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Taylor vuole dimostrare la continuità esistente tra cultura primitiva e cultura progredita, tra

primitivi civilizzati non c'è una differenza di natura ma semplicemente di grado di avanzamento

sul cammino della cultura. Questa concezione dell'evoluzione non è rigida infatti egli introduce

anche un senso di relatività culturale: una semplice somiglianza fra tratti culturali di due

culture diverse non era, secondo lui, sufficienti a provare che fossero state situate nella stessa

posizione sulla scala dello sviluppo culturale, ma poteva esserci stato uno scambio culturale di

una verso l'altra. Per questo Taylor è considerato il fondatore dell'antropologia britannica.

BOAS

Boas è il primo antropologo a condurre ricerche sul campo, attraverso l'osservazione diretta

prolungata delle culture primitive. In questo senso egli è l'inventore dell'etnografia. Egli è nato

da una famiglia ebrea tedesca e quindi si sensibilizza subito al problema del razzismo, di cui fu

egli stesso vittima dell'antisemitismo di alcuni suoi colleghi all'università. Studiando geografia

all'università inizia sviluppare l'interesse per la antropologia: parte come geografo in una

spedizione presso i rischi mesi di Baffin dove si rende conto che l'organizzazione sociale

dipende più dalla cultura che dall'ambiente fisico. Parte per l'America del Nord per effettuare

ricerche etnografiche sugli indiani nella Columbia Britannica. L'anno successivo si stabilisce gli

Stati Uniti.

Tutta l'opera di Boas si concentra sulla diversità della cultura, secondo lui la differenza

fondamentale fra i gruppi umani è di ordine culturale e non razziale; egli si interessa

all'antropologia fisica ma si impegna a distruggere il concetto centrale “la nozione di razza”.

Secondo lui non ci sono caratteri razziali immutabili e per questo motivo è difficile definire una

razza con precisione, egli si impegna anche a dimostrare l'assurdità di connessione fra tratti

fisici e tratti mentali. Per lui non esistono differenze di natura biologica tra primitivi e civilizzati

ma soltanto differenze di cultura, dunque acquisite e non innate, il concetto di cultura non è un

surrogato del concetto di razza, ed egli fu uno dei primi scienziati ad abbandonare il concetto di

razza. Da Taylor prende il concetto di cultura però il suo intento è quello di studiare le culture,

che espone in un saggio <<i limiti del metodo comparativo in antropologia>> e a suo avviso

non vi erano leggi generali sulle evoluzioni delle cultura; critica anche il metodo della

periodizzazione che consiste nella ricostruire i diversi stati di evoluzione della cultura a partire

dalle origini. Egli scarta le teorie che pretendono di spiegare tutto e rifiutava qualsiasi

generalizzazione al di fuori di ciò che si poteva empirica mente dimostrare. Non ha mai fondato

una scuola di pensiero però rimarrà nella storia come il fondatore del “metodo induttivo e

intensivo sul campo”. Egli concepiva all'antropologia conoscenza di osservazione diretta,

secondo lui ogni cosa nello studio di una cultura individuale doveva essere annotato sino al più

piccolo dettaglio e sosteneva che l'antropologo si vuole conoscere comprendere una cultura

deve imparare la lingua di questa cultura egli non si fidava dei riformatori. Secondo Boas

l'antropologo deve stare attento più alle conversazioni spontanee che le interviste, e per

questo egli è l'inventore del “metodo monografico” in antropologia. Ma siccome spingeva la

cura dei dettagli egli non realizzò mai monografie nel vero senso della parola. A Boas si beve il

concetto di “relativismo culturale” secondo cui per studiare una cultura occorre affrontarla

senza preconcetti senza applicare le proprie categorie e senza confrontarla in modo affrettato

con altre cultura, in pratica occorre sfuggire ad ogni forma di etnocentrismo (nel quale il proprio

gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto

adesso) . Non dimentichiamo che per quanto riguarda il particolarismo culturale egli è stato

influenzato dalla cultura tedesca: per lui ogni cultura e unica e specifica, infatti egli era tirato

da ciò che rende originale una cultura. Un'usanza particolare non può essere spiegata se non in

rapporto al contesto culturale che le è proprio, ogni cultura si esprime attraverso la lingua, le

credenze, i costumi, l'arte, ma non solo. Egli voleva spiegare anche il vincolo che unisce un

individuo la propria cultura l'osservazione prolungata e sistematica, senza pregiudizi di

un'entità culturale precisa conduce progressivamente a considerare tale entità come

autonoma. Il relativismo culturale può anche essere un principio che afferma la dignità di ogni

cultura e dà la possibilità di tollerare anche le culture diverse. Mentre le etnocentrismo può

assumere forme estreme di intolleranza culturale, religiosa, e politica.

L'IDEA DI CULTURA NEI FONDATORI DELL'ETNOLOGIA FRANCESE

Negli scritti dei ricercatori francesi il termine “cultura” rimaneva legato al suo significato

tradizionale cioè quello che si riferiva allo spirito ed aveva un significato individualistico.

Nell'etnologia francese il concetto di cultura è assente e la comparsa del concetto avviene in

modo molto graduale in Francia anche nella letteratura cronologica.

DURKEIM E L’IMPOSTAZIONE UNITARIA DEI FATTI CULTURALI

Durkeim occupa una posizione istituzionale nell'antropologia francese, sociologo più che

etnologo contribuisce a fondare l'etnologia francese, ma da parte sua non utilizza mai il

concetto di cultura e il termine cultura viene tradotto con civilisation associandolo ad una

concezione obiettiva che desse l'idea di pluralità delle civiltà senza annullare l'unità dell'uomo.

Egli in fondò la rivista “L’ANNÈE SOCIOLOGIQUE” con Mauss e nell’articolo “NOTE SU LA

NOTION DE CIVILISATION” volevano dimostrare che i primitivi sono perfettamente capaci di

pensiero logico: “il pensiero concettuale è contemporaneo all'umanità, non è per noi il

prodotto di una cultura più o meno tardiva”. Egli si allontanava dallo schema unilaterale

di evoluzione che sarebbe comune a tutte le società. Secondo lui lo sviluppo dell'uomo non

poteva esser rappresentato sotto forma di una linea sulla quale le società verrebbero a disporsi

ma come un albero dai rami numerosi divergenti. Egli è quindi sensibile alla relatività culturale,

la “civiltà” non si deve confondere con l'umanità del suo avvenire, quello che si può osservare

e studiare sono le civiltà e per civiltà si intende un insieme di fenomeni sociali che non sono

collegati ad un organismo sociale specifico. In questa definizione Durkheim prende in prestito il

concetto di area culturale e il concetto di periodo. Tuttavia la sua riflessione non costituisce una

teoria sistematica e infatti egli si dedica soprattutto a determinare la natura del legame sociale,

egli rifiutava le tesi individualiste e affermava la priorità della società sull'individuo. Egli

sviluppa una teoria della “coscienza collettiva”: presente in ogni società la coscienza

collettiva è fatta di rappresentazioni collettive, di ideali, di valori e sentimenti comuni a tutti gli

individui che ne fanno parte, questa coscienza collettiva domina l'individuo ed è a lui esterna

cioè c'è discontinuità tra coscienza collettiva e coscienza individuale dove la prima è superiore

alla seconda; l'unione della società è realizzata dalla coscienza collettiva. Egli usa anche

l'espressione “personalità collettiva” con un significato molto vicino a “coscienza

collettiva”.

LEVI-BRUHL E L’IMPOSTAZIONE DIFFERENZIALE

L'opera di Levy-Bruhl ha suscitato meno influenza di quella di Durkeim, ma inizialmente

l'etnologia francese ha esitato su queste due diverse impostazioni: quella unitaria e quella

differenziale. Levy Brul può essere considerato uno dei fondatori dell'etnologia francese in

quanto fu uno dei primi studiosi a dedicare tempo a le culture primitive. Si deve a lui la

creazione nel 1925 dell'istituto dell'etnologia all'università di Parigi. Egli colloca la differenza

culturale al centro della sua riflessione, questa differenza fa sì che possano esistere differenze

di mentalità all'interno dei popoli appunto, il concetto di mentalità non era distante dal

concetto di cultura. Egli si opponeva alla teoria delle funzioni suo unilaterale e alla tesi del

progresso mentale, era contro l'idea stessa di “primitivo” anche se egli stesso utilizzava

questo termine; egli sosteneva che la mentalità del primitivo non poteva considerarsi come

infantile, patologica ma normale alle condizioni in cui si esercita quindi complessa e sviluppata.

Non condivideva la tesi dell'animismo dei primitivi sostenuta da Tylor (animismo era la più

antica forma di credenza religiosa), non condivideva il pensiero di Durkheim secondo cui tutti

gli uomini hanno una mentalità logica, non ammetteva la distinzione che Lèvy-Bruhl stabiliva

tra mentalità primitiva e mentalità civilizzata. Queste critiche erano espressione di un dibattito

scientifico molto animato tra “l'alterità” e “l'identità culturale”. Egli voleva concepire la

differenza delle culture a partire da categorie adeguate. Questo tentativo che era però in

contraddizione con l'universalismo e i suoi principi etici. Egli definiva la sua ipotesi di lavoro (la

tesi di Levy-Brul) in base alla quale la differenza delle mentalità non impediva di affermare

l'unità dello psichismo umano, per lui l'unità dell'umanità era più importante della diversità.

Egli pensava che “mentalità tre logica” e “mentalità logica” coesistessero in ogni società

ma la preminenza di una o dell'altra può variare in rapporto ai casi ecco spiegata la differenza

delle culture.

CAPITOLO 3: IL TRIONFO DEL CONCETTO DI CULTURA

Il concetto di cultura riceve l'accoglienza migliore gli Stati Uniti tant'è vero che parlare di

antropologia americana o di antropologia culturale è la stessa cosa. Il mito nazionale

americano, secondo il quale la legittimità della cittadinanza è pressoché legata

all’immigrazione – l’americano è un immigrato o discendente d’immigrati-, è alla base di un

modello di integrazione nazionale originale che permette la formazione di comunità etniche

particolari.

Le ragioni del successo: possiamo dire che la ricerca scientifica non è mai totalmente

indipendente dal contesto in cui si sviluppa e il contesto americano è assai specifico in quanto

si presenta con un paese di immigrati dalle diverse origini culturali. Per questo l'identità degli

americani è stata considerata da alcuni come “identità a trait d'union”: si può essere infatti

italo-americani, ebreo-americani ecc. ne risulta quindi un federalismo culturale che permette di

esprimere le culture particolari che non sono tuttavia una riproduzione delle culture di origine

ma rappresentano un adattamento e una reinterpretazione in funzione del nuovo contesto,

ricordiamo inoltre che il mito americano considera gli indiani e i neri non come americani a tutti

gli effetti. La Francia, ad esempio, a differenza degli Stati Uniti, non si considera un paese di

immigrazione, pur essendolo in modo rilevante e strutturale dopo la seconda metà del XIX

secolo. La rappresentazione unitaria della nazione, unita all’esaltazione della civiltà francese,

concepita come modello universale, spiega in parte il debole sviluppo della riflessione sulla

diversità culturale nelle scienze sociali in Francia. Al contrario il contesto specifico degli Stati

Uniti ha favorito un’interrogazione sistematica sulle differenze culturali e sui contatti tra le

culture. Teniamo presente che non esiste uno culturalismo americano ma alcuni culturalismi

con impostazioni teoriche differenziate è possibile raggrupparle in tre grandi correnti:

1. Discende da Boas ed esamina la cultura dal punto di vista della storia culturale

Kroeber e Wissler si concentrano sulla dimensione storica introdotta da Boas. Perfezionano la

nozione di area culturale e di tratto culturale cioè le più piccole componenti di una cultura, un

compito molto difficile vuole essere quello di studiare uno o svariati tratti culturali

effettuandone una ripartizione spaziale e analizzarne il loro processo di diffusione. Se siamo di

fronte a una notevole presenza di tratti simili in un dato spazio parliamo allora di “area

culturale”; all'interno di questa troviamo le caratteristiche fondamentali di una cultura e ai

suoi estremi queste caratteristiche si intrecciano con tratti provenienti da aree vicine a partire

da antropologi <<diffusionisti>> tedeschi. Il concetto di area culturale è applicabile a culture

indiane dell'America del Nord perché qui le aree culturali e le aree geografiche coincidono ma

in molte altre regioni la sua applicazione è discutibile perché le frontiere erano meno precise. Si

sono talvolta giudicati severamente gli schemi teorici e concettuali degli antropologi che

imperniavano la loro riflessione sui fenomeni di <<diffusione>>, intendendo per diffusione il

risultato dei contatti tra le differenti culture e della circolazione dei tratti culturali. A questa

corrente dell'antropologia americana si deve il concetto fondamentale di “modello culturale”

che indica l’insieme strutturato dei meccanismi per i quali una cultura si adatta al suo

ambiente: questa nozione verrà ripresa e approfondita dalla “scuola di cultura e

personalità”.

Malinowski antropologo inglese si oppone al tentativo di scrivere la storia della cultura a partire

dalla tradizione orale, a suo avviso occorre osservare la cultura allo stato attuale senza cercar

di risalire alla sua origine in quanto si tratta di un approccio illusorio. Ciò che conta è che

determinati tratti culturali svolgono una precisa funzione nella totalità di una cultura

determinata questo perché in ogni cultura ci sono dei sistemi interdipendenti e non è possibile

studiarli separatamente; quindi Malinowski oppone all’evoluzionismo rivolto al futuro e al

diffusionismo rivolto al passato il funzionalismo concentrato sul presente, egli sottovaluta però

le tendenze al cambiamento interno riferito ad ogni cultura e ne evidenzia solo quello esterno.

Per spiegare il carattere funzionale delle diverse culture egli sviluppa la “teoria dei bisogni”,

secondo alcuni i principali elementi di una cultura servono a soddisfare bisogni essenziali

dell'uomo, la cultura costituisce la risposta a questi imperativi naturali. Essa risponde loro

creando delle istituzioni concetto centrale che per l’autore indica le soluzioni collettive

(organizzate) ai bisogni individuali. Le istituzioni sono gli elementi concreti della cultura e

nessun tratto culturale ha significato se non è riferito a una sua istituzione, quindi l'oggetto

dell'antropologia è lo studio delle istituzioni e relazioni. Ma questa teoria è molto discutibile in

quanto riduce l'antropologia a una concezione biologica difficilmente individuabile, però il

merito di Malinowski è quello di avere introdotto l'uso del metodo etnografico definito da lui

"osservazione partecipante". Non si può studiare una cultura dall’esterno.

2. Chiarisce i rapporti tra cultura (collettiva) e personalità (individuale).

Questa scuola nasce in considerazione del fatto che lo studio della cultura è stato effettuato in

modo troppo astratto senza tener conto del legame che c'è tra l'individuo e la cultura. Gli

esponenti di questa scuola sostengono che la cultura non esiste come realtà in se, al di fuori

degli individui, ma nasce negli individui. Occorre spiegare come la cultura si presenta

nell'individuo e come lo fa agire considerando che ogni cultura crea un comportamento

comune all’insieme degli individui. La cultura qui è considerata sempre come totalità dove

l'attenzione si concentra sulla discontinuità tra le cultura, ma cambia il metodo di spiegazione.

Sapir sostiene che a formare la cultura non sono i singoli elementi culturali, che si tramandano

da una cultura all'altra e in modo indipendente dagli individui, ma i comportamenti concreti

degli individui. La corrente teorica viene quindi qualificata come scuola di cultura e personalità,

nella quale viene capovolta la prospettiva freudiana: per loro non è la libido a spiegare la

cultura ma la cultura a spiegare i complessi. La questione principale di questa corrente è rivolta

alla “personalità”. Questi autori si domandano per quale meccanismo di trasformazione,

individui aventi all’inizio una identica natura, finiscano per acquisire diversi tipi di personalità

caratteristici di gruppi particolari. La loro ipotesi fondamentale è che alla pluralità delle culture

debba corrispondere una pluralità di tipi di personalità.

RUTH BENEDICT E I <<TIPI CULTURALI>>

Benedict dedica la sua opera a definire “i tipi culturali” che si caratterizzano per i loro

orientamenti generali e le selezioni specifiche che si effettuano tra tutte le scelte possibili.

Benedict sviluppa l'esistenza di un arco culturale che include tutte le possibilità culturali in tutti

i settori, e ciascuna cultura può mettere in atto solo un segmento particolare di questo arco,

questi tipi di culture non esistono in numero illimitato ed è possibile classificarli. L'autrice è

celebre per l'uso sistematico che ha fatto del “modello di cultura” (PATTERN OF CULTURE

– 1934) cioè ogni cultura si distingue per il suo modello e ogni cultura e in accordo con gli

scopi che persegue, questi scopi li persegue all'insaputa degli individui ma grazie a questi, alle

istituzioni (soprattutto educative) che vanno a guidare tutti i loro comportamenti. Ogni cultura

offre agli individui uno schema inconsapevole per le attività della vita. Ella studia la

configurazione culturale (è una logica interna) utilizzando un modo comparativo su due modelli

culturali contrastanti, quello degli indiani pueblo e degli indiani kwakiutl del nuovo Messico,

ambiziosi, individualisti, aggressivi, ed anche violenti, con una inclinazione per l’esagerazione

affettiva. Essa definisce il primo tipo apollineo e il secondo tipo dionisiaco con un chiaro

riferimento a Nietzesche), ritenendo che a questi due tipi più o meno estremi si riallacciassero

altre culture e che tra essi esistessero tipi intermedi (Benedict 1934). Questa configurazione

culturale viene tracciata sulla base di culture più o meno estreme.

MARGARET MEAD E LA TRASMISSIONE CULTURALE

Mead sceglie invece di orientare le sue ricerche sulla “trasmissione culturale” cioè il modo

in cui l'individuo riceve la cultura e come questo influenza la formazione della personalità

quindi analizza il fenomeno di iscrizione della cultura l'individuo e come questa domina nella

sua personalità. La ricerca più significativa in questo campo è quella che ha condotto in

Oceania presso tre società della Nuova Guinea, gli arapesh, i mundugomor e i chambuli (1935).

Ad esempio dimostra che le personalità maschili e femminili credute universali non esistono,

anzi alcune società hanno un sistema di educazione che non contrappone ragazzi e ragazze sul

piano della personalità. Presso gli arapesh, tutto sembra organizzato nella prima infanzia per

fare in modo che il futuro arapesh, uomo o donna, sia un essere dolce, sensibile, premuroso.

Mentre presso i mundugomor, il risultato del sistema educativo è piuttosto quello di

determinare la rivalità, addirittura l’aggressività, sia negli uomini che nelle donne che tra i due

sessi. Nella prima società i bambini vengono vezzeggiati senza alcuna distinzione di sesso;

nella seconda i bambini sono allevati duramente perché non sono desiderati, che siano maschi

o femmine. Secondo la concezione abituale nella nostra società, l’arapesh, uomo o donna, ci

sembra dotato di una personalità piuttosto femminile e il o la mundugomor di una personalità

più maschile, ma una tale presentazione dei fatti sarebbe un’interpretazione erronea. Al

contrario, i chambuli, il terzo gruppo pensano come noi che uomini e donne siano

profondamente differenti nella loro psicologia. Ma, contrariamente a noi, sono persuasi che la

donna sia, per natura, intraprendente, dinamica, solidale con i membri del suo sesso,

estroversa§; e che l’uomo sia, in compenso, sensibile, meno sicuro di sé, molto preoccupato del

suo aspetto, facilmente geloso dei suoi simili. Questo perché, presso i chambuli, le donne

detengono il potere economico e assicurano il necessario al sostentamento del gruppo, mentre

gli uomini si dedicano principalmente ad attività cerimoniali ed estetiche, che li mettono spesso

in competizione gli uni con gli altri. Sulla base delle sue ricerche Mead può affermare che molti

dei tratti maschili o femminili non sono legate al sesso più di quanto non lo siano ad esempio il

modo di vestire e le maniere che una società assegna a questo o quel sesso. Quindi la

personalità individuale non viene definita attraverso i caratteri biologici ma attraverso il

modello culturale distintivo che determina l'educazione del bambino che dai primi anni di vita è

influenzato da questo modello mediante un sistema di stimolazioni e divieti che lo conducono

una volta cresciuto a conformarsi in modo inconsapevole ai principi fondamentali della cultura:

gli antropologi hanno chiamato questo processo “inculturazione”. La struttura della

personalità, che risulta dalla trasmissione della cultura attraverso l’educazione, sarà di norma

adattata al modello di tale cultura. L’anormalità psicologica, presente e stigmatizzata in ogni

società, si spiega alla stessa stregua, non in modo assoluto, ma relativo, come conseguenza di

un disadattamento dell’individuo <<anormale>> all’orientamento fondamentale della sua

cultura (ad esempio l’arapesh egocentrico e aggressivo o il mundugomor dolce e altruista).

Esiste uno stretto legame tra modello culturale, modello di educazione e il tipo di personalità

dominante.

LINTON, KARDINER E LA <<PERSONALITÀ DI BASE>>

Linton e Kardiner concentrano i loro studi sulla “personalità di base”. L’antropologo prende

in considerazione, dell'individuo, solo ciò che la sua psicologia è comune a tutti i membri di uno

stesso gruppo in quanto l'aspetto strettamente individuale della personalità rientra in realtà

nell'ambito della psicologia. Questo aspetto comune della personalità viene definito da Linton

come “personalità di base” ed essa è determinata dalla cultura a cui appartiene l'individuo,

quello che varia da una cultura all'altra e che rende gli individui comuni ad una o all'altra

cultura è la predominanza di questo o quel tipo di personalità, quello che interessa è ciò che i

membri di uno stesso gruppo condividono sul piano del comportamento e della personalità.

Ogni cultura privilegia un tipo di personalità rispetto a quelli possibili, e per questo diventa tipo

<<normale>>. Proseguendo le ricerche teoriche di Benedict e Mead, Linton cerca di

dimostrare, a partire dalle ricerche sul campo alle isole Marchesi e in Madagascar. Questo tipo

normale è la personalità di base. L'acquisizione della personalità di base viene studiata anche

dallo psicanalista Kardiner che collabora con Linton. Egli studierà come si formi la personalità di

base nell'individuo attraverso le “istituzioni primarie” ad esempio la famiglia il sistema

educativo, e come questa personalità di base produca delle istituzioni secondarie. Quanto a

Linton, egli si sforzerà di andare oltre una concezione troppo stereotipata della personalità di

base. Rimproverava del resto a Ruth Benedict la semplificazione che metteva in atto

ricollegando ogni cultura ad un solo tipo culturale, corrispondente ad un tipo dominante di

comportamento. Egli sostiene che, in una stessa cultura, possono esistere simultaneamente

diversi tipi <<normali>> di personalità, perché in molte culture coesistono svariati sistemi di

valore. Nessun individuo può riassumere in sé la totalità della cultura di appartenenza, nessuno

ha una conoscenza completa della sua cultura, qualsiasi individuo modificherà la sua cultura e

la personalità di base in modo spesso impercettibile, ogni individuo ha il suo modo di

interiorizzare e vivere la cultura. L’insieme delle variazioni individuali a partire dal tema

comune che costituisce la personalità di base permette di spiegare l'evoluzione interna di una

cultura che avviene a ritmo lento. Kardiner definisce così la personalità di base come una

configurazione psicologica particolare propria dei membri di una determinata società, che si

manifesta attraverso un certo stile di comportamento sul quale gli individui intessono le

singolari varianti (Kardiner e Linton 1939).

3. Considera la cultura come un sistema di comunicazione tra gli individui

LE LEZIONI DELL'ANTROPOLOGIA CULTURALE

Il culturalismo viene configurato come un sistema teorico unificato, mentre sarebbe più giusto

parlare di <<culturalismi>>. L’essenzialismo, o sostanzialismo che consiste nel concepire

la cultura come una realtà in sé, è una critica che si può muovere davvero solo a Kroeber, che

considerava la cultura pertinente all’ambito del <<superorganico>>, definito come livello

autonomo del reale, sottomesso a leggi proprie. Egli vi attribuiva di conseguenza un’esistenza

propria, che non dipende dalle azioni degli individui e sfugge al loro controllo (Kroeber 1917). Si

percepisce ancora un evidente essenzialismo in Ruth Benedict che pensava che ogni cultura

persegua uno scopo conforme all’orientamento del suo pattern, all’insaputa degli individui. Ma

la maggior parte degli antropologi della scuola di <<cultura e personalità>> ha reagito contro

il rischio di reificazione della cultura. Margaret Mead afferma apertamente che la cultura è

un’astrazione (che non vuol dire un’illusione). Ad esistere, dice, sono gli individui che creano la

cultura, la trasmettono, la trasformano. L’antropologo non può osservare una cultura sul campo

egli osserva solo comportamenti individuali a esistere sono gli individui che creano la cultura, la

trasmettono e la trasformano. Però le cultura vengono comprese a partire dai comportamenti

degli individui che “sono la cultura”. Il concepire una cultura come una realtà in sé

(essenzialismo) è una critica che si può fare solo a Kroeber. Il culturalismo è stato anche

criticato per la sua concezione statica della cultura però questa critica è poco attendibile infatti

i culturalisti non credono alla stabilità della cultura, l'individuo in funzione della sua storia

personale reinterpreta la sua cultura in modo particolare e la somma di tutte queste

reinterpretazioni individuali fanno evolvere la cultura. La cultura non si trasmette come i girini

ma ci sia appropria in modo progressivo durante la vita e non si può mai acquisire tutta la

cultura del gruppo. Il dibattito principale all'antropologia culturale è quello che riguarda

l'impostazione relativista delle culture che guarda alla pluralità delle culture piuttosto che

all'unità della cultura, secondo questo approccio le culture sono trattate come totalità

specifiche, autonome le une dalle altre, e di conseguenza ciascuna deve essere studiata per se

stessa, nella sua specifica logica interna. All’inizio con Boas, il relativismo culturale è una

reazione metodologica all’evoluzionismo. Ciò non toglie che, su di un piano metodologico, sia

talvolta utile e persino necessario fare <<come se>> una cultura particolare esistesse come

entità separata con una reale autonomia, anche se nei fatti, questa autonomia non è che

relativa in rapporto alle altre culture vicine. I culturalisti non sono riusciti a dare una definizione

sulla natura della cultura quindi il problema rimane aperto. L’antropologia culturale americana

non ha tralasciato di contribuirvi proseguendo le ricerche in modo spesso molto innovativo. Le

lezioni del culturalismo o dei culturalismi sono però già ricche di insegnamenti. Tali lezioni

hanno il merito di aver messo in evidenza la relativa coerenza di tutti i sistemi culturali,

ciascuno è un’espressione particolare di un’umanità unica, ma tanto autentica quanto tutte le

altre.

1. I culturalisti hanno ridotto le confusioni tra ciò che dipende dalla natura dell'uomo e ciò

che dipende dalla cultura prestando molta attenzione ai fenomeni di incorporazione

della cultura e dimostrando che anche il corpo è influenzato dalla cultura infatti la

cultura interpreta e trasforma la natura. Anche le funzioni vitali sono plasmate dalla

cultura. Tutte queste pratiche del corpo, all’apparenza assolutamente naturali, sono

profondamente determinate da ogni cultura particolare, come Marcel Mauss, dimostrerà

nel 1936 nel suo studio sulle tecniche del corpo. Non si può osservare la natura

nell’essere umano se non trasformata dalla cultura.

2. La scuola di cultura e personalità ha messo in evidenza l'importanza dell'educazione del

processo di differenziazione culturale. L’educazione è necessaria e determinante

nell’uomo, perché l’essere umano non ha un programma genetico che guidi il suo

comportamento. Gli stessi biologi dicono che il solo programma genetico dell’uomo è

quello di imitare e di apprendere. Le differenze culturali tra i gruppi umani sono dunque

spiegabili attraverso sistemi di educazione diversi. Che comprendono i metodi di

allevamento dei lattanti, tanto variabili da un gruppo ad un altro. Tre ricercatori

americani hanno cercato di spiegare la presenza di riti di iniziazione dei giovani al

momento della pubertà in alcune società e la loro assenza in altre. Hanno pensato di

poter stabilire una correlazione tra una forte dipendenza nei confronti della madre

durante la prima infanzia e l’istituzionalizzazione di questi riti. Laddove l’organizzazione

del couchage (le pratiche relative ai modi di dormire) prevede che madre e figlio

dormano insieme e che il padre sia escluso per diversi mesi o anni, dal letto comune i

riti di iniziazione sono particolarmente rigorosi. In questo caso, sembra che i padri, al

momento della maturità fisiologia dei figli, decidano di allontanarli dall’influenza della

madre e di affermare la loro autorità su di essi, per prevenire qualsiasi ribellione,

integrandoli nel mondo maschile. Una buona parte delle ricerche successive, pur non

ricorrendo al culturalismo e senza poter essere confuse con esso, si sono ispirate ai

lavori sull’educazione degli antropologi americani. Ad esempio Jacqueline Rabain ha

dimostrato che l’educazione di un bambino wolof (Senegal) privilegia il rapporto con

l'altro contrariamente a quanto succede nella società occidentali contemporanee, la

pedagogia wolof si sforza di evitare la singolarizzazione del bambino allo scopo di

favorire la sua integrazione sociale. Per questo motivo non si fanno complimenti né ai

bambini né ai genitori a proposito dei loro figli infatti per quella cultura un complimento

potrebbe portare sfortuna perché distingue quindi emargina; le sole osservazioni

ammesse ammesse a proposito dei bambini sono quelle che sottolineano ciò che nei

loro comportamenti può essere interpretato come segno di un’integrazione sociale in via

di realizzazione (Rabain 1979). L’apprendimento di questa cultura quindi è

essenzialmente una pedagogia della comunicazione. L’apprendimento dell’uso sociale

della parola, molto codificato, è al contempo, <<l’apprendimento di una grammatica

delle relazioni sociali>> (ibidem). In definitiva, le conquiste sociali contano più delle

conquiste tecniche, il cui apprendimento non è sistematizzato, e dello sviluppo

<<personale>> del bambino.

La cultura non appare più una semplice combinazione di tratti sparsi ma un insieme

organizzato di elementi interdipendenti e la sua organizzazione conta quanto se non di più del

suo contenuto.

LEVI-STRAUSS E L’ANALISI STRUTTURALE DELLA CULTURA

Levi-strauss eredita quattro idee di Benedict : cultura definite con un modello (pattern), culture

disposte su un arco quindi a numero limitato, studio delle società primitive per determinare le

combinazioni possibili, le combinazioni vengono studiate per se stesse indipendentemente

dagli individui appartenenti al gruppo. Egli però studia anche l'invariabilità della cultura, le

culture particolari non possono essere comprese senza far riferimento alla cultura, patrimonio

comune dell’umanità al quale esse attingono per elaborare i loro modelli specifici. Egli vuole

scoprire le categorie e le strutture inconsapevoli dello spirito umano. L’antropologia strutturale

di Lévi-Strauss ha l’ambizione di individuare e registrare gli invarianti, cioè quei materiali

culturali sempre identici da una cultura all’altra, in numero necessariamente limitato per

effetto dell’unità dello psichismo umano. Nel punto esatto in cui la cultura sostituisce la natura,

è possibile trovare regole universali che sono altrettanti principi indispensabili della vita in

società. Vivere in società è nella natura dell’uomo, ma l’organizzazione della vita in società

dipende dalla cultura e implica l’elaborazione di regole sociali. L'antropologia strutturale vuole

trovare gli universali culturali, ossia ciò che sta a priori. Per rappresentare il rapporto tra

“universalità della cultura” e “particolarità delle culture” Levi-Strauss utilizza la

metafora del gioco delle carte; ci sono distribuzioni di carte che sono subite ma che ogni

società, così come ogni giocatore interpreta nei termini di sistemi differenti che possono essere

comuni o particolari: regole di gioco o regole di una tattica. L’antropologia avrà portato a

termine la sua missione quando sarà riuscita a descrivere tutte le partite possibili, dopo aver

identificato le carte ed enunciato le regole del gioco. In questo modo, pretende di risalire ai

fondamenti universali della cultura, nel punto in cui avviene la rottura con la Natura.

CULTURALISMO E SOCIOLOGIA

NOZIONI DI SUBCULTURA E SOCIALIZZAZIONE

L’antropologia culturale eserciterà una grande influenza sulla sociologia americana. Il concetto

di cultura sarà utilizzato da un gran numero di sociologi americani che si baseranno sulle

definizioni che ne danno gli antropologi. Ancor prima della comparsa del culturalismo vero e

proprio, i sociologi fondatori di quella che è stata chiamata la scuola di Chicago erano molto

sensibili alla dimensione culturale dei rapporti sociali. Già allora essi si interessavano come

William I. Thomas col suo famoso studio su The Polish Peasant in Europe and America,

pubblicato tra il 1918 e il 1920, all’impatto della cultura d’origine degli immigrati

sull’inserimento di questi ultimi nella società di accoglienza. Oppure come Robert E. Park, alla

questione del confronto simultaneo dell’individuo straniero con due sistemi culturali talvolta

rivali, quello della sua comunità d’appartenenza e quello della società di accoglienza; da qui

nasce il confronto al quale l'individuo immigrato è “uomo marginale” in quanto secondo la

definizione di Park presenta caratteri dei due sistemi. Il raffronto tra sociologia e antropologia

induce la prima a desumere i suoi metodi dalla seconda e la seconda a desumere i terreni dalla

prima. In questo modo sarà affrontato dai ricercatori nello stesso modo in cui un antropologo

affronta lo studio di una comunità contadina indigena. In America l'antropologia e la sociologia

studiano le comunità urbane (piccole cittadine, quartieri) riconosciute come un presunto

microcosmo contenente la totalità della cultura dell'intero paese. Ma i successori di Lynd si

dedicarono più a studiare la diversità culturale americana che a ricercare le prove dell’unità di

quella cultura. Gli studi di comunità davano la possibilità di definire la cultura americana, ma in

seguito ci si dedica a studiare più la diversità che i caratteri universali. Questo ha fatto sì di

creare il concetto di “subcultura”. Si ritrova qui un’idea già abbozzata da Linton attraverso la

nozione di personalità di status. I sociologi distinguono le subculture secondo le classi

sociali, ma anche secondo i gruppi etnici. Alcuni autori parlano anche della subcultura dei

delinquenti, degli omosessuali, dei poveri, dei giovani, ecc.. Nelle società complesse, i diversi

gruppi possono avere modi di pensare e di agire caratteristici, pur condividendo la cultura

globale della società che, comunque, in seguito, per effetto della sua eterogeneità, impone agli

individui modelli più flessibili e meno coercitivi di quelli delle società <<primitive>>. Ad un

altro livello, i fenomeni detti di contro-cultura nelle società moderne, come ad esempio il

movimento <<hippy>> negli anni Sessanta e Settanta, in realtà non sono altro che una forma

di manipolazione della cultura globale di riferimento alla quale pretendono di opporsi: essi

giocano sul suo carattere problematico ed eterogeneo e invece di indebolire il sistema culturale

lo rinnovano, infatti un movimento contro-cultura non produce una cultura alternativa. Una

contro-cultura non è altro che una subcultura.

I sociologi hanno prestato la loro attenzione anche sulla continuità delle culture e sotto-culture

attraverso le generazioni ed hanno introdotto il termine di socializzazione intesa come un

processo di integrazione di un individuo ad una società per mezzo dell'interiorizzazione dei

modelli culturali di quella società. Durkeim sostiene che attraverso l'educazione ogni società

trasmette agli individui l'insieme di norme che assicurano la solidarietà tra i suoi membri e che

gli individui sono costretti a fare proprie. Parson ha unito le teorie di Durkeim a quelle di Freud:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vero.fagiani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Stoica Georgeta.

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