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Nikolaj Berdjaev Lettere ai miei nemici

Sulla rivoluzione russa

La rivoluzione non avviene per mano dell’uomo inteso in senso proprio, come persona, ma è la manifestazione della caoticità,

del servilismo dell’uomo a forze che gli sono superiori («voi siete schiavi di passioni oscure, di forze elementari oscure», p.33),

ma la manifestazione dell’indole peccaminosa dell’uomo,

a principi impersonali, non è insomma in questione la libertà, il caos

antico, l’indistinto (si noti che Berdjaev pone in parallelo le forze naturali a quelle del peccato, in pieno stile cristiano): «la

rivoluzione avviene al di sopra dell’uomo, colpisce l’uomo come lo colpisce una malattia, una sciagura, una calamità naturale»

Per questo ogni rivoluzione è violenta, rabbiosa, vendicativa, non rispetta il volto dell’uomo.

(p.32). 1

Né Robespierre né Lenin sono da considerarsi uomini nuovi, che portano rinnovamento («voi siete la fine di ciò che è vecchio,

non l’inizio di ciò che è nuovo», p. 50): essi sono piuttosto vecchi, figli dei regimi che hanno creduto di distruggere e di cui

hanno invece rievocato la violenza, in modo turpe, essi sono il frutto di un imbarbarimento spirituale («la rivoluzione è dinamica

esteriormente, ma interiormente è statica», p. 34). Gli uomini della rivoluzione sono peraltro mediocri, grigi, ordinari, tra le loro

fila non v’è mai stato un grande spiritualista (come Puškin),

invece Dostoevskij, Solov’ëv, Tolstoj, e non hanno ricevuto sostegno

o simpatia da nessuno di essi.

«Nietzsche è stato un rivoluzionario dello spirito», perché disprezzava le sollevazioni dei plebei che Marx preconizzava e

auspicava, indicando nell’aristocrazia dello spirito la via per il rinnovamento dell’umanità.

Berdjaev nutre particolare interesse e rispetto nei confronti dei reazionari cattolici e romantici alla rivoluzione francese, ché,

dice, sono da considerarsi i suoi progenitori spirituali: di fronte alla barbarie razionalista dei rivoluzionari, figli di Voltaire e

“reazionari” 2

Diderot, i (Joseph De Maistre, Montalembert , Chateaubriand) hanno saputo rievocare lo spirito del cristianesimo

3

medievale e, in genere, la creatività, la positività, la serenità sottratte dai rivoluzionari .

«Il rivoluzionarismo è sempre una lacerazione tra l’ipostasi del figlio e quella del padre una negazione della paternità, cioè

l’affermazione della morte e della caducità al posto della vita eterna» (p. 38): la rivoluzione è dunque la perdita di riferimenti, di

legami col passato, e per ciò stesso un impoverimento radicale delle capacità umane («l’ideologia rivoluzionaria non può essere

considerata profonda, non conosce le fonti antiche, è condannata ad essere superficiale», pp. 37-38).

a differenza dei paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania…), in Russia non si è compiuta l’unione

Berdjaev sostiene che,

sponsale tra l’elemento maschile (attivismo, spirito di iniziativa, forza, intelligenza) e quello femminile (paganesimo, spirito

dall’anima

dionisiaco, avversione alla cultura), per cui la Russia, del tutto femminile e incapace di generare un potere mascolino

solido, ha sempre cercato fuori di sé il principio maschile al fine della sua organizzazione (anche nel caso delle dottrine: i giovani

russi hanno cercato nelle dottrine occidentali, come il socialismo, la mascolinità che a loro mancava, cioè la capacità di

formularne di proprie): i Bizantini ad esempio, o i burocrati tedeschi. Lo spirito russo è chlystico, cioè pagano, dionisiaco, e non

apollineo: è sempre stato anarchico e indocile, insano tanto da mettere a repentaglio l’intera nazione quando un potere regolatore

dell’elemento

mancava o si sgretolava («O lo Zar, o la completa anarchia», p. 42). La Russia nasce a suo avviso dalla convergenza

occidentale e di quello orientale, con larga preponderanza del secondo: l’Oriente-Occidente che è la Russia, questo sinolo,

tuttavia non è all’altezza di sé stesso, del progetto che Dio gli aveva riservato, dal momento che i Russi non sono riusciti a

fondere a tal punto i due elementi che lo costituiscono da generare un’unità superiore, per giungere alla «panumanità». L’unico

principio maschile nella storia russa è stato incarnato da Pietro I il Grande (patrocinatore del «principio burocratico tedesco»),

pur riconoscendo il suo valore nell’aver fatto impennare la Russia (come canta il poeta Puškin),

che, è presentato non come un

marito (si ricordi la metafora del legame sponsale), ma come un «violentatore» dell’anima russa, che gli si è rivoltata contro,

nella sua ingenuità femminile, scatenando la sua stessa perdizione.

La tradizione ortodossa russa non ha educato il popolo al rigore, come è stato per il cattolicesimo occidentale, che ha fornito

autodisciplina e cultura, ma l’ha lasciato quando l’occidente ha abbandonato

a se stesso, senza limiti, e perciò si è sfaldato. Così,

la fede, era in possesso comunque di un certo rigore intellettuale, mentre il popolo russo no: il francese è dogmatico o scettico,

il tedesco è mistico o critico, il russo è apocalittico o nichilista. Per questo motivo in Russia ha potuto attecchire il socialismo

(nella forma del bolscevismo).

Il populismo di sinistra ha rimpiazzato Dio col popolo, i valori con gli interessi economici, la realtà spirituale con quella materiale

(p. 44): «in nome di ciò che è piccolo e dei piccoli siete insorti contro ciò che è grande e contro i grandi» (p. 45). Gli intellettuali

russi, acquisiti i principi occidentali, le dottrine socialiste, si sono presentati presso il popolo contadino come difensori dei suoi

diritti ed hanno fomentato la rivolta, sfruttando lo spirito anarchico ed insipiente di questo, distruggendo lo Stato e la cultura

stessa, imbarbarendo la nazione: tutto è stato precipitato nell’oscuro abisso degli interessi e degli istinti di massa (il marxismo

parlava della cultura come sovrastruttura e prediligeva gli interessi materiali dell’uomo). L’ideale dei socialisti è in fondo

borghese, vogliono instaurare una società consumistica, seguono l’idea del ventre.

Ma non è colpa solo dei bolscevichi, essi non hanno fatto altro che portare a compimento il processo di deriva nichilistica che si

era avviato in Russia da tempo: l’intelligencija russa voleva restituire al popolo il potere, collettivizzare, abolire la spiritualità,

1 Nel caso della rivoluzione francese, Berdjaev sostiene che la vera rivoluzione si è avuta con la «reazione cattolica e romantica».

2 Noi siamo i figli dei crociati e non indietreggeremo davanti ai figli di Voltaire. (Montalembert in un discorso davanti alla Camera dei Pari il

16 aprile 1844, in difesa dei vescovi francesi)

3 Nelle reazioni, che di base non sono altro che risposte equipollenti alle rivoluzioni, può esserci anche del positivo. In esse, essendosi

un “terzo fattore”, cioè una coscienza della realtà che spinge non a tornare alla vecchia vita

sperimentati i drammi della rivoluzione, si scatena

(dal comunismo al capitalismo, ad esempio), ma a creare qualcosa di assolutamente nuovo, una trasfigurazione (post-rivoluzione). 1

distruggere la gerarchia qualitativa per l’appiattimento quantitativo,

improntare al razionalismo, ma, abbandonati i suoi principi

e i suoi valori regolatori (in senso spirituale, che è la peggiore onta per Berdjaev), il popolo informe ha condotto sé stesso alla

(«la vostra furiosa sete di uguaglianza ha prodotto l’annientamento della realtà», p. 48, ha spinto verso il non essere,

rovina

l’uniformità, l’indistinzione). I tentativi di realizzare il paradiso sulla terra hanno sempre portato all’inferno.

L’ultimo avvertimento riguarda l’umanesimo: esso, lungi dal voler riabilitare l’uomo, come nei suoi propositi cinquecenteschi,

ha condotto al suo annientamento, «nel bolscevismo l’umanesimo si trasforma nel suo opposto» (il razionalismo, in senso lato,

è allora deleterio, è eteronomo rispetto ai suoi fini).

Sull’aristocrazia

La mentalità dominante del XIX secolo, d’avanguardia, progressista, ha sostituito, per Berdjaev, la società a Dio, è divenuta

i socialisti (sia marxisti che sostenitori della sociologia di Comte) hanno ridotto l’uomo a ente

sociologismo razionalistico: 4

terreno, corpuscolo nel sistema sociale, atomo soggetto a leggi meccaniche , privandolo delle relazioni cosmiche (del mistero),

e nel far ciò l‘hanno impoverito

della sua stessa libertà, dei suoi fondamenti ontologici, («voi tutti, sociologisti estremi, che

predicate la religione della socialità, siete atomi disgregati», p.55): la socialità è divenuta astratta, misurabile, prevedibile, priva

della sua misteriosità cosmica, si è entrati nel regno della morte, del non essere. La sociologia marxista ha disconosciuto le

gerarchie dell’essere, la vitalità della storia, la radice cosmica del potere e della socialità, ha sottratto all’uomo la capacità di

l’ha impoverita credendo di poterla controllare,

dominio sugli eventi, e con ciò ma non ha colto affatto la sua ratio. Ha visto nel

passato solo il male dell’oppressione, applicando ad essa le limitate categorie morali del XIX secolo, ma non ha colto che nella

storia si cela la verità della provvidenza, in essa si celano i destini dei popoli, e che anche il male non viene soltanto per nuocere

(non si può giudicare la morte e l’oppressione di popoli, stirpi, società, ecc. in base ai propri criteri individuali, quel male ha

avuto un senso più alto, un senso storico: «alla storia non si possono applicare il suffragio universale e il principio di maggioranza,

non si può fare la morale sulla storia e pretendere che essa omologhi tra loro tutti gli atomi», p.59).

La società non è fondata su principi razionali, e non può esservi fondata (senza giungere a violenza), come dimostra la rivoluzione

francese, ma i socialisti non sembrano aver appreso nulla dall’esperienza rivoluzionaria francese: essi non hanno compreso

che la razionalità non può, da sola, essendo limitata quanto l’uomo, giungere a creare sistemi perfetti su questa terra,

innanzitutto

e, in secondo luogo, non hanno compreso che, per lo stesso motivo, non è possibile inquadrare l’evoluzione sociale entro schemi

omologhi, come quello del materialismo dialettico, dacché v’è sempre qualcosa che sfugge:

razionali «i fondamenti della società

umana sono radicati nell’ordine del mondo stabilito da Dio» (p. 59).

De Maistre (teologo), il cui pensiero veniva considerato dai socialisti semplicemente come reazionario, è da ritenersi invece il

di quell’idea per cui la società umana non è nata in virtù dell’arbitrio dell’uomo (tramite un

padre del naturalismo sociologico: far pensare che la socialità esprima l’inclinazione al peccato (secondo

contratto), ma è stata creata dalla natura stessa, il che deve

la lettura cristiana della natura, come luogo del caos e della perdizione). I socialisti, per Berdjaev, non cercano il senso della vita,

ma soltanto i beni materiali, e la loro oggettività raziocinante, che utilizzano per giustificare le loro credenze e i loro atti, non è

mai disinteressata e pura come vogliono lasciar intendere: «quel briciolo di scienza oggettiva presente nel marxismo è stato

definitivamente inghiottito dal suo pathos soggettivo e classista» (p. 61). Solo la catastrofe sociale potrà far rinsavire i marxisti

stessi, li farà rivolgere verso la verità (e cioè quella del naturalismo sociologico, del “gerarchismo” ontologico)

Nella vita sociale, così come nel mondo e nell’universo, lottano il cosmo e il caos, l’ordine e la distruzione, il bene e il male, e

tutto ciò che l’uomo deve fare non è costruire sistemi con la sua ragione limitata, ma adeguarsi al cosmo (cioè all’ordine dettato

I due principi che si contrappongono (il caos, l’Ungrund,

da Dio), cioè comprendere la vera radice della socialità ed adeguarvisi.

la deitas/l’ordine, Dio, la luce) nell’eternità hanno riflessi sul tempo: il processo teogonico si riverbera in quello cosmogonico,

antropogonico, la creazione è l’avvampare della luce sulle tenebre (il sorgere della disuguaglianza sulla piatta uguaglianza),

5

benché queste ultime continuino a minacciarla (col marxismo, ad esempio) . Le ondate di caos cosmico giungono a seviziare,

(in cui il principio gerarchico è degenerato, l’armonia cosmica perduta), per provocare

come punizione, le epoche sclerotizzate

una coscienza dell’errore (ondate barbariche, rivoluzioni, decadenze).

Importante notare che gli uomini non possono organizzarsi tutti allo stesso modo: c’è un’aristocrazia dello spirito (ramo

esoterico), che custodisce i segreti dell’armonia, li protegge dalla barbarie, e la plebe indistinta (ramo essoterico), che deve essere

l’elemento esoterico, sede della

regolata dalla prima, perché sede della barbarie. La religione ha dunque, nella casta sacerdotale

libertà, della creatività, della purezza veritativa (la vera religione è per pochi), ma è necessario anche che si sviluppi in senso

essoterico, e cioè che i sacerdoti regolino il popolo, bramoso e incontrollabile, tramite la rigidità delle istituzioni, della gerarchia,

per irreggimentare le ondate caotiche del non essere (il principio dionisiaco è democratico, il principio apollineo è aristocratico).

La libertà è dunque la liberazione dell’uomo dalle forze caotiche, non la liberazione nell’uomo delle medesime.

in nome dell’uguaglianza e della lotta al male terreno,

Il socialismo, rifiuta di considerare la persona, riduce tutto ad illusione,

astrae (l’uomo socialista è un atomo senza radici culturali, un consumatore)

atomizza, disgrega le realtà organiche, non riconosce

che l’uomo è persona soltanto in quanto ha qualcosa che gli è superiore, in ultimo Dio come principio regolatore e come fonte

di rispetto per l’individualità (se l’uomo diventa atomo in balia delle forze sociali non conta più, non ha più valore: nel

collettivismo la persona si disgrega, l’uomo però non è atomo, ma individuo, portatore di disuguaglianza). L’ateo non accetta le

4 «Nella realtà storica non si può vedere soltanto il compiersi del destino dell'uomo individuale atomizzato, e delle masse in cui si uniscono

meccanicamente gli atomi individuali, collettivi umani arbitrari; in essa bisogna cogliere il compimento del destino delle nazioni, dell'umanità

e del mondo come realtà e comunità concrete.» (p. 59)

5 «Il caos che infuria nel mondo e nell'uomo deve essere sconfitto affinché l'immagine dell'uomo e l'immagine del mondo non siano sommerse

divina dell’essere cosmico»

e non vadano perdute, affinché continui l'opera della vittoria divina sulle tenebre, l'opera della creazione (p. 62)

2

sofferenze, le disuguaglianze, perché insorge contro Dio, contro l’ordine dell’essere, contro il principio di disuguaglianza,

facendo torto alla realtà. Il socialismo, creato per eliminare il male, però, non ha fatto altro che causarne uno più grande

di uguaglianza assoluta è pretendere di tornare

(eteronomia dei fini). «L’esigenza alla condizione originaria di caos e oscurità, a

una condizione di appiattimento e indifferenziazione, è volere il non-essere» (p. 71). Il socialismo, al fine di realizzare la felicità

in terra (che è effimera, fugace, proiezione di gruppi singoli o individui che non hanno alcun senso della storia, ma pensano

l’arte,

soltanto al loro tornaconto), disconosce il passato e il valore del sacrificio e della sofferenza, con cui la storia, la cultura,

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si sono evolute ed hanno prodotto la grandezza di cui oggi disponiamo . Lo sviluppo della persona non può avvenire in un

ambiente sociale appiattito, come quello socialista, ma ha bisogno di differenziazione, di stimoli, di una gerarchia, e anche di

sofferenza. L’umanesimo ha portato sulla strada della negazione della persona in nome del benessere dell’uomo: secondo gli

umanisti per creare l’uomo nuovo è necessario estirpare il male (causato dalle disuguaglianze, dall’ottenebramento religioso,

alle dottrine socialiste. L’umanesimo è dunque ottimista

dalla violenza statale) tramite la ragione, e ciò porta in ultima analisi

riguardo all’uomo, e invece, secondo Berdjaev, bisogna essere pessimisti riguardo alla società e al suo evolvere, cioè realisti:

alla base dell’umanesimo vi è la psicologia degli offesi, della plebe –

oppressa, dei figliastri e non dei figli di Dio (p. 77) richiamo

– l’offesa l’irritazione, l’invidia sono forza elementari della psiche, i liberi figli di Dio, invece, non sentono l’offesa,

a Nietzsche

ma la colpa. superficiale e meccanica, ma difende l’unicità della persona davanti a Dio:

Il cristianesimo non è favorevole all’omologazione tentando di abolire la sofferenza, l’uguaglianza infatti è

per questo non ha prodotto sollevazioni popolari, di poveri, diseredati,

delle anime di fronte a Dio, non sul piano empirico: pensare di creare la felicità sulla terra è empio e utopico (appartiene al Regno

di Dio).

Sullo stato

Lo Stato ha un fondamento mistico: nessuno si è mai sottomesso ad un potere su base razionale. Anche la rivoluzione, che mira

a distruggere razionalmente il potere, ne cade in balia di nuovo. Lo Stato, in quanto tale, e non nelle sue forme particolari, ha

una caratura sovratemporale, un marchio ontologico, non è proprietà di uomini o dinastie: ha un’origine divina.

Le teorie razionaliste non vedono nel potere un dovere e una responsabilità, che sono la forma più nobile del suo esercizio (che

può anche degenerare, ma è un rischio che si deve accettare), ma un diritto e una pretesa, perciò tendono a mistificarne lo statuto

e a volerlo rovesciare (rivoluzione, anarchismo, ecc.), giustificando il potere soltanto in virtù di un interesse (di classe).

San Paolo ha impedito che il cristianesimo si trasformasse in una setta messianica e rivoluzionaria, in stile ebraico, sostenendo

che il potere venisse da Dio e che chi governasse lo facesse in virtù di una tale unzione, tanto da non poter essere rovescianto

per interessi umani e motivazioni particolari. Cristo tesso dice “date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio…”, San Paolo, con

esso, ha dettato dunque la separazione tra i regni: essa è necessaria per combattere il male in terra, per arginare il male che sorge

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incontrollato tra gli uomini (imbrigliarlo, organizzarlo, gestirlo), lo Stato ha questo compito (è necessario, a questo avviso,

guardare alla realtà attraverso un «pessimismo severo»: lo Stato è necessario), e non può essere per ciò uno Stato cristiano (più

volte Berdjaev ricorda la sua avversione tanto per il cesaropapismo quanto per la teocrazia).

finché non diventano anarchie e comunismi, cioè riconoscono la necessità di un’élite,

Anche le democrazie sono aristocratiche,

di una gerarchia, nelle masse indifferenziate e caoticamente confuse non c’è potere che regga, tutto perisce nell’indistinto: il

potere richiede disuguaglianza e differenziazione.

L’origine del potere è monarchica, non democratica, nasce dalla venerazione dell’eroe, il quale si è distinto tra gli uomini per le

ed ha conquistato tra tutti il potere, che gli è stato riconosciuto (in questo senso è un’unzione divina).

sue capacità Le dottrine

contrattualistiche, come quelle di Rousseau, Locke, Hobbes), non riconoscono questo stato di fatto e assumono l’esistenza di

uno stato di natura ideale, che non è mai esistito: alla base della socialità v’è la violenza bestiale, la lotta, il peccato, e non uno

stato di uguaglianza e di bontà (l’uomo, con le sue sole forze, cioè con la ragione, non può che creare dispotismi, la sovranità

popolare porta alla distruzione.

Lo stato ha anche il vantaggio, rispetto ai comunismi e alle società contrattualistiche, di non soverchiare la persona, perché

equipollente ad essa, ma di pretendere dall’uomo soltanto la sua parte empirica (le altre società lo pretendono in toto, esauriscono

la sua bipolarità). La dottrina comunista ha fatto presa non per la sua oggettività, ma per la sua soggettività di classe, per il suo

pathos rancoroso, la sua volontà di riscatto e vendetta.

Anche il naturalismo sociologico, ispirato a J. De Maistre, può essere assunto per determinare una genealogia dello Stato, sebbene

non ne individui immediatamente l’origine divina, ontologica: esso rintraccia nelle ferree leggi naturali l’origine dello Stato, la

sua necessità. La legge della natura è quella della lotta: tramite lo scontro, le razze, i gruppi umani, i singoli, hanno tentato di

conquistare il potere, per mezzo delle lotte si è formata, per selezione, la razza dei governanti, gli aristoi tra i lottatori. Questo

processo ha permesso all’umanità di uscire dal caos dell’indistinzione, dal mondo ferino e violento. Anche se questa lettura non

riconosce la valenza ontologica dello Stato, ne fornisce un’interpretazione accettabile: da un punto di vista ontologico si potrebbe

dire che la verità non si è presentata ex abrupto, ma abbia fatto ricorso a queste modalità di selezione e irreggimentazione per

presentarsi nel caos originario e ferino in cui versava l’umanità (è stato un modo tramite cui ha avuto inizio il trionfo di quella

forza ontologica che è la verità). È inutile avversare e biasimare queste violenze in nome del razionalismo e della civiltà, esse

Leont’ev:

6 «Non sarebbe terribile e oltraggioso credere che Mosè sia salito sul Sinai, che i greci abbiano costruito le loro bellissime

acropoli…solo perché i borghesi francesi, tedeschi o russi, coi loro abiti orribili e ridicoli, potessero sollazzarsi “individualmente” o

“collettivamente” sulle macerie di tutta questa grandezza passata?».

Solov’ëv:

7 «Lo Stato non esiste per trasformare la vita terrena in un paradiso, ma per impedire che essa si trasformi definitivamente in un

inferno». 3

sono state fondamentali e irrinunciabili, per quanto formalmente negative, sono le leggi della storia, incontrollabili, irrazionali,

inspiegabili, ontologiche (lo spirito in senso hegeliano).

Lo Stato non ha uno scopo utilitaristico, non è un contratto, ma conserva in sé la forza per compiere destini più alti, destini di

popoli, destini dell’umanità in genere («lo Stato aspira a lontananze storiche», p. 89), per ciò tende ad espandersi, ad accumulare

potenza, ad autoalimentarsi, tende all’imperialismo per sua natura, alla globalità (in balia delle forze storiche incontrollabili di

cui sopra). Per la «coscienza razionale e piccolo-borghese», che conosce solo il bene materiale immediato, la violenza degli stati,

delle loro guerre, è «folle», le loro ambizioni sono da ridimensionare, in nome della pace e della tranquillità: essi sostengono ciò

perché non comprendono gli scopi ontologici degli stati, non esperiscono le grandi forze storiche che li guidano al loro

Ne viene che anche il socialismo è “borghese”, cioè di coscienza limitata, provinciale, familiare, misurabile,

compimento. perciò urla contro l’imperialismo, ne teme

razionale, interessato soltanto al proprio tornaconto e per nulla disposto al sacrificio,

la forza storica, il fine più alto e globale, si scaglia contro l’imperialismo commerciale che non è vero imperialismo, non è

improntato dallo spirito della globalità, dell’universalità, ma ha sempre una radice locale.

L’esempio più nobile dell’imperialismo è stato quello di Alessandro Magno, che per primo ha unito oriente e occidente, dando

all’umanità una delle epoche più floride: l’ellenismo. Ma la forma più completa è stata quella romana, dove si è raggiunta

l’autentica universalità: attraverso l’impero romano la stessa (leggasi Provvidenza) preparava l’avvento del cristianesimo,

storia

gli forniva una base solida su cui edificarsi, sebbene i Romani non ne fossero coscienti (come di ogni cosa, nella storia). E ancora

l’imperialismo inglese, che era però un imperialismo commerciale, nell’epoca moderna, ha portato comunque all’unificazione

dell’intera umanità. L’imperialismo sano e nobile è minacciato dall’imperialismo comunista, il quale non ha alcun compito

spirituale, cioè dall’avanzare del non essere.

Lo Stato ha un’origine divina, un marchio ontologico, ma non deve essere divinizzato: così era però nell’antichità, presso i Greci

regolatore della vita sociale e religiosa, nulla all’infuori

ad esempio. Lo Stato antico era divino, protetto dalla casta sacerdotale,

come legittimo (non era cioè soltanto un’istituzione necessaria per regolare il caos ferino, ma

di esso poteva essere concepito

assumeva tratti divini e, perciò, incontestabili): la religione, dal canto suo, non era altro che intrumentum regni, non necessitava

d’essere vera, non permetteva che la si mettesse razionalmente in discussione (per questo i filosofi, da sempre patrocinatori di

questa causa, nel mondo antico, erano messi al margine).

Con il cristianesimo le cose cambiano: i cristiani, pur riconoscendo a Cesare il suo, non gli riconoscevano la divinità che si

arrogato. Cristo ha permesso il ridimensionamento della statualità, ha imposto un limite religioso ad essa: il primo martire che

immolato per Cristo ha dimostrato che il potere terreno ha un limite, che non può imbrigliare l’infinità dello spirito.

si è Nel

mondo cristiano lo Stato non può pretendere fino in ultimo, l’uomo nella sua interezza, sebbene, nella sua forma degenerata,

di farlo, l’anima umane gli sarà sempre aliena in quanto libera: nella rivelazione cristiana è compresa una

tenti «dichiarazione

dei diritti dell’anima, adottata da Dio per mezzo di Cristo». Le rivoluzioni non hanno fatto altro che, abbandonando la verità di

Cristo, riportare in auge il totalitarismo statale, cioè la pretesa dello Stato, che nel comunismo è la società, di imbrigliare gli

uomini e di controllarne i destini. è un fenomeno dell’ordine naturale,

La verità non sta nel papismo o nel cesarismo, ma nella dottrina dualistica dantesca: lo Stato

che governa i corpi, e perciò lontano dall’ordine della grazia, che governa le anime. Un regno, un impero cristiano è falso, non

è possibile, cade in contraddizione con il dettato evangelico, così un impero senza Dio, che si è fatto divino: entrambi sono

degenerazioni, in cui è presente lo zampino del male. Lo Stato ha un’origine cosmica, ontologica, divina, ma appartiene

l’origine divina non sta a significare che deve essere informato religiosamente,

comunque al saeculum: ma soltanto che è

necessario in senso qualitativo, come principio gerarchico, aristocratico, di controllo, e nella misura in cui perde questa

In questo senso anche l’anarchismo cristiano è vuoto involucro di

caratteristica, è destinato alla decadenza. pretese umanistiche

(visibile ciò in Tolstoj), ché non si può pensare un saeculum senza Stato, come non si può pensare una vita senza spirito,

religiosità, verità.

Non esiste uno Stato giusto e perfetto sulla terra, è fuori questione: la salvezza spetta alla grazia divina, non agli uomini in terra.

Lo Stato rappresenta il luogo dell’homo viator, in uno spazio a tre dimensioni: tutti i tentativi di inserirvi una quarta dimensione

risulteranno fallimentari, anche se si volesse fare dell’amore cristiano il principio della statualità, il tutto risulterebbe a suo modo

coatto. Lo Stato deve regolare i rapporti tra gli uomini, anche se non in modo perfetto, preservarli gli uni dagli altri (mentre,

sull’altro fronte, persegue gli interessi della storia). Il monismo della vita sociale, il predominio di un unico principio (come

accade nel socialismo, nelle teocrazie, nell’imperialismo crudo) conduce sempre alla tirannia: bisogna rispettare la diversità.

Sulla nazione

Dietro la realtà nazionale vi è un mistero inattingibile, celato profondamente nella terra. La lotta dei socialisti per

l’autodeterminazione delle nazioni è del tutto utilitaristica, non si interessa della nazionalità come essenza di un popolo, della

il suo obiettivo polemico, l’oppressione (di cosa sia la nazionalità di un

sua peculiarità, ecc., la sfrutta soltanto per denunziare

uomo concreto, e non l’astratto atomo della teoria sociologica, non interessa a nessun socialista). Lo spirito socialista è invero

l’autodeterminazione dei

omologante e cosmopolita, non nazionalista, astrae il concetto di nazionalità e lo usa a suo comodo:

popoli non è un teorema giuridico, ma ha a che fare con la concretezza storica di questi, per cui non si possono porre tutti sullo

stesso piano ed evocare indistintamente una liberazione (è frutto di scarsa e capziosa considerazione della realtà).

La nazionalità non accetta nessuna definizione razionale, nessuna categorizzazione astratta e sociologica (nemmeno lingua,

religione, razza, ecc.), essa è spirito vivo di un popolo, ha una profondità «misteriosa e irrazionale», potrebbe al più essere

definita “coscienza del destino storico” da parte di un popolo: nel popolo ebraico risiede infatti l’archetipo di ogni spirito

nazionale, in essi la nazionalità è veramente carne e sangue. La nazionalità è una forma che imbriglia il caos originario.

4

Qualsiasi tentativo di comprendere la genesi, lo sviluppo e la decadenza di una nazionalità è artificioso e spurio, tanto più quello

che volesse farlo tramite una sociologia astratta e unilaterale.

«La nazione non è la manifestazione empirica di un qualsiasi frammento del tempo storico. La nazione è un organismo mistico,

sempre all’immortalità»,

una persona mistica, un noumeno, e non un fenomeno del processo storico» (p. 107), perciò essa «aspira

non può arrendersi alle forze materiali.

La vita della nazione è così, in primo luogo, legame organico col passato, con la vita degli antenati, i loro insegnamenti, i loro

moniti, i loro errori: la rivoluzione, ma la stessa deriva nichilistica della statualità moderna, si oppone alla tradizione, sradica, e

per questo annienta ogni spirito creativo, ogni vitalità, consegna alla morte). La tradizione è immortalità, resurrezione degli avi,

creatività, conservazione di potenza, religione di vita e di eternità, mentre la rivoluzione è religione del futuro, religione di morte.

I socialisti rifiutano l’universalità concreta, cattolica, ecclesiastica, che rispetta la realtà e la diversità, invocando

l’internazionalismo omologante ed astratto, sociologiche vuote, in cui non v’è alcun rispetto positivo per le

basato su categorie

nazionalità. Il cristianesimo, quindi, dal canto suo, non può essere a favore di tale internazionalismo.

Per i populisti russi (i socialisti), il popolo russo non coincide con la nazione, cioè con un insieme organico, gerarchico,

complesso, ma è la somma degli appartenenti alle classi lavoratrici (il volgo: contadini e operai), che da essa viene fomentato,

restano esclusi nobili, burocrati, intelligencija, commercianti e imprenditori; i socialisti pretendono poi che questo popolo venga

servito come idolo da tutti, anche gli esclusi di cui si è detto, senza riserve. Il sistema dei soviet, le assemblee di contadini ed

operai, è quanto di meno rappresentativo vi possa essere per una nazione, in barba a qualsiasi caratterizzazione democratica che

se ne possa offrire: la democrazia, l’oclocrazia, è infatti meccanizzazione, sterilizzazione, appiattimento dello spirito nazionale:

ciò farebbe torto alla realtà, l’elemento nazionale

la volontà nazionale non può essere sancita democraticamente, a maggioranza,

è un principio qualitativo, non quantitativo, ha un nucleo ontologico, è cifra della Provvidenza. l’espressione istituzionale dello

«Ogni nazione aspira a formare uno Stato e a consolidarsi in esso» (p. 114): lo Stato è allora

spirito nazionale, lo strumento di affermazione di questo sulla terra, della sua missione recondita, della sua volontà di potenza,

che è volontà imperialistica per le nazioni più grandi e forti e volontà di indipendenza per quelle più deboli (per questo uno Stato

dinastico è di per sé povero, non è nutrito da uno spirito). I rivoluzionari hanno appoggiato sempre il nazionalismo del secondo

tipo, pur non credendovi: i populisti russi non hanno guardato all’interesse della Russia come grande nazione, e cioè ai suoi scopi

imperialistici, di affermazione, ma hanno sostenuto l’indipendentismo degli staterelli che da essa dipendevano, in modo da

depotenziarla al cospetto del loro imperialismo classista, e allo stesso tempo il regime zarista non si è reso conto della questione,

non ha tentato di arginare il problema portando dalla sua parte le piccole nazioni (con concessioni et similia), lasciando che i

rivoluzionari fomentassero le rivolte nazionali.

Mentre il nazionalismo è l’imperialismo fanno parte dell’ordine naturale (cioè del naturale decorso delle cose), il messianismo

(che trova l’archetipo in quello ebraico) si configura come delirio di un popolo, come pretesa di unicità, come brama, è un fatto

L’avvento di Cristo in seno al popolo ebraico

mistico: il popolo che si crede messia è disposto ai più alti sacrifici. ha scongiurato

la tipologia messianismo (intrastorico) che esso professava, e ha offerto a tutti gli uomini, a tutto il mondo, la possibilità di un

risanamento dell’umanità) è però ultrastorico

riscatto: ogni messianismo cristiano (cioè la vocazione di una nazione cristiana al

e apocalittico, non accetta una deriva mondana, e se l’accetta diviene messianismo ebraico. Così è accaduto in Russia, dove la

religiosità nazionale si è fatta messianica (la chiesa è stata eccessivamente nazionalizzata), è giunta al parossismo, degenerando

in messianismo rivoluzionario. Il messianismo, e il messianismo ebraico in particolare, esistono per dimostrare che vi sono realtà

superiori a quelle nazionali ed imperialistiche, che vi sono spiriti che trascendono tali dimensioni (ariano, mongolo, semitico), e

che sono del tutto irrazionali, folli, sono oltre anche la stessa irrazionalità nazionale (rivedi pag. 115-119).

Vi sono due tipi di nazionalismo: zoologico e creativo. Il primo si ha quando un popolo si chiude in se stesso, nell’auto-

contemplazione delle proprie qualità, non ammette critiche: i Russi sono nazionalisti in questo senso deteriore, e spesso si fanno

vanto anche delle loro qualità negative (autonegazione, nichilismo, autodistruzione, debolezza della coscienza nazionale).

il nazionalismo in senso pieno: esige la critica, compie un’autocritica, si educa e volge al positivo, tenta di

Il secondo è

comprendere il mistero nazionale e di tenersi organico.

Sul conservatorismo

Il conservatorismo mantiene vivo il legame tra le epoche, non è reazione o inerzia politica (che è il senso deteriore, pure presente

in società), collega passato e futuro producendo un insieme organico. Il rivoluzionarismo e superficiale, rifiuta legami col passato,

distrugge il senso della storia, consegna la vita alla morte, divinizza il presente e il futuro, mentre il conservatorismo è profondo,

organico, spirituale (religioso), resiste alla violenza distruttrice del tempo (vuole la resurrezione di ciò che è passato), per questo

Schopenhauer, Wagner, Carlyle, De Maistre, Dostoevskij…) non è mai stata del

ogni mente geniale (Goethe, Schelling, Hegel,

tutto rivoluzionaria, ha sempre attinto dal passato, rispettandolo. La bellezza del passato non sta in ciò che è stato, ma in ciò che

conservatorismo autentico è la lotta dell’eternità col

è ancora, nella capacità di ciò che è stato di permanere, di resistere: «il

tempo, è la resistenza di ciò che è immortale (lo spirito, ndr.) alla corruzione. In questa lotta c’è un’energia non solo conservatrice,

ma trasfigurante» (p. 123).

La religione di morte che è il rivoluzionarismo non solo dimentica il passato, ma vuole cancellarlo, distruggere la tradizione

(soprattutto quella religiosa, prominente in Occidente), sradicare dalla memoria. Il rivoluzionarismo rifiuta l’immoralità, vuole

un regno della morte, pensa agli uomini soltanto come strumenti per fini terreni. La negazione del passato, in senso religioso è

il figlio dell’Uomo non ha più padre,

la negazione del Padre a favore del Figlio: è atomo disarticolato nel mondo; può anche

che il conservatorismo degeneri, negando la figliolanza, e cioè arroccandosi nell’ipostasi paterna, trattenendo il movimento

darsi

vitale del figlio (così accade nella deriva politica): il Padre diventa sterile. 5

Il principio conservatore non può essere dunque unilaterale e astratto, «deve essere unito al principio creativo, a un moto

(p. 125), deve permettere la trasfigurazione (la fedeltà alla tradizione vuol dire continuare l’opera creativa dei padri):

dinamico»

esso deve conservare ciò che v’è di buono, di ontologico, e non gli involucri, gli scheletri, ciò che è vuoto e malvagio (qualora

facesse ciò, preparerebbe la rivoluzione, ne sarebbe cioè responsabile: il rivoluzionarismo è il castigo per un cattivo

passato vuol dire disconoscere l’organicità della storia, negarla. I

conservatorismo). Non riconoscere la continuità col

rivoluzionari non sono nemmeno pienamente futuristi (nel senso “marinettiano”), dal momento che lo sono solo sul piano socio-

politico (anelano alla rivoluzione, per l’appunto, alla distruzione del passato), ma continuano a pensare da borghesi (sono

atteggiamento autentico verso la vita deve affermare l’eterno, nel passato e nel futuro,

consumisti, materialisti, ecc.). Invece: «Un

come una vita unica che continua ininterrotta; deve cercare ciò che è autenticamente ontologico» (p. 128).

La conservazione, oltre alla tradizione sacra e sociale, riguarda anche la cultura: essa nasce dal culto, cioè dal legame religioso

con l’essere e col passato stesso, coi defunti, è volta alla resurrezione dei loro pensieri; per questo il rivoluzionarismo avversa la

cultura (è iconoclastismo, ribellione all’estetica del culto), esso è lo strumento con cui il caos originario, la barbarie, il peccato,

reagiscono alla cultura, è lo strumento del non-essere, che tenta di fagocitare e annichilire tutto (inoltre, «nelle ideologie

8

rivoluzionarie il caos riceve una ratifica razionalista», p. 132: il razionalismo organizza la barbarie, informa il sistema di potere ).

Perché la cultura fiorisca è necessaria sia la conservazione che lo spirito creativo, devono stare in sinergia. Roma è il migliore

esempio: le chiese edificate su vecchi templi pagani, tutto è stratificato, porta i segni del passato, mostra il suo essere stato

continuamente in fieri.

Le forze caotiche sono necessarie per fornire nuova linfa alla vita, nuova forza (si pensi alla sessualità per la conservazione della

specie), ma esse non devono prendere il sopravvento: per far ciò è necessaria una gerarchia che ordini e organizzi, che non lasci

prevalere il disordine (il cosmo deve trattenere e trasfigurare il caos, fino all’apocatastasi), ma la rivoluzione scompiglia proprio

quest’ordine, consegnando il potere al non-essere.

Ogni manifestazione di cultura rivoluzionaria, cioè proletaria, è mistificante e falsa, è pseudo-cultura, nichilismo: i rivoluzionari

non vogliono la cultura, ma la civilizzazione, cioè la diffusione democratica della conoscenza, il che va contro ogni gerarchismo,

contro l’organicità dell’essere, non essere, sull’indistinzione.

è un appiattimento sul

Un popolo che non fosse “conservatore” nel senso pieno si troverebbe irrimediabilmente a perire, così come uno che lo fosse in

senso deteriore, dacché chiamerebbe la rivoluzione, e quindi la distruzione: il conservatorismo deve essere immanente al popolo

tanto quanto lo spirito creativo.

Sui fondamenti ontologico-religiosi della socialità

Si tende a pensare al potere dell’aristocrazia come ad una pretesa fondata su interessi privati, di classe, mentre alla democrazia,

socialismo, all’anarchia,

al come alla massima espressione della libertà umana, ma non è così (esse sono meccaniche e formali,

quantitative, non rispettano gerarchia e qualità).

Il governo dell’aristocrazia, è l’unico 9

come governo dei migliori, principio supremo della socialità : in questo Platone fu un

esempio mirabile. Anche la democrazia rappresentativa, in fondo, aspira alla formazione di una classe aristocratica al potere, da

– –

selezionare qualitativamente, però può anche essere e lo è quasi strutturalmente un sistema in cui vince la quantità, in cui

non v’è selezione qualitativa, in cui vanno avanti non i migliori in senso stretto, ma coloro che meglio servono gli interessi del

potere, che meglio sanno mantenere vivo il sistema, o, più semplicemente, vengono selezionati male dalle masse votanti.

Ancora peggio accade con l’oclocrazia, cioè il dominio diretto delle masse, che tuttavia è soltanto una condizione transitoria,

che si presenta nello spazio ristretto delle sommosse, subito dopo avviene la differenziazione: in ogni caso, infatti, non si può

sfuggire al governo dei pochi, tanto in aristocrazia quanto in democrazia o oclocrazia, vi sarà sempre una classe politica ristretta

a governare i destini, una gerarchia (è inscritto nella nostra ontologia, ogni struttura vitale è gerarchica). Il punto è che questi

pochi possono essere i migliori, ma anche i peggiori: nel socialismo, in cui la minoranza è, per Berdjaev, peggiore, i demagoghi

al potere (che non sono aristocratici, infatti sono detti peggiori) sfruttano i sentimenti delle masse, parlando in nome del popolo

alla vecchia maniera (perciò si diceva, tra l’altro, che i rivoluzionari non fossero pienamente

ma gestendo il potere come autocrati,

futuristi). Nel socialismo il proletariato mira ad essere la nuova aristocrazia (gli ideologi del socialismo, cioè Marx e i marxisti,

l’hanno infatti concepito come classe messia), ma non è degno, non possiede un’anima nobile, disinteressata, esso invidia soltanto

la grandezza dell’aristocrazia propria, se ne vuole appropriare indebitamente.

tipi di poteri: l’aristocrazia e l’oclocrazia. L’aristocrazia pura o quella nata in seno alla democrazia

Esistono dunque due soli o

rappresentano l’organicità, la cosmicità, il principio ontologico dell’ordine, mentre l’oclocrazia

alla monarchia (che comunque

rappresenta il principio dell’appiattimento, della disorganicità, il

è una costruzione socio-politica effimera, che dura ben poco) si crea un’oligarchia di demagoghi,

principio ontologico del caos, la vittoria delle forze ferine e barbariche (anche quando in essa

che non è un’aristocrazia).

L’aristocrazia è una razza con radici ontologiche: è stata creata da Dio (Provvidenza), quindi è una disposizione naturale, a cui

che non si può coltivare, com’è invece per il talento. L’aristocrazia autentica si dona, è disinteressata, vive il

non si può anelare, e responsabilità, è libera dal rancore, dall’invidia, dal risentimento (tipici tratti della plebe).

potere come compito

Caoticità e razionalismo sono il segno di un uso sbagliato della libertà, cioè sono la cifra dell’arbitrarismo dell’uomo, che

8 si ribella

razionalmente a Dio e all’organicità della realtà.

9 «A più forte ragione, potrei dire io che lo scopo, bene o male realizzato, di ogni qualsiasi forma di procedura sociale che esiste in questo

mondo è quello di trovare questo uomo capace e di investirlo dei simboli del potere e delle capacità, di elevarlo alla dignità di alte cariche, alla

dignità del culto, della legalità, della sovranità o comunque la si voglia chiamare, in modo che possa realmente essere posto in grado di

degli eroi e l’eroico nella storia.

governare come lo portano a fare le sue attitudini!» Carlyle, Gli eroi, il culto

6

L’aristocratismo riconosce realtà a lui superiori, e non ne fa motivo di rancore e malessere, è strettamente legato all’ipostasi

paterna e ne conserva filialmente il compito: il cristianesimo è una religione aristocratica perché è una religione dei liberi figli

10

di Dio , che si riconoscono nel padre, e riconoscono il dono di grazia che egli gli ha concesso.

sul risentimento, l’offesa, l’invidia, il rancore, ne fa virtù contro l’aristocratismo:

Il socialismo si fonda sulla psicologia plebea,

in ciò è schiavo della materialità, si percepisce senza origini, si trova sulla superficie dell’essere. La vita migliore non nasce dalla

rivolta dello schiavo, dall’affermazione dell’effimero e del caduco, ma dalla trasfigurazione dell’umanità nell’aristocratico,

dall’affermazione dell’ordine cosmico, dell’eternità, di Dio. L’aristocratico accetta il “capriccio divino”, l’ingiustizia, la

differenziazione, la disuguaglianza, perché ne percepisce il senso profondo, mentre il plebeo vuole una giustizia che appiattisca

tutto, che omologhi verso il basso. L’aristocrazia, come ha permesso all’umanità di uscire dalle tenebre

principio spirituale,

(vedi Sullo stato), di farsi una cultura e organizzarsi, anche se nella storia si è fatta casta, cioè classe sociale, si è allontanata dal

popolo e dai suoi compiti metafisici, dalle se responsabilità, preparando l’insurrezione della plebe inferocita e amorfa.

Non bisogna confondere l’aristocrazia storica (essoterica) con quella dello spirito (esoterica), ma è pur vero che la cultura

aristocratica, che viene dalla selezione dei tratti nobili, dall’eredità, dai legami col passato (i millenni che vivono nel sangue

degli aristocratici: il sangue blu), permette che nelle sue fila appaiano tipi psichici superiori, anche se non in ogni caso: in essa è

possibile che si sviluppi non il genio, che è un dono, ma il talento (p. 150), ed è necessaria per lo strutturarsi della società, per

gerarchia ed una forma al caos amorfo e ferino (nella Chiesa l’aristocrazia esoterica è composta da mistici e santi,

garantire una

cioè dalle menti geniali, premiate dalla grazia provvidenziale, che rinnovano la Chiesa e che non seguono una logica o delle

leggi, mentre quella essoterica è composta dal clero, in cui si selezionano i talenti e che dà forma al popolo, lo regola e tramanda

le tradizioni, cristallizzandole).

Se l’aristocrazia di spirito sarà eliminata l’umanità degraderà: la cultura dell’uomo contemporaneo, senza radici, senza

– –

riferimenti, sciolta da legami è la cultura del parvenus è destinata a fare questa fine.

La Russia, secondo Berdjaev, non ha mai disposto di una cavalleria, di un’aristocrazia, ha sempre dominato l’oscuro elemento

femmineo, popolare, chlystico, la quantità sulla qualità: la Russia ha uno spirito democratico, che è stato incarnato dal

L’unica forma in cui si è presentato l’aristocratismo è stata quella culturale (nel XIX secolo: Puškin,

burocratismo. Lermontov,

Čaadev, che si è degradata quando nella vita culturale russa si è imposto l’intellettuale non nobile

Tolstoj, Dostoevskij),

(raznočinec), che ha portato con sé il nichilismo, il populismo, la demagogia (che hanno portato poi alla rivoluzione).

Ogni classe ha la sua aristocrazia: proletaria, contadina, industriale, mercantile, così come ogni epoca storica, e ciò è necessario:

per questo l’approccio socialista è deleterio, perché nega l’ordine metafisico dell’essere e il principio storico: è

«l’elevazione

raggiungibile soltanto con una libera lotta e una libera selezione» (p. 152).

Sul liberalismo

La libertà è un valore aristocratico, presuppone la persona, l’individuo 11 , non democratico (le masse non sanno esser libere,

vogliono solo l’indistinzione). Il liberalismo è una visione del mondo che richiede la formale libertà di tutti, non si interessa del

contenuto: è una disposizione d’animo degli spiriti liberi e colti (anche se in fondo ha un contenuto: l’affermazione della persona).

Il socialismo, assieme alla democrazia, non è solo formale (meccanizzazione, omologazione), ma pretende («una pretesa senza

fine») di sancire (ideologicamente) il contenuto della vita, quando ha a che fare con i mezzi e non con gli scopi, che sono invece

di natura spirituale (il socialismo dissolve la persona nella società).

Il liberalismo politico però ha ben poco di ontologico, si trova ancora a livello superficiale, come il socialismo: su basi positiviste

(cioè quelle del liberismo e del socialismo politici) non si può giungere alle profondità metafisiche. La verità formale del

liberismo, però è in tangenza con la verità metafisica e cosmica, sebbene in modo accidentale: la libertà e i diritti inalienabili

in quanto ente fatto “ad immagine e somiglianza di Dio”,

sono posseduti dall’uomo e sono sanzionati e difesi dalla Chiesa. La

Riforma non ha riconosciuto alla Chiesa cattolica i suoi meriti di alfiere di tale causa. È stato il cristianesimo a originare il

concetto di libertà dell’individuo, della persona: nell’antichità pagana la libertà era un concetto con radici esclusivamente socio-

politiche. Il liberismo politico ha una natura illuministico-razionalistica (deismo, panteismo, armonia naturale, cosmopolitismo,

ottimismo), per questo non accede alla verità mistiche, cosmiche, metafisiche: non coincide con una visione religiosa del mondo,

libertà e l’uguaglianza astratte

non fa riferimento a Dio, ma affida alla ragione il compito di formulare un diritto positivo («la

i diritti dell’uomo»,

non creano affatto la società perfetta, non garantiscono p. 161, le utopie razionalistiche non portano a nulla

La fede nell’armonia naturale, nella bontà dello stato di natura,

di positivo, sono unilaterali e conducono alla tirannia). che è stata

fondamentale nel XVIII secolo, si è rivelata falsa in quello successivo (già negli anni seguenti alla rivoluzione del 1789, cioè nel

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino

tempo del terrore, dice Berdjaev, la fu sconfessata dai suoi stessi promotori).

Il liberalismo politico si oppone al socialismo non in quanto fede, cioè, appunto, Weltanschauung, ma in quanto tattica

organizzativa alternativa della società (in questo senso, ha la stessa radice ontologica, proviene dal caos). È nel cristianesimo che

liberalismo autentico, quello per cui l’uomo deve essere liberato dalle forze del peccato, non

andrebbero cercati i fondamenti del

dalle occupazioni materiali, quello per cui l’uomo è da intendersi libero al cospetto di Dio e non al cospetto del consesso degli

altri uomini: l’uomo che abbia 12

soli diritti e nessun dovere, soprattutto in relazione a Dio, non è libero, ma schiavo , ha solo

pretese e interessi, non diritti o doveri. Il cristianesimo insegna a fondare i propri diritti sul dovere di rispettare i diritti altrui,

10 «L'aristocratico nobile d'animo deve sentire che tutto ciò che lo eleva proviene da Dio, mentre tutto ciò che lo umilia è il risultato della

propria colpa.» (p. 142)

L’individuo è portatore di disuguaglianza (Sull’aristocrazia).

11

12 La scuola cattolica romantica francese, con a capo Joseph De Maistre, invocava la dichiarazione dei diritti di Dio. 7

e venera nell’altro il volto di Dio, e non se stesso (non lo vede cioè come un mezzo), i diritti, come i

dacché il cristiano vede

doveri, diventano così sacri, ontologici.

La libertà è diritto alla disuguaglianza (p. 161), non il prodotto dell’omologazione politica: la libertà si realizza nella

13

disuguaglianza, nella possibilità di far emergere le distinzioni qualitative, non nella riduzione quantitativa a soggetto politico .

Per cui la libertà può avere solo un senso religioso, acquisisce contenuto soltanto nella fratellanza della comunità ecclesiale

(quell’ecclesia proto-cristiana che tutti gli autori cristiani tanto rimpiangono).

Il manchesterismo (liberismo economico sfrenato promosso dalla Scuola di Manchester, principali esponenti Richard Cobden e

i suoi frutti negativi, è andato a detrimento dell’idea liberale, ha fatto cioè in modo (divenendo

John Bright) ha portato

economicismo, assolutizzando i mezzi economici e politici) che si associasse una percezione negativa ad essa (quando invece la

si dovrebbe considerare sotto il profilo ontologico). Il liberalismo autentico non ha legami con il manchesterismo o con il

favorevole al riformismo sociale, al “welfare”,

conservatorismo deteriore, esso è invece per cui è più vicino al socialismo

virano verso l’economicismo,

riformista: quando le dottrine politico-economiche sia in senso socialista-materialista sia in senso

non v’è liberalismo che tenga.

liberista-destrista,

Nella religiosità il liberismo inautentico si può identificare con il protestantesimo: i protestanti affermano una libertà religiosa

così come i liberisti in campo economico (ché non accettano l’intervento

astratta, emendata dalla gerarchia, e perciò disorganica,

statale in economia e finanza) o i filosofi nominalisti nelle loro filosofie sociali giusnaturalistiche (Russeau, Hobbes, ecc.). Il

liberismo razionalista, pur infondendo fiducia nell’individuo, nega le sue relazioni cosmiche (ma l’individuo, la persona, è tale

La libertà dell’uomo ha

solo se fa riferimento a qualcosa di più alto) e quindi si trasforma in formalismo, come la democrazia.

un senso spirituale, che è patrocinato soltanto dal cristianesimo e dalla Chiesa, ogni tentativo di fondarla facendo riferimento ad

un diritto naturale o positivo è pura utopia (l’uomo in natura è peccaminoso e violento): è nella storia, nel suo dischiudersi (cioè

nel venire alla luce del disegno provvidenziale: il cristianesimo comunque), che bisogna cercare tale fondamento.

Non si può fondare la società perfetta col parlamentarismo e il costituzionalismo, v’è dell’irrazionale nell’uomo che continua ad

essi possono essere d’ausilio in alcuni momenti storici, ma non rappresentano la verità. Senza il cristianesimo, come

emergere:

si è detto, le pretese dello Stato sull’uomo sarebbero tremende ed infinite, solo il sangue dei martiri cristiani ha potuto riscattare

l’uomo dal saeculum, dalla violenza naturale e dalla coazione politica.

I liberali radicali sono in fondo degli scettici, non hanno riferimenti metafisici, ontologici, una verità che faccia da metro, per

al radicalismo rivoluzionario e di sinistra (anzi lo invidiano, perché capace di affermare un’idea piena)

questo soccombono

oppure cedono all’anarchismo liberistico: solo il liberal-conservatore può aspirare ad una pienezza, nella difesa della storia, delle

tradizioni.

Sulla democrazia

N.B. qui popolo non è inteso come in Sulla nazione, cioè come classe marxista, ma appunto come nazione, come ricettacolo di

uno spirito ben definito, vessato però dalla democrazia meccanizzante

La democrazia non è un fenomeno politico tipico del XX secolo, ha radici antiche, ed è strettamente legato alla questione

essa poggia sulla divinizzazione dell’uomo (della massa) e sulla negazione delle radici divine del potere.

religiosa: Riconoscere

l’egualitarismo

la sovranità popolare indiscriminata, sic et simpliciter, non è un progresso verso il bene (è solo un riconoscere

un principio formale), ma un regresso verso il caos, dacché la volontà popolare non è sempre limpida e cristallina, orientata al

bene, anzi è piuttosto tendente al male (in questo caso, senza che si possa obiettare nulla). La formula della democrazia è voglio

che ci sia quello che voglio: volontà per la volontà, senza parametri, limiti, criteri. La democrazia è atea, perché affida giustizia

cioè al fallace arbitrio umano, quando queste hanno un’origine e una sanzione divine (alla base c’è lo

e verità alla maggioranza,

scetticismo: chi è senza sicurezze si affida alle sanzioni maggioritarie, giustizia e verità non esistono, le deve perciò determinare

14

la maggioranza, cerca nella quantità la qualità che gli manca) . La rivoluzione democratica mondiale è la testimonianza della

caduta dell’umanità, della crescita dell’ateismo e dello scetticismo.

La base su cui si edificano le democrazie è il concetto malinteso di popolo (che richiama anche il concetto di nazione, ma lo si

prenda con cautela), cioè un insieme indefinito di individui atomizzati (in questo infatti non sono nazione) un collettivo

meccanico, non organico che di per loro nulla valgono, ma che uniti si dicono sovrani (la volontà popolare è intesa,

malauguratamente, come la somma aritmetica dei voti). Il popolo, inteso come collettivo, può anche avere tra l’altro un’impronta

non democratica, un pathos non democratico, anche in un regime che si ispira a tali valori, ciò vuol dire che la democrazia non

rispetta affatto l’organicità e lo spirito di un popolo. Il marxismo, pur nella sua limitatezza, ha avuto il merito di smascherare

involontariamente questa pretesa ancora idealistica e di aver mostrato il senso deteriore che vi si cela: i socialisti marxisti hanno

mostrato che non esiste un popolo (cioè una nazione), ma soltanto classi e interessi economici (il parlamentarismo, in questo

senso, permette lo scontro di interessi diversi, rappresentati dai partiti, e difficilmente si può scorgere in un parlamento una

volontà popolare organica). Il nuovo popolo, il nuovo feticcio, come si è detto, diviene per i socialisti il proletariato: se questo

ha il merito di scalzare la vecchia idolatria democratica, ha il demerito di peggiorare ulteriormente la situazione.

13 «Credo che sia più facile istituire un governo dispotico presso un popolo in cui le condizioni siano uguali, che presso un altro e penso che

un governo di questo genere, una volta che fosse saldamente stabilito in un simile popolo, non solo opprimerebbe gli uomini, ma finirebbe per

togliere loro molti dei principali attributi dell'umanità. Il dispotismo mi sembra quindi, particolarmente terribile nei tempi di democrazia»

(Toqueville).

Così anche Havel sosteneva che, nell’epoca del nichilismo, l’uomo si è affidato ad un’ideologia forte ed elastica, che sapesse

14 dare ragione

di ogni aspetto della realtà.

8

Il popolo dovrebbe essere un organismo mistico, possedere un suo spirito, ma nella meccanizzazione democratica ciò si disperde,

è tutto centrifugo: il popolo dovrebbe esprimere la sua volontà, il suo spirito, nella selezione di una minoranza rappresentativa

a patto cioè che permetta l’emergere di un’aristocrazia: se rimane

(per ciò la democrazia rappresentativa può anche funzionare,

oclocrazia non può che degenerare verso il caos). la volontà del popolo è scomparsa all’apparire della

La democrazia ha limiti evidenti: la quantità non può creare la qualità,

Il suffragio universale, nella sua astrattezza, fa violenza all’uomo concreto: non esiste l’uomo astratto, l’atomo

democrazia. l’uomo, considerarlo rispetto al suo ceto, alla sua tradizione, aprirsi alle sue qualità e, se

votante, è necessario contestualizzare

necessario, cioè se queste qualità non si dimostrano piene, giuste, adeguate, impedirgli anche di deliberare.

Cifra della crisi democratica europea è la nascita del sindacalismo e del corporativismo francese (recupero corporazioni

medievali), cioè di una rappresentanza non astrattamente democratica, ma che affonda le proprie radici nel terreno concreto della

vita, degli interessi (sebbene poi questi interessi siano pur sempre di classe e non di popolo: non esiste un sistema di

rappresentanza perfetto, tuttavia c’è in essa una verità parziale).

La repubblica democratica parlamentare è una forma organizzativa razionale che non accetta che vi siano influssi irrazionali,

pretende di scovare la volontà generale con metodi quantitativi, facendo torto alla realtà. Essa vede nello Stato soltanto una

funzione della società, un prodotto della volontà meccanizzata, e non un principio ontologico superiore e autonomo. Ma è

impossibile razionalizzare completamente una formazione umana, anzi questa stessa razionalizzazione è prodotta dalle forze del

caos e del peccato, perché tenta di affidare a tutti un potere illimitato, invece di irreggimentare la vita affidandone il controllo ad

un’aristocrazia illuminata e competente nel governo. L’autocrazia del popolo, in senso comunista (la democrazia lascia ancora

all’aristocrazia) è la forma peggiore di governo, è quella oclocrazia tanto biasimata e temuta.

spazio

La democrazia spinge l’umanità in basso, non tempra gli animi (non si trovano santi e geni, secondo Berdjaev, che si appoggia

a Leont’ev, nelle democrazie, ma appaiono sotto le tirannidi), impedisce gli slanci creativi, uniforma la cultura, tarpa le ali agli

uomini, riduce l’uomo a ente sociale, e non lascia spazio per la solitudine, la contemplazione, la creatività in senso pieno:

diffondendo in tutti una pseudo-cultura abbassa nettamente il livello anche dei più talentuosi e impedisce ai geni di emergere, li

L’inquisizione e la tirannide avevano più rispetto per la persona, per l’anima,

schiaccia sotto il peso della massa indistinta. anche

perché ne riconoscevano la libertà e l’individualità, anche nel peccato, mentre la

quando la bruciavano o la scomunicavano,

e considerando l’uomo solo per la sua utilità sociale,

democrazia, livellando tutti crea nichilismo e indifferenza.

niente a che fare con l’omologazione democratica o anarchica, esso rispetta la disuguaglianza.

Il cristianesimo non può avere

La democrazia, il comunismo, servono allora da monito: doveva succedere che il mondo esperisse la democrazia affinché si

ravvedesse, ritornasse verso Dio dal suo ateismo. Certamente non si possono costringere i popoli a ritornare agli ordini

monarchico o aristocratico, Berdjaev auspica un rinnovamento della socialità in senso cosmico (la crisi della democrazia è una

cioè in un ritorno all’aristocrazia dello spirito,

crisi spirituale non politica, in cui se ne svela la menzogna), una rivoluzione

spirituale (la democrazia deve essere sottomessa alla vita spirituale), l’unica che può garantire una società non perfetta (ché non

c’è salvezza sulla terra) ma armoniosa.

Sul socialismo

Il socialismo, che si configurava come utopia economica già nell’antichità, nel XIX secolo è venuto definitivamente alla ribalta,

manifestandosi nella sua forma più radicale. Il socialismo d’età contemporanea nasce in tutto e per tutto nella società borghese-

capitalistica, si configura cioè a partire dal epos borghese: è consumistico, razionalistico, materialistico, economicista ed ateo

(oltre al fatto che, per definizione, cioè nel dettato marxista stesso, il socialismo interviene soltanto su una realtà capitalistica,

l’ateismo e il

sfruttandone le risorse). La classe messianica del socialismo, il proletariato, del resto, oltre ad aver «imparato

materialismo dalla borghesia» («il borghese e il proletario sono gemelli»), non presenta tipi psichici elevati: è rancorosa,

15

invidiosa, livorosa, vendicativa, in essa non si possono sviluppare uomini nobili .

La rivolta delle plebi ai migliori (fondata sulla fasulla psicologia dell’offesa), in gran parte è dovuta alle mancanze degli stessi

aristocratici, che hanno tradito la loro vocazione e si sono costituiti in classe socio-politico-economica. Non si può pensare di

risolvere la questione sociale, che ha radici nella degenerazione spirituale, con mezzi materiali e partendo “dal basso” (della

in modo classista: è necessaria una trasfigurazione sociale complessiva, un movimento “dall’alto” (insomma è

gerarchia), 16

necessario un socialismo riformista e illuminato ). Il socialismo rivoluzionario rifiuta i valori spirituali, rifiuta di riconoscere

nell’uomo la scintilla divina, per questo tenta di agire solo sul piano materiale, ma il problema, come si sa, non è a questa altezza.

Il socialismo rivoluzionario non può avere nulla a che fare con il cristianesimo: le sette rivoluzionarie cristiane sorte nel

Medioevo (come quella del Segarelli e Fra Dolcino, di Giovanni di Leida, ma anche quella di Gioacchino da Fiore), di marca

apocalittica e chiliastica (millenaristica), attendevano un riscontro “materiale”, cioè una pace in terra (da svilupparsi tramite la

17

venuta di Cristo). Il millenarismo ha un quindi volto socialista (si richiama alle fantasie apocalittiche ebraiche ), ma è falsità: il

Regno di Dio non sarà mai totalmente terreno, cioè materiale, vi si giungere soltanto tramite la trasfigurazione dell’umanità.

l’altro, sostiene che:

15 Berdjaev, tra «Solo nelle classi borghesi il socialismo può essere un moto nobile e disinteressato dello spirito umano,

può costituire un'idea. Nelle classi proletarie il socialismo diventa interesse, e non idea; assume fa talmente un carattere materialistico, e perde

ogni spirito di abnegazione». Il socialismo borghese (Sait-Simon, Fourier, Owen, Marx) e il socialismo aristocratico (Platone) possono essere

nobili, ma quello proletario è gretto e materialistico.

a riconoscermi “socialista cristiano”»

16 Berdjaev: «Io stesso sono pronto (p. 194)

17 Riferimento alle rivolte degli zeloti, ma più in generale alle attese messianiche del popolo ebraico. 9

Il socialismo stesso ha radici giudaiche (Marx era ebreo) anzi la storia stessa del socialismo è collegata alla questione religiosa

– ed è profondamente anticristiano: il messianismo ebraico, per esempio, non ha potuto accogliere l’idea del Cristo-

ebraica

messia crocifisso, di un Cristo umile e non rivoluzionario, che non fosse latore di gloria terrena. Il socialismo entra nel mondo

con una pretesa religiosa, che nella sua ultima manifestazione è anticristiana: si presenta come nuova religione, ma senza Dio e

contro Dio, pretende di essere il tutto (ha fatto sue le tentazioni che Cristo ha respinto nel deserto, cioè le tentazioni materiali).

Il socialismo porta a termine l’opera democratica, la razionalizzazione della vita umana, di tutti gli ambiti, in cambio della

rinuncia ai fondamenti mistici, spirituali (nella società terrena senza Dio, nel socialismo rivoluzionario) opera lo spirito

dell’Anticristo). Il socialismo vuole affermare la fratellanza, che mutua dal cristianesimo, con la violenza, perciò è disgustoso:

non vi sono fratelli nell’ideologia socialista, ma compagni, non vi sono cioè figli di un unico padre, che è Dio, ma individui con

interessi comuni (non vi può essere dunque un collettivo socialista ispirato a valori cristiani), cioè con l’interesse di non nuocersi

a vicenda per motivi economici, e che per questo, solo per questo, aboliscono le differenze tra loro (l fratellanza è impossibile

nel mondo naturale, è necessaria per essa la grazia). Il socialismo vuol imporre che tutti gli uomini siano uguali e che si sia

compagni di tutti, indiscriminatamente: nega cioè la libertà del singolo di autodeterminarsi, di unirsi secondo la sua volontà a

qualcuno piuttosto che a qualcun altro, si dovrebbero invece separare le sfere politica e religiosa, in modo che nella prima vi sia

cittadinanza e nella seconda fratellanza.

Il collettivismo coatto e integrale porterà all’appiattimento dell’uomo nel materiale, gli negherà la libertà di scegliere (e anche

di cadere, di sbagliare) tarperà le ali alla spiritualità (che i socialisti garantiscano a parole che non sarà così, che lo spirito si

libererà sempre più, è pura menzogna), alla libera espressione culturale, al culto, all’iniziativa privata e all’associazionismo. La

un’istituzione coercitiva che impedisca che si disgreghi, ma questo limiti non può essere

società deve avere certamente dei limiti,

assoluto, non può essere né materiale né spirituale: non si può elevare l’amore per il prossimo a principio ultimo della realtà

sociale, politica, statale (come voleva Tolstoj).

I socialisti compiono un salto non concesso dall’oggettività alla moralità: mentre sostengono che i drammi economici siano frutto

di leggi meccaniche e oggettive, attribuiscono alle classi di oppressori una volontà malvagia, il che è contraddittorio, e allo stesso

modo, mentre privano la persona della sua autonomia ontologica vogliono attribuire ai proletari una volontà di riscatto: il

ocialismo crede di essere oggettivo e scientifico, ma non mostra altro che il livore classista malcelato, il pathos rivoluzionario e

ferino, il moralismo (morale e psicologia di plebe) becero, in ultima analisi, il peccato (i socialisti hanno assunto a priori che la

disuguaglianza sociale sia il male: sono ideologici, rifiutano l’esperienza 18 ). Il male non sta infatti nello sfruttamento di classe,

ma è inscritto nelle leggi naturali che governano le società umane: la necessità oggettiva (gerarchismo, sfruttamento della forza

lavoro, ecc.) è il segno della forza e della giustizia divina, «declinata nella natura non illuminata e soggetta al peccato» (p. 202),

il male sta quindi nella natura peccaminosa dell’uomo, nella sua dipendenza dalla materialità (anche relativamente ai bisogni:

l’uomo non è ancora in grado di soddisfare facilmente i suoi bisogni materiali, per questo ne è sottomesso e sta nel peccato, non

capitalista di per sé non è malvagio – –,

19

si è ancora trasfigurato ). L’imprenditore come vorrebbero i socialisti propagandisti

potrebbe agire per il bene, ma potrebbe anche diventarlo, è un rischio che si deve correre.

È inutile cercare nel vangelo una visione socialista: quanto Cristo dice “è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di

non sta vituperando i ricchi e la ricchezza, difendendo

un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli” gli interessi

materiali dei poveri, ma si sta preoccupando della loro salvezza li ammonisce affinché non facciano della loro ricchezza, della

materialità, un criterio di vita (conquistandosi così l’inferno): nel Vangelo non si fa riferimento ad una rinnovata organizzazione

ma si richiamano alla compostezza, alla continenza le anime, al rispetto del volto di Dio nell’altro, propone

sociale ed economica,

la verità eterna, non una verità storicizzata (il rivoluzionarismo sociale è estraneo al cristianesimo della Chiesa, esso è appartenuto

20

soltanto ai movimenti eretici e settari di cui si è parlato) . Il livore socialista per la ricchezza sta esattamente agli antipodi rispetto

a questa concezione: esso avvelena anche i cuori dei poveri, li allontana dal regno di Dio, imprime nella loro anima la örama di

ricchezza, l’invidia per il tenore di vita dei ricchi, li espone al peccato sollecitando la loro concupiscenza.

L’ideologia socialista è ostile al lavoro spirituale e creativo-qualitativo e favorevole a quello materiale e quantitativo: vuole

liberare l’uomo dal lavoro, non riconoscendo il suo valore che è proprio liberatorio (Arbeit macht frei), cioè creatore di positività,

di disuguaglianza. Il lavoro ha un fondamento spirituale, e la produttività del cosiddetto lavoro materiale dipende dalla condizione

spirituale dell'uomo: la disciplina del lavoro una disciplina spirituale, ma il socialismo lo considera in senso astratto, secondo la

categoria del capitale (su cui Marx ha fondato tutta la sua dottrina). Il socialismo non permette la divisione del lavoro, la

differenziazione dei compiti, l’iniziativa del singolo che genera produttività: nel cosmo sociale tutto è collegato, non si può

separare la materia dallo spirito e credere che lo spirito sia libero soltanto perché non affannato dalle necessità materiali, è

necessaria la sinergia di tutti i principi, il monismo è sempre una violenza.

La Zusammebruch, cioè il crollo finale del capitalismo e la creazione del comunismo totale, è una chimera, qualcosa di

irrealizzabile: sul piano socio-politico rivoluzioni di questo tipo sono impossibili, il processo sociale è per sua natura molecolare,

evolutivo, lo sviluppo sociale presuppone la crescita del dominio umano sulla natura, l'aumento della produttività economica e

18 La disuguaglianza è il presupposto per lo sviluppo della cultura. Questo è un assioma. E rimane ancora da dimostrare perché l'uguaglianza

sarebbe moralmente migliore della disuguaglianza. (p. 205).

l’uomo non ha ancora assunto sufficiente dominio sulla natura, la disuguaglianza sociale, l’emergere di una classe abbiente

19 «Quando e

l’unica via di salvezza, è un bene anche per i nullatenenti, per le masse popolari»

privilegiata costituisce (p. 204). Bisogna aumentare la

produttività, non redistribuire le ricchezze.

20 Le società umane non saranno mai perfette, ma sempre relative, storicizzate, limitate, non hanno a che fare con la verità eterna del

cristianesimo, che vale in ogni condizione sociale, supera cioè anche quella che può apparire più florida e positiva; la questione sociale, quindi,

come si è già detto non può essere risolta sul piano materiale.

10

un mutamento morale nei rapporti tra uomo e uomo. Quindi il marxismo non è solo una scienza, ma anche una fede, presuppone

il balzo dal regno della necessità a quello della libertà: l’attesa della rivoluzione sociale è una fede, ma una fede falsa, giudaica,

messianica, apocalittica, senza Dio.

Il socialismo deve essere riformista, non rivoluzionario, deve mantenere i legami con il passato, coi i diritti che la storia ha

sancito, primo fra tutti quello della proprietà (un diritto che può degenerare se assolutizzato, ma che è indispensabile per lo

sviluppo di un’umanità completa, che viva anche la sua spiritualità): «il trionfo della rivoluzione del socialismo arresterebbe la

crescita della produttività e paralizzerebbe la creatività. Verrebbero meno le motivazioni del lavoro», dal momento che avrebbe

eliminato la ricchezza che proviene dalla complessità, dalla disuguaglianza (concorrenza e selezione dei migliori): il proletariato

piatto, senza nerbo, appiattito sulla materialità, non cercherebbe la cultura superiore, immiserito dai suoi interessi materiali,

affosserebbe definitivamente la spiritualità dell’uomo, renderebbe tutti mediocri e senza scopi (solo uno sguardo religioso

permette di comprendere il senso della disuguaglianza, il positivismo razionalista non arriva a tale profondità e vuole

l’omologazione). È nella disuguaglianza che si forgiano i caratteri, i tratti peculiari di ogni uomo, è abominevole ricacciare tutta

l’umanità in uno stadio di mediocrità, livellare in basso tutti gli uomini.

L’utopismo sociale non è altro che timore per la morte, rifiuto dell’immortalità, attaccamento alla materia del hic et nunc: una

(non di solo pane vive l’uomo).

«religione del pane terreno contro quella del pane celeste»

I veri socialisti non sono i democratici, ma i comunisti: affermano la volontà della classe-messia, il proletariato, e non una formale

porta con sé un’ideologia forte. Una

21

uguaglianza tra gli individui di un popolo (come nella scettica e vuota democrazia )

minoranza custodirà l’idea del proletariato, l’ideologia, non è importante che il proletariato governi direttamente (è solo qualcosa

di passaggio, nei fui della rivolta). Lo Stato socialista è confessionale, è una sanatocrazia.

Sull’anarchismo

Anche l'anarchismo, come socialismo, è un'aspirazione di vecchia data: entrambi giungono al non essere, il socialismo per una

sede di uguaglianza, mentre l'anarchismo per una sete di libertà.

L’anarchismo nega la gerarchia, come il socialismo, e ripone nella libertà umana una fede smisurata, dacché crede che essa sola

basti a formare una società armonica: la fede anarchica prevede che, ripristinato lo stato di natura, gli uomini tornino alla pace.

Spesso l’anarchismo, nelle sue forme meno nobili (cioè non in quelle personalistiche, pure accettabili), trova appoggio nel

sottoproletariato (i reietti), si muove perciò nello stesso pathos socialista (invidia, rancore, vendicatività nei confronti delle classi

superiori). Tutto per l’anarchico è opprimente e odioso: lo Stato, la società, i valori, così è per l’“unico” di Max Stirner, un atomo

in un deserto spirituale e materiale, senza legami e con infinite pretese; egli rifiuta le realtà organiche, le relazioni cosmiche, è

22

immerso nel caos e ad esso vuole far ritorno, è un nichilista e un nominalista, non un realista .

La Chiesa, lo Stato, le istituzioni in genere custodiscono l'immagine umana, proteggono la persona dalle forze oscure della natura,

dalle pulsioni ferine, mentre l’anarchismo, lo stare senza principi, nega il male e il peccato e crede nella bontà naturale dell’uomo

rende l’uomo schiavo e non libero).

(ma in questo modo «dà la persona umana in pasto ai demoni», La libertà anarchica è formale

e senza contenuto, non riconosce la luce salvifica di Cristo, la necessità della grazia e dell’espiazione del peccato: l’anarchico è

atterrito dal nulla che egli stesso crea attorno a sé, e preferisce la schiavitù alla natura che la libertà vera.

L’anarchismo un’enfasi atea (visibilissimo in Stirner

ha una motivazione antireligiosa, e Bakunin), è una ribellione innanzitutto

a Dio: quando si dà un fondamento religioso (Tolstoj, Carpenter), invece, si ha a che fare con la falsità, con un astrazione del

messaggio cristiano, dacché rifiuta i legami cosmici, diviene settarismo, e, appoggiandosi ad un individualismo estremo, si limita

a considerare il profitto terreno, rifiutando la drammaticità della storia, è l’ultimo lido del razionalismo occidentale.

Lo spiritualismo estremo dell'anarchismo tolstojano si unisce a una concezione materiale e ferina del contenuto della vita, condita

di individualismo e legalismo astratto, il quale rifiuta il processo storico, cioè la necessità di un'evoluzione storica, di

un’incarnazione misteriosa e progressiva del diritto (ossia la costruzione di istituzioni che lo garantiscano: Stato e Chiesa), in

L’anarchico religioso è pronto a disfarsi della persona nei rispetti della

nome dell'immediatezza fattrice della ragione pratica. si crede di liberare l’individuo ma lo si

ragione impersonale e divina (si tratta di un deista, tutto sommato) e ciò è paradossale:

La libertà della persona non esiste all’infuori di limiti e differenze, cioè di una struttura

affossa, lo si atrofizza e riduce a nulla.

gerarchica, alla disuguaglianza ontologica che si dà nella storia, non al di fuori di essa.

Nelle rivoluzioni e nell’anarchia si celebrano le festività orgiastiche e caotiche un dio minore: Dioniso. Lo spirito dionisiaco

dissolve la persona, la annienta nella folla, elimina ogni distinzione e ogni forma, mentre lo spirito apollineo dà forma, salva la

persona (il cristianesimo è apollineo). In questo senso, l’anarchismo, come il socialismo, nega qualsiasi emergere di spiriti

superiori, di un’aristocrazia esoterica, appiattendo tutto in basso, nel caos. Il cristianesimo prevede che la società umana sia

organizzata, e non lasciata in pasto alle forze ferine, per cui, «non c'è niente di più indecente e irresponsabile dell'anarchismo

mistico che si inebria del baratro, del caos, della spontaneità elementare illimitata e della tenebra naturale primordiale» (p. 228).

Il principio gerarchico del potere, la legge gerarchica della Chiesa, dello Stato e del diritto devono condurre gli uomini fino alla

fine dei tempi.

21 Berdjaev aveva detto infatti che i democratici liberali, parchi, moderati, smidollati, soccombono alla forza delle idee socialiste.

22 «Il vostro anarchismo contraddice e distrugge se stesso. Non c'è niente su cui possiate fermarvi per riprendere fiato. Una corrente oscura vi

trascina nell'abisso. Non potete parlare a nome di nessuno. Nessuno per voi rimane reale. Non avete il diritto di pronunciare nessun nome. La

via anarchica e la via dell'autodistruzione della persona, la rovina del io umano. Chi fa saltare in aria con la dinamite tutte le realtà che lo

sovrastano, tutti i valori e le cose sacre, fa saltare in aria anche se stesso, il proprio io, distrugge la propria personalità e la precipita nel baratro

del non essere caotico.» (p. 220) 11

L’anarchismo, come il socialismo, la democrazia e il comunismo, sono i castighi inviati all’uomo (dalla Provvidenza) per la sua

deriva, per aver perso di vista il senso sacro della vita e la necessità della gerarchia, in modo che, attraversando questo “mare

meonico”, egli si possa render conto dell’abisso in cui si trova e rivalutarsi, trasfigurarsi.

Sulla guerra

La guerra è una forma nobile di lotta: si fa in nome della vita, e perciò è nobile, ma semina morte, è dunque antinomica per

essenza. Lo scopo della guerra è l’unificazione, l’unità, la pace, ma i mezzi sono terribili e sanguinari, in essa convivono due tipi

di pulsioni fondamentali, quelle cosmiche è quelle caotiche («rappresenta sia un grande bene che un grande male»). La guerra è

il simbolo della tragicità della vita mondana, dell’impossibilità di una pace perpetua (per questo è tanto odiata dai socialisti

che rifiutano la verità e la necessità dei grandi movimenti storici e cercano l’immediato appagamento): è la

piccolo-borghesi,

confutazione pratica di ogni razionalismo.

La morte che si presenta in guerra si giustifica soltanto se la si relaziona ai movimenti spirituali del popolo, della nazione (cosa

che i socialisti rifiutano, non riconoscendo nazioni, vedi Sulla nazione): una giustificazione razionale della guerra è assurda e

impossibile, deve sempre intervenire un sentimento religioso, irrazionale. La guerra e la morte spaventano i razionalisti perché

questi non credono nella vita eterna, la soppressione fisica li atterrisce, si limitano alle loro percezioni empiriche, al loro mondo

intenzione di abbandonarlo per ragioni non giustificabili al cospetto dell’intelletto,

materiale, e non hanno anzi vogliono viverci

nel modo più pacifico e piacevole possibile. I razionalisti non si rendono conto di compiere molteplici omicidi spirituali, che,

secondo Berdjaev, sono peggio delle soppressioni fisiche.

L'omicidio non è la trasformazione degli atomi della materia, ma un atto della volontà, che ha come fine la negazione la

distruzione del volto umano: ma in guerra, l'omicidio, che non è altro che la mera soppressione fisica, non ha lo scopo di negare

l'immagine umana, ma è il prodotto di un interesse superiore, che giustifica la morte stessa (sebbene anche in guerra si possano

compiere omicidi spirituali, ciò non costituisce la sua ragione ontologica). Con la guerra, l'uomo si accolla il male commesso in

precedenza, cioè espia il suo peccato: la guerra non fa che «proiettare in superficie tutto ciò che accade in profondità», è cioè il

prodotto della decadenza umana.

In guerra non si palesano solo gli istinti inferiori, i prodotti del male, ma anche quelli superiori, cioè spirituali, cosmici:

l’abnegazione, l’amor di patria, l’audacia. La guerra è allora un potente mezzo di trasfigurazione, un corridoio da percorrere per

uscire dal buio di un’epoca peccaminosa, in essa vi è cioè un significato più ampio, provvidenziale. Il pacifismo dei razionalisti

umanisti fa torto alla realtà, non riconosce la peccaminosità dell’uomo, è formale e non contenutistico: finché l’uomo è in terra

si trova in balia di forze oscure a lui superiori e non ha modo di sfuggirgli. Si può combattere infatti soltanto in nome di scopi

irragionevoli, misteriosi, lontani e incomprensibili: anche i socialisti fanno combattere il proletariato in nome di principi astratti

e non immediatamente comprensibili, ché, se dovessero fare appello alla razionalità, non si muoverebbe un dito, e ancora,

aborriscono la guerra tra nazioni in nome della razionalità e del buon senso, ma al contempo accettano ogni violenza, ogni

crimine, ogni goccia di sangue gettata, in nome del proletariato. Chi decide di fare guerra non è il popolo empirico, con sanzione

23

democratica , ma la nazione sovraempirica.

La guerra tra popoli e moralmente superiore alla guerra civile, di classe e di partito, dal momento che è più spirituale, cioè

sottomessa principi cosmici, è manifestazione dello spirito nazionale di questi: due popoli, ad esempio, si scontrano quando si

sentono entrambi offesi dall'altro e cercano nuovo spazio vitale, ma questo presuppone il riconoscimento del valore, dello spirito

del popolo nemico, cosa che non avviene nella lotta di classe. La verità e la giustizia non stanno dalla parte di nessuno dei popoli

in lotta, dal momento che la guerra, si è detto, non può essere definita unilateralmente giusta o ingiusta. Gli spiriti dei popoli si

contendono la scena mondiale, e i più forti hanno la meglio, in ciò si manifesta la volontà provvidenziale, che fa emergere gli

spiriti migliori e su di essi edifica la storia (impero romano cristianesimo).

Tale dinamismo storico è rifiutato da tutti i razionalisti, umanisti e pacifisti, i quali hanno uno sguardo statico, nichilistico, che

l’evoluzione, la sofferenza, ma

invocano il principio di giustizia, che è una categoria statica, equilibrante, rifiuta la tragicità, «la

storia non è ancora giunta al termine», necessita ancora del dinamismo. Non si può pensare di creare la fratellanza su principi

positivi, razionali, giuridici ed economici, di stabilizzare il mondo in base a questi, l’unione dei popoli in un'unica verità necessità

il regno della grazia, nella cosmicità, non può essere il prodotto del limitato intelletto umano. Il pacifismo umanista rifiuta di

riconoscere il male, le sue cause e i suoi effetti, e per questo non può che fallire ed essere soverchiato proprio da questo.

L'amore divino calato nelle oscure tenebre si trasforma in ira, così la verità dello Spirito, in contatto con la materialità del mondo,

si trasforma, all'occasione, in conflitto atroce, in guerra, ma ciò è reale, ontologico, non scontro astratto.

Sull’economia

La nostra epoca è all’insegna dell’economicismo, tutto è sottomesso all’economia e alle sue leggi ed esigenze, la vita spirituale

è divenuta schiava di quella materiale (nel materialismo marxista la vita spirituale è sempre sovrastruttura di quella materiale).

Filosofia dell’economia:

Bulgakov risponde a questa riduzione materialista con la sua sofiologia, in proclama la sofianicità

dell’economia, cioè il suo essere espressione della Sofia divina, cioè l’essere informata divinamente. Altro pensatore

Filosofia dell’opera comune.

fondamentale a questo riguardo, più moderato invero, è Nikolaj Fëdorov, con la sua In ogni caso

però l’economia diviene fattore ontologico, cioè entra a far parte anche della riflessione teologica.

l’esercito non può essere democratizzato, ma deve servire la causa secondo una gerarchia, come un unico blocco organizzato, e

23 Così anche

non come somma di coscienze individuali.

12

L’uomo è oppresso dall’economia, tutta la sua vita è regolata da questo principio, ha perso il legame con la natura, la sua

spontaneità, si è allontanato da una concezione cosmica dell’universo e si è rintanato nella limitatezza della vita materiale.

Non è la disuguaglianza che genera il bisogno, ma il contrario: il bisogno crea la disuguaglianza e ne fa strumento di

arricchimento, dacché tramite essa si sviluppano le forze produttive ed è promossa la produttività, la creatività. I socialisti hanno

ricondotto il male alla disuguaglianza e alla presenza di classi tra gli uomini, spacciandolo per principi scientifico, quando non

è altro che il frutto della morale plebea che informa tutto il loro discorso: dal punto di vista oggettivo non si può non riconoscere

per lo sviluppo dell’umanità. La dottrina marxista, per Berdjaev, non è

che la disuguaglianza è un bene, è stata ed è necessaria

oggettiva ma soggettiva: Marx riconosce la presenza di leggi oggettive che regolano i rapporti economici, cioè riconosce che per

mantenere un’economia che sia florida e produttiva è necessario che si creino, in determinate condizioni storiche, le due classi

dei capitalisti e dei lavoratori (non poteva essere diversamente), e che sia fondamentale incentrare il lavoro economico sulla

produzione piuttosto che sul consumo, essendo questa soltanto lo strumento per il superamento delle limitazioni naturali

dell’uomo; tuttavia, la sua morale improba ha confuso la teoria oggettiva del plusvalore (cioè qualcosa di necessario per la

continuità economica e lo sviluppo) con il risentimento soggettivo delle classi oppresse, denaturandola, e consegnando al

proletariato la pretesa consumistica.

Il socialismo russo è il peggiore: non è fedele al dettato marxista, dal momento che, invece di permettere l'assoggettamento delle

attraverso l’aumento della produttività,

forze naturali e quindi l'eliminazione dei bisogni primari, cioè della povertà e della fame,

ha immiserito ulteriormente le condizioni del paese. A ciò si aggiunge un atteggiamento irriducibilmente consumistico, cioè non

produttivo, che nega il dovere e la disciplina spirituale del lavoro. Il socialismo spera in un paradiso sociale con il massimo del

consumo e il minimo di produzione, in cui tuttavia la produzione è ostacolata dall'immiserimento delle facoltà creative e

produttive, dovuto alle brame esclusivamente consumistiche della popolazione, brame del tutto borghesi («L'operaio socialista

consapevole vuole essere prima di tutto un consumatore e si batte per gli interessi del consumo e non per quelli della produzione:

dei fini:

la consapevolezza lo libera da ogni dovere e gli infonde una pretesa senza fine», p. 250). Vi è insomma un’eteronomia

il socialismo ha nelle sue linee programmatiche il superamento del bisogno e la regolamentazione delle forze naturali, ma,

sostenendo ideologicamente il consumo indiscriminato, distrugge l'economia e qualsiasi spirito creativo, determinando

l'impossibilità di raggiungere i fini che si era preposto.

È inutile contrapporre materia e spirito, essi sono due principi sinergici: la regolamentazione delle forze naturali è un atto

spirituale, non materiale, è lo spirito che governa la materia, la vita materiale così si subordina e si fa prodotto della vita spirituale

cioè un’economia completa che

(e non la assume, al contrario, come sue sovrastruttura), una vita materiale sobria e completa,

non sia economicismo, dunque, non è altro che una buona espressione dello spirito, di uno spirito trasfigurato dalla verità

cristiana. Nell’economia si manifesta la posizione regale dell’uomo nella natura, la capacità di limitare la morte da parte

dell’uomo: cedere all’economia, sia nel capitalismo che nel socialismo, è cifra della perdita di questa preminenza, del ritorno

del servilismo dell’uomo nei confronti delle forze del caos. L’atto economico rappresenta

alla condizione ferina, il legame

sponsale dell’uomo con la natura (il sessismo di Berdjaev è abbastanza esplicito: l’unione tra uomo e natura vede l’uomo

un’unione mistica che ogni riduzionismo materialista non considera 24

primeggiare come maschio), .

Importante la questione della macchina. La macchina non minaccia irrimediabilmente lo spirito, anzi lo può coadiuvare con

successo: essa spezza indubbiamente il legame dell’uomo con la sua natura, con i suoi limiti, gli permette di credersi onnipotente

(può anche fondersi con lui), distrugge insomma il mistero della natura e la bellezza antica, e in ciò lo mette alla priva, ma gli

consente anche di superare la schiavitù dello spirito nei confronti della materia, estrae lo spirito dalla materia (Heidegger:

meccanicamente, ma far disvelare l’essere) e permette che questo si unisca di nuovo con lei sponsalmente,

produrre non è causare

ma in libertà, e ciò è positivo (è inutile idealizzare la vita bucolica e priva di macchine, ormai non si può tornare indietro, come

l’economia – e con essa l’uomo –

per la democrazia, non può progredire senza macchina, bisogna continuare e trasfigurarsi).

Della tecnica bisogna avere una nozione dialettica, non dire semplicemente sì o no. Nella tecnica risiedono tanto la magia nera

(l’alchimismo, la volontà di controllo della natura per fini biechi) quanto la magia bianca, lo spirito religioso, la cosmicità e

l’ordine.

L’uomo ha il compito di creare un’economia cosmica: non si può restringere il campo d’azione economico alla sola ristretta

natura che ci circonda (esempio dell’agricoltura biodinamica), dal momento che influiscono in essa forze cosmiche, che

parte di

possono essere anche negative, è necessario abbandonare la superficie della natura e spingersi in profondità, farne disvelare il

Il progetto dell’economia cosmica viene proposto da Nikolaj Fëdorov Filosofia dell’opera comune:

senso (aletheia). nella sua a

suo avviso l’uomo ha il compito di vincere le forze mortifere della natura, rinsaldando i legami cosmici. La tecnica

contemporanea, come la magia nera antica, ha come scopo quello di scovare i misteri della natura, per governarla, per permettere

all’uomo di amministrarla a suo piacimento, ma, nel far ciò, le rimane estranea, non si lega sponsalmente ad essa; è necessario

L’economia capitalistica ha in sé della magia nera,

invece utilizzare la tecnica per giungere al cuore della natura ed unirvisi.

l’uso snaturato che del denaro se ne fa all’interno è indice della perdita del suo senso ontologico, e invece si dovrebbe

bianca, liberatrice. L’origine del male non sta nella povertà e nel bisogno, ma nella morte, nelle forze

amministrare una magia

mortifere e disgregatrici: la “questione sociale” non può essere risolta quindi alla maniera dei socialisti, cioè redistribuendo

dell’uomo sulla materia, cioè eliminando la disuguaglianza e il bisogno, ma ha bisogno di una sanzione

semplicemente il potere Filosofia dell’economia si postula certamente un’economia che sia

cosmica, cioè religiosa, in ultima analisi. Nella di Bulgakov

ma nella quale ricopre un ruolo fondamentale la Sofia Sapienza Divina: l’economia viene interpretata

cosmica allo stesso modo,

religiosamente, ma la religione stessa diviene così un’economia, e non è nemmeno questo il modo di gestire la questione sociale.

24 Il rapporto spirituale con l'economia può avvenire in due sensi: o regolando il lavoro secondo la legge, e cioè in senso veterotestamentario,

oppure basando il rapporto con la materia e le categorie economiche sulla creatività e sulla produttività, cioè in senso in senso neotestamentario.

13

Il male dell’economia capitalistica non sta nella sua forma, ma nella decadenza morale degli uomini contemporanei: se essa fosse

gerarchica, regolamentata, cosciente delle relazioni cosmiche non vi sarebbe problema alcuno, e il socialismo non avrebbe di

che biasimarne lo statuto.

Il lavoro economico dovrebbe essere di tipo ascetico (a-skesis: senza vincoli), cioè progressivamente liberatorio, dalle forze della

natura in primis, ma non vuol dire che si debba lasciare libero sfogo alle forze economiche, cioè dare credito ad un certo

anarchismo (distruggere la disciplina del lavoro, come dimostra la rivoluzione, fa regredire l’economia), ma eliminare la

concupiscenza (in senso agostiniano) e volgersi nella giusta misura alle cose materiali. La gerarchia è fondamentale,

l’organicismo è inderogabile: non è libero il membro del collettivo socialista, a cui non è concessa iniziativa in nome

dell’uguaglianza, ma è libero il membro di una gerarchia economica, politica e sociale, che, nelle regole di questa, trova spazio

per la realizzazione dei suoi progetti.

La proprietà privata è fondamentale in un economia di questo tipo, ma già da tempo (cioè già nel regime borghese-capitalistico)

questa ha perso il suo senso ontologico, spirituale: gli uomini, divenuti materialisti e nichilisti, non sentono più a responsabilità

nei confronti di ciò che possiedono, non vi ritrovano un valore spirituale, e ne fanno abuso, lo trasformano in mero strumento di

lo considerano come un’unità all’occorrenza,

interesse, di profitto, di oppressione del prossimo, scarna da manipolare utilizzano

la natura per i loro scopi (cioè il loro spudorato benessere), e non come fonte di senso (aletheia). I socialisti (uomini vecchi) non

fanno che portare alle estreme conseguenze questa perdita di senso della proprietà, collettivizzando ed omologando.

«Il principio di proprietà è legato alla natura metafisica della persona, al suo diritto interiore di compiere atti che trascendono la

fugacità del tempo» (p. 260). Non si tratta di un principio consumistico, come nella degenerazione capitalistico-socialistica, ma

di un principio di responsabilità: è legato infatti anche al rapporto con gli antenati, prevede il diritto dei padri di lasciare i propri

beni ai figli, e alla discendenza, e quello dei figli di riceverlo responsabilmente e custodirlo, si tratta di un atto spirituale, che

trascende i limiti empirici costituiti dall'intervenire della morte (per questo si diceva anche che l'atto economico lotta contro le

forze mortifere), crea un legame tra le epoche. La nazionalizzazione e la collettivizzazione della terra suscitano invece verso di

essa «un atteggiamento egoistico, puramente consumistico, volgarmente materiale, privo di calore umano; rendono impossibile

un legame intimo con il passato, con gli antenati, uccidono le tradizioni e ricordi» (p. 261).

Il superamento cristiano della proprietà non è una negazione, ma una trasfigurazione: è religioso e non economico «se venisse

eliminata totalmente la proprietà, con metodi economici coercitivi, non ci sarebbe più spazio per la sciatica rinuncia cristiana,

che diverrebbe inutile impossibile», inoltre «nell'ordinamento comunista un San Francesco non sarebbe possibile, e non sarebbe

possibile neppure il culto della povertà»).

Il principio di proprietà può degenerare, per questo è necessario che venga sottoposto ad un codice di regole: su questo piano

capitalismo e socialismo individuano due derive insostenibili (ricorda autolimitazione Solženicyn).

Sulla cultura

Il primato deve essere concesso alla cultura, non all’economia, ma la democratizzazione mondiale non può che andare a

la cultura è nata dal culto, ha un’origine nobile, va dall’alto al basso, la

detrimento di questa, a favore della civilizzazione:

civilizzazione è borghese, ha una fattura strumentale, va dal basso all’alto. La cultura diviene mediocre strumento di potere, di

propaganda, non possiede più un senso religioso, spirituale, non è strumento di elevazione ma di appiattimento. La cultura è del

l’uomo nobile

tutto simbolica, presenta i segni di una verità più grande e pone in continuità col passato, rispetta le tradizioni e le

sue origini, quello che i moderni rifiutano, disprezzandolo: la cultura ha a cuore la conservazione (conservatorismo), la

resurrezione di ciò che è passato, perciò è profondamente religiosa, mentre la civilizzazione idolatra il presente e il futuro (è

non ha tradizione, ha lo spirito e l’insolenza del

futurista)., «parvenu insuperbito», uno spirito cioè borghese, è mortifera

Nella cultura agiscono due principi, quello conservatore, rivolto al passato, è quello creativo, rivolto al futuro, ma mai quello

rivoluzionario sì, dal momento che lo spirito rivoluzionario è ostile alla cultura stessa, e propugna l'uguaglianza quantitativa a

discapito della disuguaglianza qualitativa, è cioè latore di morte: non è un caso che i rivoluzionari marxisti siano ostili alla cultura

e la vedano come sovrastruttura, cioè non le riconoscano un’anima, un’autonomia («l'atteggiamento proletario e la coscienza

proletaria sono sostanzialmente ostili alla cultura» e favorevoli soltanto a quei lacerti culturali che garantiscono il raggiungimento

di scopi utilitaristici e del benessere delle masse popolari).

La chiesa cristiana è stata la depositaria delle tradizioni culturali dell'antichità (per inciso, il Rinascimento, in questo senso, è

stato percorso dallo spirito creativo, da uno slancio creativo, mentre la Riforma ha comportato la distruzione delle tradizioni

ecclesiali e culturali, si è trattato dunque di una rivoluzione, nel senso deteriore che le abbiamo attribuito): La Chiesa occidentale

ha ereditato la tradizione e la cultura latina, mentre la Chiesa orientale ma garantito continuità alla cultura greca e bizantina.

Ogni cultura ha un inizio (emerge dalla barbarie) e una fine (entra in decadenza): è nel culmine, all’inizio della decadenza, che

la cultura offre i suoi frutti migliori, come l’uomo nella vecchiaia, lo sguardo dell’intellettuale, forte di tutte le esperienze del

passato culturale, diviene penetrante e complesso, raffinato, mentre nelle epoche di fioritura la cultura è chiusa e sprezzante nei

L’insoddisfazione

confronti del passato, ha una volontà di vita di potenza che le epoche tarde non possiedono. della cultura

senescente la porta a volgere lo sguardo altrove, verso nuove formule: così è accaduto nell’età tardo antica, quando sono fiorite

la rivelazione

le correnti filosofiche più originali, il neoplatonismo e il neopitagorismo, mentre si affacciava all’orizzonte

cristiana. Quest'ultima doveva sembrare agli antichi, ancora forti del loro classicismo, una barbarie (gli antichi vivevano in

mondo chiuso, in cui la volta celeste faceva da scrigno, mentre il cristianesimo apriva a profondità diverse), ma nel clima

senescente tardo antico, trepidante per nuovi contenuti, è apparso come nuova verità, come spirito di rinnovamento.

Anche la cultura europea sta conoscendo questa senescenza, si abbandona sempre di più l'ateismo, fugge dalle caratterizzazioni

ontologiche, si allontana sempre di più dalle sue radici divenendo astratta e formale: è il cristianesimo ad invecchiare. Giungono

ondate di barbarie, mentre all'orizzonte non si profila ancora alcuna svolta rinnovatrice: come si sa, però, le ondate barbariche

14

hanno il compito provvidenziale (è una «punizione naturale», fisiologica) di ridestare l'uomo dal suo stato di torpore, dalla sua

schiavitù, e sollecitarlo affinché si trasfiguri, si rinnovi (le forze elementari e mortifere conferiscono comunque «nuova linfa

vitale»). La situazione europea è però più tragica che nel passato, si tratta di un primum nella storia, dal momento che la furia

la minaccia dall’interno,

socialista e razionalista imperversando in uno stato di degenerazione nichilistica e materialistica già

abbastanza avanzato, creando uno stallo da cui è difficile uscire: la civilizzazione atea infatti esercita un'attrattiva particolarmente

efficace sull'uomo moderno, per cui sarà difficile contrastarne gli esiti più nefasti.

Nel panorama culturale si affrontano due opposte pulsioni, se così si possono chiamare: quella romantica e quella classica.

L’elemento classico rappresenta la finitudine, la chiusura, è tipico delle epoche di fioritura e sviluppo della cultura, nelle quali

essa basta a sé stessa, e, come abbiamo detto, rifiuta il passato e tenta di realizzare la perfezione nel finito. Mentre l'elemento

romantico apre ad orizzonti trascendenti, aspira a forme religiose, alla distruzione dei limiti, e non riconosce perfettibilità terrena

(così, la cultura cristiana ha da intendersi come cultura romantica, affetta da una nostalgia trascendente, che rifiuta la perfezione

sulla terra, l’autocompiacimento culturale, negando la sua possibilità). Il mondo cristiano ha un rapporto tragico con la cultura,

che quello pagano non conosceva, dal momento che il cristianesimo nega per costituzione l’autoreferenzialità e

l’autocompiacimento, che sono caratteristiche fondamentali negli stadi iniziali dello sviluppo culturale (una cultura perfetta è

impossibile così come è impossibile una società perfetta in terra).

Il processo di secolarizzazione della cultura è certamente inevitabile e fatale, dal momento che essa realizza in ogni caso una

separazione dal tempio, dalla sacralità che pure è presente, come si sa, negli stadi iniziali: la cultura è religiosa per la sua origine

e per il suo compito, anche se è esposta inevitabilmente a divenire classica, cioè formale, autonoma, autoreferenziale

(illuministica, in Europa). Non bisogna però dimenticare la sua componente romantica, farne punto di riferimento, criterio per la

gestione accorta e organica di tutti quei contenuti che vengono comunque a formarsi in un ambiente non religioso.

per la cultura,

La crisi della cultura, dice Berdjaev, è iniziata già da tempo, si percepisce cioè un’insoddisfazione per le sue

capacità, e si cerca qualcosa che la trascenda (siamo cioè, per ricollegarsi al discorso precedente, nell'epoca della senescenza).

La crisi naturalmente è percepita da una minoranza, e non dalla maggioranza degli uomini (i socialisti non fanno che parlarne

25

secondo prospettive economicistiche, cioè intendendola come sovrastruttura, ma le cose sono più complesse ).

Le uniche manifestazioni superiori alla cultura sono quelle della genialità e della santità, più che altro sono da intendersi quali

a cavallo tra il mondo e l’eterno.

fenomeni di punta della cultura spirituale, Comunque sia la cultura, come l'aristocrazia, ha due

gli scopi superiori dell’umanità e della storia sono noti soltanto nell'ambiente

versanti, quello esoterico quello essoterico:

esoterico, la cultura superiore cioè serve soltanto a pochi, mentre alla massa umana serve solo una cultura media, o, per meglio

26

dire, mediata dalle classi superiori, dall'aristocrazia, che può essere diffusa, come per la Chiesa , da un impianto istituzionale

(si tratta di un movimento dall'alto verso il basso).

La cultura, si può dire, non è la realtà ultima, ma la penultima, cioè un ponte verso una nuova realtà trasfigurata, il regno di Dio.

Sul regno di Dio

Tutta la storia non è altro che la ricerca del regno di Dio, esso è il suo fine ultimo. Tutti i fini della storia si trasformano in mezzi

per questo fine supremo (rappresenta la quarta dimensione, rispetto alle tre materiali): vuol dire che il regno di Dio non è nella

storia,ma del suo superamento. Il relativo può trovarsi nell'Assoluto, e la storia in effetti si trova in Dio, ma l'Assoluto non può

trovarsi nel relativo, e cioè, come si è detto, Dio non può trovarsi nella storia, se non nella forma del simbolo, del segno (e questo

sia detto a sostegno del fatto che non esiste un mondo terreno chiuso, isolato ed autoreferenziale come nel paganesimo e nel

– 27

razionalismo ma che in esso operino comunque forze cosmiche : in questo senso non siamo dunque immersi nella realtà

assoluta, non siamo schiavi del mondo delle sue forze, non siamo in preda al relativo). L'Assoluto si può presentare

“fattualmente” nella storia soltanto quando questa sia finita, cioè ormai trasfigurata.

La paradossalità del cristianesimo sta proprio in questo: tale dottrina vuole che Dio, l'Assoluto, si sia incarnato, sia venuto tra gli

L’avvento di Cristo, per quanto fattuale,

uomini. non risulta però come confutazione di questo stato di cose appena descritto:

egli è giunto a questo mondo non per portare il regno di Dio sulla terra, nel mondo materiale (come nel chiliasmo ebraico), ma

“lo spirito del signore è su di me”),

soltanto per portare la promessa di questo regno, per annunciare una nuova vita (kerigma: a

cui giungere per mezzo dell’espiazione del peccato. Il regno di Dio non è possibile nell'ordine naturale materiale, esso è soltanto

la piena trasfigurazione del mondo, il passaggio ad un'altra dimensione dell'essere: sbaglierebbe quindi chi volesse fondare sulla

novella cristiana un regno terreno, una teocrazia o un cesaropapismo; così come sbaglierebbe chi volesse fondare nell'ordine

naturale, a prescindere dalla caratterizzazione religiosa, un paradiso sociale, cioè i socialisti.

La ragione tende a pensare il passaggio dal piano storico a quella apocalittico come qualcosa che avviene pur sempre nella storia,

ma ciò è fondamentalmente errato. L'evento apocalittico, indubbiamente, è un evento da collocarsi nel mondo, tuttavia è bene

considerarlo come un punto di contatto tra l'immanenza e la trascendenza (il che porta subito a generare un’antinomia, si giunge

ad un’impasse irrisolvibile razionalmente). «Per la coscienza cristiana esiste una fine in cui ogni cosa troverà compimento, esiste

25 «Voi volete soltanto che la cultura sia più popolare, più fruibile, più democratica, più economica, di modo che scompaia tutto ciò che ha di

. (p. 275)

aristocratico, elitario, troppo complesso e profondo»

26 «Vi è una Chiesa essoterica, democratica, che guida la massa umana e la educa la vita superiore, è una Chiesa esoterica, recondita, ai livelli

gerarchici più alti si riparano i misteri più profondi e la comunione più profonda» (p. 286). Queste due dimensioni si compenetrano, e si

sorreggono vicendevolmente.

27 Si consideri che Berdjaev ha in mente un quadro abbastanza complicato, dacché sostiene che non vi siano soltanto forze spirituali immanenti,

ma anche influssi cosmici di natura superiore (la grazia e il peccato), e cioè che queste forze abbiano nature contenutisticamente diverse,

sebbene formalmente simili. 15


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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Costantino.Romano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Fidelibus Giuseppe.

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