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L’anarchismo, come il socialismo, la democrazia e il comunismo, sono i castighi inviati all’uomo (dalla Provvidenza) per la sua

deriva, per aver perso di vista il senso sacro della vita e la necessità della gerarchia, in modo che, attraversando questo “mare

meonico”, egli si possa render conto dell’abisso in cui si trova e rivalutarsi, trasfigurarsi.

Sulla guerra

La guerra è una forma nobile di lotta: si fa in nome della vita, e perciò è nobile, ma semina morte, è dunque antinomica per

essenza. Lo scopo della guerra è l’unificazione, l’unità, la pace, ma i mezzi sono terribili e sanguinari, in essa convivono due tipi

di pulsioni fondamentali, quelle cosmiche è quelle caotiche («rappresenta sia un grande bene che un grande male»). La guerra è

il simbolo della tragicità della vita mondana, dell’impossibilità di una pace perpetua (per questo è tanto odiata dai socialisti

che rifiutano la verità e la necessità dei grandi movimenti storici e cercano l’immediato appagamento): è la

piccolo-borghesi,

confutazione pratica di ogni razionalismo.

La morte che si presenta in guerra si giustifica soltanto se la si relaziona ai movimenti spirituali del popolo, della nazione (cosa

che i socialisti rifiutano, non riconoscendo nazioni, vedi Sulla nazione): una giustificazione razionale della guerra è assurda e

impossibile, deve sempre intervenire un sentimento religioso, irrazionale. La guerra e la morte spaventano i razionalisti perché

questi non credono nella vita eterna, la soppressione fisica li atterrisce, si limitano alle loro percezioni empiriche, al loro mondo

intenzione di abbandonarlo per ragioni non giustificabili al cospetto dell’intelletto,

materiale, e non hanno anzi vogliono viverci

nel modo più pacifico e piacevole possibile. I razionalisti non si rendono conto di compiere molteplici omicidi spirituali, che,

secondo Berdjaev, sono peggio delle soppressioni fisiche.

L'omicidio non è la trasformazione degli atomi della materia, ma un atto della volontà, che ha come fine la negazione la

distruzione del volto umano: ma in guerra, l'omicidio, che non è altro che la mera soppressione fisica, non ha lo scopo di negare

l'immagine umana, ma è il prodotto di un interesse superiore, che giustifica la morte stessa (sebbene anche in guerra si possano

compiere omicidi spirituali, ciò non costituisce la sua ragione ontologica). Con la guerra, l'uomo si accolla il male commesso in

precedenza, cioè espia il suo peccato: la guerra non fa che «proiettare in superficie tutto ciò che accade in profondità», è cioè il

prodotto della decadenza umana.

In guerra non si palesano solo gli istinti inferiori, i prodotti del male, ma anche quelli superiori, cioè spirituali, cosmici:

l’abnegazione, l’amor di patria, l’audacia. La guerra è allora un potente mezzo di trasfigurazione, un corridoio da percorrere per

uscire dal buio di un’epoca peccaminosa, in essa vi è cioè un significato più ampio, provvidenziale. Il pacifismo dei razionalisti

umanisti fa torto alla realtà, non riconosce la peccaminosità dell’uomo, è formale e non contenutistico: finché l’uomo è in terra

si trova in balia di forze oscure a lui superiori e non ha modo di sfuggirgli. Si può combattere infatti soltanto in nome di scopi

irragionevoli, misteriosi, lontani e incomprensibili: anche i socialisti fanno combattere il proletariato in nome di principi astratti

e non immediatamente comprensibili, ché, se dovessero fare appello alla razionalità, non si muoverebbe un dito, e ancora,

aborriscono la guerra tra nazioni in nome della razionalità e del buon senso, ma al contempo accettano ogni violenza, ogni

crimine, ogni goccia di sangue gettata, in nome del proletariato. Chi decide di fare guerra non è il popolo empirico, con sanzione

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democratica , ma la nazione sovraempirica.

La guerra tra popoli e moralmente superiore alla guerra civile, di classe e di partito, dal momento che è più spirituale, cioè

sottomessa principi cosmici, è manifestazione dello spirito nazionale di questi: due popoli, ad esempio, si scontrano quando si

sentono entrambi offesi dall'altro e cercano nuovo spazio vitale, ma questo presuppone il riconoscimento del valore, dello spirito

del popolo nemico, cosa che non avviene nella lotta di classe. La verità e la giustizia non stanno dalla parte di nessuno dei popoli

in lotta, dal momento che la guerra, si è detto, non può essere definita unilateralmente giusta o ingiusta. Gli spiriti dei popoli si

contendono la scena mondiale, e i più forti hanno la meglio, in ciò si manifesta la volontà provvidenziale, che fa emergere gli

spiriti migliori e su di essi edifica la storia (impero romano cristianesimo).

Tale dinamismo storico è rifiutato da tutti i razionalisti, umanisti e pacifisti, i quali hanno uno sguardo statico, nichilistico, che

l’evoluzione, la sofferenza, ma

invocano il principio di giustizia, che è una categoria statica, equilibrante, rifiuta la tragicità, «la

storia non è ancora giunta al termine», necessita ancora del dinamismo. Non si può pensare di creare la fratellanza su principi

positivi, razionali, giuridici ed economici, di stabilizzare il mondo in base a questi, l’unione dei popoli in un'unica verità necessità

il regno della grazia, nella cosmicità, non può essere il prodotto del limitato intelletto umano. Il pacifismo umanista rifiuta di

riconoscere il male, le sue cause e i suoi effetti, e per questo non può che fallire ed essere soverchiato proprio da questo.

L'amore divino calato nelle oscure tenebre si trasforma in ira, così la verità dello Spirito, in contatto con la materialità del mondo,

si trasforma, all'occasione, in conflitto atroce, in guerra, ma ciò è reale, ontologico, non scontro astratto.

Sull’economia

La nostra epoca è all’insegna dell’economicismo, tutto è sottomesso all’economia e alle sue leggi ed esigenze, la vita spirituale

è divenuta schiava di quella materiale (nel materialismo marxista la vita spirituale è sempre sovrastruttura di quella materiale).

Filosofia dell’economia:

Bulgakov risponde a questa riduzione materialista con la sua sofiologia, in proclama la sofianicità

dell’economia, cioè il suo essere espressione della Sofia divina, cioè l’essere informata divinamente. Altro pensatore

Filosofia dell’opera comune.

fondamentale a questo riguardo, più moderato invero, è Nikolaj Fëdorov, con la sua In ogni caso

però l’economia diviene fattore ontologico, cioè entra a far parte anche della riflessione teologica.

l’esercito non può essere democratizzato, ma deve servire la causa secondo una gerarchia, come un unico blocco organizzato, e

23 Così anche

non come somma di coscienze individuali.

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L’uomo è oppresso dall’economia, tutta la sua vita è regolata da questo principio, ha perso il legame con la natura, la sua

spontaneità, si è allontanato da una concezione cosmica dell’universo e si è rintanato nella limitatezza della vita materiale.

Non è la disuguaglianza che genera il bisogno, ma il contrario: il bisogno crea la disuguaglianza e ne fa strumento di

arricchimento, dacché tramite essa si sviluppano le forze produttive ed è promossa la produttività, la creatività. I socialisti hanno

ricondotto il male alla disuguaglianza e alla presenza di classi tra gli uomini, spacciandolo per principi scientifico, quando non

è altro che il frutto della morale plebea che informa tutto il loro discorso: dal punto di vista oggettivo non si può non riconoscere

per lo sviluppo dell’umanità. La dottrina marxista, per Berdjaev, non è

che la disuguaglianza è un bene, è stata ed è necessaria

oggettiva ma soggettiva: Marx riconosce la presenza di leggi oggettive che regolano i rapporti economici, cioè riconosce che per

mantenere un’economia che sia florida e produttiva è necessario che si creino, in determinate condizioni storiche, le due classi

dei capitalisti e dei lavoratori (non poteva essere diversamente), e che sia fondamentale incentrare il lavoro economico sulla

produzione piuttosto che sul consumo, essendo questa soltanto lo strumento per il superamento delle limitazioni naturali

dell’uomo; tuttavia, la sua morale improba ha confuso la teoria oggettiva del plusvalore (cioè qualcosa di necessario per la

continuità economica e lo sviluppo) con il risentimento soggettivo delle classi oppresse, denaturandola, e consegnando al

proletariato la pretesa consumistica.

Il socialismo russo è il peggiore: non è fedele al dettato marxista, dal momento che, invece di permettere l'assoggettamento delle

attraverso l’aumento della produttività,

forze naturali e quindi l'eliminazione dei bisogni primari, cioè della povertà e della fame,

ha immiserito ulteriormente le condizioni del paese. A ciò si aggiunge un atteggiamento irriducibilmente consumistico, cioè non

produttivo, che nega il dovere e la disciplina spirituale del lavoro. Il socialismo spera in un paradiso sociale con il massimo del

consumo e il minimo di produzione, in cui tuttavia la produzione è ostacolata dall'immiserimento delle facoltà creative e

produttive, dovuto alle brame esclusivamente consumistiche della popolazione, brame del tutto borghesi («L'operaio socialista

consapevole vuole essere prima di tutto un consumatore e si batte per gli interessi del consumo e non per quelli della produzione:

dei fini:

la consapevolezza lo libera da ogni dovere e gli infonde una pretesa senza fine», p. 250). Vi è insomma un’eteronomia

il socialismo ha nelle sue linee programmatiche il superamento del bisogno e la regolamentazione delle forze naturali, ma,

sostenendo ideologicamente il consumo indiscriminato, distrugge l'economia e qualsiasi spirito creativo, determinando

l'impossibilità di raggiungere i fini che si era preposto.

È inutile contrapporre materia e spirito, essi sono due principi sinergici: la regolamentazione delle forze naturali è un atto

spirituale, non materiale, è lo spirito che governa la materia, la vita materiale così si subordina e si fa prodotto della vita spirituale

cioè un’economia completa che

(e non la assume, al contrario, come sue sovrastruttura), una vita materiale sobria e completa,

non sia economicismo, dunque, non è altro che una buona espressione dello spirito, di uno spirito trasfigurato dalla verità

cristiana. Nell’economia si manifesta la posizione regale dell’uomo nella natura, la capacità di limitare la morte da parte

dell’uomo: cedere all’economia, sia nel capitalismo che nel socialismo, è cifra della perdita di questa preminenza, del ritorno

del servilismo dell’uomo nei confronti delle forze del caos. L’atto economico rappresenta

alla condizione ferina, il legame

sponsale dell’uomo con la natura (il sessismo di Berdjaev è abbastanza esplicito: l’unione tra uomo e natura vede l’uomo

un’unione mistica che ogni riduzionismo materialista non considera 24

primeggiare come maschio), .

Importante la questione della macchina. La macchina non minaccia irrimediabilmente lo spirito, anzi lo può coadiuvare con

successo: essa spezza indubbiamente il legame dell’uomo con la sua natura, con i suoi limiti, gli permette di credersi onnipotente

(può anche fondersi con lui), distrugge insomma il mistero della natura e la bellezza antica, e in ciò lo mette alla priva, ma gli

consente anche di superare la schiavitù dello spirito nei confronti della materia, estrae lo spirito dalla materia (Heidegger:

meccanicamente, ma far disvelare l’essere) e permette che questo si unisca di nuovo con lei sponsalmente,

produrre non è causare

ma in libertà, e ciò è positivo (è inutile idealizzare la vita bucolica e priva di macchine, ormai non si può tornare indietro, come

l’economia – e con essa l’uomo –

per la democrazia, non può progredire senza macchina, bisogna continuare e trasfigurarsi).

Della tecnica bisogna avere una nozione dialettica, non dire semplicemente sì o no. Nella tecnica risiedono tanto la magia nera

(l’alchimismo, la volontà di controllo della natura per fini biechi) quanto la magia bianca, lo spirito religioso, la cosmicità e

l’ordine.

L’uomo ha il compito di creare un’economia cosmica: non si può restringere il campo d’azione economico alla sola ristretta

natura che ci circonda (esempio dell’agricoltura biodinamica), dal momento che influiscono in essa forze cosmiche, che

parte di

possono essere anche negative, è necessario abbandonare la superficie della natura e spingersi in profondità, farne disvelare il

Il progetto dell’economia cosmica viene proposto da Nikolaj Fëdorov Filosofia dell’opera comune:

senso (aletheia). nella sua a

suo avviso l’uomo ha il compito di vincere le forze mortifere della natura, rinsaldando i legami cosmici. La tecnica

contemporanea, come la magia nera antica, ha come scopo quello di scovare i misteri della natura, per governarla, per permettere

all’uomo di amministrarla a suo piacimento, ma, nel far ciò, le rimane estranea, non si lega sponsalmente ad essa; è necessario

L’economia capitalistica ha in sé della magia nera,

invece utilizzare la tecnica per giungere al cuore della natura ed unirvisi.

l’uso snaturato che del denaro se ne fa all’interno è indice della perdita del suo senso ontologico, e invece si dovrebbe

bianca, liberatrice. L’origine del male non sta nella povertà e nel bisogno, ma nella morte, nelle forze

amministrare una magia

mortifere e disgregatrici: la “questione sociale” non può essere risolta quindi alla maniera dei socialisti, cioè redistribuendo

dell’uomo sulla materia, cioè eliminando la disuguaglianza e il bisogno, ma ha bisogno di una sanzione

semplicemente il potere Filosofia dell’economia si postula certamente un’economia che sia

cosmica, cioè religiosa, in ultima analisi. Nella di Bulgakov

ma nella quale ricopre un ruolo fondamentale la Sofia Sapienza Divina: l’economia viene interpretata

cosmica allo stesso modo,

religiosamente, ma la religione stessa diviene così un’economia, e non è nemmeno questo il modo di gestire la questione sociale.

24 Il rapporto spirituale con l'economia può avvenire in due sensi: o regolando il lavoro secondo la legge, e cioè in senso veterotestamentario,

oppure basando il rapporto con la materia e le categorie economiche sulla creatività e sulla produttività, cioè in senso in senso neotestamentario.

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Il male dell’economia capitalistica non sta nella sua forma, ma nella decadenza morale degli uomini contemporanei: se essa fosse

gerarchica, regolamentata, cosciente delle relazioni cosmiche non vi sarebbe problema alcuno, e il socialismo non avrebbe di

che biasimarne lo statuto.

Il lavoro economico dovrebbe essere di tipo ascetico (a-skesis: senza vincoli), cioè progressivamente liberatorio, dalle forze della

natura in primis, ma non vuol dire che si debba lasciare libero sfogo alle forze economiche, cioè dare credito ad un certo

anarchismo (distruggere la disciplina del lavoro, come dimostra la rivoluzione, fa regredire l’economia), ma eliminare la

concupiscenza (in senso agostiniano) e volgersi nella giusta misura alle cose materiali. La gerarchia è fondamentale,

l’organicismo è inderogabile: non è libero il membro del collettivo socialista, a cui non è concessa iniziativa in nome

dell’uguaglianza, ma è libero il membro di una gerarchia economica, politica e sociale, che, nelle regole di questa, trova spazio

per la realizzazione dei suoi progetti.

La proprietà privata è fondamentale in un economia di questo tipo, ma già da tempo (cioè già nel regime borghese-capitalistico)

questa ha perso il suo senso ontologico, spirituale: gli uomini, divenuti materialisti e nichilisti, non sentono più a responsabilità

nei confronti di ciò che possiedono, non vi ritrovano un valore spirituale, e ne fanno abuso, lo trasformano in mero strumento di

lo considerano come un’unità all’occorrenza,

interesse, di profitto, di oppressione del prossimo, scarna da manipolare utilizzano

la natura per i loro scopi (cioè il loro spudorato benessere), e non come fonte di senso (aletheia). I socialisti (uomini vecchi) non

fanno che portare alle estreme conseguenze questa perdita di senso della proprietà, collettivizzando ed omologando.

«Il principio di proprietà è legato alla natura metafisica della persona, al suo diritto interiore di compiere atti che trascendono la

fugacità del tempo» (p. 260). Non si tratta di un principio consumistico, come nella degenerazione capitalistico-socialistica, ma

di un principio di responsabilità: è legato infatti anche al rapporto con gli antenati, prevede il diritto dei padri di lasciare i propri

beni ai figli, e alla discendenza, e quello dei figli di riceverlo responsabilmente e custodirlo, si tratta di un atto spirituale, che

trascende i limiti empirici costituiti dall'intervenire della morte (per questo si diceva anche che l'atto economico lotta contro le

forze mortifere), crea un legame tra le epoche. La nazionalizzazione e la collettivizzazione della terra suscitano invece verso di

essa «un atteggiamento egoistico, puramente consumistico, volgarmente materiale, privo di calore umano; rendono impossibile

un legame intimo con il passato, con gli antenati, uccidono le tradizioni e ricordi» (p. 261).

Il superamento cristiano della proprietà non è una negazione, ma una trasfigurazione: è religioso e non economico «se venisse

eliminata totalmente la proprietà, con metodi economici coercitivi, non ci sarebbe più spazio per la sciatica rinuncia cristiana,

che diverrebbe inutile impossibile», inoltre «nell'ordinamento comunista un San Francesco non sarebbe possibile, e non sarebbe

possibile neppure il culto della povertà»).

Il principio di proprietà può degenerare, per questo è necessario che venga sottoposto ad un codice di regole: su questo piano

capitalismo e socialismo individuano due derive insostenibili (ricorda autolimitazione Solženicyn).

Sulla cultura

Il primato deve essere concesso alla cultura, non all’economia, ma la democratizzazione mondiale non può che andare a

la cultura è nata dal culto, ha un’origine nobile, va dall’alto al basso, la

detrimento di questa, a favore della civilizzazione:

civilizzazione è borghese, ha una fattura strumentale, va dal basso all’alto. La cultura diviene mediocre strumento di potere, di

propaganda, non possiede più un senso religioso, spirituale, non è strumento di elevazione ma di appiattimento. La cultura è del

l’uomo nobile

tutto simbolica, presenta i segni di una verità più grande e pone in continuità col passato, rispetta le tradizioni e le

sue origini, quello che i moderni rifiutano, disprezzandolo: la cultura ha a cuore la conservazione (conservatorismo), la

resurrezione di ciò che è passato, perciò è profondamente religiosa, mentre la civilizzazione idolatra il presente e il futuro (è

non ha tradizione, ha lo spirito e l’insolenza del

futurista)., «parvenu insuperbito», uno spirito cioè borghese, è mortifera

Nella cultura agiscono due principi, quello conservatore, rivolto al passato, è quello creativo, rivolto al futuro, ma mai quello

rivoluzionario sì, dal momento che lo spirito rivoluzionario è ostile alla cultura stessa, e propugna l'uguaglianza quantitativa a

discapito della disuguaglianza qualitativa, è cioè latore di morte: non è un caso che i rivoluzionari marxisti siano ostili alla cultura

e la vedano come sovrastruttura, cioè non le riconoscano un’anima, un’autonomia («l'atteggiamento proletario e la coscienza

proletaria sono sostanzialmente ostili alla cultura» e favorevoli soltanto a quei lacerti culturali che garantiscono il raggiungimento

di scopi utilitaristici e del benessere delle masse popolari).

La chiesa cristiana è stata la depositaria delle tradizioni culturali dell'antichità (per inciso, il Rinascimento, in questo senso, è

stato percorso dallo spirito creativo, da uno slancio creativo, mentre la Riforma ha comportato la distruzione delle tradizioni

ecclesiali e culturali, si è trattato dunque di una rivoluzione, nel senso deteriore che le abbiamo attribuito): La Chiesa occidentale

ha ereditato la tradizione e la cultura latina, mentre la Chiesa orientale ma garantito continuità alla cultura greca e bizantina.

Ogni cultura ha un inizio (emerge dalla barbarie) e una fine (entra in decadenza): è nel culmine, all’inizio della decadenza, che

la cultura offre i suoi frutti migliori, come l’uomo nella vecchiaia, lo sguardo dell’intellettuale, forte di tutte le esperienze del

passato culturale, diviene penetrante e complesso, raffinato, mentre nelle epoche di fioritura la cultura è chiusa e sprezzante nei

L’insoddisfazione

confronti del passato, ha una volontà di vita di potenza che le epoche tarde non possiedono. della cultura

senescente la porta a volgere lo sguardo altrove, verso nuove formule: così è accaduto nell’età tardo antica, quando sono fiorite

la rivelazione

le correnti filosofiche più originali, il neoplatonismo e il neopitagorismo, mentre si affacciava all’orizzonte

cristiana. Quest'ultima doveva sembrare agli antichi, ancora forti del loro classicismo, una barbarie (gli antichi vivevano in

mondo chiuso, in cui la volta celeste faceva da scrigno, mentre il cristianesimo apriva a profondità diverse), ma nel clima

senescente tardo antico, trepidante per nuovi contenuti, è apparso come nuova verità, come spirito di rinnovamento.

Anche la cultura europea sta conoscendo questa senescenza, si abbandona sempre di più l'ateismo, fugge dalle caratterizzazioni

ontologiche, si allontana sempre di più dalle sue radici divenendo astratta e formale: è il cristianesimo ad invecchiare. Giungono

ondate di barbarie, mentre all'orizzonte non si profila ancora alcuna svolta rinnovatrice: come si sa, però, le ondate barbariche

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hanno il compito provvidenziale (è una «punizione naturale», fisiologica) di ridestare l'uomo dal suo stato di torpore, dalla sua

schiavitù, e sollecitarlo affinché si trasfiguri, si rinnovi (le forze elementari e mortifere conferiscono comunque «nuova linfa

vitale»). La situazione europea è però più tragica che nel passato, si tratta di un primum nella storia, dal momento che la furia

la minaccia dall’interno,

socialista e razionalista imperversando in uno stato di degenerazione nichilistica e materialistica già

abbastanza avanzato, creando uno stallo da cui è difficile uscire: la civilizzazione atea infatti esercita un'attrattiva particolarmente

efficace sull'uomo moderno, per cui sarà difficile contrastarne gli esiti più nefasti.

Nel panorama culturale si affrontano due opposte pulsioni, se così si possono chiamare: quella romantica e quella classica.

L’elemento classico rappresenta la finitudine, la chiusura, è tipico delle epoche di fioritura e sviluppo della cultura, nelle quali

essa basta a sé stessa, e, come abbiamo detto, rifiuta il passato e tenta di realizzare la perfezione nel finito. Mentre l'elemento

romantico apre ad orizzonti trascendenti, aspira a forme religiose, alla distruzione dei limiti, e non riconosce perfettibilità terrena

(così, la cultura cristiana ha da intendersi come cultura romantica, affetta da una nostalgia trascendente, che rifiuta la perfezione

sulla terra, l’autocompiacimento culturale, negando la sua possibilità). Il mondo cristiano ha un rapporto tragico con la cultura,

che quello pagano non conosceva, dal momento che il cristianesimo nega per costituzione l’autoreferenzialità e

l’autocompiacimento, che sono caratteristiche fondamentali negli stadi iniziali dello sviluppo culturale (una cultura perfetta è

impossibile così come è impossibile una società perfetta in terra).

Il processo di secolarizzazione della cultura è certamente inevitabile e fatale, dal momento che essa realizza in ogni caso una

separazione dal tempio, dalla sacralità che pure è presente, come si sa, negli stadi iniziali: la cultura è religiosa per la sua origine

e per il suo compito, anche se è esposta inevitabilmente a divenire classica, cioè formale, autonoma, autoreferenziale

(illuministica, in Europa). Non bisogna però dimenticare la sua componente romantica, farne punto di riferimento, criterio per la

gestione accorta e organica di tutti quei contenuti che vengono comunque a formarsi in un ambiente non religioso.

per la cultura,

La crisi della cultura, dice Berdjaev, è iniziata già da tempo, si percepisce cioè un’insoddisfazione per le sue

capacità, e si cerca qualcosa che la trascenda (siamo cioè, per ricollegarsi al discorso precedente, nell'epoca della senescenza).

La crisi naturalmente è percepita da una minoranza, e non dalla maggioranza degli uomini (i socialisti non fanno che parlarne

25

secondo prospettive economicistiche, cioè intendendola come sovrastruttura, ma le cose sono più complesse ).

Le uniche manifestazioni superiori alla cultura sono quelle della genialità e della santità, più che altro sono da intendersi quali

a cavallo tra il mondo e l’eterno.

fenomeni di punta della cultura spirituale, Comunque sia la cultura, come l'aristocrazia, ha due

gli scopi superiori dell’umanità e della storia sono noti soltanto nell'ambiente

versanti, quello esoterico quello essoterico:

esoterico, la cultura superiore cioè serve soltanto a pochi, mentre alla massa umana serve solo una cultura media, o, per meglio

26

dire, mediata dalle classi superiori, dall'aristocrazia, che può essere diffusa, come per la Chiesa , da un impianto istituzionale

(si tratta di un movimento dall'alto verso il basso).

La cultura, si può dire, non è la realtà ultima, ma la penultima, cioè un ponte verso una nuova realtà trasfigurata, il regno di Dio.

Sul regno di Dio

Tutta la storia non è altro che la ricerca del regno di Dio, esso è il suo fine ultimo. Tutti i fini della storia si trasformano in mezzi

per questo fine supremo (rappresenta la quarta dimensione, rispetto alle tre materiali): vuol dire che il regno di Dio non è nella

storia,ma del suo superamento. Il relativo può trovarsi nell'Assoluto, e la storia in effetti si trova in Dio, ma l'Assoluto non può

trovarsi nel relativo, e cioè, come si è detto, Dio non può trovarsi nella storia, se non nella forma del simbolo, del segno (e questo

sia detto a sostegno del fatto che non esiste un mondo terreno chiuso, isolato ed autoreferenziale come nel paganesimo e nel

– 27

razionalismo ma che in esso operino comunque forze cosmiche : in questo senso non siamo dunque immersi nella realtà

assoluta, non siamo schiavi del mondo delle sue forze, non siamo in preda al relativo). L'Assoluto si può presentare

“fattualmente” nella storia soltanto quando questa sia finita, cioè ormai trasfigurata.

La paradossalità del cristianesimo sta proprio in questo: tale dottrina vuole che Dio, l'Assoluto, si sia incarnato, sia venuto tra gli

L’avvento di Cristo, per quanto fattuale,

uomini. non risulta però come confutazione di questo stato di cose appena descritto:

egli è giunto a questo mondo non per portare il regno di Dio sulla terra, nel mondo materiale (come nel chiliasmo ebraico), ma

“lo spirito del signore è su di me”),

soltanto per portare la promessa di questo regno, per annunciare una nuova vita (kerigma: a

cui giungere per mezzo dell’espiazione del peccato. Il regno di Dio non è possibile nell'ordine naturale materiale, esso è soltanto

la piena trasfigurazione del mondo, il passaggio ad un'altra dimensione dell'essere: sbaglierebbe quindi chi volesse fondare sulla

novella cristiana un regno terreno, una teocrazia o un cesaropapismo; così come sbaglierebbe chi volesse fondare nell'ordine

naturale, a prescindere dalla caratterizzazione religiosa, un paradiso sociale, cioè i socialisti.

La ragione tende a pensare il passaggio dal piano storico a quella apocalittico come qualcosa che avviene pur sempre nella storia,

ma ciò è fondamentalmente errato. L'evento apocalittico, indubbiamente, è un evento da collocarsi nel mondo, tuttavia è bene

considerarlo come un punto di contatto tra l'immanenza e la trascendenza (il che porta subito a generare un’antinomia, si giunge

ad un’impasse irrisolvibile razionalmente). «Per la coscienza cristiana esiste una fine in cui ogni cosa troverà compimento, esiste

25 «Voi volete soltanto che la cultura sia più popolare, più fruibile, più democratica, più economica, di modo che scompaia tutto ciò che ha di

. (p. 275)

aristocratico, elitario, troppo complesso e profondo»

26 «Vi è una Chiesa essoterica, democratica, che guida la massa umana e la educa la vita superiore, è una Chiesa esoterica, recondita, ai livelli

gerarchici più alti si riparano i misteri più profondi e la comunione più profonda» (p. 286). Queste due dimensioni si compenetrano, e si

sorreggono vicendevolmente.

27 Si consideri che Berdjaev ha in mente un quadro abbastanza complicato, dacché sostiene che non vi siano soltanto forze spirituali immanenti,

ma anche influssi cosmici di natura superiore (la grazia e il peccato), e cioè che queste forze abbiano nature contenutisticamente diverse,

sebbene formalmente simili. 15

la vittoria sul potere del tempo» (p. 285): a differenza del millenarismo, nel cristianesimo cattolico, che pure fonda la sua

“questione sociale” escatologicamente, non si ripone nella materialità (“il mio regno non è di questo mondo”, dice

tanta fiducia

Cristo): il regno di Cristo in terra non sarà un regno materiale, ma un sistema fecondato da un'umanità trasfigurata, che non si

troverà nei limiti delle tre dimensioni della storia, ma ciò la coscienza razionale non può carpirlo. L'Apocalisse di Giovanni,

infatti, non è stata presa, pur essendo inserita nel codice canonico, come fonte di ispirazioni per dogmi, cioè come certa

descrizione della fine della storia, essa è rimasta un libro misterioso, simbolico, allusivo.

Si noti questo riferimento di Berdjaev: «l'anima contemporanea è terribilmente fluttuante, per lei il bene e il male si sdoppiano.

Il male le si presenta sotto le spoglie ingannevoli del bene» (il socialismo, il materialismo, il razionalismo), dal momento che lo

spirito dell'anticristo è uno spirito di menzogna e di impostura, spirito del non essere. In questo senso l'utopia sociale di un

paradiso terrestre una delle imposture degli inganni dell'Anticristo, e una delle immagini rovesciate del regno di Dio. Le anime

che hanno perduto ogni riferimento gerarchico, ogni disciplina ascetica, ogni relazione con un cosmo ordinato, si lasciano tentare

dalle proposte ingannevoli dell'Anticristo, dall'idea di realizzare il regno di Dio in terra, la felicità in terra. L'Anticristo promette

di realizzare ciò che non ha realizzato Cristo, di rendere gli uomini superiori a Cristo, di sostituirsi a lui come patrocinatore della

Giustizia e dell'equità, come colui che hanno saputo far cessare i tormenti e le sofferenze dell'umanità: una prospettiva

ingannevole. Allora «il modo principale di opporsi allo spirito dell'anticristo è quello di rafforzare la persona, la disciplina

spirituale della persona, far sì che nella persona l'uomo a immagine e somiglianza di Dio sia preservato dagli attacchi delle forze

elementari di questo mondo».

«La creatività religiosa dell'uomo non è un diritto né una pretesa, ma il dovere religioso dell'uomo, il dovere del suo amore

traboccante» (p. 292). Lo spirito creativo dell'uomo deve opporsi alle forze oscure, le forze dell'Anticristo, e non attendere, in un

pathos apocalittico, che il regno di Dio si presenti: cercate il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato.

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Appunti su altri autori

Meglio figli di un’esperienza che discepoli di un insegnamento 28

La ricerca di senso, lo sottolinea anche Nietzsche ne La Gaia scienza , è un fenomeno ineludibile per l'uomo, anche quando

al piacere immediato (Edgar Lee Masters: “una barca che

questa ricerca comportasse grandi sacrifici, timori, rinuncia profonda

anela al mare eppure lo teme” 29 ), benché spesso gli esseri umani si rifiutino di ricercare il senso delle loro esistenze, e continuino

sulla strada sulla quale sono stati posti, senza fare alcuna considerazione critica. Questa ricerca è un lavoro del pensiero (così

dice anche Berdjaev in relazione alla sua filosofia della disuguaglianza), che spesso si trova in impaccio, di fronte agli imprevisti,

di fronte al male, di fronte alle antinomie irriducibili e irrisolvibili che gli si presentano. Alle volte è l'imprevisto che salva, come

dice Montale (“Un imprevisto e la sola speranza”, in Prima del viaggio), cioè qualcosa di inaspettato che smuove la coscienza,

l'animo, lo proietta al di là di sé, gli permette di interrogarsi su questioni cruciali per la sua esistenza, e di trovare o di cercare

semplicemente un senso alla realtà, quando tutto intorno a sé sembra piatto, inutile, superfluo (di questo avviso era anche Havel,

quando diceva che non si sa quando una semplice palla di neve possa scatenare da un momento all'altro una valanga): la coscienza

moderna, calcolatrice, riduzionista, tende a mettere in penombra questo modo di relazionarsi con se stessi (“mi dicono che è una

stoltezza dirselo”).

Il mistero non è ciò che è inconoscibile, ma ciò che non si finisce mai di conoscere: così un libro misterioso, perché ogni volta

che lo si legge vi si trova una sfumatura, un nuovo senso, qualcosa che precedentemente non si era notato.

Il mondo greco classico ha connotato la verità in senso religioso: come aletheia. La verità, in possesso del Divino, era nascosta

agli uomini, per cui accedervi non era altro che svelarla, quindi portare alla luce ciò che è nascosto. La verità si dà nella luce,

nell'illuminazione, nell'esser vista. La scienza politica nasce nell'Atene del V-IV secolo, su questi presupposti, quando la filosofia

si è interrogata sulle condizioni di possibilità dell'esercizio del potere (con Socrate, e poi Platone e Aristotele): la conoscenza e

la coerenza sono divenute discriminanti.

L'altra tradizione riguardante la verità è quella semitica. Un popolo itinerante, esposto alle contingenze, alla mutabilità del

mondo, aveva la necessità di darsi instabilità, sicurezza, rifugio. Il vero è dunque ciò che è stabile come una roccia, verificabile,

affidabile, un punto di riferimento nell'oscurità dell'esistenza, un punto su cui costruire formazioni durature: qualcosa a cui si dà

fede (è anche la nozione latina di verità). In questa cultura la verità è detta emeth: non esiste il vero come idea slegata dal resto,

la verità è sempre manifesta con un rapporto (uomo/uomo, uomo/Dio, uomo/società), del resto nelle scritture Adamo ed Eva si

“conobbero”, la conoscenza e allora la norma del rapporto, è sua condizione necessaria punto e quest'ultima idea di verità che

permette di fondare e mantenere viva una società, sulla fiducia e sulla fede nell'altro, nei suoi comportamenti, nella sua buona

intenzione.

Intervista rilasciata da Eugenio Mazzarella (docente di filosofia teoretica a Napoli). La società moderna vive in uno stato di

perenne incertezza, dovuta all’inconsistenza dei rapporti umani, dalla liquefazione degli stessi, alla mancanza di fiducia nel

prossimo, disgregazione dello spirito comunitario. Gli uomini non ripongono più fiducia negli altri e i fenomeni come il

terrorismo, le migrazioni e la disoccupazione non fanno che peggiorare questo stato di cose. Nella nostra società liquida tutto ciò

che si struttura come categoria è già obsoleto nel momento stesso in cui prende forma: l'individuo, costantemente sotto assedio

da parte delle troppe, infinite possibilità che gli si offrono, non ha più consistenza ontologica (io sono e sempre meno un

presupposto è sempre più una domanda). Mazzarella in Logica, ontologia ed etica, avverte il lettore dello stato delle cose e del

problema in cui versa l’uomo contemporaneo: l'unica identità che permette di vivere in questa società è quella del sughero, cioè

quella di un essere dotato di una tale leggerezza ontologica da permettergli di galleggiare sul mare tempestoso e instabile delle

idee, dei fatti, delle ideologie. L'idea fondamentale della filosofia moderna, e cioè la preminenza ontologica del soggetto sul

mondo, nella società contemporanea viene completamente ricostruita è privata di dignità.

La modernità ha infatti seguito un percorso che è culminato, in età contemporanea, nella decostruzione del impianto metafisico,

gnoseologico ed epistemologico antico: l’estetica e la morale, e con esse la questione del senso, sono state autonomizzate dal

vero, del quale ha preso ad occuparsi la ricerca teorica e scientifica, sono state relegate nel regno della soggettività (ma di una

e dell’irrazionalità, in quanto cioè attinenti alle relazioni tra gli uomini e non alla

soggettività piena, dotata di senso ontologico)

verità in senso stretto (per dirla con Husserl, il “mondo della vita” è stato messo da parte, o, con Weber, si è imposta

l’”avalutatività” della scienza) 30 . La filosofia ha dovuto così rinunciare ad esercitare un controllo sul potere, ad imporre a questo

giorno il viandante sbatté una porta dietro di sé, si arrestò e pianse. Poi disse: ‘Questa inclinazione, questo impulso verso

28 «Un il vero e il

reale, il non parvente, il certo mi fanno rabbia! Perché questo battitore fosco e impetuoso segue proprio me? Vorrei riposarmi, ma non me lo

concede. Quante sono le cose che mi seducono all’indugio! Per me ovunque vi sono giardini d’Armida: e quindi sempre nuove lacerazioni e

nuove amarezze del cuore. Devo muovere ancora in avanti il piede, questo stanco piede ferito: e poiché devo, ho spesso per le più belle cose

che non mi seppero trattenere uno sguardo irato giacché non mi seppero trattenere»

29 Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell'inquietudine e del vano desiderio

una barca che anela al mare eppure lo teme.

30 Teilhard de Chardin: perdita del gusto di vivere, cioè del senso 17

di fare i conti con la verità (com’era, almeno in linea teorica, nella greca): l’esercizio del potere è divenuto mera espressione

polis

di competenza gestionale.

Questa analisi rispecchia totalmente quella di Hans Urs von Balthasar, teologo cattolico svizzero (che ne offre una versione in

La verità del mondo): la verità è stata chiusa in un isolamento teoretico e il resto è divenuto materia di gusti (de gustibus

disputandum non est), per cui quando si fanno i conti con se stessi, non si deve dar più ragione di ciò che si sente e si fa, dal

momento che non c’è più un criterio di riferimento: l’universo sociale, quello politico o quello economico sono privati di un

controllo veritativo e meccanizzati. Si è creata una società di individui atomizzati che non sono altro che ingranaggi nella grande

macchina economica, ogni altra dimensione è arbitraria e irrilevante.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2016, Zygmunt Bauman mostra una prospettiva terribile a riguardo. Anche

a livello economico non ci sono più punti di riferimento e di appoggio. La questione del terrorismo è particolarmente

significativa: gli uomini sono talmente spaesati, si sentono stranieri in casa loro, si sentono insicuri anche della propria patria,

del suolo sul quale camminano, sono completamente assorbiti nella dicotomia libertà sicurezza, avvertono cioè la necessità

cogente di sicurezza, e allo stesso tempo hanno bisogno di una libertà che, in virtù della sicurezza, viene invece costantemente

negata. L'unico espediente che rimane all'uomo contemporaneo è quello di trovare un capro espiatorio sul quale proiettare le

proprie insicurezze.

Nell'articolo del giornalista iberico Castels, riguardante il caso di omicidio-suicidio del pilota di un velivolo Germanwings che

ha scelto di schiantarsi al suolo sulle Alpi francesi, possiamo notare quanto al giorno d'oggi i casi di questo genere siano frequenti.

È proprio in questa temperie culturale che si sviluppano sentimenti negativi per la socialità, per lo spirito comunitario: come ci

si può fidare del prossimo? Ognuno potrebbe essere un potenziale danneggiatore, un terrorista, o semplicemente un dissennato

di creare rapporti significativi, fondati sulla fiducia, sull’amore e sul rispetto, dal momento

che semina morte. Manca la possibilità

che non è presente più un terreno comune, un riferimento oggettivo, una verità forte che faccia da criterio. La mancanza di

riferimenti porta la popolazione a richiedere, per la sua libertà, più sicurezza, il che comporta tuttavia la limitazione della libertà

stessa, siamo in una società psicotica.

In questo senso si è aperta la strada all’ideologia, cioè a quella presa di posizione in cui il pensiero è succube di un potere e lo

giustifica a scapito della realtà, dell’esperienza, della libertà. La ragione non persegue più lo scopo di conoscere il mondo, ma

quello di controllarlo politicamente, tecnicamente, praticamente, e se ricerca la conoscenza, lo fa solo in senso funzionale,

nell’etica del tecnicismo. Il potere tenta di assumere il controllo totalitario sulle vite delle persone (spionaggio CIA), ma non può

accedere alla loro intimità, alla loro individualità più profonda. Il potere totalitario, in quanto supportato dall'ideologia, tende a

delegittimare la portata conoscitiva dell'esperienza, si fonda su un sospetto continuo e radicale, sul timore della cospirazione,

della congiura, per cui la conoscenza non ha più fondamento nel rapporto (la verità non è cioè compresa come emeth), ma sulla

scoperta di ciò che è presunto essere dietro alle apparenze. La conoscenza vera non si ha quando si sente il possesso di un oggetto

intellettuale, ma quando si ricerca continuamente la ragione di questo controllo/possesso/gestione, quando ci si pone di nuovo,

sempre, la questione della possibilità e del senso di questo conoscere. L'epoca moderna possiede proprio questa concezione errata

di conoscenza, di un possesso dell'oggetto intellettuale, che è funzionale agli scopi del potere. Il potere, l'ideologia, nutrono

costantemente il sospetto, rinunciano alla verità la sua ricerca, che scaturisce dalla meraviglia, dal momento che guardano alla

realtà come qualcosa non oggettivo cioè qualcosa dietro la quale sì insinua il dissenso e ogni potenziale pericolo.

A questo riguardo, Guitton in Arte nuova di pensare (1946) contrappone il ragionevole al ragionatore: il primo impiega la propria

ragione subordinandola all'esperienza, il secondo invece è la personificazione dell'atteggiamento moderno di cui abbiamo parlato

sinora, quindi colui che usa la ragione per controllare il reale e il sociale.

L’abitudine, come assuefazione al reale e assenza di interrogazione sul senso, è un ulteriore elemento di degenerazione: infatti

il domandarsi sorge dalla meraviglia, che rompe l'abitudine, da questo punto di vista l'abitudine è la resa, la morte della ragione.

della gioventù non come di un’età

Il generale Mc Arthur, in una lettera del 1945 ai suoi soldati, parla della vita, ma come di una

condizione esistenziale caratterizzata dalla ricettività e quindi dallo stupore nei confronti di ciò che si presenta davanti ai nostri

la vecchiaia è l’appiattimento

occhi che si prova, di contro, sul dubbio, sulla preoccupazione, sulla disperazione, e quindi una

perdita di ricettività. «La disperazione è il peccato più grave, perché è il rifiuto a trarre profitto dalle infecondità dell'insuccesso»

(Peguy)

Bělohradský 31

Václav (vedi, in seguito, in relazione alla questione della nascita della scienza e della scienza politica moderne)

sostiene che la cultura contemporanea è caratterizzata dalla ricerca della sola competenza efficiente, in virtù della quale non è

più la società a dare forma allo Stato, ma è lo Stato a fabbricare la società i suoi cittadini, proprio attraverso i meccanismi di

d’altro canto,

controllo di cui dispone (vedi pubblicità). La tendenza propria della società occidentale contemporanea, viene

espressa da Dewey, quando invita a rinunciare all'ambizione di conoscere la realtà in modo oggettivo, per quanto possa sembrare

doloroso, per consentire alla ragione di esprimersi in modo qualitativamente più elevato, generando un sapere utile al

cambiamento della società: anche questa è una forma di ideologia, equipollente al marxismo, perché rifiuta la complessità del

reale e la riduce al dominio di un solo fattore. sta vivendo:

31 Vivere in Europa vuol dire non poter prescindere dalla coscienza, e tuttavia ciò è messo in discussione dalle derive che l’Europa

nichilismo, annullamento della coscienza e della moralità, avalutatività generale, tutte caratteristiche garantite dagli apparati di trasmissione

ideologica.

18 Mandel'štam, Osip Ėmil'evič Mandel'štam,

Acute anche le riflessioni di Nadezda moglie del poeta, scrittore e saggista russo

vittima delle Grandi purghe staliniane (seconda metà anni ’30). Ella riorganizzò e diffuse, grazie al sistema editoriale del

Čeka,

Samizdat, gli scritti del marito dopo che questi fu arrestato dalla la polizia politica sovietica (Commissione straordinaria

per la lotta alla controrivoluzione).

Nel suo scritto Le mie memorie (del 1972) Nadezda rintraccia nella dissoluzione dell'io, della personalità individuale, il male

della contemporaneità. Questa caduta dell'io è da ricondurre alla rottura da parte di questo nel rapporto con il tu, con l'altro da

sé, l'altro umano: la ragione di questo fenomeno è da rintracciare, paradossalmente, negli sviluppi filosofici della modernità, cioè

nell’individuazione di un io forte, dotato di una forte connotazione ontologica, che è sostanza, cioè sussistente di per sé, senza

aver bisogno degli altri (una prospettiva sconosciuta nelle epoche precedenti, almeno nell’antropologia che vi si offriva); avere

tuttavia, porta innanzitutto all’individualismo e al solipsismo, ma anche alla dissoluzione dell’io stesso,

a disposizione un io forte,

il, non trovandosi più in relazione a nulla, inizia a perdere, come si è già detto, la sua stessa sicurezza filosofica.

La perdita dell'io si manifesta in due modi:

• Il soggetto esperisce un timore abbastanza profondo (a causa della precarietà dell’esistenza, della limitatezza

dell’uomo, del peso che la percezione del tempo porta con sé) che lo irretisce al punto da indurlo a fare ricorso

ad ideali di salvezza, in cui ripone tutta la sua fiducia (l’autrice si inserisce in questa categoria).

ad utopie,

• Il soggetto, cosciente dell'impossibilità di una reazione organica, di un riscontro positivo, tenta in tutti i modi

possibili di sopravvivere o di vivere confortevolmente, anche a scapito della sua integrità morale.

Nel 1953 Alexis Carrel denunciava lo stato di smembramento dell'io nella sua epoca, prodotto da "poca osservazione e molto

ragionamento, quando invece occorrono molta osservazione e poco ragionamento", cioè molta esperienza.

In L' umanità perduta. Saggio sul XX secolo, Alain Finkielkraut sostiene che il pensiero totalitario liquida la realtà e si emancipa

e sull’è,

dall'esperienza, focalizzandosi sul dovrebbe essere dimenticando il vero, il bello, il buono: questo pensiero totalitario,

quello che Arendt chiama ideologia, cioè il sospetto sulle apparenze, però la natura del Logos, cioè della conoscenza in senso

lato, è quella di conoscere la realtà a partire dall'esperienza, nutrendosi cioè della perturbazione costituita da questa, e non quella

di sospettare l’inganno. l’ideologia fornisce giustificazioni all'azione umane, per cui se si è malvagi lo si può

Secondo Solženicyn (Arcipelago GULAG),

essere illimitatamente, dal momento che non si devono giustificare tali azioni aspetto della verità.

Guitton, dal canto suo, nota come l'individuazione di un senso consente di abbracciare la complessità la globalità di una cosa,

mentre l'ideologia, staccandosi dall'esperienza, si sofferma su un aspetto particolare, isolandolo dal tutto a cui appartiene: È una

L’ideologia è dunque la “norma dell’incredibile”, la

riduzione di una totalità al particolare e così si qualifica come idolatria.

perdita di fiducia nel rapporto esperienziale col mondo, “l’astuta distruzione del sensibile”. προς-

Si può assegnare un senso soltanto a ciò che ci tocca, ciò che risponde cioè alle nostre domande, i nostri problemi (sì noti

βαλλω), che sorgono a partire da un bagaglio culturale, ovvero da una tradizione, quindi possiamo comprendere soltanto facendo

della tradizione un problema e cercando soluzioni ai problemi (metafora dello zaino lo scalatore che fruga in esso all'occorrenza,

– –,

32

portandolo davanti a sé). La tradizione deve essere oggetto di un'operazione di critica dal greco krinein (κρίυειυ) cioè di

33

distinzione, di discernimento tra le sue componenti, al fine di ritrovarvi ciò che ha valore per il presente, di riformularlo . L'idea

per cui si debba far problema (προς-βαλλω) della tradizione, cioè di decostruirla costantemente per ricostruire creativamente, è

stato intelligentemente sottolineato nella filosofia greca, ma l'età moderna è caratterizzata per la sua pretesa di fare a meno della

tradizione, particolarmente di quella medievale (in questo senso la parola critica ha assunto una valenza diversa da quella antica,

è divenuta messa in discussione e non problematizzazione). A riguardo è significativa la parabola del figliol prodigo: un figlio

ramingo, lontano dal padre, che ha rotto i ponti con l’ipostasi paterna (vedi anche Berdjaev), è destinato a perdersi o a ritornare

ad esso.

L'esperienza non è soltanto ciò che si prova, che si esperisce tramite i sensi, anche l'attribuzione di significato che si rivolge a

tale oggetto: Fare esperienza di una cosa vuol dire provarla e comprenderne la forma, il senso: non basta accumulare fatti e

l’esperienza prevede una rielaborazione, una ricerca di senso.

conoscenza, per procedere in modo induttivo, L'esperienza ha

dunque una dimensione soggettiva, il provare, e una dimensione oggettiva, la forma, e in questo senso essa è una crescita della

persona ed un'esaltazione della realtà. L'atto con cui il pensiero coglie la forma o il senso di una cosa è, aristotelicamente, il

(l’unione di soggetto e predicato).

giudizio, cioè la corrispondenza dell'idea a reale, l'unione di questi due poli Tutta la realtà

costituisce un segno per la ragione, cioè rimanda costantemente ad altro: di fronte a un segno, la reazione più immediata è quella

di cercare chi lo ha posto. La ragione indaga il reale per giungere a soddisfazione, non riuscendovi tuttavia. La conoscenza è

come un risuonatore di Quincke, funziona, si mette in moto, solo quando viene sollecitata da un fenomeno alla stessa frequenza:

Non basta sapere ciecamente, si ha vera comprensione, vero risvolto, solo quanto si allinea l'idea alla pratica, quando viene

foraggiata dall'esperienza. La ricerca della conoscenza, la filosofia, è quindi questo costante tendere alla verità, alla sapienza,

L’atto di

32 krinein, si configura come discernimento o giudizio, cioè come messa in crisi e quindi critica.

33 San Paolo: «Vagliate tutto e trattenete il bello!» 19

oggetto di amore intellettuale, senza tuttavia giungervi mai per carenze strutturali: Dio soltanto è il Sophos, possiede la Sofia,

l'uomo può essere soltanto philo-sophos.

L'ideologia rifiuta il rimando del segno, cioè, come spiega la Arendt, essa non vede nel sensibile la "menzogna delle apparenze""

(non ha ovvero la consapevolezza del segno, dello statuto limitato del sensibile, del mondo fenomenico rispetto a quello

noumenico), ma per l'appunto getta sulle apparenze il "sospetto", neutralizzando qualunque segno.

I tre aspetti fondamentali dell'ideologia:

1) è un approccio preventivo alla realtà, si distacca cioè dall'esperienza;

un’idolatria;

2) è una riduzione al particolare,

3) è la privazione della verità, il nascondimento, l'esclusione della verità.

Pasolini, in un editoriale sul Corriere della Sera del 1974, il Potere senza volto, osserva che la cultura di una nazione è il

complesso di più culture, quella dell'intelligencija, quella della classe dominante e quella popolare, ovvero quella della classe

dominata. Tuttavia al tempo d'oggi non si riescono più a individuare le differenze specifiche all'interno di queste classi, dal

ad un’omologazione culturale e quindi all'appiattimento delle microculture delle diverse classi su

momento che si è dato corso

unico modello, quello consumistico. Gli altri due capisaldi di questo modello, oltre a quello consumistico, sono la tolleranza

(che però di fatto viene disattesa in una società fondamentalmente repressiva, che cioè non tollera le deviazioni rispetto al

conformismo riguardante il consumismo) e l'edonismo, cioè la ricerca del benessere materiale, e la sua affermazione.

È un nuovo Potere a controllare questa deriva, che non è fondamentalmente visibile (perciò è detto senza volto) in quanto non

rappresentato in un organo istituzionale: è un potere cioè culturale (Pasolini dice che esso è il vero fascismo, ché di molto supera

in capacità omologante il regime totalitario che ha interessato le vicende politiche italiane tra la prima e la seconda guerra

mondiale).

In un editoriale sul Corriere della Sera del 1975, dal titolo Non aver paura di avere un cuore, Pasolini delinea la distinzione tra

“caccia (per cui v’è bisogno di soldati,

società «clerico-fasciste», caratterizzate dalla alle streghe” di santi e di artisti), cioè dalla

che viene destituito d’umanità e persino soppresso,

persecuzione del diverso, e la società del suo tempo, che è «consumistica e

permissiva», in quest'ultima si assiste ad una degradazione antropologica determinata dal consumismo edonistico, e da una

permissività che è vuota e falsa, perché si espleta nel mero permesso di consumare, e quindi di degradarsi (il consumismo è, in

questo senso, il nuovo totalitarismo). Il potere esercitato in questa società è più forte e saldo di quello delle società repressive

clerico-fasciste, perché dispone di strumenti di comunicazione sconosciuti alle epoche precedenti e soprattutto perché si serve di

34

tutta una serie di prodotti intellettuali (laicità, illuminismo, razionalità ) condivisi e che si pongono come correttivi

dell'oscurantismo delle società precedenti: la società progressista, razionalista, moderna, quindi, pretende di essere migliore delle

passate e di aver realizzato la liberazione dell'uomo, ma allo stesso tempo si configura come il peggiore totalitarismo, perché

subdolo e invisibile, e in virtù di ciò estremamente pervasivo.

Si afferma il consumismo come rito, come nuova religione: dalla dominante mentalità consumistica derivano la rimozione della

sacralità della vita e del significato dei sentimenti (il cuore ha visto solo come un muscolo) e appunto queste conseguenze

sostengono le azioni violente, le stragi politiche, i progetti di attentato. La violenza è perpetrata operativamente perché la vita

delle potenziali vittime non ha più alcun valore, perché, come dice Berdjaev, non si riconosce nell'altro il volto di Dio, e si è

perso naturalmente anche ogni sentimento per la propria identità, per l'immagine che di Dio è in noi, quando non si dovrebbe

aver paura di essere dei “sentimentali”.

La modernità, che predicava la libertà di pensiero, si è ridotta ad essere una gabbia per gli individui: i moderni rimproverano gli

antichi di essere stati immobili e non liberi, però, dal canto loro, si fossilizzano sul metodo fisico-scientifico e privano la filosofia

della sua capacità di interessarsi ai significati, alle idee, ai valori, all'esperienza, che vengono consegnati alla gestione sociale.

La conoscenza, che si era legata nel mondo teoretico, lascia la vita, il mondo della vita, alla gestione coercitiva da parte del

potere, di una società che controlla e limita, facendo del pensiero uno strumento di modellazione della realtà. La verità non detta

più legge, non ha valenza normativa, non guida la vita, ma lascia alla violenza del potere (cioè alle forze mortifere del caos),

– ambito dell’esistenza umana.

che non è più controllato o indirizzato dalla ragione la gestione di ogni

La poetessa Olga Sedakova, una delle principali voci culturali del mondo russo attuale, osserva che Berdjaev godeva di una

posizione privilegiata a differenza nostra, dal momento che conobbe sia la Russia pre-rivoluzionaria, sia quella rivoluzionaria

che quella post-rivoluzionaria, poté cioè analizzare l'evoluzione del potere e della società. Il periodo rivoluzionario ha tentato di

cancellare completamente il passato zarista per costruire un uomo nuovo, ateo, materialista, in cui fosse infuso lo spirito

proletario e l'internazionalismo (questi temi costituivano circa un terzo della formazione universitaria in Unione sovietica).

Secondo la Sedakova i valori umani si sono conservati soltanto in Occidente (o almeno parzialmente), e quindi è solo qui che si

può ritrovare lo stato pre-rivoluzionario per metterlo a confronto con lo stato della Russia odierna, essendo stata cancellata ogni

memoria di esso nell’immaginario collettivo.

il maschio l’aborto ha assunto un significato simbolico: essere per l’aborto incondizionatamente gli sembra una patente di

34 «Per illuminismo,

progressismo, spregiudicatezza, sfida». E ancora: «il nuovo potere consumistico e permissivo si è valsa proprio delle nostre conquiste mentali

di laici, di illuministi, di razionalisti, ricostruire la propria impalcatura di falso laicismo, di farsi illuminismo, di Fassa razionalità. Si è valso

delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più».

20

La tesi dell'identità capitalistica del comunismo e sostenuta anche da Charles Peguy, inizialmente socialista poi ostracizzato ed

emarginato (si convertì al cristianesimo). In un saggio del 1913 dal titolo Il denaro, egli sostiene che gli operai si siano

imborghesiti, siano fatti presuntuosi e si siano distaccati dagli ideali che avevano perseguito inizialmente: sono diventati

"intellettuali impacciati", che si fanno portavoce di "metafisiche di cui non sono consapevoli", ovvero di filosofie che

ripropongono senza originalità e profondità speculativa i motivi chiave del passato. La vita intellettuale è divenuta misera e

sterile, opposta ad ogni forma di ricchezza, di fecondità, di originalità, e votata esclusivamente alla giustificazione dell'apparato

di potere e delle scelte politiche: un'ideologia.

La filosofia socialista il prodotto del mondo moderno, che si contrappone nettamente ai mondi precedenti in quanto patrocinatrice

dell'uguaglianza a discapito della disuguaglianza. In questo mondo, totalmente votato al economicismo, "perde anche chi non

– –,

gioca" (esempio del mendicante) anzi se non prova a giocare è proprio spacciato cioè il povero è perseguitato e penalizzato

per la sua povertà anche se non ha intrapreso alcuna attività di lucro, alcuna scommessa imprenditoriale, per cui non avrebbe

alcun motivo per pagare le conseguenze delle sue azioni: anche la povertà è diventata impossibile. Nel passato il povero poteva

tentare la sorte, mettersi in gioco e cadere, diventando ancora più povero e miserabile, ora neanche questo è più possibile, vige

un immobilismo economico disarmante. In questo modo si gettano le basi per l'eliminazione di qualsiasi forma di ricchezza, cioè

di tutti quegli aspetti non materiali della vita: la povertà era condizione di ricchezza e di profitto nel passato (basta far riferimento

all'esempio di San Francesco), cioè nella povertà la vita poteva rinnovarsi. Con l'esaltazione del denaro e del consumo, la

svalutazione e la rimozione della povertà, la riduzione di qualsiasi operazione sociale, personale, ecc., all'ambito economico, sì

impedisce all'uomo anche di divenire povero.

Studio di Finkielkraut su Peguy, intitolato L'incontemporaneo.Peguy lettore del mondo moderno. Peguy delinea una differenza

tra la tecnica premoderna, che mette in relazione simbolicamente l'elemento del legno, e quella moderna, che si relaziona invece

con l'elemento del ferro: mentre l'uomo antico e medievale nel lavorare il materiale era costretto a misurarsi, a dialogare con

esso, e a prestare la massima attenzione e cura, perché ogni intervento sarebbe stato indelebile e ogni errore irrimediabile (la

materia aveva una connotazione misteriosa e sacra), l'uomo moderno lavoro su una materia non prima, ma seconda, cioè su una

materia resa particolarmente docile dall'intervento tecnico, una materia soggiogata e disposta a lasciarsi plasmare in ogni modo,

che si prostituisce e che quindi come tale non ha più nulla di misterioso è inviolabile per chi opera su di essa. L'epoca moderna

anche sviluppato una forma di indagine sulla natura, cioè l'indagine scientifica, basata sul tentativo di adeguare l'oggetto al

soggetto, quindi di ordinario organizzare la realtà secondo gli schemi della ragione e le esigenze concrete dell'uomo (si guardi

l'analisi del rapporto dell'uomo con la tecnica in Heidegger), attitudine all'ascolto della natura. Un'azione della Scienza e della

Tecnica, tra loro fortemente connesse, ha dato vita al tecnicismo. In età postmoderna quello della Tecnica si accompagna ad un

relativismo globale, per cui non c'è alcuna differenza tra valori, condotte, concezioni filosofiche e cultura (come ricorda anche

Berdjaev, sono stati destituiti tutti i valori, il senso nazionale, politico, economico, ogni relazione con il cosmo: tutto è divenuto

neutrale). (l’avanzata del democratismo e dell’oclocrazia, delle forze caotiche del male).

Panvillania: tutti villani, rozzi, cafoni Negare la

realtà per realizzare il mondo a immagine del desiderio dell’uomo, sfruttando la natura, piegandola per mezzo della tecnica, non

rispettandola. È la cifra della moderntità.

Gustavo Bontadini, in Saggio di una metafisica dell'esperienza (1938), produce un'analisi del pensiero di Eraclito e Parmenide,

i quali, nonostante la differenza, adottano la medesima visione materialistica, per cui il reale con il cosmo fisico: la loro

speculazione si fonda sul principio di identità, la loro introdotto, secondo il quale una cosa è se stessa non la sua negazione, cioè

non sono l’una in relaziona

una qualunque cosa diversa da essa: così, se due cose sono diverse, esse all'altra, ovvero

contraddittorie. Questo significa che in tale concezione le cose distinte sono radicalmente diverse l'una dall'altra, sono

incommensurabili, e non è più possibile nessuna relazione tra loro: il materialismo nega la relazione. Si tratta di una lettura che

troviamo anche in Berdjaev, per il quale il materialismo è colpevole di aver perso di vista la relazione del materiale con lo

spirituale, ma egli è critico anche nei confronti dello spiritualismo (il riferimento qui è a Bulgakov).

‘17

Secondo la diagnosi di Voeglin, ne Il mito del mondo nuovo, la rivoluzione del costituisce una novità assoluta nella storia,

perché per la prima volta un movimento intellettuale, una filosofia, si è tradotto in un movimento politico e, di conseguenza, in

un sistema di gestione del potere; prima (da Platone in poi) erano esistiti solamente utopie politiche o movimenti intellettuali e

movimenti politici di massa, senza che queste due realtà fossero in nessun punto tangenti, cioè senza che le idee incontrassero la

loro realizzazione pratica: con i totalitarismi questa tendenza ha mutato corso.

Boris Souvarine, nella sua biografia Stalin, ricorda che la rivoluzione di febbraio il 1917 non sono non risolse i mali del tempo,

ma li aggravò, gettando il paese nell'anarchia: l'incapacità della classe dirigente Borghese e dell'intelligencija, la crisi economica,

le diserzioni nell'esercito, l'occupazione di terre da parte dei contadini, il fallimento di tale rivoluzione apri la strada ai

bolscevichi, i quali, supportati anche da alcuni menscevichi, diedero forma agli eventi di ottobre. Maria Judina, la più grande

pianista della Russia sovietica, ricorda l'entusiasmo con cui, insieme ad altri intellettuali, partecipò gli avvenimenti rivoluzionari,

nella speranza di rimediare i mali presenti, prima di rendersi conto che la vera rivoluzione era ancora da realizzare e di allontanarsi

dei bolscevichi.

Von Balthasar: la verità è sinfonica, metafora dell’orchestra, si dà nella relazionalità. 21

nell’articolo

Solženicyn, 1973, Pentimento e autolimitazione come categorie della vita nazionale: Alla nazione russa non è

sufficiente il pentimento per i mali compiuti durante la dittatura sovietica, ma essa dovrà tradurre concretamente il suo pentimento

in una capacità di autolimitazione, che si manifesta innanzitutto nella restituzione i popoli sottomessi della "reale libertà di

decidere del proprio destino"; questo contenimento, il restringimento di sé, è la libertà nella concezione cristiana (cioè l'askesis,

la liberazione dai lacci della materialità), che è ben diversa dalla libertà così come era stata pensata dalla filosofia moderna, cioè

la concezione illuministica di libertà (come assenza di determinazioni esterne): La libertà è qui compresa come nesso Supremo

a una realtà cosmica, cioè vigente soltanto in un ordine gerarchico.

discorso all’università rinunciare all’autoespansione, sacrificarsi.

\Nel 1978, al di Harvaard, Solženicyn invita a Egli estende

queste considerazioni, cioè quelle rivolte alla società russa, al mondo occidentale: l'interpretazione della libertà come

autolimitazione costituisce un problema per la coscienza occidentale moderna, dal momento che, nella concezione in voga, la

libertà è concepita come capacità di auto espansione, e non accetta per nulla il sacrificio, l'assunzione del rischio e l'approccio

gratuito alla realtà, cose che vengono considerati assurdità. Ma è proprio questo è il nocciolo della vita: l'umanità non potrebbe

continuare ad esistere se ognuno pensasse soltanto alla sua espansione, le madri non partorirebbero, i padri non si

sacrificherebbero per i figli, nulla potrebbe essere mandato avanti. Dio non è forza, ma giustizia: egli non è volontà di potenza.

Questa analisi svela una profonda affinità tra il sistema occidentale capitalistico e quello sovietico comunistico, entrambi sono

accomunati da una perdita di vista della Libertà. Egli individua la radice del problema nell'evoluzione del pensiero occidentale

a partire dal Rinascimento: l'umanesimo rinascimentale si è trasformato, nella sua evoluzione, in illuminismo, cioè in un

umanismo razionalista e antropocentrico che ha portato l'uomo a rifiutare il suo statuto cosmico, a non riconoscere la sua

riconosce al totalitarismo russo il “merito” di aver forgiato, tramite le

limitatezza. Bisogna notare in ultimo che Solženicyn

numerose privazioni a cui l'ha sottoposto, il suo carattere è quello di molti altri intellettuali dissidenti (viene riconosciuto anche

da Berdjaev, quando parla della rivoluzione come di un castigo divino, volto a far rinsavire l'uomo per i suoi peccati, di un male

necessario).

In Il socialismo come fenomeno storico mondiale (1977), Igor Safarevic riconosce nell'ideologia socialista un progetto di

distruzione della spiritualità su scala mondiale

In opposizione al modello del sistema post-totalitario Havel propone una ricostruzione morale della società, rinnovato rapporto

con l'essere, cioè una nuova modalità di relazioni umane, in direzione di una struttura sociale comunitaria (si ricordi in proposito

la proposta di McIntyre). Aveva in mente un uomo genere di economia, di politica, basato sul principio di sussidiarietà, per cui

pone al centro gli uomini manda su l'iniziativa proveniente dal basso punto in questa prospettiva lo stato il complesso delle

istituzioni hanno la sola funzione di rimediare alla mancanza la vita comunitaria, secondo l'esempio, aggiungiamo noi, fornito

“secondarietà del vertice rispetto al basso”,

dall'Impero Romano, che secondo Brague, era caratterizzato da una dalla disponibilità

dell'apparato istituzionale a lasciarsi limitare dei gruppi sottoposti al suo dominio: paradossalmente, questa secondarietà sì e poi

trasmessa la cultura successiva come apertura verso le altre identità culturali, la quale avrebbe alla base, secondo l'interpretazione

di Brague, la figura di Cristo, chi avrebbe insegnato all'uomo come essere padrone del mondo. Nella comunità, finalizzata alla

realizzazione dei suoi membri, c'è spazio con una ricerca del senso e per valori quali la fiducia, la sincerità, la responsabilità, la

solidarietà, l'amore, ma anche la verità e la giustizia.

Nel discorso all'Università di Tolosa del 1984, Havel descrive quello che ha il compito dell'uomo del suo tempo, cioè

l'opposizione alla logica del post totalitarismo, del potere, e la tutela del legame della Ragione con l'essere e l'esperienza.

La questione della traducibilità. Secondo il criterio della traducibilità, stesso valore, tutto può essere convertito in altro e

qualunque cosa può essere considerata divina, cioè al di là della verità e della falsità.

Questa traducibilità è costitutiva del politeismo, secondo l'analisi di Maurizio Bettini in A che servono i Greci e i Romani?

(2017): infatti, se ci sono molte divinità, non ci sono problemi a riconoscere come dei anche quelli venerati da qualcun altro, e

nella cultura antica furono frequenti fenomeni di importazione di dei stranieri nel proprio Pantheon o di costruzione di

corrispondenze, cioè di "traduzioni", tra le divinità di popoli diversi (si guardi all'esempio Zeus-Giove). Bettini è però critico nei

confronti del monoteismo, perché vi scorge una pretesa assolutizzante.

L'avvento del monoteismo, al contrario, ha segnato la fine di quel paradigma che, oltre ad essere religioso, era anche

gnoseologico, dal momento che si è fermata la pretesa che fosse un solo Dio vero: dalla traducibilità si è passati all'esclusività.

Ora, al di là della questione religiosa, è opportuno notare che la questione della traducibilità ha a che fare con il pensiero stesso:

abbandonare un criterio di verità solido e universale permette di tradurre continuamente ogni cosa in qualche altra, dal momento

che ognuna ha il medesimo valore al cospetto della ragione; contrariamente, in una prospettiva in cui vi fosse l'esclusività del

vero, non si potrebbe in nessun modo eludere la domanda circa l'aderenza di qualcosa alla verità e rifugiarsi nell'indistinzione.

Velasco: sono necessari schiacciatori che schiacciano bene palle alzate male. Ogni soggetto di un sistema è responsabile per tutti.

Il programma che abbiamo svolto ha avuto il fine di indagare e far luce sulla nascita e lo sviluppo del pensiero ideologico tra

XIX e XX secolo, e le sue conseguenze socio-politiche e culturali. Per far ciò ci siamo avvalsi delle riflessioni economico-

di due autori, Berdjaev e Havel, provenienti rispettivamente dall’ambiente russo-sovietico

filosofiche e cecoslovacco. Il lavoro

l’ambiente

svolto è stato di tipo teoretico, ha cioè voluto individuare gli apporti di ragione riguardanti la questione del rapporto tra

economico, politico e culturale sviluppatosi nell’ex blocco sovietico (ma, per estensione, riguardante anche il mondo occidentale)

e quel binomio che a tutta ragione potremmo qualificare come un’endiadi, e cioè verità e potere (ricorda Havel: centro del

22

potere/centro della verità). La riflessione, mai anacronistica, perché teoretica, ci ha portato a far luce anche sulle dinamiche che

informano la prassi economico-politica e sociale della nostra società occidentale, soprattutto in relazione al moderno fenomeno

della globalizzazione e della crisi economica che ci attanaglia. 23

Vaclav Havel Il potere dei senza potere

1936 nascita di Havel

Anni ’50 studia in un liceo serale, ma non può continuare gli studi e quindi va in servizio militare dal 57 al 59.

Nel ’61 viene assunto come macchinista in un teatro praghese

In seguito l'intervento militare delle truppe del Patto di Varsavia 1968 e alla politica normalizzatrice da parte del regime (Husak)

aver deciso di passare dalla parte della dissidenza scrivendo una lettera aperta a Gustav Husak, segretario del partito in

Cecoslovacchia.

‘76

Nel nasce il movimento civile Charta 77, che subito entrò in cattiva luce presso il regime, seguirono interrogatori (Jan

‘78

Patočka perse la vita in uno di essi, a causa delle pressioni da parte degli inquirenti): nel fu condannato a 14 mesi di reclusione

dalla Corte Suprema. Nell'aprile del 78 alla Charta si affiancò il Comitato degli ingiustamente perseguitati VONS, dal momento

che, mentre la dissidenza di Charta 77era ben conosciuta in Occidente e quindi risultava scomoda regime sovietico, che non

poteva spezzarla via facilmente molti altri movimenti di dissidenza erano passati senza esclusione di colpi.

‘78

Il potere dei senza potere nasce da un incontro sui Monti dei Giganti avvenuto nell'estate del tra gli esponenti di Charta 77

e i rappresentanti del KOR polacco (poi divenuto KSS, cioè Comitato di autodifesa nazionale).

La stesura del manoscritto de Il potere dei senza potere fu abbastanza tribolata, dal momento che la casa di Havel era

costantemente presidiata dalla polizia di regime, lui stesso veniva pedinato durante la giornata, in modo da incrementare la

tensione emotiva e fiaccarlo psicologicamente. Il manoscritto fu comunque ultimato e Havel ricordava che era salito da un

profondo terrore vedere il manoscritto ancora incompleto, perché voleva che fosse pubblicato e messo al sicuro, per così dire. Il

testo arrivò a Roma presso Carel Skalicky, un sacerdote boemo in esilio che teneva contatti con le lettere clandestine della

Cecoslovacchia, e fu pubblicato (a insaputa di Havel stesso).

‘79

Nel Havel fu arrestato nuovamente con l'accusa di sovvertimento della Repubblica, e condannato ha una pena di 4 anni di

carcere.

Intanto in tutta Europa le sue opere teatrali venivano rappresentate e la sua fama cresceva, si guadagnava persino una laurea

honoris causa, tanto da fare in modo che per il regime fosse sempre più scomodo.

Nel gennaio dell'83, a causa di una polmonite, fu trasferito in ospedale, dal quale non rientro più in carcere.

Muore nel 2011.

Per l'Europa orientale si aggira lo «spettro del dissenso», scrive facendo il verso al manifesto del Partito Comunista. Esso è la

naturale conseguenza che si è venuta a creare in un ambiente in cui il potere viene esercitato in senso totalitario, tanto da impedire

qualsiasi manifestazione istituzionale che sia ad esso, non già contraria, ma semplicemente alternativa (perciò egli dirà che i

“dissidenti” siano dei senza potere, ché non hanno cioè dignità istituzionale, non possono usufruire, per la soddisfazione delle

proprie esigenze, di canali politici convenzionali).

Il primo punto da considerare in relazione sistema di governo sovietico è che non può essere chiamato semplicemente dittatura,

ma è necessario identificarlo come sistema post-totalitario. La differenza del sistema post-totalitario rispetto alle dittature

classiche sta nel fatto che queste vengono instaurate tramite colpi di stato, cioè prese di potere da parte di una minoranza di

persone in armi o che semplicemente è in grado di esercitare politiche tali da escludere la maggioranza. Tali dittature sono però

provvisorie, possono essere scalzate nello stesso modo in cui sono venute ad essere.

Il sistema post-totalitario, cioè un sistema che abbia superato le categorie che individuano le dittature classiche, invece:

1) non ha un'estensione locale limitata, ma si estende su un territorio vastissimo, che coincide quasi con la metà del mondo

2) non è frutto del caso o di un gioco di potere, non è quindi sottomesso alla stessa instabilità tipica delle dittature classiche

3) si basa su un'ideologia ben definita e comprensibile che offre una dimora confortevole nell'epoca del nichilismo (il parallelo

con Berdjaev: la democrazia è allettante nell'epoca della mancanza di certezze, perché affida alla maggioranza il potere

deliberativo)

4) è in perfetta linea con la modernità, dal momento che propugna l'industrializzazione, il consumismo, e si rifà agli ideali

razionalisti e materialisti che connotano l'ambiente concettuale moderno.

5) dispone di una raffinatissima tecnica del potere, che nelle dittature classiche non era presente, i meccanismi del potere sono

fissati solidamente e garantiscono una manipolazione diretta e indiretta dell'intera società

Il prezzo più alto pagato dall'uomo è l'abdicazione della ragione in favore dell'ideologia, cioè di un apparato di pensiero che si

autogiustifica, che non fa riferimento all'esperienza, alla realtà, un mondo chiuso, un leviatano.

Esempio notevolissimo, e di grande fortuna, è quello dell'ortolano.

L'ortolano che espone tra la frutta il cartello con su scritto proletari di tutto il mondo unitevi, non lo fa perché crede fermamente

in quel messaggio, ma perché indirettamente obbligatovi dal potere impersonale, per mezzo del timore di perdere il proprio posto

di lavoro la propria rispettabilità sociale, nonché il timore per propria incolumità.

Questo modo di fare aiuta a nascondere all'uomo i fondamenti intimi e la sua obbedienza e quindi anche i fondamenti intimi del

potere, li cela dietro la facciata di qualcosa di elevato (l’uomo crede così di essere libero, di aderire liberamente al potere e di

condividerne le forme, ma è solo una giustificazione libidica, messa in campo per non riconoscere la sua colpevolezza, la sua

mancanza di nerbo, il suo rapporto irrispettoso con la giustizia e la verità).

24

L'ortolano è schiavo dell'ideologia, cioè di un'interpretazione del mondo che non ammette deroghe, che non ammette

considerazioni critiche ma che permette all'uomo vivere soltanto nell'apparenza, nella menzogna, nell'illusione. L'uomo che

volesse vivere in pace in un sistema post-totalitario, cioè sottomesso ad un'ideologia, non potrebbe fare i conti con la verità, non

potrebbe essere realmente libero, dovrebbe accontentarsi di una libertà di facciata, di una libertà impropria, dovrebbe nascondersi

dietro un alibi (dietro il cartello con su scritto proletari di tutto il mondo unitevi, per l'ortolano, e dietro la giustificazione di

operare per la classe proletaria, in virtù di un'idea, per l'alto funzionario che volesse trattenersi sulla poltrona, detenere il potere).

L'uomo che vive in un sistema totalitario trova nell'ideologia l'alibi che gli permette di credere di essere in sintonia con la società,

con il mondo, con il cosmo intero, ma ciò non è che menzogna.

Mentre nelle dittature classiche il potere viene imposto con la forza, con la violenza degli eserciti, nei sistemi post totalitari

questo non può che passare per la giustificazione ideologica: essendo un fenomeno sociale di vasta portataa è necessario un

complesso apparato di gestione del potere di cui una dittatura classica non ha affatto bisogno.

Mentre la vita normalmente tende al pluralismo, alla varietà, alla complessità, alla disuguaglianza (si noti il parallelo con

Berdjaev), il sistema post-totalitario, e l'ideologia che lo informa, esigono monolitismo, uniformità e disciplina: in una parola,

omologazione. Nel sistema totalitario tutto deve essere prevedibile, predisposto, nulla deve sfuggire al potere: Un circolo vizioso

in cui il potere si autopone (nelle dittature classiche l'esercizio della violenza per la conservazione del potere era finalizzato al

mantenimento della minoranza sugli scranni di comando, mentre nel sistema post-totalitario è il sistema stesso che tenta di

permanere, mentre gli uomini, anche quelli che si trovano nelle alte sfere, non sono che ingranaggi di questo meccanismo).

L'ideologia socialista propugna l'asservimento delle forze naturali, in nome del benessere umano, tuttavia i metodi che mette in

campo per giungere a questo scopo portano in direzioni diametralmente opposte, cioè alla distruzione dell'uomo stesso, alla

fagocitazione di questo nell’automatismo sociale, mentre il tutto viene giustificato con slogan e con l'irrinunciabile riferimento

al proletariato e alle sue esigenze (eteronomia dei fini, Augusto del Noce): La classe operaia viene resa schiava in nome della

classe operaia e si ricordi a questo proposito l'episodio di Astrakan, quando gli operai ribellatisi al regime furono massacrati il

nome della linea, e quelli sopravvissuti costretti a cantare l'inno funebre per i loro carnefici.

L'uomo, libero com'è, non sarebbe obbligato a credere a tutte queste mistificazioni perpetrate dal potere, ma deve comportarsi

come se ci credesse, o perlomeno deve sopportare in silenzio o rapportarsi bene con quelli che se ne servono, deve cioè vivere

nella menzogna. In ciò, per Havel, sta la responsabilità dell'uomo libero confronti della realtà, di cui non è soltanto vittima ma

anche causa.

L'ortolano che esponesse il cartello suddetto accetterebbe il rituale stabilito dal potere l'apparenza come realtà, le regole del gioco

stabilite, diventerebbe cioè giocatore attivo del gioco, consentirebbe il proseguire del gioco, gli fornirebbe nuova energia.

L'ideologia quindi permette non solo di instaurare un potere, ma anche di mantenerlo attivo, tramite la ripetizione di rituali.

L'ideologia, come ordine metafisico, rappresenta la garanzia della coesione interna della struttura del potere totalitario, è il suo

cemento: Essa ritualizza la realtà, ne fornisce un'interpretazione particolare creando un mondo dell'apparenza, una pseudo

realtà che contrariamente non potrebbe essere accettata o non verrebbe semplicemente formulata.

Ad esempio, se ci fosse una competizione pubblica per il potere, come pure avviene nelle democrazie, ma pure ancora nelle

dittature classiche, l'ideologia che informa la società (ad esempio la stessa ideologia consumistico-capitalistica occidentale) non

potrebbe avere lo stesso potere che invece possiede in un sistema post-totalitario, dal momento che sarebbero in azione dei

correttivi, delle istanze limitative.

In questo senso, non è più la realtà ad agire sulla tesi, cioè l'esperienza a limitare la formulazione di giudizi, di apparati

concettuali, di idee, ma è la tesi che agisce sulla realtà, informandola, limitandola, non permettendo che una formulazione

alternativa a quella che essa offre e impone: In questo sistema gli uomini non hanno più potere sulla realtà, non hanno nemmeno

più una volontà realmente libera ed autonoma, sono succubi della loro stessa creazione.

Nel sistema post-totalitario la lotta per il potere avviene in un modo del tutto peculiare: Gli uomini fanno carriera in politica non

per loro meriti ma per il loro piegarsi rituale, conniventi (più si rispetta l'ideologia il rituale che essa propone, più si sale nelle

sfere gerarchiche). Nelle dittature classiche via comunque un cambio di classe dirigente, mentre nel sistema post-totalitario la

sostituzione degli uomini al potere non comporta destabilizzazione, cambio di prospettive. Anche chi volesse cambiare il sistema

e riuscisse a giungere al potere si troverebbe ad essere cooptato da questo e costretto a cambiare prospettiva a favore del rituale

anonimo e impersonale, in caso contrario verrebbe espulso senza remore (così il caso di Husak, per la Cecoslovacchia e Gomulka,

per la Polonia)

Il sistema post-totalitario, fondato sulla menzogna, può vivere soltanto finché gli uomini che gli danno forza sono disposti a

permanere nella pseudo-realtà, in tale stato di non verità e schiavitù.

In seguito alla diffusione della dichiarazione di intenti di Charta 77, il regime cominciò ad apostrofare i dissidenti come

controrivoluzionari, reazionari filo capitalisti e agenti dello spionaggio americano, venne persino sottoscritta Anti Charta.

Gli slogan che si vedono in giro ormai sono entrati nel background della città, quasi più nessuno vi fa caso, dal momento che

sono ovunque: essi però servono a giustificare costantemente il potere, sono posti lì in modo che chiunque possa percepire la

potenza pervasiva del regime e vi si abitui abbastanza docilmente. Il regime entra a far parte del panorama quotidiano.

Sembra quasi che l'atto dell'ortolano di porre tra le sue verdure il cartello sia quasi ininfluente, data la pervasività di cui si è detto,

ma è proprio nella perpetuazione di questi piccoli atti di fedeltà alla pseudo verità che questa può mantenersi. L'insieme degli

slogan che tappezzano i muri della città, le vetrine, e tanti altri luoghi in cui si svolge la vita degli uomini, hanno il preciso

compito di ricordare a questi chi sono, cosa devono fare, come devono vivere e cosa devono rispettare per essere lasciati in pace.

25

L'ortolano si adatta alle circostanze ma proprio per questo contribuisce a crearle: è il principio dell'automatismo sociale.

Tutti gli uomini, dall'ortolano al capo di partito, hanno quindi responsabilità in relazione al mantenimento dello status quo,

sebbene ognuno in grado diverso.

Il sistema post-totalitario la linea che separa l'oppressore dall'oppresso, presente nel cuore di tutti gli uomini, non si tratta cioè

35

un sistema che qualcuno impone a qualcun altro, ma un meccanismo che ognuno contribuisce a mantenere in vita .

Secondo Havel il fatto che l'uomo si sia creato e continui, giorno per giorno, a crearsi un sistema finalizzato a se stesso, attraverso

il quale si privata se della propria identità, non è una incomprensibile stravaganza della storia, una sua aberrazione il razionale o

l'esito di una diabolica volontà superiore che per oscuri motivi ha deciso di torturare in questo modo una parte dell'umanità.

Questo è potuto e può succedere solo perché evidentemente ci sono nell'uomo moderno determinate inclinazioni a creare e non

sopportare un tale sistema (la mentalità moderna stessa, dunque, ha destituito l'esperienza e si è aperta all'ideologia). Non vi è

dunque un conflitto tra due identità, due visioni del mondo, se così si vuol dire, ma di una crisi dell'identità stessa, di un male

che si insinua nelle profondità del cuore dell'uomo.

Sistema post-totalitario è cresciuto sul terreno dell'incontro storico tra dittatura e civiltà consumistica. Davanti c'è la facciata dei

grandi ideali umanistici, mentre dietro si nasconde la modesta casetta di un borghesuccio socialista! Lato gli slogan ampollosi

che parlano di un inaudito sviluppo di tutte le libertà è di un’inaudita ricchezza materiale, dall'altro il grigiore e l'inaudita vuotezza

di una vita ridotta al rifornimento... È stato ottenuto un consolidamento esteriore, ma al prezzo della crisi spirituale e morale

della società.

L'uomo moderno non accetta di sacrificare le sicurezze materiali e l'amore per la propria integrità fisica per un significato

superiore, cioè de cioè costantemente alle lusinghe della spensieratezza garantita dai successi della modernità, cioè de cioè

costantemente alle lusinghe della gregarietà.

Ma l'ortolano potrebbe ribellarsi a questo gioco, smettendo di esporre gli slogan o di andare a votare sapendo che non si tratta di

elezioni, oppure cominciando a dire nelle assemblee quello che pensa veramente.

In questo modo può uscire dalla vita della menzogna e tentare di vivere nella verità: è così libero.

Certamente subire vessazioni di vario tipo: perderà il posto di lavoro, vedrà lo stipendio abbassarsi, il futuro dei suoi figli svanire.

E quelli che faranno in modo che questo accada, non lo faranno seguendo un impulso autentico, bensì adeguandosi alle

circostanze, come gli ingranaggi di un sistema.

L'ortolano ha infranto il gioco in quanto tale, ha violato le sue regole, ha mostrato che è solo un gioco, che si vive nell'apparenza:

ha detto che il re è nudo. Il gesto dell'ortolano ha interpellato il mondo, ha dato la possibilità ognuno di guardare dietro il sipario,

di scardinare la menzogna. L’ortolano non ha messo in pericolo il potere ad una sua forza oggettiva, fisica, ma in quanto il suo

gesto ha trasceso la sua persona, ha fatto luce intorno a sé, con tutte le incalcolabili conseguenze che ne derivano.

La vita nella verità nel sistema post-totalitario ha un contenuto eminentemente esistenziale, che può essere declinato anche in

senso noetico, morale e infine politico (ma non politico nel senso classico, cioè come atto di opposizione, bensì in quanto atto

che ha a che fare con la dimensione politica, con la vita della polis). Si può chiamare la vita nella verità anche la sfera segreta

della vita stessa, in quanto costituente quel mondo parallelo che si trova sotto la superficie ordinata della vita nella menzogna

(in questo sta la sua forza politica): la dimensione notturna dietro quella diurna (vedi dopo).

– –

Questo potere che opera nella sfera segreta e che al potere costituito risulta scomodo non trova la sua forza nel numero di

adepti, come se si potesse guardare ad esso come ad un esercito, ma nel suo essere a quello alternativo. Havel sostiene che la

vita nella verità sia la quinta colonna della verità e della coscienza all'interno del regime, e cioè, metaforicamente, opera affinché

la menzogna di quest'ultimo crolli dall'interno (è come una specie di arma batteriologica con cui, quando le condizioni sono

mature, un civile da solo può disarmare una divisione intera): non è un potere, ma un potenziale.

Il potere costituito perseguita quindi a titolo preventivo e quasi automaticamente ogni tentativo di vita nella verità, anche il più

blando, dal momento che ognuno di questi costituisce un fattore di reale rischio per l'integrità del sistema. Esempi di vita nella

verità sono una lettera di protesta sottoscritto da alcuni intellettuali, un concerto rock ad una manifestazione studentesca, il rifiuto

di partecipare alla farsa elettorale, uno sciopero. In questo senso, ogni tentativo di riforma politica, perpetrato o meno attraverso

una sommossa, come è stato, ad esempio, nella Primavera di Praga (per mano di Dubček), non è altro che l'esito ultimo di un

processo di risveglio, e non la causa di questo.

“Charta

Dal manifesto programmatico: 77 è una comunità libera, informale e aperta, vivificata da uomini di diverse convinzioni,

diverse fedi e diverse professioni, legati dalla volontà di operare individualmente ed insieme per il rispetto dei diritti umani e

civili nel nostro paese nel mondo”.

Come sostiene anche Berdjaev, la vita nella menzogna la sua origine in una profonda crisi morale: la società, ormai, ha

un'impronta del tutto consumistica: L'uomo si è fatto ammaliare i nuovi valori moderni ed è finito disperso e omologato nella

massa. L'uomo è ormai de-moralizzato. La vita nella verità è invece un atto spiccatamente morale. Tuttavia i vari rappresentanti

del potere costituito continuano a sostenere che ogni forma di dissidenza non sia altro che tentativo di rovesciare sistema e

(“dal bene al male è un passo”:

35 Solženicyn avvertiva, in Arcipelago GULag che la linea che separa bene e male è presente in ogni uomo

proverbio russo), e si sposta a seconda di come agisce: l’uomo nel sistema post-totalitario è così vittima e carnefice di se stesso, è libero e anela

all’individualità, all’autonomia, ma al tempo stesso prova gusto per l’anonimato, per l’omologazione.

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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Costantino.Romano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Fidelibus Giuseppe.

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