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Riassunto esame criminologia e sociologia della devianza, prof.ssa. Marotta, libro consigliato Profili di criminologia e comunicazione, Marotta Appunti scolastici Premium

Sunto per l'esame di criminologia e sociologia della devianza della prof.ssa. Marotta, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Profili di criminologia e comunicazione di Gemma Marotta, Facoltà di SCIENZE POLITICHE, SOCIOLOGIA, COMUNICAZIONE, Corso di laurea in COMUNICAZIONE PUBBLICA E D'IMPRESA. Scarica il file in PDF!

Esame di Dall'antropologia criminale alla sociologia della devianza docente Prof. G. Marotta

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ESTRATTO DOCUMENTO

investigative successive, perché indagare pubblicamente non vuol dire agire con

maggiore attenzione, ma comporta scegliere soluzioni che non contraddicano le

aspettative. Dalla Rivoluzione francese l’informazione è divenuta diritto di libertà. La

Corte Costituzionale stabilisce che si può raccontare del giudizio, ma non delle

indagini preliminari, poiché bisogna tutelare la dignità e la reputazione di chi è

indagato, a tutti gli effetti un innocente. Il potere-dovere di raccontare a mezzo

stampa notizie sulla cronaca di indagine incontra i limiti dell’onore e della

presunzione di innocenza. Al di là dei casi di segreto totale, la cronaca ha il dovere di

raccontare senza alterazioni. Il giornalista deve informare senza suggestionare. La

lesione di immagine di un cittadino normale è difficilissima da risanare. Così, a tutela

della libertà del singolo, la legge punisce chiunque riveli senza giusta causa o

impieghi a proprio profitto un segreto appreso per ragione della propria professione.

Il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’attività

giornalistica stabilisce che il giornalista non può fornire notizie o pubblicare foto di

soggetti coinvolti in fatto di cronaca, né soffermarsi sui dettagli di violenza, a meno

che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine o a meno che la

riproduzione dell’immagine sia giustificata da necessità di polizia o di giustizia.

- Influenzabilità dei giudizi.

Negli USA la libertà di stampa è preminente. Dare conoscenza delle generalità del

sospettato, indagato e imputato corrisponde ad un interesse pubblico. La segretezza

delle indagini si inchina di fronte al 1° Emendamento, anche se gli effetti distorsivi

sono in parte limitati da un rigido codice di condotta delle Procure e dei giornalisti.

Non esiste un sistema di divieti di pubblica portata uguale a quello del nostro

ordinamento. In questo sistema, il problema della tutela dell’onore degli indagati non

sembra essere prioritario. Molto spesso chi è innocente davanti al Tribunale perché

non è stata raggiunta la prova della sua colpevolezza, non lo è davanti a quello civile

dove è stato condotto dai mass media. Il nodo cruciale dell’attuale dibattito sulla

spettacolarizzazione delle indagini e del processo si concentra sugli effetti di tale

pubblicità sul comportamento dei giudici e dei giurati. Se fino ad oggi ai giurati

americani si chiedeva di non leggere notizie di stampa riguardanti il caso in cui erano

coinvolti, in modo da non esserne influenzati, la diffusione di fiction dedicate a

indagini e processi ha costretto persino a introdurre divieti singolari per impedire

l’alterazione della percezione della reale struttura del processo. Anche l’espansione

esponenziale di internet e del suo uso da parte dei giurati sta sollevando

problematiche nuove. Di fatti, la ricerca nel web di informazioni sui capi di

imputazione al di fuori dell’udienza o la diffusione di notizie sul processo tramite

blog o social, inducono a sospetti di imparzialità e stanno anche portando alla

revisione di molti processi e al controllo di siti di potenziali giurati. Il problema è

però poco contenibile perché la Costituzione Americana garantisce ai giurati la

privacy dei loro dati informatici.

- Giuria e imparzialità.

Contrariamente alla posizione di Beccaria, che pretendeva la presenza costante della

giura nel processo penale affinché la pena fosse equa e condivisa dalla collettività, la

presenza di giudici popolari e di giudici eletti nel sistema italiano era stata

tenacemente avversata da Carrara, Lombroso e Ferri. Questi autori si opponevano

perché secondo loro il volgo non badava alla scienza, ma al cuore e alla vendetta. La

sentenza penale, quindi, eccetto che per la Corte di Assise, la fa un giudice, che in

quanto uomo filtra nel processo le esigenze sociali e la coscienza popolare attraverso

l’interpretazione evolutiva del diritto. C’è un profilo umano in ogni verdetto, che

dipende dall’esperienza di vita e dalla sensibilità del giudice, ma ce n’è anche uno

strettamente tecnico che deriva dalla sua preparazione. In Italia si è sempre sostenuto

che l’errore giudiziario per condizionamenti esterni, come la pressione mediatica,

potesse non verificarsi grazie all’assenza della Giuria. Tuttavia, esperienza e

preparazione del giudice possono essere stravolte dal sistema mediatico. Il magistrato

oggi può dirsi spesso influenzato dall’opinione pubblica. La prevalenza di un frame

rispetto ad un altro fa scaturire un certo giudizio, deforma la prospettiva di lettura dei

fatti e incide sul giudizio che di per sé non può essere neutrale, in quanto umano. Per

evitare questo problema, nel 1988, è stata vietata la pubblicazione, anche parziale,

degli atti coperti dal segreto o di quelli non più coperti dal segreto fino al termine

dell’udienza preliminare. Tale sistema di divieti di pubblicazione integrale o parziale

è funzionale alla salvaguardia della libertà e dell’indipendenza di ogni giudice, sia

che eserciti da solo le sue funzioni, sia che componga il collegio decisionale. Il

rischio è che il giudice chiamato a condurre il dibattimento per quel capo di accusa,

preinformato dalla stampa, si formi un convincimento viziato. I problemi che

derivano dai meccanismi di interazione tra mass media e il processo sono tangibili.

Rito mediatico e processo penale

- Il rito mediatico non è una novità

Il coinvolgimento delle masse popolari nel rito penale c’è sempre stato. I mass media

e i new media hanno solo enfatizzato questo dato di fatto. Basti pensare alla

partecipazione popolare arcaica anche quando essa veniva circoscritta all’atto

dell’esecuzione della condanna. Manca nella nostra Costituzione l’affermazione del

principio di pubblicità del processo penale. L’art. 471 sostiene però che “l’udienza è

pubblica a pena di nullità”. Viene con ciò affermato un elemento di differenziazione

tra la fase dell’indagine preliminare, in cui vige l’obbligo di segretezza sugli atti

investigativi, e la fase processuale, che privilegia la massima trasparenza. L’accesso

all’aula penale è precluso esclusivamente ai minori, a chi appare in stato di

ubriachezza o di squilibrio mentale. Solo in casi eccezionali il presidente dell’organo

giudicante può disporre che l’ammissione all’aula di udienza sia limitata a un certo

numero di persone. I casi in cui il giudizio possa essere celebrato a porte chiuse, nel

nostro ordinamento, sono limitatissimi. E’ legittimo procedere senza la presenza del

pubblico quando la pubblicità può nuocere alla sicurezza dello Stato, dei testimoni o

di altre parti. Il giudice può autorizzare in parte o del tutto la ripresa fonografica o

audiovisiva, purché non turbi il regolare svolgimento dell’udienza. Il sistema

normativo delinea così un complesso regime di accessibilità e conoscibilità degli atti

processuali che soddisfa, da un lato, un’esigenza di pubblicità interna, riferita a

coloro che fanno parte del processo, dall’altro, un’esigenza di pubblicità esterna. La

rappresentazione mediatica dell’iter criminis ha la peculiarità di essere incentrata su

attori ed eventi che vengono drammatizzati e spettacolarizzati, ma non sono stati i

media a produrre il nostre interesse per il crimine.

- Il rito mediatico nel processo penale.

Dal carattere “pubblico” del processo penale discende il rilievo che deve essere

assegnato ai mass media nella rappresentazione delle vicende giudiziarie. E’ chiaro

riscontrare un collegamento fra il diritto penale e il linguaggio mediatico. E’ stata

evidenziata la presenza di codici semantici che unisce il rito penale al rito mediatico

per quanto riguarda il metodo di rappresentazione della criminalità. Entrambi i

sistemi condividono le prerogative di: essere comunicativi e reciprocamente

comunicativi, indurre consenso, produrre realtà sociale ed essere orientati alla

patologia sociale. A distinguere i due modelli sono, però, i contenuti della

rappresentazione che il sistema mediatico rielabora secondo criteri di semplificazione

che producono una distorsione sistematica che può essere colta su tre livelli:

quantitativo (consiste nella distorsione del dato statistico, per cui vengono

rappresentati come maggioritari comportamenti propri di una minoranza), qualitativo

(consiste nella distorsione del dato descrittivo, per cui vengono rappresentati i

comportamenti selezionando e presentando come normotipiche modalità di condotta

in realtà marginali) e contenutistico (consiste nella distorsione del dato assiologico-

valutativo, per cui viene rappresentato il conflitto processuale sovvertendo la

gerarchia dei valori giuridici e l’importanza dei singoli attori).

- Le regole etiche degli avvocati e dei magistrati.

Per quanto riguarda gli avvocati, “nei rapporti con i mezzi di informazione

l’avvocato deve ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, nel rispetto dei doveri di

discrezione e riservatezza. L’avvocato non può fornire notizie coperte dal segreto di

indagine o spendere il nome dei propri clienti o assistiti”. Il codice etico dei

magistrati stabilisce che “nei contatti con la stampa e gli altri mezzi, il magistrato non

è tenuto al segreto su informazioni per ragioni del suo ufficio e ritiene di dover

fornire informazioni sull’attività giudiziaria al fine di garantire una corretta

informazione dei cittadini”. Equivoca è la norma secondo cui “il magistrato si deve

ispirare a criteri di equilibrio, dignità e misura nel rilasciare dichiarazioni ed

interviste ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa”.

- Regole etiche dei giornalisti.

Gli operatori di informazione si sono impegnati ad adottare, nelle trasmissioni

televisive che abbiano ad oggetto la rappresentazione di vicende giudiziarie in corso,

le misure atte ad assicurare l’osservanza dei principi di obiettività, completezza e

imparzialità e a rispettare i diritti alla dignità, all’onore, alla reputazione e alla

riservatezza, costituzionalmente garantiti alle persone coinvolte nelle indagini e nel

processo. In particolare si sono impegnati a curare che risultino chiare le differenze

tra cronaca e commento, indagato, imputato e condannato, fra carattere non definitivo

e definitivo dei provvedimenti e delle decisioni; diffondere informazione che,

attenendosi alla presunta innocenza dell’indagato, soddisfi l’interesse pubblico alla

conoscenza immediata di fatti di grande rilievo sociale; adottare modalità espressive

che consentano al telespettatore un’adeguata comprensione della vicenda; assicurare

alle due tesi contraddittorie pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti che

le sostengono; controllare la verità dei fatti narrativi, mediante accurata verifica delle

fonti; non rivelare dati sensibili che ledano la dignità e il decoro altrui. Anche il

sistema dei media si è impegnato a rispettare alcuni criteri: evitare un’esposizione

mediatica sproporzionata ed eccessiva; l’informazione deve fornire notizie con

modalità tali da mettere in luce la valenza centrale del processo; la cronaca

giudiziaria deve sempre rispettare i principi di obiettività, completezza e imparzialità

dell’informazione; evitare manipolazioni tese a confondere gli spettatori. Data la

penetrazione dei media nel sistema penale e nel processo, oggi indivisibili, bisogna

elaborare nuove regole per il corretto svolgimento del “processo-penale-mediatico”,

nella piena consapevolezza che le norme giuridiche e deontologiche che disciplinano

il rapporto tra il sistema penale e quello mediatico sono lacunose e a tratti

contraddittorie. Parte III: Strategia.

Alcune considerazioni sul terrorismo

- Premessa sulle definizioni.

Il terrorismo non è un fenomeno nuovo, ciò che è nuovo e preoccupa è il suo impatto

sulla società e la ribalta mediatica che ottiene. Non esiste una definizione universale

di questo fenomeno. La definizione di Pontara è un buon punto di inizio: “l’atto

terroristico è qualsiasi azione, eseguita come parte di un metodo di lotta politica,

diretta ad influenzare, conquistare o difendere il potere dello Stato, che implica l’uso

di violenza estrema contro persone innocenti non combattenti”. Il Dipartimento di

Stato americano definisce tre termini collegati tra loro: terrorismo, terrorismo

internazionale e gruppo terroristico. Il termine terrorismo significa “violenza

premeditata e politicamente motivata, perpetrata contro obiettivi non combattenti

(civili, ma anche militari non dispiegati di una zona di combattimento) da gruppi

clandestini”. Il termine terrorismo internazionale significa “terrorismo in cui sono

coinvolti cittadini o territori di più di uno Stato”. Infine, il termine gruppo terroristico

significa “qualsiasi gruppo che pratica il terrorismo internazionale”. L’espressione

“non combattenti” indica come tali, oltre ai civili, il personale militare non dispiegato

in una zona di combattimento o in un ambiente assimilabile alla guerra. L’UE non

formula una definizione, ma elenca alcuni reati terroristici e ne elenca alcuni tipi.

Sono reati terroristici: gli atti intenzionali che possono recare danno a un Paese o a

un’organizzazione internazionale, quando sono commessi al fine di intimidire

gravemente la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione

internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, o destabilizzare

le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali di un Paese o di

un’organizzazione internazionale. Il terrorismo è caratterizzato da quattro elementi: la

violenza criminale, il movente politico, politico-religioso o politico-sociale, la

clandestinità a livello di strutture e metodiche e l’azione di una parte o più

aggregazioni non statali con o senza l’apporto di Stati sostenitori. Il terrorismo non

nasce dal vuoto, ma sfrutta una serie di dinamiche ambientali che affliggono le realtà

geopolitiche. Un aspetto fondamentale è l’esistenza di una sottocultura radicale o

rivoluzionaria che costituisce la matrice del terrorismo.

- Il conflitto.

Quali sono i motivi che spingono un gruppo terroristico a commettere azioni eversive

che impiegano mezzi violenti per rovesciare il potere? All’inizio c’è sempre un

impegno politico e sociale, un “idealismo”. Il terrorista non riesce a sopportare la

frustrazione che si presenta man mano che cresce. La discrepanza tra gli ideali e la

realtà che deve affrontare è troppo grande e qualcosa in lui cede. Il tutto è

accompagnato da un rapporto ostile con l’autorità e da un conflitto interno al suo

mondo emotivo. Coloro che soffrono per problemi individuali li trasferiscono sulla

società e ritengono che l’unica vera soluzione sia l’azione violenta e l’abbattimento

delle istituzioni. McClure elenca cinque motivi che spingono gli individui a

commettere azioni eversive: resistenza al dominio coloniale, separatismo, interno

politico, ideologico e sostegno a prese di potere dall’esterno. Nello studio del

terrorismo coesistono due tipi di predizione: la predizione limitata e a breve raggio,

che affronta le attività e le condotte prevedibili dei terroristi e degli altri attori, e la

predizione a medio e lungo raggio, che implica un tipo di osservazione da condursi

utilizzando tutti gli strumenti del pianificatore sociale e dell’esperto di politica

operativa. L’affiliazione al terrorismo può essere intesa come reazione di adattamento

e come necessario rimpiazzo all’anomia o al vuoto esistenziale. Il terrorismo è una

guerra fantastica, reale solo nella mente del terrorista, che adotta valori, norme e

comportamenti di guerra contro un altro gruppo. La guerra fantastica diviene reale

solo se riconosciuta dal nemico.

- Le teorie sul fenomeno.

Lo studio del terrorismo è basato su due direttrici: le teorie che pretendono di

spiegare il fenomeno, attraverso la descrizione del soggetto terrorista e le teorie che si

occupano prevalentemente dell’ambiente in cui la violenza si produce e si diffonde.

Riguardo al primo gruppo, molti studiosi hanno cercato di individuare le

caratteristiche psicologiche specifiche dei terroristi, ma pensare a questi individui

come a esseri malati sembra difficile. Alcuni psichiatri hanno spiegato l’atto

terroristico come atto di una persona avente una malattia mentale. Diversi autori

hanno sostenuto, poi, che le cause della scelta terroristica vanno ricondotte a un

conflitto con le figure genitoriali e a un fallimento di maturità durante l’infanzia e

l’adolescenza. In questo modo si spiegherebbe l’ostilità verso l’autorità

rappresentante la figura genitoriale. Secondo questa visione, il terrorista, durante

l’infanzia/adolescenza, ha sviluppato dei tratti della personalità anomali che, seppur

non trascurando la povertà, la scolarità, l’isolamento sociale ecc, spiegherebbero

perché alcune persone intraprendono una carriera da terrorista. Le critiche a questa

idea sostengono che un passato difficile non basta a spiegare un comportamento così

radicale. Secondo la teoria dell’apprendimento sociale i controlli interiorizzati si

basano sulle conseguenze anticipate di azioni future che portano all’aspettativa che

un certo modo di comportarsi sia premiato, ignorato o punito. In tale quadro, Bandura

sottolinea come non si nasca già con la capacità di comportarsi in modo violento,

quanto si apprenda nel corso della socializzazione. I terroristi sono individui alienati

dalla società, ma l’alienazione non costituisce una malattia mentale. La vita di un

terrorista è sicuramente carica di tensioni, che possono causare stati di ansia e

giungere a un disturbo paranoide. Per questi motivi, durante il reclutamento, si testa

la salute mentale del soggetto. Il terrorista divide il mondo in tre categorie di persone:

eroi che il terrorista idealizza, i nemici e le persone che si incontrano tutti i giorni.

Psicologi che hanno avuto contatti con terroristi enfatizzano che il terrorista possa

essere perfettamente normale dal punto di vista clinico. Ma perché una persona

sceglie di entrare a far parte di un gruppo terroristico? Perché sente il bisogno di

appartenere a un gruppo. I leader diventano genitori alternativi. I terroristi tendono a

identificarsi col gruppo, generando una sorta di “mente di gruppo” e ad aderire a un

codice morale condiviso che richiede obbedienza totale.

- L’uso della violenza.

La psicologia ha cercato di spiegare la violenza dei terroristi attraverso il concetto di

“dissonanza cognitiva” e quello di “group think”. La prima si riferisce alle

discrepanze vissute dal soggetto tra il suo pensiero e l’azione svolta, il soggetto allora

cerca di risolvere questo stato di disagio modificando i comportamenti o le sue

credenze. Il secondo si riferisce al processo decisionale di gruppo, che avviene tra

individui aventi mentalità simile e generando conclusioni sbagliate. Inoltre, i terroristi

pongono in atto il “disimpegno morale”, collocando se stessi lontani dalle

conseguenze umane delle loro azioni e mettendo in atto: una giustificazione morale,

una tecnica di dislocazione della responsabilità sul leader o su altri membri del

gruppo, minimizzare o ignorare la sofferenza delle vittime, l’uso della de-

umanizzazione delle vittime. I bersagli della violenza possono essere divisi in due

categorie: simbolici e pragmatici. I primi includono persone e beni che rappresentano

istituzioni considerate nemiche. I secondi sono azioni funzionali alla causa del

gruppo (rapine per finanziarsi, liberazione di compagni).

- La comunicazione.

Il terrorismo è un modo di comunicare. Senza la comunicazione non esisterebbe il

terrorismo. L’anima del terrorismo risiede nella necessità di comunicare la propria

esistenza, le finalità perseguite, gli obiettivi, ecc. Senza di essa non può comunicare

allo Stato i propri successi né reclutare nuovi membri. Le azioni terroristiche sono

simboliche, poiché oltre a colpire un nemico vogliono comunicare un messaggio

politico. La comunicazione delle azioni eversive pone i mezzi di informazione nel

ruolo scomodo di poter sembrare complici. Quello che però non si sa è che i media

spesso ignorano un numero rilevante di episodi terroristici. Si sono espressi due

paradigmi al riguardo: il paradigma dell’insufficiente responsabilità sociale dei

media, che favorisce l’agire terroristico, fornendo ad esso un amplificatore sociale e

scatenando di conseguenza vaste reazioni allarmistiche; il paradigma della

manipolazione politica che i media, in connessione con le agenzie di controllo

sociale, di Stato o dei gruppi privati, operano sui fatti terroristici, esagerandone la

portata e la pericolosità ai fini di suscitare reazioni allarmistiche e domanda d’ordine

e di normalizzazione sociale. Gli ingredienti necessari per una buona riuscita di

un’azione eversiva sono, oltre al successo militare, la motivazione politica del gesto e

un’ampia e tempestiva pubblicizzazione del medesimo gesto. Ma quali sono gli

obiettivi che questi gruppi vogliono raggiungere attraverso la comunicazione esterna?

Diffondere i loro principi ideologici, offrire l’impressione della forza e

dell’importanza raggiunta dal gruppo, testare la disponibilità dei mass media nei loro

confronti e compiere un’operazione promozionale al fine di aumentare i reclutamenti.

Weaponizzazione mediale. Dal terrorismo internazionale alla

digitalizzazione del neo-terrorismo

- Premessa.

Il terrorismo è un fenomeno criminale organizzato. Può essere considerato come

l’esercizio della violenza e/o minaccia di attuazione della stessa, attraverso la

catalizzazione dell’attenzione dell’opinione pubblica, al fine di determinare un

mutamento significativo dell’assetto politico-istituzionale di uno Stato, se non il

rovesciamento dello stesso. L’internazionalizzazione del terrorismo nasce intorno agli

anni ‘60. Il terrorismo internazionale si contraddistingue da quello interno per alcune

caratteristiche: elaborazione di una strategia transnazionale; individuazione di

obiettivi internazionali o presenti in un’altra nazione; intenzione di colpire

l’attenzione dell’audience di diversi Paesi. Questo fenomeno ha subito una

sostanziale evoluzione negli ultimi anni riassumibile nel susseguirsi di quattro fasi

distinte: internazionalizzazione; transnazionalizzazione (il fenomeno terroristico

acquisisce una dimensione geopolitica [cooperazione tra più Stati vicini]);

globalizzazione (diffusione a livello planetario del conflitto terroristico sia sul piano

mediale che attraverso la disseminazione di pseudo ideologiche terroristiche globali

[aggrega gruppi terroristici geograficamente distanti]); digitalizzazione (le tecnologie

digitali favoriscono la diffusione e la condivisione dei contenuti mediali di

propaganda terroristica). Il terrorismo moderno, che può essere definito “analogico”

in contrapposizione a quello contemporaneo “digitale”, realizzava la sua propaganda

attraverso la stampa, la radio, ma risultava praticamente inesistente l’uso della

televisione. Dal XX al XXI secolo c’è stata la nascita del neo terrorismo. Il

mutamento è stato determinato da due fenomeni: lo sviluppo tecnologico e la

conseguente interconnessione informativa, a livello globale, dei flussi mediali e

finanziari. Un’entità terroristica deve intendersi come un aggregato umano che opera

nella clandestinità, i cui affiliati si definiscono militanti. Tale organizzazione è

caratterizzata dalla compresenza di alcuni fattori-chiave: gli obiettivi strategici, il

modus operandi e i target operativi sono scelti per il loro valore simbolico in termini

di attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica in caso di attacco. Prima il

target era selezionato, ora è massificato.

- I media globalizzati.

La tecnologia digitale costituisce per il neo-terrorismo o terrorismo mediatizzato una

risorsa strategica in grado di accrescere esponenzialmente la loro capacità aggressiva.

- Il decisore politico.

Il governo deve operare tempestivamente e in modo strutturato attraverso sei attività

operative: verifica (individuare l’efficacia delle strategie di prevenzione e contrasto),

normazione (sviluppare politiche pubbliche volti al contrasto del fenomeno in

questione), comparazione (disaminare lo stato dell’arte dell’attività antiterroristica),

organizzazione (progettare e creare nuove strutture operative in grado di far fronte

alle nuove minacce individuate), internazionalizzazione (promuovere in ambito

internazionale la costituzione di accordi e di operazioni di contrasto al terrorismo),

garanzia (tutelare la presenza di una stampa libera come garanzia costituzionale). Il

terrorismo mediatizzato trova un terreno fertile soprattutto nei regimi democratici in

cui non vige un sistema censorio che possa limitare l’esplosività comunicativa. Il

giornalista si trova in difficoltà perché, da una parte, ha il dovere di informare

l’opinione pubblica, ma dall’altra sa che così facendo fomenterà il gruppo

terroristico.

- Il neo terrorismo.

Il terrorismo contemporaneo è caratterizzato da asimmetria, flessibilità operativa e

soprattutto da capacità di interconnessione comunicativa tra gruppi e soggetti. Grazie

a internet i gruppi si aggregano organizzandosi in network virtualizzati secondo

modelli strutturali: catena (si interconnettono in modo lineare e le informazioni

passano da un militante all’altro. Basta individuare un militante e la catena salta e

perciò è un sistema vulnerabile); stella (ognuno dei militanti per comunicare tra di

loro deve veicolare le proprie informazioni attraverso un soggetto posto al centro

della formazione a stella; è più difficile da sventare perché bisogna arrivare al

militante focale); matrice completa (fitta rete di connessioni fortemente dinamica.

L’estrema complessità di questa struttura comporta difficoltà nell’individuazione

delle cellule interconnesse). La situazione si è però evoluta ulteriormente grazie al

passaggio dal web 1.0 al web 2.0. Nascono modelli organizzativi interamente o

parzialmente virtualizzati, multidimensionali e multipiattaforma. Nell’ambito della

propaganda neo-terroristica, Internet consente ai terroristi di disseminare video delle

proprie gesta attorno ai quali creati comunità di interesse. La comunità virtuale si

basa su condivisione e continuo scambio tra i membri e i responsabili mediali delle

organizzazioni terroristiche attraverso forum, chat, mail, social media, ecc. Tuttavia la

proiezione nel web costituisce anche un elemento di vulnerabilità per le stesse entità

terroristiche, poiché la presenza online delle forze di polizia è notevolmente cresciuta.

- La dimensione digi-mediale del terrorismo.

Le nuove tecnologie permettono al terrorismo internazionale di ridurre le distanze e

di costruire un’invisibile rete di interconnessione multiattoriale. Oggi l’informazione

rappresenta un potere coercitivo nelle mani dei terroristi. Un esempio è l’invasione

dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche tra il 1979 e il 1989, conclusasi con

la perdita di 15.00 militanti e il ritiro. L’internalizzazione e la mediatizzazione di

questo conflitto ha sollecitato numerosi volontari islamici, che sono giunti da ogni

continente. Questa forma di pan-islamismo ha portato alla nascita di un piccolo

gruppo di combattenti islamici che ha preso il nome di al-Qaeda, che oggi è la più

potente organizzazione terroristica esistente al mondo. Nel terrorismo, il processo di

etichettamento è eterodiretto (si etichetta come “nemico” o “male” tutto ciò che non è

conforme agli ideali terroristici) o autodiretto (i terroristi si etichettano come

“difensori” combattenti per il bene così da legittimare ogni forma di violenza

prodotta) o de-umanizzante (disimpegno morale). Nell’ambito del terrorismo si

possono individuare due categorie organizzative: domestico (colpisce target presenti

sul territorio nazionale) e delocalizzato (colpisce target internazionali o presenti in un

Paese terzo). Il terrorismo contemporaneo si differenzia dalle precedenti forme di

terrorismo per: obiettivi politici strategicamente indefiniti (il compimento di attentati

su vasta scala riflette l’obiettivo di terrorizzare senza cercare di produrre alcun

mutamento istituzionale o di sovvertire il governo), modalità indiscriminata d’attacco

(azioni sanguinarie condotta ai danni della popolazione civile per ottenere

destabilizzazione e terrorizzazione), utilizzo di armi di distruzione di massa, struttura

reticolare (l’assenza di una struttura piramidale garantisce una notevole flessibilità

operativa, data dalla notevole espansione globale del network in piccoli aggregati

tattici e singoli soggetti), digitalizzazione (la ricerca di ottenere la massima attenzione

attraverso la spettacolarizzazione dell’attacco terroristico trova nella comunicazione

dei new media una risorsa indispensabile), attentato suicida (la sistematicità e

serializzazione del martirio come modus operandi comporta difficoltà in materia di

antiterrorismo, poiché prima gli attacchi erano selettivi e ai danni di precisi obiettivi),

autoproclamata legittimità divina (i neo-terroristi dichiarano di dover agire per

volontà del proprio Dio. Ciò rende possibile la distorsione di concetti cardine della

religione). Oggi le metropoli, prima luoghi sicuri, divengono il set di mega-attacchi

terroristici che devastano la quotidianità, calando il cittadino nel caso e

nell’insicurezza. Al-Qaeda si caratterizza per: de-territorializzazione (da una fase

afghana stanziale si è organizzata in una rete criminale globalmente organizzata, non

più identificabile in un solo territorio), de-etnologizzazione (non rappresenta gli

interessi di un singolo gruppo etnico, ma richiede il sostegno dei musulmani di tutto il

mondo), de-gerarchizzazione (c’è il mantenimento di una leadership ideologico-

morale, ma anche un’autonomia operativa affidata ai singoli soggetti sparsi nel

mondo). L’Europa è divenuta un bersaglio privilegiato del neo-terrorismo negli ultimi

anni, ma per quale motivo? Per alcune caratteristiche: logistica (per la possibilità di

effettuare spostamenti e incontri necessari a organizzare eventuali attacchi sul

territorio e a reclutare nuovi militanti), radicalizzazione identitaria (la memoria

colonialista, la mancata integrazione e il rifiuto xenofobo hanno fornito un efficace

alibi alla retorica radicalista e hanno fomentano l’animo di alcuni giovani musulmani

immigrati), soft targeting metropolitano (le città europee presentano numerosi

metropoli), partecipazione democratica (la stretta relazione che caratterizza l’Europa

tra governi e cittadinanza può portare a una grande reattività dei civili agli eventi

traumatici collettivi), media coverage (la vita nelle metropoli europee gode di una

costante copertura mediale), interdipendenze funzionali (il verificarsi di un atto

terroristico all’interno di uno Stato dell’UE comporta conseguenze sull’intero sistema

europeo), elevato sviluppo di infrastrutture e liberà mobilità, infiltrazione mafiosa (la

presenza di organizzazioni mafiose che necessitano di manodopera clandestina a

basso costo permette ogni giorno un florido indotto criminale) e mediterraneizzazione

(la notevole vicinanza tra le due sponde del Mediterraneo facilita le azioni

terroristiche). L’obiettivo dei terroristi è quello di raggiungere il massimo del media

coverage, catalizzando l’attenzione di un’audience che può essere categorizzata in:

vittimizzati (spettatori colpiti dall’evento terroristico), neutrali (audience scarsamente

toccata sul piano emozionale da quanto accaduto), simpatizzanti/sostenitori (si

identificano con gli attentatori e ne condividono i valori), spontaneisti (si riconoscono

nei proclami terroristici, interiorizzano i loro valori e ricorrono all’emulazione

adottando metodologie fai-da-te, sulla base di quanto appreso online) e voyeuristi

(soggetti che traggono piacere dall’estrema violenza degli attentati). Il “rimbalzo”

cross-mediale del terrore rappresentato ha lo scopo di generare nella popolazione

civile panico, paura, insicurezza, condizionandone abitudini, relazioni, scelte

politiche, nonché sollecitandone reazioni di sfiducia verso l’operato del proprio

governo. Un evento terroristico incide nel tessuto economico, sociale e politico di un

Paese in modo direttamente proporzionale al grado di libertà del media system. Per il

neo-terrorismo l’attività di propaganda (attraverso la copertura mediatica) risulta

essenziale perché solo in questo modo può sensibilizzare e reclutare militanti ed

ottenere una posizione di maggiore credito rispetto ad altri gruppi terroristici che

invadono i new media di filmati. Anche i dirottatori del passato dimostrarono di avere

piena consapevolezza dell’efficacia comunicativa del gesto, rilasciando nel corso del

dirottamento diverse interviste e comunicati, organizzando conferenze stampa. Dato

che alcuni governi provarono a censurare gli atti terroristici per non fomentare

ulteriormente le loro azioni, i gruppi terroristici hanno sviluppato le loro competenze

nell’ambito della comunicazione, in particolare delle tecnologie e dei nuovi media, al

fine di accresce la propria capacità di diffusione. La rappresentazione della violenza

attraverso i media può inoltre generare un “effetto contagio” (emulazione da parte di

persone già orientare all’estremismo). Oggi il neo terrorismo esprime il massimo

della propria potenza sanguinaria grazie ad una vera e propria dinamica di

weaponizzazione mediale, in cui l’informazione/rappresentazione dell’evento

terroristico diviene un’arma di distruzione di massa in grado di penetrare nelle società

contemporanee, producendo cicatrici indelebili, provocando terrore e condizionando

l’agenda dei governi. Parte IV: Risorsa.

Rieducare in carcere attraverso la comunicazione

- Premessa.

Articolo 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non

è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono

consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla

rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Ad ogni fase della pena corrisponde una funzione: alla fase edittale corrisponde la

funzione di prevenzione generale, che costituisce un mezzo per distogliere i

consociati dal compiere un crimine. La funzione di prevenzione si attua sia nel

momento in cui la pena è minacciata, sia quando è applicata e eseguita, dal momento

che una pena solo minacciata perderebbe la sua efficacia se non fosse anche eseguita.

Alla fase giudiziale corrisponde la funzione della retribuzione, secondo la quale la

pena è il corrispettivo del male commesso e viene applicata a cagione del reato

commesso. In questa fase viene determinata in concreto la funzione della misura della

pena, pertanto caratteri coessenziali della persona retributiva sono: la personalità, la

proporzionalità, la determinatezza e l’inderogabilità della pena. Alla fase

dell’esecuzione corrisponde la funzione dell’intimidazione (dimostrare la credibilità

del sistema, facendo scontare la pena) e della rieducazione. Il concetto di

rieducazione non va identificato con quello di pentimento, ma con quello di

risocializzazione, secondo il quale si deve condurre il soggetto verso un ritorno nella

comunità. Si vuole porre l’attenzione sulla funzione rieducativa della pena, nel caso

di pena detentiva, ed in particolare sul modo in cui questa funzione possa essere

realizzata attraverso la comunicazione. Se pensiamo all’istituto penitenziario, la

logica della segregazione è tipicamente desocializzante nel mezzo perché allontana

l’individuo dalla società, ma è risocializzante nel fine perché tende al suo recupero

sociale. La pena è castigo, ma anche speranza, pertanto il carcere pur segregando, non

deve emarginare.

- Il sistema penitenziario.

L’ordinamento penitenziario contiene l’insieme delle norme che regola l’esecuzione

della sanzione penale, quando essa consiste nella privazione della libertà. Tale

normativa pone al centro del sistema la figura del detenuto come persona. Il

trattamento penitenziario deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il

trattamento è improntato ad imparzialità. Nei confronti dei condannati deve essere

attuato un trattamento rieducativo che tenda al reinserimento sociale degli stessi. Si

deve distinguere il trattamento penitenziario da quello rieducativo. Per trattamento

penitenziario si intende quell’insieme di regole e di modi secondo i quali si svolge la

vita carceraria. In esso si individuano i diritti ed i doveri dei detenuti, la salvaguardia

della loro salute e il trattamento rieducativo. Il trattamento penitenziario è diretto a

qualunque tipo di detenuto. Rientra nel trattamento penitenziario il dovere dello Stato

di attuare nei confronti dei condannati un trattamento rieducativo. Il trattamento

rieducativo è diretto, invece, esclusivamente ai condannati definitivi e agli internati.

Il trattamento rieducativo deve essere personalizzato e cioè tale da rispondere ai

particolari bisogni di ciascun soggetto. Il trattamento rieducativo offre la possibilità al

detenuto di divenire responsabile dell’atto criminoso e degli effetti che questo ha

prodotto sulla vittima e sulla società e, in un secondo momento, gli offre quegli

strumenti che lo accompagneranno lungo il cammino del reinserimento nella

comunità. La funzione rieducativa della pena mira a escludere il comportamento

recidivo del condannato una volta tornato libero. Punizione e rieducazione sembrano

un paradosso non solo semantico. Il legislatore ha il compito di statuire norme con un

tenore letterale tale da subire interpretazioni capaci di adattarsi al mutamento sociale,

sino a che quest’ultimo non costringa il legislatore ad emanarne di nuove.

L’istituzione è un’autorità ed è dunque utile e necessaria quando sa comprendere,

quando è responsabile e quando sa compatire. La struttura penitenziaria deve essere

una comunità penitenziaria, un luogo dove è garantito uno spazio per il dialogo e la

vita partecipativa al di là della rigida disciplina. I detenuti sono percepiti come

emarginati non solo perché sono chiusi in carcere, ma perché sono esclusi dalla vita

della società a cui è impedito loro di partecipare. Quindi l’elemento dominante della

loro protesta è questa esigenza di partecipazione. Il carcere è una comunità

terapeutica dove si devono maturare esperienze risocializzative attraverso una vita

partecipativa.

- Comunicazione e carcere.

Il paradosso punizione-rieducazione viene superato attraverso la comunicazione. Solo

grazie alla comunicazione si dà un senso al dettato costituzionale contenuto nell’art.

27. Si possono individuare tre livelli di comunicazione riguardanti: il modo in cui il

mondo esterno valuta il mondo interno al carcere; il modo in cui i detenuti valutano il

mondo esterno; i rapporti interni alla realtà carceraria. La realtà carceraria appare

come lontana ed estranea, una realtà da rimuovere, disumana. Si tratta di

un’immagine distorta frutto di un giudizio superficiale. In verità, la realtà carceraria

non è affatto separata dalla società, bensì ne è parte costruttiva. La collettività deve

cambiare la propria percezione, deve partecipare all’apertura dell’istituto verso il

mondo esterno. Se si emargina il detenuto, si contribuisce alla distruzione della sua

personalità. Il mondo esterno è percepito come una realtà lontana e ostile, indifferente

ai suoi problemi. La solitudine porta al deterioramento dell’uomo e all’inaridimento

delle emozioni. La popolazione carceraria ha bisogno di sentirsi parte della società.

All’interno del carcere vige un clima di sospetto nei confronti degli operatori sociali

non appartenenti all’Amministrazione Penitenziaria, rendendo non solo più faticoso il

processo di comunicazione con l’esterno, ma determinando una chiusura

dell’istituzione penitenziaria. In questo contesto storico, l’Amministrazione

Penitenziaria non è dotata di mezzi sufficienti a garantire l’opera di risocializzazione

dei condannati, perciò è necessario sensibilizzare la comunità sul tema del carcere e

contare sull’aiuto che quest’ultima è in grado di offrirle.

- Un esempio: il caso della III Casa Circondariale di Rebibbia.

Da una parte il carcere è presentato come un’istituzione chiusa, dove emarginare i

criminali, dall’altra, come istituzione aperta volta a recuperare il soggetto. La realtà

carceraria presa in considerazione è quella dell’istituto penitenziario destinato ai

tossicodipendenti di Rebibbia. I condannati sono separati in gruppi per evitare

influenze negative e per attuare su di essi un trattamento comune. L’articolo 95

prescrive che: “la pena detentiva nei confronti di persona condannata per reati

commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendente deve essere scontata in

istituti idonei per lo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi”.

Perché è così importanti separarli dagli altri detenuti? Per evitare la diffusione

dell’uso di droga agli altri detenuti, sia per garantire ai drogati, più fragili, un

trattamento meno soffocante. Per questo motivo sono nati gli Istituti a custodia

attenuata. Accanto agli elementi del lavoro e dell’istruzione, rientrano nel trattamento

rieducativo le cosiddette attività ricreative culturali e sportive. Questo per coinvolgere

e stimolare la personalità dei detenuti. Queste attività devono essere organizzate in

modo da favorire la partecipazione di detenuti e internati lavoratori e studenti. Inoltre,

è bene sottolineare che queste attività non vanno a escludere quelle relative al lavoro

e all’istruzione. Nello svolgimento delle attività, l’organizzazione può avvalersi

dell’aiuto di volontari e di persone esterne in quanto il legislatore si è espresso a

favore di questo. La collaborazione di persone esterne è preziosa e necessaria per

coltivare la possibilità di dialogo tra le due realtà. La norma in esame fa riferimento a

due categorie di persone che possono partecipare allo svolgimento delle attività

culturali e ricreative: gli assistenti volontari e i privati e le istituzioni o le associazioni

pubbliche o private. Il magistrato della sorveglianza ammette tutti coloro che, avendo

concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti, dimostrino di poter

promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera.

Descriveremo ora una delle attività culturali e ricreative della III Casa Circondariale

di Rebibbia, un’attività che si incentra sulla comunicazione come strumento

attraverso il quale rieducare. Circa 3 anni fa un gruppo di detenuti manifestò

spontaneamente il desiderio di creare un giornale che fosse distribuito all’interno del

carcere. I responsabili educativi diedero loro un parere favorevole alla realizzazione

di un laboratorio di scrittura giornalistica, che diventò una vera e propria attività

culturale e ricreativa. L’attività si sviluppò in una serie di incontri settimanali nei

quali i detenuti componevano articoli su fatti di attualità, descrizione degli eventi che

avvengono nel carcere, la propria esperienza personale, ecc. Protagonista di questa

attività è la comunicazione scritta, orale e non verbale. La comunicazione ha così

dato vita a un progetto inedito. Il 1° numero di “Beccati a Scrivere” è uscito nel

maggio nel 2012 ed è stato presentato all’interno del carcere con grande

soddisfazione dei detenuti. Da questo genere di laboratori è possibile far crescere il

rapporto tra i detenuti e gli operatori penitenziari e poi i detenuti, comunicando con

membri appartenenti alla comunità esterna, dimenticano di essere reclusi e

riacquistano la loro individualità. Se alla fase dell’esecuzione penale corrisponde la

funzione rieducativa, lo Stato se ne deve fare promotore attraverso l’Amministrazione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher passariello.lucia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dall'antropologia criminale alla sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Marotta Gemma.

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