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– UNIVERSITA’ DI BOLOGNA

ALMA MATER STUDIORUM

DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELL’EDUCAZIONE

“Giovanni Maria Bertin”

Corso di laurea triennale in

EDUCATORE SOCIALE E CULTURALE

LA DISUMANIZZAZIONE DEI DETENUTI

ATTRAVERSO I SISTEMI COERCITIVI DI DETENZIONE

E IL REGIME 41BIS

Tesi di laurea in

SOCIOLOGIA DEI PROCESSI DI INCLUSIONE ED ESCLUSIONE

SOCIALE

Relatore Presentata da

Prof. Dario Tuorto Francesca Antonelli

Sessione prima

Anno accademico 2022 - 2023

1

INDICE

Introduzione

Capitolo primo

PENA O VENDETTA? IL CARCERE NON ESISTE DA SEMPRE

1.1. Lo sviluppo storico del carcere in relazione al compito rieducativo

1.2. Situazione del carcere in Italia

1.3. Analisi degli indicatori: sovraffollamento, suicidio e misure alternative

Capitolo secondo

COME SE LA PRIGIONE NON FOSSE ABBASTANZA

2.1 Sistemi coercitivi di detenzione

2.2 La tortura legalizzata in un contesto democratico

2.3 Ripercussioni psichiche sul detenuto

2.4 Sindromi del penitenziario

Capitolo terzo

REGIME CARCERARIO DIFFERENZIATO

“Il carcere duro”

3.1

3.2 La vita al 41bis

3.3 Protestare in carcere: il caso Cospito

Capitolo quarto

DALLA POLITICA CRIMINALE ALLA POLITICA SOCIALE

4.1 Inadeguatezza delle carceri alla rieducazione

4.2 Riforma o abolizione?

4.3 Alternative possibili: proposte sostitutive della pena detentiva

Conclusioni

Bibliografia

Sitografia 2

Introduzione

Una definizione sociologica della pena che si concentri sulla descrizione del fenomeno

prevede la presenza di alcuni attributi fondamentali: la natura afflittiva, programmatica,

espressiva e strategica della punizione. La natura afflittiva si riferisce agli effetti negativi

prodotti sulla persona punita, come la riduzione dei diritti e/o dei bisogni da soddisfare. Allo

stesso tempo, l'azione repressiva deve essere intenzionale e mirata a creare una relazione di

significato tra la pena e il soggetto passivo come una forma di riprovazione e censura. La

natura espressiva della pena si riferisce alla sua funzione simbolica di manifestazione

dell'autorità degli attori decisionali.

La natura strategica della pena si sviluppa in un contesto situazionale e ha lo scopo di

conservare determinati rapporti di potere. Solo la presenza di tutti questi attributi conferisce

D’altro canto,

1

alla reazione sociale la natura di penalità. Foucault affermava che la pena non

è mai stata una reale alternativa alla vendetta ma piuttosto una sua trasformazione in cui si è

passati dalla logica della vendetta come reazione ad un'offesa subita a quella della punizione

come espressione di una sovranità statale. In questo senso, la punizione ha sempre avuto una

funzione politica e sociale dal momento in cui ha contribuito a mantenere l'ordine sociale e a

rafforzare il potere dello Stato. Seguendo tale criterio, la pena, ha sempre avuto una funzione

2

di controllo e repressione piuttosto che di riabilitazione o di rieducazione. Si potrebbe

dunque affermare, paradossalmente, che lo Stato commetta una forma di violenza contro il

delinquente attraverso l'applicazione della pena, che viene tuttavia giustificata come una

tecnica per minimizzare la violenza collettiva. Sebbene la prigione rappresenti un'istituzione

brutale e violenta poichè il detenuto viene privato di ogni diritto e libertà, essa rappresenta la

forza "legale" minima che deve essere applicata per evitare l'insorgere di una violenza più

3

grande che vigerebbe in sua assenza: la vendetta privata.

Attraverso questa tesi, mi propongo di esplorare un settore specifico della realtà sociale: il

carcere. Lo farò analizzando la prospettiva di coloro che vi sono sottoposti, la giustificazione

fornita dalle autorità e le ragioni per cui la sua esistenza è considerata necessaria all'interno

delle istituzioni che governano la comunità sociale.

1 M. Pavarini, Pena in Enciclopedia delle Scienze sociali, vol. VI, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, 1996,

pp. 538-539

2 M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi 1976

3 M. Bortolato, E. Vigna, Vendetta pubblica: il carcere in Italia, Laterza, 2020

3

In particolare, ho scelto di dedicarvi attenzione in questo momento storico specifico a seguito

degli ultimi fatti di cronaca verificatisi nella nostra nazione. Si è improvvisamente

intensificato il dibattito riguardante il sistema carcerario, il regime di isolamento noto come

"41 bis" e le relative proteste. Queste circostanze mi hanno spinto a riflettere sul fatto che, per

la maggior parte delle persone, il carcere è considerato un luogo "inesistente", privo di

rilevanza ed interesse. Si tende a concepirlo come un'istituzione statica e immutabile senza

considerare la possibilità di apportarvi modifiche. Tuttavia, è fondamentale comprendere che

l'idea diffusa del carcere come luogo di detenzione per individui pericolosi e inclini alla

delinquenza è profondamente sbagliata. Il sistema penitenziario è in realtà un ambito

estremamente complesso e costituisce una parte integrante della società.

L'obiettivo principale della mia ricerca è quello di informare e stimolare la riflessione

riguardo al contesto penale, sia all'interno che all'esterno delle mura carcerarie. Attraverso

l'esplorazione di dati statistici, aspetti psico-sociali, dinamiche affettive e l'analisi dei metodi

coercitivi e violenti impiegati. Esaminando nel dettaglio il sistema carcerario al fine di

determinare se sia veramente un'istituzione inevitabile e l'unico strumento necessario per

affrontare la conflittualità sociale oppure, se presenta delle contraddizioni che mettano in

discussione la sua indiscutibilità. Il mio lavoro è suddiviso in quattro parti corrispondenti ai

quattro capitoli presenti nell'indice. Ciascuna affronta una sfaccettatura diversa dell'argomento

in questione. 4

Capitolo primo

PENA O VENDETTA? IL CARCERE NON ESISTE DA SEMPRE

"Il castigo è passato da un'arte di sensazioni insopportabili

a un'economia dei diritti sospesi.

La punitività si è spostata dal corpo alla libertà,

4

alla coscienza; si è internalizzata."

1.1 Lo sviluppo storico del carcere in relazione al compito rieducativo

La nascita del carcere e della sua funzione punitiva è il risultato di un lungo processo storico e

sociale. La prigione, fino alla fine del XVIII secolo, aveva una funzione limitata alla custodia

dei detenuti in attesa di giudizio o di esecuzione della pena e non aveva nessuna finalità di

correzione o rieducazione. Tuttavia, a partire dalla fine del XVIII secolo e all'inizio del XIX

secolo, sulla base dei principi illuministi, vi fu una svolta decisiva in cui furono gradualmente

abbandonati i metodi di tortura fisica, i castighi corporali e la pena di morte come forme di

punizione ed al loro posto venne adottata la privazione della libertà come pena principale.

Uno dei pionieri dell'idea di punizione più umana e rieducativa è stato il filosofo italiano

Cesare Beccaria nel suo libro "Dei delitti e delle pene" del 1764. Beccaria riteneva che il

castigo per un crimine dovesse essere proporzionale alla gravità del reato commesso.

Sosteneva un approccio più umano alla punizione dei criminali, puntando alla loro

reintegrazione. Invece di infliggere pene fisiche o la morte, proponeva un regime detentivo

che permettesse al criminale di meditare sulla propria condotta e di essere reintegrato nella

società attraverso programmi di rieducazione. A suo parere il sistema giudiziario doveva

essere basato sulla certezza della pena in modo che i potenziali criminali potessero essere

scoraggiati dall'idea di commettere un reato e che i cittadini avessero fiducia nella giustizia

5

del sistema.

In seguito alla diffusione della pratica carceraria come forma predominante di pena il filosofo

e giurista inglese Jeremy Bentham si distinse come creatore e ideatore della prigione ideale

chiamata "panottico" o "panopticon", termine che venne coniato durante la Rivoluzione

Francese. Il panottico rappresentava una prigione con una struttura precisa e accuratamente

4 Cfr. Foucault, 1976

5 C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, edizione a cura di R. Fabietti, Milano, Mursia, 1973.

5

progettata al fine di consentire al guardiano di osservare tutti i detenuti, senza che questi

ultimi potessero sapere di essere sotto sorveglianza in un determinato momento.

Secondo Bentham, l'adozione di questo tipo di prigione avrebbe portato ad una maggiore

disciplina e rieducazione poiché la costante sorveglianza avrebbe garantito una riduzione delle

trasgressioni da parte dei detenuti stessi. Il panottico rappresenta, dunque, un esempio

emblematico di come le idee illuministe del XVIII secolo sulla razionalizzazione e la

disciplina dell'uomo si siano estese anche alla pratica carceraria, con l'obiettivo di creare un

“Tentativo ingenuo e non realizzato di

6

sistema penitenziario più efficiente e rieducativo.

sistema punitivo e di controllo, all’efficienza produttiva, tentativo che

abbinare un esasperato

mostra già la decisa tendenza degli anni che verranno a privilegiare il primo aspetto”. 7

Secondo Melossi e Pavarini la privazione della libertà come forma principale di punizione ha

8

origine dalle workhouses , - prime istituzioni di case lavoro basate sul lavoro forzato che in

seguito diverrà il modello di tutta l’Europa riformata -, in cui la società del XVI secolo ha

posto la libertà al centro dell'organizzazione sociale. Questo concetto di libertà è strettamente

legato al principio di libera scelta, che è valutato sia dal punto di vista politico che economico.

Solo in una società di questo tipo è possibile concepire la punizione come privazione della

9

libertà, cosa che non sarebbe mai avvenuta in una società basata sulla schiavitù.

L’emergere del penitenziario quindi, sulla base dell’idea che ogni società crea le proprie

forme punitive in risposta ai propri rapporti di produzione, è interpretato come una diretta

conseguenza dell’affermazione della rivoluzione industriale. Quest’ultima promuove un

momento di forte urbanizzazione e così facendo anche la diminuzione del bisogno di

manodopera. Ne consegue una diffusa disoccupazione che spinge le grandi masse segnate

dalle povertà verso il crimine come forma di sussistenza.

6 J. Bentham, “Panopticon, ovvero la casa d’ispezione”, Trad. it a cura di V. Fortunati, ed 2002, c.ed. Marsilio.

7 D. Melossi, M. Pavarini, “Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario”, Il Mulino, 1977

8 Precedentemente all'idea di carcere moderno, all'inizio del Cinquecento si era sviluppata in Olanda l'idea della

"casa-lavoro". A seguito della prima industrializzazione e dell’urbanizzazione delle campagne grandi masse di

contadini affamati erano arrivati nelle città dell'Europa del Nord. Vista la forte difficoltà nel trovare lavoro

vagabondi, oziosi, violenti di ogni genere delinquevano nei centri urbani. Nacque così il bisogno di contenere

queste masse prima che le grandi città divenissero invivibili. Da questa necessità vennero create le case-lavoro

e con esse il concetto moderno di lavoro forzato. (Vendetta pubblica: il carcere in Italia, Bortolato, Marcello,

2020)

9 Op. cit. 6

L’andamento di questo rapporto fra richiesta ed offerta fa sì che il valore sociale della vita

umana sia più elevato quando la forza lavoro è scarsa e va riducendosi quando la richiesta è

troppo alta. Questo andrebbe ad influire direttamente sul diritto penale che nel primo caso si

fa più clemente e risocializzante, mentre nel secondo si fa meno umano e tende a promuovere

pene più dure e minatorie. Questo è esattamente quello che accade con la rivoluzione

industriale in cui ritroviamo un esubero di manodopera con una scarsa offerta di lavoro e di

all’ordine, alle

conseguenza una risposta fatta di pene che hanno il solo fine di abituare

10

gerarchie sociali e alla disciplina.

1.2 Situazione del carcere in Italia

Nonostante il cambiamento nella concezione della punizione avvenuto alla fine del 1700 in

Italia le carceri continuarono ad essere gestite secondo il vecchio sistema della vita in comune

fino all'Unità d'Italia. Nel 1860 gli spazi di reclusione erano suddivisi dal Ministero

dell'Interno in bagni penali, carceri giudiziarie, case di pena, case di relegazione e case di

custodia, a seconda del tipo di reato, della durata e delle modalità previste per scontare la

pena. Il regolamento prevedeva l'isolamento notturno, il lavoro obbligatorio e controllato ed il

silenzio assoluto.

Nel 1891 fu pubblicato il primo documento fondamentale per la disciplina delle istituzioni

penitenziarie: il "Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori

11

governativi" . Questo segnò un importante punto di svolta poiché sostituì la pena di morte,

che era stata abolita dal Codice Zanardelli, con la condanna all'ergastolo. Per la prima volta fu

12

fatta distinzione tra "stabilimenti carcerari" e "stabilimenti riformatori" .

Nel 1930 venne approvato il Codice Rocco, che introdusse una netta separazione tra

l'universo carcerario e il mondo esterno. Molti degli articoli di quest’ultimo si concentravano

sulla pratica religiosa e sull'istruzione dei detenuti, poiché la trasmissione dell'ideologia

fascista era uno degli obiettivi principali del regime anche nel sistema carcerario.

Il Regolamento Rocco rappresentava la vecchia concezione della pena, in cui la privazione

della libertà era vista come un mezzo per punire il reo attraverso l'isolamento, la sofferenza

fisica e la durezza del carcere. Concepiva la prigione come una realtà separata dalla società

10 Francesca Vianello, Sociologia del carcere: un'introduzione, 2019

11 Raccolta Ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia del 1891

12 Cfr. L. Ferrari, No prison. Ovvero il fallimento del carcere, Rubbettino Editore, Soveria, Mannelli,2015, p.37

7

civile, dove l'isolamento, la mortificazione fisica e la durezza avrebbero dovuto svolgere la

funzione di rafforzare la capacità di pentimento e ravvedimento del reo. Tuttavia, questa

visione della pena come un utile funzione di rimozione non si basava sulla riabilitazione

attraverso la risocializzazione del detenuto.

Negli anni successivi, dopo una serie di dibattiti tra studiosi di diritto penitenziario, venne

promulgata la Legge n. 354 del 1975 che ha rappresentato una delle fonti più importanti per

l'applicazione di misure detentive finalizzate al trattamento rieducativo del condannato nel

sistema normativo italiano attuale. Tale normativa introduce una concezione della pena

soprattutto rieducativa, opponendosi all'approccio sterile e difensivo che prevaleva

nell'Ordinamento penitenziario precedente, incentrato sulla neutralizzazione e

sull'annullamento del soggetto recluso.

La Legge sancisce per la prima volta il riconoscimento del detenuto come persona dotata di

bisogni ed esigenze specifiche, sottolineando la necessità di far valere i propri diritti. In tal

modo, la norma stabilisce l'idea che le sanzioni adottate dallo Stato debbano essere orientate

alla rieducazione, piuttosto che alla mera punizione, e che il regime di detenzione speciale

abbia la finalità di rieducare il detenuto. Tutto ciò si fonda sulla premessa che il sistema

penitenziario debba rispondere alle esigenze di giustizia e di tutela dei diritti, promuovendo il

13

reinserimento sociale del detenuto e contrastando la recidiva.

Un ulteriore punto di rilevanza nell'ambito del nuovo Ordinamento penitenziario riguarda la

necessità di individualizzazione del trattamento, che rappresenta un abbandono della vecchia

logica di depersonalizzazione. In questo modo, si mira ad enfatizzare gli elementi della

personalità del detenuto al fine di riadattarlo socialmente. Questo concetto di

individualizzazione si riferisce alla necessità di adattare la pena alla personalità socio-psichica

dell'autore del reato, ovvero di individuare le cause del comportamento deviante e di definire

le modalità di trattamento più idonee per il suo recupero, in modo da permetterne il

14

reinserimento nella società.

Secondo l'Art. 27, comma 1 dell'Ordinamento penitenziario italiano, tale trattamento deve

essere preceduto da un'osservazione scientifica della personalità del detenuto, diretta

13 C. Serra, Psicologia penitenziaria. Sviluppo storico e contesti psicologico - sociali e clinici. Milano: Giuffrè

Editore, 2000

14 Ibid. 8

all'accertamento dei bisogni individuali connessi alle eventuali carenze psico-fisiche,

15

affettive, educative e sociali. Questo processo di osservazione scientifica consente di

valutare la situazione del detenuto e di individuare le possibili cause del suo comportamento

deviante, al fine di sviluppare un trattamento personalizzato che lo aiuti a superare le sue

difficoltà e a migliorare la sua capacità di reinserimento sociale. Secondo un'analisi

approfondita di Luigi Manconi la riforma interviene su quattro principali linee guida

nell'ambito dell'esecuzione penale:

- democratizzare l'area penitenziaria al fine di favorire la risocializzazione del detenuto

attraverso l'attivo coinvolgimento del condannato nella gestione del percorso

detentivo, con l'obiettivo di sostituire il modello autoritario del passato;

- adottare un sistema punitivo misto accompagnato da una maggiore interazione tra il

carcere e la società esterna, attraverso l'implementazione di programmi di lavoro

all'interno del sistema penitenziario;

- trasformare la fase d

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Frens00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi di inclusione ed esclusione sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Tuorto Dario.
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