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Dittatura Pinochet e tortura gli orrori di un Cile del XX secolo

Argomenti presenti nella tesi:

1. Gli anni del regime di Pinochet
1.1 Augusto Pinochet Ugarte
1.2 La dittatura Pinochet
2. La rinascita dell’opposizione... Vedi di più

Materia di Cultura dei paesi di lingua Spagnola relatore Prof. M. Rosti

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ESTRATTO DOCUMENTO

10 Dal sito internet http://www.scielo.cl (articolo “Homo loquax Pinochet”)

Parte seconda:

LA DIABOLICA MACCHINA DELLA

TORTURA 22

LA MORTE E LA FANCIULLA DI ARIEL DORFMAN

1. Ariel Dorfman nacque in Argentina, studiò in Cile e divenne cittadino

cileno. A causa del golpe del 1973, fu costretto all’esilio, prima in Europa,

poi negli Stati Uniti. Ha scritto diversi romanzi ed opere teatrali,

riscontrando un notevole apprezzamento da parte del pubblico sia inglese

che statunitense. Scrittore bilingue, ha realizzato le prime stesure di alcuni

libri in inglese per poi autotradurle in spagnolo.

La morte e la fanciulla, abbozzato come romanzo durante l’esilio, è stato

poi convertito in pièce teatrale dopo il rientro in patria. La sua prima

pubblicazione avvenne in inglese, successivamente fu tradotta in spagnolo e

in molte altre lingue, dato il successo riscontrato. La stesura dell’opera

avvenne intorno al 1991, periodo in cui il Cile affrontava il problema di un

governo non più dittatoriale, ma, con al potere, gli stessi uomini del regime;

in questa delicata fase storica, il paese tentava di far luce, attraverso la

Commissione Retting, sui crimini e le violazioni compiuti sotto il regime

pinochetista.

Il testo di Dorfman non fornisce reali collocazioni temporali, né

cronologiche, tant’è vero che la storia che l’autore è andato delineando è

possibile contestualizzarla in un qualsiasi paese sudamericano liberatosi dal

giogo di un governo totalitario. La volontà di Dorfman, sembrerebbe,

quindi, quella di rendere universale il dramma cileno.

La storia nasce e si esaurisce in unico ambiente: l’agiata casa di

campagna degli Escobar. Tale scelta si presenta come puntuale agli

avvenimenti. Notevole è, infatti, la sensazione claustrofobica che l’unicità

di spazio ingenera nei lettori-spettatori. I protagonisti sono tre e presentano

caratteri precisi, tragici e patetici insieme. Paulina Salas, una donna di circa

quarant’anni, si presenta da subito volubile, ansiosa, a tratti isterica.

All’epoca della repressione venne sequestrata e, durante la detenzione,

picchiata, seviziata e torturata. Gerardo Escobar, suo marito, di circa

quarantacinque anni, è un insigne avvocato e in quanto tale presiederà una 23

fantomatica Commissione che faccia chiarezza sulle iniquità del passato

regime. Innamorato della moglie, ma nella sua mediocrità, incapace di

affrontare le frustrazioni della medesima, è tutto proteso al successo in

ambito lavorativo. Infine il dottor Roberto Miranda, un uomo dai modi

garbati, sulla cinquantina e padre di famiglia.

Una sera piovosa Gerardo, avendo forato una gomma della sua

macchina, riceve un passaggio in auto da uno sconosciuto, appunto il tal

dottor Miranda. Dopo un breve dialogo fra Paulina e il marito, il silenzio

notturno, accompagnato per l’intera opera dal solo fragore del mare, si

rompe col suono del campanello: alla porta vi è Roberto. Il medico, con la

scusa di riportare la gomma riparata a Gerardo, ha in realtà intenzione di

conoscere quelli che saranno gli obiettivi di lavoro della Commissione,

avendo sentito alla radio proprio il nome di “Gerardo Escobar” come uno

degli avvocati che si adopererà per la causa delle vittime del regime.

Paulina, celandosi all’estraneo, origlia i discorsi dei due uomini. I suoi

affannosi spostamenti sono il preludio di un’amara scoperta, prima per la

donna, poi per il lettore: quell’uomo, quel dottore tanto gentile e premuroso,

non è altro che uno dei più squallidi e sordidi torturatori di Paulina. La

donna lo riconosce dalla voce, non avendolo mai potuto vedere in faccia e

da una serie di altri elementi: ad esempio, da citazioni di Nietzsche e da una

musicassetta che l’uomo possiede nella sua auto, sulla quale è registrata la

quattordicesima sinfonia di Shubert intitolata “La morte e la fanciulla”.

Durante il regime, infatti, Miranda era stato uno dei tanti medici

chiamati ad assistere a sedute di tortura per decretare il grado di

sopportabilità della vittima. Ma Roberto non si era comunque risparmiato

nel maltrattare psicologicamente e fisicamente Paulina, né nell’abusare

sessualmente di lei.

Paulina, attraversata dal brivido del ricordo e dell’orrore, dopo anni di

silenzi e confessioni di verità mozzate, decide di sfogliare nuovamente le

pagine del passato.

Roberto, su invito dell’avvocato Escobar, trascorre la notte

nell’abitazione dei due coniugi, ma al mattino ad attenderlo c’è una 24

macabra sorpresa: Paulina, intenzionata ad effettuare una sorta di processo

domestico, lega Miranda ad una sedia, lo ammutolisce ficcandogli in bocca

i propri slip e incomincia con una sequela di intimidazioni e ritorsioni.

Facendo la voce grossa, ribadisce frasi umilianti che le venivano ripetute

durante la prigionia, lo minaccia con una pistola e lo costringe alla

confessione, il tutto sulle note di Shubert, il compositore che Miranda

faceva ascoltare alla Salas durante le sedute di tortura.

Entra nuovamente in scena Gerardo: sconvolto dalla situazione e dalle

volontà di Paulina, cerca di persuadere la moglie. Egli crede, infatti, che la

giustizia non si possa ottenere utilizzando le medesime modalità dei

torturatori. Ma la donna è decisa, nonché travolta da un’isteria impossibile

da biasimare, a farsi rilasciare una confessione prima registrata, poi scritta e

firmata da parte del medico. E sceglie come mediatore della diatriba

Gerardo stesso. È in questo punto dell’opera che avviene la catarsi della

donna: convivente per anni con ferite ancora sanguinanti e con una

posizione di frustrazione femminile per non aver portato a termine gli studi

di medicina a causa del sequestro e per essere sempre stata al fianco di un

marito affermato, ha finalmente la possibilità di liberarsi, per lo meno in

parte, degli spettri del passato. Racconta al marito, nei minimi dettagli,

quanto subito da parte dei suoi carcerieri senza, ovviamente, farsi sentire da

Miranda. Distorce, però, volontariamente alcuni particolari della storia.

Dopodiché arriva il turno del dottore, costretto da Gerardo a confessare,

Roberto narra la storia, autoproclamandosi sempre innocente, ma fornendo i

dettagli reali che, invece, erano stati falsati da Paulina. Solo così la

protagonista de La morte e la fanciulla potrà ottenere l’ulteriore e definitiva

conferma che di fronte a sé ha il suo carnefice. Durante la confessione,

anche per Roberto vi è una sorta di catarsi, ma solo parziale, a mio avviso.

Infatti egli stesso ammette che quell’incarico, datogli sotto la dittatura, gli

aveva via via procurato sempre più piacere. Inoltre, la stessa Paulina decide

di non uccidere il medico perché non le risulta essere affatto pentito. In

verità il dialogo fra il torturatore e la torturata, che ha visto nell’opera un 25

curioso rovesciamento di ruoli, si sospende bruscamente senza rivelarci

cosa ne sia stato di Miranda.

La pièce si conclude con un’immagine dei coniugi Escobar a teatro,

intenti ad ascoltare “La morte e la fanciulla” di Shubert. All’appuntamento

non manca la figura del dottor Roberto Miranda, il quale non si sa se sia

realmente lui in carne ed ossa o solo un fantasma.

Di sicuro, però, grazie all’incontro-scontro col suo torturatore, Paulina può

nuovamente godere della musica di Shubert, suo compositore preferito

prima del sequestro.

In definitiva, Gerardo, nella sua ostinata mancanza di volontà nel

prendere posizioni, è il ritratto dei cileni che desiderano a tutti i costi la

riconciliazione. Paulina, al contrario, incarna il sentimento di coloro che

ripongono speranze nell’operato della Commissione Retting, è la voce che

1

rompe il silenzio .

IL RICONOSCIMENTO DELLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI

2. UMANI IN CILE

2.1 I primi passi

Il Cile approvò nel 1972 il Patto Internazionale per i “Diritti civili e

politici”, dove si condannava espressamente la tortura.

Immediatamente dopo il golpe del 1973, organizzazioni internazionali

come il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Amnesty International,

le Nazioni Unite nominarono delle Commissioni ad hoc per investigare su

quanto succedeva in Cile. Fu così che si poté comprovare l’esistenza e la

diffusione della prigionia e della tortura nel suddetto paese. Secondo queste

stesse organizzazioni internazionali, approssimativamente cinquantamila

persone soffrirono il carcere e la tortura, solo tra il mese di settembre e

quello di dicembre del 1973.

Dallo stesso 11 settembre 1973, gruppi nazionali di medici, psicologi, 26

1 A. Dorfman, La morte e la fanciulla, Garzanti Editore, 1993

assistenti sociali ed avvocati poterono comprovare i gravi traumi, non solo

individuali, ma anche familiari e sociali, che la tortura aveva prodotto. Per

conseguenza dell’emarginazione, del disconoscimento, della negazione,

dell’impunità e della quasi nulla riparazione, questo flagello ha resistito nel

tempo e si è reso evidente soprattutto dopo l’arresto di Pinochet a Londra.

Il 26 novembre 1988 il Cile ratificò, inoltre, la “Convenzione contro la

tortura ed altri trattamenti crudeli, inumani e denigranti”.

Il 25 aprile del 1990, il governo del presidente Patricio Aylwin creò una

Commissione di “Verità e Riconciliazione” che avesse come obiettivo

quello di mettere in luce la verità sulle più gravi violazioni dei diritti umani

come le situazioni di detenuti scomparsi, uccisi e torturati fino alla morte,

dove sia risultata evidente la responsabilità morale dello stato. A

conseguenza di ciò, le persone torturate rimaste in vita vennero escluse da

ogni procedimento, da ogni forma di giustizia e non ottennero una

riparazione integrale. Si escluse, così, uno dei più gravi crimini: la tortura

ed il caso di coloro che vi sopravvissero.

I primi progressi si ebbero nel 1996, quando venne costituita la

Commissione Etica. Tale organo intraprese uno studio sulle vittime della

tortura e sulle conseguenze di questa durante la dittatura militare, con lo

scopo di consegnare questi elementi allo stato. Si sono presentate denunce

per tortura e sono iniziati processi per la riparazione del danno. Il numero di

persone torturate durante la dittatura militare in Cile, secondo le

organizzazioni nazionali ed internazionali, è superiore ai trecentomila casi.

Per questo, il riconoscimento da parte dello stato e della società cilena di

questo crimine è imprescindibile per riparare i traumi fisici, mentali, morali

e sociali che hanno avuto le proprie conseguenze fino ad oggi e perché si

ottenga la verità, la giustizia e soprattutto ci sia una sorta di risarcimento

morale per le vittime della tortura. Lo stato è obbligato a porre fine al

silenzio cui i sopravvissuti alla tortura sono stati obbligati a vivere in questi

anni. Deve, inoltre, rispettare la giurisdizione nazionale ed internazionale, 27

2

riconoscendo questo crimine come inammissibile e imprescrittibile .

2 Dal sito internet http://www.oikos.org (articolo “Ecologia della politica”)

2.2 Il rapporto della “Comisión nacional sobre prisión política y

tortura”

Nel 2004, dopo ben trentuno anni dal golpe, la “Comisión nacional sobre

prisión política y tortura” ha reso pubblico un informe che porta il nome di

“Rapporto Valech”, primo vero e proprio resoconto in grado di scavare

nella dimensione oscura nazionale, nell’abisso delle sofferenze e dei

tormenti cileni. A seguire, riporterò i punti da me ritenuti salienti del

suddetto rapporto:

La Commissione

La “Comisión nacional sobre prisión política y tortura” si forma

ufficialmente nel novembre del 2003 […] con il compito, da un lato di

stabilire in modo rigoroso una lista di persone che avessero sofferto la

detenzione arbitraria e la tortura per motivi politici tra l’11 settembre 1973

e il 10 marzo 1990, dall’altro di proporre misure di riparazione. Nei sei

mesi di funzionamento, la Commissione […] ha raccolto circa

trentacinquemila testimonianze […]. La presentazione delle testimonianze è

stata un atto volontario da parte delle vittime che, oltre allo sforzo e al

dolore del ricordo traumatico, hanno anche dovuto accettare che il loro

nome fosse inserito in una lista pubblica […].

Il contesto

I fattori che hanno favorito il ricorso massivo e prolungato alla prigione

politica e alla tortura sono stati individuati nei seguenti elementi storici e

politici:

- La concentrazione dei poteri statali nelle mani della Giunta militare […];

- L’abdicazione del potere giudiziario […];

- Lo sviluppo dell’apparato repressivo della dittatura […];

- L’assenza, causata sia dalla censura sia dalla convivenza con le autorità, di

organi di opinione pubblica […]. 28

I diversi periodi

PRIMO PERIODO: SETTEMBRE-DICEMBRE 1973

Il 67,4% dei testimoni […] riferisce essere stato torturato in questo periodo,

principalmente da membri delle forze armate e carabinieri, in un contesto di

repressione generalizzata e massiva in cui era stato dichiarato lo stato di

emergenza per giustificare le detenzioni. Le vittime erano recluse in stadi,

campi di detenzione, commissariati e carceri. Coloro che in seguito

riuscirono ad uscire di prigione furono messi agli arresti domiciliari o

esiliati.

SECONDO PERIODO: GENNAIO 1974-AGOSTO 1977

Il 19,3% delle vittime dichiarò di essere stata detenuta in questo periodo. La

repressione e gli arresti furono attuati principalmente dalla DINA

(Direzione di Intelligenza nazionale). I principali attacchi furono rivolti ai

quadri di base e direttivi del Movimento di Sinistra Rivoluzionaria e di

quelli dei partiti Comunista e Socialista, con lo scopo di impedire la

riarticolazione di una rete di opposizione al regime dittatoriale. La

repressione si svolgeva in una cornice prevalentemente nascosta

e segreta che non lasciava nessuna possibilità di comunicazione tra il

mondo esterno e i prigionieri […].

TERZO PERIODO: AGOSTO 1977-MARZO 1990

Dopo la DINA, è la CNI ad essere il principale attore responsabile della

repressione denunciata dal 13,3% dei testimoni […]. I primi obiettivi di

questo periodo furono, da un lato le “poblaciones”, in cui spesso il

malcontento popolare si manifestava con proteste e barricate, dall’altro i

membri e la rete di supporto delle organizzazioni che partecipavano alla

resistenza armata.

Metodi di tortura

Secondo la definizione operativa della Commissione, per tortura si intende

“qualsiasi atto con il quale si abbia intenzionalmente inflitto a una persona

dolore o sofferenze gravi, sia fisici che mentali, con il fine di: 29

- ottenere dalla stessa o da una terza persona informazioni o una

confessione;

- castigarla per un atto commesso […];

- annullare la sua personalità o diminuire le sue capacità fisiche e mentali”.

Secondo le testimonianze i principali metodi di tortura, spesso utilizzati

contemporaneamente sulla stessa vittima, furono i seguenti:

colpi reiterati, lesioni corporali deliberate, appendere i prigionieri, posizioni

forzate, applicazione di elettricità, minacce, simulazione di esecuzioni,

umiliazioni e offese, denudare, aggressioni e violenza sessuale, presenziare,

vedere e sentire le torture degli altri, roulette russa, presenziare alla

fucilazione di altri detenuti, incarcerazione in condizioni disumane,

privazione deliberata dei più comuni mezzi di sussistenza, privazione o

interruzione del sonno, asfissia, esposizione a temperature estreme.

VIOLENZA SESSUALE CONTRO LE DONNE

Delle quasi quattromila donne che hanno testimoniato davanti alla

Commissione, la quasi totalità ha dichiarato di essere stata oggetto di

violenza sessuale e più del 10% di essere stata violentata. È importante

sottolineare che, nonostante le donne furono arrestate, detenute e torturate

per le loro idee, azioni e partecipazione politica e non per il loro genere, i

metodi repressivi utilizzati contro di loro si basavano soprattutto sulla

violazione sessuale, aggravando l’impatto sopra l’integrità psicologica e

morale delle vittime.

Delle duecentoventinove donne detenute in stato interessante, undici furono

violentate, venti abortirono e quindici partorirono il loro figlio in prigione.

Tredici donne dichiararono esplicitamente di essere rimaste incinte dello

stesso violentatore e, di queste, sei portarono a termine la gravidanza.

Centri di detenzione

[…] Oltre alle strutture delle forze armate e dei carabinieri, soprattutto nei

primi mesi, diventarono centri di interrogatorio e tortura anche edifici

pubblici, stadi, ospedali, industrie, scuole, licei e università.

La quasi totalità degli arresti fu effettuata durante la notte, spesso anche

davanti ai figli, con grida, colpi, calci e minacce di morte rivolte anche al 30

resto della famiglia. L’accusato veniva portato via legato, bendato o

incappucciato, e nel veicolo che lo trasportava, era brutalmente picchiato.

Soprattutto le persone arrestate dalla DINA erano detenuti formalmente

inesistenti per lo stato cileno. Le condizioni di detenzione erano variabili

ma spesso i prigionieri dormivano per terra, senza materasso né coperte,

privati di cibo e di acqua o con scarsa e cattiva alimentazione. Vivevano

stipati in un ambiente insalubre, legati e bendati, senza accesso ai servizi

igienici, sottoposti costantemente a umiliazioni e abusi di potere,

nell’incertezza assoluta di ciò che sarebbe stato di loro.

Profilo delle vittime

[…] La maggioranza delle vittime erano giovani uomini, generalmente

occupati. Tra coloro che dichiararono affiliazione politica, numerosi erano i

militanti di base del Partito Socialista e del Partito Comunista […].

Conseguenze della prigione politica e della tortura

La tortura fu uno strumento di controllo politico applicato sistematicamente

che, mediante sofferenze fisiche e psicologiche estreme, era finalizzata ad

annullare qualsiasi opposizione al regime. Minando inoltre la capacità di

resistenza fisica, morale e psicologica, la tortura cercava di tagliare i legami

dei detenuti con le precedenti reti sociali e politiche. È per questo che

l’esperienza della prigione politica non affettò solamente il corpo delle

vittime bensì anche la morale, deteriorando il loro senso di dignità e

integrità personale. La rinuncia forzata ai propri valori, la collaborazione

involontaria con i torturatori o la rassegnazione a incolparsi di delitti dei

quali sapevano di essere innocenti causarono nelle persone che le subirono

un trauma che dura ancora oggi e che attraversò tutte le dimensioni vitali

della loro esistenza e di quella delle loro famiglie.

In generale, per la maggioranza dei detenuti, il primo impatto

traumatizzante fu scoprire che l’aggressione e il rischio di morte

provenivano da agenti dello stato, davanti al cui potere armato si sentivano

indifesi. Le torture avvenivano inoltre in luoghi segreti, senza limiti di

tempo né di sofferenze, il prigioniero era totalmente isolato, totalmente in

balia dei suoi torturatori in quanto la sua stessa detenzione era negata dalle 31

autorità. Tutto ciò produsse sia una rottura profonda del modello storico di

partecipazione civica e della fiducia normalmente accordata alle istituzioni

sia un collasso del sistema difensivo che fece sì che l’angoscia diventasse il

sentimento prevalente nella vita dei detenuti.

LESIONI E MALATTIE

I principali danni fisici riscontrati dalla Commissione riguardano le

distorsioni delle percezioni sensoriali dovute a traumi relativi agli occhi e

all’apparato acustico. Sono stati denunciati anche traumi e fratture ossee

coinvolgenti colonna vertebrale, costole, mani, piedi, ginocchia e testa,

perdita di denti in seguito a colpi con oggetti contundenti e ad applicazione

di elettrodi, danni ai genitali e agli orifizi del corpo come ano e bocca,

alterazione della funzione renale, danni muscolari e neurologici, cicatrici

per ferite o bruciature. Bisogna inoltre considerare che dopo le lesioni i

prigionieri non erano curati e ciò, in molti casi, ha portato all’aggravarsi del

disturbo o alla sua cronicizzazione. Come conseguenze difficilmente

reversibili si sono identificati quadri psicotici, depressioni gravi,

amputazione di parti del corpo, infertilità, deterioramento del sistema

immunologico.

CONSEGUENZE PSICOLOGICHE

Le conseguenze psicologiche più ricorrenti nelle testimonianze sono:

il senso di impotenza provato dal momento dell’arresto e della detenzione,

la vergogna per essere trattati come delinquenti, il senso di colpa

per aver parlato sotto tortura, mettendo in pericolo così i propri cari, la

vergogna e il senso di colpa per essere stati oggetto dei più atroci abusi

sessuali, l’impotenza e il senso di colpa per aver presenziato alle torture di

altri, ma senza aver potuto impedirne l’esecuzione, un permanente senso di

insicurezza, umiliazione, depressione, angoscia e disperazione.

Altri effetti a lungo termine sono stati: disturbi del sonno e della memoria,

fobie, timori e modifiche comportamentali. La maggioranza delle persone

ha fatto anche riferimento al senso di solitudine e isolamento provato in

seguito alla scarcerazione […]. Anche all’interno delle proprie famiglie gli

ex-prigionieri incontrarono molte difficoltà nella condivisione della loro 32

esperienza per via del carattere quasi incomunicabile di quest’ultima. La

frustrazione per questa situazione era aggravata dal disinteresse,

l’incredulità e la negazione della società rispetto all’esistenza delle

violazioni dei diritti umani, oltre che dal timore di essere arrestati di nuovo.

CONSEGUENZE NELLA VITA SESSUALE

[…] Sono stati denunciati numerosi casi di violenza collettiva e di abusi

sessuali di familiari finalizzati a “far parlare l’imputato”. Non ci furono

distinzioni di età e nemmeno lo stato di gravidanza di una donna fu un

deterrente per i torturatori. La nudità forzata, gli insulti, i commenti e la

ridicolizzazione delle caratteristiche dei corpi contribuirono alla forte

sensazione di vulnerabilità e minaccia. Tutto ciò incise sull’autostima, sulla

dignità, sull’integrità morale, sull’identità, sulle relazioni di coppia.

CONSEGUENZE SOCIALI

Il fatto di essere aggrediti deliberatamente da agenti dello stato affettò

profondamente la fiducia dei detenuti nelle istituzioni e negli altri esseri

umani. La perdita di fiducia non si sanò dopo la scarcerazione e molte sono

le testimonianze che denunciano l’estrema difficoltà, in seguito alla tortura,

a ristabilire i precedenti rapporti di amicizia e di coppia e a crearne di

nuovi. L’isolamento e la solitudine continuarono ad essere tratti

fondamentali della vita degli ex prigionieri […]. Molti dichiararono di

sentirsi loro stessi un pericolo per i propri cari, […] altri palesarono il

3

rimpianto di non aver potuto dare una vita migliore ai propri figli .

2.3 E i torturatori?

So di aver abusato di una quantità di spazio e tempo notevoli riportando

buona parte del “Rapporto Valech”, ma leggendolo più volte e prestandovi

sempre più attenzione, ho voluto considerarlo come uno dei più completi

compendi sull’abominevole strumento della tortura, quindi assai puntuale

alla materia che il mio scritto s’impegna ad analizzare. 33

3 Dal sito internet http://www.italy.peacelink.org

In maniera lucida e perentoria esso descrive l’atto esecutivo della tortura,

soffermandosi sulle vittime e sulla loro condizione durante e dopo la

detenzione forzata.

Tuttavia mi sorgono spontanei i seguenti interrogativi: qual è la verità

dei torturatori? E le loro ragioni? Cosa realmente hanno provato nel

commettere siffatte atrocità?

Ritengo assolutamente utile e necessario conoscere le condizioni delle

vittime al fine di guarire un paese per anni affetto dal più virulento dei

tumori politici: la repressione dittatoriale. Ma il puzzle, così, non risulta

completato. Bisognerebbe discutere e rendere noto il processo che fece sì

che cittadini cileni considerassero altri cittadini cileni come bestie da

macello. Non possiamo annoverarli tutti in un’unica categoria di pazzi, di

esaltati o di mele marce. Certo, così facendo, faciliteremmo l’arduo compito

di scandagliarne le menti; mi sono allora preoccupata di leggere qua e là

articoletti che si arrischiassero a compiere analisi in materia. Poche righe di

buonisti che tendono quasi a giustificare, seppur involontariamente,

l’operato dei carnefici. Li vedono, infatti, come uomini stressati dalle

situazioni contingenti, pressati dall’autorità e dai compagni, ossessionati

dalla ripugnanza che provano per i nemici. Tesi che indubbiamente possono

accontentarci, fino a che non veniamo martellati dal dubbio di chi siano in

verità questi uomini e ciò che più ci sconcerta è che si tratta di individui

comuni, identici per filo e per segno a ciascuno di noi.

Hannah Arendt, filosofa tedesca e studiosa dei regimi totalitari,

4

nell’opera L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo , analizza

questi uomini come votati all’obbedienza cieca. Sotto il giogo delle

dittature, infatti, l’uomo comune, spesso anche affettuoso padre di famiglia,

viene privato, come le stesse vittime, della propria umanità, della propria

spontaneità. Il torturatore è spogliato dell’individualità e ridotto ad un

essere biologico che agisce in maniera meccanica. 34

4 L’analisi qui presente è tratta da scritti e riflessioni della Arendt, commentati da Francesco Fistetti

nell’introduzione a H. Arendt, L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma, 2001, p.20

In un governo retto dal nichilismo più aberrante, l’animo umano viene

alterato e concepisce tutto come possibile. L’ideologia totalitarista

serpeggia fra la massa, la possiede nell’opinione e nel libero pensiero, tanto

da convincere alcuni della necessità di azioni folli. Uomini ordinari dotati di

libero arbitrio che, però, sovente non hanno saputo riflettere su quello che

stavano facendo perché, come asseriva Pascal, “la cosa più difficile al

mondo è pensare”.

3. LA TORTURA E LA VERITÀ

“La storia della tortura si intreccia alla storia del controllo dei corpi,

distinguendola in modo sostanziale tanto dalla violenza privata quanto dalla

pena di morte, con le quali tuttavia si trova a coabitare in talune zone del

diritto e della semantica. La tortura non è violenza privata, per quanto

atroce quest’ultima possa essere; […] la violenza privata rimanda, infatti,

all’odio, all’interesse, alla pazzia, comunque a qualcosa contro cui ci si può

legittimamente appellare alla legge o alla razionalità, e da cui ci si può e ci

si deve difendere; […] anche quando le forze materiali in campo sono

impari, è una lotta inter pares. […] La tortura in senso proprio, invece, non

rimanda né all’odio né all’interesse e neanche a un singolo individuo […]

incattivito o impazzito, ma è la manifestazione più temibile ed esemplare

del potere di coercizione che la volontà generale, impersonale e legale può

esercitare sopra ciascuno. […] Essa è legale perché il suo uso è normato

dalla stessa autorità che decide dello stato d’eccezione. Ne segue che,

contro la tortura, è strutturalmente impossibile tanto il ricorso all’autorità o

alla legge, quanto il richiamo al buon cuore o al buon cervello

dell’avversario: il torturatore non si sta vendicando, non odia la vittima, non

vuole il suo male e non agisce in vista di un interesse privato, ma si attiene

alla norma sancita da un’autorità legittima; non c’è pertanto alcuna ragione

supplementare che possa indurlo a interrompere l’applicazione sistematica

della violenza. La tortura, [inoltre], si distingue dalla pena di morte o da 35

qualsiasi altra forma di punizione violenta del reo perché non è una pena

comminata per un reato. […] Lo scopo originario della tortura non è affatto

punitivo, né il suo uso da parte dell’autorità è finalizzato all’uccisione della

vittima: essa ricerca il crimine, lo scova e lo snida, ma non lo sanziona né lo

punisce […]. Il dolore che infligge non è espiazione […], ma ricerca

scientifica […] della prova. La tortura ha a che fare con la verità, con la sua

ricerca e la sua affermazione […]. È il mezzo con cui l’autorità ricerca la

verità che si nasconde nelle pieghe della coscienza del torturato e che solo il

5

dolore può portare fuori” .

Con queste parole Stefania Consigliere, nel testo Sul piacere e sul

dolore, dà una propria visione della tortura; ho deciso di citarla, in quanto

condivido pienamente ciò che l’autrice afferma.

Per quanto mi riguarda, credo che la tortura sia il chiaro limite

nell’esistenza tra civiltà e barbarie. Torturare significa negare l’umanità,

non attribuire alcun valore alla vita. La pratica della tortura non si può

considerare un disarmo unilaterale in quanto, il torturato, non solo non

possiede armi, ma non può neppure difendersi con le proprie mani e tanto

meno con l’uso della parola. D’altro canto è come se fra gli esseri umani

serpeggiasse la convinzione di rappresentare un ente universale, al centro

del pianeta, in grado di disporre della realtà a proprio piacimento e così di

poterla monopolizzare. Forse è proprio con questa persuasione che “egregi”

del governo hanno orchestrato e razionalizzato la tortura in interminabili

memorandum e masse di “gregari” hanno ratificato una tal situazione

votandone al governo gli autori. Fra torturato e torturatore vi è, quindi,

un’interrelazione continua, una condivisione di sistemi di riferimento nei

confronti del potere di cui, entrambi, riconoscono la legalità. La tortura è

una violenza legalizzata ed è in nome di questa che il torturatore agisce, è di

essa che i corpi dei torturati vengono marchiati.

5 S. Consigliere, Sul piacere e sul dolore, Derive Approdi, 2004, p. 207-211

CONCLUSIONI 36

All’interno del mio elaborato ho parlato di una delle più sanguinose

pagine della storia cilena e dell’infernale macchina della tortura. Ho cercato

di soffermarmi sugli aspetti da me ritenuti maggiormente interessanti e

spero sinceramente di essere stata il più esaustiva possibile nell’esporli.

Mi auguro di non aver arrecato offesa a qualcuno, tralasciando o

interpretando a mio modo i fatti e di non aver travalicato limiti di

sopportabilità e tolleranza.

Ho rivelato un’eccessiva prolissità concausata da un trasporto emotivo

dell’argomento e da una conoscenza degli eventi solamente indiretta. A tal

proposito, ritengo opportuno dar voce, in chiusa, a chi, realmente, ha

respirato l’aria imputridita del Cile pinochetista.

Si tratta di Rosa Gutiérrez Silva, una cittadina di Valparaíso, che venne

sequestrata immotivatamente, per la prima volta, a soli diciassette anni. La

giovane, ormai donna, nonché esiliata in Argentina, ha deciso di rendere

pubblica quella che fu la sua esperienza di detenuta attraverso una lettera

aperta intitolata Yo acuso a Pinochet.

Mi limiterò a riportarne alcune agghiaccianti frasi:

Presento mi testimonio porque deseo que no quede impune el atropello,

el dolor y el desgarro que sufrí.

Estando yo en el Liceo, dos marinos me entraron a buscar a la sala de

clases y me llevaron.

Adentro de una habitación, durante varios días esperé, mientras por la

noche no dormía debido a los alaridos, gritos, golpes y gemidos y, más de

una vez, disparos.

Había un oficial que se paseaba entre nosotros y nos torturaba

psicológicamente diciéndonos: « ¿Quieren estar en sus casas? » Nadie

contestaba y él decía: « Yo también ». 37

Me llevaron al primer interrogatorio, encapuchada hasta la cintura, me

sentaron y me leyeron mi ficha. Después me preguntaron: « ¿Militas en la

Jota? (Juventudes Comunistas de Chile) » Yo lo negué y dije: « Sólo

simpatizo con la Unidad Popular ».

No me creyeron y a continuación tuve un largo período de sesiones de

tortura con electricidad a través de unos anillos que me ponían en los dedos

de las manos, en las uñas y otros lugares.

Y yo lloraba.

Me hicieron desnudarme. Yo no tenía fuerzas y como no me cubría,

desnuda me tiraron al piso. Perdí el conocimiento varias veces.

Me encapucharon y en un viaje en el que yo estaba aterrorizada, pues fue

de noche, me trasladaron.

Yo no sabía adónde.

Fui encerrada sola en un calabozo.

Antes de entrar, un soldado me revisó de manera brutal, introduciéndome

las manos en la vagina, por ver si llevaba armas.

Desde aquellas agresiones el pánico que me paraliza, aún perdura.

Tras catorce años de psicoanálisis, todavía me paralizo ante una agresión y

no soy capaz de huir ante un ataque.

Todos los detenidos éramos estudiantes secundarios, nos golpearon a

rabiar y realmente cuando te golpean, sólo deseas morir. 38

Además la picana eléctrica había un cartel que decía: No deben

extralimitarse en el uso de maltratos ya que el que se interroga puede o no

ser extremista, pero al salir será un extremista en potencia.

A través de este testimonio acuso al gobierno del golpista Augusto

Pinochet, por mis catorce años de exilio.

A quienes dirigieron la Academia de Guerra Naval, por las torturas

recibidas.

A quienes destruyeron a mi familia.

Pido disculpas por los errores de redacción, pero es difícil rememorar el

dolor ya que se vuelve a sentir.

Omito detalles en honor a mi familia e hijas y para ahorrar lágrimas que

1

hasta hoy eran en vano .

1 Dal sito internet http://www.remember-chile.org.uk

BIBLIOGRAFIA 39


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AUTORE

ely.n82

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DESCRIZIONE TESI

Argomenti presenti nella tesi:

1. Gli anni del regime di Pinochet
1.1 Augusto Pinochet Ugarte
1.2 La dittatura Pinochet
2. La rinascita dell’opposizione
3. La caduta di un “intoccabile”
3.1 Il declino di un politico
3.2 Il declino di un uomo
4. La psicologia politica
4.1 La psicologia della leadership
4.2 La psicologia delle folle
5. Pinochet e la stampa cilena: immagini e stereotipi


PARTE SECONDA:

La diabolica macchina della tortura

1. La morte e la fanciulla di Ariel Dorfman
2. Il riconoscimento delle violazioni dei diritti umani in Cile
2.1 I primi passi
2.2 Il rapporto della “Comisión nacional sobre prisión política y
tortura”
2.3 E i torturatori?
3. La tortura e la verità


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ely.n82 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura dei paesi di lingua Spagnola e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Rosti Marzia.

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