematicità sta nel rapporto che si instaura fra melanconico e oggetto

desiderato; un rapporto ambivalente giocato tra il sentimento amoroso

provato dall’“Io” e le “esperienze che implicano la minaccia di perdere lo

16

oggetto” .

3.1 La melanconia al femminile

Per quanto riguarda l’analisi della condizione femminile della

melanconia, vorrei citare un interessante articolo, comparso su “Il

Manifesto”. L’ autrice è Manuela Fraire, la quale sostiene che la figura

femminile sia andata evolvendosi nel corso degli anni e che si trovi oltre la

14 S. Freud, Lutto e melanconia, saggio tratto dalle Opere e consultato nel sito internet

http://www.psicanalisicritica.it/page185.html.

15 Ivi.

16 Ivi. 29

enigmaticità presente nel saggio freudiano Lutto e melanconia. La donna,

oggigiorno, soffre di una duplice melanconia o, adoperando una definizione

di Lucio Russo, di melanconie “senza nome”.

Essa avverte anacronisticamente la mancanza di ciò che l’altro sesso

possiede e vive la sofferenza di quello che è andato perduto assieme alla

melanconia di non possedere l’essere in essere.

L’enigmaticità, molto probabilmente, scaturisce dalla relazione madre-

bambino. La donna, caratterizzata dal senso materno, è “scudo protettivo”

del proprio figlio; lo dovrà difendere sia dagli attacchi del mondo esterno

che dalle pulsioni del soggetto.

La libido femminile è stata progressivamente “neutralizzata” a favore della

17

funzione materna , inoltre l’imago materna viene interiorizzata perché

18

precursore di ogni altro con cui si entra in relazione .

In conclusione la madre ha un’enorme funzione fondativa nella formazione

dell’“Io” e la sessualità femminile, a differenza di quella maschile, è

caratterizzata dal duplice processo di creazione e distruzione, vita e morte.

Il ventre femminile genera bambini, ma nello stesso tempo si disfa dei feti

attraverso aborti spontanei.

La complessità della condizione femminile è notevole e alcuni aspetti

sopradescritti possono, in un certo qual senso, trovare applicazione nella

praticità, all’interno del terzo capitolo del presente elaborato.

17 J. B. Pontalis, Perdere di vista, citato in M. Fraire, La condizione femminile della melanconia (articolo

tratto dal sito internet http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/000817g.htm).

18 J. Laplanche, Il primato dell’altro in psicoanalisi, citato in ivi. 30


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ely.n82

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DESCRIZIONE TESI

INDICE

PARTE PRIMA:
La storia argentina e il totalitarismo nella Arendt
1. 24 marzo1976: la notte dell’Argentina
1.1 Il golpe militare
1.2 La progressiva ascesa al potere dei militari
1.3 L’annientamento
1.4 La distruzione del passato
1.5 Un’eredità di vite rubate
2. Argentina: storia di una tragedia annunciata
3. Hannah Arendt e il concetto di totalitarismo

PARTE SECONDA:
I concetti di dolore, sofferenza e lutto
1. L’avvenire di un’illusione
2. Ripensare la sofferenza
2.1 La frustrazione esistenziale e l’approccio dell’uomo
con la sofferenza
2.2 Il dolore e la sofferenza nella loro complessità
2.3 Dolore ed etica pubblica
3. Lutto e melanconia
3.1 La melanconia al femminile

PARTE TERZA:
Las Madres de Plaza de Mayo
1. Las madres de Plaza de Mayo
1.1 La storia
1.2 Progetti per un futuro migliore
2. Affrontare il dolore in Argentina
2.1 La resistenza in situazioni limite
2.2 La voce delle Madres


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2004-2005

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ely.n82 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura dei paesi di lingua Spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Perassi Emilia.

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