Che materia stai cercando?

Riassunto esame di Storia romana, docente Bultrighini, libri consigliati: Storia Romana, Geraci, Marcone; Lineamenti di storia del diritto romano, Talamanca

Riassunto per l'esame di storia romana, basato su appunti personali e studio autonomo dei testi di riferimento: Storia Romana, Geraci, Marcone; Lineamenti di storia del diritto romano, Talamanca particolare attenzione è riservata all'evoluzione giuridico-istituzionale.

Esame di Storia romana docente Prof. U. Bultrighini

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

A Tarquinio Prisco è associata, come si è già ricordato, l’estensione del numero dei senatori (o protosenatori), da 100 a 300, e anche

il tentativo di istituire una nuova centuria di celeres, a cui si sarebbe opposto, secondo le fonti, l’augure Atto Navio (rappresentante,

in questo senso, dell’ordinamento costituito: un conservatore). Il caso dell’immissione di nuovi patres è fondamentale per

comprendere come sia iniziato quel processo che avrebbe portato alle rivendicazioni della plebe in età repubblicana: i nuovi

“senatori”, per quanto assimilati formalmente ai patres antichi, erano senza dubbio patres minorum gentium, cioè i vertici delle

minores gentes, gruppi sociali di rango fattualmente inferiore, anche qui gli antesignani dei conscripti repubblicani. L’obiettivo di

Prisco, in questo senso, era quindi quello di dinamizzare il sostrato sociale e renderlo meglio disposto nei confronti delle nuove

esigenze, destabilizzando l’antico e chiuso sistema gentilizio.

A Tarquinio si riconduce tradizionalmente anche la realizzazione della Cloaca Massima (Cloaca Maxima), la più grande condotta

fognaria di Roma, che raccoglieva le acque dei corsi d'acqua naturali che scendevano dalle colline (Palatino, Campidoglio), drenando

la pianura dove queste stagnavano (generando acquitrini), riversandole per la maggior parte nel fiume Tevere: si tratta della pianura

dov’è situato il Foro Romano, e di quella contigua, detta Velabro, dov’è situato il Foro Boario, una piazza attigua al Tevere (situata

all’altezza dell’Isola Tiberina) in cui si teneva il mercato del bestiame, che vennero così bonificate.

Servio Tullio

L’ascesa al trono di Servio ha dei contorni nient’affatto precisi. Una versione dei fatti vuole che egli fosse un tale Mastarna, etrusco

d’origine, che si impegnò, assieme ai fratelli Vibenna (probabilmente appartenenti ad una potente famiglia etrusca di Vulci, la cui

storicità è attestata da alcuni rinvenimenti archeologici ), a cacciare da Roma un certo Cneo Tarquinio, identificabile col primo

18

sovrano etrusco (Mastarna e i Vibenna, a seguito di spedizioni di conquista in Etruria e nei territori circostanti, si sarebbero rifugiati

sul Monte Celio a Roma). Secondo un’altra versione (presentata da Claudio nel medesimo discorso al senato di cui sopra), invece,

egli, detto sempre Mastarna, sarebbe nato da una schiava di nome Ocresia e da un Tullio, signore di Cornicoli: entrato nelle grazie di

Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, ed educato alla corte del re, ne avrebbe sposato persino una figlia (mutando il suo nome

etrusco in quello di Servio Tullio), tantoché, alla morte di Tarquinio (che sarebbe stato assassinato dai figli di Anco Marcio, essendosi

a questi sostituito nella successione al trono), Tanaquilla avrebbe fatto in modo che Servio ne ottenesse il potere ad interim –

mentendo al popolo circa la vita del re, fingendolo ancora vivo ma convalescente – e che lo conservasse, essendosi ormai tutti abituati

al suo governo, dopo l’annuncio tardivo della morte di Tarquinio. Il carattere favolistico della vicenda, molto probabilmente, deve

essere stato frutto dell’attitudine degli storiografi, di cui si è già detto, a presentare in modo breve, certo e conciso una trasformazione

di tipo invece processuale: ciononostante, questa tradizione ci mostra come fosse ormai realmente tramontato l’ideale della monarchia

elettiva, o quantomeno né dinastica né militaresca, del periodo latino-sabino, a favore di queste ultime due tipologie.

Si è detto, precedentemente, che il primo nucleo dell’esercito romano, quello fondato sulla tripartizione della popolazione, avesse un

profilo decisamente aristocratico, e che, di conseguenza, il combattimento assumeva tratti “eroici”, quasi “omerici”. Con lo sviluppo

a cui andò incontro la società romana, al quale abbiamo appena accennato, tale profilo dovette subire profondi cambiamenti: un

nuovo tipo di esercito andava affermandosi (secondo una linea di sviluppo già presente in Grecia). La nuova disponibilità di metalli,

connessa allo sviluppo economico e commerciale, permise una maggiore diffusione dell’armatura pesante completa, cosicché si andò

precisando la figura del guerriero “oplita”, ereditata dal mondo greco probabilmente grazie alla mediazione etrusca (mutuiamo perciò

questa denominazione dal lessico greco, viste le affinità). L’oplita era dotato soprattutto di armi difensive (ovvero dell’armatura),

essenziali nel nuovo tipo di scontro, che mutò completamente carattere: il valore individuale, essenziale precedentemente, era ormai

destinato ad infrangersi contro il muro compatto di scudi e delle corazze degli armati, schierati in falange senza soluzione di

continuità. La filosofia bellica dell'oplita si basava quindi sulla moderazione e l'aiuto reciproco e non più sulle gesta valorose di un

eroe, tanto che anche i combattenti singoli, per quanto valorosi, nulla poterono più, e l’esercito aristocratico si avviò al tramonto.

Gli storici d’Età repubblicana avrebbero dipinto Servio principalmente come un saggio riformatore politico, probabilmente nel

tentativo di dar ragione dell’affermata (al tempo loro) realtà dei comizi centuriati, retroproiettata forse troppo semplicisticamente in

Età monarchica. Non pare verosimile, in questo senso, che Servio abbia messo in atto un’operazione di ingegneria costituzionale: si

può credere che, a questa altezza, sia stata compiuta al più una poderosa riforma dell'esercito, che solo successivamente avrebbe

avuto anche una traduzione costituzionale (è piuttosto da credere, cioè, che l’ordinamento sia stato adeguato alla nuova realtà militare

– che, come vedremo, non si affermò del tutto prima della sconfitta del Cremera (477), durante la prima guerra di Roma contro Veio

–, e non che quest’ultima sia dipesa da un rinnovamento costituzionale). Questa militarizzazione del sostrato civico, per altri versi,

ben si accorda, tra le tante altre cose, con la tradizionale immagine dei sovrani etruschi, sempre presentati come bellicosi. Nel VI

secolo a.C. non v’erano ancora i presupposti economici e sociali per una riforma costituzionale a carattere timocratico: si consideri,

infatti, che la stessa codificazione delle XII tavole, varata nel 451-450 a.C., non avrebbe ancora fatto alcun riferimento a classi

definite di censo, ma solo a generali distinzioni tra possidenti e proletari) e che quindi l’affermarsi di tale realtà sia da collocarsi oltre

questo termine, quindi, sicuramente, in piena Età repubblicana.

Secondo la tradizione, comunque, il popolo romano (s’intende: i maschi adulti liberi, ossia sui iuris) sarebbe stato diviso in classi di

censo (la ricchezza del singolo era definita da quella della sua familia, come abbiam detto) che ne avrebbero dettato la ripartizione,

all’interno dei nuovi comizi centuriati, in 193 centurie (o 194 secondo Livio), costituenti unità di voto (nell’esercito unità di 100

uomini, un numero che sarebbe andato diminuendo). Il comizio sarebbe stato così ordinato:

• Il gruppo eminente nell’ordinamento non era una classe, ma si trovava supra classem (ossia sopra la classis, su cui vedi

infra), ed era quello dei cavalieri (con censo maggiore a 100.000 assi), costituita da 18 centurie (di cui 12 completamente

nuove, in cui confluivano i maggiorenti della città (probabilmente anche non patrizi), e 6 (dette sex suffragia) costituite per

duplicazione delle 3 previste nell’ordinamento romuleo (per cui v’erano Tities, Ramnes e Luceres primi e Tities Ramnes et

Luceres secundi) in cui confluivano, molto probabilmente soltanto i patrizi di antico lignaggio.

• La I classe (con censo maggiore a 100.000 assi), composta da 80 centurie, 40 di iuniores (18-46 anni), assegnati alle

In particolare, disponiamo di una dedica incisa su un calice in bucchero rinvenuto nel santuario di Veio e di affreschi siti nella “tomba

18

François” (dal nome dello scopritore) a Vulci. 23

campagne militari esterne, e 40 di seniores (46-60 anni), posti a difesa della città. Tutti erano dotati, per la difesa, di elmo

(galea), scudo tondo oplitico (clipeo), schinieri in bronzo (ocreae) e corazza (lorica), e, per l’offesa, di lancia (hasta) e

spada corta (gladio).

• II classe (con censo tra 75.000 e 100.000 assi): composta da 20 centurie (10 i + 10 s). Dotati di elmo, di uno scudo

rettangolare (scutum) e di schinieri, ma privi di corazza, equipaggiati di asta e gladio per l’offesa.

• II classe (con censo tra 50.000 e 75.000 assi): composta da 20 centurie (10 i + 10 s). Privi, rispetto ai precedenti, soltanto

degli schinieri.

• IV classe (con censo tra 25.000 e 50.000 assi): composta da 20 centurie (10 i + 10 s). Dotati soltanto di asta e giavellotto,

senza difese (presumibilmente perciò non partecipavano, al pari di quelli delle centurie seguenti, alla falange).

• V classe (con censo tra 11.000 e 25.000 assi): composta da 30 centurie (15 i + 15 s). Portavano soltanto fionde (fundae) e

pietre (lapides missiles) da scagliare sul nemico.

• Operai (fabri), falegnami (tignarii), fabbri (aerarii): 2 centurie. Addetti al servizio delle macchine da guerra (genio militare).

Costoro erano affini alla I classe, talché nei comizi la loro centuria votava assieme a quelle della stessa.

• Suonatori di corno e tuba: 2 (o 3) centurie. Accompagnavano l’esercito.

• Capite censi (nullatenenti, proletari, o comunque non rientranti nemmeno nella V classe, ossia con censo inferiore a 11.000

assi): 1 centuria. Di solito non erano impiegati nell’esercito, tanto che si distinguevano per denominazione dagli appartenenti

alle altre classi, gli adsidui (coloro che hanno una sede), cioè ai proprietarî di terra: qualora venissero impiegati, ai capite

censi si assegnavano compiti minori (esplorazione, messaggeria).

La prima cosa da notare è che il maggior numero di centurie afferiva, in proporzione, ai cittadini più ricchi e più anziani, nonostante

questi, come è comprensibile, fossero in numero minore rispetto a tutti gli altri cittadini di Roma (basti osservare che i capite censi

erano rappresentati soltanto da una centuria, nonostante il loro numero fosse indubbiamente maggiore di quello dei più abbienti, e

che i seniores avevano pari centurie rispetto agli iuniores, nonostante essi fossero senza dubbio in numero minore rispetto a questi):

i cavalieri (equites) e gli esponenti della prima classe (che, insieme a quelli delle altre classi, costituivano i pedites) disponevano

infatti complessivamente di 98 centurie, che costituivano già la maggioranza assoluta nel comizio (su 193 o 194 centurie), quindi

avevano un peso politico maggiore, se non quasi totalizzante (bastava che votassero unanimemente, come accadeva spesso, per tagliar

fuori dalle decisioni la restante parte del comizio, il che è anche comprensibile, dato che dovevano pagare maggiormente il tributo

di sangue in guerra [per informazioni più precise sulle modalità di voto e i meccanismi dell’assemblea si veda il § I comizi centuriati,

a pag.44]). Questa affinità (che spesso porta a ridurre alla prima classe i cavalieri) è anche riconosciuta dal limite censitario, fissato

a 100.000 assi per entrambe le classi: è anche probabile, allora, che, essendo effettivamente riconosciuti i cavalieri, se non come

classe, quanto meno come gruppo omogeneo rispetto al resto dei cives, la differenziazione tra gli appartenenti alle due classi fosse

dovuta ad un’ulteriore, benché minore in proporzione, differenza di censo, oltre che al lignaggio. Non è dato, comunque, di dar

risposte risolutive in merito.

La differenza rispetto all’ordinamento curiato stava nel principio per cui gli oneri e gli onori militari fossero assegnati in proporzione

alla ricchezza, e non alla provenienza di classe. È lecito pensare, infatti, che, benché la legione romulea fosse composta da gentiles,

all’interno di essa vi fossero comunque disparità, anche elevate, di censo (e che i maggiorenti formassero, all’interno di questo

gruppo, la privilegiata classe equestre), e nondimeno una certa parità tra i diversi rappresentanti (una parità tipica, nell’antichità, delle

comunità primitive), mentre nell’ordinamento centuriato la ripartizione era ormai del tutto razionale ed imparziale, e i plebei ricchi

(si intenda quelli potenzialmente competitivi col patriziato) venivano – almeno teoricamente – ad equipararsi ai patrizi, benché risulti

difficile pensare che vi fossero già a questa altezza storica uomini non aristocratici dotati di tanta ricchezza: ciò che qui conta

considerare è il criterio utilizzato, la cui applicazione avrebbe portato all’acquisizione da parte delle classi subalterne di un peso

sempre maggiore, a mezzo militare, come vedremo, nell’ordinamento politico (se qualcuno era decisivo sul campo di battaglia non

poteva avere un ruolo soltanto subalterno in politica, ché, come si è detto, il tributo di sangue era determinante in questo senso).

Questo nuovo ordine timocratico – nell’emergere del quale fu determinante il dinamismo economico e l’attestarsi di forme di

proprietà privata – dovette altresì mettere in moto quei meccanismi di controllo e classificazione in base al censo che avrebbero dato

luogo all’istituto repubblicano della censura (vedi anche, infra, la questione della ripartizione territoriale).

Pare, d’altro canto, assai inverosimile che, già a questa altezza storica, il comizio centuriato fosse composto precisamente nel modo

suesposto, costruito in base ad un’analisi tanto dettagliata del censo e con una ripartizione dei corpi militari così ben articolata:

sarebbe più giusto limitarsi ad osservare, rimanendo in un dominio generalistico, l’identità, appena rintracciata, tra il nuovo assetto

economico-militare e l’organizzazione di un assemblea ordinata secondo un orientamento decisamente timocratico, nonché

strettamente connessa all’ambito militare. Torneremo più approfonditamente sulla questione parlando del valore di questa assemblea

in età repubblicana: per ora basti dunque considerare che, con tutta probabilità, l’idea che un’organizzazione tanto elaborata

caratterizzasse anche il comizio serviano sia il frutto di una retroproiezione operata dagli storiografi repubblicani, che, invece, con

questo schema, ormai consolidatosi al loro tempo, avevano molta più familiarità.

Per quanto riguarda il rispetto strettamente militare, Servio Tullio dovette rendersi conto che, per assicurare a Roma una forza

sufficiente a mantenere le proprie conquiste, era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di

circa 3.000 uomini, l’esercito romuleo): anche qui, però, si consideri che pare assai improbabile che vi sia stata una cesura netta

nell’evoluzione delle strutture militari. È verosimile che l’esercito (cioè l’unica legione) serviano fosse composto da 6.000 unità

oplitiche (con armamento pesante, come si è detto), fornite dagli iuniuores delle prime tre classi (60 centurie: 40 +10 +10), da sei

19

centurie di cavalleria (i sex suffragia: gli unici patrizi di antico lignaggio in campo), e da unità di numero imprecisato, armate alla

leggera e con compiti ausiliari, fornite dalle altre classi (IV e V). Secondo questa ricostruzione, quindi, si sarebbe trattato di un

raddoppiamento della legione romulea, trasformata però in senso oplitico. È altresì probabile che, in un primo momento, la legione

È importante notare questo numero, dal momento che il primo esercito repubblicano sarebbe consistito proprio in due legioni di 6.000

19

unità cadauna (mentre per tutta l’età regia Roma dispose di una sola legione), governate rispettivamente dai due consoli, come a

rappresentare lo sdoppiamento del potere del sovrano.

24

fosse di entità inferiore, che cioè fosse composta soltanto da circa 4.000 opliti, dal momento che, in alcune fonti, si utilizza il termine

classis per indicare soltanto le 40 centurie degli iuniores della prima classe (e difatti si è detto che erano gli iuniores a compiere le

campagne militari, mentre i seniores difendevano la città), mentre le restanti erano indicate come infra classem: questa potrebbe

essere stata la configurazione in una fase intermedia di definizione del nuovo impianto centuriato.

A Servio Tullio la tradizione attribuisce anche una riforma della ripartizione in tribù del popolo romano, consistita, secondo la

tradizione, nella sostituzione delle antiche 3 tribù romulee con 4 tribù territoriali (Suburana, comprendente il colle Celio, Palatina, il

Palatino, Esquilina, l’Esquilino, e Collina, il Quirinale), dette urbane, la cui composizione non teneva più conto dell'origine sociale

delle genti, ma considerava come criterio di appartenenza il luogo di residenza: questa articolazione, assieme al criterio censitario,

permise anche una gestione più efficiente del sistema di contribuzione. Alle quattro tribù urbane, se ne aggiungevano altre nel

territorio circostante (i pagi), dette poi rustiche, il cui numero iniziale è incerto (sarebbero arrivate a 31 in età repubblicana): in questi

distretti erano iscritti i proprietari fondiari (cioè i membri più ricchi della comunità), mentre i nullatenenti confluivano nelle tribù

urbane: ciò avrebbe avuto un ruolo rilevante nella composizione dei comizi tributi e dei concilia plebis tributa repubblicani, dal

momento che le tribù avrebbero funto da unità di voto, e quelle rustiche, nelle quali sarebbero stati iscritti i proprietari terrieri)

avrebbero avuto un peso assai maggiore, sebbene contenenti un numero di individui minore rispetto alle sole 4 urbane, in cui

sarebbero confluiti appunto iscritti i nullatenenti. Come ci ha mostrato anche il caso dei comizi centuriati, a Roma si rispettava il

principio per cui gli oneri e gli onori del pubblico dovessero essere sostenuti e goduti dai più ricchi, sebbene la ripartizione seguisse

dei criteri formalmente “democratici”, col che si conferma sempre più la preminenza assunta dalla proprietà privata delle familiae

antiche ed emergenti, sull’antica organizzazione a base gentilizia.

Oltre a queste due importanti riforme (che, come vedremo, hanno scarse basi storiche), si attribuisce a Servio l’edificazione di nuove

mura difensive (la nuova realtà urbana doveva infatti esser protetta efficacemente), perciò dette “serviane”, ma in realtà iniziate

probabilmente già da Tarquinio Prisco. La configurazione dei colli facilitava già di per sé la difesa del complesso cittadino, tuttavia

i punti più deboli erano stati dotati già da tempo di terrapieni (aggeres) difensivi: si trattò dunque di un rafforzamento e di

un’estensione di tali strutture, che portò alla costruzione di un complesso murario di almeno 7 km, in blocchi squadrati di tufo del

Palatino, che racchiudeva gran parte della città. Tale struttura sarebbe stata utilizzata successivamente, dopo il 390 a.C. (comunque

all’indomani del sacco gallico), come base per una nuova fortificazione, della quale ancora oggi possiamo ammirare i resti (vedi,

oltre a ciò, l’inizio del § Le guerre sannitiche).

Tarquinio il Superbo

La figura di Tarquinio è abbastanza controversa. La tradizione, che fa di lui il figlio del primo re etrusco Tarquinio Prisco, lo dipinge

come un cinico tiranno, giunto al trono usurpandolo al predecessore Servio, dopo averlo assassinato, complice la figlia di questo, una

tale Tullia (che, di Tarquinio, sarebbe divenuta precedentemente la moglie). Tarquinio avrebbe assunto dunque il comando con la

forza, senza che la sua elezione fosse approvata dal popolo e dal senato romano (come avveniva, più o meno regolarmente,

nell’applauso comiziale e nella formulazione degli auspicia, nonché nell’inauguratio, di cui si è detto), e per questo fu denominato

il Superbo. Di contro, egli fu un buon comandante militare, tanto che diede avvio a conflitti importanti con le popolazioni circostanti,

in particolare coi Volsci (coi quali Roma avrebbe proseguito uno scontro centenario), a cui sottrasse ingenti ricchezze, che dedicò

all’edificazione di un maestoso tempio in onore di Giove sul Campidoglio.

La cacciata di Tarquinio (tradizionalmente collocata nel 510 a.C.), si inserisce nel quadro della guerra di Roma contro i Rutuli,

asserragliati nella città di Ardea, tenuta sotto assedio (Roma, in questo frangente, aveva iniziato ad espandersi sulla costa Tirrenica).

Di Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, si era invaghito il figlio del re, Tarquinio Sestio: questi, lasciato il campo di Ardea,

tornò a Roma, dove fece violenza a Lucrezia, che lo aveva respinto. Il giorno seguente, la donna si recò nel campo militare dove si

trovavano il marito Collatino e il padre, Spurio Lucrezio, e si uccise per l’onta di essere stata violentata, non prima di aver invocato

giustizia per la sua integrità violata (un episodio straziante raccontato da Tito Livio negli Ab Urbe condita libri). Collatino e Lucio

Giunio Bruto, nipote del re Superbo, assieme ad un tale Publio Valerio Publicola , si diressero così verso Roma, dove, raccolto il

20

favore del popolo, stanco dei soprusi del re, cacciarono quest’ultimo e, dopo alcune vicissitudini, ottennero il potere (Collatino e

Bruto furono nominati consoli), col che, secondo la tradizione, si aprì l’era repubblicana: in realtà, come vedremo meglio in seguito,

la transizione fu meno netta, ma nondimeno scaturita da un evento realmente violento (Roma fu cioè liberata dalla monarchia

sicuramente per mezzo di una sollevazione). Qui ricordiamo intanto che, secondo la tradizione, in questo quadro prese posto il

tentativo di Lars Porsenna, re della città etrusca di Chiusi, di restaurare il potere di Tarquinio su Roma: di fatto, però, nonostante i

successi di Porsenna, il vecchio sovrano etrusco non tornò sul trono, in quanto il potere fu tenuto, per un periodo più o meno lungo,

da Porsenna stesso (che alcuni autori, come Plinio e Tacito, dipingono come quasi come un ottavo re di Roma). Il governo di questo

personaggio venne tuttavia inficiato dall’intervento dall’esercito consolare. Comunque, se anche vi furono altri tentativi etruschi di

riprendere il potere a Roma, questi non dovettero andar oltre il 474, quando Ierone I di Siracusa (485-478 a.C.) sconfisse tale popolo

al largo di Cuma.

La storicità di tale Publicola (il cui nome ricorda una vicinanza al popolus) sembra essere attestata da un’iscrizione presente nel tempio

20

di Mater Matuta, una divinità laziale, a Satricum, che recita: «a Marte dedicarono i compagni di PublioValerio». Si deduce, dal riferimento

a Marte, che Valerio fosse il capo di una banda di armati. 25

La Repubblica: sviluppo e regime costituzionale

La tradizione, a cui si è fatto accenno, vuole che, verso la fine del VI secolo a.C. (nel 510), un'improvvisa rivolta dei Romani, guidata

da uomini appartenenti alla stessa gens del re (vedi episodio di Lucrezia), espellesse Tarquinio il Superbo e i suoi figli. Cacciato il

tiranno, i Romani, non tollerando oltre di essere retti da un rex, si sarebbero prescelti, a partire dal 509, due capi annuali, chiamati

praetores o consules (pare che la dicitura di consul sia successiva, il che è da ascrivere all’attestarsi di una natura collegiale della

magistratura e dei suoi atti: è probabile che inizialmente vi fossero almeno tre praetores, di cui uno supremo, su cui vedi in seguito),

da eleggere annualmente in una riunione dei comizi centuriati. I primi consoli sarebbero stati Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio

(marito di Lucrezia) Collatino, poi sostituiti, rispettivamente da Spurio Lucrezio Tricipitino (padre di Lucrezia) e Publio Valerio

Publicola, ossia, in entrambi i casi, i responsabili della cacciata del Re.

Problemi di storicità

Un argomento a sostegno della datazione tradizionale prende in considerazione una cerimonia, ricordata da Livio, nella quale,

secondo una legge arcaica, il massimo magistrato (praetor maximus) della Repubblica – il che farebbe anche pensare che

inizialmente, non vi fossero i due consoli al comando, ma ancora un’unica figura, verosimilmente supportata da due [o più] magistrati

minori, che cioè vi fosse una triade a comando (si confrontino, a riguardo, i §§ sul consolato e sulla pretura) – infiggeva un chiodo

nel tempio di Giove Capitolino (la cui costruzione sul Campidoglio, secondo la tradizione, era stata voluta da Tarquinio Prisco e

ultimata dal Superbo) ogni anno, alle idi di settembre, nell’anniversario dell’inaugurazione del tempio: lo scopo del rituale doveva

essere apotropaico, ma qui esso ci interessa soprattutto per il fatto che tale tempio, sempre secondo le fonti, ancorché fosse stato

costruito al tempo del Superbo, era stato solennemente inaugurato soltanto nel primo anno della Repubblica (vedi anche, a riguardo,

la nota 16 a p. 50). Allora, considerato che, contando il numero di chiodi, nel 304 a.C., l'edile Cneo Flavio, che aveva da inaugurare

il tempio di Concordia (il tempio, iniziato nel 367, si trovava nel Foro, alla base del Campidoglio, ed era stato dedicato alla

riconciliazione, la concordia appunto, tra patrizi e plebei, di cui diremo), poté datare l'evento 204 anni dopo la consacrazione del

tempio Capitolino, la data di quest’ultimo evento, e quindi della conversione costituzionale, si dovrebbe attestare proprio al 508 a.C.

Tuttavia, la storicità di questi fatti e dell’immediata conversione costituzionale è stata più volte messa in dubbio, per diversi motivi.

Innanzitutto, la ricostruzione degli eventi sembra frutto di una drammatizzazione tipica di un intervento secondario e tendenzioso,

teso a rievocare vicende simili occorse nella caduta delle tirannidi greche . In secondo luogo, pare assai poco probabile che il tutto

1

si sia risolto in un unico evento così come descritto. È pur vero, però, che la conversione degli istituti monarchici nell'ordinamento

repubblicano potrebbe essere rappresentata solo in parte come la progressiva opera di esautoramento del rex da parte dei suoi

collaboratori militari e la sua riduzione ad un rango puramente religioso (come rex sacrorum, il quale, difatti, non poteva ricoprire

nessun altro incarico, men che meno uno civile) , in quanto lo spazio di tempo in cui si sarebbe dovuto verificare questo graduale

2

processo si riduce a meno di mezzo secolo, un periodo certamente insufficiente ad assicurare una tale lenta evoluzione (quello di

immaginare mutamenti graduali è, piuttosto, il prodotto di un costume storiografico prettamente moderno, ossia dell'idea che le

trasformazioni degli istituti giuridici siano regolati da generali leggi di sviluppo, e non passino per episodi violenti, e quindi di una

visione altrettanto riduzionistica). Questo porta a concludere che, malgrado il carattere leggendario dell'episodio di Lucrezia, una

parte di verità in esso debba pur esservi, e cioè che rappresenti, come abbiam detto, probabilmente con un tono del tutto favolistico

e leggendario, il moto realmente violento che portò al superamento della monarchia.

L’elemento di maggiore storicità sembrerebbe infatti essere proprio l’immagine di una rivolta degli aristocratici nei confronti di un

regime monarchico divenuto autocratico, il che riporta l’attenzione sulla tendenza all’indebolimento delle gentes, durante del periodo

monarchico, in favore del sovrano stesso e degli strati più bassi della popolazione (in ascesa, grazie allo sviluppo della proprietà

privata), qui probabilmente invertita, come dimostrerebbe il grande potere assunto da patriziato nella prima fase repubblicana, almeno

fino al 367 a.C. (leggi Licinie Sestie): «non potendosi semplicemente tornare alla vecchia figura di reges latino-sabini, capi supremi,

ma fortemente condizionati dalle curie e dai patres», datosi, aggiungiamo, l’affermarsi delle strutture oplitiche di cui si è detto e

dell’ordinamento centuriato, «era però possibile indebolire in modo diverso la figura del capo della civitas, limitando la carica

suprema ad un anno ed introducendo il principio della collegialità» (LSD).

Si è detto, precedentemente, che i confini tra il patriziato e la plebe non sembrano assai netti nel periodo arcaico e che, l’immaginarseli

contrariamente tali, sarebbe stato il frutto di una retroproiezione operata proprio in età repubblicana verosimilmente proprio dalla

ormai dominante classe patrizia, volta a giustificare col ricorso al passato una realtà allora presente (del resto tale costume ancora

oggi trova, purtroppo, troppi seguaci!), ovverosia quella del loro dominio: pare quindi del tutto verosimile che la reale supremazia

Nel 528/527 a.C. a Pisistrato successero i figli: Ippia e Ipparco (legittimi), Iofonte e Egesistrato, detto Tessalo (illegittimo). Ippia deteneva

1

il potere formale, come tiranno, Ipparco operava come mecenate per gli artisti. A Tessalo è da ricondurre la prima crisi della tirannia, datata

attorno al 514/513 (il parallelismo è anche cronologico), causata da una vicenda d'amore (che ricorda, mutatis mutandis, quella di Tarquinio

Sestio e Lucrezia): invaghitosi del giovane Armodio, che lo respinse, Tessalo negò alla sorella di questo un posto come canefora

(portacanestre) alle feste Panatenee; il restio Armodio, offeso dalla proibizione, ordì un complotto contro Ippia e Ipparco assieme ad

Aristogitone. I due congiurati assassinarono però soltanto il fratello minore, Ipparco, venendo poi trucidati a loro volta. Questa serie di

eventi portò ad una escalation di scontri che culminò con l’assedio portato ad Ippia dal re di sparta Cleomene I, nel 511/510 a.C., che ne

ottenne la resa.

Si può immaginare infatti che gli autori del colpo di stato antimonarchico, nell’elaborare un nuovo assetto politico, abbiano inteso separare

2

abbastanza nettamente il ruolo religioso da quello civile (il fas dallo ius), affidando ai magistrati soltanto quest'ultimo e ai sacerdoti il

primo, fatto con cui si spiega abbastanza verosimilmente la sopravvivenza del rex sacrorum, tramite il quale si poteva conservare ad sacra

l'antico rex: i magistrati avevano infatti una carica temporanea, inconciliabile con la sacralità perpetua del rex inauguratus e, in generale,

dei ministri religiosi (cionondimeno, ai magistrati, come vedremo meglio in seguito, spettava comunque consultare gli auguri o prendere

addirittura gli stessi auspici).

26

dei patrizi sia un fatto decisamente protorepubblicano, che andò inizialmente di pari passo con una depressione della classe plebea

e, in un secondo momento, si oppose tenacemente al sommovimento della stessa (i patrizi, insidiati nuovamente, come vedremo,

dalla “classe media” in ascesa, avrebbero ossia ben pensato di costruirsi un’immagine di spessore secolare volta a dimostrare la

continuità del loro dominio, che, tuttavia, ben poco riscontro avrebbe trovato nel reale trascorso).

Senza dubbio, però, la trasformazione effettiva della costituzione in senso repubblicano, al netto della violenza della rivolta, si è

configurata come un processo assai più lento di quello che la tradizione lascia ad intendere. Probabilmente, nei primi anni dopo la

rivolta, Roma fu in balia di forze avverse e dai contorni non definiti: Porsenna, i Vibenna, Aristodemo di Cuma sono i personaggi

che la stessa tradizione nomina in relazione a questo periodo che presumiamo di transizione, i quali tentarono si estendere il proprio

dominio su una città ancora debole dal punto di vista politico. Centrale, senza dubbio, per lo sviluppo del regime repubblicano a

Roma, fu la battaglia di Aricia (506/504 a.C circa), che segnò il declino del dominio etrusco sul Lazio, principale freno

all’emancipazione repubblicana della Roma appena uscente, e ancora debole, dalla stagione dei re. La città campana di Cuma, che

già aveva arrestato la corsa degli Etruschi nel 524, aveva intanto esteso il suo dominio in Campania, e costituiva perciò il più grande

intralcio ai progetti etruschi di accesso al litorale campano, molto attivo da punto di vista del commercio navale (la colonia cumana

di Neapolis [Napoli], vicina a Capua, ne era il principale porto). Lars Porsenna, re della città etrusca di Chiusi, che aveva intenzione

di prendere Cuma, spedì suo figlio Arrunte ad assediare la roccaforte di Aricia, uno dei principali ostacoli all'avanzata verso sud degli

Etruschi. Gli Aricini, che riusciranno a resistere a lungo grazie alle loro formidabili mura, chiesero aiuto proprio al generale cumano

Aristodemo (campione della battaglia del 524), che, giunto ad Aricia, sconfisse Arrunte (che morì) in uno scontro campale, assieme

agli alleati di Aricia appartenenti della Lega latina (Tusculum, Lanuvium, Ardea, Tibur, Cora). Come si è detto, il successivo e

definitivo colpo alla già barcollante compagine etrusca le sarebbe stato inferto, un trentennio dopo, nella battaglia navale di Cuma

(474), da Ierone I (a questa altezza, Roma si era orma destata).

Il problema storiografico

Le fonti più articolate in merito a tali questioni sono costituite dai Fasti, ossia le liste dei magistrati eponimi della Repubblica (perciò

detti “Fasti consolari”). Già questo è fonte di perplessità, giacché il computo cronologico dei Romani era assai differente dal nostro,

che ricorriamo ad una datazione assoluta, che prende avvio cioè da un preciso evento storico, per quanto anche questo sia, di fatto,

soltanto presunto (nel nostro caso la nascita di Cristo ). I Fasti ci sono giunti sia attraverso la tradizione letteraria (Livio e Diodoro

3

Siculo), sia attraverso alcuni documenti epigrafici, ma, in ogni caso, non si ha sicurezza sull’attendibilità di quelli elaborati prima del

300 a.C., il che si traduce nella mancanza di appigli sicuri per la storia arcaica, sulla cui evoluzione però si hanno soltanto fonti

risalenti, com’è naturale, a molto prima di questa data, alle quali gli stessi storici posteriori hanno poi fatto riferimento. I Fasti più

importanti sono i cosiddetti Fasti Capitolini, cosi chiamati perché conservati nei Musei Capitolini di Roma, siti sul Capidoglio: si

tratta di una grande iscrizione incisa sulle pareti dell'Arco di Augusto, presso il Foro, il cui originale, conservato nei musei suddetti,

ci è giunto solo in parte, tuttavia disponiamo di copie realizzate già nell'antichità.

Sui Fasti Capitolini è modellata una cronologia (detta “lunga”, poiché tenderebbe a retrodatare gli eventi) elaborata negli ultimi anni

della Repubblica, in particolare dall'erudito Marco Terenzio Varrone (e per questo motivo spesso chiamata «varroniana»): in base a

tale cronologia la fondazione di Roma è stata fissata al 753 a.C. (si è detto secondo quali calcoli) e il primo anno della Repubblica al

509 a.C., ma, senza dubbio, queste date sono puramente convenzionali, e probabilmente le più lontane dal vero. La cronologia

varroniana porta infatti qualche sfasatura con altre cronologie, il che rende difficilmente assimilabile, ad esempio, le date degli eventi

della storia romana a quelle largamente accettate per la storia greca: lo storico greco Polibio (200-118 a.C.) pone in sincronia il sacco

di Roma da parte dei Galli e la conclusione di una pace generale tra le maggiori città greche, nota come “pace di Antalcìda”, ma

questo vuol dire che il sacco gallico non deve essere datato al 390 a.C., come vorrebbe la cronologia varroniana, bensì al 386 a.C,

come nella cronologia greca (ripresa anche da Tito Livio e detta “media”, perché tende ad abbassare tendenzialmente la datazione

rispetto a quella “lunga”, varroniana); oltretutto, secondo un’altra lista (che propone una datazione “corta”, in quanto abbassa

ulteriormente la datazione, e pare la più vicina al vero: è stata ripresa e, parzialmente anche falsata da Diodoro Siculo), tale evento

deve essere avvenuto invece intorno al 381 a.C.

Le incongruenze tra le diverse versioni dei Fasti, l'inserimento di alcuni anni di anarchia, di altri in cui la funzione eponima venne

assolta da un dittatore, la comparsa fra i consoli eponimi della prima metà del V secolo a.C. di diversi personaggi con nomi di gentes

plebee (mentre sappiamo da alcune fonti che il consolato, almeno fino al 367 a.C., fu strettamente riservato ai patrizi) hanno suscitato

diversi dubbi sull'attendibilità di tali liste, almeno per la fase più antica. I nomi patrizi che ricorrono più frequentemente nei fasti

consolari, sino alla fine della Repubblica e oltre, sono: Claudi, Corneli, Emili, Fabi, Giuli, Manli, Sulpici, Valeri. Questi, tuttavia,

sono anche attestati in ambito plebeo. Per spiegare la questione delle gentes plebee sono state proposte ben tre ipotesi: 1) che vi

fossero gentes omonime patrizie e plebee; 2) che il patriziato abbia ottenuto il monopolio sulle magistrature solo alla metà del V

secolo, e che quindi la plebe avrebbe potuto accedervi anche frequentemente prima di questo momento; 3) che i confini tra patriziato

e plebe non fossero affatto delineati, ipotesi che sembra la più verosimile. Mentre i patrizi avevano delle strutture abbastanza

compatte, i gruppi non patrizi avevano, a questa altezza storica, una composizione molto eterogenea, che si sarebbe appianata soltanto

nella prima età repubblicana. V’era certamente la bassa plebe, non ammessa all’esercito (extra classem), così come un gruppo di

clienti dei patrizi, che magari li accompagnavano in guerra, ma anche un gruppo di rango e posizione economica elevata (di origine

“plebea”, testimoniata dai loro cognomi), costituitosi già negli ultimi anni della monarchia, che, ad esempio, poteva accedere anche

Sarebbe stato Dionigi il Piccolo, un monaco originario della Scizia vissuto tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., a determinare la

3

data di nascita di Gesù, collocandola nell'anno 753 dalla fondazione di Roma, introducendo con ciò l'uso di contare gli anni a partire da

tale data (da cui l’espressione molto diffusa Anno Domini): egli riportò gli avvenimenti che la seguivano prendendola a riferimento, mentre,

per quelli che la precedevano, la computazione era ab orbe condito. In realtà, dacché i Vangeli collocano la nascita di Cristo negli ultimi

anni del re Erode il Grande, essendo generalmente datata la morte di questi nel 4 a.C., la nascita di Gesù deve essere occorsa quantomeno

tra il 7 e il 4 a.C., con buona pace di ogni pretesa d’assolutezza. 27

al senato in virtù di questa posizione, andando a formare le fila dei cosiddetti conscripti, gli “aggiunti”, gli “scritti assieme ai patres”

nelle liste senatoriali redatte dai consoli (conscripti sarebbero stati chiamati anche i senatori effettivamente plebei in piena età

repubblicana, oltre il 312 a.C.): l’organo di rappresentanza patrizia, dunque, a questa altezza storica, era in pratica contaminato da

elementi plebei o, comunque, non strettamente patrizi, a testimonianza del fatto che, poco prima del passaggio al regime repubblicano,

il fronte aristocratico era in perdita (e, di nuovo, non a caso i monarchi etruschi vengono presentati come favorevoli alla plebe), una

debolezza che sarebbe stata recuperata nel cinquantennio successivo a scapito della plebe, verso la quale sarebbero stati respinti gli

emergenti conscripti, i quali, per tutta risposta, si sarebbero man mano presi carico della plebe sotto il rispetto politico, cementandosi

con essa e tornando, mercé di questa, come vedremo, a inserirsi nuovamente nella struttura amministrativa .

4

Quindi, non sarebbe opportuno rigettare in blocco la credibilità dei Fasti, o quantomeno non ci è lecito di abbandonare di colpo ogni

elaborazione storiografica che su di essi si fondi. Nonostante questi scarti, infatti, la datazione varroniana ha assunto sin dall'antichità

un valore canonico (difficilmente infatti si troveranno, in un apparato scarsamente critico ed analitico, anche solo dei riferimenti ad

una cronologia diversa), tanto che son rimaste valide anche nella storiografia moderna (anche noi l’abbiamo sin qui utilizzata, e

continueremo a farlo per motivi di praticità e, appunto, di convenzionalità).

La scarsa sicurezza della datazione e delle informazioni a nostra disposizione sugli avvenimenti della Roma arcaica e

protorepubblicana è dovuta massimamente al fatto che la città, fino al IV secolo, era sì la città più importante del Lazio, ma di gran

lunga trascurabile dal punto di vista delle città italiote e siceliote della Magna Grecia, già più fiorente: l’occorrere sacco di Roma da

parte dei Galli, nel sud della penisola, non doveva essere altro che una delle tante notizie circa l’avanzata dei Galli, che, nel complesso

era assai più importante. Il margine d’errore nella datazione, come si è anticipato, diminuì gradualmente intorno alla fine del IV

secolo, ossia intorno al 300 a.C., in cui la Roma repubblicana aveva già ampiamente preso forma.

Ci si dovrebbe rifiutare di procedere «all'immediata ed apparentemente ovvia esigenza di interpretare su un piano di contemporaneità la

4

bipolarità “patriziato-plebe”. Partendo invece dal carattere aristocratico della città arcaica sì potrà evitare di dover di inseguire una

monogenesi di tutte le aree sociali ai margini – talvolta anche alle dipendenze – di tale aristocrazia. Di fronte al carattere unitario ed

unificante (ai fini del processo di formazione della città) di quest'ultima si verrà, così, a porre un processo graduale di unificazione di entità

e di gruppi diversi fra di loro anche eterogenei che troverà il suo compimento solo nella prima età repubblicana» (LSD, p. 55).

28

La costituzione repubblicana

Di seguito l’esposizione dell’ordinamento della Repubblica romana matura, così come filtrato dalle fonti. Si ha ragione di credere

che esso non fu architettato ex nihilo e reso immediatamente vigente, ma che, al contrario, sia stato il prodotto di uno shaping più o

meno omogeneo, senza dubbio scarsamente intenzionale o teleologico, innanzitutto per tutto quanto s’è detto, e, in secondo luogo,

per il fatto che molti istituti furono mutuati – benché trasfigurati, come vedremo meglio – dallo stesso ordinamento monarchico.

Alcuni storici tendono persino a sostenere che la costituzione repubblicana sia stata normalizzata soltanto all’indomani del

Decemvirato del 450 a.C., allorché venne elaborato il codice scritto delle XII Tavole, in cui effettivamente si dispone l‘ordinamento

che esporremo, o, persino, dopo la promulgazione delle leggi Licinie Sestie (367 a.C.), ma senza dubbio il processo di definizione è

cominciato molto prima. In ogni caso, pur non avendo ancora colmato né il vuoto di conoscenza circa la prima età repubblicana, in

cui di fatto presero forma tali istituzioni, né quello delle età successive, in cui esse declinarono secondo tempi e modalità più o meno

omogenee, ne descriviamo già qui l’articolazione, in modo che ciò funga da modello orientativo. Come si vedrà, infatti, molti saranno

i riferimenti ad avvenimenti che non sono stati ancora trattati sotto il profilo cronologico e narrativo, ma, del resto, se non esponessimo

l’ordinamento e procedessimo con la semplice narrazione della storia, limitandoci magari a frammettere riferimenti a questo, ci

troveremmo pur sempre – e forse maggiormente – disorientati, in quanto, come si potrà appurare nelle pagine seguenti, la gestione

della Repubblica fu affare affatto complesso, e altrettanto lo furono i rapporti di forza tra i vari attori repubblicani. Si tenga presente

che, com’è naturale, le vicende interne e quelle esterne furono strettamente interconnesse, ebbero una reciproca influenza, quindi

qualsiasi prospettiva che tenda a separare tali ambiti, come pure la nostra, non può che essere riduttiva da un punto di vista della

comprensione progressiva e lineare della complessiva evoluzione degli eventi e delle istituzioni, ma, allo stesso tempo, una

presentazione eccessivamente narrativa di tali sviluppi potrebbe risultare confusionaria, per cui ci appare definitivamente più

prudente proseguire sulla nostra via e consigliare un percorso di lettura comparativo, che beneficerà certamente anche dei riferimenti

incrociati che porteremo.

Uno schema

Innanzitutto, chiariamo – al fine di evitare equivoci, anche con altri frangenti del presente lavoro: lo si rammenti quindi sempre, nel

corso dello studio, come criterio orientativo – che, ciò che, al termine dell’analisi, apparirà come un complesso sistema

amministrativo, in primo luogo, non fu tanto complesso e articolato ab origine, e che, in secondo luogo, non fu affatto un sistema

amministrativo in senso stretto. Diremo, infatti, parlando della macchina amministrativa imperiale, che, in confronto, l’insieme dei

poteri repubblicani (che ci accingiamo ad analizzare) non era stato altro che una sinergia di intenti e azioni, che avevano preso vita

all’interno di forme costituzionali perennemente in fieri (e di questo ultimo carattere si potrà avere ampiamente saggio), piuttosto

che un sistema amministrativo razionale e centralizzato, come appunto, invece, quello imperiale (e come quelli a cui, al giorno d’oggi,

siamo abituati). Comunque, all’interno di questo embrionale sistema vi erano almeno tre tipologie di istituti, qui di seguito esposte

nello stesso ordine secondo il quale ci occuperemo, nelle pagine seguenti, dei loro caratteri:

• magistrati maggiori

• magistrati minori

• assemblee

Tra i magistrati maggiori troviamo i consoli, i censori, i pretori (ordinari e permanenti), e il dittatore (straordinario), i quali

disponevano – ad eccezione dei censori – di imperium (ossia di poteri che andavano dal comando militare alla potestà giudiziale,

dalla convocazione delle assemblee all’emissione di editti: poteri massimamente detenuti dai consoli, rispetto ai quali gli altri

magistrati erano sempre su un piano minore), di cui era segno inequivocabile – anche qui, ad eccezione dei censori –

l’accompagnamento da parte dei littori (servitori civili, individuati dal classico fascio, in cui innestavano una scure, sebbene non

potessero portarla all’interno del pomerio, almeno in tempo di pace [domi], su cui si veda oltre ), che avevano il compito di

5

proteggerli, oltre a ciò erano titolari degli auspicia maiora e in grado di entrare in trionfo all’interno del pomerio (cioè a capo

dell’esercito), benché soltanto allorché la vittoria militare fosse avvenuta sotto i propri auspici. Come ulteriori segni distintivi,

indossavano la toga praetexta (un abito bianco intessuto con orlo di lana purpurea, usato anche dai sacerdoti), avevano diritto alla

sella curulis (il caratteristico sedile pieghevole a forma di “X”, ornato d'avorio, che portavano assieme con loro) e detenevano lo ius

imaginum (ossia il diritto di tenere in casa le immagini, i ritratti dei propri avi, sotto forma di statuine: il che voleva anche dire che

erano soltanto patrizi, almeno in un primo momento, come vedremo).

Tra i magistrati minori enumeriamo gli edili curuli e plebei, i questori, i tribuni della plebe i membri di altri collegi ausiliari

(vigintisexviri). Questi magistrati non disponevano di imperium (pertanto non erano accompagnati da littori), ma della sola potestas,

cioè di un potere pubblicamente riconosciuto (diritto di comminare multe, pignorare, emanare decreti minori, opporre veti), erano

inoltre titolari degli auspicia minora.

Tra le assemblee troviamo il senato, i comizi curiati, i comizi centuriati, i comizi tributi, i concilia plebis. Su queste ci riserviamo di

non spendere parole introduttive, anzitutto perché alla maggior parte di esse si è già fatto accenno in precedenza, sebbene, come si

vedrà, molto altro vi sarà ancora da aggiungere, e, in secondo luogo, per non ispessire eccessivamente e, soprattutto, sterilmente,

questo breve prologo.

Tito Livio scriveva di loro: «A me non dispiace la teoria di quelli che sostengono che [l'uso dei dodici littori sia stato] importato dalla

5

vicina Etruria (da dove furono introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questa tipologia di subalterni, quanto il loro stesso numero.

Essi credono che ciò fosse così per gli Etruschi poiché, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un

littore» (Ab Urbe condita libri CXLII, I, 8) 29

Le magistrature maggiori

Si tenga qui presente, come criterio orientativo, che a Roma le cariche pubbliche non erano retribuite e perciò spesso imponevano a

chi le rivestiva ingenti spese (solo i pretori e i consoli, che riuscivano a portare a termine una vittoriosa campagna militare, potevano

trarre vantaggio – per lo più però in modo disonesto, ma, ciononostante, non sempre accadeva – dalla preda bellica), tant'è che molti

non riuscivano a superare i primi gradi magistratuali. Si consideri che gli oneri finanziari scaturivano anche dalle incombenze della

campagna elettorale, che, nei fatti, era vinta da chi disponeva del maggior numero di clienti fedeli, determinanti nei voti comiziali,

ma costosi da mantenere. Il censo – per quanto concerne i primi anni repubblicani, più che di “censo” in senso stretto, è opportuno

parlare di “stato patrimoniale”, ché la ricchezza si misurava sui possedimenti di terre – era dunque molto determinante in questo

senso. Ma si consideri anche che, per ben amministrare la Repubblica, era necessaria una certa formazione politica, che poteva essere

assicurata soltanto, al netto di talenti individuali, nelle famiglie più in vista. La Roma repubblicana fu fatta grande dall’aristocrazia,

cioè da un’oligarchia, che controllava le maggiori magistrature, e questa sua forma classica crollò proprio quando le aristocrazie

dovettero lasciare il posto a nuove forme di gestione del potere, queste a profilo individuale.

Il consolato

Pare assai verosimile che, come accennato, il processo di acquisizione dei poteri da parte dei consoli non sia stato improvviso, ma,

allo stesso tempo, nemmeno si può pensare che vi sia stato uno sviluppo continuo e omogeneo, ché, come vedremo, tali poteri

avrebbero preso ad essere progressivamente distribuiti anche tra diversi altri magistrati, dal che si evince che vi debba esser stato un

frangente, per quanto ristretto, magari nei primi anni repubblicani, in cui i consoli li abbiano ottenuti e detenuti nel loro complesso

(secondo la tradizione, assai più netta, invece, essi ne disposero completamente sin dal principio).

Ai consoli, aventi la carica più alta tra le magistrature maggiori (erano perciò eponimi) ed eletti annualmente dai comizi centuriati

(l’elezione avveniva in novembre [con la riforma sillana, nell’82 a.C., sarebbe stata anticipata a luglio], mentre i poteri erano assunti

alla mezzanotte del 31 dicembre per scadere al 31 dicembre successivo ), spettava in massimo grado l’imperium (imperium maius),

6

che prevedeva la competenza su ambiti quasi illimitati, o meglio indefiniti. Nel 151 a.C. sarebbe stato approvato un plebiscito col

quale si sarebbe impedita l’iterazione della carica consolare (de consulatu non iterando), ma avrebbe avuto deroghe (Gaio Mario

avrebbe ricoperto la carica per 5 anni consecutivi tra il 104 e il 100 a.C.), e sarebbe poi stato cassato da Silla, con la sua riforma

costituzionale (nell’82 a.C.).

Essi esercitavano la suprema potestas in pace e in guerra (domi militiaeque), per cui distingueremo tra funzioni detenute in tempo di

pace (domi) e funzioni belliche (militiae).

• Durante il tempo di pace (domi) non si potevano portare armi all’interno del pomerio, cioè esercitare entro il suo tracciato

l’imperium militiae (che valeva comunque al di fuori di tale limite), per cui ai consoli spettava, sotto il rispetto dell’esercizio

della forza, soltanto il mantenimento dell’ordine in città e la gestione della giustizia civile e criminale: esercitavano in questo

senso la coercitio, in quanto possedevano lo ius coercitionis, un potere fondamentale che consisteva nella facoltà di

reprimere qualsiasi forma di sedizione o di lacerazione dell'ordine pubblico . In questo senso, i magistrati esercitavano

7

funzioni di polizia (erano perciò anche detti iudices), infliggendo pene che andavano dalla multa pecuniaria al carcere, dalla

fustigazione alla condanna a morte, in quest’ultimo caso non senza processo (salvo particolari casi, come quello di flagrante

lesa maestà). I consoli avevano inoltre il potere di convocare le assemblee, ossia il senato (ius agendi cum patribus), i comizi

curiati e comizi centuriati (ius agendi cum populo), che avevano cura anche di presiedere, la cura del censimento e la scelta

dei senatori (compiti poi delegati ai censori), la facoltà di emanare edicta politici (ius edicendi) e nuova legislazione, la

facoltà di sovrintendere persino alle manomissioni (liberazioni di schiavi), nonché quella di gestire il denaro pubblico.

Avevano inoltre titolo di assumere gli auspicia maiora, condizione fondamentale nell’esercizio dell’imperium. Potevano

infine avvalersi dell’assistenza dei principes civitatum (senatori di rango consolare, che formavano un ristretto consilium);

• In guerra (militiae) i consoli esercitavano l’imperium militiae, ossia avevano il comando dell’esercito e la relativa

responsabilità su di esso (potevano essere poi incriminati per una mala gestione: si mossero, in questo senso, principalmente

i tribuni della plebe), che era la principale funzione, nonché la facoltà di indire leve (dilectus), disposte con senatus

consultum, la facoltà di nominare i tribuni miltum , di imporre tributi e di impiegare, nell’interesse pubblico, il bottino di

8

guerra.

Insomma, a ben vedere, il console disponeva di tutti i poteri del rex (ma era privo di un’accentuata sacralità, come si è detto, benché

titolare di auspicia). Per quanto riguarda l’esercizio congiunto dell’imperium da parte dei consoli, si ricorse a diversi sistemi di

mediazione, in particolare: il turno, mensile per la gestione degli affari civili e giornaliero per il comando militare, nel caso in cui

Fatta salva la possibilità di ottenere una proroga, in caso di necessità, o di essere ancora adoperati come proconsoli, un’eventualità riservata

6

anche ai pretori (vedi il § Il governo, a p. 58). Si tenga altresì presente che se un console moriva durante il suo mandato si eleggeva un

sostituto, che era chiamato consul suffectus, in attesa del nuovo canonico conferimento annuale.

«Al riguardo, bisogna osservare che, proprio per l'assenza in Roma del principio di legalità (per cui nessuno può essere punito se non per

7

un comportamento individuato in una norma generale ed astratta: nullum crimen sine lege), la coercitio del magistrato poteva, in astratto,

esercitarsi indipendentemente dall'individuazione normativo-legislativa delle fattispecie criminose, purché venisse rispettato – sul piano

della procedura – il limite costituzionale della provocatio ad populum» (LSD, p. 204). Della provocatio ad populum ci occuperemo

nell’ultima parte del paragrafo.

I tribuni furono, sin dall’età regia, i coadiuvanti dei consoli nella gestione dell’esercito (in età romulea erano i capi delle tribù, quindi

8

nella legione ve n’erano tre). In età repubblicana v'erano sei tribuni (come si è detto, l’esercito consolare protorepubblicano era nato dalla

duplicazione della legione romulea) per ogni legione (uno di rango senatorio, detto laticlavius, e cinque di rango equestre, detti

augusticlavi) aventi autorità a coppie di due per due mesi ed esercitandola in alternanza di giorno in giorno o dividendosi le mensilità.

30

fossero entrambi impegnati sullo stesso fronte e con lo stesso esercito, e la spartizione di previo accordo, o il sorteggio, di taluna

delle sfere di esercizio individuale (provinciae) delle comuni competenze (in ogni caso però i consoli non potevano accordarsi per

assumere l’uno il governo civile, l'altro il comando militare, entrambi avevano da sostenerli). Al console, che presiedeva il senato, i

comizi centuriati e i comizi curiati, da lui stesso convocati, spettava anche la nomina (creatio) dei successori e dei magistrati di rango

inferiore (a cui l’imperium era conferito poi dai comizi curiati, con la lex curiata de imperio), edili e questori, attraverso l’accettazione

e la proposta delle candidature all’assemblea centuriata, che procedeva all’elezione (designatio), a cui seguiva la proclamazione

(renuntiatio). Il dittatore era invece scelto e nominato autonomamente dai consoli, seguendo indicazioni del senato.

I limiti di questa magistratura, dotata di tanto potere, erano costituiti, in primo luogo, dall’annualità, cioè dalla temporaneità, in

secondo luogo, dalla collegialità, ossia dal reciproco controllo da parte dei due magistrati (ognuno disponeva per intero del potere,

ma la sua azione poteva essere inficiata dall’altro, per mezzo dell’intercessio, un veto), e, in terzo luogo, dal “controllo” da parte

delle altre magistrature maggiori, anch’esse dotate di imperium, ma comunque al console subordinate.

Si tenga presente, inoltre, che era norma tassativa di diritto pubblico che, qualora i magistrati supremi si fossero allontanati per

qualsivoglia motivo da Roma per più di un giorno, avrebbero dovuto lasciarvi un rappresentante, il praefectus Urbi, per

l'amministrazione della giustizia.

La provocatio ad popolum

Al fine di limitare l’azione dei consoli, non da ultimo, era altresì nelle possibilità dei cittadini di “appellarsi al popolo” (provocatio

ad populum), ossia di ricorrere ai comizi centuriati (per popolus, lo ricordiamo, si intendeva essenzialmente la cittadinanza in armi)

9

al fine di inficiare una disposizione del console – ma anche degli altri magistrati dotati di imperium, come vedremo – reputata lesiva

e ingiusta. Tuttavia, la provocatio si poteva invocare solo nei confronti dell'esercizio dell'imperium domi, e non di quello militiae

(insindacabile), e pertanto soltanto all’interno del pomerio (per simboleggiare questo mutamento, superato il pomerio i littori

rimuovevano le scuri inserite nei fasci littori) o, al massimo, entro 1000 passi da questo: superato tale limite si entrava completamente

nel campo dell’imperium miliatiae. Era completamente esente dalla provocatio, o almeno lo sarebbe stato fino al 300 (vedi infra), il

dittatore, in quanto esercitava costantemente, anche all’interno del pomerio, l’imperium domi militaeque, come vedremo, assieme ai

magistrati straordinari (come i decemviri legislativi). La provocatio non era valida 1) per fatti compiuti da uno straniero, da uno

schiavo o da una donna, soggetti non tutelati poiché non ammessi ai comizi (curiati o centuriati) che li avrebbero poi dovuti giudicare;

2) nel caso di illeciti che rientravano nella sfera del sacro (in quest’ultimo campo si sarebbe poi cambiata rotta, ammettendo la

provocatio); 3) nei casi (soltanto in essi) di flagrante perduellione (lesa maestà) .

10

La provocatio doveva tutelare il cittadino leso dall’autorità del magistrato: costui infatti poteva procedere coattivamente (coercitio),

in virtù dell’imperium, contro chi ostacolasse l’esercizio di quest’ultimo, e tuttavia lo faceva spesso in modo arbitrario e pretenzioso.

Non si trattava però di un “appello al popolo”, come se si configurasse un secondo grado di giudizio, perché tale procedura si

opponeva non al giudizio del magistrato, ma all’abuso del suo imperium, cioè ad un atto di amministrazione, e non di giurisdizione

(pertanto fu il console, piuttosto che altri magistrati, ad esserne maggiormente colpito). La provocatio inoltre era ben distinta

dall’intercessio del tribuno della plebe (di cui parleremo), che si qualificava invece come una vera e propria potestas, pur antitetica

all’imperium, ma poggiante su presupposti diversi (si consideri, inoltre, che il potere del tribuno, dal canto suo, era persino esente

dalla provocatio ad populum).

In merito all’introduzione della provocatio, si hanno tre riferimenti nelle fonti, ossia si citano tre leggi de provocatione: la prima è

attribuita al console Publio Valerio Publicola, che avrebbe fatto approvare una lex Valeria (509), istituendo di fatto provocatio ad

populum; la seconda è attribuita ai consoli L. Valerio Potito e M. Orazio Barbato, proponitori di un lex Valeria Oratia de provocatione

(449) – facente parte di un pacchetto tricipite (leggi Valerie Orazie), che includeva anche l’equiparazione (che, se vi fu, fu soltanto

nominale) dei plebisciti alle leggi centuriate e il riconoscimento della sacrosanctitas ai tribuni e agli edili – che avrebbe vietato la

futura creazione di magistrature esenti da provocazione; la terza, incontestabilmente storica, è attribuita al console Marco Valerio

Corvo, anch’egli appunto autore di una lex Valeria de provocatione (300), grazie alla quale la provocatio assumeva un’efficacia

ancora maggiore (la legge dichiarava come «meritevole di riprovazione» l'atto del magistrato che avesse fatto fustigare e uccidere un

cittadino in mancanza di provocatio), andando ad interessare quindi anche il dittatore, che prima ne era esente: la competenza sui

processi penali di natura politica fu così completamente trasferita dai magistrati all’assemblea popolare. In ogni caso, anche se si

volessero avanzar dubbi sulla storicità delle prime due leggi (che alcuni considerano retroproiezioni della terza), si dovrebbe

considerare: in merito alla prima, che è comprovato che l’istituto della provocatio fosse precedente al Decemvirato e alle leggi delle

XII Tavole, in quanto queste, che non furono “costituenti”, la registrano; in merito alla seconda, che, in fondo, l’unico scrupolo

potrebbe essere quello di considerare il fatto che sia stata attribuita (carattere comune a tutti e tre i provvedimenti) ad un membro

della gens Valeria, il che potrebbe essere effettivamente frutto di un’interpolazione (la stessa considerazione vale per le leges Porciae,

anch’esse concernenti la provocatio, in merito alle quali si deve anche dire che, se ancora agli inizi del II secolo si sarebbe discusso

di provocatio ad popolum, evidentemente le stesse leggi Valerie non avevano poi avuto grandissima efficacia), ma non sembra

comunque potersi affermare che le tre leggi non siano distinte.

La provocatio, inizialmente, al contrario di quello che si può pensare, non fu una tutela per la plebe contro i magistrati patrizi (ossia

per tutto il popolus Romanus), bensì, del tutto verosimilmente, si trattò di una garanzia voluta dagli stessi aristocratici (vedi nota 9)

Molto probabilmente, nel primo frangente repubblicano, la provocatio veniva portata ancora ai comizi curiati (che rappresentavano il

9

popolus originario), i quali, fin dall’età regia avevano provveduto alla giurisdizione criminale (a testimonianza del fatto che, come diremo,

la provocatio fosse inizialmente un istituto “aristocratico”). Nelle XII Tavole, però, tale compito fu assegnato ai comizi centuriati: un

trasferimento che è cifra della nuova importanza dell’ordinamento timocratico, alla quale abbiamo fatto più volte riferimento, sin dal

capitolo precedente, nonché del crescente peso della plebe, che nei comizi centuriati aveva un potere maggiore.

In tal caso, il console, come a suo tempo il re, delegava ai duoviri perduellionis il compito di incriminare il reo e metterlo direttamente

10

a morte (il reo era appeso ad un albero, a capo coperto, e battuto con verghe fino alla morte). A differenza dei quaestores parricidi, ausiliari

stabili dei consoli, i duoviri erano nominati caso per caso: non erano giudici, ma meri esecutori delle pene. 31

nei confronti dei propri magistrati, in modo da scongiurare la tirannide o il ritorno del regime monarchico. Della tradizionale

attribuzione al Publicola, dunque, pare esser rispondente alla realtà l’idea che la richiesta di tale tutela fosse stata avanzata da un

aristocratico, quale egli appunto era: seguendo la stessa linea interpretativa, si può evincere che il rinnovamento per mezzo delle

leggi a cui si è fatto accenno rispondesse all’esigenza di rendere più ampia ed efficiente la stessa provocatio, e più ampio il numero

di soggetti da essa tutelati (cioè un’estensione alla plebe), rispetto ad un tempo in cui essa era stata di appannaggio unicamente

aristocratico e il suo valore fattualmente spesso vanificato dalla violenta gestione del potere da parte dei magistrati. Del resto, si è

già anticipato che, più che un istituzionale secondo grado di giudizio, come potrebbe apparirci in un orizzonte legalista come il nostro,

la provocatio, al pari di altri istituti repubblicani (ma si può estendere la considerazione alle diverse forme istituzionali del passato),

sembra aver avuto un senso ed una genesi strettamente connessi all’evoluzione, spesso per nulla distesa, dei rapporti politici tra i

cittadini.

La pretura

Secondo Livio, l’istituzione (in realtà si tratterebbe, piuttosto, di una formalizzazione) della pretura risale al nel 367/6 (all’indomani

delle Licinie Sestie), come contropartita delle concessioni fatte dai patrizi ai sempre più esigenti plebei: gli aristocratici, ottenendo

esclusivamente per sé la pretura, mentre permettevano che i plebei divenissero finanche consoli, poterono gestire in autonomia ancora

a lungo la giurisdizione, principale occupazione del pretore (in tal modo iniziò ad essere eroso anche il monopolio pontificale sulla

giurisprudenza) . Solo nel 337 a.C. venne eletto pretore per la prima volta un plebeo, tale Quinto Publio Filone, che era già stato

11

invece console (339) e persino dittatore (lo stesso anno: in tale veste aveva emesso la lex Publilia Philonis de patrum auctoritate e

la lex…de plebiscitis).

Anche il pretóre era eletto, per un anno, dai comizi centuriati (presieduti per l’occasione, di regola, da un console): in principio le

elezioni si tenevano insieme con quelle dei consoli, poi si usò farle qualche giorno dopo. Il pretore era dotato di imperium, ma,

rispetto ai consoli, possedeva, come si è anticipato, una minore potestas, per cui era appunto detto conlega minor dei consoli (si

ricordi che, inizialmente, il console era detto praetor) ed anche soggetto alla loro intercessio (la quale era infatti possibile, in genere,

par maiorve potestas, ossia “per potestà pari o maggiore”) . Sembra che questo particolare assetto sia dunque l’evoluzione del tutto

12

peculiare di una configurazione presumibilmente protorepubblicana, a cui si è fatto accenno, che vedeva la presenza di un seppur

minimo grado gerarchico tra i membri di una presunta triade di praetores a capo della Repubblica. La trinità di tale collegio primitivo

potrebbe anche trovare conferma nel fatto che la pretura della Repubblica matura non fosse un organo collegiale, ma singolo, a fronte

della dualità del collegio dei consoli (il che appunto rimanda ai tre consoli-pretori), e che quindi il pretore fosse unico. La singolarità

del pretore rimase salda fino al 242 a.C., allorché, per esigenze impellenti legate allo sviluppo territoriale e politico romano, si

provvide a sdoppiare la carica: al praetor urbanus, responsabile della giurisdizione civile (ius dicere, vedi infra) fra i cittadini romani,

si aggiunse il praetor peregrinus, responsabile della giurisdizione tra i cittadini e i peregrini (gli stranieri), o tra questi ultimi stessi,

in quanto essi non rientravano nelle tutele del diritto civile romano. Non vi fu vera e propria collegialità tra i due pretori, ché, essendo

preventiva la determinazione dei loro impieghi, le provinciae, ciascuno di essi si trovava escluso da qualsiasi attività già assegnata

ad altro collega, ma il diritto di veto reciproco rimaneva ben saldo . Un atto di particolare rilievo era dunque quello dell’assegnazione

13

delle provinciae praetoriae, cioè delle competenze, degli impieghi, delle aree di interesse di tali magistrati, che aveva luogo ogni

anno, dopo le elezioni estive, in senato: dopo l'assegnazione dei maggiori comandi ai consoli (e, a partire da quando ve ne furono, ai

proconsoli, vedi nota 6), il senato procedeva all’assegnazione delle funzioni strettamene pretorie (giurisdizione) e dei comandi

militari rimasti vacanti ai futuri nuovi eletti (e, naturalmente, ai propretori, vedi sempre nota 6), mentre l'attribuzione effettiva ai

singoli magistrati, dopo l’individuazione delle provinciae, era effettuata mediante sorteggio. Vi furono anche occasioni in cui più

province vennero affidate, a discrezione, alla stessa persona: la pretura urbana unita alla peregrina, più comandi militari

contemporanei, assegnazione al pretore peregrino di funzioni extra. Tale regime sarebbe stato mutato dalla legge di Silla (81 a. C.),

in base alla quale, agli ormai 8 pretori (i 6 descritti in nota 13 più i 2 introdotti da Silla con tale provvedimento), sarebbero stati

affidati soltanto gli uffici giuridici (tribunali permanenti), mentre le amministrazioni provinciali sarebbero andate, sempre per

sorteggio, agli appunto 8 pretori dell'anno precedente (in qualità di propretori).

Per quanto riguarda l’imperium militiae, il pretore era quasi pari al console, per cui veniva incaricato dal senato del comando

dell’esercito, da solo o congiuntamente ai consoli, e disponeva delle stesse prerogative dei consoli (leve, giurisdizione militare, ecc.).

Il pretore era accompagnato da 2 littori in città (nel pomerio) e da 6 fuori, durante il periodo di pace, e perpetuamente da sei littori

durante il periodo di guerra. Per quanto riguarda l’imperium domi, cioè l’esercizio delle funzioni in tempo di pace, il praetor era

Ad ogni modo, possono avanzarsi, sulla genesi della magistratura, «varie ipotesi, in parte conciliabili l'una con l'altra e in parte

11

contrastanti: che la magistratura più antica sia stata la dittatura, sostituita poi dai tribuni militari e infine dai pretori-consoli, ai quali fin da

principio si sarebbe aggiunto il terzo con funzioni giurisdizionali; oppure che i pretori siano stati originariamente tre, tutti di pari grado, e

che nel 367 uno dei tre sia stato ridotto in posizione subordinata; o infine che il binomio costituito dal dittatore e dal maestro della cavalleria

si sia trasformato in una pretura-consolato a potere diseguale, per modo che la posteriore riforma del 367 non consisterebbe già nella

creazione della pretura minore, bensì nel raddoppiamento della maggiore secondo un nuovo principio di par potestas, restando la minore

al suo rango, ma mutando funzione» (Pretore, Treccani.it).

L’intercessio poteva venire anche da un tribuno della plebe, nella forma del veto, benché questi, non essendo un magistrato maggiore

12

(né un magistrato in senso stretto), avesse minore potestas: essendo, tuttavia, la figura del tribuno dotata di un potere del tutto particolare

all’interno panorama politico repubblicano, sostanziato da rivendicazioni di tipo politico, non era affatto raro che accadesse. Ci riserviamo

di non approfondire in questo frangente, rimandando al § Il tribunato della plebe, a p. 26).

Tale fattuale non-collegialità si sarebbe mantenuta anche con la creazione, nel 227 a.C., per l’amministrazione delle neoprovince di

13

Sicilia e di Sardinia et Corsica (che presero forma, come vedremo, a seguito della prima guerra punica, terminata nel 241), due praetores

provinciales, e ancora quando, nel 197 a.C., due ulteriori praetores sarebbero stati inviati nelle allora create province di Hispania Citerior

e Hispania Ulterior. Soltanto nel I secolo a.C si sarebbe determinata una certa collegialità tra pretore urbano e peregrino.

32

titolare di ius agendi cum patribus e ius agendi cum populo, che esercitava per convocare comizi in ordine alla nomina di magistrati

minori, ed assumeva gli auspicia maiora; non gestiva invece denaro pubblico e si limitava a compiere pochi atti legislativi ed

amministrativi, soprattutto in presenza del console in città.

Il pretore, come si è detto, aveva competenze specifiche in materia di giurisdizione (iurisdictio) civile (non si trattava di una delega

dei consoli, ma di un esercizio autonomo). Si tenga qui presente che il concetto moderno di giurisdizione si riferisce alla funzione

giudiziaria intesa nella sua completezza (in concreto: risoluzione delle controversie per mezzo di un processo), sotto il rispetto civile,

penale e amministrativo. La iurisdictio romana, che competeva al praetor, si riferisce, invece, esclusivamente ai processi privati (che

erano condotti secondo il sistema delle legis actiones o quello delle formulae, vedi infra) e comprende soltanto l'attività che il

magistrato svolgeva nella “fase in iure” del processo, quella istruttoria, ossia quella in cui si procedeva a determinare rettamente i

termini della controversia (cioè quali dei fatti affermati o negati dalle due parti venute in contesa sussistessero effettivamente e quali

conseguenze d’ordine giuridico scaturissero dagli stessi: in ogni caso, come vedremo, v’era l’utilizzo di un formulario [il che, in

forma sublimata, del resto avviene tutt’ora]), mentre la risoluzione della controversia (“fase in iudicio”) è demandata alla sentenza

di un giudice privato (di norma designato dal pretore, in accordo con le parti), che non costituiva, nella terminologia romana, esercizio

di iurisdictio, bensì di iudicatio: il giudice, raccolte le prove o costatatane la mancanza, emanava la sentenza. Si tenga presente che,

naturalmente, sia nel caso delle legis actiones che in quello delle formulae, la fase in iure (ossia “nello ius”, dove con ius si indica il

tribunale, inteso come luogo dove il magistrato esercitava, nel foro, sedendo sulla sella curulis, la sua attività giurisdizionale) si

distingueva da quella apud iudicem (ossia quella svolgentesi “presso un giudice” privato). Tuttavia, è opinione dominante che la

bipartizione non fosse originaria, e che inizialmente il giudizio fosse competenza del rex e dei magistrati supremi che gli succedettero:

non si sa, comunque, quali siano le ragioni e i tempi dell’introduzione del procedimento bifasico, comunque dovuta, con tutta

probabilità, all’eccessiva crescita degli impegni giudiziari gravanti su tali responsabili. Scendiamo, dunque, nel dettaglio.

Nella locuzione legis actiones il termine actio designa, in senso stretto, i certa verba (esemplate sulle leges formalmente valenti o

sui costumi giuridici – mores – attestati), con cui l’actor (l’attore, ossia la parte lesa che, cioè, nell’accorto rispetto del rituale, le

pronuncia, cioè agisce [actio] processualmente) indicava il diritto che intendeva far valere – e, eventualmente, la pretesa che sulla

base di tale diritto avanzava – nei confronti del vocatus (il convenuto, il chiamato in giudizio, ossia il titolare della situazione

soggettiva contrapposta), e quindi, di contro, anche le rispettive risposte di quest'ultimo (ossia quegli atti dialettici, ma formalmente

guidati, che costituivano la fase istruttoria dei processi): l’actio era dunque un’azione codificata e inderogabile, che aveva lo scopo

di investire il magistrato giusdicente del potere di autorizzare la nomina del giudice privato, che avrebbe risolto la controversia. Actor

e vocatus dovevano essere liberi, cittadini romani e sui iuris (si capisce, allora, quanti non erano titolati ad accedervi). Non v’era, in

questo senso, possibilità di prendere in considerazione situazioni giuridiche soggettive e peculiari (al più si procedeva ad adattare la

formula alle particolarità contingenti), ma ci si limitava al rispetto delle formule previste dal diritto cristallizzato – quindi

tendenzialmente immutabile – nei codici (le XII Tavole) e conservato, a lungo tempo quasi esclusivamente, dalla memoria dei

pontefici. Il sistema delle legis actiones si basò sul diritto di estrazione pontificale, il più antico, e sullo ius civile (contiguo, di fatto,

a quello), ossia, su quella parte del diritto romano derivato dai mores maiorum, sancito dalle XII tavole, dai responsa prudentium

(interpretazione pontificale e, poi, giuristica, ma questa già sul declinare del sistema delle legis actiones) e dalla successiva attività

legislativa (plebisciti, senatoconsulti, leggi comiziali) e contrapposto allo ius gèntium, ché questo, a differenza di quello, valente solo

per i cives Romani, e riguardava anche gli stranieri. Il mancato rispetto, anche minimo, della formula e dei gesti rituali avrebbe

comportato la decadenza della lite, inficiato l’intero processo. Il pretore fungeva, in questo senso, da mediatore, da garante della

correttezza del rito, e null’altro: non poteva creare nuovi modi agendi, cioè proteggere, come avrebbe fatto in seguito, con l’insorgere

dello ius honoràrium, nuove fattispecie giuridiche. Tale tipo di processo – quand’era ormai a pieno regime – si articolava soltanto in

5 riti processuali: secondo il giurista Gaio «si agiva lege in cinque modi: per giuramento, attraverso richiesta di un giudice (o di un

arbitro), per intimazione, per imposizione della mano, per presa di un pegno» . Soltanto il primo modo (legis actio sacramento) era

14

generale, cioè adatto alla maggior parte delle situazioni giuridiche, mentre gli altri erano speciali, ossia impiegati soltanto nei casi

fissati dalla legge; inoltre soltanto tre di queste actiones, ossia quelle per sacramentum, per iudicis arbitrive postulationem e per

condictionem (questa introdotta solo alla fine del III secolo), erano di carattere cognitivo, ossia meramente istruttorio, mentre le

restanti due, ossia per manus iniectionem e per pignoris capionem, erano di carattere esecutivo, cioè immediatamente irroganti pena

(legittimata direttamente dall’actio stessa, dai certa verba), spesso a seguito del mancato rispetto di una sentenza operata su una

iurisdictio cognitiva o, anche, addirittura, direttamente in prima istanza. La legis actio per manus iniectionem consisteva, per

l'appunto, nell'apprensione della persona del debitore, che veniva forzatamente condotto in iure, dinanzi al magistrato, dove l'attore

pronunciava i certa verba dell'actio, con i quali faceva valere la responsabilità personale del debitore stesso, che poteva essere, se

insolvente oltre, ridotto in schiavitù, venduto o persino ucciso. Il vocatus, in origine, non poteva difendersi in proprio, ma doveva

ricorrere ad un vindex, che, fungendo da garante, sostenesse, nelle forme del per sacramentum, l'illegittimità dell'esecuzione diretta.

Il creditore-actor era comunque privilegiato per il fatto che il vindex soccombente in tale nuova actio avrebbe dovuto esborsare il

doppio della somma per cui era stato chiamato in causa il debitore suo protetto. La legis actio per pignoris capionem, invece, avrebbe

potuto avvenire anche al di fuori del tribunale, benché subordinata all’actio dei certa verba, però, proprio per questo, ebbe

un’importanza assai ridotta. A partire probabilmente dalla metà del III secolo si venne invece permettendo al debitore di opporsi in

proprio all'esecuzione forzata. (non conviene, onde evitare improduttive digressioni, scendere ulteriormente nei particolari). Per

questi motivi, quella delle legis actiones fu una forma che si adattava abbastanza aderentemente alle istanze di una civitas dagli

orizzonti ristretti, chiusa in sé stessa, com’era la prima comunità romana.

La situazione cambiò con l’avvento, a partire dal III a.C., del processo formulare, più dinamico e aperto alle esigenze dei casi peculiari

– non più cioè ascrivibili al limitato range individuabile dalle actiones –, che andavano moltiplicandosi a dismisura (mercé

dell’espansione romana, che portava alla sempre più frequente interazione tra cives Romani e stranieri). Fulcro di questo nuovo tipo

di processo era il pretore: mentre le legis actiones, fisse per loro natura, erano pronunciate al cospetto del pretore ma fissate e

Rispettivamente: 1) legis actio sacramento (o per sacramentum); 2) legis actio per iudicis arbitrive postulationem; 3) legis actio per

14

condictionem; 4) legis actio per manus iniectionem; 5) legis actio per pignoris capionem. 33

conservate dai pontefici, le formulae erano stabilite annualmente – quindi modificate all’occorrenza, a seconda delle nuove esigenze

insorte – da un editto pretorio. L’editto del pretore era fonte di un nuovo tipo di diritto, il già citato ius honorarium, che cominciò a

svilupparsi (come si è accennato, su, tra parentesi) nella iuridisctio peregrina: si trova difficile pensare che i praetores romani –

rappresentanti, non lo si dimentichi, dei conquistatori – rispettassero, nell’esercizio delle loro funzioni, il principio della personalità

del diritto, quindi più verosimilmente intervennero sulle fattispecie giuridiche in modo abbastanza originale, con formulazioni

concepite (il che avveniva anche nell’azione del praetor urbanus) a misura dei disparati fatti a cui sarebbero state applicate (formula

in factum concepta) o richiamandosi latamente allo ius civile (che, nonostante tutto, era il sostrato, anche psicologico, della loro

azione). Nella fase in iure, accertate le istanze di actor e vocatus, si traducevano i termini della controversia nella formula, che era

poi alla base della fase apud iudicem, che si concludeva con la sentenza. Il sistema delle legis actiones avrebbe corso parallelamente

a quello dell’agere per formulas fino al 17 a.C., quando sarebbe stato formalmente abolito e soppiantato dal secondo – tranne che

per pochi casi –, dalla lex Iulia iudiciorum privatorum, emanata da Ottaviano Augusto.

A fronte, inoltre, dell'oralità delle legis actiones il processo formulare si caratterizzava per l'uso della scrittura (la scrittura delle

formulae). Questa nuova forma avrebbe dato grande slancio alla letteratura giuristica, che, sgravata sempre più dall’ingerenza

dell’ambiente pontificale, avrebbe potuto intervenire con una certa autonomia. Tale letteratura, così, giunse a stabilire una serie di

modelli normativi, che divennero punto di riferimento obbligato per la prassi e per la letteratura posteriore. I primi anni del II secolo

a.C. segnaronono dunque l'inizio di una riflessione giuridica che si portava consapevolmente al di là delle singole, concrete decisioni:

si definiscono dunque degli schemi letterari per la trasmissione del sapere giuridico e le forme della interpretazione a cui si

appoggiano gli interventi regolativi. A riguardo, abbiam detto, Cicerone, nel De oratore, individuava i tre modi in cui si manifestava

l'operare del giurista; il respondere, il cavere e l'agere (vedi il § Pontefici, a p. 19).

La dittatura

Il dittatore – in tempi prerepubblicani denominato magister populi (del popolo in armi, s’intende, il popolus Romanus) –, nella Roma

repubblicana, era una figura destinata a gestire una situazione di emergenza o di particolare necessità, sotto il rispetto politico, bellico,

amministrativo o finanche sacrale (rimaneva perciò in carica al massimo per 6 mesi, ma spesso il mandato cessava già prima, al

raggiungimento dell’obiettivo per il quale era stato scelto): poteva essere nominato, a seconda dei casi, come dictator optimo iure

creatus, ad esempio belli gerundi causa o seditionis sedandae causa, ed è la forma che l’ha consacrato nella storia, o come dictator

imminuto iure, in casi di specifica necessità, come ad esempio per l’organizzazione di festività o giochi solenni (feriarum o ludorum

faciendorum causa) o per particolari riti religiosi, da officiare in mancanza di consoli e altri magistrati (il praetor maximus che

avrebbe infisso i chiodi nel portale del tempio di Giove Capitolino potrebbe essere stato, tra le tante possibilità, proprio un dictator

imminuto iure, nominato clavi figendi causa).

Per questi scopi era dotato di summum imperium e di summa potestas, grazie ai quali si sostituiva totalmente ai magistrati (la sua era

pur una magistratura, seppur non collegiale), che pure restavano in carica, in posizione subordinata: era nominato da uno dei due

consoli, come si accennava, su proposta del senato e senza la mediazione dei comizi. La cerimonia di nomina (dictio), da parte del

console, officiata seguendo arcane pratiche rituali, accentuava la sacralità connessa a questa figura. Il console, nottetempo,

nell’assoluto silenzio, presi gli auspici del caso, dicit dictatorem, cioè lo nominava, e questo, a sua volta, prima che si facesse giorno,

doveva nominare il proprio ausiliario e luogotenente, il magister equitum (che poteva essere sollevato dall’incarico in qualsiasi

momento – per cui non c’era collegialità – mentre disponeva di un imperium simile a quello del praetor), infine il console, convocate

le curie, probabilmente soltanto a titolo simbolico, rogava egli stesso la lex de imperio, senza poterle dare corso, ossia senza creare

(creatio) egli stesso il dictator (che era appunto soltanto dictus, ossia scelto, indicato), assegnandoli così in via diretta l’imperium,

(secondo il principio per cui un magistrato non possa conferire ad un altro un imperium superiore al suo): il dittatore assumeva

l’imperium, così, senza creatio, in quanto era un potere non trasmissibile (si presume una sorta di investitura sacra).

Il carattere supremo del dictator era anche suggellato dall’accompagnamento di littori (sempre forniti di scure, in quanto il dittatore

non era sottoposto a diverso regime per l’imperium domi e quello militiae), il cui numero (24) era doppio rispetto a quello spettante

alla coppia di consoli. Oltre a ciò, almeno fino al 300 a.C. (lex Valeria de provocatione), non fu limitato in nessun modo dalla

provocatio ad populum, mentre non poté mai subire l'intercessio tribunicia. Poteva esercitare lo iustitium, con cui sospendeva

arbitrariamente l’amministrazione della giustizia civile e il tumultus, con cui chiamava alle armi senza le formalità necessarie. Allo

scadere del suo mandato, non rispondeva degli atti compiuti in carica.

L’istituto perse importanza con il trascorrere del tempo e mutate le condizioni politiche a Roma, tanto che i poteri del dictator, dictus

sempre meno di frequente, furono progressivamente ridotti e previsti sempre più possibilità di porre veti ad un potere prima

insindacabile.

La censura

In una società ormai organizzata in senso strettamente timocratico (ordinamento centuriato), l’accertamento periodico della

consistenza del patrimonio dei singoli cives era divenuto addirittura indispensabile per il funzionamento delle stesse istituzioni

politiche. Questo compito, svolto inizialmente dai pretori-consoli, passò a due censores nel periodo del cosiddetto tribunato militare

(intorno al 443 a.C.). È probabile, però, che la magistratura abbia acquisito identità definitiva soltanto in seguito, ossia a ridosso della

promulgazione delle Licinie Sestie (367).

Il censore non disponeva di imperium. ma di una potestas particolarmente incisiva, dovuta al ruolo eminente che ricopriva nella

società, quasi sacro (solo ai censori era concesso d’esser sepolti col manto purpureo, come gli antichi re, e, tra i censori, che

ricoprivano in senato il ruolo più autorevole, veniva scelto il princeps senatus): secondo Livio, tale imperium, condiviso con gli altri

magistrati maggiori, gli fu sottratto soltanto nel 434, un decennio dopo la creazione della magistratura, per mezzo di una lex Aemilia

(lex de censura minuenda), che, mentre estendeva la durata della magistratura a 18 mesi, ne sopprimeva, o almeno affievoliva,

appunto, l’imperium. «Potrebbe essere stata proprio l'inconsueta durata della carica a determinare, nel corso del processo di

stabilizzazione della censura come autonoma magistratura, un affievolirsi di alcuni dei poteri primitivi di cui erano investiti

34

globalmente i magistrati dell'antico collegio censorio, con esaltazione straordinaria delle competenze specifiche della dignità dei

censores ed una corrispondente pratica quiescenza […] dell’imperium originario, probabilmente dagli stessi non esercitato a causa

dell’attività svolta» (LSD, p. 169). I censori erano di norma eletti ogni cinque anni dai comizi centuriati, esclusivamente tra i senatori

che erano già stati consoli, poco dopo che i nuovi consoli assumevano l’imperium). L’investitura formale dei censori avveniva con

una legge centuriata de potestate censoria, a riprova dello stretto legame della magistratura con l’ordinamento centuriato, e non con

una lex curiata de imperio. Il censore, nell’esercizio delle sue funzioni, prendeva gli auspicia maggiori ed era dotato di alcuni degli

elementi di riconoscimento del magistrato maggiore, la sella curule e la toga pretesta, mentre mancavano l’accompagnamento da

parte dei littori ed alcune facoltà come la coercitio, lo ius agendi cum populo (se non per le operazioni di censimento) o cum patribus.

Appena incaricati, i censori emanavano un editto, la lex censui censendo, o formula census, col quale stabilivano la data del

censimento e i criteri del procedimento, in modo che tutti i cives fossero tenuti a recarsi alla contio, per denunciare il proprio status

(consci della possibilità di sanzioni, in caso di mendacità) . All’accertamento, eseguito imparzialmente (censere sta per “giudicare

15

senza vincoli, in piena libertà”) seguiva la distribuzione dei cives in classi e tribù, e l’assegnazione alle rispettive centurie. Ai censores,

data la loro imparzialità, spettava anche l’esercizio del cosiddetto regimen morum, ossia del giudizio a posteriori circa l’aderenza dei

cives al costume morale nel lustro passato, sul quale essi avevano competenza, che si concretizzava in una negativa nota censoria,

qualora questi fossero trovati appunto inadeguati, che produceva ignominia per il soggetto interessato, il declassamento nel ordine

centuriato o il trasferimento in una tribù a minor peso politico, o ancora, in casi peggiori, la privazione di diritti politici (voto ed

eleggibilità). Ai censori spettava anche il compito di procedere alla lectio senatus, ossia alla redazione – originariamente competenza

dei consoli – delle liste dei senatori: in pratica essi sistemavano in senato gli ex-magistrati che avevano esercitato nei cinque anni

16

precedenti alla loro elezione, allocandoli nei seggi rimasti vuoti, richiamavano i vecchi senatori e, eventualmente, inserivano i

cittadini che particolarmente virtuosi, escludendo unilateralmente dalla lista coloro che si erano dimostrati indegni del laticlavio dal

punto di vista morale: una pratica che fu formalizzata, a partire dal 312 a.C., da un provvedimento plebiscitario, la lex Ovinia.

Si segnala qui che, nell’espletamento di tutte queste funzioni, i censori realizzavano una collegialità perfetta, in quanto ognuno

doveva procedere necessariamente di comune accordo con l’altro (diversamente dai consoli, che potevano procedere singolarmente,

salvo l’intercessio dell’altro). Nessun magistrato ordinario poteva, d’altro canto, porre il proprio veto contro l’attività di un censore,

in virtù del principio della par maiorve potestas. Oltre a tutto ciò, i censori avevano anche responsabilità nella gestione di alcune

porzioni di ager publicus, che prendeva appunto il nome di ager censorius).

Chiudeva la magistratura dei censori (che poteva essere di 18 mesi pieni, o anche meno, naturalmente qualora si fosse portato già a

termine il censimento) il rito purificatore della lustratio, che conferiva valore legale alle operazioni compiute, concludendosi con i

suovetaurilia, un sacrificio che vedeva vittime un maiale, un ovino e un toro assieme (animali, si noti, legati alle condizioni materiali

dominanti nell'economia del Lazio primitivo), a dimostrazione dell’indubbia commistione – quasi un’identità – tra aspetti sacrali e

momenti istituzionali della vita costituzionale romana.

«Tutti i padri di famiglia erano, dunque, tenuti ad intervenire alla contio, che – presi gli auspici – si teneva nel Campo Marzio (l’equitum

15

census, cioè la redazione della lista dei soggetti a servizio di cavalleria, si teneva, invece, nel Foro). Nel corso della riunione gli intervenuti

dichiaravano le generalità propri e dei membri delle loro famiglie e denunciavano i propri averi: In epoca risalente, pare, solo gli immobili

oggetto di dominium o di mancipium siti nel territorio dell'ager Romanus con i relativi instrumenta (animali da soma e da tiro, servi), poi

anche tutte le altre ricchezze (le res nec mancipi). I beni dichiarati venivano stimati dai due magistrati che conducevano l'operazione con

la collaborazione di un consilium formato dai pretori e dai tribuni della plebe [...] e registravano i censiti in due ruoli, uno al fine di stabilire

l'ordinamento dei tributi l'altro per le leve e i comizi» (LSD, pp. 169-170).

i

Tali magistrati, in realtà, usciti di carica, s affrettavano, pur rispettando l'ordine di rango, ma senza alcuna sanzione formale, ad occupare

16

preventivamente i posti vuoti nella curia, qualora ve ne fossero, in attesa della conferma che sarebbe molto probabilmente venuta dalla

prossima coppia censoria. Gli era comunque riconosciuto, se non quello di votare, almeno il diritto di esprimere ed argomentare il proprio

parere, che non era affatto cosa da poco. Questo quadro ci ricorda come la reale pratica amministrativa fosse assai più fluida di quella che

si può descrivere in un’analisi generica dell’ordinamento repubblicano, per cui si deve tentare di non rappresentarsi una costituzione a cui

la classe politica aderiva, e doveva aderire senza scarto alcuno: piuttosto è prudente pensare che l’ordinamento della Repubblica romana

fosse – a differenza della maggioranza delle costituzioni contemporanee – un edificio in costruzione, in cui gli “istituti” e le “istituzioni”

spesso altro non erano che “prassi politiche”. 35

Le magistrature minori

Le edilità

L’edilità, istituto di genesi protorepubblicana (apparve a seguito della secessione dell’Aventino, la quale diede vita anche al tribunato,

vedi infra), inizialmente era affare soltanto “plebeo”: gli edili plebei erano due collaboratori dei tribuni ai quali erano affidate la

custodia degli archivi (in cui si conservavano le copie dei plebiscita, votati dai concilia plebis, di cui si parlerà in seguito) e la gestione

del tesoro depositati presso il tempio (aedes, da cui il nome) di Cerere, Libero e Libera sull'Aventino, centro principale del culto della

plebe. Non si è qui ancora parlato (ma avremo modo di farvi più volte riferimento) del Decemvirato, ossia di quel biennio (451-449)

tradizionalmente ricordato per l’elaborazione del codice legislativo romano, delle cosiddette leggi delle XII Tavole (un codice fino a

quel momento sostanzialmente assente: l’amministrazione della giustizia si fondava su norme consuetudinarie, i mores, ma non si

esclude che vi fossero abusi e arbitrarietà). Al termine di questo periodo, comunque sia, erano state promulgate le 3 leggi Valerie

Orazie (449 a.C.) , la terza delle quali, de tribunicia potestate, aveva previsto la sacertà per gli attentatori alla integrità personale dei

1

tribuni della plebe (riconosciuti – essi solo – sacrosancti), degli ignoti iudices decemviri e, appunto, degli stessi aediles plebis: chi

avesse osato commettere violenza ai rappresentanti della plebe sarebbe divenuto sacer, ossia consacrato alla divinità, per cui poteva

essere espropriato dei propri beni a favore del succitato tempio di Cerere e messo persino a morte (il che, come vedremo, fece della

sacertas un deterrente formidabile). Nel 367, con la promulgazione delle leggi Licinie Sestie e il raggiungimento del compromesso

politico-istituzionale tra patrizi e plebei, vennero modificati radicalmente i caratteri e la struttura stessa dell'edilità plebea: l'edilità

assunse il carattere di magistratura “mista” patrizio-plebea, estendendo le sue competenze amministrative a tutta la città (cura urbis),

e sdoppiandosi, dacché vennero introdotti due nuovi magistrati edili, stavolta patrizi, gli aediles curules (perché, come i consoli e i

pretori avevano diritto alla sella curulis), la cui elezione era effettuata dai comizi tributi invece che dal concilium plebis, che invece

continuò ad esprimere gli edili plebei. Le due coppie, benché le differenze intestine andassero affievolendosi, non giunsero mai a

costituire un collegio magistratuale unificato (gli edili plebei continuarono a occuparsi esclusivamente della plebe), neppure quando,

per il venir meno delle realtà sociopolitiche di fondo di cui erano state espressione (ossia la contrapposizione netta tra patrizi e plebei),

si giunse ad ammettere che, ad anni alterni, anche gli edili curuli fossero scelti tra i plebei, e a individuare senza distinzioni i quattro

magistrati come curatores urbis, annonae, ludorumque sollemnium.

La cura urbis implicava poteri di vigilanza e di polizia da parte di ognuno degli edili sulla viabilità, i luoghi pubblici, gli acquedotti,

gli edifici aperti al pubblico, come le osterie, i lupanari, le terme, di una delle quattro regiones in cui era divisa la città con l'immediato

circondario, la direzione delle misure antincendio e della nettezza urbana nei vari settori, la supervisione dei pesi e delle misure.

La cura annonae comportava soprattutto la raccolta (a cadenza annuale, perciò annona) – ma anche l’acquisto e la sovrintendenza

sui mercati – e la conservazione delle scorte di derrate (grano anzitutto, ma anche olio, carni, vino), al fine di distribuirle razionandole

in caso di carestie e scompensi sul mercato. Quella del vettovagliamento era un’incombenza fondamentale nelle società antiche, nelle

quali si verificavano periodiche carestie e, quindi, crisi nell’offerta di beni di prima necessità, che portavano all’innalzamento del

prezzo degli stessi (la cui vendita poteva facilmente essere monopolizzata dai pochi grandi produttori, con l’insorgere di

speculazioni), in massima parte di quello fondamentale, il frumento: l’offerta di questo prezioso prodotto, se lasciata a se stessa, non

risaliva nel breve periodo, dal momento che la produzione aveva cadenza annuale (oggi, in un mondo strettamente connesso, si ha

quasi sempre piena disponibilità). L’aumento dei prezzi è il naturale frutto della carenza, ma nelle speculazioni, anticipando

arbitrariamente il rialzo, si anticipa la riduzione del consumo (perché i più cominciano a non averne disponibilità) e si adegua nel

tempo la disponibilità delle scarseggianti vettovaglie al limitato consumo: nella prospettiva dello speculatore è una mossa

lungimirante, ma le pance vuote di chi non ha da sfamarsi reclamano giustizia, e prima o poi a farne le spese sono, ingiustamente, i

dettaglianti (come dimostrano i plurimi esempi che tutta la storia e la letteratura ci offrono), vittime del miope occhio – poi della

furia – del popolino, che a loro, e solo a loro, attribuisce l’innalzamento del prezzo, senza considerare l’ampia forza del mercato e

degli speculatori (è così, ahinoi, anche oggi) . Spesso, in materia annonaria l’azione politica, vuoi per condivisa miopia (in situazioni

2

economiche ordinarie), vuoi per opportunismo e demagogia, vuoi per stringente necessità, si è conformata alle idee popolari:

calmando o evitando le agitazioni, senza però intervenire sull'offerta, si finisce soltanto per disperdere, anziché saggiamente

amministrare, il consumo delle derrate. Finché il raccolto del suolo delle regioni vicine a Roma fu sufficiente a nutrire la popolazione

romana, il governo di Roma si limitò a prendere eccezionalmente, in caso di carestia, misure straordinarie e transitorie. Durante l’età

repubblicana, però, l’approvvigionamento cominciò ad essere non più così scontato e di facile corso, tanto che non bastava ricorrere

semplicemente a misure speciali in caso di necessità, ma era necessaria una continua cura, razionale ed oculata, dei rifornimenti.

Roma divenne infatti man mano una megalopoli – che nella Tarda repubblica avrebbe sfiorato il milione di abitanti – con consumo

pro capite di grano calcolato attorno ai 200 kg annuali, e non bisogna dimenticare che sul bilancio influivano in larga parte anche gli

oneri di sostentamento dei soldati impegnati sui vari fronti, i quali assorbivano grandi quantità di vettovaglie ed erano destinati ad

aumentare (l’annona civile e quella militare furono i principali fattori propulsivi del commercio in età imperiale). Il compito di gestire

Tali leggi sono conosciute con le denominazioni di de plebiscitis (la meno verosimile, in quanto equiparava i plebisicita alle leggi dei

1

comizi, cosa che, di fatto, non poteva ancora avvenire, tanto che sembra una retroproiezione di provvedimenti posteriori; più

verosimilmente essa dettava il riconoscimento giuridico delle elezioni dei magistrati plebei, tribuni e edili, come clausola alla terza legge),

de provocatione e de tribunicia potestate (al loro contenuto faremo più volte riferimento). Parte della dottrina ritiene, tuttavia, che tali leggi

siano frutto di falsificazioni e retroproiezioni annalistiche.

L’essenzialità dell’approvvigionamento, a Roma, si sarebbe manifestata sempre più con l’andare del tempo. In epoca graccana (per la

2

precisione con Gaio Gracco, nel 123 a.C.) sarebbe stata istituita la pratica delle frumentationes, cioè delle distribuzioni a prezzo politico di

grano alla popolazione. Cesare, invece, avrebbe creato, per la gestione del vettovagliamento, due appositi aediles Ceriales, ed Augusto

istituito un praefectus annonae. Si sarebbe andati in contro, cioè, ad una progressiva specializzazione dei compiti dei responsabili di questi

servizi, soprattutto per il fatto che, a partire dalla tarda Repubblica, Roma sarebbe divenuta una città molto popolosa, e le grandi masse

proletarizzate, le più colpite, naturalmente, dalle carenze alimentari, avrebbero costituito un fattore di destabilizzazione notevole.

36

il vettovagliamento andò quindi agli edili plebei, che, oltre ad occuparsi della raccolta e della conservazione delle derrate, avrebbero

dovuto esercitare un’azione di controllo dei prezzi, e perciò dotati della facoltà di punire gli speculatori e gl'incettatori, cioè d'impedire

il rialzo artificiale dei prezzi di vendita. Il progressivo abbandono delle terre o la conversione di queste in pascoli da parte dei piccoli

e medi proprietari italici (che spesso si inurbavano a Roma, in cerca di fortuna), soprattutto nella Tarda Repubblica, mise

ulteriormente in crisi l’approvvigionamento locale, tanto che si iniziò a ricorrere a importazioni di grano non italico, ossia

principalmente egiziano, africano e asiatico (l’olio, invece, veniva importato dalla Spagna meridionale, il vino dalle Gallie). Siamo

così giunti all’età graccana, quando, con lex Sempronia frumentaria (123 a.C.), emanata dal tribuno della plebe Gaio Gracco, si diede

inizio alle frumentationes, cioè delle distribuzioni di grano alla popolazione a prezzo politico, che, se da un lato veniva in contro alla

plebe proletarizzata, dall’altro non faceva che acuire il fenomeno, nonostante Gaio, al pari del fratello Tiberio, aveva come principale

mira proprio le distribuzioni di terre e il recupero della media e piccola economia agraria italica. Nel 57 a.C. fu affidata

eccezionalmente per cinque anni a Pompeo Magno. Nel 44 a.C., invece, Giulio Cesare creò, per la gestione del vettovagliamento,

due appositi aediles ceriales. Si andò in contro, insomma, ad una progressiva specializzazione dei compiti dei responsabili di questi

servizi, per finire con la dissoluzione della stessa magistratura che stiamo esaminando, soprattutto per il fatto che, a partire dalla

Tarda Repubblica, Roma divenne una città molto popolosa, e le grandi masse proletarizzate, le più colpite, naturalmente, dalle carenze

alimentari, iniziarono a costituire un notevole fattore di destabilizzazione, a cui si dovette rispondere con misure sempre più raffinate.

La cura ludorumque sollemnium consisteva inizialmente nella sorveglianza di polizia sui pubblici spettacoli, ma si trasformò nel

compito di organizzare i giochi (per i quali gli edili impegnavano spesso anche le proprie fortune, col che divenne uno strumento non

secondario di propaganda politica e personale) e le più solenni feste pubbliche, ad eccezione dei ludi Apollinari, di competenza del

pretore urbano (gli edili plebei provvedevano ai ludi plebeii e ai Ceriales, i curuli ai ludi Romani ed ai Megalesia).

L’edilità divenne col tempo una tappa non necessaria, ma consueta nel cursus honorum (era la prima carica magistratuale a conferire

dignità senatoria e ius imaginum)

Gli edili (che erano privi di imperium) avevano limitati poteri di coercizione (coercitio) e di repressione (multae dictio, pignoris

capio). I curuli avevano in più uno ius edicendi connesso con poteri di giurisdizione civile, soprattutto in ordine alle controversie

nascenti dalle operazioni commerciali svolte nei pubblici mercati (relative soprattutto ai vizi occulti di schiavi e animali): in questo

settore, con i loro editti, gli aediles curules contribuirono notevolmente alla evoluzione del diritto privato repubblicano.

La questura

Originariamente i questori (quaestores: da quaerere, “chiedere”, probabilmente per la loro funzione di richiedenti prestazioni di vario

genere), nel numero di due, uno per console, erano scelti direttamente dai consoli o pretori, che ne disponevano come assistenti nelle

questioni finanziarie (erano privi di imperium, ma dotati di potestas) relative all'esercizio del governo in città (imperium domi) e nel

comando dell'esercito (imperium militiae). I questori, insomma, potevano emettere denaro pubblico per particolari necessità, ma

soltanto se erano stati precedentemente autorizzati dai consoli e seguendo le direttive del senato, organo dispensatore di “consigli”

(consilia), tramite consulti (senatusconsulta), non costituzionalmente vincolanti ma spesso determinanti, perché autorevoli. Nella

matura Repubblica, i questori, sempre privi di imperium ma titolari soprattutto di potestas finanziaria, erano eletti dai comizi tributi

(ciò a partire dal 449 a.C.) e svolgevano due fondamentali funzioni:

• Amministravano l'erario del popolo romano (l’aerarium Saturni , luogo di cui custodivano le chiavi), ossia il tesoro statale,

3

ma anche i documenti e le insegne militari. Vigilavano sull’adempimento degli oneri tributari, revisionavano i conti dei

pubblicani, e perseguivano i debitori, dello Stato (per mezzo della procedura della sectio bonorum, la “divisione dei beni” );

4

avevano competenze anche nel campo della repressione criminale (in particolare dei delitti capitali, in cui assunsero i

compiti dei regi quaestores parricidii), che persero col tempo (la giurisdizione criminale, in età imperiale, passò al

praefectus urbi e al praefectus praetorio).

• In tempo di guerra, gestivano, con obbligo di rendiconto, la cassa e i magazzini militari, assieme al bottino.

Ai due questori che svolgevano i loro compiti nell’amministrazione cittadina (quaestores urbani o aerarii), ossia sotto imperium

domi, nel 421 a.C. si aggiunsero due questori detti «militari», che seguivano i consoli nell’esercizio dell’imperium militiae, ossia per

provvedere all'amministrazione finanziaria delle legioni (come ufficiali pagatori e controllori contabili), fungevano da consiglieri e

potevano anche sostituirli nel comando in caso di necessità. Nel 409 a.C., inoltre, furono eletti questori i primi plebei. A partire,

grossomodo, dal 267 a.C., date le nuove esigenze dell'amministrazione dell'Italia conquistata, agli esistenti vennero aggiunti altri

,

quattro questori, detti ora Italici ora, impropriamente, classici che fungevano da supervisori dell'attività della flotta (perciò anche

conosciuti come “navarchi”), per le loro competenze su regioni marittime. Nel I secolo, ma probabilmente anche prima, tali questori

Il termine aerarium deriva dal latino aes (genitivo aeris), che sta per bronzo. Il Romani non disposero inizialmente di un sistema

3

monetario, per cui gestirono i loro traffici sfruttando come mezzo di scambio scarti di lavorazione di bronzo informi (aes rude), in base al

valore intrinseco del materiale, che veniva semplicemente pesato ad ogni transazione. Col tempo si iniziò ad utilizzare allo stesso scopo

del bronzo segnato (aes signatum), ossia pezzi di bronzo su cui era già riportato il valore, sempre diverso a seconda del peso (da 0,5 fino a

3 kg): fu il primo passo verso la monetazione. La prima moneta standardizzata fu l'aes grave (asse), pari ad una libbra latina (273 g) di

bronzo, di introduzione imprecisata: prevedeva multipli (dupondio, 2 assi, il tripondio, 3 assi, il decusse, 10 assi) e sottomultipli (semisse,

mezzo asse, il triente, un terzo, il quadrante, un quarto, il sestante, un sesto, e l'oncia, un dodicesimo). Il peso dell'asse conobbe una

progressiva diminuzione, acquisendo via via il peso delle sue frazioni. Intorno alla prima metà del III secolo a.C., invece, iniziò ad esser

battuta moneta d’argento (la più famosa è il quadrigato di circa 7 g), per poi passare, sul finire del secolo, a nominali come il sesterzio (2,5

assi), che traeva nome dal suo valore (semis-tertius, ossia [due assi più] “metà del terzo asse”), coniato però di rado, e il denario (pesante

1/72 di libbra [4,55 g], pari a 10 assi o 4 sesterzi), anch’esso derivante il nome dal suo valore (den-ario: dieci-assi bronzei). Il sistema

bimetallico sarebbe stato ampliato da Ottaviano Augusto.

I beni del debitore erano attribuiti in blocco, dal magistrato, dietro il pagamento di un corrispettivo, ad un soggetto (bonorum sèctor), il

4

quale provvedeva successivamente a venderli separatamente, traendo un guadagno, il più delle volte, notevole. 37

avevano i loro uffici ad Ostia (quaestor Ostiensis), a Cales (in Campania), forse a Ravenna e a Lilybaeum per la speciale

amministrazione finanziaria della Sicilia (qui fu questore

Cicerone). Le sfere di competenza (provinciae), assegnate per

sorteggio ad ognuno dei questori, erano in realtà fissate di anno in

anno dal senato a seconda delle esigenze amministrative di Roma

)

(in cui agivano gli originari due urbani e, a partire dal III secolo

a.C., delle province, che, destinate ad aumentare, avrebbero

richiesto sempre più funzionari (in alcune di esse, le più complesse

da governare, fu talvolta inviato un quaestorius, un ex-questore):

nell’81, infatti, proprio a questo fine, una lex Cornelia (di Lucio

Cornelio Silla) avrebbe stabilito che, da otto, i questori

diventassero venti, mentre Cesare ne avrebbe raddoppiato il

numero, nel 45, ristabilito a 20 da Augusto poco dopo.

Nella Tarda Repubblica ai questori inviati nelle province, dove rappresentavano la più alta autorità romana dopo il governatore, era

di volta in volta attribuita, per mezzo di una legge, la titolarità dell’imperium ed il titolo di quaestores pro consule o pro praetore,

sebbene essi fossero propriamente magistrati senza imperium (non avevano la sella curule né la toga pretesta).

Le loro insegne erano, come si desume anche da monete provinciali (vedi a lato), una semplice sella a quattro piedi dritti, il sacculo

portamonete chiuso ed un bastoncello di cui si ignora il significato simbolico.

I Vigintisexviri

Prima di accedere alla questura, era d'uso impegnarsi nell'esercizio di funzioni ausiliarie delle magistrature, i cui titolari venivano

indicati con la denominazione collettiva di vigintisexviri, in quanto ad erano 26 in tutto, componenti sei distinti collegi. Tali funzioni,

inizialmente non erano state di caratura magistratuale, ma lo divennero: sarebbero state comunque sempre prive di imperium e

destinate a rimanere escluse dal cursus honorum, che, iniziava, come si è detto, col servizio militare.

Uno dei più antichi fra questi collegi di ausiliari sembra sia stato quello dei tresviri capitales o noctumi, in origine funzionari di

polizia alle dipendenze del pretore, creati per combattere la delinquenza comune, che veniva alimentata dalla sempre crescente

affluenza di uomini a Roma. Nominati inizialmente dal pretore, in un secondo momento (legge Papiria, di data incerta, ma successiva

alla istituzione, nel 242 a.C) la loro elezione fu affidata ai comizi tributi. I tresviri capitales perseguivano, dunque, di propria iniziativa

o su denunzia (nominis delatio) di un privato accusatore, i responsabili di ogni tipo di violenza, i fabbricanti o detentori di sostanze

venefiche, i possessori di armi letali a fini d'omicidio, i ladri colti in flagrante, gli incendiari. Essendo la criminalità da contrastare di

basso profilo e spesso con autori appartenenti a classi infime, non era propriamente esercitata giustizia (come nel caso, che si è visto,

dell’intervento del pretore), ma una sorta di repressione criminale spiccia e dozzinale, in cui v’era scarsa o nulla considerazione per

i diritti dei puniti, che venivano messi a morte di persona in carcere mediante strangolamento, se colti sul fatto o rei confessi (spesso

però la confessione era estorta con la tortura), mentre v’era un giudizio, almeno parvente e certo sommario, se si proclamavano

innocenti, ma spesso il tutto si risolveva comunque con la consegna al carnefice. I tresviri provvedevano anche alla direzione del

carcere del Foro e delle altre prigioni dell'Urbe, erano responsabili della custodia degli accusati in stato di detenzione perché in attesa

di giudizio, sorvegliavano lo schiavo incaricato della esecuzione delle condanne capitali. Avevano invece, in ordine di completa

giustizia, il compito di esigere le multe processuali (sacramenta) sanzionate nei processi civili (in cui era intervenuto il pretore), che

si svolgevano con il rito della legis actio per sacramentum.

I quattuorviri praefecti (iure dicundo) Capuam Cumas erano delegati dal pretore urbano inviati ad amministrare la giustizia in alcune

città campane in cui era necessaria una diretta presenza giudiziaria rispondente a Roma. Le prime notizie relative a questi prefetti si

hanno per il 318, anno in cui alcuni di essi furono inviati a Capua per arbitrare gravi discordie insortevi. Da semplici dele gati del

pretore, i quattuorviri praefecti iure dicundo si trasformarono verso la fine del III secolo in magistrati minori eletti dai comizi tributi.

Furono aboliti da Augusto.

I decemviri litibus (o stlitibus) iudicandis costituivano un collegio, dalle origini oscure, la cui formale istituzione risale probabilmente

alla metà de IV secolo a.C., quando incominciò a diffondersi largamente in Roma la schiavitù: essi giudicavano, inizialmente per

probabile delega da parte di un magistrato maggiore (pretore), in materia di libertà, decidendo sullo stato delle persone in condizione

servile. Si trasformarono in magistrati stabili, eletti dai comizi tributi, durante gli ultimi decenni del terzo secolo (tra il 242 ed il 227).

Tra gli altri magistrati ausiliari ricordiamo: i tresviri aere argento auro flando feriundo, preposti alla coniazione di monete bronzee e

argentee, e di quelle auree soltanto a partire dall’epoca sillana; i quattuorviri viis in urbe purgandis e i duoviri viis extra urbem

purgandis, ausiliari degli edili, con compiti tecnici relativi alla gestione delle strade urbane ed extraurbane.

Il tribunato della plebe

Il numero di tribuni (creati attorno al 494 a.C., data tradizionalmente ammessa per la secessione dell’Aventino), prima del

Decemvirato e delle leggi delle XII Tavole, variava, probabilmente, a seconda delle esigenze della lotta antipatrizia (la denominazione

di tribuni, in questo clima di battaglia di classe, verosimilmente, fu mutuata proprio dal lessico militare: il tribuno militare era il

responsabile di uno dei reparti in cui era suddivisa la legione), mentre l’entrata nel tribunato avveniva per cooptazione. A partire

dall’epoca decemvirale, invece, i tribuni vennero eletti annualmente, nel numero di dieci almeno, dai concilia plebis (in cui la plebe

era riunita per tribù, vedi il § I concilia plebis, p. 46), convocati non da singoli tribuni, ma con editto collegiale di tutti quelli in carica,

uno dei quali – designato per sorteggio – la presiedeva: l’elezione si effettuava d'estate, prima di quella dei consoli (che avveniva in

novembre, solitamente), così come prima di questi, già il 10 dicembre, gli eletti assumevano l'ufficio. A differenza dei magistrati, i

tribuni potevano essere rieletti già l’anno successivo, anche se non avveniva spesso (su questo e ciò che segue vedi Il conflitto tra

patrizi e plebei, p. 49). I tribuni, dal canto loro, non potevano allontanarsi da Roma neanche per una notte o un giorno, tranne che

per presiedere le assemblee della plebe, convocate tradizionalmente fuori delle mura cittadine, o per eccezionali ragioni di carattere

38

pubblico, o, ancora, durante le Ferie latine (occasione nevralgica per la comunità), e dovevano lasciare sempre aperte le porte di casa.

Poiché, tra l’altro, i tribuni, al pari degli edili, erano eletti dal concilium plebis, piuttosto che dall'intero popolo di Roma (che

comprendeva anche i patrizi), costoro non potevano essere considerati dei veri e propri magistrati (come consoli, dittatori, pretori,

questori, censori): la locuzione “magistrato plebeo” risulterebbe, pertanto, un dire improprio, almeno per quanto riguarda le prime

fasi repubblicane, ché la carica si sarebbe poi istituzionalizzata (fino a divenire, come vedremo, fondamento stesso del potere

imperiale), e la plebe confusa col patriziato, e pari considerazioni valgono per gli edili.

Dal 449 in poi (3 leggi Valerie Orazie) ai tribuni fu riconosciuta la personale inviolabilità (sacrosanctitas), che li rendeva immuni (a

pena della sacertà dei violatori) da qualsiasi coercizione da parte di chiunque, e quindi anche da parte dei supremi magistrati patrizi,

che vedevano così limitato, de facto, il loro imperium: di certo, della sacrosanctitas, che era di per sé già un ottimo deterrente, i

tribuni talvolta abusarono, al fine di far attorno a loro terra bruciata ed abbattere qualsiasi ostacolo, infliggendo sanzioni, in virtù di

essa, anche al minimo oppositore (che veniva cioè presentato come violatore della propria persona). All’indomani dall’accordo col

patriziato del 367, i tribuni invece non furono più soltanto i capi rivoluzionari della plebe, ma, e definitivamente, veri e propri

rappresentati politici di una classe ormai ben definita, che aveva ossia acquisito una ben precisa rilevanza politico-militare, e non

semplicemente sacrosancti per tutta la comunità (come dalle disposizioni del 449). Il potere dei tribuni era comunque vastissimo,

tanto che, in epoca tardo-repubblicana, lo stesso senato poteva cercare di contrastare il veto tribunizio soltanto dichiarando, come

extrema ratio, l'agire dei tribuni contra rem publicam e ponendo così le premesse per una loro incriminazione. L’inserimento

nell’ordo magistratuum fu, naturalmente, la cifra dell'esaurirsi dell’originale esperienza d’opposizione, la premessa del declino

politico della loro figura che, passando per il primo ridimensionamento dell’epoca sillana (lex Cornelia de tribunicia potestate

dell’82), avrebbe raggiunto l’acme allorché la figura del princeps ne avrebbe espropriato ogni reale funzione politica: prima di

scomparire del tutto, i tribuni furono i protagonisti delle lotte che dilaniavano la Repubblica avviata al suo declino, solo in parte

ancora interpreti degli interessi, delle aspirazioni, dei bisogni, delle utopie, dei ceti popolari, talvolta ridotti a strumento ambiguo per

spregiudicate operazioni di potere orchestrate dal senato.

In generale, la potestà riconosciuta ai tributi, non avendo questi imperium, era l’auxilium plebis, che coincideva con la loro funzione

storica, progressivamente formalizzatasi, di difensori e garanti degli interessi della plebe, per la quale poterono portare avanti una

vera e propria opposizione di classe tenace, non più meramente eversiva: la tutela della plebe era intentata nei confronti dell'attività

amministrativa del senato, delle assemblee e delle magistrature curuli, che per lungo tempo, nonostante le disposizioni delle leggi

Licinie Sestie, furono ancora tenute da esponenti di estrazione patrizia. Non mancarono di certo opposizioni che si avvalsero di

metodi d’azione tortuosi o demagogici, ma la lotta della plebe per il completo pareggiamento con i patrizi, fu portata avanti in modo

tendenzialmente lineare e politicamente limpido: di solito l’opposizione era portata o per autonoma decisione dei singoli tribuni o su

richiesta d’aiuto (appellatio) dei plebei (poi di tutti i cittadini) nei confronti dei magistrati (avremo modo di appurare tutto ciò nella

disamina più specificamente storica, a partire dal prossimo capitolo). L'auxilium plebis si realizzava anche positivamente: i tribuni

potevano riunire la propria gente, dirigerne le azioni pacifiche o armate, consultarla sulle più importanti questioni, secondo quello

che sarebbe stato progressivamente riconosciuto come un vero e proprio ius agendi cum plebe (corrispettivo dello ius agendi cum

patribus, detenuto dai magistrati maggiori). Ogni tribuno aveva dunque il potere di convocare i concilia plebis, dirigerne i lavori,

proporre agli intervenuti schemi di deliberazioni politiche o legislative (plebiscita). Verso la fine del III secolo, probabilmente, la

figura del tribuno si arricchì di un potere nuovo, lo ius senatus habendi, ossia, non solo il diritto di partecipare alle sedute del senato

(dalle quali per lungo tempo erano stati esclusi), ma addirittura quello di convocarlo e, quindi, di presiederlo, ma si arrivò anche ad

ammettere la partecipare diretta alla discussione e, persino, alla possibilità per i tribuni di essere scelti come senatori: un fenomeno

che si inserisce nella detta tendenza ad avvicinare gradualmente sempre più il tribunato alle magistrature cittadine.

Nello specifico, il principale strumento politico dei tribuni fu l’impiego, nelle istituzioni, di potestà derivate dall’esercizio

consuetudinario dall’antico generico potere rivoluzionario, appena descritto, dell’auxilii latio adversus consules, letteralmente di

“portare (latio) aiuto (auxilii) contro i consoli” ossia la facoltà in possesso dei singoli plebei o della plebe nel suo complesso, di

opporsi a singoli atti di esercizio dell’imperium da parte dei supremi magistrati patrizi: un potere che poggiava sulla forza politico-

militare acquisita con la presenza plebea nell’esercito centuriato. L’iterazione dell’auxilii latio portò infatti all'affermarsi della prassi

di porre un vero e proprio veto (intercessio tribunicia) agli atti di imperium di qualsiasi magistrato, paralizzandone l’azione. Esenti

dall’intercessio furono i censori, ma ciò si spiega in virtù del fatto che la loro attività non consistesse nell’espletamento dell’imperium,

di cui erano fattualmente privi, e fosse, allo stesso tempo fondamentale per la vita cittadina, in quanto permetteva la periodica

ricostruzione, attraverso il censimento, della composizione della cittadinanza, e quindi dell’intero ordine amministrativo (comizi

centuriati), acquisendo un valore non solo giuridico, bensì quasi sacrale: i rari casi in cui i tribuni si opposero ai censori riguardarono

non l'agire istituzionale di questi, ma quasi sempre la pretesa illegale di alcuni di loro di rimanere in carica, addirittura senza collega,

oltre il termine dei diciotto mesi stabilito dalla legge Emilia.

Si noti che non vi fu alcuna disciplina teorica della funzione giuridica e del ruolo costituzionale dei tribuni, che sanzionasse

formalmente la comparsa di funzioni specifiche del tribuno, al contrario sembra che queste si siano modellate, come anticipato in

apertura, sulle azioni portate avanti consuetudinariamente dai questi magistrati, divenendo col tempo una solida prassi, una potestas

riconosciuta. Si trattava, cionondimeno, di un vero e proprio ius (intercessionis), cioè un potere «legale», un diritto di prohibere, di

cui disponeva individualmente ogni tribuno (in base al principio secondo cui ex tribunis potentior est qui intercedit), non potendosi

sempre elaborare formali e complesse decisioni collegiali per interventi, spesso di emergenza, necessari a soccorrere i plebei

minacciati o perseguiti dai magistrati patrizi. Nel quadro della normalizzazione dei rapporti tra patrizi e plebei, le esigenze di

immediatezza venissero attenuandosi, mentre si andava sviluppando sempre più la collegialità dell’istituto (ossia la pratica

dell’intercessio collegarum). Lo sviluppo dell’intercessio intestina portò molti patrizi a tentare di condizionare dall’interno il collegio,

corrompendo almeno un tribuno o seguendo altre vie, più subdole : si deve tener conto del fatto che il tribunato si trasformò

5

«Di qui anche i ripetuti, non sempre inani, tentativi di vari gruppi o fazioni dei ceti dominanti di blandire, influenzare o corrompere

5

almeno uno dei tribuni dell’anno o addirittura di eleggerlo, ricorrendo, se del caso, all’espediente della transitio ad plebem di qualche

proprio esponente, il quale, rinunciando alla posizione e ai privilegi di casta, entrava a far parte dell’ordine subalterno, facendosi adottare

39

lentamente in una tappa normale nella carriera dei nuovi nobili plebei (vedi la questione della nobilitas patrizio-plebea, già anche nel

§ Il senato, a p. 41), sebbene non facesse parte del cursus honorum classico, ossia quello patrizio: ormai, dunque, «la carica non

aveva più alcun rapporto reale con le tendenze politiche di chi la rivestiva» (LSD p. 312), e quindi non era affatto difficile trovare a

rivestirla personaggi dai dubbi fini o semplicemente disinteressati alla tutela della plebe stessa, perciò propensi all’accordo.

Comunque sia, l’intercessio tribunizia fu impiegata abbastanza spesso nei confronti dei consoli, degli interré, dei pretori e degli altri

magistrati minori (solo dopo il 300, anche del dittatore). Si consideri che cinta del pomerio costituì a lungo il limite dell'auxilii latio,

talché l’intercessio tribunizia non poteva essere opposta ad atti compiuti dai magistrati fuori di essa o in virtù dell‘imperium militiae

(l’esercizio del potere del dittatore, come si è detto, per larga parte della storia repubblicana, non poté essere ostacolato).

Ai consoli si impedì alle volte di indire leve (dilectus) quando la guerra non era ancora formalmente dichiarata, il che fu fondamentale

nella lotta di classe dei plebei (soprattutto in età graccana e immediatamente postgraccana), in quanto, sfruttando il classico espediente

della secessione, il veto opposto alla leva poteva rallentare le operazioni militari e inficiare l’efficacia della risposta al pericolo,

danneggiando Roma stessa e i suoi quadri dirigenti, per cui la possibilità di tale veto funse spesso da deterrente per i consoli o li

spinse a concedere, in cambio della rinuncia ad esso da parte dei tribuni, consistenti contropartite per i ceti dipendenti o anche per

gruppi sociali emarginati. Ai consoli fu altresì impedito talvolta di convocare o proseguire i comizi e le altre assemblee, per l’elezione

dei successori o di minori colleghi o per altri procedimenti decisionali, e così di presentare o sostenere proposte di legge dinanzi alle

assemblee popolari: l’intercessio diretta nei confronti dei comizi non era ammessa, in quanto considerata atto contrario alla maiestas

del popolo romano, ma potevano essere avversati gli atti di convocazione da parte dei magistrati, e quindi infine le deliberazioni

stesse, però solo indirettamente (anche questo fu un fondamentale strumento di lotta). Altri veti furono posti al sorteggio delle

provinciae di rispettiva competenza da parte dei consoli, alla possibilità di parlare al popolo o di esigere tributi.

I tribuni avevano un peso anche sulla giustizia criminale e civile, cioè potevano opporsi agli atti di magistrati giusdicenti (del praetor

ad esempio), ma non alla sentenza (iudicatio) del giudice, vincolante e definitiva: questo veto, tuttavia, era subordinato, almeno

dall’epoca decemvirale in poi, all’appello della parte interessata. L’intervento in materia di giustizia era però anche diretto: ai tribuni

fu riconosciuta una summa coercendi potestas, in virtù della quale comminavano multe, ordinavano il sequestro di beni, l’arresto

(prensio) di qualsiasi cittadino, la sua detenzione in vinculis, e infliggevano persino condanne capitali immediate, senza appello

(praecipitàtio e saxo: una delle pene corporali private previste dalla legge delle XII Tavole, che consisteva nell’uccisione dello

schiavo, colto in flagranza mentre commetteva un furto, mediante precipitazione da una roccia) . Come si sottolineava in apertura, i

6

tribuni, spesso, abusarono di queste facoltà. A differenza di quello dei magistrati maggiori, che era espressione di imperium, il potere

coercitivo dei tribuni (privi dell’imperium) era in origine nient’altro che un potere di fatto (come si è già notato, discutendo in generale

sull’evoluzione del tribunato), che aveva poi trovato una collocazione istituzionale. I poteri coercitivi dei tribuni subirono progressive

modifiche, man mano che questi venivano integrati nell’ordo magistratuum – ma di certo in un lasso di tempo assai lungo, il cui

termine si inoltra nella Tarda Repubblica – e man mano che l’ordinamento si faceva più “democratico”, per mezzo, del resto, delle

stesse loro rivendicazioni. Lo stesso senato, in particolare, ebbe nei loro confronti, un atteggiamento ambivalente: in alcuni casi

contribuì a rafforzarli, utilizzandoli come alleati contro magistrati ostili o difficilmente controllabili, in altri li avversò, cercando di

corromperli o di infiltrare una quinta colonna, come si è accennato (vedi nota 5). Fu ridimensionata la potestà tribunizia di irrogare

direttamente condanne capitali, limitata dalla norma (registrata nel codice decemvirale: le XII Tavole) che vietava di mettere a morte

un cittadino che non fosse regolarmente condannato (indemnatum hominem interfici): tale disposizione era indubbiamente favorevole

e ambita dai plebei, ma fu voluta soprattutto dai patrizi, sempre più colpiti dalla potestas dei tribuni, che, infatti, tendevano ad

emettere condanne capitali sommarie dei patrizi dinanzi ai concilia plebis (da questo momento, invece, i casi sarebbero dovuti essere

portati dinnanzi ai comizi centuriati, in cui erano preponderanti i patrizi). Su altri fronti, si commisurò l’entità delle sanzioni alla

effettiva gravità dell’offesa e si regolò la potestà di infliggere pene pecuniarie, attenuandola: o estendendo la possibilità di infliggere

la sacertas che diveniva alternativa alla sanzione pecuniaria, o facendo divenire la sanzione pecuniaria alternativa alla sacertas, ma

fissando (leggi Aternia Tarpeia [454] e Menenia Sextia [452]) il limite massimo (suprema multa) dell’importo (consistente in 30 buoi

e 2 pecore, ossia 3020 assi), al di là del quale era ammesso l’appello al popolo. Gradualmente, insomma, la summa coercendi potestas

tribunizia si istituzionalizzò, e l’intervento di repressione del tribuno si convertì nell’impiego dei normali strumenti processuali,

spesso prendendo persino il posto dei magistrati prima competenti (i duoviri perduellionis, ad esempio, così esautorati, alla lunga

scomparvero dall'ordinamento repubblicano).

Oltre all’intercessio, molti furono i processi criminali, a sfondo politico soprattutto, promossi dagli stessi tribuni contro i magistrati

per fatti commessi durante la loro carica. Contro consoli, per aver fatto la guerra senza la necessaria autorizzazione costituzionale o

per aver impiegato l’esercito nel proprio interesse, per aver mal amministrato il bottino ed altro denaro pubblico, per essere venuti

meno ai loro doveri (è il caso, tra gli altri, dei celebri processi degli Scipioni); contro pretori, per esser fuggiti dinanzi al nemico, per

aver arrecato danni patrimoniali o personali a privati.

o arrogare da un plebeo (un patrizio, infatti, non poteva aspirare al tribunato). Di qui, poi, soprattutto, il verificarsi non infrequente, a tutti

noto, di episodi sconcertanti, drammaticamente oscuri, come quelli che si ebbero all'epoca dei Gracchi» (LSD, p. 179).

Le sanzioni meno gravi erano inflitte da seguaci (viatores), che però non potevano sostituire appieno il tribuno ed erano abilitati ad

6

esercitare lo ius prehensionis solo se almeno uno dei tribuni era presente.

40

Le Assemblee

Il senato

Il numero di membri dell’originario consiglio regio di 100 patres, secondo la tradizione, sarebbe stato elevato a 300, cento per tribù,

per mano di Tarquinio Prisco. In seguito, dopo essere rimasto invariato per tutta l’età repubblicana, portato a 600 da (Marco Livio

Druso, una misura che sarebbe stata revocata poco dopo, e poi da) Silla e a 900 da Cesare, per poi essere ricondotto ai livelli sillani

da Augusto: l’aumento del numero dei senatori, che ebbe quindi un’impennata nella tarda Età repubblicana, avrebbe avuto il fine di

svilire, come vedremo, il loro peso – sempre crescente negli ultimi secoli repubblicani – all’interno della congerie degli equilibri e

degli interessi politici che andavano moltiplicandosi.

Si deve tener presente che l’accesso al senato (e probabilmente nemmeno quello alle magistrature maggiori, ché da queste venivano

i senatori), almeno in età repubblicana, non era vincolato, paradossalmente, dal censo. Valerio Massimo, nei suoi Factorum et

dictorum memorabilium libri, fa un elenco di casi di vera e propria paupertas in cui avrebbero versato uomini pubblici romani: il

fatto che egli scrivesse tali fatti agli inizi dell’età del principato, quando ormai l’accesso al senato era subordinato ad un censo

elevatissimo, è cifra dell’almeno parziale verosimiglianza (ché naturalmente egli certo esagerava) di quanto asseriva, in quanto

avrebbe potuto facilmente retroproiettare l’ordine presente, invece di fornire una descrizione tanto diametrale. Questo certamente

non esclude che i seggi fossero assegnati ab origine in larga parte ad abbienti, ma permette di supporre (almeno) che la carica fosse

accessibile ai più (benché, senza dubbio, non a completi sconosciuti all’interno della vita pubblica). Cicerone, infatti, nella Pro Sestio,

affermava che gli antenati, nella Prima Repubblica, «dal momento che non soffrivano la potestà suprema dei re, crearono dei

magistrati annui, finché questi mettessero al sommo della Repubblica il consiglio senatoriale (consilium senatus) ma fossero eletti a

quel consiglio dal popolo tutto (ab universo populo) e l'accesso a quel sommo ordine fosse aperto all'attivismo ed ai meriti personali

di tutti i cittadini» (Cicerone, Pro Sestio 137). È fuor di dubbio, allora, che, di fatto, l’accesso al senato fosse assai più agevole per i

più ricchi e per i patrizi, i maximorum ordinum homines (come lo stesso Cicerone afferma in un precedente paragrafo), ma ciò non

esclude né che non vi potessero accedere se non i soli ricchi (ché, talvolta, i patrizi non erano affatto i più ricchi), né che il laticlavio

fosse precluso ad altri privati cittadini, che vi potevano aspirare per meriti di varia natura (lo stesso vale, mutatis mutandis, per le

magistrature). Non a caso v’era una particolare categoria di senatori, detti adlecti, che erano nominati in modo eccezionale al fine di

colmare i vuoti che potevano crearsi tra una lectio e l’altra (come si è detto in nota 16, a p. 35), soprattutto quando questa venne

affidata ai censori (vedi infra), e divenne quinquennale. È dato per presupposto, in tutto ciò, che si parli fondamentalmente dei primi

tempi repubblicani: già a seguire le guerre puniche, ma soprattutto in età graccana, le magistrature, e quindi il senato, non erano

affatto accessibili a chi non avesse patrimonio, clientela e patronato, una situazione che si sarebbe cristallizzata nella tripartizione

augustea degli ordini sociali.

Le funzioni del senato, ad ogni modo, non furono mai completamente precisate in senso costituzionale, ma si evolsero continuamente,

seppur non sensibilmente, in relazione alle esigenze e gli interessi politici della classe ivi rappresentata: in generale il senato

esercitava il controllo sull'amministrazione finanziaria della Repubblica (sull’aerarium) e sull’individuazione delle provinciae

magistratuali (ossia dei settori di competenza), si occupava organizzazione delle colonie e della loro fondazione, della conduzione

della politica estera (trattati internazionali, dichiarazioni di guerra ), controllava la vita religiosa, si ingeriva nella persecuzione

1

penale, soprattutto in ipotesi di crimini politici (in caso di perduellio, ossia di alto tradimento della Repubblica).

Nello specifico, una funzione fondamentale del senato, largamente attestata, era quella di tenere la Repubblica nell’interregnum.

Proprio come quando in età remota moriva il re, allorché, in età repubblicana, venissero a mancare entrambi i consoli (in caso di

morte, e non di assenza temporanea) senza che fossero stati nominati successori (cosa molto frequente nella prima età repubblicana,

meno, come vedremo, in seguito), si ricorreva all'interregnum. La mancanza di magistrati in grado di prendere gli auspicia maiora

era insostenibile per la vita della Repubblica, per cui l'imperium e la titolarità degli auspici tornavano ai senatori (ad patres redeunt),

che li detenevano nel periodo di interregno fino a che la normalità costituzionale non venisse ripristinata, con il conferimento dei i

poteri suddetti ai consoli suffecti e, quindi, ai nuovi consoli nell’anno successivo. Mancanti i consoli, si procedeva in questo modo:

il senato si riuniva, nominando il primo interrex, che, dopo essere stato in carica cinque giorni, procedeva alla nomina del successore,

e questo a sua volta (la convocazione dei comizi e delle altre assemblee era compito dell’interrex di turno) finché le condizioni non

permettevano o imponevano la creatio dei nuovi consoli quindi trasferimento a questi dell'imperium. È da tener presente che

l'interregno era un istituto eccezionale: con l'ordinarsi della vita istituzionale, le occasioni per farvi ricorso si fecero sempre meno

frequenti, in quanto si diffuse l'uso di provvedere anticipatamente (di norma in estate) alle elezioni dei consoli, che quindi avrebbero

potuto sostituire immediatamente i colleghi mancanti.

Un'altra funzione essenziale del Senato fu l'impiego dell'auctoritas patrum, ossia l’attività di conferma, convalida e ratifica delle

delibere delle assemblee popolari, secondo il principio denso di pregiudizio (in realtà a base politica) per cui queste ultime non

fossero in grado di assumere da sole (a causa dei loro strutturali e naturali vizi formali), senza l'auctoritas dei patres, decisioni

vincolanti per l'intera comunità: il magistrato che aveva presieduto l'assemblea e proposto la legge o le candidature doveva quindi

referre ad senatum le decisioni del popolo e chiedere ai patres la concessione della loro autorità, i quali potevano praestare o negare

la stessa. L'auctoritas patrum fu pertanto un essenziale strumento di controllo e di egemonia degli esponenti del ceto patrizio

sull'attività politica dei magistrati (che, eletti dai comizi, senza il benestare dei senatori, di fatto, non potevano iniziare ad esercitare

il loro potere) e quindi sull'intera comunità. La subordinazione all'autorità dei padri rappresentò altresì un’efficace difesa nei confronti

del potere di un'assemblea a carattere tendenzialmente “democratico”. V'è da considerare, a questo riguardo, che, come si è già

accennato, anche nella stessa assemblea centuriata – durante l’età repubblicana il principale referente, in questo senso, del senato –

Il senato, più che dichiarare guerra, dava delle indicazioni (consulta), guidava il popolo, ossia il comizio, nella deliberazione formale (era

1

il “popolo”, ossia la totalità dei cittadini in armi, a comandare, iubere): «Le autorità militari e civili, gli ambasciatori, per decreto del senato

e dietro ordine del popolo, escano di città, conducano guerre legittime legalmente, risparmino gli alleati, frenino sé stessi ed i loro amici,

accrescano la gloria del loro popolo, tornino a casa con dei meriti» (Cicerone, De legibus, III, 3, 9) 41

l'equilibrio politico era tutto spostato sulle classi più ricche e autorevoli, e che quindi, di fatto, vi era una sostanziale affinità,

quand'anche non persino una identità di intenti ed esigenze tra le due assemblee: tuttavia, considerando che l'accesso alle classi alte

del comizio avveniva per censo, non si esclude che la composizione delle stesse fosse influenzata – soprattutto nella fase matura

della Repubblica – da una nutrita presenza, in società, di componenti non esclusivamente patrizie, che quindi potevano risultare

comunque incontrollabili o quantomeno scarsamente propense a condividere mire politiche.

Il senato repubblicano, dunque, a lungo si mantenne l’ultimo baluardo della classe patrizia: l’acceso al sentato, infatti, era subordinato

all’esercizio delle magistrature maggiori, e, fin quando i plebei non ottennero queste, non poterono entrare a far parte dell’assemblea,

senza considerare il fatto che l’immissione della componente plebea nelle magistrature, in pratica, venne attesa generalmente per

lungo tempo oltre la formale conquista politica (con le leggi Licinie Sestie, nel 367), il che fece in modo che lo zoccolo duro patrizio

continuasse ad operare indisturbato al suo interno. Comunque, appena le nuove condizioni si palesarono completamente (plebiscito

Ovinio: lectio senatus affidata ai censori, i quali potevano anche essere plebei), il senato iniziò a rinnovarsi, e ai suoi membri ci si

riferiva ormai come a patres et conscripti (poi persino semplicemente patres concripti).

In generale, la carica senatoriale era normalmente vitalizia, perpetuantesi di lustro in lustro, salvo rimozione. Al laticlavio (il largo

lembo di porpora rossa, affissa sulla tunica, che identificava i senatori: per sineddoche venuto ad indicare la carica stessa) venivano

innanzitutto chiamati, nell'ordine in cui erano stati eletti, qui curuli sella sederunt, ovverosia gli ex censori, gli ex dittatori, gli ex

consoli, gli ex pretori, probabilmente gli ex magistri equitum e, infine, gli ex edili curuli, per passare, almeno da una certa epoca in

poi, agli ex edili plebei e agli ex tribuni della plebe (ammessi per la prima volta nel 216) e agli ex questori (dai tempi di Silla). In

ultimo chiamati al consesso – come abbiamo anticipato – anche i cittadini che non avevano ricoperto magistrature ma che godevano

di alto prestigio. V’è da notare, però, che, a dispetto della dettato storiografico, e a riprova di quanto detto in apertura, è assai

improbabile che i senatori siano stati sempre e solo ex magistrati maggiori, in quanto il numero di questi accumulatosi in soli 5 anni,

non era di certo bastevole a riempire i 300 scranni che costituivano l’assemblea, tanto più se si considera che spesso vi erano iterazioni

di carica nello stesso lustro o nei lustri successivi e passaggi da una magistratura all’altra (ad esempio pretori che divenivano consoli),

il che riduceva notevolmente il numero di personaggi che avevano impiego nell’amministrazione della Repubblica, e che quindi

potevano ricoprire il ruolo di senatori. Comunque, all’interno del senato si riproduceva la gerarchia che gradualmente si era venuta

stabilendo tra le varie magistrature: i senatori erano distinti in censorii (di questi, il più anziano patrizio aveva il titolo di princeps

senatus), consulares, praetoriii, aedilicii, tribunicii, quaestorii. Questa articolazione era determinante nelle consultazioni e nelle

votazioni, per le quali erano interpellati per primi, finendo per influenzare il voto degli altri, magari più giovani.

Le consultazioni del senato avvenivano o in privato o a porte aperte, in un luogo chiuso e inaugurato (solitamente la monarchica

Curia Hostilia, sita nel Foro, poi leggermente spostata, ampliata e resa monumentale, a seguito dell’incendio del 52 a.C., da Giulio

Cesare, e perciò detta Curia Iulia: è tutt’oggi visibile), eventualmente anche al di fuori del pomerio, a seconda delle evenienze, ed

erano convocate da un magistrato dotato di ius agendi cum patribus, ossia il console o il pretore, che decideva l’ordine del giorno e

prendeva gli essenziali auspicia. La seduta consisteva nella presentazione di relazioni e in vari interventi e si concludeva allorché il

presidente giudicava esauriente la discussione, mettendo ai voti una proposta che, se riceveva la maggioranza (la votazione avveniva

per discessionem, ossia per divisione dei senatori in gruppi aderenti ad una data proposta o contrari), costituiva la deliberazione finale

del senato in merito alla questione (senatus consultum). Il testo del consultum, che recava le indicazioni del presidente, della data e

del luogo, redatto da un relator, veniva conservato nell’aerarium Saturni (nel tempio di Saturno, collocato nel Foro, dove erano

stipate anche le tavole delle leggi e, come sappiamo, le ricchezze statali), sotto il controllo dei questori urbani. I consulta del senato

erano pareri giuridicamente non vincolanti ma certo politicamente molto rilevanti, innanzitutto nei confronti dell’operato dei

magistrati maggiori, che, anche nei casi di maggiore tensione, furono comunque bene o male stemperati dall’autorità del senato

(anche con espedienti poco nobili): ad esempio, i senatori potevano far apparire l’operato e l’ostruzione dei magistrati come “contrari

alla Repubblica”, potenzialmente tirannici, contrari ai mores (note censorie), contrarie allo stesso interesse della plebe, e indebolire

così la loro forza politica (anche sfruttando subdolamente l’intercessio collegarum dei tribuni). I senatus consulta, per essere più

precisi, non ebbero, per tutto il periodo repubblicano, una valenza legislativa diretta, ossia essi non furono sorgente diretta di ius

civile, ma ebbero un carattere fortemente normativo, ossia furono in grado di guidare e storcere tanto l’iter amministrativo quanto

quello legislativo. Il Senato poteva deliberare a favore di una deroga particolare delle leges comiziali o della cassazione di leges

irritualmente votate, ossia viziate dal punto di vista procedurale (si pensi alla rilevanza degli auspicia) o formale (per cui era centrale

la legittimità costituzionale) , ma anche sollecitare i magistrati competenti alla convocazione delle assemblee comiziali a presentare

2

rogationes di cui i patres avevano già dettato le linee direttive, o ancora incalzare i pretori in merito alle loro iurisdictiones. Nel caso

delle “deroghe” e delle “cassazioni” non si trattava, però – o meglio non si trattò inizialmente –, di giudizi di nullità

costituzionalmente previsti e riconosciuti, di pronunciazioni di annullamento (così anche negli altri due casi), ma di atti che

acquisivano un'importanza decisiva in virtù dell'autorità dei patres (auctoritas patrum) che si pronunciavano a riguardo. L'azione

del Senato, in questo senso, ebbe sempre un carattere e dei fini strettamente politici, che rispecchiavano il gioco di forze in campo:

raramente infatti, tra l'altro, esso interveniva in questioni di legislazione costituzionale e privatistica e di repressione criminale, se

non appunto quando queste avessero una rilevanza politica generale. Il campo in cui il peso del senato, per il tramite dei suoi consulta,

Non si esclude che, per finalità squisitamente politiche, il senato abbia lasciato passare provvedimenti palesemente illegittimi (vedi la

2

prossima nota) e ne abbia arrestati altri assai meno compromessi da quel punto di vista, senza che tutto ciò andasse a costituire un grave

vulnus, per esprimerci con terminologia odierna, o un grave precedente da un punto di vista costituzionale, o che almeno fosse percepito

e, soprattutto, avversato come tale. Questa, che dal nostro punto di vista è una “lacuna”, si spiega sempre in senso politico: «Per un

ordinamento costituzionale in continua formazione come era quello della Roma repubblicana (e come, in pratica, è ogni costituzione), la

legittimità e la regolarità degli atti delle procedure, il permanere o il mutare degli stessi principi giuridici e costituzionali dipendevano

essenzialmente, oltre (e forse più) che da norme una volta e per sempre individuate, dalle scelte politiche peculiari, dagli interessi di chi

deteneva, più o meno saldamente, il potere e della concreta capacità di esercitarlo, conservandolo intatto (ed in ponendo allora integralmente

le proprie autonome determinazioni) o, eventualmente, mediando con altri interessi e forze presenti nella società (e allora sollecitando o

accettando accordi o compromessi, facendo più o meno limitate concessioni)» (LSD, p. 190).

42

fu determinante, è quello amministrativo, molto più sotto il rispetto particolare (cioè nei confronti di questa o quella azione

amministrativa compiuta dai magistrati) che sotto quello astratto, benché non si può escludere una funzione “regolativa” del senato

anche a quest’ultimo riguardo (si capisce allora in che senso il patriziato, che tenne banco in senato per tutto il primo secolo

repubblicano, abbia effettivamente costituito la fazione politica preponderante). Nella Tarda Repubblica, però, in un contesto di ampia

crisi istituzionale, il senato avrebbe iniziato ad arrogarsi il diritto di procedere direttamente in senso legislativo.

Ricordiamo che un passo in avanti nella lotta tra il patriziato e la plebe, che ebbe al centro il senato, fu la promulgazione, da parte

del (primo) dittatore plebeo (nella storia repubblicana) Quinto Publilio Filone, nel 339 a.C., di una legge (lex Publilia Philonis de

patrum auctoritate) , nella quale si stabiliva che il senato dovesse ratificare una rogatio destinata al popolo prima (initium suffragium)

3

che questa venisse votata dalle assemblee, sottraendola quindi all’arbitrio successivo dei patres. Nel corso del III secolo l’innovazione

sarebbe divenuta più incisiva, perché estesa anche alle procedure per l’elezione dei magistrati da parte delle assemblee popolari e

agli stessi plebiscita (quest’ultimo caso in occorrenza della promulgazione della lex Hortensia, nel 287, i cui venivano equiparati alle

altre deliberazioni popolari).

Dopo l’assestamento costituzionale del 367 – cioè la promulgazione leggi Licinie Sestie, che aveva garantito ai plebei, almeno

formalmente, la possibilità di essere eletti al consolato (de consule plebeio) – cominciò a formarsi a Roma una nuova classe dirigente,

poi chiamata nobilitas, composta, oltreché dai patrizi, anche da coloro che, pur non avendo origini patrizie, riuscivano a raggiungere

le massime magistrature, e quindi a divenire nobili, ossia “illustri”, trasmettendo tale titolo anche ai loro diretti discendenti (si discute

ancora se bastasse rivestire semplicemente una carica curule, e non esclusivamente divenire console, ma senza dubbio quest’ultimo

onore garantì la promozione a nobile sin dall’inizio il consolato). I moderni storiografi preferiscono parlare di nobilitas patrizio-

plebea, così da mettere in risalto il carattere misto in composito in questa classe: nobile era, per nascita, il patrizio, ma le famiglie

patrizie “originarie” (per quanto, oltretutto, potesse essere genuina, nei diversi casi, tale originarietà) erano in numero limitato, quindi

l’elemento di novità era costituito da quelle famiglie “plebee” (o, per essere più precisi, come si è già detto, se non altro non-patrizie)

che riuscivano a piazzare i propri esponenti (certamente non senza il protettorato – che, in qualche caso, sfociava in matrimonio – o,

al meno, la condiscendenza dei patrizi) in capo alla repubblica. In teoria, la nobilitas era una classe dirigente aperta, vi potevano

accedere nuove genti purché uno dei loro membri riuscisse ad avere una fortunata carriera politica, divenendo così un homo novus,

e con ciò un “nobile”. V’è da ricordare che l'avvento di novi homines divenne sempre più raro man mano che ci si inoltrava nell'era

repubblicana, e ciò era dovuto massimamente al fatto che le cariche pubbliche non erano retribuite e che quindi pochi avevano le

effettive disponibilità economiche per sostenere tali oneri, e, oltre a ciò, al fatto che la nobilitas prese a chiudersi a sua volta, proprio

come il patriziato nei confronti delle rivendicazioni politiche dell’alta plebe: al massimo si poteva aspirare alla pretura, mentre il

consolato fu veramente difficile, benché non impossibile, da raggiungere, tanto che Sallustio avrebbe scritto consulatus nobilitas

inter se per manus tradebat (Bellum Iugurthinum, 63,6). Questo impedimento fu il principale freno all’espansione politica dei nuovi

ceti e la garanzia del perpetrarsi del dominio delle élite dirigenti, in quanto, naturalmente, nelle gerarchie senatoriali si traducevano

i rapporti di forza extra-assembleari . I novi homines non giungevano dal nulla, ma erano generalmente ricchi proprietari agricoli (al

4

tempo della definizione della nobilitas patrizio-plebea), o, sempre più col passare del tempo (a partire dalla fine del III secolo),

uomini d'affari e pubblicani intelligentemente arricchitisi (l’ingresso in senato li obbligava, comunque, ad abbandonare tali attività):

costoro costituivano quello che è stato definito il “ceto equestre”, ossia quella classe sociale i cui membri erano, almeno nei secoli

centrali della Repubblica, o gli antichi e privilegiati patrizi, iscritti alle 18 centurie equestri (inizialmente conditio sine qua non per

il laticlavio ) e sovvenzionati dalla Repubblica al mantenimento delle loro cavalcature (erano equites equo pubblico), o coloro che –

5

consuetudine che iniziò a diffondersi al termine del conflitto con Veio, quindi dopo il 396, ma rafforzatasi soprattutto, come si è detto,

dopo le Licinie Sestie – militavano a cavallo a proprie spese (di solito si indicano costoro, per contrasto, come equites equo privato,

ma di questa formula non si hanno riscontri nelle fonti che permettano di mantenere tale denominazione), reclutati naturalmente tra

i più abbienti, ossia tra i cittadini della prima classe che, nonostante il loro patrimonio, non avevano il lignaggio per accedere a quella

dei cavalieri, della quale facevano parte i senatori e, naturalmente, i loro discendenti. L’accesso a questa classe (che si costituiva, di

fatto, come l’embrione di una nuova aristocrazia fondata sulla ricchezza, strutturalmente diversa da quella patriziale della Prima

Repubblica) era comunque molto difficile, tanto che, già durante la seconda guerra punica (quando comunque tali nuovi equites erano

Il provvedimento faceva parte di un pacchetto legislativo leges Publiliae Philonis che prevedeva altre due leggi: 1) la lex Publilia Philonis

3

de plebiscitis, secondo cui magistrati eran obbligati a sottoporre all’approvazione degli stessi comitia centuriata tutte le deliberazioni

normative dei concilia plebis, un’assimilazione forse solo nominale, che anticipa quella della lex Hortensia (287 a.C.); 2) la lex Publilia

Philonis de censore plebeio creando, la quale stabilì che almeno uno dei due censori dovesse essere di origine plebea.

Nel 357 a.C. il sentato prestò l’auctoritas ad una legge Manlia de vicesima manumissionum, proposta dal console Cneo Manlio

4

Capitolino: l’approvazione della rogatio era stata del tutto irregolare (i comizi erano stati convocati in un luogo non legale, ossia a Sutri,

fuori Roma, e per di più negli accampamenti dell’esercito, in castris, quindi compiendo una grave violazione costituzionale (cfr. I comizi

centuriati); oltre a ciò gli auspicia non erano stati presi secondo i canoni; infine il comizio era stato ordinato per tribù e non per centurie),

ma i patres concessero la propria ratifica, non sollevando obiezione alcuna. La legge prevedeva l’introduzione di un’imposta de 5 per cento

sulle manomissioni dei servi: queste, sempre più di frequente, venivano operate da ricchi esponenti della plebe in ascesa (commercianti,

finanzieri, imprenditori), che si assicuravano così clientele elettorali nei comizi (i liberti acquisivano difatti diritti politici, e, allo stesso

tempo, non potevano non essere grati ai loro liberatori, quindi si sentivano costretti ad appoggiarne le mire nelle votazioni). I patres, messo

da parte qualsiasi giudizio sulla legittimità, avrebbero concesso quindi l’assenso alla proposta perché l’imposta avrebbe scoraggiato e

ostacolato le manomissioni (e non tanto quindi perché, come ricorda Livio, le tasse avrebbero rimpinguato l’erario carente), e con esse la

formazione delle clientele suddette, che avrebbero inficiato la forza politica che le classi superiori esercitavano per mezzo delle loro

clientele. Questo episodio, come ricorda Livio, portò, tra l’altro, ad un plebiscito (Plebiscitum de populo non sevocando), poi ratificato

senza particolari opposizioni (in ragione, probabilmente, del grande strappo alla regola da cui esso era scaturito), che vietava di sevocare

il popolo, cioè di convocare separatamente, fuori dai luoghi tradizionali, le assemblee, come aveva fatto Capitolino.

Per intraprendere il cursus honorum, un romano doveva necessariamente militare nella cavalleria per un decennio (Livio, negli Ab Urbe

5

condita libri, descriveva la cavalleria romana come il «semenzaio del senato» [42, 61.5]). 43

ormai censiti separatamente rispetto ai cittadini della prima classe), la condizione era il possesso di un patrimonio di 1.000.000 di

assi (400.000 sesterzi), ossia dieci volte il censo minimo della prima classe (mentre nella prima età repubblicana si aggirava attorno

ai 100.000, che, come si sa, era il minimo per l’accesso alla prima classe). La difficoltà di entrare in questa classe era dovuta anche

al fatto che, oltre al patrimonio, era necessario avere alle proprie spalle una vasta rete di clientele (importante soprattutto nei comizi

centuriati) e il patronato politico di personaggi già influenti in senato o degli stessi patrizi, che potessero garantire un’attività

senatoriale non marginale (o almeno un’attività nella quale non si fosse marginalizzati).

I comizi curiati

I comizi curiati, l’antica assemblea popolare risalente all’età regia, non ebbe un ruolo fondamentale nemmeno nell’ordinamento

repubblicano (sui comitia curiata regi si vedano i §§ Romolo, a pag. 15, e Numa Pompilio e la religione, a pag. 18): le competenze

di questo consesso, costantemente erose dai comizi centuriati, si ridussero infatti essenzialmente alla cooperazione nel compimento

di atti solenni, di matrice esclusivamente sacrale. Così come, in età regia, ai comizi curiati era affidato, almeno formalmente, il

riconoscimento sacrale dell'autorità regia (applauso comiziale), al pari, in età repubblicana, nella stessa assemblea si procedeva alla

inauguratio del rex sacrorum e dei flamini maggiori (si badi bene, non alla nomina o all’elezione, il che richiama il carattere passivo

dell’acclamazione regia, su cui si è detto in precedenza). Il compito più celebre dei comizi curiati era quello di conferire ufficialmente

i poteri ai nuovi magistrati (lex curiata de imperio), un atto che pure richiamava la ratifica, sia per forma che per contenuto, quasi

nullo ovviamente (ché si trattava ormai di un atto meramente simbolico ), la pratica dell’applauso comiziale antico.

6

I comizi curiati si pronunciavano altresì, convocati dal pontifex maximus, sulle pratiche di adozione da parte dei patres familiarum

(adrogatio), sui testamenti (testamentum calatis comitiis), sull'ammissione di una nuova gens (cooptatio) nella comunità patriziale

romana, sugli scioglimenti dei vincoli familiari (detestatio sacrorum). L’unità votante dei comitia curiata era la curia, sebbene i cives

votassero individualmente nell'ambito di ognuna di queste, in modo da determinare, a maggioranza, quale ne fosse l'orientamento, e

così presentarsi nel consesso. Le varie curie votavano contemporaneamente – a differenza di quello che accadeva nel comizio

centuriato, dove si procedeva dalle unità di censo maggiore a quelle di censo minore – per cui ognuno aveva fondamentalmente

stesso peso. L'orientamento di ogni curia era quindi presentato all'assemblea da un littore, designato dal curione che era a capo della

curia stessa. Essendosi l'attività di questi comizi ridotta a mera questione simbolica, nella Tarda Repubblica si diffuse la consuetudine

di far riunire ad agire soltanto i 30 lictores curiati, tanto che le curie, nel loro complesso, finirono per non riunirsi più.

I comizi centuriati

I comizi centuriati furono tra i più importanti tra i comizi repubblicani (indicati come comitiatus maximus già nelle XII tavole).

Parlando di questi comizi in relazione alla tarda età regia, quando pare che siano stati istituiti (secondo la tradizione da Servio Tullio),

si era già notato che essi ebbero la loro ragione più profonda in un mutamento degli ordinamenti militari, che si tradusse in una nuova

forma politica: a riprova del loro carattere militare possiamo ricordare che, secondo le fonti, le prime determinazioni politiche

repubblicane dei comizi – e quindi non è inverosimile che, in qualche modo, essi ne avessero titolarità anche precedentemente –

furono proprio delle leges de bello indicendo, ossia delle deliberazioni con cui il popolo approvava delle dichiarazioni di guerra

presentate dai magistrati I comizi centuriati si occuparono anche, ab origine, di leges de potestate censoria, ossia dell’attribuzione

della potestas al censore (privo, lo ricordiamo, di imperium), mentre non si registrano, per la prima età repubblicana, rogazioni di

leggi ordinarie. Imperare exercitum era infatti il termine della convocazione dei comizi, che rispondevano dunque sempre, almeno

formalmente, all'espressione delle imperium militiae, per cui potevano ordinarla (esercitando lo ius agendi cum populo) soltanto i

magistrati cum imperio e, naturalmente, cum auspiciis, cioè massimamente i consoli (che dagli stessi comizi venivano eletti) e il

dittatore (che, dal canto suo, non era eletto, ma, come abbiamo visto, dictus), ma anche il pretore, soltanto però per quanto riguardava

le funzioni giurisdizionali in materia di repressione criminale, tanto che, infatti, questi non poteva convocare l'assemblea per l'elezione

di un magistrato maggiore, e neppure di un suo successore, un compito che spettava ai consoli. Il potere di convocare l'assemblea era

anche assegnato all'interrex, ai tribuni militari consulari potestate (su cui vedi il § Lex Canuleia, leges Liciniae Sextiae, lex Hortensia,

p. 52), ai censori, per compiere le operazioni di censimento (ma non potevano rogare proposte). Fu concesso anche ai decemviri

legibus scribundis. Se più magistrati convocavano contemporaneamente i comizi, prevaleva la convocazione del magistrato

superiore, e se la convocazione era fatta di concerto, i convocanti decidevano d'accordo tra loro chi dovesse presiedere i lavori.

La composizione

Ciò che qui, però, è più interessante, è il fatto che, al di là della genesi, la configurazione di questi comizi, così come presentata dalle

fonti (cavalieri, cinque classi, fabbri, suonatori e capite censi: vedi il § Servio Tullio), non può aver avuto origine che in età già

pienamente repubblicana: l'idea che la composizione di questa assemblea fosse determinata ab origine da un analitico calcolo del

censo è infatti, a tutta ragione, infondata (anche perché a Roma a lungo il patrimonio era costituito dai soli beni immobili, in fondo

difficilmente quantificabili, e non da moneta corrente, che ebbe una diffusione tarda), come anche l’idea che essa fosse la proiezione

politica dell’organizzazione dell’esercito, per il fatto che difficilmente quest’ultimo era già così ben strutturato. Quando si ebbe la

trasformazione in assemblea politica dell'insieme dei cittadini alle armi – la cui identità, in ogni caso, non può essere negata – non è

affatto chiaro, e questa indistinzione è il principale motivo dei dubbi avanzati circa l’attendibilità della descrizione, offerta dalle fonti,

dei comizi serviani, mentre possiamo avanzare ipotesi verosimili, per quanto contenutisticamente lasche, circa i motivi di questa

ricomposizione costituzionale: per quanto riguarda il periodo strettamente monarchico possiamo citare, tra le tante determinanti,

l’inadeguatezza dei vecchi moduli organizzativi fondati sulle curie, la rottura degli equilibri tra i gruppi politici, l'esigenza monarchica

di limitare il potere degli aristocratici, le necessità militari connessi all'adozione del sistema oplitico; per quanto riguarda invece la

Il richiamo principale, in questo senso, è quello alla sacralità del conferimento. Il magistrato, scelto dai comizi centuriati, doveva ricevere

6

l’investitura dal “popolo” riunito nei comizi curiati, cioè ricevere simbolicamente la forza necessaria al comando e il riconoscimento di

questa da parte della comunità, che vi si sottometteva. Il senso sacrale e solenne di questi atti è lampante.

44

prima età repubblicana, possiamo porre l'attenzione sulla presenza nell'esercito di elementi non esclusivamente patrizi e, quindi, sulla

presa di coscienza da parte di questi del proprio ruolo e della propria importanza, sullo sviluppo delle tensioni sociali connesse alla

lotta di classe patrizio-plebea, sull’emergere di nuovi equilibri e gruppi politici. La struttura dell’assemblea centuriata, così come

descritta dalle fonti, sicuramente rispondeva dunque in modo organico alla nuova e stabile organizzazione dell’esercito oplitico della

prima età repubblicana: essa fu la traduzione degli effettivi rapporti di forza politici che si erano determinati a Roma, e che trovavano

nell’esercito la loro migliore rappresentazione, come si è più volte avuto modo di ricordare, tanto che tale consesso divenne il centro

in cui si misurò a lungo la vita della comunità. Così, come si è già detto, l’attribuzione a Servio Tullio di una tale riforma costituzionale

è senza dubbio frutto della retroproiezione di una realtà consolidatasi soltanto in età repubblicana. Si deve anche considerare il fatto

che chi ci ha descritto la struttura dei comizi serviani (si prenda, ad esempio, Livio) è vissuto in un’epoca in cui l’identità appena

descritta tra costume militare e politico si era già persa. Alla fine del IV secolo (vedi il § Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.),

infatti, la stessa struttura dell'esercito mutò, in quanto prese ad essere organizzato su unità diverse dalla falange oplitica, i manipoli,

e i combattenti presero ad essere retribuiti (erano detti “al soldo”), il che determinò appunto un distacco tra la struttura militare (non

più legata posizione patrimoniale del cittadino guerriero) e l'ordinamento dell'assemblea popolare (ancora strutturata invece in base

a criteri strettamente censitari). Ogni manipolo, che costituiva la trentesima parte di una legione, era suddiviso in due centurie, che

generalmente erano composte di un numero assai inferiore ai 100 uomini (fino a un minimo di 30, con una media di 60), mentre nei

comizi ogni centuria comprendeva parecchie centinaia, talora migliaia di cittadini. Questa cesura potrebbe aver contribuito ad

impedire agli storici antichi di rintracciare (in un’epoca in cui l’esercito era già ben altra cosa rispetto al comizio) quell’identità che

qui abbiamo ricostruito, permettendo di operare la proiezione suddetta, scavalcando cioè la considerazione di una stretta continuità

tra l’elemento politico e quello militare a ridosso del passaggio tra la monarchia e la repubblica, i cui contorni, nella tradizione, sono

infatti a loro volta già molto imprecisi. Comunque, per evitare di addentrarsi e arrischiarsi troppo in congetture specifiche, si

mantengano qui per buone almeno le considerazioni generali che abbiamo appena portato.

Si deve altresì ricordare che, nella seconda metà del III secolo a. C. (fra i 241 e il 219: la data esatta è discussa), l’ordinamento

centuriato subì una riforma. Le centurie della prima classe furono ridotte da 80 a 70, in modo da permettere il loro collegamento alle

tribù, che nel 241 avevano appunto raggiunto definitivamente il numero di 35 (4 urbane e 31 rurali), così che vi fossero due centurie

per tribù (una di seniores e una di iuniores). Nell' ordinamento centuriato precedente, quello serviano, i censori avevano distribuito i

cittadini nelle varie classi secondo il censo, ma nelle diverse centurie in modo arbitrario: con questa riforma invece, almeno per la

prima classe, i censori iscrivevano i cittadini nelle diverse centurie, sempre divisi per censo, ma a seconda dell'appartenenza alle

tribù. In questo modo divenivano preponderanti, naturalmente, gli iscritti e le tribù rurali, le quali ottenevano 62 centurie (31 x 2).

La riforma quindi si inseriva nella tendenza, che abbiamo descritto, che vedeva emergere un ceto di nuovi ricchi, in maggioranza

mercanti, speculatori e pubblicani, i quali investivano i propri capitali in terreni, acquisendo così il diritto di iscriversi nelle tribù

rustiche. Al di là di quanto si possa credere, la riforma non ebbe un effetto immediato e determinante, in quanto, per contro, furono

intentate diverse azioni politiche da parte dei rappresentanti della plebe. Gaio Flaminio, tribuno della plebe nel 232, fece approvare

un plebiscito (nonostante mancasse l'auctoritas patrum), de agro Piceno Gallico viritim dividundo, che imponeva, come da

denominazione, che il territorio sottratto poco prima ai Galli Senoni, fosse distribuito in proprietà privata a nullatenenti e figli di

contadini appartenenti a famiglie numerose, quindi privi della possibilità di avere in eredità terre avite. Se il territorio fosse rimasto

ager publicus, vi ci si sarebbero avventati infatti proprio i membri di quei gruppi in ascesa suddetti. Un altro plebiscito, nel 218, la

lex Claudia de quaestu senatorum, avrebbe vietato ai senatori – tra i tanti senatori, infatti, aderì alla proposta pare soltanto Gaio

Flaminio –, di possedere navi da carico capaci di più di 300 anfore, ossia gli avrebbe precluso il commercio marittimo: la norma

sembrava ispirarsi all’antica idea che il commercio egli affari fossero indegni per un senatore, ma più che colpire i senatori già in

carica, che potevano eludere la norma ricorrendo a prestanome, essa sbarrava la strada ai mercanti proprietari di navi, sempre più

ricchi, che così, nonostante la riforma suddetta, rimasero esclusi dal senato stesso. La classe senatoria, dunque, non venne in realtà

costretta dalla disposizione (ed è chiaro per il fatto che sia inverosimile che un’assemblea popolare avesse tanta forza contro

un’assemblea oligarchica come il senato), ma, mantenendo tra l’altro il suo profilo morigerato, rispettoso dei costumi, si chiudeva,

tutelandosi dalle mire della nuova classe rampante (con cui poteva persino concorrere a mezzo dei suoi prestanome, evitando in tal

modo anche il rischio diretto che quelli correvano). Questi provvedimenti, insomma, miravano a rallentare l'ingresso in politica degli

homines novi provenienti dal ceto imprenditoriale, cui si negava il prestigio senatoriale. Ad ogni modo, le grandi conquiste di Roma

nel meridione italiano, di cui sarebbe stata l’acme l'abbattimento della potenza cartaginese (146 a.C.), avrebbero anche

definitivamente portato alla ribalta – per i motivi che vedremo – il nuovo ceto in ascesa (l’antesignano dell’ordine equestre tardo

repubblicano), che avrebbe preferito insistere sul Mediterraneo, in cui vantava interessi commerciali notevoli, piuttosto che portare

avanti l'espansione territoriale verso nord, che invece era stata nel passato il principale strumento di acquisizione di terreni destinati

alla distribuzione presso le classi subalterne, che, a favore del ceto equestre, come vedremo, avrebbero perso molte posizioni.

Le procedure

Oltre che all’evoluzione dei rapporti politici all’interno dei comizi, è opportuno però anche dare uno sguardo alle procedure

assembleari, che erano di per sé abbastanza complesse. Il magistrato che emanava l’editto di convocazione (in cui era indicata la

data , il luogo, l’oggetto delle votazioni, le leggi proposte, i candidati alle magistrature, i nomi degli accusati e le loro imputazioni,

7

ecc., a seconda delle evenienze), proponeva all’assemblea una interrogazione (rogatio) – come si già ricordato, a partire dal 339 a.C.,

secondo la lex de patrum auctoritate, la rogatio dovette ottenere il benestare dei patres –, di norma concernente una questione singola

(una lex Didia, nel 98 a.C. avrebbe definitivamente stabilito che le rogazioni non potessero avere un oggetto eterogeneo, cioè vietava

la rogazione di una lex cosiddetta satura), secondo la celebre formula “velitis, iubeatis, Quirites…(oggetto della questione)…hoc ut

dixi ita, vos, Quirites rogo (vogliate, ordinate, Quiriti…chiedo a voi, Quiriti, questo, così come l’ho detto). Il popolo, a questo punto,

doveva rispondere affermativamente o negativamente, senza la possibilità di portare emendamenti, cioè accettare o rifiutare in blocco

Il dies comitialis non poteva cadere né tra i giorni fasti, cioè i giorni in cui era permessa l’attività giudiziaria, né tra quelli nefasti, festivi.

7 45

il provvedimento. Lo stesso accadeva per l’elezione dei magistrati, la cui candidatura era presentata dal magistrato convocante, una

forma che si mantenne anche quando si diffuse l’uso da parte dei membri dell’assemblea più influenti di petere magistratum, ossia

di presentare la propria professio nominis, un nome da candidare: la proposta doveva esser comunque fatta al magistrato convocante,

che la sottometteva poi al popolo con una rogatio. Il magistrato presiedente poteva, però, anche suffragium non observare, cioè

rifiutare un voto che non gli era congeniale, o interrompere le votazioni, farle ripetere, o ancora non procedere (renuntiatio) alla

proclamazione del risultato: il potere del magistrato che presiedeva l'assemblea era dunque di fatto quasi assoluto (si tenga presente

che, tuttavia, spesso l’assemblea era già ben disposta nella direzione dello stesso che la presiedeva), tanto che vi si potevano opporre

soltanto altri magistrati dotati maggiore potestas o i tribuni della plebe.

Il testo delle leges era reso noto (promulgatio) in due modi. Veniva pubblicato precedentemente su tavolette lignee imbiancate, ma

non è chiaro quanto tempo intercorresse tra la pubblicazione e la votazione: per alcuni, almeno per i tempi più antichi, sarebbero stati

rispettati i triginta iusta dies che occorrevano anche per la leva, secondo altri invece tale lasso di tempo era costituito dal trinundinum,

un intervallo di tre nundinae (giorni di mercato), ossia 24 giorni (una legge del 98 a.C., la lex Cecilia Didia, avrebbe comunque reso

obbligatorio il trinundinum). Il contenuto della legge veniva anche annunciato verbalmente in riunione informali (contiones)

precedenti l’assemblea ufficiale, in cui erano portate orazioni pro (suasiones) o contro (dissuasiones), che potevano influenzare

l’operato del magistrato rogante e determinare anche emendamenti alla proposta (nel caso in cui vi fossero mutamenti la procedura

però iniziava daccapo: editto, promulgatio [trinundium] contiones, suasiones e dissuasiones).

Il giorno prima dell’assemblea il magistrato si recava al templum per prendere gli auspici, che, se fossero stati sfavorevoli, avrebbero

determinato il rinvio, se favorevoli l’avrebbero predisposta: l’assemblea era così convocata extra pomerium, in virtù della sua natura

marziale (il magistrato la convocava esercitando l’imperium militiae, come si è detto), ma sempre nei pressi della città (trans Tiberim,

oltre il Tevere, o nel Campo Marzio ) e mai in castris (o ad castra), ossia in un accampamento militare, perché in quel caso era

8

violata la potestas dei tribuni della plebe, che non avrebbero potuto intervenire. Finalmente, dopo una nuova breve contio, compiuto

il sacrificio agli dèi e pronunciata la solenne preghiera di rito, si poteva dar avvio all’assemblea, con la rogazione. Entrati nei septa,

i recinti preparati per la separazione degli appartenenti alle varie centurie, i cittadini iniziavano a votare: la votazione non era

sincronica (del resto nemmeno venivano predisposti i septa per tutte le 193 centurie), ma seguiva un ordine ben stabilito, procedendosi

dalla classe più alta. Votavano per prime le 6 centurie romulee dei cavalieri (sex suffragia), che pertanto erano le centuriae

praerogativae (pre-rogate, chiamate per prime al voto), a cui seguivano le altre 12, poi quelle della prima classe e così via (questo

ordine sarebbe stato modificato dopo la metà del III secolo). I votanti esprimevano comunque individualmente (viritim) la loro

determinazione, uscendo uno ad uno dai recinti attraverso stretti passaggi (pontes), dove li attendevano gli scrutatori (rogatores), che

registravano il voto su apposite tabellae: si trattava di rispondere positivamente o negativamente alla rogatio o indicare il candidato

(in età più tarda, per evitare brogli si passò alla votazione segreta, per iscritto, tramite tesserae, da disporre in apposite cistae ). Il

9

rogator, terminati i membri di una centuria, procedeva al conteggio (diribitio) e quindi traeva il voto unitario della centuria,

determinato naturalmente dalla maggioranza all’interno della centuria stessa (non era dunque rilevante il numero dei votanti per

centuria, a tutto danno delle classi inferiori, più numerose). Il risultato veniva così proclamato e a questo punto il magistrato-

presidente poteva anche, come si è detto, rifiutare il voto e ordinare la ripetizione. Durante la diribitio dei voti delle prime centurie,

si continuava, intanto, a votare nelle successive, tanto che il voto dei ricchi delle centurie dei cavalieri, a cui appartenevano i grandi

proprietari terrieri, e della prima classe, a cui appartenevano grandi commercianti, appaltatori e pubblicani, riusciva ad influenzare

quello dei cittadini delle classi successive, che l’apprendevano prima che arrivasse il proprio turno: il risultato delle votazioni era

quindi quasi sempre deciso dalle classi superiori, in quanto spesso non si arrivava affatto a consultare le altre, ché il voto unanime

delle prime centurie (quelle dei cavalieri e della prima classe erano già 98) assicurava la maggioranza (a proposito, Cicerone scrisse

nel De republica che Servio curavit ne plurimum valeant plurimi).

I concilia plebis tributa

Dopo una prima fase molto antica, nella quale la plebe ribelle e perseguitata si radunava, magari clandestinamente, intorno ai propri

capi, senza alcun riconoscimento e soprattutto senza alcuna struttura assembleare, i plebei iniziarono a darsi delle assemblee ordinate

curiatim, ossia riproducendo in qualche modo l'ordine curiato (ciò permetteva però anche ai patroni patrizi che li avevano come

clienti di controllare e influenzare, quando persino non stroncare la loro azione politica). A partire dal 471 a. C., la plebe, nei suoi

concilia (da cum calare: chiamare assieme, convocare), prese invece a riunirsi per tribù, per cui le assemblee presero il nome di

concilia plebis tributa. Secondo le fonti, sarebbe stato il tribuno Publilio Volerone a proporre, l'anno precedente, una nuova disciplina

dell'elezione dei capipopolo, i tribuni, basata sulla votazione per tribù territoriali: in questo modo si riusciva a sottrarre potere di

scelta ai plebei nullatenenti, che appunto si trovavano le dipendenze dei patrizi come clienti, in quanto la riforma prevedeva che, al

fine di iscriversi ad una determinata tribù, il plebeo dovesse avere in quel territorio «la sede e il fondo», ossia risiedervi e possedere

un seppur esiguo patrimonio, il che lo sottraeva, a differenza dei nullatenenti, alla mercé dei ricchi patrizi. Questo ordine di cose, in

cui le istanze emancipatorie della plebe si esprimevano in senso ribellistico e rivoluzionario, era destinato ad essere ridimensionato

dalla formazione di un’élite plebea, sempre più vicina all’aristocrazia patrizia, come abbiamo più volte indicato: se da un lato la

plebe, così trasformata, riuscì ad ottenere riconoscimenti istituzionali durante il primo secolo di lotta repubblicano, dall’altro essa

perse sempre più il costume rivoluzionario di cui sopra e la sua coscienza di classe (o almeno la coscienza di classe in lotta),

inserendosi infine a pieno titolo, dopo ben due secoli di lotte (lex Hortensia), nell’ordinamento repubblicano.

Il Campo Marzio si trovava nella zona pianeggiante di ampia estensione a nordovest del Campidoglio, delimitata, a ovest e a nord dalla

8

sinuosa linea del Tevere e ad est dalla linea degli altri colli Latiare e Muciale.

Questi mutamenti presero corpo sul finire del II secolo, quando furono approvate diverse leggi plebiscitarie dette tabellariae, che imposero

9

appunto il voto segreto tramite tessera. Tre furono i provvedimenti che si mossero in questa direzione: la lex Gabinia tabellaria (139), che

impose il voto segreto nei comizi elettorali, la lex Cassia tabellaria (135)), che lo impose nei giudizi (esclusi quelli per perduellio) dei

concilia plebis, e la lex Papiria tabellaria (107), che lo introdusse nei comizi legislativi.

46

Questi comizi erano convocati, in piena età repubblicana, da magistrati minori (o almeno a partire da quando queste figure divennero

magistrati repubblicani) a cui spettava lo ius agendi cum popolus, ovvero i tribuni o gli edili plebei. Questi concilia, diversamente

dai comitia, non erano aperti dalla consultazione della volontà divina (auspicia), a testimonianza dell’assoluta estraneità alla religione

della plebe romana (come si sa, la principale pregiudiziale all’accesso dei plebei alle magistrature maggiori fu proprio la mancata

possibilità di questi di prendere gli auspicia): allo stesso tempo, però, essi non erano viziati o pregiudicati da impedimenti di natura

sacrale. Furono convocati entro un miglio dal pomerio, di solito nel Foro o sul Campidoglio. Le determinazioni del concilio plebeo

(plebiscita) furono a lungo (fino al 287) considerate ben diverse da quelle dei comizi, in quanto la plebs poteva soltanto “stabilire”

(sciscere), produrre degli scita (da cui plebis scita), senza vincolare tutto il popolo (ma al più i soli plebei), e non “ordinare” (iubere),

ossia produrre delle leges, valide per tutti, come era invece proprio del popolus. La forza della plebe stava quindi non nei vincoli

giuridici che poteva imporre, in quanto di questo potere era totalmente priva, ma nel suo potenziale politico rivoluzionario – poggiante

su minacce, secessioni, rifiuti di rispettare la leva, azioni violente –, che i patrizi furono ben accorti mantenere inespresso,

concedendo, quando necessario, il richiesto, anche sotto forma di legge comiziale.

I concilia plebis, nonostante l’emersione dei comizi tributi (vedi in seguito), furono comunque attivi, convocati da tribuni ed edili,

privi di imperium, anzi, per facilità di convocazione, versatilità, velocità di votazione e assenza di pregiudiziali religiose, essi, assieme

ai comizi tributi, presero ad assorbire sempre più l’attività legislativa dei comizi centuriati (soprattutto nel capo del diritto privato e

processuale), i cui membri erano spesso gravati di obbligazioni belliche e lontani da Roma. La struttura tribunizia dava maggior peso

ai membri appartenenti alle tribù rustiche, sempre più grandi possidenti ed esponenti delle nuove élite patrizio-plebee, per cuinon vi

fu una reale perdita, dal punto di vista politico, delle classi egemoni, benché queste non avessero appunto un profilo esclusivamente

patrizio, com’era invece nei comizi centuriati (in ogni caso, come si può notare, l’evoluzione è perfettamente in linea col quadro che

abbiamo delineato a più riprese nella narrazione).

I comizi tributi

In età repubblicana, accanto ai comizi popolari (curiati e centuriati) e ai concilia plebis, si affermò una nuova forma di comizio, i

comitia tributa, dalla genesi e dalle competenze oscure, tanto che spesso sono stati confusi o identificati con gli stesi concilia plebis

tributa, che con questi condividono anche parte della denominazione (tributa: in realtà la ragione di ciò sta soltanto nel fatto che,

come vedremo, i cittadini vi fossero distribuiti allo stesso modo, ossia per tribù). In merito a quest’ultima ipotesi, si deve però notare

che, nonostante le disposizioni della lex Hortensia (287 a.C.) – con la quale cadde definitivamente la distinzione “materiale” tra

popolus e plebs, ossia tra patrizi e plebei, sotto il rispetto della capacità di produrre norme vincolanti per tutti i cittadini –, i comitia

rimasero nettamente distinti dai concilia, che, come abbiamo già appurato, erano soltanto plebei (la distinzione si mantenne quindi

sul piano “formale”): comizi (da cum ire: andare assieme) furono le assemblee convocate, in appositi spazi (nel Foro, ma sempre

all’aperto), da un magistrato dotato di ius agendi cum populo e in grado di auspicari, mentre i concili, come sappiamo, furono le

adunanze meno formali di cittadini plebei, a cui, nonostante tutto, ovvero nonostante la stessa lex Hortensia (287), non fu mai

riconosciuto lo stesso carattere dal punto di vista costituzionale (furono sempre un istituto “di parte”, in quanto v’erano ammessi o

vi partecipavano soltanto plebei, e quindi non era rappresentativo dell’intero popolus romanus). Considerando, dunque, già soltanto

la denominazione delle due diverse assemblee (e, quindi, i brevemente descritti caratteri che ne derivano), si dovrà convenire

sull’impossibilità dell’identificazione di cui sopra.

I comizi tributi, in linea quindi con quanto detto, furono assemblee dell’intero popolo, convocate e presiedute cum imperio, nonché

subordinate agli auspicia, dai magistrati che di questi titoli disponevano, ovvero il console o il pretore. In tali comizi, i cittadini erano

ordinati non per centurie né per curie, bensì per tribù, come nei concilia plebis: 4 urbane e 31 rustiche (così almeno a partire dal 241,

quando si pose fine alla creazione di nuove tribù: il numero delle tribù rustiche, create nei primi anni repubblicani, è comunque

sempre stato maggiore a quello delle tribù urbane ). In questo modo, nonostante nei comizi centuriati – che detenevano l'effettivo

10

controllo della vita politica – fossero determinanti, come si è mostrato, le classi più ricche, ai medi e piccoli possessori di terre,

preponderanti invece nei comizi tributi, grazie alla larga presenza di questi nelle tribù rurali (che erano sempre in maggioranza, come

abbiamo notato), era lasciata – quasi a mo’ di concessione – un'indubbia prevalenza nell'attività legislativa (i magistrati potevano

rogare indifferentemente ai comizi tributi e centuriati le leges, ma, almeno nella Repubblica classica, ai comizi centuriati si rogavano

soltanto le leges de bello indicendo e le leges de postestate censoria, a rimarcare il profilo militare e timocratico di tale assemblea, e

ad essi si affidava l’elezione dei magistrati maggiori) e nell'elezione dei magistrati minori (questori e edili curuli), che erano appunto

le competenze fondamentali di tale assemblea. Ciò è in linea con le dinamiche più volte esposte: il ceto medio plebeo, emergente

(anche grazie alle distribuzioni dell’ager pubblicus, sempre crescente nella Roma repubblicana, che aveva ormai un costume

decisamente espansionistico), iniziò a rivendicare spazi politici ben distinti: nei comizi tributi tali spazi, negati in fondo nelle altre

assemblee, erano appunto loro accordati.

Le modalità di espressione della volontà comiziale ricalcavano, in parte, quelle valenti per il comitiatus maximus. Presi gli auspici, i

magistrati competenti convocavano innanzitutto i comizi nel Foro o in Campidoglio, dando inizio alle operazioni di presentazione

Nei primi anni della repubblica, infatti, furono istituite le tribù rustiche, che si aggiunsero alle quattro tribù urbane (Suburana, Palatina,

10

Esquilina e Collina) istituite da Servio Tullio. Le tribù rustiche furono dunque, ab origine, in numero di gran lunga maggiore rispetto a

quelle urbane, contandosene almeno 17, le quali (ad eccezione delle Clustumina), nonostante fossero istituite con criterio territoriale,

avevano comunque nomi di chiara matrice gentilizia (a testimonianza di un radicamento territoriale delle gentes stesse): molte delle gentes

non sopravvissero tuttavia oltre il IV secolo a.C. (indicheremo queste con una “n” tra parentesi). Le 17 tribù attestate sin dal 495 a.C. sono:

Camilia (n); Claudia; Clustumina o Crustumina; Cornelia; Emilia; Fabia; Horatia; Menenia; Papiria; Lemonia (n); Pollia (n); Pupinia (n);

Romilia; Sergia; Valeria o Galeria (n); Voltina (n); Veturia o Voturia. Le altre tribù rustiche furono aggiunte a seguito delle conquiste di

Roma, fino ad arrivare appunto al numero di 31, cioè quasi ad un raddoppio, tra queste (queste, invece, tranne la Popillia, di matrice

gentilizia, tradivano col loro nome quello del territorio per il quale erano state create): Aniense; Arnense; Falerna o Falerina; Maecia;

Oufentina o Ufentina; Popillia o Poblilia; Pomptina; Sabatina; Scaptia; Stellatina; Teretina; Tromentina; Velina. 47

della legge. La votazione era, diversamente da quella dei comizi centuriati, tuttavia sincronica: ogni tribù procedeva alla

determinazione del proprio voto unitario nello stesso modo in cui accadeva nelle centurie (viritim), ma tutte contemporaneamente,

sebbene l'eventuale renuntiatio dei singoli voti da parte del magistrato presidente era effettuata secondo un ordine stabilito di volta

in volta per sorteggio. Dalla maggioranza dei voti unitari, naturalmente, nonché dalle disposizioni del magistrato convocante,

dipendevano gli esiti della seduta.

È probabile che l’affermazione di questa assemblea risalga alla metà del IV (probabilmente proprio dopo le violazioni occorse a Sutri

nel 357, a cui si è accennato in nota 4, a p. Errore. Il segnalibro non è definito.), quando la diversificazione politica a cui si

accennava iniziò a manifestarsi, e non al 447, come indicano le fonti, secondo le quali in quest’anno gli stessi comizi avrebbero eletto

per la prima volta i questori. Lo spostamento in avanti di questo termine, assieme alla suesposta mancanza di riferimenti a rogazioni

di leggi ordinarie ai comizi centuriati, di certo più antichi dei tributi, porta anche a riflettere sul fatto che, mancante la risposta del

popolus (per quanto questa, come si è visto, potesse avere un valore discriminante, dopotutto), la promulgazione delle “leggi

ordinarie” sia stata a lungo subordinata, in fase di definizione dell’ordinamento repubblicano, alla sola discrezione dei magistrati

maggiori, e, eventualmente, del senato, a patto, tra l’altro, che si possa porre un discrimine fattuale, per la Prima Repubblica, tra i

membri questi due ordini. La lex, in questo senso, non sarebbe stata rogata, ma data, o meglio dicta, ovvero imposta in modo

eteronomo. Tuttavia, è altresì opportuno sottolineare il generale carattere lato dell’esperienza giuridica e legislativa romana: del resto,

infatti, anche nell’ordinamento maturo la lex rogata non era altro che una lex data in modo eteronomo dal magistrato al popolus in

assemblea, concepita questa almeno nominalmente come ente autonomo, quando persino non dicta, vista l’ampia discrezionalità del

magistrato. Questa precisazione ci impone di riflettere più profondamente sulla struttura della legge comiziale. La lex era suddivisa

in tre parti, la praescriptio, la rogatio e la sanctio. Nella praescriptio, che non era presentata all’assemblea ma integrata nel corpo

della legge, si indicavano gli estremi del procedimento (magistrato o tribuno rogante, luogo, data, assemblea a cui ci si è rivolti,

centuria o tribù interpellata per prima), la rogatio, come si è visto, costituiva l’atto con cui il provvedimento era sottoposto al popolo,

che lo accettava o lo respingeva, nella sanctio (da non confondere con l’italiana “sanzione”, ossia con l’effettivo atto dell’applicazione

della legge) si stabilivano delle clausole (capita), variabili da testo a testo, che avevano lo scopo di garantire l’applicazione della

legge: si trattava di garanzie, come, ad esempio, quella che imponeva ai magistrati di prestare un giuramento col quale si obbligavano

all’applicazione della legge, o quella che prevedeva multe per i magistrati che avessero mal applicato o non applicato la stessa, o

ancora quella che prescriveva l’impossibilità dell’abrogazione della legge stessa (di fatto, a fronte dell’immenso potere del

magistrato, vi erano comunque quindi degli strumenti di tutela, per quanto questi, a loro volta, potessero essere rispettati). La sanctio,

a differenza della praescriptio, veniva presentata all’assemblea perché si trattava di una parte integrante della normativa, del

contenuto della lex: essa era, sotto questo rispetto, una parte della stessa rogatio, cioè appunto dell’interrogazione rivolta dal

magistrato a popolo, sebbene ne differisse formalmente quale pars legis.

Il cursus honorum in età repubblicana

Ora che abbiamo analizzato prerogative e funzioni dei diversi magistrati, possiamo dare uno sguardo alla questione del cursus

honorum (lett. il corso, il cammino degli onori). A Roma – sia in età repubblicana che imperiale –, per cursus honorum si intendeva

il percorso obbligato di ogni cittadino, che volesse ricoprire cariche politiche, tra queste stesse, ossia costituiva la carriera politica. A

partire dalla lex Villia annalis (180 a.C.), tale cursus sarebbe stato poi anche limitato da vincoli di età ben precisi (quando, in seguito,

si farà riferimento al limite d’età, s’intenda che esso sia valso appunto a partire dal 180 a.C., mentre le altre [successive] limitazioni,

saranno di volta in volta segnalate). È molto probabile che il certus ordo sia stato introdotto soltanto nel 180 a.C. (lex Villia annalis)

e rispettato veramente soltanto in seguito, a partire dall’età sillana, mentre in precedenza non si sarebbe seguito uno schema fisso.

In generale, nella prima età repubblicana, il cursus honorum era prerogativa dei patrizi, e quindi inaccessibile ai plebei , ma, come

11

abbiamo già indicato, man mano – e non senza difficoltà – questa esclusiva dovette essere abbandonata, tanto che vi cominciarono

ad accedere sempre più personaggi plebei (così che venne a formarsi la nuova aristocrazia cittadina, la nobilitas). In epoca imperiale,

invece, i cittadini erano divisi in tre classi: ordine senatorio (al quale si apparteneva per diritto di nascita, per ammissione imperiale

e disponendo di un patrimonio minino di 1.000.000 di sesterzi), ceto equestre (400.000 sesterzi) e plebei (non appartenenti a nessuno

dei precedenti ordini). I membri delle prime due classi potevano fare una ben distinta carriera politica, come vedremo.

In ogni caso, conditio sine qua non di qualsiasi attività pubblica era l’impegno militare (a testimonianza dell’essenziale militarismo

della società romana), il primo passo per la conquista dell’honor: il cursus honorum cominciava infatti con 10 anni di servizio

militare (spesso, tuttavia, tale limite non era rispettato), generalmente tra gli equites, preferibilmente a seguito di un personaggio

12

già onorato (in genere un proprio parente) e rivestendo la carica di tribuno militare. A fronte del fatto che sia abbastanza inverosimile

che potesse ricoprire una carica qualcuno che non avesse affatto militato, si deve concedere che non era né impossibile né improbabile

che la carica andasse a qualcuno che non era un eques, ma comunque un personaggio distintosi nella vita pubblica e, appunto, militare.

Aver combattuto per Roma – lo sapeva bene Cicerone, arruolatosi di malavoglia – era la garanzia d’essere un buon cives romanus,

d’amare la propria patria fino a rischiare la vita per essa (ci riserviamo di credere che, verosimilmente, molti si sarebbero risparmiati

la possibilità di dare la vita, ma il percorso era obbligato, quindi si faceva di necessità virtù). Analizziamo, dunque, il cursus tipico

dell’età repubblicana.

Dopo i 10 anni di servizio militare, il giovane aspirante politico doveva ricoprire per un anno una delle cariche minori responsabili

dell’ausilio alle magistrature (vedi il § I Vigintisexviri).

Il secondo (ma in realtà il primo vero) passo nel cursus era la questura, il grado più basso delle magistrature ordinarie romane. I

candidati dovevano avere almeno 30 anni (con la riforma di Augusto almeno 25 anni). Tuttavia, i patrizi potevano anticipare la loro

candidatura di due anni, sia per questa, sia per le altre cariche dell'amministrazione del tesoro pubblico (l'aerarium Saturni). A partire

La distinzione tra queste due classi, come avremo modo di appurare, aveva a che fare, soprattutto in età repubblicana inoltrata, con la

11

mera questione del lignaggio, e non con l’effettivo potere loro concesso.

«A nessuno è permesso di ottenere una carica politica se non abbia compiuto dieci campagne» (Polibio, Storie, 6, 19.1.5)

12 48

soltanto dalla Tarda Repubblica, l’elezione a questore avrebbe determinato l'automatica ammissione tra i membri del Senato alla

seguente lectio censoria.

Giunti a 36 anni, gli ex questori si potevano candidare per l'elezione ad una delle quattro cariche di edile. Tale ultima carica non

rientrava nel cursus honorum, la sua assunzione era ovvero facoltativa ai fini del proseguimento.

Anche la carica di tribuno della plebe non faceva parte del cursus honorum, in quanto era riservata appunto ai plebei, per i quali

invece era un passaggio essenziale all’interno della carriera politica

Il gradino successivo del cursus honorum era quello della pretura, alla quale si poteva accedere a 39 anni (con la riforma di Augusto

sarebbe bastato aver almeno 30 anni),

Il punto più alto del cursus honorum si raggiungeva con l’elezione al consolato, la carica più prestigiosa della carriera repubblicana.

L'età minima era 42 anni (con la riforma di Augusto sarebbe stata ridotta a 33 anni).

Oltre il consolato si trovava la censura, che sovrastava tutte le altre magistrature non per maggior potestas, bensì per prestigio, tanto

che erano necessari 44 anni per potervi accedere.

Dunque, per riassumere, il cursus honorum repubblicano constava di tre fondamentali cariche, ossia, in ordine, la questura, la pretura

e il consolato, alle quali si inframezzavano o aggiungevano le altre individuate. La consequenzialità era solitamente rispettata, ma

non mancarono le eccezioni. Nell’80 Silla, come vedremo, avrebbe reso il cursus un iter assai più rigido, per quanto anche questa

imposizione potesse avere, nei fatti, effettivo riscontro.

Il conflitto tra patrizi e plebei

Nelle fonti, la storia repubblicana che va fino al 287 a.C. è percorsa dal contrasto quasi endemico tra patriziato e plebe, ossia tra due

ordini che, come abbiamo anticipato, presero a definirsi in modo netto proprio a ridosso di questo periodo, mentre, per ciò che

concerne il tempo arcaico-regio, ci è lecito non solo credere i confini tra le due classi non fossero netti, ma anche che il patriziato

stesso, certamente già più organico e definito, non spiccasse nel sostrato politico cittadino tanto quanto le stesse fonti vogliano

lasciare ad intendere. In generale, essendo appunto queste due classi difficilmente rintracciabili in modo analitico, ma, allo stesso

tempo, essendo la prima più nettamente definita e omogenea della seconda, adottiamo un criterio negativo per l’inquadramento della

plebe, una compagine assai composita per natura: tra la plebe poniamo dunque i non-patrizi. Si tenga però presente che, quando si

parla di plebe sotto il rispetto politico, non si intende far riferimento all’insieme dei reietti, degli ultimi, dei subalterni, che pure

facevano latamente parte di questa classe, in quanto questi ebbero in tutta la storia romana (e, in generale hanno nella storia) un ruolo

molto marginale, ma si intende riferirsi agli strati più alti di questo gruppo, che poterono sviluppare una coscienza di classe solida e

convertirla in azione politica, che, nondimeno, non fu mai di carattere strettamente rivoluzionario, come avremo modo di constatare.

Non si trattò, in questo senso, di uno scontro tra dominatori e schiavi, ma di una contrapposizione di fazioni di cittadinanza libera:

da una parte l’aristocrazia fondiaria, di nascita privilegiata, dall’altra i cittadini ordinari, i cui diritti politici erano limitati e molti dei

quali si trovavano in difficoltà economiche. Il fattore economico fu determinante, tantoché un ruolo fondamentale nell'evoluzione

dei rapporti tra patriziato e plebe, come si è più volte indicato, lo ebbe proprio l'affermazione dell'ordinamento centuriato, ossia

timocratico, dunque di nuove condizioni socio-politiche che permettevano, almeno a livello teorico, alle alte sfere della fazione

plebea di entrare progressivamente all’interno delle istituzioni, il che venne perseguito non senza, come vedremo, scontri e difficoltà:

la contrapposizione tra patriziato e plebe fu però una lotta eminentemente politica, un fatto di rivendicazioni e resistenze, uno scontro

tra la fazione, quella plebea, che, data tale possibilità nominale, mirava a raggiungere di fatto posizioni notevoli, e la fazione, quella

patrizia, che resisteva in tutti i modi all’entrata di tali nuovi elementi . Nella prima fase della lotta, la più tesa, si formarono

13

semplicemente i due schieramenti (col coalizzarsi degli elementi di spicco e quelli popolari della classe plebea contro il patriziato),

mentre nella seconda fase, prese forma – in più step – il compromesso tra il gruppo dirigente dei plebei e i patrizi, che portò, infine,

alla nascita di una nuova élite, di un nuovo ordinamento sociale.

Il conflitto tra patrizi e plebei può essere inquadrato seguendo due direttrici: quella economica e quella politica. Per quanto riguarda

il rispetto economico, v'è da dire che, nel corso della prima metà del V secolo, dopo i buoni livelli raggiunti alla fine della monarchia,

in parte per annate di cattivo raccolto, in parte per altre congiunture, venne a svilupparsi una vera e propria crisi economica

(confermata, a quanto pare, anche dagli archeologi, che hanno registrato un calo del numero delle ceramiche greche di importazione

per questo periodo), concomitante ad una subordinazione dell’economia di scambio rispetto a quella ordinata alla semplice

sussistenza. Naturalmente, gli effetti di tale crisi furono avvertiti maggiormente dai piccoli agricoltori, che, per sopravvivere, erano

costretti a indebitarsi con ricchi proprietari terrieri, finendo per pagare debito col negozio della loro stessa persona, ossia riducendosi

in condizione fattualmente servile, divenendo nexi (secondo l’istituto del nexum ), o addirittura con la morte (nel caso di addictio,

14

come si detto in nota 14): davanti alla crisi economica, le richieste della plebe, soprattutto di quella minuta, si orientarono quindi su

una mitigazione delle norme sui debiti e su una più equa distribuzione dei terreni dell'ager publicus: su entrambe le questioni

Per dare un’idea: i plebei sarebbero stati ammessi al consolato dal 366 a.C. (Lucio Sestio Laterano), alla dittatura dal 356 a.C. (Gaio

13

Marcio Rutilo), alla censura del 351 (sempre Gaio Marcio Rutilo), alla pretura del 337 a.C. (Quinto Publilio Filone), tanto che, attraverso

la titolarità delle magistrature curuli, essi cominciarono ad entrare in senato.

Con l'accettazione del nexum, il debitore, che diveniva nexus, forniva come garanzia di un prestito l'asservimento di sé stesso – o di un

14

membro della sua famiglia su cui avesse la potestà (un figlio ad esempio) – in favore del creditore, fino all'estinzione del debito, che poteva

avvenire in denaro (magari grazie all’intervento di un patrono) oppure con servizi prestati per un determinato tempo al creditore da parte

del debitore. Il nexus non era formalmente un servo, ossia uno schiavo, ma la condizione in cui si veniva a trovare in caso di inadempienza

era di fatto analoga a quella di un servitore, ché il creditore si poteva rifare, appunto, sulla sua persona, esigendo prestazioni lavorative ad

esempio. Stringere un nexum spesso era l’alternativa, per il soggetto insolvente iudicatus tale (cioè dichiarato insolvente in un processo di

legis actio, se ne è parlato nel § La pretura), alla addictio definitiva della sua persona al creditore, che, in tal caso, trascorsi 60 giorni senza

che un vindex si facesse avanti a riscattare il creditore, sarebbe stato legittimato, non solo a ridurlo in schiavitù, bensì persino a provvedere

di sua mano all’esecuzione. 49

largamente insistono le fonti, ma, nell’ordine della nostra ricostruzione, ci pare necessario soffermarci maggiormente, seppur

brevemente, sulla seconda. Come si è detto, lo sviluppo della proprietà privata era stato il veicolo primario dell’indebolimento del

patriziato in età monarchica, per cui ora il mantenimento di questa come terreno pubblico (ager publicus), in vece della conversione

in terreno romano, era assai congeniale ai fini monopolistici della nuovamente crescente classe aristocratica, che

sull’amministrazione pubblica stava acquisendo il predominio: i patrizi, cioè, preferivano servare la terra come ager publicus per

accaparrarsene delle parti, mentre i plebei preferivano la conversione in ager Romanus e quindi la distribuzone colonoria (in coloniae

civium Romanorum). Per quanto riguarda il rispetto politico, furono, come anticipato, gli strati più ricchi della plebe a intentare

rivendicazioni, in primo luogo, per una parificazione dei diritti, ché, come si è visto, l'età protorepubblicana era stata la fucìna

dell'egemonia del patriziato (alcuni parlano persino di una «serrata del patriziato», che si chiuse all’accesso tra i suoi ranghi di genti

plebee, come pure, verosimilmente, benché non frequentemente, doveva accadere in precedenza: ricordiamo che patrizi e plebei, fino

al 445 a.C. [lex Canuleia], non poterono unirsi in matrimonio [di cui era condizione essenziale il conubium ]); in secondo luogo, al

15

fine di ottenere un codice scritto di leggi, che ponesse cittadini al riparo dell'arbitro di patrizi, che detenevano le magistrature

maggiori, dotate, come si è visto, di imperium. È legittimo dunque supporre che, in generale, il disagio economico del basso popolo

sia stato strumentalizzato – anche, volendo, in senso demagogico – dalle famiglie plebee più facoltose, che, più che a migliori

condizioni economiche, di cui già disponevano, avevano mire strettamente politiche.

Dalla secessione al Decemvirato

Il conflitto tra i due ordini, almeno secondo la tradizione, si compose già nei primi decenni repubblicani, aprendosi nettamente nel

494 a.C., allorché la plebe, esasperata dalla crisi, guidata probabilmente da tribuni militari appartenenti alle classi di censo inferiori,

diede forma ad una compatta secessione, ritirandosi sull'Aventino (che era divenuto una vera e propria sfera territoriale plebea, su di

esso si trovava il Tempio di Cerere, Libero e Libera , che, come accennato, era il centro del culto popolare), lasciando così la città

16

priva della sua forza lavoro e indifesa. Roma, dopo la cacciata dei re etruschi, era stata esposta alle mire dei vicini (come vedremo,

all’inizio del prossimo capitolo, di città come Veii, Tusculum e Ardea, ma anche dei popoli montanari come gli Equi e i Volsci), e, al

contempo, era andata acquisendo rilevanza, all’interno dell’esercito, la fanteria plebea, per cui un abbandono della città della parte

di quest’ultima, in una situazione di pericolo che poteva scatenarsi da un momento all’altro, sarebbe stata esiziale: la secessione,

reale o minacciata soltanto, veniva a costituire così un arma politica notevole (insomma, l’emergere della formazione oplitica fece sì

che, con la forza militare del popolo [del popolo ricco, s’intende], ne aumentasse anche l’autocoscienza: si consideri che, a questa

altezza, come vedremo, l’esercito romano, così composto, era uscito vittorioso dalla battaglia del lago Regillo, e quindi i plebei

avevano potuto già dimostrare la loro importanza). In quest'occasione, dunque, il patriziato dovette cedere: alla plebe fu riconosciuta

la possibilità di dotarsi di un organismo rappresentativo, i concilia plebis tributa, in cui i rappresentanti del popolo erano ripartiti

secondo lo schema delle tribù territoriali, che si costituivano come unità di voto (era così assicurata la preponderanza dei proprietari

terrieri, iscritti nelle più rumorose tribù rustiche, a riprova del fatto che le mire politiche fossero perseguite dalle fasce più alte della

plebe). Nei concilia, la plebe poteva emanare provvedimenti, i plebiscita, che naturalmente non ebbero sin da subito valore vincolante

per gli altri cittadini, ma più importante, come accennato, fu il ruolo dei rappresentanti ed esecutori della volontà dell'assemblea, i

tribuni della plebe, dotati di un forte potere negativo posto a tutela della plebe (auxilium plebis tramite intercessio ), e, sotto un

17

rispetto meno importante, gli edili, curatori dei Tempio suddetto, forse di questi ausiliari in un primo momento (di entrambi si sono

già ampiamente discussi i poteri). Con la prima secessione si raggiunse, in parte – ché non vi fu affatto un’equiparazione delle classi

– l’obiettivo politico, mentre nulla si risolse sul piano economico. Fu il console Spurio Cassio, nel 486, a tentare di muoversi in

questo senso, promuovendo una legge per la redistribuzione delle terre: venne però giustiziato, con l’accusa di voler raggiungere la

tirannide per vie demagogiche (si conferma già qui che le rivendicazioni della plebe non ottennero un riscontro netto e rivoluzionario).

Tra la fine del V secolo e gli inizi del IV secolo a.C. Roma si configurò dunque ancora come una città stato arcaica, caratterizzata

dall’incontro-scontro di due classi abbastanza ben distinte, ovverosia l’aristocrazia dominante e il popolo economicamente

Il termine conubium indica la legittimazione che due individui appartenenti a ordini sociali diversi hanno a stringere rapporti

15

matrimoniali, e quindi ad avere prole legittima, ovvero riconosciuta giuridicamente dalla comunità: in caso contrario, i figli non sarebbero

sotto la potestas del pater (agnazione) ma rimarrebbero nella condizione della madre (cognazione), che, nel caso fosse straniera,

trasmetterebbe tale condizione al figlio. Si capisce dunque quanto fosse importante tale conubium nell’ordinamento romano e nel conflitto

tra le classi che qui veniamo analizzando (il divieto di connubio sarebbe stato registrato nelle leggi delle XII Tavole). In realtà, pare che a

Roma i matrimoni misti fossero già diffusi prima della lex Canuleia, in quanto, pur non essendovi conubium, la cittadinanza dei figli

naturali era comunque riconosciuta, così come la liceità dei matrimoni (validi iure civitatis, ossia in quanto entrambi i nubendi erano

cittadini romani, benché di estrazione diversa): non era invece riconosciuto il lignaggio, cioè il passaggio del figlio di una coppia mista nel

ceto aristocratico, in modo che quest’ultimo preservasse la sua integrità sociale. Un caso particolare era rappresentato dal matrimonio misto

uomo plebeo-donna patrizia o dalla nascita di un figlio ad una patrizia da un semplice rapporto con un plebeo: nell’eventualità contraria,

infatti, il neonato rimaneva cognato, ossia plebeo de iure perché nato da una plebea, mentre, in questa eventualità, doveva scattare un

criterio selettivo, per cui venivano comunque estromessi i figli non nati da iustae nuptiae, ossia da nozze completamente riconosciute, e

non semplicemente iure civitatis (non si esclude che i rami plebei di genti patrizie abbiano avuto questa origine). Comunque sia, è chiaro

che, dominante il patriziato, le estromissioni di figli con mezzo sangue plebeo fossero affare che si risolveva in modo abbastanza arbitrario,

benché contorto: cionondimeno, la lettura appena presentata pare una pista di indagine assai significativa.

Cerere, Libero e Libera erano la trasposizione latina delle divinità greche Demetra (la madre terra), Dioniso (dio agreste) e Core o Persefone

16

(sposa di Ade e regina dell’oltretomba), una sorta di contropartita plebea all’aristocratica triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva), quindi

il loro tempio possedeva un forte valore simbolico, era un punto di accumulazione politico: l’inaugurazione di questo Tempio, probabilmente

già esistente, avutasi all’incirca a questa altezza, si configurerebbe allora come una deliberata imitazione dell’inaugurazione del Tempio di

Giove capitolino, avvenuta nel 508/507, secondo la tradizione (anche in quel caso su di un edificio già esistente), ossia a ridosso

dell’affermazione politica dell’aristocrazia sul monarca cacciato.

In fondo tale potere non era altro che la trasfigurazione istituzionale della secessione che gli aveva dato vita, la quale aveva così la possibilità

17

di essere figuratamente reiterata, fungendo da deterrente.

50

subordinato (con contaminazioni, certo, tra le due): si pensi che l’ultima secessione vi sarebbe stata nel 287 a.C. Le cose, in ogni

caso, erano destinate a cambiare.

Secondo la tradizione, il movimento della plebe per ottenere una codificazione legislativa portò, nel 454, ad un ulteriore compromesso

tra patrizi e plebei, il cui risultato fu l'invio ad Atene (secondo Livio) o, più realisticamente, nella Magna Grecia (secondo Dionigi di

Alicarnasso), di alcuni senatori incaricati di studiare le famose leggi di Solone: a prescindere dalla storicità di tali ambascerie, è

difficile stabilire in che misura le norme greche ebbero un influsso, se vi fu, sull’elaborazione del codice romano, che, a tutta ragione,

sembra avere una natura strettamente endogena. Il vero e proprio punto di svolta vi fu però soltanto nel 451, quando entrò in carica,

per un anno, un collegio di 10 legislatori (decemviri legibus scribundis), scelti esclusivamente tra i patrizi (la plebe, intorno alla metà

del V secolo, non aveva una forza tanto determinante da poter portare propri esponenti nel collegio decemvirale), che ebbero, oltre a

quello del governo ordinario (che officiavano con turni giornalieri), il compito di raccogliere le norme consuetudinarie tramandate

oralmente, delle quali, come si è visto, sino ad allora erano stati depositari soltanto i pontefici: al termine dell’anno decemvirale un

complesso di norme venne così ratificato dai comizi centuriati e pubblicato su dieci tavole, esposte nel Foro. Per l’anno successivo,

il 450, fu eletta una nuova commissione decemvirale – di cui fecero parte, secondo le fonti, anche rappresentati della plebe, ma non

se ne hanno prove – che ebbe il compito di completare l’opera: videro la luce le restanti due tavole, così che il loro numero arrivò

definitivamente a 12 (il reperto originario delle XII Tavole non è pervenuto: secondo alcuni riferimenti nelle fonti, esso sarebbe

andato distrutto durante il sacco gallico all’inizio del IV secolo). L’esperienza del decemvirato si chiuse allorché la seconda

commissione, sotto la spinta di Appio Claudio Crasso (che aveva partecipato anche al decemvirato precedente), tentò di prorogare

indefinitamente i propri poteri assoluti, talché gli elementi più conservatori e moderati del patriziato, ma anche la plebe, si opposero

(in questo quadro si colloca la vicenda, probabilmente leggendaria, delle insidie tese da Appio alla plebea Virginia, che avrebbero

scatenato la rivolta ), restaurando l’ordinamento repubblicano classico: vennero eletti consoli per, il 449, Lucio Valerio Potito e

18

Marco Orazio Barbato, che mantennero un profilo sì conservatore, ma anche attento alle esigenze della plebe: a loro si devono,

secondo la tradizione, le leggi Valerie Orazie (de plebiscitis, equiparazione dei plebisicita alle leggi dei comizi, de provocatione,

divieto della futura creazione di magistrature esenti da provocazione, e de tribunicia potestate, riconoscimento della sacrosanctitas

ai tribuni).

I decemviri erano stati esenti da intercessio, erano state sospese l'elezione dei consoli, quella dei tribuni e degli edili plebei: la

mancanza di queste ultime figure è riprova del fatto che il decemvirato sia stato il frutto di un accordo fra patriziato e plebe, in quanto

il primo non aveva così tanto potere da imporre alla seconda una tale rinuncia, e, ciononostante, non vi fu codificazione di legislazione

filoplebea, bensì soltanto statuizione del diritto vigente, che, nei confronti delle classi inferiori era di per sé già abbastanza duro.

Durante il secondo anno decemvirale, ad esempio, vi fu la registrazione, a cui si è fatto accenno, dell’impossibilità del connubio tra

patrizi e plebei: senza dubbio, infatti, il divieto di connubio non fu introdotto dai decemviri, ma era una consuetudine (al pari, del

resto, delle altre registrate nel codice) che trovava ragione nell'antica idea, diffusa tra i ceti dominanti, secondo la quale chi non fosse

nato da matrimonio legittimo, celebrato secondo riti consolidati e tra appartenenti alle genti patrizie, non avrebbe potuto auspicari,

ovverosia prendere gli auspici, una condizione fondamentale, come si sa, per poter accedere alle magistrature maggiori (la

codificazione di questo stato di cose sarebbe dunque cifra di quella serrata del patriziato a cui si è fatto cenno): la chiusura sul fronte

amministrativo da parte dei patrizi chiarisce ancora una volta quanto i riconoscimenti alla plebe, di per sé ristretti, ebbero, a questa

altezza, un senso unicamente politico. Tra altre disposizioni si trovano la salvaguardia del potere assoluto del paterfamilias, la

legittimazione della schiavitù per debiti (nexum), il riconoscimento della legge del taglione (talio) per danni fisici, insomma nulla di

particolarmente felice per le classi più basse. La grande conquista, più che altro, consistette nel fatto che la traduzione scritta delle

norme consuetudinarie diveniva una garanzia contro l'arbitrarismo delle classi superiori – le sole a tenere le magistrature maggiori –

nell'amministrazione della giustizia: sino ad allora non v’era stata alcuna garanzia formale in questo senso (e gli abusi, come si è

accennato, si erano certamente moltiplicati, benché nel tendenziale rispetto dei mores), e vi si era posto rimedio soltanto recentemente,

ma non formalmente, con l’intercessio tribunicia. La grande rilevanza del frangente decemvirale è dovuta al fatto che, nell'operazione

codificatoria imposta ai gruppi dirigenti patrizi, si gettarono formalmente le basi dell'ordinamento repubblicano, tanto che Tito Livio

vi avrebbe visto la «fonte di tutto il diritto pubblico e privato» (Storie, 3, 34.6). Dell’opposizione al secondo collegio decemvirale,

tra l’altro, avevano costituito una parte preponderante esponenti dei Valeri e degli Orazi (la gens dei Claudi, a causa del tentativo

autocratico Appio Claudio, deve esser caduta in disgrazia dopo il secondo decemvirato): nel 449, sarebbero stati proprio L. Valerio

Potito e M. Orazio Barbato, divenuti i consoli, a proporre quei tre provvedimenti noti come leges Valeriae Oratiae, a cui si è già

accennato, che consistettero, prese in generale, in un riconoscimento del ruolo economico, militare e politico della plebe, come

dimostrano le due concessioni maggiori sanzionate da queste leggi, ossia la garanzia della provocatio ad populum (lex de

provocatione) e della sacrosanctitas (lex de tribunicia potestate) riconosciuta ai tribuni della plebe (di fatto ancora poco o nulla venne

riconosciuto sul piano amministrativo). Per mezzo di tali concessioni si riconobbe a “tutto” il popolo una tutela formale che, fino ad

allora, era stata fondata su un'autonoma disposizione plebea, cioè su un atto unilaterale che poteva non essere riconosciuto dai patrizi

in quanto non sanzionato da alcun diritto: ora, invece, quello che si configurava come un riconoscimento quantomeno politico,

fungeva da buon surrogato della mancanza di un assetto amministrativo inequivocabile.

Non possiamo qui affrontare un'analisi critica della forma e del contenuto delle XII Tavole, per cui ci limiteremo a sottolineare alcuni

caratteri fondamentali. Anzitutto si tenga presente che le disposizioni ivi previste sono concepite e redatte in maniera accentuatamente

astratta e generalizzante, il che le differenzia profondamente dalle leggi della Tarda Repubblica, che hanno invece una forma

decisamente più analitica: un'elaborazione analitica delle disposizioni è cifra, infatti, della preoccupazione del legislatore nei

confronti della interpretazione a venire del testo legislativo, che verosimilmente sarebbe stato affare assai complesso è importante

Virginia sarebbe stata uccisa dal padre Virginio al fine di non farla cadere nelle mani di Appio, che ne era innamorato e voleva farne una

18

concubina: il fatto avrebbe scatenato una rivolta della plebe, che si sarebbe ritirata nuovamente sull’Aventino in attesa del rispristino delle

garanzie costituzionali (l’intercessio tribunicia, ad esempio, che era stata sospesa assieme all’elezione dei tribuni stessi). Per questo, caduto

il decemvirato, Appio sarebbe stato accusato dal tribuno della plebe Lucio Virginio e incarcerato, per poi morire suicida prima del giudizio.

Si noti l’affinità tematica con l’episodio di Lucrezia. 51

nell'ordinamento repubblicano maturo (in cui sarebbe stato l'elemento comiziale ad essere determinante nell'elaborazione dei corpi

legislativi), differentemente da quello che accadeva nel periodo di cui ci stiamo occupando. I decemviri dovettero utilizzare nella

redazione del testo delle XII Tavole le memorizzazioni dei mores di cui erano titolari i pontefici, per cui anche lo stile del testo ne

risentì: esso assunse la forma di una prosa ritmica, molto adatta alla memorizzazione orale, e tuttavia, com'è di comune esperienza,

assai meno agevole dal punto di vista dell’interpretazione del contenuto. I principi ricostruiti nella codificazione decemvirale

valevano dunque ancora come criteri di massima (generalmente per l’ambito dei rapporti giuridici tra cives, più che per quello

amministrativo), che, per parte loro, benché spesso ellittici e densi di riferimenti impliciti, pure dovevano essere considerati esaustivi.

Si tenga presente che, come si è detto, l'importanza del codice consistette nel fatto che, a suo mezzo, si realizzò il riconoscimento dei

nuovi rapporti di forza sociopolitici tra patriziato e plebe, e non la formulazione di un nuovo ordinamento amministrativo

capillarmente anatomizzato (si tenga presente, del resto, che mancano del tutto riferimenti diretti all’organizzazione delle

magistrature maggiori e al loro imperium), per dare sanzione del quale sarebbe stata infatti necessaria una codificazione decisamente

più complessa (le procedure e gli assetti amministrativi, come si è già ricordato, erano regolati, nelle società antiche – molto più

facilmente di quanto si possa credere e, finanche, riuscire a fare al giorno d'oggi – semplicemente in adeguazione all'ordine

immanente nella natura delle cose, ossia ai rapporti sociopolitici ed economici correnti). In ultimo, anche in relazione all’assetto

socioeconomico nelle Tavole si possono trovare riscontri: l’informazione più importante si desume dalla mancanza di particolari

riferimenti agli atti di negozio, tipici di un’economia di scambio, rispetto alla più acuta attenzione ai grandi rapporti patrimoniali,

cifra quindi di un assetto economico fondamentalmente statico, in cui predominano l’elemento fondiario e la gestione patrizia.

Tuttavia, il riconoscimento della preponderanza del fattore patrimoniale e dell’importanza politica degli strati alti della plebe, avrebbe

portato, nel giro di qualche decennio, all’affermarsi in pieno regime della nuova articolazione del corpo cittadino in classi di proprietà,

ossia all’effettivo affermarsi di quell’ordinamento timocratico (ponendo le basi per l’emersione della nuova nobilitas, di cui diremo)

che la tradizione invece attribuisce, con ampia retroproiezione, come si è visto, a Servio Tullio (l’istituzione, nel 443, della carica del

censor ne è la riprova) è molto probabile che anche l’articolazione in tribù territoriali si sia perfezionata soltanto a questa altezza,

quando apparvero le prime 16 tribù rustiche. Sembra, insomma, che la retroproiezione abbia interessato anche questo aspetto (si è

detto, infatti, che a Servio la tradizione riconducesse due importanti riforme, ossia quella militare-costituzionale e quella delle tribù

territoriali), il che fa vacillare la stessa storicità del sovrano etrusco, presentato infatti poco verosimilmente come un riformatore

democratico.

Lex Canuleia, leges Liciniae Sextiae, lex Hortensia

È difficile credere che i plebei non abbiano fatto parte dell'esercito romano se non in piena età repubblicana: senza dubbio, l'attestarsi

dell'ordinamento centuriato, già negli ultimi anni monarchici, aveva portato anche questi ad acquisire, come si è più volte ricordato,

un peso politico-militare rilevante. Non si spiegherebbe altrimenti quale capacità potessero aver avuto i plebei di far sentire la propria

voce durante la secessione dell'Aventino e, di nuovo, quando, nel 445, occorse appoggiare la proposta del tribuno Gaio Canuleio, che

mirava ad abolire il divieto di connubio fra patrizi e plebei: i patrizi furono costretti a cedere di nuovo, ratificando il plebiscito di

Canuleio, anche se essi poterono ancora impedire che la plebe potesse accedere alle alte magistrature (il primo plebeo console sarebbe

stato Lucio Sestio Laterano nel 366, ovvero quasi 80 anni dopo). Tuttavia, proprio la possibilità del conubium funse da apripista in

questo senso: la possibilità di iustae nuptiae tra patrizi e plebei permetteva infatti anche ai plebei, non solo di accedere al patriziato,

ma anche di ottenere, con tale accesso, la facoltà di prendere gli auspicia maiora: si vede allora come questa fu una tappa

fondamentale per l'accesso allo stesso consolato, dacché rimosse l'ultima pregiudiziale giuridico-religiosa, la più insidiosa invero,

all'emancipazione istituzionale della plebe.

I Fasti registrano, a partire dal 444, ossia l'anno successivo all'emanazione della lex Canuleia, un mutamento di regime nel supremo

collegio repubblicano. Secondo la tradizione storiografica, il patriziato, così messo alle strette dalla plebe, avrebbe però ottenuto

come contropartita la possibilità di lasciar decidere al Senato se a capo della Repubblica, di anno in anno, dovessero esserci i classici

due consoli, ma di estrazione esclusivamente patrizia, oppure un collegio di tribuni militari – il cui numero sarebbe potuto variare

19

da 2 a 6 – con poteri consolari (tribuni militum consulari potestate), a cui potevano accedere formalmente anche i plebei, ma senza

il potere di trarre gli auspicia (ossia di rappresentare il popolo romano presso gli dèi). Questo ordinamento sarebbe rimasto in vigore

fino al 367 a.C., ossia fino alla promulgazione delle leggi Licinie Sestie, come vedremo. In realtà questa narrazione appare

insoddisfacente, in quanto è più verosimile che venissero eletti sempre due consoli eponimi, con poteri canonici, a cui si potevano

affiancare dei tribuni militum comunque sempre di estrazione patrizia (sebbene, come si è detto, vi potessero accedere anche i plebei),

che non potevano prendere gli auspicia (e quindi avevano una potestas inferiore), ma che coadiuvavano l’operato dei supremi

magistrati, che si andava facendo sempre più complesso (di fatto questa appare una spiegazione più soddisfacente, che rende meglio

ragione anche della progressiva moltiplicazione e gerarchizzazione dei ruoli, a cui si è già fatto accenno, all’interno dell’ordinamento

amministrativo repubblicano, che sarebbe poi stato definitivamente fissato nel 367): non a caso, come ricorda Tito Livio, fino al 400

a.C. nessun plebeo sarebbe stato eletto al tribunato consulari potestate (sembra che, nell’elezione di un plebeo [che, secondo Livio,

fu un tale Publio Licinio Calvo Esquilino], come in tutto lo scontro tra patriziato e plebe, fu il notevole peso militare dei plebei,

dimostrato nel lungo conflitto con Veio , a portare i patrizi alla concessione), per cui sembra inverosimile che il primo effetto della

20

I tribuni furono, sin dall’età regia, i coadiuvanti dei comandanti militari nella gestione dell’esercito. In età repubblicana (in cui erano alle

19

dipendenze dei consoli) v'erano sei tribuni per ogni legione, aventi autorità a coppie di due e il comando a rotazione tra tutti e sei: erano

nominati dal senato e di solito facevano parte della classe equestre (cioè erano fondamentalmente patrizi).

In generale, il patriziato non avrebbe potuto sostenere da solo ancora per molto gli oneri di una politica estera tendenzialmente guerresca

20

e sempre più espansionistica, per cui dovette riconoscere anche, o meglio, almeno formalmente, alla plebe l’apporto che questa già

conferiva, e tentare di pari passo di conciliare tutte le possibili contraddizioni sociali che si frapponevano ad un impiego congiunto di tutte

le energie disponibili nella comunità. La vicenda del ricco plebeo Spurio Melio, che nel 440 distribuì a sue spese un grosso quantitativo

di grano alla plebe affamata, venendo giustiziato sommariamente da Gaio Servilio Strutto, magister equitum del dittatore Cincinnato, in

quanto accusato di voler creare una tirannide, dimostra, ancora una volta (vedi anche la vicenda di Spurio Cassio) che la risoluzione delle

52

riforma vi sia stato quasi un cinquantennio più tardi. Così comprendiamo che, di fatto, per tutto il V secolo, a partire quindi dalla

fondazione della Repubblica, il patriziato ebbe il predominio sulla vita pubblica di Roma, e che le concessioni alla plebe non furono

che strumenti con cui stemperare il potenziale rivoluzionario della stessa.

Prima di proseguire, si consiglia di volgere uno sguardo alle vicende trattate in apertura del prossimo capitolo, o comunque di tener

presente tale narrazione, per colmare il vuoto di informazioni che qui, al fine di rintracciare i più rilevanti mutamenti costituzionali,

siamo costretti a lasciare. Si tenga però presente, a titolo orientativo, che Roma, a partire in modo particolare dall’inizio del IV secolo

a.C. (conquista di Veio: 396 a.C.), abbandonò progressivamente il carattere di città-stato arcaica, iniziando il suo percorso espansivo,

proprio grazie all’apporto della dinamica componente plebea (e della formazione militare oplitica in cui questa acquisiva sempre più

rilevanza), che iniziò ad avanzare rivendicazioni più decise, soprattutto riguardo ai territori che aveva contribuito a conquistare (come

vedremo sempre più oggetto di tentativi di distribuzione in favore delle fasce basse della plebe, che, accresciutesi, davano corpo ad

una non irrilevante tensione sociale).

Intorno al 376 a.C., i tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano, esponenti di due ricche e influenti famiglie

plebee, che potevano contare sull’appoggio di alcuni degli esponenti più moderati del patriziato (Stolone aveva in effetti sposato la

figlia di un illustre patrizio, Marco Fabio Ambusto) presentarono diverse proposte di legge concernenti il problema dei debiti, la

distribuzione delle terre di proprietà statale e l'accesso dei plebei al consolato: le proposte si inserivano appieno nella tendenza alla

rivendicazione di maggiori garanzie da parte della plebe, che nel periodo precedente non aveva trovato però grandi successi, tanto

più perché mancava ancora la possibilità per i plebei di accedere alla magistratura suprema. I patrizi, sfruttando subdolamente, come

si è detto, l’intercessio collegarum dei tribuni, riuscirono ad opposi alle proposte dei due, che, d'altra parte, vennero regolarmente

rieletti per diversi anni consecutivi al tribunato. Secondo la tradizione, i due tribuni della plebe, in risposta all’ostruzionismo,

avrebbero a loro volta impedito per un intero lustro l'elezione dei massimi magistrati della Repubblica, ma il fatto sembra

inverosimile. Comunque, nel 367 a.C., dopo dieci anni di incertezze, per risolvere la situazione, il patriziato disse dittatore Marco

Furio Camillo (eroe della guerra contro Veio e vendicatore del sacco gallico, su cui vedi il capitolo successivo). Le proposte di Licinio

e Sestio assunsero dunque valore di legge. Di solito si individuano tre distinti provvedimenti che avrebbero composto le Liciniae

Sextiae:

• De aere alieno. Questa disposizione stabiliva che gli interessi che i debitori avevano già pagato sulle somme avute in prestito

potessero essere detratti dal totale del capitale dovuto, e cioè faceva in modo di evitare che maturassero altri interessi

sull’intero capitale. Stabiliva inoltre che il debito residuo fosse estinguibile in tre rate annuali. Nei fatti si trattò, dunque, di

un taglio dei debiti, che ricorda l’azzeramento dei debiti operato, in condizioni analoghe (ma due secoli prima), da Solone

ad Atene.

• De modo agrorum. Questa disposizione stabiliva la massima estensione ager pubblicus che poteva essere occupata da un

privato, fissandola a 500 iugeri, equivalenti a circa 125 ettari (1,25 km ): qualcuno ha ritenuto che tale estensione sia

2

eccessiva per la metà del IV secolo a.C., quando le porzioni di ager publicus dovevano ancora essere piuttosto limitate, ma,

del resto, come vedremo meglio in seguito, il territorio romano, dopo la presa di Veio, nel 396, sarebbe consistito in circa

2000 km , per cui, se è indubbio che 125 ettari non fosse l’estensione media di un terreno posseduto, non è affatto

2

inverosimile che l’estensione del territorio di un grande possidente, che era appunto l’obbiettivo del provvedimento

limitativo, arrivasse a superare tale valore. Per cui si deve dedure che il provvedimento determinò la restituzione di parte

del territorio, ossia quello eccedente il limite, che poté essere redistribuito alla plebe.

• De consule plebeio. Questa disposizione sanciva l'abolizione del tribunato militare consulari potestate, quindi il ritorno al

classico netto dualismo consolare, e permetteva che uno dei consoli fosse plebeo: in realtà, infatti, la legge consentiva che

uno dei due consoli fosse plebeo, ma non escludeva affatto la possibilità che entrambi i magistrati fossero patrizi, come

sarebbe stato in molte occasioni, cioè non imponeva che al consolato giungesse sempre un plebeo. Probabilmente poi, per

consuetudine, si sarebbe iniziato ad eleggere sempre un patrizio e un plebeo, ma la prima coppia di consoli plebei si sarebbe

avuta soltanto nel 172 a.C. (secondo Livio ciò fu reso possibile, nel 342 a.C., da un plebiscito che ammise la possibilità che

ambedue fossero plebei: la sfasatura, comunque, sembra far pensare al solito meccanismo di retroproiezione).

In realtà pare che nelle stesse fonti non si faccia riferimento al modo in cui furono approvati tali provvedimenti, non è ricordata

alcuna votazione assembleare, mentre è indicato che il senato fu ben disposto nei confronti di essi: si potrebbe dunque pensare anche

che non vi sia stata alcuna formale rogazione, e che il tutto si sia risolto in un nuovo accordo politico tra patriziato e plebe (senato e

tribuni). Come si è più volte accennato, questo compromesso portò però alla definizione dei rapporti di forza delle varie classi

all’interno delle istituzioni repubblicane, sebbene forse ancora in un senso schiettamente immanentistico (si ricordi che, all’indomani

delle Licinie Sestie, secondo la tradizione, sarebbero state istituite la pretura e l’edilità curule, come contropartite delle acquisizioni

della plebe): «si stabilirono sequenze, gerarchie, derivazioni, condizionamenti (anche reciproci controlli), che dettero vita a quella

tipica forma di governo – da taluno definito “democratico”, ma fondamentalmente, certo, elitario –, noto come “governo senatorio”,

destinato a rimanere sostanzialmente durevole sino alla crisi della Repubblica» (LSD, p, 125). Una linea politica duratura e di ampio

respiro non poteva essere elaborata che dall'aristocrazia senatoria, la quale, pur divisa al suo interno, riuscì a svolgere ruolo di

direzione sostanzialmente omogeneo in relazione da istanze socioeconomiche (l’emergere di un nuovo modo di produzione, di una

nuova forma di comunità economica fondata sullo sfruttamento estensivo della forza lavoro) e politiche (l’emergere delle esigenze

di una classe plebea sempre più dinamica) che non riuscivano a trovare piena rappresentanza nemmeno nella assemblea centuriata.

Benché il senato fosse teoricamente sempre sottoposto all’imperium delle altre magistrature, infatti, queste erano limitate

fondamentalmente dalla loro temporaneità, che invece non era determinante in tale assemblea. Fu così che gli equilibri del potere si

contraddizioni sociali, cioè delle frizioni tra patriziato e plebe, non poteva né doveva passare per misure di sommario assistenzialismo, ma

doveva essere inquadrata, ancora una volta, in senso politico (la vicenda riprova anche che non fu essenziale, nello sviluppo degli eventi

che andiamo descrivendo, il ruolo delle masse popolari indigenti, bensì quello delle élite plebee). 53

spostarono sempre più in direzione del senato, al quale poterono accedere man mano anche i plebei, non appena cioè avessero ottenuto

il consolato, condizione per l’accesso (tanto che venne progressivamente formarsi una nuova classe mista, la cosiddetta nobilitas, di

cui si è parlato): si tenga presente che la rapida evoluzione della società romana nei secoli centrali dell’Età repubblicana vide un

notevole ridimensionamento della percentuale di patrizi sul totale della popolazione, il che fu un catalizzatore fondamentale delle

pretese politiche dei plebei, ormai non solo in gran numero, ma anche effettivamente determinanti sul piano economico. Alla vecchia

dicotomia patriziato-plebe si sostituì la nuova, politicamente più risolutiva possidenti-nullatenenti (o, più realisticamente, possidenti-

popolino).

Nei decenni seguenti alle Licinie Sestie i plebei avrebbero avuto progressivamente accesso a tutte le alte cariche dello Stato, con una

serie di conquiste politiche in rapida successione: già nel 366 a.C. si decise che gli edili curuli sarebbero stati scelti ad anni alterni

tra i patrizi e i plebei; nel 356 a.C. venne nominato il primo dittatore plebeo, Gaio Marcio Rutilo; nel 351 a.C., lo stesso Rutilo

divenne il primo plebeo a rivestire la censura; nel 337 a.C. la pretura andò al primo plebeo, Quinto Publilio Filone, che nel 339 era

stato, tra l’altro, sia console che dittatore.

Nel 339, lo stesso Filone, console, fece passare una legge (lex Publilia Philonis de patrum auctoritate) in base alla quale il senato

doveva ratificare o esporre argomentazioni contrarie ad un provvedimento legislativo prima che questo venisse votato dall’assemblea

popolare: in questo modo al senato venne sottratto in pratica non tanto il diritto di veto, quanto la possibilità di inficiare

arbitrariamente le risoluzioni delle assemblee, che era stata determinante in precedenza.

Nel 326 a.C. (o nel 313, secondo Varrone), invece, una legge (lex Poetelia Papiria) abolì l’antico istituto del nexum, che prevedeva

la possibilità, per un plebeo, di finire in condizione servile se inadempiente rispetto al suo debito (era una forma di garanzia registrata

dalla XII tavole): fu uno dei passi decisivi per l’emancipazione definitiva della plebe.

A partire dal 312 a.C., col plebiscitum Ovinium, fu affidata formalmente ai censori, che potevano essere anche plebei, la lectio senatus

– spettante prima ai consoli –, ossia alla redazione delle liste dei senatori con l’esclusione degli indegni (avveniva ogni 5 anni). La

legge equiparò anche i senatori conscripti a quelli patrizi, i patres, concedendo loro il diritto di voto, prima spettante solo a questi

ultimi. V’è da segnalare, a questo proposito, che, soltanto a partire da tale mutamento di forma costituzionale, il senato prese ad

essere un organismo politico stabile, benché mutilo (già, del resto, dalla lex Publilia Philonis) ne uscisse il suo antico profilo patrizio,

ché precedentemente i consoli erano in grado di rinnovare il senato liberamente in occasione del proprio mandato, ossia annualmente,

mentre i censori ora intervenivano quinquennalmente: ciò permise, senza dubbio, certo però non in modo subitaneo, che il senato,

ormai popolato dalla nobilitas patrizio-plebea, divenisse un organo dotato di un potere non solo più stabile, ma manche più incisivo,

rispetto a quello dei consoli, che continuavano a rinnovarsi annualmente (oltre al fatto che, come ci dimostrano gli elenchi consolari,

le iterazioni magistratuali furono progressivamente sempre più scarse, il che impedì l’attestarsi di personalismi, che invece erano

stati determinanti nei primi anni repubblicani, una tendenza che sarebbe stata nuovamente invertita nella Tarda Repubblica).

Sempre nel 312, ottenne la carica di censore il patrizio Appio Claudio Cieco il quale iniziò ad inserire nella lista dei senatori

personaggi di spicco che tuttavia non avevano avuto alcun incarico magistratuale in precedenza: i consoli del 311 a.C., però, si

rifiutarono di riconoscere la nuova lista, continuando a convocare il senato sulla base dei vecchi elenchi. Il censore tentò anche di

aprire il sistema dei comizi tributi ai membri della media plebe urbana, principalmente liberti (divenuti mercanti, speculatori,

finanzieri, esercitanti professioni ancora ritenute infime, come si è detto, che non avevano proprietà terriere extraurbane, a differenza

della grande plebe, che già poteva investire in questa direzione), che, pur essendo in molti, erano svantaggiati nell’assemblea, poiché,

potendosi registrare nelle sole quattro tribù urbane, potevano contare soltanto su 4 unità di voto sul totale, che si aggirava,, a questa

altezza, intorno alle 30: la riforma, che consentiva loro di iscriversi anche nelle tribù rurali, sarebbe stata annullata (chiaro segno di

resistenza patrizia) dai nuovi censori, eletti nel 304, Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure. In questa direzione ci si

era però mossi anche con un altro provvedimento (non attribuibile direttamente a Claudio), secondo cui il censo dei singoli cittadini,

fino ad allora calcolato in base ai terreni e ai capi di bestiame posseduti, dovesse essere valutato anche in base al capitale mobile, in

metallo prezioso (col che la media plebe era appunto avvantaggiata). La figura di Appio, che era anche un fine giurista, fu altresì

importante per il fatto che il suo scriba e cliente, Cneo Flavio, figlio di un liberto, divenuto edile curule nel 304, pubblicò un volume,

intitolato Ius civile Flavianum, in cui si raccoglievano le formule giuridiche necessarie nei processi, e divulgò il calendario con i

giorni fasti, durante i quali si poteva svolgere l'attività giudiziaria, e quelli nefasti, in cui invece ogni attività pubblica era interdetta

(in entrambi gli interventi, senza dubbio, vi deve essere stato l’influsso di Appio): queste pubblicazioni furono decisive nel percorso

di destrutturazione del monopolio pontificale sull'esercizio della giustizia e sulla giurisprudenza, che si era perpetrato anche dopo la

codificazione delle XII tavole (anzi, a fortiori, come ricordava Sesto Pomponio). Ad Appio Claudio Cieco, infine, è da attribuire

(assieme al censore collega Gaio Plauzio Venoce) la progettazione e la costruzione del primo acquedotto della città (Roma, fino ad

allora, si era servita delle acque del Tevere, dei pozzi e delle sorgenti circostanti) e della via che congiungeva Roma a Capua (antica),

l’attuale S. Maria Capua Vetere (prima frazione di, poi comune confinante con, l’attuale Capua), che dal censore presero

rispettivamente il nome di Aqua Appia di via Appia (questa fu decisiva per l’espansionismo romano verso il meridione italiano ).

21

Nel 300 a.C., i due fratelli e tribuni della plebe Cneo e Quinto Ogulnio si fecero sostenitori di una proposta che mirava a concedere

ai plebei l'ingresso nei due grandi collegi sacerdotali dei pontefici e degli auguri: l’opposizione del patriziato fu dura (si tentò anche

la classica corruzione di alcuni tribuni al fine di strumentalizzare l’intercessio collegarum), ma la lex Ogulnia fu infine approvata,

sancendo la definitiva parificazione, sotto questo rispetto almeno, degli ordini (i pontefici passarono da 4 a 8, con pari presenza di

patrizi e plebei, e gli àuguri da 4 a 9, con ben 5 plebei). I patrizi conservarono invece per sé altre cariche sacerdotali importanti come

quelle del rex sacrorum e dei flamini maggiori, importanti cariche politiche come quella dell’interrex, nonché il considerevole

strumento senatoriale dell’auctoritas patrum.

Più tardi la via Appia avrebbe compreso altri due tratti: uno da Capua a Beneventum (Benevento), attraverso le famigerate Forche Caudine,

21

e l'altro da Beneventum a Brundisium (Brindisi), passando per Tarentum (Taranto), ma non abbiamo notizie che ci permettono di stabilire con

sicurezza quando avvenne il suo prolungamento. La via Appia aveva origine a Porta Capena delle mura sere Tane, alle pendici del Celio, ed

a Porta Appia (odierna Porta S. Sebastiano) attraversava le mura aureliane. Nel suo percorso toccava i centri di: Aricia (Ariccia), Tarracina

(Terracina), Fundi (Fondi), Formiae (Formia), Sinuessa (Mondragone). Casilinum (Capua), Capua (S. Maria Capua Vetere), Beneventum

(Benevento), Venusia (Venosa), Tarentum (Taranto), Brundisium (Brindisi).

54

Nel 287 a.C., infine, ricorrendo per l’ultima volta all’arma della secessione (che fu realizzata in questa occasione, sul Gianicolo), i

plebei ottennero, con la lex Hortensia de plebiscitis (prendeva il nome dal dittatore Quinto Ortensio , dictus per risolvere le tensioni

22

della secessione), un plebiscito poi riconosciuto dai comizi centuriati, che i plebiscita venissero assimilati (exaequata) alle altre leggi

repubblicane (e che non potessero essere inficiate dal veto del senato), ossia a quelle rogate e votate nei comizi centuriati e tributi,

già invece valevoli per tutto il popolo romano (si stabiliva ovvero, come ricorda Plinio, che quod plebs iussisset omnes Quirites

teneret): questo provvedimento, almeno secondo le fonti, era stato anticipato dalla legge de plebiscitis del 449 (contenuta nel

pacchetto delle Valerie Orazie) e dall’omonima del 339 (contenuta nel pacchetto di riforme proposto dall’allora console Quinto

Publilio Filone), che tuttavia non avrebbero avuto un effetto determinante.

Con questa assimilazione si poté dire concluso, l’endemico conflitto tra patrizi e plebei: la riforma era stata garantita, in realtà, dal

fatto che, ormai, capipopolo e patres sedessero assieme nel senato, che condividessero, come nuova classe egemone (nobilitas) gli

stessi, o quasi, obiettivi politici, gli stessi interessi (l’origine patrizia, che mantenne la sua importanza sociale [titolatura,

abbigliamento, reputazione], non costituirono più l’unico criterio determinante della posizione dirigente all’interno della società:

concorrevano anche la capacità personale, la posizione economica, il riconoscimento politico e via dicendo). Il basso popolo, come

al solito, rimaneva tale, ché la parificazione non lo interessò, se non nella misura in cui ottenne delle terre (Licinie Sestie): non si

sviluppò dunque una società fattualmente egalitaria (non l’abbiamo ora, figurarsi!), a profilo democratico (come, ad esempio, a grandi

linee, nell’Atene di Clistene), ma si crearono solo le condizioni per una nuova differenziazione sociale. Tuttavia, non si sarebbe

potuto più inquadrare la società che ne venne in un profilo strettamente duale (conflitto nobiltà-popolo), ché in essa si sarebbero

definiti diversi strati individuati da differenti livelli di proprietà e posizione giuridica (ciò anche in ragione dell’aumento, determinato

dalle nuove conquiste, della popolazione afferente a Roma, e quindi al contatto con realtà diversamente inquadrate): la nobilitas

egemone, questo è certo, avrebbe continuato a costituire un polo importante, ma l’antico e opposto polo dei subordinati si sarebbe

pluralizzato nelle figure dei contadini ricchi, dei piccoli artigiani e commercianti, dei lavoratori alle dipendenze dei grandi proprietari

come clienti, dei liberti e degli schiavi (questi, tuttavia, trovantisi in una condizione totalmente diversa da quella avuta in Età arcaica

e protorepubblicana). Furono piuttosto queste ultime categorie a costituire la classe degli oppressi, tantoché la nuova dicotomia

sociale non era più tanto quella patriziato-plebe, o nobili-infimi, bensì quella, ancor più acre, padroni-schiavi. Dopotutto l’obiettivo

delle élite plebee era stato soltanto politico, e non aveva contemplato l’instaurazione di una società di eguali, e, come tale, fu

perfettamente raggiunto, e, allo stesso tempo, quello della bassa plebe era stato soltanto economico, e aveva visto nella partecipazione

politica soltanto una necessità momentanea, e fu raggiunto allo stesso modo (distribuzioni di terre, taglio dei debiti): entrambi si

realizzarono, infatti, nel frangente che corre tra l’emanazione delle leges Liciniae Sextiae (367 a.C.) e quella della lex Hortensia (287

a.C.).

La società manteneva dunque un profilo in cui gli aristocratici erano ancora del tutto determinanti: il senato contava soltanto 300

membri, ossia vi accedeva un ristretto vertice di un corpo cittadino costituito ormai da un numero di unità nell’ordine delle centinaia

di migliaia, e, all’interno di tale vertice, si trovava un gruppo ancora più ristretto, ossia la vera e propria nobiltà (costituita da coloro

che avevano cioè rango consolare), che era appannaggio di circa 20 famiglie (patrizie e plebee, certo) soltanto, tra cui le più antiche,

come quelle dei Fabii, degli Aemilii, dei Cornelii e dei Valerii, e le nuove, che spesso intrattenevano rapporti matrimoniali con quelle,

mescendosi abilmente ad esse e facendosi introdurre nell’agone politico, come quelle dei Publilii (vi apparteneva Quinto Publilio

Filone), dei Plautii, dei Mamilii, dei Fulvii, dei Cornucanii, degli Attilii, degli Ogulnii. L’ordine senatorio non era, dunque, affatto

chiuso, ma si lasciava conquistare dalla capacità degli homines novi.

La nobilitas stessa, poi, a fronte del carattere fondiario dell’aristocrazia arcaica, avrebbe fondato la sua fortuna sul commercio, che,

a seguito degli immensi sforzi espansionistici, sarebbe diventato soprattutto marittimo: non a caso, intorno alla vigilia della prima

guerra punica si registra la regolarizzazione della coniazione di monete e la prima diminuzione del loro peso, essenziali negli scambi

con altre popolazioni. I Romani, in precedenza, avevano utilizzato, nei loro negozi: nell’età arcaica e protorepubblicana, o bronzo

informe al peso o lingotti segnati, mentre, durante la Media Repubblica, grandi monete bronzee, ancora tuttavia disagevoli per gli

scambi a lungo raggio: l’aes grave, ossia l’asse bronzeo “pesante”, che pesava, prima del cambio di rotta del III secolo, quanto una

libbra latina, ossia 273 g, a questa altezza venne ridotto a mezza libbra romana (327 g), ossia a circa 163,5 g, un peso comunque

elevato rispetto alle monete che noi comunemente utilizziamo. La diffusione della monetazione regolare ebbe conseguenze anche

per il mutamento dei criteri e delle procedure censitarie: fino a questo momento esse erano rimaste imperniate sulla constatazione

possesso fondiario, mentre di qui innanzi si sarebbe potuto far ricorso ad una valutazione monetaria del patrimonio.

A Quinto Ortensio si deve anche la Lex Hortensia de nundinis (sempre del 287), con cui si stabiliva che le nundinae, cioè i giorni di

22

mercato, erano dies fasti, cioè vi si potevano svolgere le azioni per la giustizia. La legge fu di grande aiuto per chi abitava fuori città,

tipicamente agricoltori, che venendo in città per commerciare prodotti, potevano al tempo stesso dare seguito ad eventuali azioni legali.

Questo, però, voleva anche dire che le assemblee politiche non si sarebbero tenute, il che era probabilmente proprio nelle mire

dell’aristocrazia, che avrebbe così evitato che le grandi masse popolari affluenti a Roma nei giorni di mercato esercitassero il loro diritto di

voto, tenendo così sotto controllo le assemblee, che, grazie al controllo dei clientes, potevano facilmente manipolare nei dies comitiales.

55

conquista dell’Italia

La

La prima fase di espansione romana, che prese forma nei primi decenni repubblicani, interessò, com’è comprensibile, il territorio

immediatamente circostante Roma. Circa l’espansionismo (poi anche imperialismo) romano – che, come vedremo, soltanto

all’indomani del sacco gallico (su cui infra) iniziò realmente a prendere corpo – sono state presentate diverse teorie, come quella, di

cui si è già detto, per cui Roma avrebbe esteso il suo dominio more negativo, secondo l’istituto del bellum iustum, o quella per cui

l’espansione sarebbe dovuta unicamente al nuovo profilo militaresco acquisito dalla società romana nel primo secolo repubblicano,

da ricollegare principalmente all’ascesa della nuova bellicosa nobilitas patrizio-plebea, bramante conquiste e bottini, nonché potere

e gloria. La teoria che probabilmente dà meglio ragione del costume espansionistico di Roma – senza far unilaterale ricorso a

considerazioni circa i suoi caratteri interni, dal canto loro pur certamente determinanti – è invece quella dell'anarchia interstatale

multipolare, secondo la quale tutti gli “stati” antichi sono stati naturalmente bellicosi, in un orizzonte in cui non era in gioco soltanto

il potere, ma la stessa sopravvivenza delle civiltà legate a tali centri di potere. Roma, quindi, non sarebbe stata né una città

eccezionalmente militarizzata e irrazionalmente votata alla guerra, né la sede di una civiltà intrinsecamente violenta e priva di

scrupoli, bensì una delle tante realtà politiche mediterranee, trovatasi uno stato di endemica lotta e impostasi per le sue particolari

qualità. Si consideri inoltre, a questo riguardo, che Roma, quantomeno in tutta la prima fase repubblicana, tentò di risolvere con

l’espansione le sue contraddizioni interne, ossia di superare il dissidio sociale tra patriziato e plebe (questa sempre più numerosa e

determinante) estendendo il proprio spazio vitale a danno delle popolazioni italiche (ne sono la prova le continue istituzioni di nuove

tribù territoriali sui territori soggiogati, cioè l’estensione del territorio appartenente alla stessa Roma, che venne occupato fino a

saturazione dai suoi cittadini [molti nullatenenti vi furono spediti]), e trasfigurando il suo profilo arcaico di città-stato in uno più

compiutamente “statale”. Non si esclude certamente che i Romani siano stati uno dei popoli più cinici nel Mediterraneo, ma non fu

unicamente ciò a determinare il loro successo: Roma ebbe successo, piuttosto, come vedremo, per la sua superiore capacità di creare

e gestire un'ampia rete di alleati e nel coinvolgere – con le opportune cautele – numerosi stranieri nella sua stessa politica. Fu così

che l’antica città dei Quiriti mise in piedi una sorta di “confederazione romano-italica”, ossia una rete di alleanze (foedera) – che

chiamare “federale” in senso stretto è, però, non solo anacronistico, bensì anche errato – che le garantì un supporto bellico (militare

e non: ossia determinante fu anche la capacità di sfruttare centri di rifornimento e di equipaggiamento urbani) non indifferente nei

confronti dei pericoli che l’attanagliarono.

I primi conflitti: la Lega latina e i popoli montanari

Dopo la caduta dei Tarquini, si era stabilizzata in funzione antiromana (ossia al fine di contrastare la pretesa di Roma di estendere la

propria egemonia sul Lazio) l’antica lega delle città latine (fra cui Tusculum, Aricia, Lavinium, Tibur, Cora, Fidenae, Velitrae,

Laurentum, Ardea…) di cui aveva fatto parte probabilmente

anche Roma, ora esclusa: questa lega, presumibilmente sorta in

tempi risalenti come evoluzione politica della lega albense, era

guidata, secondo le fonti, da un imprecisato dittatore (dictator

Latinus). I cittadini delle città della Lega godevano di speciali

diritti, lo ius connubii, ovvero il diritto di contrarre matrimoni

con membri delle altre comunità (si ricordi quanto detto sul

conubium), lo ius commercii, ossia il diritto di scambiare merci e

siglare contratti, anche di proprietà, con cittadini di altre

comunità, e lo ius migrationis, cioè il diritto di prendere la

cittadinanza, rinunciando alla propria, in un'altra delle città unite,

ponendovi la propria residenza. Nel 506/4 a.C., la Lega latina,

così disposta, poté sconfiggere gli Etruschi di Arrunte, figlio di

Porsenna, ad Aricia, soprattutto grazie all’intervento di

Aristodemo di Cuma, come si è già ricordato.

L'epilogo dello scontro tra Romani e Latini si ebbe invece nella

battaglia del Lago Regillo (499 o 496), in cui le forze romane

vinsero su quelle latine. Secondo la tradizione, il dittatore

tuscolano Ottavio Mamilio, comandante dei Latini in tale

occasione, era il genero di Tarquinio il Superbo, il quale si

sarebbe rifugiato presso di lui dopo aver perso l’alleanza con

Porsenna, lucumone di Chiusi: Mamilio avrebbe allora iniziato

ad aizzare le città latine contro Roma, rinsaldando la lega.

Secondo questa versione, la Lega si sarebbe stretta intorno al

499/8 e la battaglia verificatasi nel 496. Secondo le informazioni

riportate sia da Livio che da Dionigi di Alicarnasso, tuttavia, il

risultato della battaglia, inizialmente sfavorevole ai Romani,

sarebbe stato deciso dall’intervento dei mitici Dioscuri, Castore

e Polluce, figli gemelli di Zeus e di Leda (i gemelli della celebre

omonima costellazione): questi sarebbero apparsi durante la

battaglia, a cavallo, e avrebbero guidato i Romani alla vittoria, per poi sparire dal campo dopo aver messo in fuga i Latini . Ora, al

23

Narra Dionigi d'Alicarnasso: «Nel corso del combattimento apparvero, tanto al dittatore Postumio quanto ai soldati, due cavalieri di età

23

giovanile, assai superiori a chiunque altro per bellezza e per statura. Essi si posero alla testa della cavalleria romana e, respinto l'attacco

dei Latini, li misero in fuga. È fama che quella sera stessa furono visti nel Foro romano due giovani di straordinaria bellezza, in abito

56

di là della realtà dell’episodio mitico, che qui non è assolutamente oggetto d’interesse, possiamo dedurre dalla ricostruzione di Livio

che la battaglia sarebbe invece da datare nel 499, dato che, in quest’anno, proprio per fronteggiare i Latini, sarebbe stato dictus

dittatore Aulo Postumio Albo Regillense, al quale si deve l’edificazione del Tempio dei Dioscuri (di cui ancora oggi possiamo

ammirare le rovine nel Foro, nei pressi della Fonte di Giuturna): avendo egli fatto, dunque, sempre secondo la tradizione, voto di

erigere proprio tal tempio (a Castore, nello specifico), in caso di vittoria sui Latini, l’episodio, benché mitico, si inserirebbe

perfettamente in questa versione. V’è da dire che Aulo Postumio venne anche eletto console nel 496. In ogni caso, dunque, essendovi

dei chiarissimi circuli in probando, non si può determinare con certezza la data, ma si può, di contro, certamente affermare che questa

battaglia abbia costituito l’abbrivo del percorso espansionistico di Roma in Italia.

Nello stesso periodo, i popoli appenninici dei Sabini, degli Equi e dei Volsci – di comune di origine linguistica osco-sabellica –

avanzarono nella pianura laziale: gli Equi conquistarono la zona dei monti Prenestini, prendendo le città di Tibur e Preneste, i Volsci

giunsero invece fino alla costa tirrenica, prendendo ai Romani Anzio, Circei, Cora, Velletri e Terracina. Il movimento di tali popoli

fu dovuto alla necessità di trovare spazi vitali in zone maggiormente fertili rispetto ai terreni impervi degli Appennini, e spesso –

secondo il costume dei popoli di origine osca – ciò si concretizzò nella forma del ver sacrum. Nel frattempo, gli stessi Etruschi (cioè

i centri di potere etruschi, che sarebbero rimasti attivi, come si sa, fino al primo quarto circa del V secolo a.C.), attivi sulla riva destra

del Tevere, premevano da settentrione, avendo anche come baluardo sull’altra sponda la città di Fidene. Di fronte a questa pressione

congiunta, Roma, nel 493, aderì alla Lega Latina per mezzo di un patto, il foedus Cassianum (dal nome del console Spurio Cassio),

secondo il quale le due parti si impegnavano a mantenere la pace, a portarsi reciprocamente aiuto, a condividere il bottino delle guerre

comuni, e Roma riconosceva agli alleati anche i vari diritti valevoli all’interno della Lega (lo ius connubii, lo ius commercii e lo ius

migrationis). L’accordo garantiva parità all’interno della Lega, ma di fatto Roma avrebbe preso il sopravvento. Grazie al foedus la

rinnovata Lega riuscì a recuperare terreno sui Volsci, il che si tradusse nella deduzione di diverse colonie, tra cui Anzio (467),

Terracina, Sutri, Segni, Norba e Velletri (alcune delle quali sarebbero state riprese dai Volsci). Si trattò comunque di colonie latine,

cioè afferenti all’intera Lega, e non di colonie strettamente romane, come spesso vengono presentate nelle fonti: tali colonie non

erano costituite in dipendenza e subordinazione rispetto alle altre città, e nemmeno a quelle che direttamente le avevano fondate –

come suggerisce il concetto moderno di colonia – ma si configuravano come semplici insediamenti di coloni che, come centri sovrani,

entravano nella stessa Lega (queste città sarebbero state convertite in centri foederati, ossia legati da un patto, confluendo tra i

cosiddetti socii di Roma, all’indomani della Grande guerra latina). Nel 486 a.C. Roma concluse un trattato (simile al Cassiano) con

gli Ernici, che funsero da cuneo (vedi cartina sul lato) tra gli ostili Equi e Volsci. Il conflitto di Roma con questi ultimi due popoli –

spesso consistente in semplici scontri di guerriglia – comunque si portò avanti, tra alterne vicende.

Contro Veio

Superato, almeno temporaneamente, grazie all’accordo con gli Ernici, il pericolo degli Equi e dei Volsci, Roma intraprese un percorso

bellico in solitaria, contro la città etrusca di Veio (che si trovava circa 15 km a nord di Roma), assai più organizzata e temibile, con

la quale Roma aveva una vecchia ostilità, legata al controllo del territorio circostante e dell'accesso al mare costituito dalla foce del

Tevere, dove si trovavano le importanti saline. Approfittando del momento di instabilità, Veio stava dunque tentando di estendere il

proprio dominio sulle città latine. Il conflitto tra Roma e Veio attraversò tutto il V secolo e si articolò in particolare in tre guerre.

All’inizio della prima guerra (483-474 a.C.), i Veienti riuscirono ad occupare la città di Fidene, guadagnandosi l'opposizione dei

Romani, che tuttavia finì in tragedia. Le fonti raccontano che un esercito di circa 300 uomini (il loro numero subito riporta all'eroico

tentativo di Leonida al Passo delle Termopili), composto esclusivamente dai membri della gens Fabia, una delle più influenti a Roma,

fu completamente annientato nello scontro coi Veienti sul fiume Cremera, nel 477 (secondo Livio vi fu un unico superstite, Quinto

Fabio, che sarebbe stato eletto console dieci anni più tardi). In realtà è assai probabile che l’esercito complessivo fosse composto da

300 cavalieri esclusivamente Fabii e da alcune migliaia di clientes al seguito di quelli, che non furono comunque determinanti. I

Fabii, ad ogni modo, si erano impegnati, dinnanzi al senato, a condurre la guerra «come un affare di famiglia, finanziato

privatamente» (Livio, Ab Urbe condita libri, II, 48), non erano ossia stati sacrificati dalla Repubblica, ma se ne erano addossate tutte

le responsabilità, accentandone i rischi: la prima parte della loro spedizione contro i Veienti era stata fruttuosa, ma la scarsa prudenza

e l’eccessiva sicurezza li avevano condotti, vittime di un’imboscata del nemico, al disastro. La disfatta segnò di fatto la fine della

guerra aristocratica e permise il diffondersi della tattica oplitica, che fu essenziale, come abbiamo detto, nello sviluppo e

nell’articolazione del maturo ordinamento centuriato. I Veienti, dopo la vittoria sui Fabii, avanzarono fino al Gianicolo, mettendo

Roma in serio pericolo, ma furono sconfitti a Porta Collina e obbligati a ritirarsi: ulteriormente vinti negli anni seguenti, furono

costretti, nel 474, a far pace con Roma per quarant'anni, e Fidene a tornare nell’orbita romana.

La seconda guerra (437-426 a.C.) vide invece la rivalsa dei Romani. Nel 438, Fidene cacciò la guarnigione romana e passò dalla

parte di Veio, dove regnava il tiranno Lars Tolumnio, il quale diede ordine di uccidere gli ambasciatori romani giunti nella città per

chiedere le motivazioni di tale atteggiamento. L’ira dei Romani si accese fino a culminare nella battaglia di Fidene, avutasi nel 437,

nella quale Aulo Cornelio Cosso uccise in duello Lars Tolumnio. mentre la città di Fidene fu conquistata e distrutta (426).

Nella terza guerra (405-396), la più nota, Veio – lasciata sola dalle altre città etrusche – fu assediata per 10 lunghi anni dai Romani,

e infine presa e distrutta da Marco Furio Camillo, il quale, all’uopo, era stato detto dittatore. Secondo la tradizione, riportata da Livio,

costui, dopo essersi ingraziato in preghiera Apollo e soprattutto la dea Giunone , protettrice degli stessi Veienti, riuscì a far penetrare

24

militare, che sembravano reduci da un combattimento e portavano cavalli madidi di sudore. Essi abbeverarono gli animali e si lavarono

alla sorgente che scaturisce presso il tempio di Vesta (la fonte di Giuturna N.d.R.) […] e a quanti domandavano notizie, riferirono

dell'andamento e dell'esito della battaglia e della piena vittoria dei Romani; quindi, allontanatisi dal Foro, non furono visti mai più».

«Sotto la tua guida, Apollo Pitico, e stimolato dalla tua volontà, mi accingo a distruggere Veio e faccio voto di consacrare a te la decima

24

parte del bottino. E insieme prego te Giunone Regina che ora siedi in Veio, di seguire noi vincitori nella nostra città che presto diventerà

anche la tua perché lì ti accoglierà un tempio degno della tua grandezza» (Tito Livio, Ab Urbe condita, V, 25). Tale era l’atto dell’evocare,

ovvero del “chiamare a sé” la divinità. Si trattava di un rito religioso atto ad “invitare” la divinità protettrice di una città avversaria posta sotto

assedio ad abbandonarla per passare dalla parte dei Romani (a Roma le sarebbero stati consacrati un culto e un tempio): il rito, oltre ad avere

57

parte dell'esercito romano nella città scavando un tunnel sotterraneo, mentre i Veienti, accorsi alle mura, cercavano di difenderle

dall’assalto frontale dell’altre parte delle truppe romane: il risultato fu una carneficina (la statua di Giunone venne portata a Roma,

dove, come da voto, le fu dedicato un tempio sull’Aventino).

Il conflitto con Veio determinò una generale trasformazione dell'esercito repubblicano. La sconfitta del Cremera (477), in primo

luogo, come si è già detto, segnò il declino definitivo degli schemi di lotta aristocratici. In secondo luogo, il largo e continuo impiego

di fanti nelle diverse campagne (ricordiamo che, mentre Roma combatteva contro Veio, non erano state ancora risolte le

problematiche relative ad Equi e Volsci, per cui Roma era in conflitto su tutti i fronti) costringeva i soldati a rimanere oltre il solito

tempo lontani da casa, a fronte delle precedenti spedizioni al più stagionali, che si arrestavano quando era tempo, per i contadini

arruolati, di lavorare le terre. Il senato dispose così l'introduzione della paga (stipendium) per i militi, che fino ad allora avevano

combattuto a proprie spese, al che, non solo vi furono arruolamenti volontari, ma fu anche possibile impiegare indefinitamente i

militi in guerra, che, nel caso di Veio, poterono essere mantenuti sotto le mura per ben 10 anni (vi furono proteste da parte dei tribuni

della plebe, che denunciarono l’uso sfrenato dei giovani plebei, che, per parte loro, attirati dai guadagni, accorrevano numerosi ).

25

Lo stipendium, che, probabilmente, fu versato soltanto in natura, era sovvenzionato da una nuova tassa straordinaria, anch’essa forse

in natura, chiamata tributum civium Romanorum, la quale, pur non gravando direttamente, ossia in modo proporzionale al censo, sui

singoli cittadini, ché ad ogni centuria era imposto il versamento della stessa somma, costituiva di fatto un onere maggiore per le classi

di censo più alte, in quanto queste, non solo disponevano della maggioranza delle centurie, e quindi dovevano esborsare nel

complesso somme maggiori, ma avevano anche un numero inferiore di componenti, il che si traduceva in un maggiore importo pro

capite (il tributum avrebbe gravato anche sui cives sine suffragio, perché questi, benché non avessero diritti politici, godevano di

quelli civili associati alla cittadinanza).

La vittoria su Veio, tra l’altro, come si è accennato, fu un passo fondamentale nel percorso per il riconoscimento politico della plebe

(delle élite plebee combattenti), ma soprattutto annesse a Roma quei territori che, in parte, alla plebe, sarebbero poi stati distribuiti

(l’estensione del dominio romano, infatti, raddoppiò quasi, giungendo a circa 2000 km ). Nell’immediato, dopotutto, alla plebe non

2

andò nulla né del bottino, che fu speso in larga parte per ringraziare gli dei Apollo e Giunone, né delle terre veienti (l’unica somma

che confluì nell’erario fu quella tratta dalla vendita degli schiavi catturati). Coloro che avevano avuto gli effettivi meriti nella

conquista si trovavano, dopo 10 anni di duro impegno profuso, senza particolari riconoscimenti. Comunque, nel 387 a.C., per

rispondere alle esigenze della plebe indigente, il territorio conquistato di Veio e di Capena venne diviso in piccoli appezzamenti e

distribuito ai cittadini romani: per l’occasione vennero istituite ben quattro nuove tribù territoriali (Stellatina [Capena], Sabatina

[Veio], Tromentina e Arnense). Ma la fame di terra della plebe non si assopì affatto, anche perché i beneficiari erano stati i capipopolo

(gli stessi, tuttavia, dal canto loro, ancora non si vedevano riconoscere quei diritti politici tanto anelati), e non i proletari, tanto che

nel 385 il patrizio Marco Manlio Capitolino promosse, in accordo coi rappresentanti della plebe, l’azzeramento dei debiti e una

riforma agraria, venendo però eliminato, come nel caso di Spurio Cassio e Spurio Melio (vedi nota 20), perché accusato di sedizione.

In questo quadro di generale avanzamento della plebe si sviluppò la vicenda, più felice, della promulgazione delle leggi Licinie

Sestie, di cui abbiamo precedentemente parlato. Le nuove necessità di difesa – come si è anticipato – portarono altresì all’emersione

di una nuova forma di cavalleria, che si andò ad accostare a quella dei classici equites equo pubblico, ossia ai cavalieri che ricevevano

un indennizzo per il mantenimento della cavalcatura e che componevano le 18 centurie: i nuovi cavalieri, che mantenevano a spese

proprie la cavalcatura (per cui si son detti, arbitrariamente, equites equo privato), come si è accennato, erano al più iscritti alla prima

classe (che pure aveva censo maggiore a 100.000 assi), ché l’appartenenza a quella dei cavalieri rimaneva un fatto di lignaggio, ma

questo passo in avanti, come pure si è ricordato, segnò ulteriormente il percorso di emersione di una nuova classe abbiente, sempre

più determinante a livello politico, che di lì a poco avrebbe raggiunto i ranghi della nobiltà.

I Galli: crollo e ripresa

Al principio del IV secolo, mentre Roma consumava il suo conflitto con Veio, alcune tribù celtiche (Ìnsubri, Cenomàni, Boi, Lingóni,

Sènoni), provenienti dalla Gallia, attraversarono le Alpi, insediandosi inizialmente nella valle Padana. I Galli Sènoni, in particolare,

si spostarono successivamente verso meridione, sottomettendo molte città etrusche settentrionali: dopo aver sconfitto un esercito

della Lega Latina sul fiume Allia (non si trattò di un massacro, ma di una generale rotta dello schieramento degli alleati dinnanzi

all’urto dei Galli), nel 390, giunsero fino alle porte di Roma, che, per mano di un’orda capeggiata da Brenno, fu occupata,

saccheggiata e, almeno secondo le fonti, persino incendiata. Secondo la cronologia varroniana ciò avvenne nello stesso 390: in realtà,

come abbiamo visto, il sincronismo con la «pace di Antalcida» porterebbe a spostare la data al 386 a.C., o ancora, secondo la

cronologia corta, intorno al 381 a.C. A ridosso del saccheggio gallico si colloca l’episodio leggendario che avrebbe visto protagoniste

le cosiddette Oche del Campidoglio: i Galli, avendo trovato un passaggio segreto, sarebbero di certo riusciti ad entrare di soppiatto

nel Campidoglio, dove si mantenevano ancora saldi gli ultimi Romani assediati, ma le oche, unici animali di cui i Romani non si

cibarono durante l’assedio perché sacre a Giunone, avrebbero avvertito del pericolo, col loro starnazzare, l’ex console Marco Manlio

(lo stesso poi giustiziato nel 385), che sarebbe riuscito a sventare la mossa dei Galli, dando inizio al loro respingimento (e prendendo

perciò il cognomen di Capitolino), che fu comunque ottenuto, probabilmente, soltanto a prezzo di un tributo in denaro. Secondo la

tradizione, fu determinante anche l’intervento di Marco Furio Camillo, il dittatore che aveva preso Veio e che, tuttavia, si trovava in

esilio ad Ardea (per un motivo non precisato dalle fonti, probabilmente per esser stato avido nei confronti del bottino conquistato a

seguito della presa di Veio, rendendosi inviso soprattutto alla plebe, che, come abbiam visto, era stata determinante), prontamente

mossosi verso Roma per riscattare la sua posizione, ma quest’evenienza non sembra del tutto verosimile (la celebrazione storiografica

delle figure di Marco Manlio e di Camillo sarebbe stata probabilmente determinata dalla necessità di “abbellire”, stemperare

come fine la buona riuscita dell’assedio, mirava ad ottenere il “permesso” di conquistare la città protetta dalla divinità, scansando il pericolo

di commettere un sacrilegio avendo mantenuto l’ostilità del dio del luogo.

Secondo i tribuni, spiega Livio: «la libertà della plebe era diventata merce da vendere e la gioventù veniva tenuta lontana e segregata dalla

25

città e dalla repubblica» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 2)

58

l’umiliante episodio).

Altrettanto inverosimile è la rappresentazione di un sacco di Roma tragico, costato molte vite e altrettanta distruzione: le fonti, infatti,

ricordano persino che, data la profonda crisi, si sarebbe arrivati a caldeggiare la possibilità di fondare una nuova Roma sui resti di

Veio, ma che lo stesso Camillo si sarebbe opposto. Ma la prova del fatto che il sacco gallico non fu tanto distruttivo quanto le fonti

lascino ad intendere sta nella rapida ripresa di Roma a seguito di tale episodio. Dopo il sacco, probabilmente per scongiurarne altri,

si diede iniziò la costruzione della cinta muraria in tufo (materiale che fu disponibile grazie al controllo delle cave di Grotta Oscura,

presso Veio, che era stata appena conquistata), di cui oggi vediamo i resti, ossia le cosiddette “mura serviane”, che, come abbiamo

anticipato, furono erette sull’antico tracciato murario d’epoca regia, conservandone pertanto il nome. Questo complesso avrebbe

costituito la difesa della città per molti secoli.

Superato il pericolo gallico, che l’aveva tenuta ancora unita, la Lega latina si sciolse (381 ca.). Tuttavia, la nuova disponibilità di

territori da parte di Roma, acquisita nel conflitto con Veio, e la nuova dinamicità politica dell’antica alleata, iniziarono ad essere

percepite negativamente dalle città latine, che si vedevano minacciate e oppresse dal sempre crescente potere di Roma (come

vedremo, ciò avrebbe avuto un ruolo determinante, negli ultimi decenni del IV secolo, nello sviluppo della Grande guerra latina). La

nuova ondata espansiva di Roma (a determinare la quale cui fu anche la nuova dinamicità politica interna alla città, segnata dall’ascesa

dei nuovi ceti abbienti) iniziò difatti nel 381 a.C., poco dopo lo scioglimento della Lega, allorché fu sottomessa la città etrusca di

Tuscolo, a cui Roma riservò tuttavia un trattamento unico: Tuscolo fu infatti la prima città ad essere riconosciuta come municipium

– dove per municipium si intende una comunità indipendente, con proprie strutture di governo, incorporata dalla Repubblica e

costituita da uomini (municipes) di cittadinanza romana aventi tuttavia soltanto i diritti civili, e non quelli politici, a differenza dei

coloni (cittadini a tutti gli effetti) – nel quale tuttavia gli abitanti non erano soggiogati, bensì cittadini romani a pieno titolo, ossia

anche sotto il rispetto politico (confluirono nella tribù Papiria).

Man mano Roma sconfisse anche gli Equi e i Volsci. Gli Equi, nel 459, assediarono e presero Tusculum, ma vennero respinti ben

presto dagli stessi Tuscolani, e poi massacrati dal console Quinto Fabio Vibulano. L’anno successivo, però, si ridestarono e

conferirono il comando a Gracco Clelio, il loro personaggio più in vista, tornando a saccheggiare i territori tuscolani. Contro di questi

fu inviato il console Lucio Minucio Esquilino Augurino, ma costui, pavido del nemico, si asserragliò nel proprio accampamento alle

falde del monte Algido, che venne assediato dai saccheggiatori, tantoché venne detto dictator Lucio Quinzio Cincinnatto, il quale,

dopo aver abilmente circondato gli Equi che muovevano l’assedio al console, li trucidò. La resistenza dei Volsci fu più tenace, in

quanto furono supportati anche dagli Ernici, che Roma aveva avuto dalla sua dal 486, ma comunque vennero sconfitti nello stesso

358, quando Cincinnatto espugnò la loro principale città, Anzio. L’atto finale del conflitto tra Roma e questi due popoli fu la battagia

del monte Algido, occorsa nel 431, nella quale il dictator Aulo Postumio Tuberto ebbe ragione della coalizione avversaria. Nei

territori degli Equi e dei Volsci (in particolare nella pianura pontina occupata dai Volsci) vennero inviati cittadini romani e collocate

due nuove tribù (la Pomptina e la Popillia o Poblilia). Nel 354 Roma prese anche le due più potenti città latine, ossia Tivoli e

Preneste, mentre i centri Etruschi di Tarquinia e Cere, timorosi per la presa di Veio, furono costretti a siglare una tregua.

Le guerre sannitiche

I Sanniti occupavano un'aria assai più vasta di quella controllata da Roma (vedi cartina), ma, dal punto di vista politico,

l'organizzazione era assai meno sistemica. Il Sannio era suddiviso in pagi (cantoni), nei quali si trovavano uno o più vici (villaggi),

governati da un magistrato elettivo, denominato, in lingua osca, meddiss: più pagi si componevano in una tribù (touto in osco),

governata da un meddiss toutiks. Le 4 tribù dei Carricini, dei Pentri, dei Caudini e degli Irpini formavano la Lega sannitica, che

possedeva una sorta di assemblea federale e poteva nominare, in caso di guerra, un comandante supremo. Roma, che stava estendendo

la propria egemonia sul Lazio, entrò in contatto con questo popolo e la sua Lega, creando inizialmente un rapporto amichevole, tanto

che nel 354 vi concluse un trattato, nel quale il confine di egemonia delle due potenze veniva probabilmente fissato sul fiume Liri.

Lo scontro, però, sarebbe stato inevitabile e si sarebbe articolato in tre distinti conflitti.

Prima guerra sannitica (343-341 a.C.) e Grande guerra latina (341-338 a.C.)

Col tempo, era venuta a crearsi una spiccata tensione tra i Sanniti e i Campani: questi ultimi (ormai economicamente fiorenti), che

proprio dai primi, come abbiam detto, avevano avuto origine, si erano stanziati nel territorio compreso tra Capua e Napoli e si erano

dati una struttura federativa (Lega campana), con centro a Capua. Quando i Sanniti, nel 343, attaccarono Teano, occupata dai Sidicini

(anch’essi di origine osco-sabellica), questi si rivolsero in cerca d’aiuto a Capua (che capeggiava appunto la Lega): i Sanniti non

tollerarono l’intromissione dei Capuani, loro stessa filiazione (che avevano anche sostenuto in passato contro gli Etruschi),

muovendogli contro. Capua, assediata dai Sanniti, si appellò, a sua volta, a Roma (o meglio alla Lega latina, ricostituitasi nel 358,

ma ormai con a capo stabilmente Roma, vedi infra). Quest’ultima intervenne contro i Sanniti, nonostante i patti del 354,

probabilmente soltanto perché Capua (fiorente per commerci e industrie: nei secoli precedenti la zona era perciò finita nelle mire

degli stessi Etruschi, come abbiamo visto in merito al caso della battaglia di Aricia) aveva promesso al senato, di fronte alla

giustificata reticenza, la completa sottomissione (deditio) , benché, com’è comprensibile, non fosse affatto propensa a concedersi

26

tanto facilmente (un controllo sannitico doveva cioè risultare ai Capuani assai più temibile e gravoso dell’ingerenza romana). Si aprì

così la prima guerra sannitica: il conflitto tra Romani e Sanniti – che furono cacciati da Capua ma non avversati oltre, per il fatto che

Roma dovette fronteggiare alcuni suoi militi rivoltosi stanziati proprio in Campania – si chiuse abbastanza rapidamente, con un

«Qui Roma appare come una città che, ligia alla lettera dei trattati, non può però sottrarsi all’obbligo morale di soccorrere chi totalmente

26

le si affida e ne invoca la tutela: una sorta, questa, di diritto naturale superiore agli stessi vincoli formali dei trattati; ma in qualche modo essa

subisce, generosamente certo, l’iniziativa altrui» (Domenico Musti, La spinta verso il Sud: espansione romana e rapporti "internazionali", in

Roma in Italia, p. 528)

. 59

trattato di pace (341), secondo il quale Teano sarebbe andata ai Sanniti e Capua, naturalmente, a Roma (Capua divenne così

municipium, ossia i suoi cittadini ebbero la cittadinanza romana sine suffragio).

Il trattato del 341 fu però foriero di nuovi disequilibri. I Latini si erano nuovamente alleati coi Romani, come abbiam ricordato poco

fa, circa il 358, al fine di fronteggiare le rinnovate minacce galliche (e probabilmente per non finire vittime loro stessi della potenza

romana), ma, benché nominalmente loro pari, di fatto erano tenuti in posizione nettamente subordinata. Costoro, dunque, erano

dunque già frustrati per il fatto

che Roma non riconoscesse

loro pari dignità politica . A

27

ciò si aggiunse il fatto che il

patto del 341 aveva

riconosciuto la supremazia

sannita sul territorio dei

Sidicini (abbiam detto:

Teano), coi quali i Latini erano

alleati. I Latini, allora, così

vituperati, presero ad attaccare

i Sanniti, sfruttando

l’occasione per colpire Roma,

che li dominava

ingiustamente. I Latini erano

dunque supportati dai Sidicini

stessi, dai Campani (che

avevano perso Capua), dagli

Aurunci, che si sentivano

minacciati, e, infine, dagli

stessi Volsci, già sottomessi e

desiderosi di rivalsa. La guerra

si risolse a favore dei Romani

nel 338 a.C., determinando il

nuovo e definitivo

scioglimento della Lega. Roma strinse con le singole città dei patti bilaterali (tali che i latini divennero socii, ma come vedremo, in

una posizione privilegiata rispetto a quella degli altri foederati italici), influenzati dal comportamento tenuto da ognuna di esse nei

propri confronti, vietando altresì i rapporti tra le stesse al fine di impedire venture coalizioni.

La gestione delle terre conquistate

Abbastanza rari furono i casi in cui le comunità soggiogate vennero interamente private delle loro terre, e queste ridotte ad ager

Romanus, ossia a territorio romano assegnato ad una tribù: volendo quantificare, a titolo generalissimo, potremmo dire che soltanto

un terzo – o poco più – delle terre conquistate subì tale sorte (almeno finché tale pratica non cessò del tutto, ossia fino al 241), mentre

la restante parte divenne semplicemente ager publicus (populi Romani), ossia – detto schiettamente – territorio sì in possesso del

popolo romano ma soggiogato, privo di riconoscimento politico. L’opportunità di estendere l’ager Romanus, però, era pure

caldeggiata da alcuni esponenti del ceto dirigente, che ritenevano necessario soddisfare la fame di terre dei contadini romani e che

quindi erano propensi alla confisca del territorio e alla fondazione di coloniae civium Romanorum, soprattutto nell’Italia centrale, in

cui v’erano le terre più fertili (si è detto, infatti, in precedenza, che Roma tentò di risolvere i suoi problemi sociali con

l’espansionismo). D’altra parte, preponderanti nell’agone politico erano, come sempre, le classi più agiate, che premevano affinché

il territorio conquistato rimanesse semplice ager publicus, o, che dir si voglia, ager occupatorius, cioè un’indistinta estensione di

terreno che proprio i cittadini più ricchi avrebbero potuto acquisire o ottenere, al fine di sfruttarlo per il proprio tornaconto (questa

contrapposizione avrebbe assunto toni drammatici sul finire del II secolo, nell’epoca graccana, di cui ci occuperemo nel prossimo

capitolo). Su un altro fronte, il ceto mercantile, in ascesa all’interno della società romana e sempre più identificabile con la classe di

cui sopra, era anch’esso piuttosto propenso a stringere alleanze con comunità già solide – (soprattutto centri costieri del Meridione)

ma, appunto, recentemente sottomesse da Roma – che a distruggerne il profilo e l’economia per fondarvi colonie romane e sfamare

i contadini. Le soluzioni più diffuse furono, non a caso: quella di affidare il territorio a privati (in massima parte a esponenti delle

nuove élite patrizio-plebee); quella di stringere con le città dei patti (foedera); quella di procedere a fondare municipia o colonie di

diritto latino (in ogni caso, come si può notare, non vi fu estensione di diritti politici). Fu così che venne creandosi la prima grande

porzione di quella rete di dipendenze a cui si è già fatto riferimento in apertura del capitolo (si è detto “confederazione romano-

italica”).

Alcuni popoli, dunque, come accennato, furono considerati socii di Roma. Tra questi v’erano gli sconfitti Latini, che, tuttavia, si

collocarono in una categoria particolare: essi erano sì stati legati a Roma da singoli patti (foedera), ma godevano, in generale, dei

diritti riconosciutigli nella Lega, ossia dello ius commercii, dello ius migrationis, dello ius conubii e di un certamente esiguo e

«Se i Romani sono davvero nostri consanguinei (di questo in passato ci si vergognava, mentre adesso è motivo di vanto), se con l'esercito

27

alleato essi davvero intendono un esercito che unito al loro raddoppi le forze di ciascuno, da non impiegare se non per avviare o concludere

guerre comuni, allora perché non siamo uguali in tutto? Perché uno dei due consoli non tocca ai Latini? Là dove c'è una partecipazione di

forze dovrebbe esserci anche partecipazione di autorità. E questo, per altro, non sarebbe particolare motivo di vanto per noi: in fondo,

abbiamo già accettato che Roma fosse capitale del Lazio!» (Livio, Ab Urbe condita libri, VIII, 8, 4.).

60

scarsamente determinate ius suffragii (avrebbero potuto, trovatisi a Roma, partecipare alle assemblee come iscritti ad una delle tribù,

estratta a sorte: la prima occorrenza di tale pratica vi sarebbe stata però soltanto nel 212 a.C.). Tali popoli privilegiati, qualificati

come Socii nominis Latini, fuorno: Cora, Lavinio, Preneste, Tibur (queste ultime due prive degli iura federali [conubium…]), le

colonie quelle dedotte, all’inizio del V secolo (dopo il foedus Cassianum), dalla stessa Lega, come Sutri, Segni, Norba, nonché a

Gabii, che non aveva fatto parte della confederazione, ma era in buoni rapporti con la città tiberina. Dal punto di vista dei doveri, i

socii latini erano, invece, alla pari con tutti gli altri foederati: obbligati a fornire a Roma contingenti militari ausiliari, che dovevano

mantenere a proprie spese (col che Roma si sgravava da impegni finanziari rilevanti). Naturalmente la nominale uguaglianza prevista

nei diversi trattati di alleanza (con Latini o meno) era fattualmente sconfessata dalla condizione di subordinazione in cui Roma teneva

di fatto i suoi foederati, tanto più perché essi non potevano intrattenere rapporti di alleanza tra di loro (secondo la politica del divide

et impera), in quanto erano obbligati ad un legame diretto ed esclusivo soltanto con Roma: a mantenerli divisi contribuiva anche la

loro diversa (anche sensibilmente) condizione giuridica nei confronti della città dominatrice, spesso unilateralmente stabilita da

quest’ultima a seconda delle necessità. Altre città, come abbiam detto, furono costituite come municipia, ossia come centri autonomi

in cui i cittadini erano sine suffragium (così fu per Capua, per Cere e per altri centri). Si sarebbe poi proceduto, nel corso o in seguito

degli altri scontri coi Sanniti, alla deduzione di numerose colonie di diritto latino (coloniae Latinorum), tra le quali Lucera, nel 314,

Venosa, nel 291, Paestum, nel 273, Benevento, nel 268, Spoleto, nel 241 . Queste colonie, dal punto di vista formale, erano stati

28

indipendenti, alleati con Roma alla pari e non in condizione di inferiorità, come invece era, non solo fattualmente, ma anche a livello

formale, per la maggior parte dei socii non latini (le colonie latine avevano cioè lo stesso statuto di quelle dedotte dalla Lega latina

dopo il foedus Cassianum, coi vari iura). Furono anche altre le modalità di distribuzione ed organizzazione del territorio, come quelle

che prevedevano la corresponsione di un vectigal o altre tipologie di concessione dalle caratteristiche spesso di volta in volta peculiari

Coloro che ottenevano una particella di terreno pubblico, in ogni caso, divenivano adsidui (come si è detto, denominazione dei

proprietari terrieri, tenuti al servizio militare) ed erano quindi censiti quinquennalmente (la variazione del numero degli adsidui tra i

vari censimenti ci sarà di grande aiuto, in seguito, nell’indagare l’evoluzione della distribuzione di terre italiche in età graccana).

L'organizzazione del dominio Romano sulle regioni sottomesse teneva dunque conto, come, del resto, si è già detto, delle contingenti

esigenze dei popoli sottomessi, delle condizioni economiche e politiche, delle opportunità strategiche, nonché dei limiti imposti alla

gestione da parte delle strutture istituzionali della Repubblica, che erano pur sempre quelle di una città stato, erano ovverosia adatte

a governare un territorio in ogni caso non molto esteso. Alla fine del IV secolo, comunque, l'Italia romana si presentava come unità

politica abbastanza omogenea, benché organizzata secondo criteri di dipendenza nient’affatto fissi: uno dei principali strumenti di

unificazione fu la coltivazione di rapporti politici con le aristocrazie dei diversi centri italici, e si unì all’opera di colonizzazione

capillare intentata da Roma, al fine di creare una sorta di tessuto connettivo molto ramificato, che le avrebbe garantito il controllo

del territorio e la dinamicità giusta per affrontare le nuove sfide. Tale unità, infatti, sarebbe stata essenziale per l’espansionismo

romano, e non a caso, le successive guerre di Roma sarebbero state combattute da eserciti – e, verosimilmente, da flotte – composti

almeno per metà da milizie fornite dai socii.

Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.)

Gli interessi dei Romani sul territorio campano e, soprattutto, sul litorale, portarono alla maturazione di nuovi dissidi con i Sanniti.

La società romana, ormai più dinamica, aveva tutto l’interesse ad estendere il suo controllo, come si è visto, sul litorale campano. La

fondazione di colonie di diritto latino a Cales e a Fregelle, sul fiume Liri, e l’annessione di Capua come municipium furono atti che

si muovevano tutti in questa direzione. Fregelle, dal canto suo, era considerata di propria pertinenza dai Sanniti, ma il vero e proprio

casus belli del nuovo scontro fu l’intervento dei Sanniti nell’assedio portato dai Romani a Napoli (326), l'ultima città “greca”

dell’odierna Campania rimasta indipendente: la Lega sannitica – a cui erano favorevoli le masse popolari della città, diversamente

dalle classi più agiate, di sentimenti filoromani: una situazione che si sarebbe presentata anche in altri conflitti di Roma – inviò le

proprie truppe a sostegno degli assediati, ma i Romani riuscirono comunque a conquistare la città. Questa vittoria li spinse ad

inoltrarsi nel Sannio, ma ivi avrebbero avuto tutt’altri esiti.

Nel 321 a.C. gli eserciti romani, guidati dai consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino, spintisi poco

prudentemente in una profonda gola nei pressi della città di Caudio (passo delle Forche Caudine), vennero intrappolati dai Sanniti

all’interno di essa e costretti ad un’umiliante resa (secondo il racconto di Livio furono disarmati e, «vestiti della sola tunica»,

dovettero passare dinnanzi ai nemici che «li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro

molti le spade»). I Sanniti ne erano usciti vincitori e pieni d’orgoglio, i Romani sconfitti ma salvi, tuttavia nessuna delle due parti

aveva ottenuto un accordo, che le tutelasse: intanto vi fu una tregua di circa cinque anni, in cui Roma riorganizzò l’esercito e le

proprie difese, mentre i Sanniti si interessarono, Roma indebolita, della Campania. I Romani, comunque, persero sì Cales e Fregelle,

ma si rinforzarono in parte della Campania, dove crearono, nel 318, due nuove tribù: la Falerna o Falerina, con centro a Capua e

coprente l'area lungo il fiume Volturno, e la Oufentina o Ufentina, tra Terracina e Priverno. I Quiriti allacciarono altresì rapporti con

le comunità dell'Apulia e della Lucania, nella speranza di circondare la Lega sannitica.

Nel 316 a.C. i Romani attaccarono Saticula, che era caduta in mano ai Sanniti, trovantesi ai confini tra la Campania e il Sannio, ma

persero, e anche l'anno seguente furono messi in rotta a Lautulae, nei pressi di Terracina (Tito Livio, nel raccontare l'evento, sembra

minimizzare l'accaduto, probabilmente per non mostrare una Roma sofferente, presentando una battaglia dall'esito incerto, interrotta

dal sopraggiungere della notte, ma questa versione è inverosimile), tanto che Roma perse momentaneamente i contatti con la

Campania. Negli anni successivi, tuttavia, i Romani iniziarono a recuperare posizioni: Saticula fu conquistata nello stesso 315 a.C.,

Fregelle venne ripresa, le comunicazioni con la Campania ristabilite (costruzione del primo tratto, tra Roma e Capua, della via

L'ultima sarebbe stata Aquileia, nel 181 a.C., o forse Lucca, nel 177. Si è supposto che la diminuzione delle deduzioni di colonie di

28

diritto latino, fino all'arrestarsi di questa pratica nel corso del II secolo, fu dovuta, probabilmente, alla sempre più diffusa ma mancanza di

coloni da spedire nelle nuove sedi, dovuta il fatto che questi dovessero rinunciare alla cittadinanza romana. 61

Appia ). Roma, grazie ad una serie di colonie latine (es. Lucera), iniziò a stringere nella propria morsa i Sanniti.

29

Scongiurato, almeno momentaneamente, un attacco etrusco (una coalizione di città etrusche, approfittando delle difficoltà di Roma,

le si era avventata contro, fallendo, col che si giunse ad una tregua nel 308 a.C.), gli eserciti romani (rinnovati nella forma, vedi §

seguente) poterono esser lanciati alla conquista del Sannio: nel 305 i Romani vinsero la battaglia di Boviano, (oggi Bojano, in Molise)

uno dei centri maggiori dei Sanniti, a cui seguì la pace del 304 a.C., con cui si rinnovò il trattato del 354 a.C. e venne riacquisito da

Roma il possesso di Fregelle e Cales. Nel 306, come vedremo, vi era stato anche un nuovo trattato con i Cartaginesi (il terzo), mentre

nel 303 vi sarebbe stata, da un lato, un’alleanza con i Lucani contro Taranto, e, dall’altro, un trattato con gli stessi Tarentini: Roma,

in ogni caso, iniziava a presentarsi come la maggiore potenza italica.

Roma soppresse poi due popoli per l’ultima volta ribelli: gli Ernici, inglobandone i centri come municipia (sine suffragio) e gli Equi,

creando nel loro territorio una nuova tribù (Aniense) di cittadini romani. Oltre a ciò, le popolazioni minori osco-sabelliche (Marsi,

Peligni, Marrucini, Frentani, Vestini) furono rapidamente costrette a concludere trattati di alleanza.

L’esercito manipolare

A questa altezza risale, anche la trasformazione dell’esercito oplitico, la cui forma poderosa e compatta si era rivelata

controproducente sugli impervi terreni del Sannio: si necessitava uno schieramento in grado di assicurare una maggiore flessibilità.

La legione venne così suddivisa in 30 manipoli, ognuno dei quali probabilmente, nella prima trasformazione, era costituito da 120

uomini, ossia due centurie (a questa altezza la centuria, nell’esercito, raccoglieva solo 60 uomini, e non più cento). In battaglia i 30

manipoli si schieravano su tre linee (ma potevano essere usati anche singolarmente, perciò più agevoli), ciascuna composta di 10

manipoli: la prima fila era quella dei principes (primi, come suggerisce il nome), a cui seguiva la seconda degli hastati (dotati di

hasta, ossia di una lancia), e infine quella dei trarii (terzi, come dal nome). Allo stesso tempo, lo scudo oplitico fu sostituito da quello

rettangolare (di cui erano dotati tutti i combattenti armati pesantemente, in ognuna delle tre linee) e si diffuse l’uso del giavellotto

(pilum), due armamenti utilizzati dagli stessi Sanniti e adottati dai Romani, che abbandonarono progressivamente la falange oplitica.

Polibio, non a caso, avrebbe detto: «I Romani [...] sono abili quanto nessun altro popolo ad assumere nuove usanze e a imitare il

meglio» (Storie, VI, 25, 11)

Secondo quanto riporta Tito Livio (Ab Urbe condita libri, VIII, 8), tuttavia, a ridosso della Grande guerra latina l’esercito romano,

sì manipolare, aveva un ordinamento leggermente diverso. Probabilmente il mutamento dell’esercito era già iniziato in precedenza,

e in questa occasione la ricomposizione venne affinata. Gli hastati (giovani reclute) sarebbero stati posti in prima linea, i principes

(soldati d’esperienza) li avrebbero seguiti in seconda posizione, infine, i triarii (i veterani) sarebbero stati collocati in ultimo. Secondo

Livio, dunque, l’esercito manipolare sarebbe stato composto da unità base costituite da manipoli di 60 soldati (due centurie da 30

effettivi, ognuna retta da un centurione), distribuite nel seguente modo nelle suddette tre linee (le prime due dette di antepilani, in

quanto la terza era costituita dai pili), a cui si aggiungevano i cavalieri (le tre linee sarebbero state distanziate tra loro di circa 40

metri e i manipoli di circa 18 metri, una distanza che corrispondeva alla fronte dei manipoli stessi):

• Prima linea. 15 manipoli di hastati (armatura pesante [panoplia], scudo rettangolare, gladio, pilum e hasta), ognuno retto

da due centurioni e accompagnato da un più esiguo gruppo di leves (dotati soltanto di hasta e giavellotti, privi di scudo).

Quindi 30 centurioni, 900 hastati e circa 300 leves, per un totale di 1230 effettivi.

• Seconda linea. 15 manipoli di principes (armatura pesante, scudo rettangolare, pilum e gladio), ognuno retto da due

centurioni. Quindi 30 centurioni e 900 principes, per un totale di 930 effettivi.

• Terza linea. Tre sottofasce di 15 manipoli l’una: 15 manipoli di triarii (armatura pesante, scudo rettangolare, hasta e gladio),

composti dai soldati più esperti in assoluto, ognuno retto da due centurioni;15 manipoli di roarii, composti da soldati meno

validi, ognuno retto da 2 centurioni; 15 manipoli di accensi, composti dai soldati poco affidabili, ognuno retto da 2

centurioni. Quindi 30 centurioni per 900 triarii, 30 centurioni per 900 roarii e 30 centurioni per 900 accensi, per un totale

di 2790 effettivi.

• 10 turmae di 30 cavalieri l’una, per un totale di 300 effettivi.

Complessivamente una legione, stando alla ricostruzione di Livio, constava allora di ben 5250 uomini. Negli scontri, i primi ad

intervenire erano quindi gli hastati (e i rispettivi leves), che ingaggiavano la battaglia col lancio di hastae e giavellotti, poi, serrando

le file, attaccavano col gladio. Se questi non riuscivano a guadagnare campo, si ritiravano lentamente portandosi progressivamente

dietro i manipoli dei principes (passando nei 18 metri lasciati tra i manipoli di questi), che iniziavano il loro intervento. I triarii

rimanevano fermi finché anche i principes non dimostravano la loro inefficacia: in tal caso essi retrocedevano fino all'altezza dei

manipoli della terza linea, in modo che, fusesi tutte le unità, si investisse il nemico come un'unica ininterrotta schiera (di qui, sostiene

Livio, «il proverbio “arrivare ai triarii”, in uso per indicare che le cose inclinano al peggio»). I soldati dell’ultima fascia, seppur

veterani e dotati di grande esperienza, erano dunque destinati alla difesa: gli era affidata l'ultima resistenza per la sopravvivenza.

La variabilità di cui si ha ragione ci rende noto che, molto probabilmente, l’esercito manipolare fu un’entità non fissa, in continua

evoluzione, tantoché Polibio, nel descrivere la formazione manipolare, al principio della seconda guerra punica (218-201 a.C.), la

presenta in una forma ancora una volta diversa: i primi erano i manipoli dei principes (formati da 120 combattenti l’uno), seguiti da

quelli degli hastati (120 per manipolo anch’essi: erano i guerrieri più giovani) e infine da quelli dei triarii (60 uomini per manipolo:

così detti perché in terza posizione). Ogni manipolo, poi, era affiancato da 40 velites, soldati poveri e giovani, armati alla leggera (i

corrispettivi dei leves, dei roarii e degli accensi). Gli effettivi, in una legione, secondo questa ricostruzione erano dunque 4500 (1200

velites, 1200 principes, 1200 hastati, 600 triarii e i soliti 300 cavalieri).

Si è detto infatti che, durante la sua censura, Appio Claudio Cieco, a cui si deve appunto alla costruzione della via Appia, mirò altresì ad

29

accrescere il peso politico dei piccoli mercanti e speculatori (quelli che i contadini chiamavano con disprezzo turba forensis), con la celebre

riforma, annullata dalla censura successiva, che permise loro di iscriversi in tutte le tribù. Appio, come vedremo anche in seguito, si faceva

dunque portatore di interessi di quel ceto romano in ascesa che mirava alla conquista del dinamico Meridione.

62

Terza guerra sannitica (298-290 a.C.)

La scontro tra Roma e i Sanniti si riaprì nel 298 a.C., e stavolta fu decisivo: il casus belli fu l’attacco da parte dei Sanniti ai Lucani,

che nel 303 si erano alleati con Roma, e che pertanto le chiesero supporto, tantoché i Romani, colta l’occasione, dichiararono guerra

ai Sanniti (questi avevano rifiutato di retrocedere a seguito della richiesta dei feziali romani: c’erano i presupposti per un bellum

iustum). Apertosi quindi nuovamente il conflitto, il comandante supremo dei Sanniti, Gellio Egnazio, si mise a capo di una coalizione

antiromana che comprendeva gli Etruschi, i Sabini, i Galli Senoni e gli Umbri (fu una guerra di più ampio respiro rispetto a quelle

precedenti). Lo scontro decisivo della prima parte del conflitto – dopo alcune altre vittoriose campagne militari portate a termine

senza particolari difficoltà dagli eserciti consolari nel Sannio tra il 297 e il 296 – si ebbe nel 295 a.C., a Sentinum, probabilmente

nella pianura in prossimità della cittadina di Sassoferrato, ai confini tra le attuali regioni dell'Umbria e delle Marche. Qui si

scontrarono gli eserciti riuniti – prima impegnati su diversi fronti – dei due consoli romani, Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio

Mure, che riuscirono a prevalere su Sanniti e Galli, approfittando dell'assenza dal campo di battaglia dei reparti etruschi e umbri e

facendo largo uso degli eserciti forniti dai socii. I Sanniti furono poi battuti anche in un'altra battaglia campale nei pressi di Aquilonia

(293 a.C.), tanto che dovettero assistere inermi alla fondazione della grande colonia latina di Venosa (291) e alla devastazione del

Sannio, per cui furono obbligati a chiedere la pace nel 290 a.C.

I Galli sferrarono un nuovo attacco congiunto con gli Etruschi, che tuttavia fu bloccato da Roma nel 283 a.C. nella battaglia del lago

Vadimone (nel Lazio settentrionale): i Romani, per tutta risposta, attaccarono e presero progressivamente diverse città dell’Etruria

meridionale (Volsinii, Vulci, Cere) spingendosi fino in Umbria e ancora nell’Etruria settentrionale. Sul fronte adriatico, già nel 290

vennero sconfitti i Pretuzzi (Abruzzo settentrionale), sul cui territorio fu dedotta la colonia latina di Hadria (la moderna Atri), e i

Sabini: la maggior parte del territorio sottratto a questi due popoli, comunque, fu costellata di municipia (con concessioni di civitas

sine suffragio). Più a settentrione venne annesso il territorio dei Senoni e, nella parte più settentrionale di questa regione, nota col

nome di ager Gallicus, venne fondata nel 268 a.C. colonia latina di Rimini. Gli stessi Picenti (Marche), tentarono una guerra contro

Roma nel 269 a.C., ma venero sconfitti nel giro di pochi anni e, in parte, furono deportati nella regione di Salerno, in parte ricevettero

civitas sine suffragio, ma in generale la conquista venne consolidata con la creazione di una colonia latina a Fermo nel 264 a.C.;

autonome rimasero invece Ascoli e Ancona.

Il mondo greco e Roma

L’epopea di Agatocle di Siracusa

L’ascesa di Agatocle si colloca nel contesto della guerra civile di Siracusa, scoppiata in un momento imprecisato tra il 332 e il 323,

ma sicuramente dopo il governo saggio e moderato del corinzio Timoleonte, morto nel 335, che era stato chiamato dai Siracusani

(Siracusa era una colonia Corinzia) un decennio prima, al fine di mettere pace tra le fazioni in lotta. La morte di Timoleonte aveva

aperto nuovi conflitti tra fazioni, e, non si sa precisamente come, al governo erano giunti Eraclida e Sosistrato. Il loro potere, dopo

aspre lotte, venne rovesciato da Agatocle, che, nel 316, divenne unico stratego di Siracusa.

Dopo un primo conflitto con Acrotato (principe Agiade spartano), accorso in soccorso di Sosistrato ad Agrigento (dove si era

rifugiato), ma tornato in patria con un fallimento, dopo aver ucciso il suo stesso protetto, Agatocle si accordò con Messina e attaccò

Agrigento (311), città cartaginese (Cartagine intanto però non si era opposta minimamente, riconoscendo ad Agatocle l'egemonia

sulla Sicilia). Sbarcò quindi in Africa, essendo in difficoltà in Sicilia, con 14.000 uomini e conquistò diverse città africane, mettendo

a dura prova i Punici. Si alleò così con Ofella, signore di Cirene, col quale però entrò in conflitto, fino alla morte di quest'ultimo sul

campo: il suo esercito passò così sotto il dominio di Agatocle. La città di Cartagine venne attaccata dal figlio Arcagato, mentre

Agatocle tornò in Sicilia (307). Il figlio, però, perse, venendo accerchiato e poi trucidato insieme ad un fratello. Agatocle si dovette

così accordare con Cartagine, a cui concesse alcuni territori in Sicilia, ottenendo in cambio il titolo di basileùs dell'intera isola (si

fece riconoscere l'autorità anche da un suo oppositore, Dinocrate, cedendogli però un alto comando militare).

Terminata la campagna punica e sconfitti i nemici in Patria, Agatocle poté riprendere in considerazione i piani di Dionisio I, ovverosia

la creazione di uno dominio in Italia. Chiamato in soccorso dai Tarentini, contro gli Italici, Agatocle, nel 298, conquistò Corcira

(legata a Siracusa dalla medesima origine corinzia), ossia l’odierna Corfù, che sarebbe stata data in dote alla figlia Lanassa (poi sposa

di Pirro, re d’Epiro). Nel corso del rientro in patria, dominò i Brettii ribelli, si impadronì di Crotone e, forse, di Locri, alleandosi

infine con i Peucezi contro Roma. Il matrimonio della figlia Lanassa con Pirro, avvenuto nel 295, fu sciolto per volere dello stesso

Agatocle, che si alleò quindi col re macedone Demetrio I Poliorcete (294-288: Poliorketés, “assediatore”), coniugatosi a Lanassa.

Per Agatocle, però, era giunta la fine: sul letto di morte preferì, per la successione, il figliastro Agatocle il Giovane al nipote Arcagato

(figlio dell'Arcagato morto in Africa), che era stato designato per primo come successore, tanto che quest’ultimo fece assassinare il

giovane. Ma Agatocle, non ancora morto, concesse la libertà ai Siracusani, ovvero diede regime repubblicano alla sua città (siamo

nel 289). Agatocle fu l'ultima figura in grado di occuparsi dei problemi dell'isola, in particolare del conflitto con Greci e Cartaginesi:

dopo la sua morte sarebbero state le potenze straniere a prendere le redini della situazione (la Sicilia sarebbe cioè divenuta il centro

delle dispute tra i Romani e i Cartaginesi).

Taranto, Roma e Pirro

Sul suolo peninsulare, terminata la seconda guerra sannitica (326-304), Taranto stava affrontando Brettii (Bruzi) e Lucani. A questo

fine, i Tarentini chiesero innanzitutto aiuto alla madrepatria Sparta, che inviò il crudele Cleonimo (figlio cadetto del re Cleomene II,

di cui era primogenito Acrotato), il quale, dapprima, a capo di un esercito di mercenari, assediò ed espugnò Corcira (che sarebbe

stata ripresa, come si è detto, da Agatocle, nel 298), spingendosi poi lungo l’Adriatico, affamato di conquiste (la sua corsa venne

arrestata dai Padovani, che lo sconfissero dopo che ebbe risalito il Brenta). I Tarentini, a questo punto, dovettero chiedere aiuto,

contro Bruzi e Lucani, a Siracusa, da cui Agatocle, come si è detto, partì, con gli esiti che conosciamo. Intanto il pericolo romano,

nonostante tutto, incombeva (si consideri che Roma, vittoriosa su Sanniti, Etruschi e Celti, era la maggiore potenza italica), e al fine

63

di tenere lontanti i Romani dall’area ionica e restare gli unici difensori della grecità occidentale, i Tarentini si accordarono con questi

nel trattato del capo Lacinio (303-302 ca.), col quale i Quiriti si impegnavano a non superare il promontorio Lacinio, oggi Capo

colonna, ossia a non accedere appunto al mar Ionio, che Taranto voleva riservare per sé. Morto Agatocle di Siracusa nel 289 a.C., i

Lucani, alleati di Roma, si coalizzarono coi Bruzi ed iniziarono ad avanzare nel territorio di Turii, devastandolo: nel 282, allora, gli

abitanti Turii, allo stremo, chiesero aiuto agli stessi Romani, che giustamente intervennero (il console Gaio Fabrizio Luscino sgominò

i Lucani, presidiando la città): i Tarentini percepirono l’ingerenza come grave ed offensiva, in quanto avrebbe potuto minare la loro

egemonia sulla Magna Grecia (proprio a questo scopo, infatti, nel trattato del 303, a Roma era stato proibito di aggirarsi nel mar

Ionio). I Tarentini, avendoli inoltre i Romani provocati facendo sfilare una flotta proprio nel golfo di Taranto, contravvenendo ai patti

del 303, reagirono, in un primo momento, affondando alcune navi, catturandone altre e cacciando via terra i Romani da Turii – dove

questi, come si è detto, avevano posto un presidio –, e, in seconda battuta, chiamando in loro soccorso (come del resto avevano già

fatto un secolo prima con Alessandro il Molosso, e, qualche tempo prima, col greco siceliota Agatocle) Pirro, re dell’Epiro .

30

Quest’ultimo, che, dal canto suo, aveva maggiori interessi in Grecia e Macedonia, sembrò piuttosto sfruttare l’occasione – forse

inaspettata – per puntare alla Sicilia ed insediarvi il figlio Alessandro, nato da Lanassa (figlia di Agatocle) prima del divorzio. In ogni

caso, la grecità occidentale vedeva di buon occhio un salvatore orientale in grado di difenderla dall’incalzante romanità d’Occidente.

La storica traversata (diabásis) dell’Adriatico avvenne nel 280 (25.000 tra fanti e cavalieri e 20 elefanti da guerra): il console Publio

Valerio Levino, mossosi contro Pirro, perse gravemente ad Eraclea (dove ebbe ben 7000 caduti), una battaglia in cui giocarono un

ruolo fondamentale gli elefanti, che atterrirono e spiazzarono il contingente romano (nel quale, per la prima volta, figuravano anche

i capite censi, i nullatenenti, arruolati come extrema ratio).

Pirro si alleò così, contro Roma, con Sanniti, Lucani, Bruzi, con Crotone e Locri, insomma coi popoli italioti su cui Roma aveva

esteso o aveva intenzione di estendere la propria egemonia. Il condottiero epirota si spinse così fino ad Anagni, ma, considerando le

proprie forze inadeguate per affrontare l’assedio di Roma, tentò di intavolare le trattative, inviando il suo famoso ambasciatore tessalo

Cinea. Le richieste erano ardite: si trattava, per Roma, di restituire i territori sottratti ai popoli suddetti e di lasciare libertà alle città

greche del Meridione italiano. Appio Claudio Cieco, con un’infiammata orazione rimasta celebre, convinse il senato, pur propenso a

tal riguardo, a non concludere le trattative: Cieco, che era dalla parte del ceto mercantile – si ricordi la sua riforma –, non vedeva di

buon occhio la decisione di abbandonare i progetti di dominio sul Meridione, ricco di porti e opportunità per le nuove classi emergenti.

Pirro, per tutta risposta, avanzò e vinse di nuovo ad Ascoli Satriano, sulle rive del fiume Ofanto, nel 279, ma subì nuovamente gravi

perdite (da cui il topos della vittoria di Pirro o pirrica), che iniziò a compensare col ricorso a mercenari, mentre perdeva sempre più

coesione la sua lega antiromana, a causa delle pressioni fiscali che imponeva agli alleati per mantenere l’esercito.

Nell’autunno del 278 Pirro si recò così in Sicilia, in difesa di Siracusa – ormai, come si è detto, senza figure forti al comando –, che

era in perenne conflitto con Cartagine (e sulla quale poteva avanzare rivendicazioni mercé di suo figlio Alessandro) . Recuperò

31

molte terre a danno dei Cartaginesi, subendo invero alcune rivolte intestine (sempre a causa delle sue pressioni finanziarie), riuscendo

comunque a chiudere i Cartaginesi a Lilibeum (Lilibeo), nell’estremità occidentale dell’isola: l’assedio si rivelò infruttuoso e il

progetto di una guerra alla stessa Cartagine non fattibile. Roma, che, tra l’altro, nel 279 aveva stretto un patto con Cartagine per

l’aiuto reciproco , aveva nel frattempo recuperato, come prevedibile, alcune posizioni. Nel 275, quando si poté dire definitivamente

32

conclusa la sua esperienza siciliana, Pirro, tornato sulla penisola (avendo peraltro perso truppe e navi nella traversata, ad opera di

una flotta cartaginese), venne battuto nel celebre scontro di Maleventum dal console Mario Curio Dentato (la città sarebbe poi stata

ribattezzata Beneventum – un nome di migliore augurio – nel 268, quando vi si sarebbe stata impiantata una colonia di diritto latino).

Nel 274 Pirro finalmente abbandonò anche l’Italia – lasciando Taranto in mano al figlio Eleno, posto al comando di una guarnigione,

che sarebbe poi stata sgominata dai Romani nel 272 – e tentò di contendere in Grecia il regno macedone ad Antigono Gonata, col

quale ingaggiò una lunga guerra in parte vittoriosa, che lo portò fino al fianco della lega Achea nel Peloponneso. Mentre si trovava

ad Argo, però, venne ucciso ingloriosamente in una scaramuccia per strada, nel 272.

L’Epiro corrispondeva grossomodo ad un’area compresa tra la Grecia nord-occidentale e l’Albania meridionale.

30 Così confermandosi in una missione di «liberazione dell'intera grecità occidentale» sia da «Roma, in Italia», che da «Cartagine, in

31

Sicilia», cionondimeno, «con la spedizione di Pirro, l'Oriente ellenistico si immette di forza nella storia dell'Occidente greco, ma solo per

registrare la fine dell'indipendenza di quest'ultimo» (Musti, Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, pp. 762-764).

Cartagine continuava a riconoscere l'egemonia di Roma in Italia, rivendicando per sé la Sicilia, pronta a fornire a Roma la sua flotta in

32

cambio di un esercito terrestre romano.

64

La conquista del Mediterraneo

Nel 264 a.C. (anno della deduzione della colonia latina di Fermo) Roma controllava ormai larga parte dell’Italia peninsulare, per cui

era inevitabile che si scontrasse con l’altra grande potenza mediterranea, Cartagine. Questa era una colonia fenicia fondata, tra il lago

di Tunisi e il mare, diversi secoli addietro, ma sicuramente prima di Roma (la datazione è comunque incerta: forse 814 a.C.),

probabilmente da esuli di Tiro (oggi in Libano), secondo la tradizione guidati da Elissa (la regina Didone dell’Eneide): la costa

africana, non a caso, era frequentata assiduamente dai Fenici, in ragione dei loro traffici marittimi. La città, col tempo, era diventata

il centro di un vasto e forte impero, formato da comunità alleate e da popolazioni soggette, che si estendeva dall’Africa settentrionale

alla Spagna meridionale, dalla Sardegna alla Sicilia occidentale, tenuto insieme dal grande collante costituito dai traffici commerciali

marittimi. Cartagine, a differenza di Roma, forte sulla terra ferma, era dotata di una potente flotta e basava la sua economia sul mare.

Proprio per questo, con Cartagine, Roma, prima dell’inizio dello scontro, era ripetutamente scesa amichevolmente a patti, per un

numero di volte che è oggetto di discussione: generalmente si indicano 4 trattati, ma la storicità del primo è stata messa in dubbio.

Il primo trattato, secondo lo storico Polibio, sarebbe occorso nei primi anni della Repubblica (509 a.C. ca.), quando Roma avrebbe

ottenuto che la città fenicia non si ingerisse nel Lazio e che consegnasse a Roma le altre città latine non ancora soggette ad essa,

allorché le avesse conquistate, mentre Cartagine avrebbe difeso i propri interessi commerciali, ottenendo ampie garanzie : Roma, dal

1

canto suo, era infatti impegnata nelle prime operazioni di espansione territoriale contro le contornanti città latine, ed interessata

quindi, al più, ad attestare la sua egemonia sul Lazio, mentre Cartagine, già decisamente più forte, aveva interesse a contrastare la

dinamicità delle città della Magna Grecia e in generale del commercio ellenico nel Tirreno, seria minaccia per i suoi interessi sulla

zona (non a caso aveva stretto, con gli Etruschi, circa un quarantennio prima, un patto contro i Focei di Alalia, come si è già detto,

vedi il § Gli Etruschi). Come si può vedere, quindi, a questa altezza la forza di Roma era ben più ridotta rispetto a quella di Cartagine,

per cui sembrerebbe improbabile che avesse già la forza per imporre condizioni e stringere accordi con una tale potenza marittima,

d’altro canto, però, è pur vero che Cartagine, a fronte di una minuta rinuncia (relativa al piccolo territorio del Lazio, se cui non aveva

interessi), non avrebbe avuto interferenze nella zona e avrebbe quindi disposto di largo spazio per azioni contro i più temibili Greci.

La storicità del trattato, così come presentato da Polibio, non è accertabile, ma è verosimile che vi sia stato un accordo di tal specie,

per il quale v’erano dunque tutte le condizioni.

Un secolo e mezzo più tardi, nel 348, venne siglato un nuovo trattato (per Diodoro Siculo soltanto questo sarebbe stato il primo), in

cui vennero sostanzialmente riproposti i termini del primo, con l’aggiunta di nuove città su cui non interferire, sia per Roma che per

Cartagine, indicate le nuove alleanze da rispettare e perfezionata la disciplina dei rapporti tra i due popoli . Questo trattato ebbe il

2

fine di regolare nuovamente i rapporti tra le due potenze, l’una delle quali, Roma, aveva ormai acquisito un dominio ben più saldo

sul Lazio (dominio nella Lega latina, conquista di Veio, respingimento dei Galli, conflitto con Volsci, Ernici, Equi ed Etruschi) e si

apprestava a dirigersi contro i Sanniti (primo contatto bellico nel 343), ma temeva una nuova incursione gallica. Cartagine, dal canto

suo, insisteva nella tutela dei propri interessi commerciali, in lotta con la Siracusa di Dionisio II (357-347) per il controllo della

Sicilia. Roma, così, fatta la sua solita rinuncia, otteneva l'appoggio navale di Cartagine, mettendosi al riparo da possibili attacchi dal

mare, mentre Cartagine otteneva di nuovo mani libere per i suoi progetti sull’Italia centro-meridionale.

Nel 306 si giunse ad un nuovo accordo, di cui non si conosce il testo, ma col quale Roma tutelava verosimilmente i suoi consolidati

domini italici, ora che era divenuta la prima potenza italica, ma non aveva ancora sottomesso del tutto i Sanniti (la terza guerra

sannitica si sarebbe conclusa soltanto nel 290). Cartagine, dal canto suo, era desiderosa di allontanare il rischio che Agatocle di

Siracusa (giunto al potere nel 316), il quale le stava portando guerra (qualche anno prima era persino sbarcato in Africa, come

abbiamo visto), potesse rivolgersi a Roma in cerca d’aiuto, per cui stipulò con Roma tale nuovo trattato, riservandosi la Sicilia.

Nonostante ciò, nel 279 si dovette giungere ad un nuovo accordo, dovuto, come abbiamo visto, all’improvvisa ingerenza di Pirro,

negli affari italici: costui, nel 280, attraversato l’Adriatico, era sbarcato in suolo italico e aveva sconfitto i Romani, non senza perdite,

ad Eraclea e poi ad Ascoli Satriano. Roma era dunque già stata colpita, Cartagine era timorosa dell’avanzata di Pirro sulla Sicilia

(che avrebbe difatti avuto luogo nel 278): fu così che Cartagine pensò bene, onde evitare accordi tra Roma e Pirro (e al fine di

trattenere quest’ultimo in Italia), di stringere il nuovo patto con la città laziale (l'ammiraglio cartaginese Magone compì quindi un

«Il trattato era presso a poco di questo tenore: “A queste condizioni ci sia amicizia fra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e

1

gli alleati dei Cartaginesi: né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello, a meno che non vi siano costretti

da una tempesta o da nemici. Qualora uno vi sia trasportato a forza, non gli sia permesso di comprare né prendere nulla tranne quanto gli

occorre per riparare l'imbarcazione o per compiere sacrifici, e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non

sia possibile portare a termine nessuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di

costoro, se venduto in Libia o in Sardegna sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un Romano giunga in Sicilia, nella

parte controllata dai Cartaginesi, siano uguali tutti i diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di Ardea,

Anzio, Laurento, Circei, Terracina, né di alcun altro dei Latini, quanti sono soggetti; nel caso che quelli non soggetti si tengano lontani

dalle loro città: ciò che prendano, restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino da nemici nella

regione, non passino la notte nella regione”» (Polibio, Storie, III, 22).

«A queste condizioni ci sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i popoli dei Cartaginesi, dei Tirii e degli Uticensi e i loro

2

alleati. I Romani non facciano bottino, né commercino, né fondino città al di là del promontorio Bello, di Mastia, di Tarseo. Qualora i

Cartaginesi prendano nel Lazio una città non soggetta ai Romani tengano i beni e le persone e consegnino la città. Qualora i Cartaginesi

catturino qualcuno di quelli con cui i Romani hanno accordi di pace scritti, ma che non sono a loro sottomessi, non lo sbarchino nei porti

dei Romani; qualora poi un Romano metta mano su chi è stato sbarcato, sia lasciato libero. I Romani, allo stesso modo, non facciano ciò.

Se un Romano prende acqua o provviste non commetta torti ai danni di nessuno di quelli con cui i Cartaginesi sono in pace e amicizia. Un

Cartaginese, allo stesso modo, non faccia ciò. Altrimenti non si vendichi privatamente: se qualcuno lo fa che l'offesa sia pubblica. In

Sardegna e in Libia nessun romano commerci o fondi città (...) se non finché abbia preso provviste o riparato l'imbarcazione. Qualora una

tempesta ve lo trasporti si allontani entro cinque giorni. Nella parte controllata dai Cartaginesi e a Cartagine faccia e venda tutto quanto è

permesso anche a un cittadino. Un Cartaginese faccia lo stesso a Roma» (Polibio, Storie, III, 24). 65

lungo viaggio fino ad Ostia, per ottenere quanto sperato, con ben 120 navi e con ricchi doni). I due contraenti, pur lasciandosi

formalmente liberi di trattare col re epirota, giunsero a stabilire che Roma avrebbe rinunciato alla Sicilia in cambio dell’egemonia

sul suolo peninsulare e che ognuno dovesse fornire supporto all’altro (Polibio riporta del trattato la frase: «Qualora facciano alleanza

con Pirro, gli uni e gli altri mettano per iscritto che sia permesso portarsi soccorso a vicenda nel territorio di chi viene attaccato»): i

Romani via terra, i Cartaginesi via mare. A Roma veniva dunque riconosciuta una forza ed un peso non indifferenti, a differenza di

quanto era accaduto negli altri trattati, in cui era risultata sempre in posizione minoritaria. Questo equilibrio, durante il quale pure

era stato scongiurato il pericolo pirrico (il principale limite del sovrano epirota era stato quello di aver subito ingenti perdite, in

battaglia e per defezione), era destinato a rompersi: Roma, ormai, padrona della penisola e conscia della sua forza, non si sarebbe più

trattenuta.

La prima guerra punica (264-241)

I Cartaginesi controllavano gran parte delle coste nordafricane (in minor misura l’entroterra), alcune basi in Spagna e in Sardegna,

nonché la Sicilia occidentale, mentre la restante parte della Sicilia era sotto il dominio di Siracusa.

I Mamertini, mercenari di origine italica (che dovevano il nome a Mamers, il dio della guerra Marte, così chiamato, come abbiamo

già visto, in lingua osca), arruolati da Agatocle di Siracusa (tiranno dal 316 al 289), si erano impadroniti proditoriamente di Messina

l’anno dopo la morte del tiranno (ossia nel 288), che li aveva congedati, dandosi all’attività di saccheggio. Ierone II di Siracusa (270-

215), ufficiale dell’esercito epirota che aveva

ottenuto la strategia a Siracusa contro la

minaccia dei Mamertini, li sconfisse

ripetutamente (in particolare a Milazzo) e

mosse verso Messina, ma questi si allearono

con i Cartaginesi, che avevano tutto

l’interesse ad arrestare la corsa di Siracusa

verso lo Stretto (e a recuperare l’egemonia

sulla Sicilia, ridimensionata dall’intervento di

Pirro), tanto che posero un presidio in città: a

Ierone non rimase che tornare a Siracusa, nel

270 a.C., dove fu comunque accolto come un

eroe e nominato tiranno (o meglio, re

[basileús], secondo la prassi istituita da

Agatocle), potere che avrebbe mantenuto fino

alla morte, nel 215.

I Mamertini, dal canto loro, si stancarono ben

presto dei Cartaginesi e invocarono

l’intervento dei Romani (coi quali erano

etnicamente più affini). Questi ultimi, in

primo luogo, dopo aver ripreso Taranto (finita

così tra i socii di Roma) alla guarnigione

epirota rimastavi, conquistarono, nel 270, il

territorio fino a Reggio, vendicandosi sulla Evoluzione della prima guerra punica (è tracciato, a fine orientativo, l’itinerario seguito dai

legio Campana, che dieci anni prima Romani dall’arrivo a Messina alla battaglia finale delle Egadi)

(all’indomani della sconfitta di Eraclea), al

comando di Decio Vibellio, si era impadronita della città, compiendo un eccidio, imitando il colpo di coda dei Mamertini a Messina

(288). L’intervento a Messina avrebbe certamente causato collisioni con Cartagine e, probabilmente, anche con Siracusa, ma ciò non

irretì i Romani (e nemmeno fu determinante il trattato stretto nel 279 coi Cartaginesi, che imponeva ai Romani, come si è visto,

proprio di non ingerirsi in Sicilia), che avevano mire di tipo economico sulla ricca isola: l’assemblea popolare, a cui il senato,

riluttante, aveva demandato la decisione, stabilì dunque che si dovesse intervenire. Non vi fu una dichiarazione esplicita di guerra,

ma, allorché nel 264 una spedizione militare con a capo il console Appio Claudio Caudice attraversò lo Stretto (diabasis), lo scontro

tra le due potenze risultò inevitabile.

I Romani cacciarono Siracusani e Cartaginesi, ora coalizzati, da Messina, sconfissero nuovamente la coalizione a Nasso, presero

Catania, e, dopo che, assediata Siracusa, Ierone fu passato dalla loro parte (nel 263), grazie al suo supporto, presero infine, dopo un

lungo assedio, anche Agrigento (nel 262), grande baluardo cartaginese. Il grande ostacolo da superare rimaneva però la forza navale

dei Cartaginesi: a questo fine i Romani si dotarono di una grande flotta (più di 100 navi) di quinquiremi (tipologia di imbarcazione

di derivazione greca), sfruttando l’apporto di uomini dei cosiddetti socii navales (città della Magna Grecia), con cui vinsero la

battaglia Milazzo nel 260 (era console Gaio Duilio, che gestì personalmente le operazioni) . Fu a prima vittoria navale di Roma, che

3

divenne così padrona dell’area tirrenica, che fino a quel momento era stata contesa tra Cartaginesi e Greci.

A partire dal 256 a.C. i Romani tentarono di portare la guerra in Africa: i Cartaginesi cercarono di fermare questa operazione ma

vennero sconfitti in una battaglia navale a Capo Ecnomo, un promontorio ad est di Agrigento. Le legioni di Marco Atilio Regolo

(console suffetto per il 256) sbarcarono così in Africa a capo Bon, iniziando a saccheggiare il territorio e proseguendo verso meridione

In questa battaglia (ma anche nella successiva, a Capo Ecnomo) i Romani, meno esperti nelle battaglie navali, fecero largo uso del

3

congegno di abbordaggio denominato corvus (corvo), una passerella che terminava con ganci, che permetteva di connettere due navi e di

travasare la fanteria su quella nemica (quella romana era più forte di quella cartaginese nel corpo a corpo). Una tecnica che sarebbe stata

però abbandonata.

66

lungo la costa, per poi spingersi nell’entroterra e, infine, vincere l'esercito cartaginese nella battaglia di Adys: le condizioni presentate

da Regolo furono tanto pesanti che i negoziati fallirono. I Cartaginesi, allora, assunto il mercenario spartano Santippo, reagirono e

sconfissero i Romani nel maggio del 255, nella battaglia di Tunisi. I Romani si ritirarono in Sicilia, dove vennero nuovamente sconfitti

nella battaglia navale di Trapani (249). Entrambi gli schieramenti erano esausti, dopo ben 10 anni di guerra: mentre i Cartaginesi

primeggiavano per mare, i Romani gli tenevano testa via terra, tenendo sotto assedio Trapani e Lilibeo. Infine, nel marzo del 241, la

nuova flotta (200 quinquiremi) romana, allestita coi finanziamenti di cittadini facoltosi (a cui venne promesso un rimborso in caso

di vittoria) e guidata da Gaio Lutazio Catulo (console per il 242), sconfisse quella cartaginese, guidata da Annone, alle isole Egadi,

decretando la fine della prima guerra punica: le trattative permisero a Roma di acquisire la Sicilia, le isole Egadi e le Lipari, di

ottenere la rinuncia a qualsiasi ingerenza da parte dei Cartaginesi, nonché la corresponsione di un indennizzo di guerra.

La conquista della Sicilia (del resto il primo territorio conquistato dalla Repubblica romana al di fuori dalla penisola italica) segnò

una svolta nella storia istituzionale della Repubblica romana, in quanto, al fine di controllarne il territorio, non si procedette alla

deduzione di semplici colonie di diritto romano o latino, ma fu istituita per la prima volta una provincia, cioè, come abbiamo ricordato

più volte, terminò il processo di creazione di tribù territoriali, che si attestarono a 35 (di seguito sarebbe soltanto stata accresciuta la

loro estensione, seppur con l’assegnazione di nuovi distretti tra loro molto distanti), e Roma iniziò ad utilizzare questa nuova forma

amministrativa per i territori conquistati, ormai sempre più estesi (come chiariremo nell’immediato seguito, però, non è chiaro se

l’effettiva cesura sia da collocarsi nel 241, o se sia leggermente posteriore, fatto sta che tradizionalmente si indica questa data come

punto di svolta). Alle comunità sicule, precedentemente soggette a Cartagine, fu imposto il pagamento di un tributo annuo (un decimo

della produzione cerealicola), mentre, dal punto di vista amministrativo, almeno in un primo momento vi fu inviato annualmente uno

dei quattro quaestores classici (istituiti nel 267, a seguito dell’aumento dei territori da tenere sotto controllo). A partire dal 227 a.C.,

tuttavia, la posizione amministrativa nell’isola fu definitivamente consolidata: a governarla fu posto uno dei due nuovi praetores

provinciales, eletti appositamente (si aggiunsero al pretore urbano e a quello peregrino, competenti per la città di Roma), mentre

l’altro fu destinato alla provincia di Sardinia et Corsica, che, come vedremo, era stata nel frattempo istituita (nel 237). V’è da notare,

quindi, che, sebbene si possa certamente affermare che la Sicilia fu il primo territorio ad ottenere una forma amministrativa del tutto

nuova (probabilmente esemplata su quella adottata da Cartagine per l’isola), sarebbe più prudente limitarsi semplicemente ad asserire

che nella nuova realtà insulare si crearono piuttosto le premesse del nuovo istituto della provincia, e non già una provincia vera e

propria, in quanto non è chiaro se provincia di Sicilia sia stata istituita come tale già alla fine della prima guerra punica (o in un

qualche altro momento tra il 241 e il 227: ad esempio nel 237, quando Roma sottrasse la Sardegna a Cartagine, su cui vedi il § La

seconda guerra punica, a p. 68) o se invece sia stata formalmente creata soltanto nel 227, in contemporanea alla provincia di Sardinia

et Corsica, quando furono cioè creati i praetores provinciales (si tenga conto, del resto, che inizialmente fu inviato in Sicilia soltanto

un quaestor). Di sicuro v’è che rimasero comunque ancora indipendenti, in quest’ordine di cose, la città di Messina e il dominio

siracusano di Ierone II (270-215), quindi i territori orientali dell’isola, che sarebbero stati annessi, come vedremo, soltanto al termine

della seconda guerra punica (201).

Il conflitto coi Galli (236-222) e le due guerre illiriche (229-219)

Nel 232, dopo che un’incursione gallica arrivata fino a Rimini, nel 236, aveva ridestato l’attenzione di Roma sul Settentrione italiano,

il tribuno della plebe Gaio Flaminio Nepote (poi console, nel 223 e, ancora, nel 217) propose la distribuzione dell’ager Gallicus ai

cittadini romani (de agro Piceno Gallico viritim dividundo) al fine di facilitare il controllo su quei territori ancora instabili, nonché

per tutelare, come si è visto, le classi meno abbienti, schiacciate dalla pressione demografica. Questa proposta allarmò però le

popolazioni della Gallia Cisalpina, i Galli Boi, stanziati nei pressi dell’odierna Bologna, e gli Insubri, stanziati nella regione

dell’odierna Milano, che, contro Roma, ottennero l’appoggio dei Gesati (mentre altre popolazioni galliche, come i Veneti e i Galli

Cenomani, rimasero dalla parte di Roma). I Galli, penetrati in Etruria, furono sconfitti a Talamone (nell’odierna Toscana), nel 225, e

il loro territorio occupato con un’efferata campagna padana. A Roma si riteneva che ciò fosse soddisfacente, ma, nel 223, divenuto

console lo stesso Gaio Flaminio Nepote, fu ingaggiata una nuova campagna oltre il Po, a danno degli Insubri, poi definitivamente

sconfitti a Casteggio (nell’odierna Lombardia), nel 222, da Marco Claudio Marcello. Divenuto censore, Flaminio ordinò la

costruzione di una solida rete di strade che avrebbero innervato l’ager Gallicus, tra le quali la via Flaminia (Roma-Rimini), che dal

censore prese appunto il nome, la via Emilia (Rimini-Piacenza) e la via Postumia (Genova-Aquileia). Fu inoltre conquistata

Mediolanum e vennero fondate, nel 220, le colonie frontaliere, di diritto latino, di Cremona e Piacenza. La conquista, tuttavia, non

sarebbe stata consolidata prima della fine della seconda guerra punica (che avrebbe portato, come vedremo, a nuovi sedizioni

galliche), nel 201: sarebbero così state fondate altre colonie di diritto latino, tra cui quella di Bologna, nel 189, e quella di Aquileia,

nel 181.

Intanto, sul fronte adriatico, il regno d'Illiria, sotto la regina Teuta, approfittando del declino dell'Epiro, era stato esteso sulle coste

dalmate, mentre si erano andate moltiplicando le scorrerie dei pirati illirici, che arrecavano danni alle città greche sulla costa, le quali

nel 230 si rivolsero al Senato romano in cerca d'aiuto: al rifiuto di Teuta di piegarsi alle richieste e a seguito di un proditorio agguato

ai danni di un'ambasceria romana, il Senato le dichiarò guerra nel 229 (era la prima volta che Roma muoveva attraverso l’Adriatico,

tanto che lo storico greco Polibio colloca in questa occasione l’abbrivo dell’espansionismo romano nel Mediterraneo orientale). La

prima guerra illirica si risolse rapidamente a favore di Roma, che impose una serie di limitazioni: Teuta dovette rinunciare alla

reggenza, esercitata in nome dell'erede minorenne al trono, agli Illiri fu proibito di navigare con più di due navi disarmate a sud di

Lissus (l'odierna Lezhë, in Albania) e vietato di compiere scorrerie, oltre a ciò le città greche della Costa Adriatica divennero una

sorta di protettorato di Roma, per il quale Achei ed Etoli si mostrano grati ai Romani (del resto i pirati illirici erano ormai fin troppo

attivi per non essere tenuti a freno).

Demetrio, un collaboratore di Teuta, che era stato ricompensato per l'appoggio ai Romani con la concessione di possedimenti attorno

all'isola di Faro, sua patria, si dimostrò ben presto ostile, violando i limiti imposti dai romani nel 229 e intentando azioni di pirateria

lungo le coste illiriche, convinto di avere mano libera, essendo Roma impegnata coi Galli a settentrione, cercando altresì di avvicinarsi

sempre più al re macedone Antigono Dosone (229-221), che in quel frangente era in conflitto con Sparta e governava come tutore di

67

Filippo V (221-179), e, infine, a quest’ultimo, non appena ebbe il trono. I Romani, nonostante i loro impegni, dovettero quindi

intervenire nuovamente. Anche la seconda guerra illirica, che vide l’invio di Lucio Emilio Paolo, console per la prima volta (la

seconda nel 216, vedi infra), a capo della flotta, si risolse comunque brevemente (nell’arco del 219): Faro divenne protettorato romano

e Demetrio fuggì presso il suo protettore.

La seconda guerra punica (218-201)

Le lacune finanziarie di Cartagine, determinatesi a seguito della sconfitta del 241, portarono, nel 240, alla ribellione dei mercenari

insofferenti per i mancati pagamenti. Questi, dalla Sicilia, dov’erano stanziati, erano stati fatti affluire a Cartagine, al fine di riscuotere

il loro soldo, a scaglioni (in modo da evitare un ammassamento pericoloso) ma la città non poteva corrispondere loro il dovuto, tanto

che furono trattenuti in attesa di nuove disponibilità, ma finirono per ammassarsi in città, proprio quello che si era voluto evitare. La

rivolta dunque scoppiò e, per l’imprudente gestione del generale Annone, assunse toni drammatici per Cartagine, ma venne infine

sedata, nel 238, da Amilcare Barca: costui era stato comandante dell'esercito cartaginese in Sicilia, e, finita la guerra (241), aveva

saggiamente lasciato a Gisgone (governatore di Lilibeo per i Cartaginesi) le incombenze delle operazioni di invio dei mercenari (circa

20.000) a Cartagine, ma ciò non gli aveva affatto sottratto prestigio, ed era appunto stata una mossa oculatissima, viste le

conseguenze. Ristabilendo l’ordine sui mercenari, quindi, Amilcare ebbe modo di rinsaldare la sua posizione all’interno della classe

dirigente cartaginese. Anche in Sardegna le guarnigioni di mercenari si erano ribellate chiedendo soccorso ai Romani, talché i

Cartaginesi dovettero imbastire una spedizione per il recupero. Roma, sentendosi minacciata, sì dichiarò pronta ad una nuova guerra:

fu così che i Cartaginesi, timorosi verso il potente nemico, desistettero, cedendo nel 237 la Sardegna, la quale, assieme alla Corsica,

divenne provincia romana (con la denominazione di Sardinia et Corsica).

Amilcare, nonostante gli organi di governo cartaginesi non fossero pienamente d’accordo, ottenne di potersi dirigere, a capo di alcuni

mercenari, verso la Spagna sudorientale, regione ricca di miniere di stagno e metalli preziosi, dove avrebbe messo in atto diverse

campagne di conquista, per consolidare delle postazioni in funzione palesemente antiromana. La conquista della Spagna potrebbe

apparire quasi un affare privato della famiglia Barca: dopo Amilcare, annegato nel 228 attraversando di un fiume durante una ritirata,

prese il comando suo genero Asdrubale Maior (anche detto, nelle fonti, Asdrubale il Vecchio o il Bello: di Amilcare aveva sposato

4

la figlia secondogenita), e, infine, dopo la morte di questi (221), il giovane figlio maggiore di Amilcare, Annibale (che – secondo la

tradizione storiografica a cui ha dato corso Polibio –, non si sa quanto verosimilmente, aveva promesso al padre che avrebbe nutrito

fino alla morte odio per Roma). La peculiarità di questa impresa, tuttavia, non deve far pensare che le operazioni siano state svolte

senza il consenso del governo centrale cartaginese, che, naturalmente, ne beneficiò.

Prime fasi: Annibale

Comunque, nel 226, un'ambasceria del senato romano aveva concluso un trattato con Asdrubale Maior, nel quale chi stabiliva che gli

eserciti cartaginesi e quelli romani non potessero varcare rispettivamente verso nord e verso sud il fiume Ebro: si limitavano ovvero

le aree di influenza delle due potenze. Roma aveva però stretto, non si sa se prima o dopo di quello coi Cartaginesi, anche un trattato

di alleanza con la città iberica di Sagunto, che si trovava a sud dell'Ebro, una situazione che fu sfruttata abilmente da Annibale: costui,

adducendo la motivazione che Sagunto si trovava a sud dell'Ebro e che quindi rientrava nei territori di competenza dei Cartaginesi,

dichiarò guerra alla città nel marzo del 219 – dopo esser partito da Qart Hadasht –, assediandola: i Saguntini chiesero aiuto a Roma,

ma il senato, colto impreparato, non fu pronto a reagire, limitandosi ad inviare ambascerie a Cartagine, che chiedevano la consegna

di Annibale, le quali però non furono risolutive. La guerra era dunque inevitabile.

Intanto, Annibale, dopo otto mesi di assedio, durante i quali Roma non prese risoluzioni (tra i fautori della pace Quinto Fabio

Massimo, che vedremo attivo in questo senso, o quasi, anche nelle fasi successive), era riuscito ad espugnare Sagunto, per cui, nella

primavera del 218, si mise in marcia verso nord, alla testa di quasi 100.000 unità, con l’obiettivo di superare le frontiere italiche

settentrionali, oltre le quali sperava di ottenere l'appoggio delle tribù galliche da poco sottomesse da Roma e, perciò, insofferenti, per

attaccare di conseguenza

i Romani. L'unico modo

di colpire gli antichi

nemici era infatti quello

di procedere via terra (la

flotta cartaginese ancora

non aveva recuperato il

vigore necessario) e di

minare la rete di alleanze

e dipendenze politiche

che aveva garantito a

Roma l'ingente apporto

umano e finanziario che

aveva permesso di

vincere il primo conflitto

con Cartagine, tanto più

perché così, come poi

sarebbe stato, Annibale

poteva far desistere Roma

Ad Asdrubale Maior si deve la fondazione, sulle coste meridionali della penisola iberica, del centro di Qart Hadasht (città nuova), poi

4

denominata Carthago Nova, a seguito della conquista romana (come vedremo in seguito). Corrisponde all’odierna Cartagena.

68

dall’attacco diretto a Cartagine, in quanto avrebbe dovuto stornare le forze sulla difesa della penisola. Durante il tragitto, comunque,

Annibale subì, già in territorio iberico, perdite e defezioni, dovute ai continui conflitti con le popolazioni locali, che si dimostrarono

abbastanza indocili, benché non direttamente implicate nel conflitto tra le due grandi potenze.

Annibale riuscì coì ad evitare un primo scontro con l'esercito romano, guidato dal console Publio Cornelio Scipione, che si era

appunto diretto in Spagna per fronteggiarlo (l’altro console, Tiberio Sempronio Longo, era invece stato inviato in Sicilia, col fine di

preparare uno sbarco in Africa), superando dapprima i Pirenei, ai piedi dei quali gli rimanevano già soltanto 60.000 unità circa, e

valicando poi le più impervie Alpi: un attraversamento, che affrontarono in 38.000, intrapreso a partire dal settembre del 218, nel

quale – a causa delle condizioni impervie e della scarsa resistenza dei suoi uomini al rigido clima montano – Annibale subì ulteriori

perdite (egli stesso perse un occhio), tanto che gli rimasero 20.000 fanti e 6000 cavalieri. Riscosse, però, infine, l’agognato sostegno

dei Galli Boi e degli Insubri (che Roma aveva vinto, e che dunque erano insofferenti al dominio di quella).

Una serie di disfatte per i Romani

Nel frattempo, Publio Cornelio Scipione, lasciato a presidiare la penisola iberica il fratello Cneo Cornelio Scipione, era ritornato in

Italia, sbarcando a Pisa ed attestandosi a Piacenza, mentre il secondo console, Tiberio Sempronio Longo, era stato richiamato dal

senato romano nella penisola, essendo ritenuta infruttuosa la possibilità di un intervento diretto in Africa e più saggio far convergere

le energie sul nemico ormai giunto sul suolo italico (Annibale, quindi, aveva raggiunto già il suo primo obiettivo: evitare un attacco

diretto a Cartagine da parte di Roma).

Il primo scontro, in cui prevalse Annibale, si ebbe sulle rive del fiume Ticino, nel novembre del 218: Scipione, ferito in battaglia e

fortunosamente salvo, dovette ripiegare, subendo tra l’altro defezioni nei reparti gallici, cosicché molti passarono dalla parte di

Annibale. Il secondo scontro avvenne sulle rive del fiume Trebbia, nei pressi di Piacenza, dove Scipione aveva riparato: ai primi di

dicembre, Tiberio Sempronio Longo, di ritorno dalla Sicilia, aveva infatti raggiunto Scipione, tanto che l'esercito romano era giunto

a contare in totale circa 16.000 legionari e 20.000 alleati, tra cui gruppi di Galli Cenomani, mentre Annibale aveva visto aumentare

le sue forze a circa 40.000 uomini con l'arrivo di Galli Boi e Insubri: lo scontro campale, accettato poco prudentemente da Longo –

il quale, ferito e inabile Scipione, deteneva il comando – si risolse ampiamente a favore di Annibale.

Furono quindi eletti i nuovi consoli per il 217: Cneo Servilio Gemino e Gaio Flaminio Nepote (il tribuno distributore di terre galliche

del 232, già console nel 223). Quest’ultimo fu sorpreso, il 21 giugno del 217, dalle truppe di Annibale – che, da Piacenza, avevano

attraversato gli Appennini, non senza difficoltà, per spingersi verso Roma – sul lago Trasimeno, dove si era accampato nottetempo

coi suoi uomini, ignaro della vicinanza del nemico: alle prime luci del mattino, i Romani furono circondati abilmente da Annibale –

il quale sfruttò a tal fine la densa nebbia che s’era alzata, ossia la scarsa visibilità – e trucidati. Lo stesso Flaminio perì nello scontro

(fu sostituito al consolato da Marco Attilio Regolo, che divenne cioè consul suffectus, il quale, come si ricorderà, aveva perso la

battaglia di Tunisi, durante la prima guerra punica).

Gli scontri frontali con i Cartaginesi si erano rivelati dunque tutti fallimentari, tanto che si decise di seguire la strategia dell’ex console

Quinto Fabio Massimo Verrucoso, intanto nominato dittatore, il quale proponeva di non affrontare più i Cartaginesi sul campo, bensì

di limitarsi ad impedire prudentemente che gli giungesse supporto da Cartagine o dalla Spagna, cioè di portare avanti una guerra di

logoramento (per questo Massimo venne soprannominato il Temporeggiatore [Cunctator]). Intanto però Annibale avanzava,

compiendo carneficine e ruberie, attraversando il Piceno, il Sannio e stanziandosi in Apulia.

Cosicché, terminati i sei mesi di dittatura, i Romani si risolsero per un attacco frontale. Nel 216 vennero eletti consoli Lucio Emilio

Paolo (al secondo consolato, il primo era stato per il 219), molto vicino alla linea attendista inaugurata da Massimo, e Gaio Terenzio

Varrone (al primo consolato), che era invece maggiormente propenso all’intervento (almeno secondo quanto riportato dalle fonti):

costoro, nonostante tutto, si mossero contro Annibale alla testa di più di 80.000 unità. Il 2 agosto, nella piana di Canne, presso Canosa

di Puglia, venne ingaggiata la battaglia, che tuttavia si risolse inaspettatamente con una sonante sconfitta per i Romani. Lo scontro,

ricordato unanimemente come capolavoro di tattica militare, venne risolto grazie all’accerchiamento dei Romani (dovuto certo, in

parte, anche alla fortuna del momento) da parte dell’esercito di Annibale, nonostante quest’ultimo fosse molto più esiguo del primo:

il primo urto delle legioni romane fu assorbito dalla fanteria leggera gallica, schierata da Annibale al centro, che assunse man mano

una forma concava, incanalando verso il centro del campo di battaglia i soldati romani, ma ad essere risolutiva fu la cavalleria

numidica, che – dopo aver messo in rotta quella romana schierata sui fianchi –, supportata dalla fanteria pesante, poté attaccare dalle

retrovie i legionari, i quali si trovarono disorientati e stretti in una morsa letale . Bisogna considerare altresì che l’esercito romano

5

era stato decimato nelle battaglie precedenti (Ticino, Trebbia e Trasimeno) e che quindi il numero di esperti veterani era assai minore

rispetto a quello delle nuove leve, il che influì non poco sugli esiti dello scontro. All’indomani della battaglia, si consideri, il senato

era stato privato di ben 177 membri, per la sostituzione dei quali il dittatore Marco Fabio Buteone, scelto proprio senatus legendi

causa, dovette compiere una lectio senatus straordinaria (il senato si rinnovava normalmente ogni 5 anni) . La situazione era del tutto

6

Lo storico Polibio, a cui si deve la principale ricostruzione postuma della battaglia (nella sua fondamentale opera, intitolata Storie),

5

avrebbe tentato di addossare tutta la colpa al console plebeo Gaio Terenzio Varrone, presentato come irriflessivo e facinoroso. Questo

dipinto, tuttavia, potrebbe trovare ragione nello status di Polibio stesso. Egli, infatti, era stato esponente di spicco della Lega achea, e, come

vedremo, era stato deportato a Roma insieme ad altri 1000 ostaggi perché ritenuto sospetto, nel 167 a.C., a seguito della sconfitta di Perseo,

figlio di Filippo V di Macedonia (vedi il § La terza guerra macedonica (171-168)). A Roma era divenuto precettore e poi amico di Lucio

Emilio Paolo – figlio del console che aveva vinto a Pidna (l’Emilio Paolo Macedonico) –, che, adottato successivamente da Publio Cornelio

Scipione (figlio, questi, dell’Africano), avrebbe preso il nome di Scipione Emiliano. Dunque, essendo Lucio Emilio Paolo, l’altro console

di Canne, proprio il nonno di Scipione l’Emiliano, è verosimile che Polibio si sia adoperato per non infangarne il nome.

Buteone: «non avrebbe rimosso dal senato nessuno di quelli che i censori Lucio Flaminio e Lucio Cornelio avevano eletto senatori; che

6

solamente ne avrebbe fatto registrare e recitare i nomi, affinché non competesse al giudizio ed all' arbitrio di un solo il decidere della fama

e dei costumi dei senatori; e che avrebbe surrogato altri in luogo dei deceduti in modo che si rendesse preferito l'ordine all'ordine, non

l’uomo all' uomo. Recitato il vecchio decreto, nominò primi , al posto dei morti, quelli che avessero esercitato un magistrato curule dopo i

censori Lucio Emilio, e Gaio Flaminio, e non fossero ancora stati messi nel senato, secondo che ciascun d' essi era stato eletto per primo

69

singolare, ché si trovavano ad esercitare la dittatura ben due uomini: lo stesso Fabio Buteone, senza magister equitum e incaricato

soltanto della lectio, e Marco Giunio Pera, con magister equitum Marco Minucio Rufo, con impegni militari).

Poco dopo, molte città del Meridione italiano, tra cui Capua (dove Annibale avrebbe poi svernato), defezionarono, ma il condottiero

cartaginese non approfittò della vittoria per muovere direttamente contro Roma, ritenendo le sue forze inadatte all’uopo. Nel 215,

oltre a ciò, Ierone II di Siracusa (270-215), alleato di Roma, morì, e il potere giunse nelle mani del nipote Ieronimo, il quale passò

tra le fila dei Cartaginesi.

In quello stesso anno (215), Filippo V di Macedonia, che aveva intuito la pericolosità di Roma (la quale si era dimostrata già forte

contro Cartagine), che intanto però si trovava in difficoltà (sconfitta di Canne), dietro il pungolo del consigliere Demetrio di Faro (su

cui si è detto sopra) tentò di espandere i suoi possedimenti verso occidente, allenadosi con Annibale: l’ingerenza del macedone fu

ostacolata, almeno inizialmente, dalle città del protettorato romano nell’Illiria, finché Roma non entrò direttamente in conflitto

scendendo in campo al fianco di una coalizione di stati greci in cui primeggiava della Lega etolica (già da tempo nemica di Filippo).

Gli eserciti romani avrebbero preso scarsamente parte alle operazioni, ché larga parte del conflitto sarebbe stata gestita dai Greci

stessi. La questione, comunque, sarebbe stata risolta dopo un decennio con la stipula della pace di Fenice (dal nome della località

dell’Epiro), nel 205. Questo conflitto è comunemente noto coe prima guerra macedonica (215-205). Roma era così riuscita ad

impedire che Filippo supportasse Annibale.

Dalla ripresa di Roma alla fine della guerra

La posizione di Roma andò pian piano ricostituendosi. Nel 212 anche Taranto passò dalla parte dei Cartaginesi, ma il presidio

cittadino dei Romani continuò ad impedire che la città divenisse canale di rifornimento per Annibale. Nello stesso anno, le forze

romane riuscirono a riprendere anche Siracusa insorta, mentre l’anno successivo fu riconquistata Capua (secondo Livio la defezione

era stata tanto grave che la città venne ridotta a urbs trunca, sine senatu, sine plebe, sine magistratibus, cioè a municipium del tutto

privo di strutture amministrative autonome).

Publio Cornelio Scipione, che aveva raggiunto il fratello Cneo in Spagna, riuscì, assieme a quest’ultimo, a contrastare le forze

cartaginesi e ad arginare la possibilità che ad Annibale giungessero rinforzi via terra, ma, nel 211 si trovarono a fronteggiare divisi i

Cartaginesi, finendo entrambi sconfitti e uccisi. Fu allora inviato a capo dell’esercito, con imperium proconsulare, l’omonimo figlio

di Publio, che sarebbe stato noto con il cognomen di Africano, nonostante la sua giovane età (25 anni) e la mancanza di precedenti

nomine consolari (era stato soltanto edile) – non aveva cioè titolo legale di ricoprire la carica (vedi il § Il governo, in Sulle province).

L’Africano si impadronì nel 209 di Qart Hadasht, che venne così denominata Nova Carthago, e sconfisse Asdrubale, fratello di

Annibale, nella battaglia di Baecula (208) – nella Spagna centro-meridionale –, il quale si diresse fuggiasco verso l’Italia,

attraversando i Pirenei e le Alpi. La corsa di Asdrubale verso il fratello fu interrotta dall’esercito dei due consoli Marco Livio

Salinatore e Gaio Claudio Nerone sul fiume Metauro, nelle Marche settentrionali (207), tanto che Annibale, impotente, dovette

rivolgersi ai Bruzi. Una nuova vittoria di Scipione, nel 206 (battaglia di Ilipa, in cui vennero sconfitti i due, poco noti, condottieri

cartaginesi: Asdrubale, figlio di Gisgone [colui che aveva gestito i mercenari], e Magone Barca, il più giovane dei fratelli di

Annibale ), consolidò la sua posizione, così che l’anno successivo venne eletto console e iniziò i preparativi per l’approdo in Africa:

7

nel 204, l’Africano sbarcò sulle coste del continente e strinse alleanza con Massinissa, re dei Massili , che era in rivolta contro

8

Cartagine (Scipione, in Spagna, si era dimostrato magnanimo nei confronti del nipote di Massinissa, un tale Massiva, dopo la battaglia

di Baecula, rilasciandolo una volta fatto prigioniero). Nel 203 i due alleati vinsero la battaglia dei Campi magni, 130 chilometri a est

di Cartagine: Annibale, rientrato dall’Italia, si scontrò con la coalizione avversaria a Zama, nel 202, subendo una sconfitta decisiva

(soverchiato dalla cavalleria numidica di Massinissa). Le condizioni del trattato di pace del 201 furono durissime: consegna di tutta

la flotta cartaginese, tranne 10 navi, pagamento di una fortissima indennità, rinuncia a tutti i possedimenti cartaginesi al di fuori

dell'Africa (compresa quindi la Spagna), riconoscimento del Regno di Numidia governato da Massinissa e, infine, divieto di

dichiarare guerra senza il permesso di Roma.

poi nominò quelli, che erano stati edili, tribuni della plebe, o questori; quindi, tra quelli che non avevano esercitato alcun magistrato, coloro

che avessero in casa spoglie appese tolte al nemico, o avessero ricevuto una corona civica. Avendo in questa maniera eletti centosettantasette

senatori con universale approvazione, rinunciò subito alla dittatura, e discese da privato cittadino dai rostri, licenziati i littori; e si mescolò

tra la turba di quelli che attendevano alle faccende private, consumando così il tempo a bella posta, affinché il popolo non si distraesse

dalla piazza per accompagnarlo; tuttavia, per quel ritardo non s'illanguidì la premura della gente; ed in buon numero lo ricondussero a casa.

La notte seguente il console tornò all' esercito, senza darne avviso al senato, per non essere trattenuto in città a motivo dei comizi» (Livio,

Ab Urbe condita libri, 23, 23).

A seguito della battaglia i Romani presero anche la città di Corduba. Intorno alla metà del secolo successivo, non si conosce con precisione

7

la data, vi fu dedotta una colonia. La città divenne la capitale della Hispania Ulterior. Al tempo di Augusto sarebbe divenuta una Colonia

Patricia, cioè vi ci si sarebbero insediati veterani in congedo. La città avrebbe dato i natali all’oratore Seneca il Vecchio e al figlio Seneca,

il noto filosofo.

Il territorio della Numidia era diviso in due principali federazioni di tribù: all'ovest i Masesili e a est, ai confini dei territori di Cartagine,

8

i Massili, di cui era re, appunto, Massinissa.

70

La Spagna e l’Italia settentrionale

Al termine della seconda guerra punica, Siracusa, col suo territorio, fu annessa alla provincia di Sicilia, mentre, in Spagna, nel 197,

furono create due nuove province: Hispania Citerior (costa nordorientale, con capitale Tarraco, l’odierna Tarragona) e Hispania

Ulterior (costa meridionale, fino a Cadice, città federata, con capitale Corduba, ossia Cordova). Al governo di queste regioni vennero

posti due nuovi praetores, appositamente

istituiti (col che si arrivò a ben 6 pretori:

pretore urbano, pellegrino, di Sicilia, di

Sardegna e Corsica, di Hispania Citerior

e di Hispania Ulterior).

Il consolidamento e l'ampliamento dei

domini spagnoli fu molto difficile: le tribù

iberiche e celtiberiche (i cui nomi si

possono trovare evidenziati nella cartina

di fianco) si opposero tanto tenacemente

che iniziò a diffondersi il malcontento tra

i legionari, così duramente impegnati ma

senza gloria né bottino. Questo sentimento

determinò fenomeni di resistenza alla

leva, tenacemente repressi, spesso in

modo illecito, dei magistrati provinciali,

tantoché si dovette persino istituire (con la

lex Calpurnia de pecuniis repetundis del

149 a.C., un plebiscito rogato da Lucio

Calpurnio Pisone Frugi) un tribunale

speciale e permanente, la quaestio

perpetua de repetundis, atto a giudicare i

casi di concussione sempre più frequenti

(repetundae, sempre al plurale, sono detti

in latino gli atti di concussione),

commessi anche dai pubblicani . La completa sottomissione della Spagna richiese ben due secoli: si sarebbe conclusa solo al tempo

9

di Augusto, che avrebbe riorganizzato la regione (guerra contro Asturi e Cantabri: 27-25 a.C.). Roma assunse, in una prima fase,

degli atteggiamenti anche sensibilmente differenti nei confronti degli indomi popoli iberici. Marco Porcio Catone, inviato nella

Hispania Citerior nel 195 a.C., in qualità di console, procedette alla sottomissione coatta delle tribù della valle dell'Ebro, ma le sue

conquiste si rivelarono effimere. Tiberio Sempronio Gracco, padre dell'omonimo tribuno della plebe Gracco, e governatore della

Hispania Citerior tra il 180 e il 178 a.C., assunse al contrario un atteggiamento conciliativo, concludendo diversi trattati di pace con

alcune tribù celtibere. Le ostilità comunque permasero e frenarono l’avanzata dei Romani. Nel 155 scoppiò la rivolta dei Lusitani

(un popolo stanziato nell’odierno Portogallo), che si trasformò in una lunga e difficile guerra protrattasi fino al 139 a.C. Furono due

i tentativi di rivolta: il primo, quello del 155, conclusosi quasi nel 150 con l’uccisione proditoria del condottiero lusitano, il secondo,

più tenace, fu quello di Viriato, che si pose al capo dei rivoltosi (ora accompagnati anche da altri popoli) nel 147, portando guerra,

fino al 139 a.C., quando anch’egli venne ucciso a tradimento. Un episodio certo umiliante per Roma fu quello che vide partecipe, nel

137 a.C., il console Gaio Ostilio Mancino, sconfitto sotto le mura di Numanzia e costretto dai Numantini a firmare una pace

sfavorevole per Roma, la quale non fu riconosciuta dal senato: Scipione Emiliano, eletto per la seconda volta al consolato nel 134

a.C. – in deroga ad una legge plebiscitaria del 151 che impediva di iterare la massima magistratura (ne quis consul bis fieret) – pose

sotto assedio Numanzia, prendendola per fame e distruggendola nel 133 a.C.

Oltre un quarto di secolo (201-175) fu necessario anche per la riconquista dell'Italia settentrionale, dove, ai Liguri e ai Galli Boi,

fedeli alleati di Annibale, si affiancarono anche le tribù galliche fino ad allora più o meno neutrali. Nel territorio ligure la guerriglia

sì prolungò per parecchi decenni. A questa altezza storica, tuttavia, solo una piccola parte del territorio italico conquistato da Roma

«era integrata nello stato Romano e governata direttamente dai magistrati della Repubblica (sul versante tirrenico, da Talamone in

Etruria a Cuma in Campania; sul versante adriatico, da Pesaro a Giulianova; le due aree erano congiunte dalla Sabina). I centri

amministrativi dello stato, a parte Roma, si distinguevano in municipia, città un tempo indipendenti e poi annesse, e colonie romane

(coloniae civium Romanorum)» (LSD p. 259). Nell’ager Romanus, dunque, vi furono municipia, in cui v’erano cittadini romani, ma

sine suffragio (con le dovute eccezioni), e coloniae civium Romanorum, in cui v’erano cittadini a pieno titolo. Per il resto, Roma

preferì mantenere o stringere nuove alleanze, contenenti clausole che imponevano determinate prestazioni (belliche, tributarie, ecc.),

esercitando la sua supremazia in modo indiretto. I confini della Repubblica non sarebbero stati ulteriormente ampliati fino alla guerra

sociale (91-88 a.C.)

Di fatto, però, il tribunale si limitava soltanto a riconoscere i magistrati concussionari, circoscrivendo le loro responsabilità al campo

9

patrimoniale (erano semplicemente obbligati a restituire il denaro estorto), senza procedere penalmente, benché non mancassero i casi di

processi penali promossi dai tribuni della plebe innanzi ai comizi tributi. 71

Le guerre macedoniche e il Mediterraneo orientale

Come abbiamo visto, la prima guerra macedonica (215-205), sviluppatasi durante la seconda guerra punica (219-201), aveva visto

sconfitto e costretto alla pace (di Fenice, nel 205) Filippo V di Macedonia (re dal 221 al 179 a.C.).

La seconda guerra macedonica (200-196)

Filippo V, negli ultimi anni del III secolo, bloccato sul fronte occidentale, iniziò a praticare una politica di espansione nell'Egeo

settentrionale e nella zona degli stretti, che portò allo scoppio di una guerra nel 201 con la Repubblica di Rodi e il Regno di Pergamo,

allora tenuto da Attalo I (241-197), che si erano sentiti minacciati. Filippo perse una battaglia navale al largo di Chio (201), ma

sconfisse i Rodii in una nuova battaglia navale, a Lade, al largo tra Samo e Mileto, cosicché Attalo I, messo alle strette, si rivolse ai

Romani in cerca d’aiuto. Il più vicino Antioco III di Siria, infatti, era inservibile a questo scopo, non solo perché alleato di Filippo V,

ma anche perché proiettato, assieme a quest’ultimo – in virtù d’un patto forse segreto, di cui comunque non si hanno prove –, verso

l’Egitto tolemaico, debole per la morte del sovrano Tolomeo IV Filopatore († 204). A Roma, parte della classe dirigente non era

propensa allo scontro, ché si era appena usciti dal conflitto con Cartagine, ma, d’altro canto, una serie di fattori facevano propendere

per l’intervento. In primo luogo, l’Egitto era stato ed era un valido partner commerciale di Roma – o quantomeno v’erano tutte le

premesse per rapporti futuri sempre migliori –, ormai dominante sulle coste del Sud Italia e interessata ai traffici che i litorali

garantivano, per cui un avvicinamento

tra Macedoni e Siriaci, anche solo

potenziale, a danno dell’Egitto, poteva

risultare deleterio (Egiziani e Pergameni,

in questa prospettiva, erano cioè, per

Roma, alleati da tutelare). Oltre a ciò,

nell’Urbe si diffuse il timore,

probabilmente infondato, di una nuova

alleanza di Filippo con i Cartaginesi, e

quindi di un probabile nuovo tentativo di

invasione della penisola. Infine, non è da

escludere che diversi membri di spicco

della classe dirigente romana abbiano

iniziato a pensare di poter trovare gloria

in conquiste militari orientali. Non si può

stabilire con precisione quali di questi

fattori fu realmente determinante:

probabilmente, il primo, per la sua

grande importanza in ordine

all’espansione di Roma nel

Mediterraneo orientale, ebbe

un’influenza notevole. Il popolo, dal

canto suo, stanco di combattere, aveva

votato inizialmente contro l’intervento

nei comizi centuriati, ma il console

Publio Sulpicio Galba non osservando il

suffragio, com’era nelle sue facoltà

(suffragium non observare), riuscì ad

ottenere, con una nuova votazione, una

deliberazione favorevole alla guerra.

Cosicché, nel 200, l'ambasciatore

romano inviato presso Filippo V, stanziato ad Abido (sull’Ellesponto), chiese a questi di ritirarsi dall'Asia (lasciare l'Asia, dopotutto,

sarebbe anche stato accettabile, dati gli esiti centrifughi dell'impresa di Alessandro Magno), di pagare i danni di guerra e di mettere

fine allo stato di belligeranza coi Greci (sapendo dell’unione tra Rodii, Pergameni e Romani, Filippo aveva iniziato ad attaccare

anche l’Attica). Una richiesta, quest'ultima, assai scomoda per il sovrano macedone – ché avrebbe significato rinunciare ad un

dominio faticosamente costruito dalla Macedonia da tempi di Filippo II (359-336) –, ma assai abilmente elaborata dai Romani, che

così si presentavano, almeno apparentemente, come liberatori dei Greci. Le richieste, per la loro gravezza, vennero comunque

immediatamente respinte.

Le prime operazioni romane (condotte dai consoli Publio Sulpicio Galba Massimo, per il 200, e Publio Villio Tappulo, per il 199) si

rivelarono infruttuose (si aggiunse però alla coalizione antimacedone anche la Lega etolica), ma, nel 198, il console Tito Quinzio

Flaminino, a seguito di alcune vittorie, e ottenuto l’appoggio di diversi stati greci, persino della Lega achea, prima alleata di Filippo,

respinse quest’ultimo dalla Tessaglia. Quell’anno stesso furono intavolate le trattative, che fallirono in parte per l’arroganza degli

stati greci e in parte per le mire personali di Flaminino, a cui erano stati prorogati i poteri di comando anche per il 197, e che perciò

non voleva perdere i frutti della sua politica. Filippo V, mossosi nuovamente contro i nemici, venne definitivamente battuto a

Cinoscefale (giugno 197), in Tessaglia, dall’agile esercito manipolare romano, e, l’anno successivo, dovette cedere a condizioni

molto pesanti: cessione ai Romani dei possedimenti greci e d'Asia Minore, consegna dell’intera flotta da guerra, impegno ad inviare

truppe ausiliarie ai Romani e, infine, pagamento di una sanzione di ben 1000 talenti. Filippo poteva però conservare il proprio regno,

con il disappunto degli Etoli, che ne chiedevano lo smembramento. Flaminino, alle feste Istmie del 196, proclamò così la libertà dei

Greci dal dominio macedone: Corinzi, Euboici, Focesi, Locresi, Tessali, ed altri popoli, assieme ai loro perieci, furono liberati dal

72

giogo. Roma, tuttavia, non si ritirò immediatamente dai Balcani, in quanto, nel frattempo, stava giungendo al culmine un conflitto

intragreco sviluppatosi prima dello scoppio della seconda guerra macedonica (200). Si erano fronteggiati una coalizione composta

da Macedoni, Lega achea, Pergameni e Rodii, supportata appunto dai Romani, e il tiranno spartano Nabide, supportato dagli Etoli.

Sparta, in precedenza, ossia nel 222, a seguito della sfavorevole battaglia di Sellasia, era stata infatti incorporata forzosamente nella

Lega achea, che in tale occasione (supportata da Antigono Dosone) era risultata vittoriosa. A seguito di tali sviluppi, nel 220, si era

aperto, così, un altro conflitto, noto come “guerra sociale” o “guerra degli alleati”, tra la Lega achea e la Lega etolica: quest’ultima

che si era alleata con Sparta, contro lo strapotere di Filippo e degli Achei, uno scontro che si era risolto con la pace di Naupatto (217).

Quindi, per fare il punto, si era sviluppata una certa tensione tra le due leghe, mentre Sparta si era venuta a trovare in uno stato

sconveniente. Nabide, che, tra l’altro, durante la prima guerra macedonica, terminata nel 205, si era messo dalla parte di Roma, era

giunto al potere nel 207, e aveva proseguito la politica di lotta dei suoi predecessori contro la dominazione achea, riscuotendo qualche

successo: durante la seconda guerra macedonica era anche passato temporaneamente dalla parte di Filippo V, che gli aveva offerto la

città di Argo, salvo poi abbandonarlo, percepitane la debolezza, e tornare dai Romani, che gli riconobbero pertanto Argo. Dunque,

per tornare a noi, le pressioni della Lega achea su Roma, sommate all’intransigenza dello spartano, indisposto a collaborare,

portarono, nel 195 (anno successivo all’annuncio di Flaminino), alla dichiarazione di guerra, da parte di Roma, nei confronti del re

usurpatore laconico: Nabide fu infine sconfitto, ma lasciato comunque al suo posto dai Romani, punito cioè semplicemente con la

riduzione dei suoi domini al territorio della sola Sparta. Nel 194, i Romani – dimostrando di rispettare l’annuncio dato due anni prima

– evacuarono la Grecia, e, per un breve periodo, non vi fecero ritorno. Nabide, nel 192, tentò un’ultima volta di far risorgere la sua

città, ma finì assassinato proditoriamente da un gruppo di soldati etoli che egli stesso aveva chiamato in suo soccorso contro gli

Achei, i quali poterono così riprendersi Sparta.

La guerra siriaca (192-188)

La Siria di Antíoco III il Grande (222-187) , pur avendo probabilmente legami con Filippo, era essenzialmente rimasta estranea allo

scontro tra Romani e Macedoni, ma il sovrano, approfittando della relativa quiete garantita in Asia minore dal conflitto – e delle

debolezze egiziane: aveva anche dato in moglie la propria figlia Cleopatra al giovane Tolomeo V, figlio del deceduto Tolomeo IV

Filopatore († 204) –, aveva iniziato ad estendere i propri domini in Asia minore (dove molte città erano formalmente autonome),

minacciando i regni di Pergamo e di Rodi e spingendosi, poi, a settentrione, attraversato l’Ellesponto, fino in Tracia, rivendicando

terreni ivi conquistati da Seleuco I, fondatore della monarchia siriaca, un secolo prima. La sua azione suscitava sospetto (tanto più

perché alla sua corte aveva trovato rifugio Annibale, esiliatosi all’indomani della seconda guerra punica), e a più riprese i Romani

gli intimarono di recedere e abbandonare i suoi propositi, nonostante questi continuasse ad assicurare di non aver mire su Roma

stessa.

A Roma, al proposito di Scipione Africano di lasciare un presidio in Grecia, dopo l’intervento su Nabide, Flaminino (che pure, con

l’Africano, condivideva idee di politica estera ) non aveva potuto dar seguito, in quanto, conscio dell’insofferenza degli Etoli per il

10

mancato rispetto della libertà greca proclamata ai giochi istmici, preferito, come sappiamo, ritirare l’esercito: gli Etoli aspiravano

infatti a stroncare una volta per tutte la Macedonia e a succederle nell’egemonia sui Greci, ma ormai, più che dei liberatori, vedevano

nei Romani dei nuovi padroni, che gli impedivano di raggiungere i loro propositi (in questo senso, nella loro prospettiva, le condizioni

imposte a Filippo nel 196 erano state, come si è detto, persino miti). Quando, così, per i motivi che si son detti, nel 192, la Lega

etolica si rivoltò a Roma e offrì ad Antioco la carica di strategòs autokrátor, la repressione romana dovette essere, e fu, durissima:

Antioco venne battuto alle Termopili, nei primi mesi del 191, da Manio Acilio Glabrione, e in due battaglie navali (nelle quali

intervennero, a sostegno di Roma, anche Pergamo

e Rodi) in Asia Minore, a Capo Corico (settembre

191) e Mionneso (settembre 190). Antioco fu infine

annientato in uno scontro campale a Magnesia del

Sipilo (inverno 190/189) dai fratelli Lucio Cornelio

Scipione (che era console), poi perciò detto

Asiatico, e Publio Cornelio Scipione l'Africano

(che lo affiancava come consigliere) – giunti via

terra attraverso Grecia, Macedonia e Tracia – ai

quali si era aggregato Eumene II di Pergamo. Venne

siglata la pace di Apamea (188), a seguito della

quale Antioco III dovette rinunciare alle terre,

lasciar estradare Annibale (costui riuscì comunque

a fuggire in Bitinia, nel nord della penisola

anatolica, dove sarebbe morto poi suicida) e

risarcire i Romani di 15.000 talenti in conto-

riparazioni. La Repubblica di Rodi e il Regno di

Pergamo ottennero estesi possedimenti sottratti al

Regno di Siria, che rimase confinato al di là della

catena montuosa del Tauro, e la riapertura dei

mercati di Siria nei loro confronti: a Pergamo

andarono Misia, Frigia, Lidia e Pisidia, mentre a

Rodi Caria e Licia (i domini delle due forze erano

La loro linea era quella di estendere la supremazia romana sull’Oriente senza distruggere il nemico, ma formando «un sistema in cui

10

monarchie, leghe e città libere coesistessero in equilibrio di forze secondo le direttive impartite dal senato» (LSD, p. 270). 73

separati dal fiume Meandro). Alle città costiere schieratesi sin da subito dalla parte di Roma fu lasciata invece autonomia. Allo stesso

tempo, gli Etoli ribelli, battuti nel 189 dal console Marco Fulvio Nobiliare, dovettero lasciare, con una pace siglata nel 188, parte dei

propri domini ai Romani e impegnarsi al loro fianco con contingenti ausiliari.

Trasformazioni sociopolitiche a Roma

Nel 187 alcuni tribuni della plebe accusarono Lucio Cornelio Scipione, vincitore a Magnesia, di aver trattenuto parte dell’indennità

di guerra versta da Antioco, come se si fosse trattato di un bottino di guerra. Nonostante l’intervento del fratello, l’Africano, soltanto

il veto (intercessio collegarum) di uno dei tribuni della plebe (si trattava di Tiberio Sempronio Gracco ) impedì che a Lucio, nel 184

11

a.C., fosse inflitta una pesantissima multa. L’anno stesso finì sotto accusa anche Scipione Africano, a cui venivano contestate

trattative personali con lo stesso Antioco: egli rifiutò sdegnosamente di rispondere alle accuse, ritirandosi, quasi in esilio volontario

(il processo fu fatto decadere dagli stessi avversari), nelle sue proprietà di Literno, nella Campania settentrionale, dove morì l'anno

successivo.

II processo agli Scipioni, in cui fu centrale la figura del tutto originale dell’homo novus, ma strenuo tradizionalista, Marco Porcio

Catone, ebbe il precipuo fine di opporsi ad una tendenza all'individualismo che si stava sviluppando all’interno della classe dirigente

romana e che metteva in pericolo la gestione collettiva della politica da parte dell’intera nobilitas: Catone, faceva parte, al pari degli

Scipione, del resto, di questo gruppo, ma si presentava, contro quelli, come il difensore della legalità repubblicana, come un

tradizionalista, come l’austero patrocinatore dei sani costumi romani contro la licenziosità degli Scipioni, filellenici, ed ebbe modo

di dimostrarlo nel periodo in cui fu censore, tra il 184 e il 183 (nella vicenda, non è escluso, potrebbero aver giocato un ruolo anche

fattori personali). Catone, durante la sua attività, mantenne infatti un profilo ineccepibile, adoperandosi soprattutto contro le

speculazioni dei pubblicani: pronunciò nel 167 un’orazione pro Rodhiensibus in cui si scagliava contro i proprietari terrieri e la loro

illegittima appropriazione dell’ager publicus a danno dei meno abbienti. In questo senso, cioè contro i personalismi (si ricordi che

Scipione Africano aveva ottenuto l’imperium proconsulare a soli 25 anni), si mosse anche la lex Villia annalis, promulgata nel 180

a.C. (si trattò di plebiscito fatto approvare dal tribuno Lucio Villio), che introdusse l’obbligo di età minima per rivestire le diverse

magistrature e l’obbligo di rispettare un intervallo di un biennio tra l’assunzione di una carica e l’altra, ma non intervenne sulle

12

regole che disciplinavano la rielezione alla stessa magistratura (già stabilite in un plebiscito del 342 a.C., che prevedeva un intervallo

di dieci anni per l’iterazione), ma, come al solito, anche già violate (come, del resto, era accaduto anche in precedenza, quando

rispettare tale intervallo era soltanto una semplice consuetudine).

Queste misure, comunque, ben poco poterono contro i grandi movimenti epocali (cioè, in questo caso, contro la personalizzazione

della politica), come sempre accade. Come, del resto, difficilmente ci si poteva opporre alle mutazioni socioeconomiche derivate

dagli scompensi della seconda guerra punica: il passaggio di Annibale aveva lasciato l’Italia devastata, soprattutto nel Mezzogiorno,

tanto che i piccoli proprietari terrieri e i contadini versavano ormai in condizioni ben poco felici, e le stesse distribuzioni di terre o la

deduzione di colonie sul territorio confiscato agli alleati che erano stati infedeli non bastarono a compensare questo dramma, tanto

più perché le nuove deduzioni andavano nettamente a favore dei ceti più elevati, che ottenevano non più, come di prassi, pochi iugeri

per il proprio mantenimento, ma ampie porzioni di terreno destinate alla coltivazione estensiva (si arrivava fino a 50 iugeri per i

legionari in congedo e fino a 140 per i cavalieri). Lo stesso Catone, nonostante le sue infiammate denunce contro il processo in atto,

si rese partecipe dello stesso: mentre nel suo trattato De agri cultura, destinato ai «medi proprietari» – ai modesti lavoratori italici,

che avevano fatto grande Roma, nel pieno rispetto del topos della superiorità dell’agricoltura, occupazione par exellence del buon

romano –, esaltava la vita agreste e consigliava a costoro di non rischiare nel commercio, per dedicarsi appieno alla gestione dei

13

loro fondi , egli stesso investiva capitali in spedizioni marittime, benché tramite un suo liberto prestanome (ché la lex Claudia de

14

quaestu senatorum, emanata, come si è detto, nel 218, glielo impediva). Catone era un tradizionalista sul fronte religioso, su quello

politico e su quello morale, ma per ciò che concerneva la vita privata gli interessava soltanto l’incremento del patrimonio.

A partire dalla seconda guerra punica, l'aristocrazia senatoria, con la nobilitas al vertice, poté consolidare ancor più la propria

posizione dirigente, in parte perché l’escalation di successi che (come vedremo) raccolse in Oriente la onorava, in parte perché i

guadagni che da tali conquiste scaturivano finivano per la maggior parte proprio nelle casse degli aristocratici. L'aristocrazia si separò

ancor più nettamente di prima dai cittadini ordinari, per diventare sempre più simile a un ordine, fatto ratificato dalla denominazione

di ordo senatorius che venne acquisendo. I senatori stavano molto attenti a distinguersi dai nuovi ricchi, che cominciavano a

organizzarsi come gruppo sociale chiuso nell'ordine equestre, che tuttavia aveva ormai accesso anche alle centurie degli equites, che

Questo fatto gli garantì la riconoscenza degli Scipioni, tanto che, nel 175 circa, sposò la figlia dell'Africano, Cornelia, sorella del Publio

11

Cornelio Scipione che avrebbe adottato il figlio omonimo di Lucio Emilio Paolo Macedonico (che era figlio del Lucio Emilio Paolo morto

a Canne), poi divenuto Publio Cornelio Scipione Emiliano. Tiberio Gracco ebbe ben 12 figli da Cornelia, dei quali raggiunsero l'età adulta

solamente Tiberio, Gaio (i famosi tribuni) e Sempronia, la quale sarebbe andata in sposa allo stesso Emiliano.

In seguito, non si sarebbe potuti essere: questori prima dei 30 anni, edili (sia plebei che curuli) prima dei 36, pretori prima dei 39, consoli

12

prima dei 42 e censori prima dei 44.

«E l'uomo che [i nostri antenati] lodavano, lo chiamavano buon agricoltore e buon colono; e chi così veniva lodato stimava di aver

13

ottenuto una lode grandissima. Ora, reputo sì coraggioso e solerte nel guadagnare chi si dedica alla mercatura, ma, come dicevo sopra,

soggetto a pericoli e sciagure. Dagli agricoltori, invece, nascono uomini fortissimi e soldati valorosissimi, e il loro guadagno è giusto e al

riparo da ogni insicurezza, nulla ha di odioso; e coloro che si dedicano all'agricoltura non sono tratti a cattivi pensieri».

L'opera ha l'aspetto di una guida didascalica per il pater familias proprietario agricolo, non sistematica, ma densa di consigli

14

comportamentali e spesso cinicamente pragmatici. All'ideale ellenizzante dell'humanitas, alla cui diffusione contribuiva, in quegli stessi

anni, il circolo degli Scipioni, Catone opponeva il modello del vir bonus colendi peritus, l'uomo onesto ed esperto coltivatore, vero civis

Romanus, valoroso soldato. L’azienda agricola che Catone caldeggia nell’opera non è quella latifondistica, ma neppure un'azienda a

conduzione familiare dedita ad un'agricoltura di sussistenza: la villa è un’impresa di medie o grandi dimensioni, retta dall'impiego di

capitali e manodopera servile, che, saggiamente amministrati, permettono il raggiungimento del benessere economico.

74

difatti, paradossalmente, sarebbero state abbandonate dai senatori (nel 129). Alle più alte cariche non potevano accedere in molti: il

limitato numero di posti, fece sì che venissero riservate ad un piccolo gruppo elitario all'interno dell'aristocrazia senatoria, appunto

la nobilitas, che in realtà si era formata già molto prima della seconda guerra punica, ma che, dopo questa, chiuse decisamente i

propri ranghi: l'accesso al consolato diventò un privilegio per i membri di circa 25 famiglie dell'alta aristocrazia (l'homo novus, per

quanto famoso ed eccellente, era considerato indegno di questa carica), che dovevano la loro posizione proprio ai successi bellici e

alle loro capacità diplomatiche (acquisirle non era affatto facile, per cui nascere in una famiglia già titolata era un fattore

determinante), a cui si accompagnava un accresciuto potere economico . Si consolidò insomma un vero e proprio sistema

15

oligarchico. I patrimoni furono investiti soprattutto in proprietà terriere in Italia e anche in schiavi.

Roma era diventata una potenza imperiale, al cui interno iniziava a manifestarsi una complessità sconosciuta sino ad allora. Le

continue vittorie di Roma, ad esempio, facevano affluire in Italia pletore di schiavi, che furono convertiti in manodopera essenziale

per i nuovi proprietari, il quali si avviavano a divenire dei veri e propri latifondisti. Allo stesso tempo, e di conseguenza, si assistette

alla proletarizzazione dei membri delle fasce più basse della popolazione, dei piccoli contadini, privati della possibilità di mantenersi

col lavoro agreste e portati ad inurbarsi, in cerca di fortuna. Il giovane impero avrebbe avuto sempre più disponibilità di colture

provinciali altamente sviluppate, soprattutto per ciò che concerne la produzione cerealicola, che, pertanto, sarebbe andata scemando

in Italia a fronte di sempre più cospicue importazioni, e della diffusione di colture come quella della vite e dell’olivo. In ogni caso,

il sottomesso e vasto territorio provinciale avrebbe offerto alla dinamica classe equestre in definizione (i cui membri, nei confronti

dell’escludente ordine senatorio, il quale frustrava il desiderio d’ascesa degli homines novi, nutrivano particolare livore) nuove

possibilità per investimenti, attività imprenditoriali ed economia monetaria. La duale società della Roma arcaica era dunque già

scomparsa.

Tra l’altro, a questa altezza storica si diffuse rapidamente, in tutta l'Italia, il culto di Bacco, forse originario della Magna Grecia, a

cui aderirono per la maggior parte, man non esclusivamente, uomini delle classi sociali inferiori. Nel 186, il senato decretò l’illeceità

del culto col cosiddetto Senatus consultum de Bacchanalibus (i Baccanali erano le accolite dei seguaci), dando mandato ai consoli

16

di condurre un’inchiesta sul caso: non soltanto, infatti, i meno abbienti vi avevano aderito, bensì, come si è accennato, anche esponenti

di spicco della classe dirigente romana, per cui rappresentava un pericolo per l’integrità – anche morale, se si vuole – della stessa

Repubblica. Molti sacerdoti e adepti vennero imprigionati o addirittura messi a morte, e, in generale, il culto fu sottoposto ad una

rigida regolamentazione: non si trattava tanto di reprimere le impudiche pratiche orgiastiche e i supposti crimini dei fedeli ma di

avversare un’organizzazione cultuale che, per imponenza, stava costituendosi come realtà autonoma – il pericolo della deriva morale,

di cui sopra, non era cioè, quantomeno, il primo pensiero dei legislatori.

La terza guerra macedonica (171-168)

La Macedonia di Filippo V, nonostante tutto, a riprova dei timori degli Etoli, era ancora solida, e, benché avesse appoggiato (o

quantomeno non ostacolato) i Romani nel conflitto siriaco (192-188), aveva continuato a coltivare sentimenti antiromani (a causa

delle comunque pesanti sanzioni, che invece gli Etoli consideravano ancora troppo moderate): oltre a ciò, le aspirazioni di Filippo

sulle città della costa trace, dopo Apamea (188), erano state dissolte dai Romani, anche su impulso di Eumene II di Pergamo (ormai

tutore degli interessi romani in Oriente), che gli avevano negato qualsiasi ingerenza. A Roma, tra l’altro, la linea politica inaugurata

dagli Scipioni e da Flaminino (vedi nota 10), a cui, nonostante tutto, aderiva anche Catone, era divenuta prevalente, accantonando i

propositi di un “relativo disimpegno” nel Mediterraneo orientale: le continue richieste di soccorso portate a Roma da ambascerie

orientali, cifre del processo di frantumazione politica che interessò la zona dopo Apamea (188), offrivano, in questo senso, terreno

fertile per l’intervento. Roma decise così di prendere la palla al balzo ed intervenire più decisamente nelle questioni orientali, tanto

più in ragione dei movimenti sospetti che ivi si consumavano: il figlio e successore di Antioco Estremi

Sovrani di Siria

III, Seleuco IV, si stava riavvicinando infatti alla Macedonia, grazie al matrimonio tra Perseo, regno

figlio maggiore e successore di Filippo V di Macedonia († 179), e sua figlia Laodice, mentre

17 222-187

Antioco III il Grande

lo stesso Eumene II ingaggiava conflitti coi regni circostanti (Bitinia e Ponto) e persino con la Seleuco IV Filopatore 187-175

Repubblica di Rodi, creando dubbi, a Roma, sulle sue reali intenzioni. Perseo era diventato, Antioco IV Epifane 175-164

oltre a ciò, un punto di riferimento delle masse di poco abbienti, indebitati e scontenti, che Antioco V Eupatore 164-162

Roma, tra l’altro, da sempre molto più attenta alle esigenze degli aristocratici dei vari centri Timarco (usurpatore) 163-160

greci, prendeva in scarsissima considerazione: la politica diplomatica di Roma, provocatoria Demetrio I Sotere 162-150

nei suoi confronti (di Perseo), mirava alla rottura. Così, quando nel 172 Eumene II si presentò

a Roma con una lunga serie di accuse verso Perseo, si crearono tutte le condizioni per l’attacco.

I preparativi per la guerra, iniziati l’anno stesso, portarono i Romani, nel 171, in terra greca: le operazioni iniziali non furono

eccezionali per nessuna delle due parti. Perseo aveva ricevuto un sostegno soltanto dai Molossi epiroti e dal sovrano illirico Genzio,

supporto che peraltro si rivelò troppo modesto e fu subito annientato dai Romani. Perseo fu così costretto allo scontro dal nuovo

console Lucio Emilio Paolo (figlio del Lucio Emilio Paolo morto a Canne), nel giugno del 168, a Pidna: il re macedone si era

appostato a sud-est del monte Olimpo, ma Lucio Emilio Paolo, abilmente, aveva aggirato il monte e si era schierato a nord di esso, a

ridosso delle prime colline vicino Pidna – nella piana antistante si sarebbe svolta la battaglia – chiudendo a Perseo l’accesso alla

stessa Macedonia e imponendo così di fatto la battaglia. In questo combattimento, la dinamicità del sistema manipolare della legione

«Secondo il giudizio arbitrario dí alcune persone veniva decisa la politica in tempo di guerra e di pace, nelle loro mani si trovavano

15

anche le casse dello stato, le province, le cariche, gli onori e i trionfi; il popolo era oppresso dal servizio militare e dalla miseria, i generali

si dividevano con qualche amico i bottini di guerra; nel frattempo i genitori o i figli piccoli dei soldati venivano cacciati da casa e dal

podere, se avevano un vicino più potente» (Sallustio, Bell. Iug., 41, 7).

Una copia incisa del testo di tale consultum è stata ritrovata nel 1640 a Tiriolo, in provincia di Catanzaro: l'iscrizione è in latino arcaico,

16

risalente appunto al 186 a.C.

Costui si era disfatto del fratello minore Demetrio, di sentimenti filoromani.

17 75

romana ebbe la meglio sulla rigidità della falange macedone, non adatta al combattimento ravvicinato: ma in che modo? La falange

macedone era divenuta celebre per l’uso, da parte dei militi che la componevano, della sarissa, una lunga lancia (5-7 metri), dotata

di una grossa punta di ferro (circa 30 cm), che veniva puntata orizzontalmente verso il nemico da fanti detti pezetèri (Πεζεταῖροι:

letteralmente “compagni appiedati”), cosicché difficilmente l’avversario all’assalto potesse raggiungere il fronte compatto degli

schierati (che si presentava, nella prospettiva di chi attaccava, come una lunga e fitta serie di pericolose punte acuminate): le forze

del nemico potevano così essere fiaccate senza ricorrere al corpo a corpo, dato che i fanti che attaccavano, dovendo evitare le lance

della prima fila, si incanalavano tra queste e divenivano un obiettivo facile per le lance delle file che seguivano (le seguenti 4, ma nel

complesso le file erano solitamente 8 ), che, per la loro lunghezza, giungevano con le loro punte ben avanti alla prima fila. Il

18

principale difetto di tale schieramento era la mancanza di mobilità, dovuta al peso delle lance, da impugnare a due mani, e alla

necessità, per i pezeteri, di rimanere compatti: questa mancanza era colmata dagli hypaspistai (ὑπασπισταὶ: letteralmente “portatori

di scudi”), opliti di alto profilo, armati pesantemente, che portavano il massiccio scudo greco, l'aspis, col quale, assieme alla loro

picca e alla spada, proteggevano sui lati i loro compagni pezeteri (soprattutto quello destro, in quanto i pezeteri avevano comunque

uno scudo, seppur meno massiccio ed efficace, assicurato con una cinghia alla spalla ed al braccio sinistri) . Dunque, a Pidna, a

19

battaglia ingaggiata, tale formazione ebbe inizialmente la meglio: i Romani, incapaci di penetrare nel fronte nemico (compatto e

protetto dalle lance in resta) e respinti da questo, nella piana della battaglia, avevano dovuto indietreggiare (verso le colline),

spostandosi verso una zona dal terreno più irregolare, dove la linea macedone aveva finito per sfaldarsi, offrendo il fianco ai Romani,

che risolsero a loro favore lo scontro nel combattimento corpo a corpo, in cui erano più capaci. Il re Perseo, salvatosi inizialmente

con una vile fuga (riparando a Samotracia, un’isola vicina alla zona dell’Ellesponto), fu comunque catturato dai Romani e condotto

a Roma, da dove fu poi trasferito in prigione ad Alba Fucens, luogo in cui morì qualche anno dopo. Lucio Emilio Paolo, che rientrò

in trionfo a Roma, perciò prese il secondo congnomen di Macedonico.

La Macedonia, privata della monarchia, venne divisa in quattro repubbliche, con capitali Pella, Pelagonia, Tessalonica e Anfipoli,

scelte strategicamente (distanti tra loro), che non potevano intrattenere rapporti tra loro (vietati i matrimoni misti e il possesso di

terreni in più di una repubblica) e tutte con i divieti di commercio, di costruzione navale e di estrazione mineraria (era concessa la

creazione di contingenti armati, ma soltanto al fine di difendere i confini da popolazioni barbare provenienti da nord). Dovevano

versare tributi a Roma. Anche l’Illiria fu divisa in tre stati soggetti a Roma.

Dopo Pidna, Roma divenne ancor più restia agli accordi, ai temporeggiamenti, alla vecchia politica di “disimpegno relativo” o di

impegno ristretto, mutando atteggiamento sia nei confronti della Grecia che nei confronti delle diverse potenze asiatiche. Nei

confronti della penisola balcanica, ormai sotto controllo, intentò una politica vigile e pronta all'intervento, votata all' interferenza

nelle faccende interne alle città, che recalcitravano nei confronti del nuovo dominio, mentre la politica asiatica rimase ancora subdola

e sotterranea, talché si preferì assecondare e accelerare processi di disintegrazione intestina, come gli errori politici e le lotte

dinastiche, oppure l'incapacità di resistere alle nuove pressioni

espansionistiche dei popoli orientali. La politica filellenica e,

dopotutto, ancora moderata – benché in fondo anch'essa

votata all’intromissione – degli Scipioni, lasciò quindi il posto

ad un atteggiamento assai più duro ed intransigente. La Lega

achea fu costretta a consegnare a Roma 1000 persone sospette,

tra cui lo stesso celebre storico Polibio, che furono deportate

in Italia, inoltre molti uomini (circa 150.000) furono ridotti a

schiavitù nei domini epiroti, mentre Rodi, per aver tentato una

mediazione tra Roma e Perseo, fu colpita, direttamente, con la

privazione della Caria della Licia (ottenute con la pace di

Apamea), e, indirettamente, con la creazione, nell'isola di

Delo, di un porto franco (in cui non v’erano cioè dazi), il che

fece in modo che le rotte commerciali più significative

venissero deviate su Delo e che, di conseguenza, Rodi

perdesse la sua quota di entrate doganali.

Ad Oriente si consumò invece un episodio molto

significativo. In Siria, nel 175, Seleuco IV Filopatore era stato ucciso dal consigliere Eliodoro, intenzionato ad usurpare il trono, e

quest’ultimo, a sua volta, era stato eliminato dal fratello minore di Seleuco, Mitridate, (appoggiato da Eumene II di Pergamo), che

prese il nome di Antioco IV Epifane (“colui che si manifesta”). Costui, dunque, al fine di impadronirsi definitivamente dell’Egitto,

che già aveva attaccato due anni prima, nel 168 si era spinto fin sotto le mura di Alessandria, che aveva iniziato ad assediare. I

Tolemei, ormai disperati, si appellarono ai Romani, che avevano tutte le ragioni per preoccuparsi per la crescente potenza di Antioco

IV, ché, se questi avesse conquistato l'Egitto, sarebbe diventato un pericolo per la stessa Repubblica. Ad Antioco, di stanza ad Eleusi,

un sobborgo di Alessandria, fu inviata una delegazione capeggiata dal senatore Gaio Popilio Lenate (peraltro suo vecchio amico),

che, senza fronzoli, gli impose di ritirare le truppe dall’assedio e lasciare il paese: al che Antioco rispose di dovervi riflettere su coi

propri consiglieri, ma Popillo gli tracciò intorno un cerchio (il celebre “cerchio di Eleusi”), intimandogli di scegliere al suo interno,

cioè di decidere, seduta stante, senza mediazioni, se accettare l’invito e mantenere la pace (e la sottomissione) coi (e ai) Romani

oppure rifiutare e scatenare la guerra. Antioco, saputo anche della sconfitta di Perseo a Pidna, si ritrovava in una posizione affatto

scomoda: pur non volendo abbandonare la conquista (ormai sicura), si vedeva solo dinnanzi alla potenza romana, per cui si decise

Le sarisse delle file retrostanti, opportunamente rialzate, servivano a rendere inefficaci le frecce ed i giavellotti lanciati dalla schiera

18

nemica, rompendone la precisa corsa, neutralizzandole.

L’innovazione, nella disciplina militare macedone, era stata portata da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che l’aveva

19

vittoriosamente impiegata nella battaglia di Cheronea (338), contro i Tebani di Epaminonda.

76

ad accettare la proposta. La grandezza dei regni ellenistici era dunque finita, mentre spiccavano i Romani, nuovi padroni del

Mediterraneo.

La quarta guerra macedonica (149-148) e la guerra acaica (147-146)

Sia in Grecia che in Macedonia, ormai provate dall’ingerenza diretta e totale di Roma, si andavano accumulando sentimenti di rivolta.

In Macedonia, un tale Andrisco, probabilmente un avventuriero, facendosi passare per Filippo, figlio di Perseo, si incoronò re a Pella

e riuscì a prevalere inizialmente sulle deboli milizie repubblicane (guidate dal pretore romano P. Iuvenzio). Dopo qualche altro

successo, Andrisco venne eliminato nel 148 a.C. dalle forze del pretore Quinto Cecilio Metello, in una nuova battaglia a Pidna

(vittoria per la quale avrebbe ottenuto il titolo di Macedonico). Questa breve esperienza può considerarsi la quarta ed ultima guerra

macedonica.

In Grecia, invece, Sparta – che, come si è ricordato in precedenza, era stata cooptata dalla Lega nel 222, a seguito della Battaglia di

Sellasia, in cui il re spartano Cleomene III era stato sconfitto – tentava nuovamente (nonostante il monito dello sfortunato episodio

di Nabide) di staccarsi dalla Lega, con la quale Roma aveva, tra l’altro, visto inasprirsi i rapporti, dopo la ricordata deportazione dei

1.000 e la morte di Callicrate, uno dei più filoromani della Lega. Sparta fu dunque separata dalla Lega achea su disposizione del

sentato romano, ma subirono la stessa sorte anche altre importanti città, tra le quali Argo e Corinto. A Corinto furono insultati gli

ambasciatori romani, che erano giunti per dissuadere l'assemblea della Lega, ivi riunita, a procedere secondo gli indirizzi dei nuovi

dirigenti politici Achei, che avevano assunto una posizione “nazionalistica”, ostile a Roma e alla sua protetta Sparta (si ricordi che,

nel 192, Roma aveva sì represso la rivolta, ma si era limitata semplicemente a sottrarre a Sparta i suoi domini, lasciando al potere

Nabide, cioè non era intervenuta con eccessivo rigore, come anche nel caso di Filippo V, del resto). Gli Achei dichiararono così

guerra Sparta e, con questa, consapevolmente, anche a Roma, che non tardò a far intervenire nel Peloponneso Quinto Cecilio Metello,

trovantesi a nord dopo aver sconfitto Andrisco: Metello sconfisse gli Achei a Scarfea (147), nella Locride, poi il comando venne

rilevato dal nuovo console Lucio Mummio che sconfisse definitivamente l'ultimo esercito acheo (forse a Leucopetra, sull’Istmo di

Corinto), nel 146. Quello stesso anno, Corinto, principale città della Lega, venne saccheggiata e distrutta (quello stesso anno Scipione

Emiliano prese e distrusse Cartagine). Tutte le leghe vennero sciolte o ridotte all'impotenza, e furono imposti regimi aristocratici di

provata fedeltà. A Roma, consapevoli della necessità di istaurare un dominio ormai diretto sull’Oriente, si dispose riduzione della

Macedonia a provincia romana (146), con capoluogo a Tessalonica: il suo governatore, in caso si rendesse necessario, sarebbe potuto

intervenire per regolare le questioni della Grecia centrale e peloponnesiaca (regione che poi, a partire da Augusto, avrebbe costituito

la provincia autonoma dell’Achaea, ma che a questa altezza dipendeva appunto dalla Macedonia) .

20

La terza guerra punica (151-146 a.C.)

Dopo la disfatta della seconda guerra punica, Cartagine si era ripresa in modo relativamente veloce sul fronte economico, tanto da

riuscire a pagare in anticipo l’indennità di guerra. Sul fronte politico era in atto una decisa ricomposizione in senso democratico, che

Annibale stava gestendo fin troppo sapientemente: forse per questo i Romani, inviatagli un’ambasceria, lo accusarono di tramare alle

loro spalle con Antioco III, tanto che proprio da questi, come si è detto, fu costretto a fuggire, nel 195, mentre a Cartagine si insediava

un governo meno tenace, più ben visto da Roma. Annibale, comunque, non trovò pace nemmeno presso Antioco, che l’avrebbe

consegnato ai Romani se non fosse nuovamente fuggito verso Creta e, da lì, ancora, verso l’Asia minore, dove trovò asilo in Bitinia.

Qui, dopo aver saputo che sarebbe stato consegnato ai Romani, si tolse la vita (circa il 183/182).

Intanto il re di Numidia, Massinissa (il cui regno fu estesissimo: 202-148), approfittando delle non chiare disposizioni dei trattati, si

stava impossessando di territori al confine stabilito con Cartagine: quest’ultima, non potendo dichiarar guerra, come da patto, senza

il consenso di Roma, a questa si rivolse, senza naturalmente trovar soddisfazione. Allorché, però, il numida prese possesso anche di

territori essenziali per Cartagine, a questa non rimase che dare guerra al numida, nel 151 a.C.: gli esiti furono disastrosi, e, essendo

stati violati i patti, a Roma si premeva per la distruzione definitiva della città (Marco Porcio Catone in senato finiva ogni sua orazione,

qualsiasi fosse l’argomento, con le parole: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam, ossia “infine credo che Cartagine debba

essere distrutta”), più che per timore di un ritorno dei Cartaginesi o di una probabile coalizione antiromana che li vedesse partecipi,

a Roma si cercavano l’immenso bottino che si sarebbe potuto racimolare nella città africana, i suoi fertili territori e, non da ultimo,

la gloria e il rispetto che un tale gesto avrebbe garantito alla città laziale presso gli altri popoli e i posteri. Cosicché nel 149 un esercito

romano sbarcò in Africa, determinato a radere al suolo Cartagine: inizialmente i Cartaginesi tentarono invano di evitare il peggio,

consegnando ostaggi e armamenti, ma quando gli fu definitivamente intimato di lasciare la città e trasferirsi altrove, essi iniziarono

l’ultima disperata resistenza, che tenne campo per ben 3 anni. Nel 146 i Romani, comandati dal console Publio Cornelio Scipione

l’Emiliano (figlio di Lucio Emilio Paolo, adottato da Publio Cornelio Scipione, figlio quest’ultimo di Scipione l’Africano, che aveva

sconfitto Annibale a Zama nel 202), presero finalmente Cartagine , la saccheggiarono e la rasero al suolo, bruciando, abbattendo

21

mura, distruggendo il porto (come la tradizione ci riporta, al termine di tutto questo, i Romani sparsero tra l’atro del sale sulle rovine

della città, a simboleggiare su quella terra non dovesse sorgere più nulla). Il territorio cartaginese fu convertito nella provincia

d’Africa.

«La Grecia è ridotta, nell'ottica romana, in una condizione quasi museale, che ne mortifica la vitalità politica, pur se ne conserva o perfino

20

consolida il ruolo culturale e l'immagine storica» (Musti, p. 819).

L’Emiliano, prima di prendere la città, compì il rito per evocare la divinità che la proteggeva: «Che sia un dio o una dea, sotto la cui

21

protezione sono posti il popolo e la città di Cartagine; e soprattutto tu, che hai intrapreso la difesa di questa città; io vi prego e imploro e

supplico a voi chiedo che voi abbandoniate il popolo e la città di Cartagine, e lasciate i loro luoghi, templi, cose sacre e la città, e vi

allontaniate da essi, e che ne ispiriate il popolo e la città con paura, terrore e perdita del ricordo, e che uscendo veniate a Roma, a me e ai

miei, e che i nostri luoghi, templi, cose sacre e città siano per voi più accettabili e graditi, e che vi disponiate per me e per il popolo romano

e per i miei soldati, e che noi possiamo saperlo e capirlo. Se così avrete fatto, io faccio voto che vi consacrerò templi e solennità» (Macrobio,

Saturnalia, Libro III, cap IX.6). 77

Sulle province

Come si è già detto, quella della provincia, comparsa a seguito della prima guerra punica, fu una forma amministrativa del tutto

innovativa all’interno dell’ordinamento repubblicano, la cui introduzione segnò, per Roma, la cesura tra un orizzonte espansionistico

unicamente italico e uno pienamente mediterraneo: merita pertanto una particolare attenzione, anche in vista della narrazione che

seguirà nei prossimi capitoli (anche qui, cioè, a titolo orientativo).

La conquista di territori d’oltremare pose la Repubblica a contatto con popolazioni e comunità nuove e profondamente diverse per

mentalità, condizioni economiche, strutture sociali, ordinamenti amministrativi e culture. Anche qui, la problematica fu affrontata

con lucidità, pragmatismo e duttilità, tramite l’impiego di metodi analoghi a quelli della federazione e dell'annessione già spesi sul

suolo italico, piegando, all'occorrenza, gli interessi e le identità dei vinti o la propria, al fine di rispondere «alle esigenze del

consolidamento e dell'ampliamento del nascente “impero” mediterraneo» (LSD, p. 261). Quello della provincia, in questo orizzonte,

fu l’istituto che, su larga scala, meglio rispose alle nuove esigenze organizzative (la principale debolezza da contrastare era la

lontananza dei territori da Roma), ma, su scala ridotta, esso, diversamente da quello che ci si aspetterebbe, non poté ancora evitare il

ricorso a quella succitata duttilità che ebbe nuovamente come prodotto il riconoscimento di particolari condizioni giuridico-

istituzionali ad alcune delle disparate comunità cittadine site all'interno delle zone ridotte a provinciae, dalle quali rimasero perciò,

almeno formalmente, distinte. Difatti la deduzione di una provincia non era un atto di definitiva annessione di un territorio nella sua

interezza, ma un vero e proprio “atto di guerra”, ché larghe zone dell’intero suolo in questione (assoggettato tutto formalmente dopo

la sconfitta di coloro che su di esso detenevano il potere), dovevano essere ancora conquistate, pacificate e poste sotto il controllo

della Repubblica: si trattava di un’operazione che richiedeva decenni di lotte, nella quali si regolavano e formalizzavano i rapporti

di forza tra Roma e le varie comunità di cui si è appena detto, secondo le esigenze del caso. Di solito si assommano tutti i

provvedimenti costituenti usando l’espressione complessiva di lex provinciae, come ad indicare che la provincia fosse costituita

unilateralmente da Roma in un solo atto, ma, propriamente, non si trattava di una legge costituente: la lex provinciae era piuttosto

una redactio in formam provinciae, ossia un prospetto stilato normalmente a posteriori (la lex Rupilia, che si muoveva in questa

direzione per la Sicilia, è del 131, quindi venne ben un secolo dopo la prima conquista dell’isola; del resto, lo stesso pretore

provinciale vi era stato inviato soltanto nel 227) in cui venivano individuati i limiti geografici della provincia, gli statuti delle

comunità provinciali, la loro condizione fiscale e giuridica, l’estensione dell’ager publicus, e così via. La provincia, dunque, poteva

essere “creata” senza una lex costituente, come nel caso della Sicilia, ma l’effettiva formalizzazione dei rapporti con Roma avveniva

quasi sempre a posteriori, dopo che il territorio era stato capillarmente innervato dalle forze romane.

Le forme di dipendenza

Alcune comunità extraitaliche soggiogate dovettero esser lasciate formalmente indipendenti (con i propri ordinamenti, i propri

magistrati, la propria giurisdizione civile e criminale), benché legate a Roma da foedera di caso in caso differenti: tali civitates

foederatae divennero ossia socii (exterarurn nationum). I Mamertini messinesi, ad esempio – ma fu anche il caso di città costiere

italiche, come Napoli, Velia, Taranto, i coloni latini di Paestum – divennero socii navales, erano cioè tenuti a fornire navi ed equipaggi

in caso di guerra. Altre comunità sottomesse furono invece lasciate autonome e indipendenti, almeno formalmente, ovvero dotate di

una certa “sovranità” e prive di foedera con Roma, il che le sollevava da obblighi di contribuzione finanziaria o militare, per cui

erano dette civitates sine foedere immunes ac liberae (tra queste anche le poleis più rappresentative della Grecia classica). Comunque

sia, si trattava pur sempre di una benemerente “concessione” da parte di Roma, frutto di un suo atto unilaterale, e perciò sempre

revocabile. Ne è cifra il fatto che non erano esenti da prestazioni straordinarie, come forniture di grano a prezzo politico (frumentum

imperatum) o messa a disposizione di navi o uomini in caso di necessità.

Altre civitates ebbero riconosciuta soltanto di fatto, non formalmente, una limitata autonomia amministrativa e giurisdizionale, per

cui erano “liberae di fatto”, ma non erano immunes, ché gli si impose di versare a Roma un tributo in denaro o in natura, quasi in

sostituzione della mancata imposizione di un risarcimento di guerra dopo la loro sconfitta, come accadde in alcuni centri di Spagna

ed Africa (tali comunità venivano perciò dette stipendiariae: lo stipendium era la paga repubblicana dei soldati). Anche qui, forse

più, si percepisce la precarietà e la nominalità della libertà concessa, che pur non mancava.

Le comunità confinanti coi territori conquistati, dal canto loro, furono legate anch’esse a Roma o da meri rapporti di dipendenza

politica (reges qui beneficio populi Romani regnare iussi sunt) o, ciò soprattutto in Oriente, da trattati internazionali stipulati solo

formalmente tra eguali (reges socii et amici populi Romani).

Roma, oltretutto, si impossessò (in certe zone prevalentemente) dei territori di popoli non costituiti in città-stato, ma organizzati

piuttosto come regni, signorie, possedimenti, con governi esemplati sul modello dispotico orientale ed ellenistico. Gli abitanti erano

sudditi, le terre di proprietà (o nel dominio) dei despoti (soprattutto greci o cartaginesi), che, in genere, ne concedevano lo

sfruttamento ai privati dietro il versamento di una parte dei prodotti del suolo (di solito la decima): condizioni che furono mantenute

dai Romani anche dopo la conquista, cosicché i sudditi non divennero né cives né socii, ma stranieri (peregrini), vinti (dediti,

dediticii), soggetti alla signoria dei Romani (in dicione populi Romani), sottoposti a tassazione diretta di tipo personale (tributum

capitis: imposto per la prima volta, in Africa nel 146 a.C., ma diffuso soprattutto nelle province greche), ma esonerati o, che dir si

voglia, esclusi, dal servizio militare, poiché infidi e incapaci.

Parte delle terre confiscate fu, come si sa, incorporata nell'ager publicus populi Romani. Questo territorio veniva concesso in possesso

temporaneo a privati da parte dei censori (di regola quindi la locazione valeva per 5 anni, ma si poteva anche andar oltre) dietro

pagamento di un canone (vectigal): in genere l’appalto era preso da compagnie di pubblicani (societates publicanorum), che o

sfruttavano direttamente il territorio (nel caso di cave, laghi, miniere) o ne concedevano a loro volta porzioni a privati mediante il

pagamento di un canone, in natura o in denaro (terre coltivabili, pascoli). Un'altra parte delle stesse terre confiscate venne considerata

78

quasi praedia populi Romani (Cicerone, In Verrem, II), ossia Roma vi estendeva la propria «proprietà sovrana» ed imponeva ai

privati una decima (decuma) sul raccolto (secondo il regime di imposizione vigente in molte zone della Sicilia prima della conquista

romana). La riscossione di questa imposta poteva essere appaltata ai pubblicani o dalle autorità locali. Altre entrate per l'erario romano

(e per i pubblicani) provenivano dalla esazione dei dazi, portuali (portoria) e terrestri.

Il governo

Inizialmente, Roma governò sui territori extraitalici assoggettati tramite i consoli o i pretori che li avevano conquistati e tramite quelli

che successivamente vi venivano inviati, di anno in anno, a tenervi presidio. Il loro governo era espressione dell'imperium militiae,

e non dell’imperium domi, e ciò si comprende per il fatto che nei primi anni dopo la conquista era necessario assestare il dominio sul

territorio e pacificare gli animi meno docili: i poteri dei magistrati erano – e dovevano essere – in pratica illimitati, perché lo stato di

guerra non era affatto cessato.

Consolidata la conquista, tuttavia, fu necessario provvedere alla normale amministrazione del territorio. Esemplare il caso della

Sicilia: nel 227, come si sa, furono istituiti due nuovi praetores (oltre all’urbano e al peregrino), con carica annuale e cum imperio,

che avevano come competenza esclusiva, incarico, incombenza (tale è il senso del lemma provincia), individuata dal senato, quella

di governare l'uno la Sicilia sottomessa, l'altro la Sardegna e la Corsica. Da sempre ai magistrati erano state assegnate provinciae,

ossia aree di competenza, ma, a partire da questo momento, tale incombenza venne ad identificarsi col governo di un territorio, col

che, per estensione, provincia venne chiamato il territorio stesso: l’assegnazione delle “quattro provinciae” avveniva tra i quattro

praetores per sorteggio. Nel 197 vennero creati anche due nuovi praetores per le provinciae di Hispania Citerior e di Hispania

Ulterior, col che si arrivò a sei praetores: a due di essi era affidata in Roma la iurisdictio e gli altri quattro erano destinati a governare

i territori d’oltremare (l'assegnazione delle competenze, sempre individuate dal senato, continuava ad essere affidata al sorteggio).

Dopo una pausa di mezzo secolo, solo quindi nel 148-146, furono istituite una quinta e una sesta provincia: quella d’Africa (dopo la

distruzione di Cartagine) e quella di Macedonia (dopo la sconfitta di Andrisco). Il numero delle province sarebbe stato portato a

diciotto in età cesariana.

Quando gli impegni militari e di governo civile si accrebbero, i magistrati esistenti non furono più sufficienti. La soluzione non fu

quella di crearne ancora di nuovi (come nel 227 e nel 197), ma quella di formalizzare la consuetudine di prorogare il potere dei

magistrati occupati in provincia: già in precedenza, infatti, era invalso l‘uso (non v’era atto formale) di considerare prorogati i poteri

(l’imperium militiae) di un magistrato, impegnato fuori da Roma in operazioni militari, anche dopo lo scadere dell'anno di carica,

ossia sino a quando non avesse rilevato il comando il successore designato (ciò aveva il fine di non troncare l’azione – di guerra, in

genere – del magistrato stesso, vanificandone l’operato). Nel 327, tuttavia, un plebiscito, preceduto, com’era di prassi, da un apposito

senatoconsulto, prorogò (pro-rogatio: in luogo [pro] della rogazione [rogatio], ossia in luogo di una nuova e diversa rogatio)

esplicitamente il comando al console Quinto Publilio Filone (lo stesso della lex de patrum auctoritate, del 339), che cingeva d'assedio

Napoli (ai prodomi seconda guerra sannitica) e stava per scadere di carica: egli mantenne così i poteri pro consule, a modo di console,

in luogo del console, come se fosse ancora tale. A partire da questo momento la prorogatio imperii venne concessa sia ai consoli che

ai pretori in carica. In seguito, a fronte soprattutto dell’aumento delle province, si passò ad affidare il governo di alcune di queste ad

ex-magistrati, investiti di un imperium pro consule o pro praetore a seconda della magistratura rivestita in precedenza (talvolta si

attribuì ai pretori la carica proconsolare). Vi furono anche casi in cui l'imperium pro magistratu venne affidato a “privati”, ossia a

personaggi che non avevano completato il cursus honorum: fu così, nel 211, per Publio Cornelio Scipione (poi Africano), che assunse

poteri proconsolari (furono i comizi centuriati ad assegnarli, non il senato ), nonostante non fosse stato console, dopo la morte

22

dell’omonimo padre, che invece era console, sconfitto in Spagna dai Cartaginesi (vedi il § Dalla ripresa di Roma alla fine della

guerra a p. 70). Il ricorso al sistema della prorogatio imperii, da un verso, risolse soddisfacentemente il problema

dell'amministrazione delle sempre più numerose province, dall’altro, determinò la prima incrinatura nella dissoluzione della

concezione unitaria dell'imperium domi militiaque, che era sempre stato strettamente connesso con la titolarità di una magistratura

ordinaria. L’endemica mancanza di questa antica unità, strettamente legata alla moltiplicazione dei punti di accumulazione di poteri

militari a fronte di eserciti sempre più fedeli ai loro capi, contribuì non poco, come sappiamo, a mettere in pericolo (come dimostra

l’esperienza delle guerre civili), e infine ad impedire, la sopravvivenza della Repubblica.

Un passo fondamentale nell’evoluzione della storia provinciale si ebbe, come sappiamo, nel 149 a.C., allorché, con lex Calpurnia de

pecuniis repetundis, venne istituita la quaestio perpetua de repetundis al fine di punire gli abusi più gravi e frequenti compiuti nelle

province dai magistrati mandati a governarle: da questo momento (altre leggi giudiziarie sarebbero state varate) prese abbrivo il

sistema, destinato poi ad affermarsi stabilmente, delle corti permanenti di giustizia criminale.

Per tentare di limitare personalismi e favoritismi, ma in generale l’arbitrarietà della classe senatoriale (era possibile che un console

avverso al senato fosse allontanato da Roma), il tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco fece approvare nel 123 una lex Sempronia

de provinciis consularibus, secondo la quale il senato doveva procedere all'assegnazione delle province (nominatio provinciarum),

cioè stabilire quali province fossero consolari e quali di altra specie (pretorie), prima che i consoli fossero eletti, in modo che

l’attribuzione non potesse essere influenzata dall’esito dell’elezione (di competenza dei comizi centuriati), il che fece sì, tra l’altro,

che fra la nominatio provinciarum e l'effettiva assunzione del governatorato si creasse uno scarto temporale, che in fondo impediva

calcoli personalistici. Tale intervallo sarebbe stato reso quinquennale addirittura da un senatoconsulto del 53, confermato da una lex

Pompeia de provinciis consularibus dell'anno successivo, secondo la quale, nello specifico, nessuno avrebbe potuto rivestire una

Al senato spettava nominare provincias, ossia stabilire le sfere di competenza (provinciae) da affidare per sorteggio a ex-consoli, cui si

22

conferiva imperium pro consule (da inviare nelle province consolari, in genere quelle non ancora completamente pacificate) oppure a ex-

pretori o a ex-questori, cui si conferiva l'imperium pro praetore, o addirittura a privati (investiti, però, dell'imperium con delibera comiziale).

Al sentato spettava altresì di stabilire i limiti specifici (territoriali e non) delle provinciae, l'eventuale loro unificazione sotto l'imperium di

un unico governatore e la vigilanza sulla loro amministrazione. Il senatoconsulto con cui avvenivano le attribuzioni era seguito inizialmente

da una ratifica (che lo rendeva effettivo) dei concili plebei, ma col tempo la pratica – almeno secondo le fonti – non fu più corrente, a

testimonianza del crescente peso del senato. 79

magistratura provinciale prima che fossero trascorsi cinque anni da quella urbana precedentemente rivestita.

Nell'81, una legge Cornelia de provinciis ordinandis (Silla), stabilì che i pretori (ormai otto) andassero sempre a governare una

provincia pro praetore o pro consule l'anno successivo a quello in cui avevano ricoperto la carica urbana, cioè dopo aver provveduto

all'esercizio in Roma della iurisdictio civile (il praetor urbanus e il peregrinus) ed alla presidenza delle sei corti permanenti di

giustizia criminale (gli altri sei). Stesso sistema pare sia stato introdotto anche per i consoli dalla legge di Silla.

L’ordinamento

L'ordinamento interno di ogni provincia era stabilito, come abbiam detto, con una lex provinciae (la più antica di cui si ha notizia

certa è una lex Rupilia, che nel 131 riorganizzava la provincia di Sicilia), elaborata – con l'assistenza ed il controllo di una

commissione di dieci legati senatorii – dal magistrato che aveva proceduto all'annessione o che aveva ricevuto dal senato l'incarico

di provvedere ad ordinare in provincia territori da tempo conquistati (e in questo senso si muoveva con una certa libertà): la lex

provinciae (nelle fonti qualificata lex data, talvolta lex dicta) era emanata dal magistrato stesso, con proprio decreto, su delega dei

comizi. Tale provvedimento:

• stabiliva le tasse e le contribuzioni;

• divideva la provincia in circoscrizioni amministrative, o distretti minori (diocesi), tendenzialmente diversi, per prudenza,

da quelli esistenti prima della conquista;

• organizzava l'amministrazione della giustizia criminale e privata;

• riconosceva le autonomie e gli ambiti territoriali delle civitates liberae, che sarebbero stata semplicemente vigilate dal

governatore, e le foederatae, cioè quelle dei socii, completamente autonome.

Il governatore riceveva, alla partenza da Roma per assumere l'incarico, equipaggiamenti, uomini, navi, dipendenti e denaro per

coprire le spese di viaggio ed insediamento per sé ed il seguito (cibaria, congiarium, salarium, viaticum ecc.).

Egli, insediatosi, esercitava l'imperium militiae sui provinciali e sui cittadini che si trovavano nella provincia, con l'unico limite della

provocatio ad populum, che era stata estesa, all’inizio del II secolo a.C., da una delle leges Porciae , anche ai cives fuori Roma

23

(precedentemente la provocatio si poteva invocare solo nei confronti dell'esercizio dell'imperium domi, all’interno del pomerio o, al

più, entro 1000 passi da questo). Nell’ambito di questo esercizio:

• Indiceva leve tra i cittadini e i socii;

• ordinava lavori pubblici;

• esigeva contribuzioni straordinarie;

• requisiva beni per il proprio mantenimento e l'approvvigionamento del seguito e delle truppe pagandoli a prezzo d'imperio;

• imponeva la presenza nei borghi e nelle contrade di acquartieramenti militari;

• esercitava, in speciali sessioni (conventus) che si tenevano nei capoluoghi dei distretti, la giurisdizione criminale e quella

civile. Per questa emanava, all'entrata in carica, un editto analogo a quello pubblicato a Roma dal pretore urbano e dal

peregrino (edictum provinciale).

Nella sua attività di governo, il governatore (che disponeva per la sua sicurezza personale di una speciale scorta armata, la cohors

praetoria) era assistito, da uno o più legati senatorii (in genere tre nelle province consolari, uno nelle pretorie): questi fungevano da

organi di collegamento con il senato e spesso venivano delegati dal governatore a sostituirlo in importanti funzioni, soprattutto

nell’ambito della iurisdictio civile. Inoltre, in quanto magistrato cum imperio, il governatore aveva ai suoi ordini un questore

(superiore ai legati), che nella provincia rappresentava la più alta autorità dopo di lui ed aveva competenze finanziarie, amministrative

e militari non diverse da quelle dei suoi colleghi operanti in Roma, oltre ad avere competenze giurisdizionali analoghe a quelle

esercitate nell'Urbe dagli edili curuli. Come si può vedere, il potere riservato a questi magistrati era immenso, e fu il punto di partenza

della creazione di nuovi punti di forza all’interno di quello che andava ormai configurandosi come un Impero.

Ogni provincia, inoltre, disponeva di un consilium (o cohors amicorum), formato da persone legate al governatore (assessori, comites,

contubernales ecc.), da apparitores con funzioni ausiliarie (scribae, lictores, viatores, pullarii, interpretes, medici e così via), da una

familia privata, formata dai servi e soprattutto dai liberti del governatore.

Le leges Porciae costituiscono un complesso di leggi tradizionalmente attribuite a diversi personaggi e approvate agli inizi del II secolo

23

a.C. Non è certo, tuttavia, se sia trattato di un’unica legge con più capi o di più leggi distinte, fatto sta che il contenuto di queste è affine:

esse si muovevano nell’ambito delle leges de provocatione (regolate anche dalle diverse leggi Valerie), cioè regolavano l’essenziale istituto

della provocatio ad populum. Una delle leggi, attribuita al tribuno della plebe Publio Porcio Laeca (lex Porcia de capite civium), è la

suddetta (estensione del diritto di provocatio oltre il pomerio). Un’altra, attribuita al console Marco Porcio Catone il Censore (lex Porcia

de tergo civium) e avrebbe garantito la facoltà della provocatio contro la verberatio, la spietata fustigazione tramite verghe. Un’ultima,

probabilmente emanata dal console Lucio Porcio Licino, avrebbe garantito una sanzione molto severa (forse la pena capitale) per il

magistrato che non avesse concesso la provocatio.

80

La crisi della Repubblica

La storiografia aristocratica antica ha attribuito all'età dei Gracchi (133-121 a.C.) la responsabilità della degenerazione della

Repubblica romana, descrivendo il tribunato della plebe come un’istituzione eversiva, demagogica, perniciosa, corruttrice degli

antichi «sani» costumi. In verità, come vedremo, queste accuse, per certi versi assai pretestuose, pescavano in una realtà dal profilo

specifico nient’affatto netto, ma con un orientamento ben preciso, quello dell’ascesa di una classe di individui nuovi che di fatto si

resero incompatibili con le antiche direttrici istituzionali repubblicane (e quanti, giustamente, di queste si erano o si credevano

patrocinatori, ebbero tutte le ragioni di protestare).

Come si è più volte ricordato, la tendenza, in Roma (o, sarebbe meglio dire, nell’ager Romanus), acuitasi soprattutto all’indomani

della guerra annibalica , era all'arricchimento continuo di una determinata classe di individui, tramite i commerci (olio, vino, grano,

1

bestiame, beni di lusso, schiavi), le speculazioni (si intravidero le prime forme di attività bancaria), lo sfruttamento estensivo del

territorio dal punto di vista agricolo, ossia, in generale, per mezzo di una proficua attività “imprenditoriale” (svolgevano queste

attività i senatori, tramite prestanome, quindi i loro familiari, ma anche i pubblicani, e infine uomini d’affari dal profilo indistinto, in

genere anche associati tra loro). Ciò determinò una crisi della piccola e media agricoltura italiana, a favore dei grandi possessori di

terre. L'estensione della terra assegnata ai veterani, ad esempio, nei territori conquistati, era assai esigua (al più, di fatto, 10 iugeri) e

quella posseduta dai contadini (che tra l'altro venivano impiegati in continue e lunghe guerre, sempre più frequenti, che li portavano

lontano da casa) era ancora inferiore, mentre andavano accumulandosi – con acquisizioni spesso anche illecite dell’ager publicus

(vedi la note 11 e 13 del § Coloniae, municipia, foederati) – sempre più appezzamenti nelle mani di quelli che erano ormai veri e

propri latifondisti, i quali avevano messo in piedi aziende agricole (villae rusticae) di medie e grandi dimensioni destinate a colture

pregiate come quelle della vite e dell'olivo e utilizzavano correntemente – ma spesso, anche qui, illecitamente – gli estesi terreni

lasciati come compascuus per far pascere i numerosi propri capi di bestiame (la crescente disponibilità di manodopera schiavile,

tradotta in Italia dopo le numerose campagne oltremare, costituiva un catalizzatore eccezionale per questi sviluppi, mentre nelle

province lo sfruttamento degli schiavi era cosa assai meno diffusa, e così la forma organizzativa della villa). Oltretutto, le ingenti

somme procurate dalle vittorie romane e dalla successiva tassazione provinciale, confluite nell’erario, avevano permesso l’inizio di

grandiosi lavori pubblici a Roma, che occupavano buona parte del proletariato urbano (costituito sempre più dai piccoli proprietari

terrieri costretti a vendere le loro terre, che non gli davano più né sostentamento né guadagno, ai grandi latifondisti, e a confluire in

città in cerca di fortuna e occupazione). Esaurite le riserve così accumulate, l'edilizia pubblica subì però uno stallo. Oltre a ciò, nel

135, in Sicilia – dove più diffuso era lo sfruttamento – esplose una rivolta di schiavi (ad Enna, poi diffusasi in tutta l’isola),

difficilmente sedata soltanto nel 132 (dovette intervenire l’esercito consolare di Publio Rupillo), che aveva compromesso

l'approvvigionamento di grano (dalla Sicilia proveniva la maggior parte di questo). Nella stessa nobilitas, intanto, si erano create due

fazioni (non si trattava di partiti con statuti, ma di correnti politiche, se così si può dire): quella degli optimates, autoproclamatisi

boni (ossia buoni, dabbene, migliori) e difensori dell’interesse della Repubblica, quindi, diremmo noi, “conservatori” (di solito

membri facoltosi – di ascendenza patrizia – del senato, nel quale erano ancora in maggioranza), e quella dei populares, difensori

degli interessi della plebe (tutela da parte delle assemblee e del tribunato nei confronti dello strapotere del senato) e propugnatori di

riforme sociali, di solito quindi provenienti da ricche famiglie plebee ormai affermatesi nella nobiltas (le masse popolari, sempre più

proletarizzate, non erano capaci di esprimere una propria autonoma direzione politica, per cui furono gli aristocratici più

intraprendenti a cavalcarne il dissenso, strumentalizzandolo per affermare un potere, se non persino personale, quantomeno di classe).

La stagione delle riforme (133-123 a.C.)

Il quadro su delineato fece dunque emergere la necessità di riforme a sostegno delle classi più svantaggiate. Il primo tentativo fu

quello di Gaio Lelio, uomo della vecchia nobiltà, amico di Scipione l’Emiliano, che nel 145 o nel 140 propose una legge agraria che

mirava a ridurre l’estensione occupabile di suolo pubblico, ma i tempi non erano ancora maturi, tanto che Gaio, constatata

l’opposizione del senato, la ritirò.

Il tribunato di Tiberio Gracco

Tiberio Sempronio Gracco – figlio dell’omonimo console e governatore della Hispania Citerior (vedi nota 11 a pag. 74) –, divenuto

tribuno della plebe nel 133, propose la sua legge agraria – simile per contenuto (restrizione dei limiti per l’occupazione) alla legge

di Gaio Lelio e alla stessa lex de modo agrorum del 367, che era stata ampiamente violata – che mirava a risolvere i problemi delle

campagne piuttosto che quelli della plebe urbana, ossia i problemi dei contadini soffocati dalla forza dei latifondisti (nelle sue orazioni

sottolineava che essi erano «costretti a combattere e a morire per l'Italia», ricordando quindi come il declino della piccola proprietà

avrebbe lasciato la Repubblica senza esercito), e fra questi, infatti, Gracco trovò i suoi sostenitori. I contadini italici benestanti

avevano costituito il nerbo dell’esercito durante le guerre puniche, ma le devastazioni della guerra annibalica nell’Italia centrale ne

avevano decimato le fila e avevano impoverito il loro territorio, finito così nelle mani dei latifondisti. La propensione del tribuno nei

confronti di una classe dal profilo medio-alto, come quella dei contadini italici, ai nostri occhi di moderni fa apparire Tiberio Gracco

un conservatore, un vero e proprio reazionario, ma egli, a ben vedere, proponeva di restaurare uno stato di cose che era più giusto –

per quanto possa dirsi tale: quantomeno per contrasto – di quello vigente, e quindi era vocato alla giustizia sociale, come i migliori

progressisti, e non alla conservazione dei privilegi di casta : difatti, agli occhi dei suoi contemporanei, il fatto che attaccasse una serie

2

Esemplare è il caso degli agri in trientabulis fruendis dati, ossia appezzamenti siti entro cinquanta miglia da Roma concessi (con

1

provvedimento del senato e ad opera dei consoli) dalla Repubblica ai suoi creditori in luogo della restituzione di una delle tre rate del

prestito contratto durante la seconda guerra punica: gli assegnatari potevano tenere le terre fin quando questa fosse stata in grado di pagare

i suoi debiti, ma non è inverosimile che tali terreni siano rimasti in possesso degli stessi.

Non bisogna dimenticare che la filellenica politica scipionica e le contaminazioni ineludibili connesse alle stesse conquiste romane nel

2 81

di privilegi ormai consolidati, ossia quelli dei latifondisti (ossia attaccava un sistema che – a dimostrazione del fatto che non sempre

il futuro, come siamo abituati troppo ingenuamente a pensare, porta migliori condizioni – era del tutto proiettato verso un futuro a

profilo schiavile), lo faceva apparire invece un rivoluzionario, e, come si è anticipato, persino come un rovinatore della Repubblica.

La legge proposta da Tiberio (lex Sempronia agraria) ribadiva il limite di 500 iugeri per ogni paterfamilias, e concedeva altri 250

iugeri per ogni figlio maschio (il progetto mirava infatti allo sviluppo demografico, importante anche all’interno delle classi

dominanti). La legge regolava anche la destinazione del terreno eccedente il limite (perciò era una vera e propria legge agraria), che

doveva essere distribuito ai contadini poveri (probabilmente in lotti da 30 iugeri). Il tutto era affidato a una commissione di tre

membri (triumviri agris dandis adsignandis), eletti annualmente dai concilia plebis (divennero poi agris dandis adsignandis

iudicandis, quando si stabilì che le loro disposizione erano inappellabili): i primi tre triumviri furono lo stesso Tiberio, il fratello Gaio

e il suocero Appio Claudio Pulcro (che, tra l’altro, era princeps senatus) . Ai grandi vecchi occupanti, per smorzane l’opposizione,

3

si stabilì di lasciare in piena proprietà tutto ciò che, già in loro possesso, non eccedeva i limiti massimi. Nella legge era presente una

clausola secondo la quale i lotti assegnati dovessero essere inalienabili: i piccoli proprietari o assegnatari sarebbero stati facilmente

indotti a cedere la terra, soprattutto per le pressioni dei loro vicini più potenti, vanificando così la riforma (che, ricordiamo, mirava

anche ad assicurare una base sufficientemente ampia per il reclutamento dell’esercito: i nullatenenti non potevano essere arruolati).

Una parte dell'aristocrazia, quella penalizzata dalla riforma (penalizzata è dir troppo, ché gli abusi, in fondo, erano stati commessi

proprio dai membri di questa: non erano pertanto “vittime”), com’è comprensibile, si rese ostile. Le distribuzioni coloniali precedenti

avevano quasi sempre comportato l’assegnazione di terre incolte, ancora da valorizzare, ai contadini, il che non aveva leso affatto gli

aristocratici, ché essi, rispetto a quelli, avevano maggior disponibilità (economiche) per far fruttare i propri terreni, talché

costringevano i piccoli possidenti, come si è visto, a vendere: ora, però, Gracco proponeva di confiscare e distribuire terre già

valorizzate (proprio da quei capitali aristocratici). Nel 133 era anche morto senza eredi Attalo III di Pergamo, che, mancando di

discendenza, aveva previamente disposto di destinare il proprio tesoro ai Romani (gli Attalidi erano in rapporti clientelari con la gens

Sempronia): tale fortuna fu così destinata (con un plebiscito fatto votare da Tiberio, per bypassare il senato, che aveva competenza

in materia erariale, e comunque poi riconosciuto da un senatoconsulto) alla commissione agraria, che la utilizzò per fornire capitale

liquido e scorte ai nuovi piccoli possidenti, in modo che potessero avviare le loro attività (ad esempio acquistando sementi e attrezzi

agricoli), ma anche per corrispondere altri indennizzi e incentivi utili in tale direzione. Attalo, oltre al tesoro, aveva lasciato a Roma

il suo regno (che era estesissimo: Chersoneso Tracico, Mesia, Troade, Lidia, Miliade, Licaonia, le due Frigie, Caria al nord del

Meandro, Panfilia e parte della Pisidia, insomma un terzo della penisola anatolica, che però i Romani non acquisirono in blocco),

eccezion fatta per le poleis, che egli aveva voluto libere e immuni da imposte, cioè dalle grinfie dei pubblicani (si trattava, però, di

città-stato, che avevano dunque un’estensione notevole, e tendevano, inoltre, a riunirsi in leghe): questi, invece, ebbero mano libera

sul restante territorio, dopo che questo venne ridotto in provincia, per mezzo di un senatoconsulto del 132 (la provincia, comunque,

come vedremo a breve, non sarebbe stata pacificata almeno fino al 129 a.C.).

Il collega tribuno, Marco Ottavio, che probabilmente aveva ricevuto pressioni dalle fazioni conservatrici, aveva posto però il veto

all'approvazione della legge agraria, e Tiberio, per tutta risposta, lo aveva fatto destituire con una votazione del concilium plebis: si

era trattato del primo caso di abrogazione della potestà tribunizia, il che aveva fatto scalpore, anche se, in fondo, era stato bastanza

giustificabile, ché Ottavio s’era opposto ad un provvedimento che avrebbe favorito le classi più basse, ma essendo, come si è detto,

che la plebe (che) a Roma (contava) era anche quella ormai confluita nella nobilitas, era quindi abbastanza usuale che un tribuno

ricevesse sollecitazioni proprio da questo partito o persino da quello ottimate. L’ostilità aveva indotto dunque Tiberio ad assumere

un atteggiamento poco conciliante, che, unito alla sua interferenza sulla gestione dei fondi erariali, gli aveva alienato la simpatia di

molti senatori che avrebbero anche appoggiato la sua riforma (inizialmente molti senatori erano cioè rimasti neutrali, ma tale ostilità

dovette fargli cambiare idea), cosicché si era ritrovato in minoranza. La lex Sepronia, comunque, decaduto Ottavio, era stata

approvata, ma le rappresaglie di cui Tiberio era minacciato lo indussero a farsi rieleggere tribuno anche per il 132, in modo da essere

protetto dalla sacrosanctitas. Un’iterazione del tribunato non era in sé vietata, ma fu interpretata come un tentativo di istaurare una

tirannide (la stessa accusa, come si ricorderà, aveva portato alla pena capitale Spurio Cassio, che aveva tentato la redistribuzione

delle terre nel 486, Spurio Melio, ricco plebeo che nel 440 aveva distribuito a proprie spese grano ai poveri, e Marco Manlio

Capitolino, che nel 385 aveva tentato una riforma agraria e proposto l’azzeramento dei debiti): si consideri che tutta questa dinamicità

politica non era affatto canonica per un tribuno, e verosimilmente Tiberio era stato influenzato su questo fronte dal pensiero greco,

guadagnandosi anche per ciò il livore della calcificata e chiusa aristocrazia senatoria.

La rielezione di Tiberio v’era stata in un concilium estivo (com’era di prassi) del 133: nella tarda estate, o in autunno, durante una

nuova assemblea (non si sa con precisione se legislativa o elettiva) fece irruzione l’ottimate Publio Cornelio Scipione Nasica

Mediterraneo avevano fatto confluire a Roma idee e personaggi del mondo ellenistico. I rampolli dei Romani erano cresciuti ed educati da

nutrici e colti precettori di origine greca, che erano divenuti servi delle famiglie e poi liberti a seguito del loro onorevole servizio (furono

impiegati anche come contabili, scribi, segretari, procuratori, ma anche cuochi, ancelle, maggiordomi, camerieri, valletti, e ancora barbieri,

parrucchieri, medici, massaggiatori). Fu il caso dello storico greco Polibio, come si è detto, ma anche quello di Dioafane di Mitilene e

Blossio di Cuma, precettori di Tiberio Gracco: Blossio, in particolare propugnava uno stoicismo egalitaristico, che deve aver lasciato il

segno sul giovane allievo.

Gracco era appoggiato da un gruppo di nobili, fra i quali i giuristi Publio Mucio Scevola, console nel 133, e Publio Licinio Crasso

3

Muciano, suocero del fratello Gaio, che probabilmente parteciparono alla stesura dello stesso plebiscito.

82

Serapione , che ricopriva la carica di pontefice massimo, a capo di molti altri senatori e di una folla di clientes, scatenando una lotta

4 5

in cui caddero centinaia di cittadini, fra i quali lo stesso Tiberio. La repressione continuò nel 132, allorché i consoli, antigraccani,

istituirono una quaestio al fine di accertare le responsabilità dei seguaci di Tiberio nel presunto tentativo di istaurazione della

tirannide: ne vennero anche condanne a morte. Il Nasica, comunque responsabile dell’efferato eccidio, si trovò in una posizione tanto

difficile che il senato ritenne opportuno inviarlo in Oriente, con l'incarico di organizzare la nuova provincia d'Asia nel territorio

pergameno, ormai formalmente nella piena disponibilità di Roma (alla quale Attalo III, morendo, l’aveva consegnato assieme ai suoi

averi): non era altro che un sotterfugio, ché, tra l’altro, in quei territori, poco dopo la morte di Attalo (133) era scoppiata una rivolta

antiromana (al cui capo si era posto Aristonico, forse figlio naturale di Eumene II, padre di Attalo, e quindi fratellastro di quest’ultimo,

per cui aveva preso il nome di Eumene III), non ancora sedata (a risolvere la questione si sarebbe giunti solo nel 129), e quindi

sarebbe stato difficile organizzare sin da subito una provincia con tali fermenti. Quando il Nasica, poco dopo, morì, gli successe nella

carica di pontefice massimo il graccano Publio Licinio Crasso Muciano (suocero di Gaio Gracco e membro della commissione

agraria) , che nel 131 fu eletto console e ottenne il comando della guerra in Asia: il comando gli fu affidato da una votazione popolare,

6

con una schiacciante maggioranza su Scipione Emiliano, indebolitosi politicamente per la sua ostilità alle riforme (l’Emiliano si era

fatto anche patrocinatore delle istanze delle crescenti aristocrazie degli alleati latini e italici, che si stavano allineando a quelle romane

[vedi infra]), segno del fatto che la forza politica del partito graccano non era stata smorzata. Venne tra l’altro anche approvato un

plebliscitum de tribunis plebis reficiendis, che riconosceva finalmente come formalmente lecita la rielezione al tribunato. La forza

dei graccani assicurò l’attività di distribuzione della commissione agraria, sebbene, al netto di tutto, non fu eccezionale per risultati

(nel censimento del 131 gli adsidui, i proprietari di appezzamenti appartenenti all’ager publicus, erano aumentati soltanto di 1.000

unità rispetto al censimento del 136, attestandosi a 319.000).

Nel 129 l'Emiliano promosse un senatusconsultum (lex de lege Sempronia agraria abroganda), che lasciava ai triumviri agrari solo

compiti esecutivi, mentre le decisioni sui casi controversi (tutti, ché gli abusi si erano perpetrati spesso nel lontano passato, e non si

avevano prove né testimonianze) spettavano ad uno dei consoli, scelto di anno in anno dal senato. Per il primo anno fu designato il

console Gaio Sempronio Tuditano, che tuttavia subito dopo fu spedito in Istria a combattere contro tribù celtiche e illiriche, col che

il lavoro della commissione rimase bloccato. L'Emiliano, con questa mossa, voleva tutelare gli interessi dei foederati italici e latini

– cioè farseli clienti –, le cui aristocrazie avevano ottenuto, in svariati modi, spesso dietro corresponsione del vectigal o in concessioni

a vario titolo, buona parte dell'agro pubblico. Lo Scipione, tuttavia, morì poco dopo questo episodio, in casa propria, ma in circostanze

oscure. Nel nuovo censimento del 125 gli adsidui si attestarono sulle 394.000 unità, 75.000 in più rispetto al 131: la crescita esplosiva

(tra il 136 e il 131 erano aumentati di sole 1.000 unità) non fu dovuta, tuttavia, all'attuazione della legge agraria, bensì,

verosimilmente, all’ulteriore abbassamento del limite di censo necessario per accedere alla quinta classe (da 4.000 a 1.500 assi):

anziché ricostituire una classe agiata di contadini-soldati, non congeniale all’aristocrazia fondiaria, si era “risolto il problema”

sollevato da Tiberio estendendo gli obblighi militari agli strati più umili della plebe, ossia adottando una soluzione efficace nel breve

periodo, ma scarsamente lungimirante (l’esercito di contadini-soldato aveva ed avrebbe assicurato un servizio militare patriottico,

mentre le masse proletarie, come vedremo, sarebbero state ben propense a legarsi semplicemente ai loro comandanti).

Marco Fulvio Flacco, amico dei Gracchi ma consapevole del crescente peso dei foederati, eletto console nel 125, propose di

concedere ai socii la cittadinanza romana o il diritto di provocatio ad populum contro eventuali provvedimenti punitivi dei magistrati

romani, come contropartita del danno subito dall’approvazione della riforma agraria, ma la proposta fu avversata e bloccata prima

d’esser anche presentata. Nel 125 si rivoltarono le città federate di Asculum e Fregellae, subendo una repressione spietata, che portò

in particolare alla distruzione di Fregellae, sul cui suolo, l'anno successivo, fu dedotta la colonia civium Romanorum di Fabrateria

Nova.

Il tribunato di Gaio Gracco

Nel 123 fu eletto tribuno Gaio Sempronio Gracco, fratello di Tiberio. Secondo le disposizioni del plebiscito votato qualche tempo

prima, egli poté essere rieletto anche per il 122: in questi due anni si fece promotore della linea del fratello, di cui può considerarsi

l'erede ed il continuatore. Egli, probabilmente con l’ausilio dei colleghi tribuni, varò una legge agraria che sostituiva quella

promulgata dal fratello dieci anni prima, perfezionandola in più punti, sui quali non abbiamo sicure informazioni. Probabilmente,

innanzitutto, essa riabilitava il potere giudiziario dei triumviri, sottrattogli su iniziativa dell’Emiliano, ma in ogni caso ne aumentava

i poteri. In secondo luogo, stabiliva sicuramente nuove e più restrittive modalità per le assegnazioni delle terre (forse anche

introducendo il pagamento di un vectigal). In ultimo, prevedeva, forse, anche la fondazione di coloniae civium Romanorum in varie

Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione era figlio di Publio Cornelio Scipione Nasica Corculum, figlio a sua volta di Publio Cornelio

4

Scipione Nasica, quest’ultimo figlio di Cneo Cornelio Scipione Calvo, il quale era stato mandato in Spagna nel 218 in sostituzione del

fratello Publio Cornelio Scipione, poi sconfitto da Annibale sul Ticino, del quale furono invece figli i due Scipioni (l‘Africano e l’Asiatico)

processati dopo Apamea (188). Dell’Africano, poi, come si è detto, fu figlia la Cornelia data in sposa a Tiberio Sempronio Gracco, da cui

venne il Tiberio Gracco su cui qui discorriamo. Da questa ricostruzione si evince che tra Tiberio e il Nasica Serapione vi fosse anche una,

per quanto labile, affinità di sangue. Del resto, anche Scipione l’Emiliano si rendeva ostile ai Gracchi nonostante ne avesse sposato la

sorella Sempronia.

Lo Scipione utilizzò in modo anomalo la procedura eccezionale della evocatio, che consentiva a chiunque in caso di pericolo per le

5

istituzioni di usare le armi contro i nemici (soltanto esterni, però) della Repubblica. Il compito, in realtà, era stato affidato dal senato, con

un senatusconsultum ultimum, al console Publio Mucio Scevola (abbiam detto, vicino a Tiberio), che però si era rifiutato di portarlo a

termine.

In questo periodo si entrava nel collegio pontificale ancora per cooptazione, ma il pontefice massimo era eletto dai comizi tributi

6

(comunque sempre dietro nomina di una precisa rosa di candidati da parte di altri pontefici). Una lex Domìtia de sacerdotibus, del 103 a.C.,

avrebbe stabilito che i comìtia tributa dovessero procedere all’elezione di tutti i principali sacerdoti (pontefici, auguri, etc.). I candidati,

comunque, avrebbero continuato ad essere scelti dagli stessi appartenenti ai collegi (si sarebbe trattato, semplicemente, di una sorta di

soltanto formale “democratizzazione”). 83

zone d'Italia (e anche oltremare), e la costruzione di nuove strade: questi ultimi provvedimenti (di Gaio o dei suoi colleghi, abbiam

detto fa poca differenza), in particolare, presero effettivamente corpo nel seguito, ma non possiamo stabilire se essi siano da

ricondurre alla riforma in sé stessa. Presso Squillace fu dedotta la colonia di Minervia, presso Taranto quella di Neptunia, mentre si

dispose (con la lex Rubria de colonia Carthaginem deducendae, proposta dal tribuno collega di Tiberio, C. Rubrio) la deduzione

della colonia romana di Iunonia sul suolo della distrutta Cartagine senza che questa, come vedremo, riuscisse però ad essere realizzata

(in tal caso sarebbe stata la prima di tal tipo su suolo extraitalico). A partire da questo momento sarebbe stato sempre più frequente,

quasi canonico, che i nuovi insediamenti venissero ordinati da un plebiscito, e non da un senatusconsultum; col plebiscito di Rubrio,

tra l’altro, si tentava di spezzare il monopolio del senato sul controllo e la gestione del suolo provinciale (in questo senso, si mossero,

come vedremo a breve, anche altri provvedimenti). Al tribunato di Gracco sono da ricondurre una serie abbastanza nutrita di interventi

legislativi: dei principali nel seguito proponiamo l’analisi.

Fu varato un provvedimento nevralgico per gli sviluppi successivi, la lex Sempronia frumentaria, che aveva l’obiettivo di evitare

1. che i detentori di frumento potessero speculare sulla distribuzione, assicurando a ogni cittadino residente a Roma una quota

mensile di grano (5 moggi: ogni moggio equivaleva a litri 8,73, quindi poco più di 43 litri) a prezzo agevolato (sei assi e un terzo

al moggio), probabilmente metà di quello di mercato (furono perciò costruiti grandi granai pubblici, gli horrea Sempronia, in

cui accumulare il frumento onde evitare imprevisti): precedentemente le distribuzioni, invero molto rare, avvenivano o per

iniziativa del senato, che ne affidava la cura agli edili curuli, o, soprattutto nelle prime fasi della Repubblica, era a carico di

singoli magistrati, che vi provvedevano con mezzi proprî, ora era invece la Repubblica a garantire un “neutrale” servizio a tutti

i cittadini. Cicerone, nella Pro Sestio, avrebbe ricordato come tale legge faceva felice la plebe, perché «le procurava vitto

abbondante senza farla lavorare», mentre era avversata dai benpensanti (i boni, gli optimates), secondo i quali «la plebe operosa

sarebbe stata spinta all'ozio» e l'erario «sarebbe andato in rovina». La pratica di distribuire il frumento, che prese appunto il

nome di frumentatio (frumentazione), sarebbe sopravvissuta a Gaio e rimasta essenziale nei decenni a venire per le grandi masse

inurbatesi, costituite da cittadini spesso nullatenenti, pur essendo spesso utilizzata naturalmente in modo demagogico, tanto che

la capziosa pubblicistica aristocratica l’avrebbe strumentalizzata – come ricordano le parole dello stesso Cicerone, del resto –

per delegittimare l’operato politico della fazione avversa. In realtà, l’uso demagogico della frumentazione non fu una prerogativa

dei populares, ché spesso vi ricorsero anche gli optimates: in generale ricorreva all’argomentazione riportata da Cicerone

chiunque volesse avversare sul fronte politico i distributori, paventando, come si è visto, il declino della stessa Repubblica. La

lex frumentaria, comunque, sarebbe stata modificata, ma non abolita, per la prima volta da un plebiscito, la lex Octavia

frumentaria (120 a.C. ca.), promosso dal tribuno Marco Ottavio (che, ricordiamo, s’era opposto alla legge agraria di Tiberio

Gracco nel 133), che avrebbe aumentato il prezzo politico e diminuito la quantità di grano assegnata, e, in seguito, come vedremo,

altre volte, fino all’abolizione da parte di Silla).

Una legge giudiziaria limitava invece il potere del senato nel campo della giurisdizione. Innanzitutto, disponeva che i giudici

7

2. fossero scelti anche tra gli esponenti del ceto equestre, e non solo tra i senatori, e, in secondo luogo, riservava in esclusiva ai

cavalieri il controllo delle giurie delle quaestiones perpetuae de repetundis (istituite nel 149, ma fino ad allora appannaggio dei

soli senatori). I senatori-governatori delle province, nient’affatto restii a commettere abusi, ma confortati dalla sicurezza di non

ricevere condanne penali, tanto più perché giudicati da giudici-senatori, sarebbero stati così giudicati da rappresentanti del ceto

equestre, ossia dei pubblicani che, nelle province, prendevano appalti e subivano – oltre a procurarle a loro volta, ai debitori –

pressioni da pare dei governatori. Non a caso, ai cavalieri venne affidata anche l’esclusiva della gestione degli appalti della

riscossione delle tasse nella nuova provincia d'Asia.

Un ulteriore provvedimento proposto e ottenuto da Tiberio, che gli sopravvisse per tutta l'età repubblicana, fu la già citata (vedi

3. il § Sulle province, p. 79) lex Sempronia de provinciis consularibus, che prevedeva che il senato dovesse decidere prima delle

elezioni consolari, seppur con deliberazione sottratta al veto tribunizio, quali province dovessero essere classificate consolari

(ossia da assegnare ai futuri consoli), in modo che la scelta non potesse essere influenzata da ragioni personali o politiche: mirava

cioè ad impedire che il senato potesse allontanare da Roma, spedendolo in provincia, un console favorevole alla parte

antisenatoria, o anche allontanarne qualcuno per prudente calcolo (come era accaduto per il Nasica Serapione).

Fu varata anche una lex Sempronia de provincia Asia a censoribus locanda, che, ordinando la nuova provincia d’Asia nei territori

4. ereditati da Attalo III, sottraeva al senato, dandola ai concili plebei, la competenza a stabilire la condizione giuridica degli stessi

e, indirettamente, la potestà di influire sugli appalti della provincia (che dovevano esser concessi a Roma, con lex censoria). Sia

l’Asia che la Sicilia avrebbero versato una parte della propria produzione agricola (decima) al popolo romano, ma in Sicilia

l’appalto avveniva localmente, anno per anno, a cura del governatore provinciale e vi partecipavano anche residenti in provincia,

mentre per l’Asia l’appalto era effettuato in blocco a Roma, appunto per opera dei censori, ai pubblicani. La lex Sempronia

avrebbe rappresentato il punto di riferimento nello sfruttamento dell’Asia, almeno sino alla riorganizzazione dell’appalto della

decima da parte di Giulio Cesare nel 48/47 a.C., quando sarebbero stati fissanti con più rigore i modi ed i tempi delle attività

d’appalto ed esclusi i pubblicani dalla riscossione delle imposte maggiori (ciononostante si sarebbe fatto ricorso ancora a lungo

ai pubblicani per le imposte minori).

Gracco, per risolvere la questione dei foederati, avanzò la proposta di concedere lo ius Latinum ai soci italici e la cittadinanza ai

5. Latini: legge più moderata di quella di Fulvio Fiacco, che tuttavia fu avversata e non andò in porto.

Una proposta di riforma «in senso democratico» del sistema di votazione dei comizi centuriati, stabilì che la chiamata al voto

6. delle centurie avvenisse ex confusis classibus, ossia per sorteggio, e non in senso discendente a partire dai cavalieri, com’era in

Sono chiamate leggi giudiziarie, iudiciarae leges, quelle leggi che organizzavano a Roma i giudizi dei giudici, soprattutto in materia

7

criminale, stabilendo a chi spettasse la missione di giudicare i vari crimini.

84

uso sin dal principio.

La lex Sempronia de novis portoriis, che, introducendo nuove imposte, regolamentava l'obbligo del rendiconto dei pubblicani.

7. Una lex Sempronia de capite civis Romani, impedì che il giudizio dei casi di perduellio fosse esente dalla provocatio ad populum,

8. impedendo che i magistrati o il senato potessero incriminare arbitrariamente qualcuno appunto di alto tradimento (perduellio),

vietando inoltre anche per questi casi fossero istituiti tribunali speciali (quaestiones extraordinariae), abilitati ad infliggere

condanne a morte senza ordine del popolo (iniussu populi), con la sola autorizzazione (politica) del senato.

Una lex de abactis vietò ai magistrati destituiti dal popolo di accedere ad altre magistrature: il provvedimento, quasi ad personam,

9. aveva il fine di colpire il tribuno Marco Ottavio, che si era opposto alla lex Sempronia agraria (133) ed era stato destituito su

iniziativa di Tiberio.

Come si può notare, gli interventi riformistici di Gaio furono maggiori in numero rispetto a quelli del fratello Tiberio, il che ha portato

spesso a descrivere Gaio come un politico pragmatico, in antitesi con Tiberio, puro idealista: in realtà la differenza dell’azione di

Gaio sta solo nel numero delle leggi e, non secondariamente, nella possibilità di relazionarsi ad un contesto politicamente più maturo,

non quindi nelle intenzioni né nelle capacità. A guardar meglio, tuttavia, si nota che gli interessi che Gaio voleva tutelare erano di

fatto troppo eterogenei, quand’anche non in contrasto tra loro, e questo ne fu il principale limite.

Nel 122, Gaio, a seguito del plebiscito Rubrio, era partito per l'Africa con Fulvio Flacco in qualità di membro della commissione per

la deduzione della colonia, talché il senato sfruttò l’occasione per delegittimarlo, agendo a mezzo di un tribuno, com’era stato fatto,

seppur in altri termini, con Marco Ottavio nei confronti del fratello Tiberio. Collega di Gaio, nel tribunato del 122, era un tale Marco

Livio Druso, il quale iniziò a far proposte di sospetta larghezza a favore della plebe, come quella di compiere cospicue frumentationes,

addirittura gratuite, quella che prevedeva la deduzione di ben dodici colonie destinate ad accogliere i nullatenenti (braccianti agricoli,

o, più probabilmente, proletariato urbano), quella che prevedeva l'abolizione del canone che i beneficiari della riforma avrebbero

dovuto pagare sui terreni assegnatigli, e, infine, quella che offriva ai Latini la cittadinanza, il diritto di provocatio ad populum e

l'immunità dalla pena delle verghe (la verberatio), ossia la fustigazione, anche durante il servizio militare . Lo scopo era quello di

8

mettere in cattiva luce Gaio e il suo tribunato: questi, tornato a Roma e resosi conto del problema, presentò per la terza volta la

candidatura al tribunato, ma non venne rieletto. L’anno successivo (121), al fine di delegittimarlo del tutto, i suoi avversari

associarono auspici funesti alla fondazione della colonia cartaginese di Iunonia, per cui si propose che la deduzione venisse revocata:

Gaio Gracco e Fulvio Flacco si opposero al provvedimento, ma, scoppiati gravi disordini, il senato, con senatusconsultum ultimum

– com’era accaduto anche dieci anni prima, ma tale pratica era destinata a divenire la risposta quasi canonica a qualsiasi minaccia

avvertita dalla classe dominante –, affidò al console ottimate Lucio Opimio, sospendendo ogni garanzia costituzionale, il compito di

ristabilire l’ordine. Il tutto si risolse in una carneficina, in cui perirono sia Fulvio Fiacco che Gaio Gracco, il quale, però, si fece

uccidere da un suo schiavo.

In merito al punto 2, che per questioni grafico-pratiche non abbiamo sviluppato nella sua sede, si debbono fare ulteriori

considerazioni, che, del resto, hanno un peso anche sull’economia generale del nostro discorso. Lì si diceva che ai cavalieri, sottratta

al senato, veniva affidata l’esclusiva sulle quaestiones perpetuae e sull’amministrazione della provincia d’Asia, mentre i due ordini

si sarebbero avvicendati in materia di giurisdizione. È vero, infatti, che i cavalieri (ceto equestre) tendevano ormai a costituire un

gruppo sociale ben distinto da quello senatorio, ma a tale netta divisione si era giunti gradualmente, a partire da un'originaria identità

fra le due categorie. Come sappiamo, infatti, il servizio militare nei ranghi cavallereschi – dopo la guerra contro Veio, terminata nel

396 – era sì prestato eminentemente dagli equites equo publico, che confluivano nelle 18 centurie dei cavalieri (alle quali erano

iscritti anche i senatori), ma anche dai più ricchi fra i cittadini (in un primo momento massimamente i grandi proprietari terrieri, poi

anche pubblicani e uomini d’affari in genere) della prima classe, che potevano militare a cavallo a proprie spese. Ufficialmente, il

termine equites indicava soltanto coloro che erano iscritti nelle 18 centurie, ma nel linguaggio comune era usato anche per indicare i

membri il secondo gruppo suddetto (la formula equites equo privato, con cui si tende a risolvere questa ambiguità, non è giustificata,

come abbiamo già accennato, dalle fonti). Certamente, fra senatori e cavalieri esistevano vincoli di amicizia e parentela, tali che

difficilmente li si poteva distinguere, soprattutto inizialmente (quando i cavalieri erano, come si accennava, per lo più proprietari

terrieri) , ma equites, a partire dal II secolo a.C., divennero anche i più dinamici mercanti e pubblicani, che avevano interessi propri,

9

di natura eminentemente economica. Era stato il già ricordato plebiscito de quaestu senatorum (218 a.C.) ad inasprire la differenza

tra queste due fasce distinte in origine soltanto di fatto, ché aveva vietato ai senatori di esercitare il commercio, e ad esso si era

aggiunta un’altra norma, più o meno coeva, che estendeva il divieto ai pubblici appalti; nella stessa direzione si era mosso, circa il

129 a.C., un plebiscito, di cui non conosciamo il proponente, il cosiddetto plebiscitum reddendorum equorum, (il plebiscito “della

restituzione dei cavalli”), col quale si era fatta perdere ai senatori l'equus publicus (la sovvenzione per la cavalcatura), ossia,

paradossalmente, lo stesso diritto di voto nelle diciotto centurie equestri , cosicché l’ordine senatorio era stato separato formalmente

10

Immunità garantita già da tempo ai cittadini romani, almeno in teoria, da una delle leges Porciae, rogate e approvate all’inizio del II

8

secolo (si tratta della lex Porcia de tergo civium, proposta dal console Marco Porcio Catone il Censore).

L'élite dirigente, tra l’altro, necessitava di rinnovarsi anche perché non poche famiglie senatorie si estinguevano per mancanza di

9

discendenti maschi. Non a caso gentes eminenti come quelle dei Fabii e dei Cornelii poterono assicurare la propria sopravvivenza soltanto

a mezzo dell'adozione di giovani maschi della gens degli Aemilii, come nel caso di Scipione Emiliano e di Quinto Fabio Massimo Emiliano,

figli di Lucio Emilio Paolo Macedonico, il vincitore di Pidna.

In un immaginario dialogo, parla l’ottimate Scipione Emiliano: «come son vantaggiosamente divisi gli ordini, le età, le classi, la cavalleria

10

in cui sono i suffragi anche del senato, mentre troppa gente sciocca vorrebbe gettar via tutte questa utilità, per dar forma ad una nuova

distribuzione (largitio) [dei cavalli, N.d.T.] per mezzo del plebiscito reddendorum equorum» (Cicerone, De re publica, 4,2). L’Emiliano

aveva ben chiaro, anche solo considerando la ricostruzione ciceroniana, che della distinzione tra senatori e cavalieri i primi dovevano aver

timore, ché essa significava il riconoscimento forte di una nuova classe sociale, che aveva la forza di scardinare il sistema della nobilitas.

85

da quello degli equites, ossia i ricchi (commercianti, pubblicani, ecc.), che erano molto più numerosi (anche costoro, comunque,

accedendo al senato dovevano rendere i cavalli). Gli equites, fino a questo momento, dunque, non avevano formato una classe di

censo a parte, sebbene fossero ben individuabili sotto il profilo economico e, certamente, anche sociale. Con la legge giudiziaria in

oggetto, inasprendo la già fattuale soluzione di continuità tra la nobiltà senatoria (a composizione patrizio-plebea) e la nuova dinamica

classe dei cavalieri, si iniziò a delineare definitivamente un nuovo gruppo sociale ben definito, l'ordo equester dei tempi di Cicerone

(di cui egli stesso avrebbe fatto parte), che avrebbe acquisito – oltre a quanto, di queste, già aveva – una robusta coscienza di classe

e una notevole forza politica (in opposizione al senato): i senatori, tra le cui fila erano scelti i governatori provinciali – questi sempre

esposti alle accuse, più o meno fondate, di malversazioni e concussioni – venivano a trovarsi così praticamente alla mercé dei

cavalieri. L’eredità più importante del tribunato di Gaio Gracco sarebbe stato proprio il coinvolgimento sostanziale degli equites

nella vita pubblica di Roma.

Di contro, l'aristocrazia senatoria, col sempre più facile ricorso alle procedure eccezionali (evocatio), tentava di fornire ai magistrati

(che ne costituivano il “braccio armato”) degli alibi – al cospetto del popolo – per degli interventi sempre più efferati che erano

costretti a compiere per frenare il riformismo: con la dichiarazione dello stato di emergenza infatti cessava qualsivoglia garanzia

costituzionale, in particolar modo quella della provocatio ad populum, e gli incriminati divenivano (inizialmente in modo implicito,

poi anche esplicitamente, come mostrano i testi dei senatusconsulta) dei veri e propri hostes rei publicae («nemici nella patria»). Il

senatusconsultum ultimum, in sé, non era sufficiente a giustificare gli eccidi, ché non era altro che un richiamo dei magistrati

all'adempimento dei loro doveri (cioè quelli di operare la coercitio), un consilium, un parere, non vincolante sul piano giuridico-

istituzionale ma autorevole (come, del resto, tutti gli atti del senato, secondo quello che s’è detto nel § Il senato), il che, giustamente

non bastava, e quindi non soddisfaceva appieno: né le esigenze di un senato che si sentiva sempre più minacciato (e a ragione, visto

il tenore dei provvedimenti), né i timori dei magistrati erano direttamente impegnati nelle repressioni (il rifiuto di Scevola, nel 133,

in questo senso è affatto comprensibile). In questo senso, l’esplicitazione, dall'88 in poi, della dichiarazione di hostis rei publicae nei

senatusconsulta, aveva il fine di trasformare formalmente i nemici di classe (l’ordine equestre, eminentemente, o la plebe) in nemici

«esterni» della Repubblica (ché l’evocatio poteva colpire solo nemici esterni, come si è ricordato in nota 5, p. 83), privandoli del

diritto di appellarsi al popolo, che spettava ai cittadini, non ai nemici. Ma era possibile dichiarare dei cittadini hostes rei publicae?

Oltre al fatto che il diritto di dichiarare guerra o di privare i cives della cittadinanza non competeva al senato, tale dichiarazione era

in conflitto coi diritti basilari del cittadino romano, che era tutelato persino sotto dittatura (la magistratura col potere più incisivo). A

muovere la classe senatoria era l'angoscia di perdere il potere, al quale l’uscita dall’assemblea centuriata (col plebiscito della

restituzione dei cavalli, del 129) aveva dato già un duro colpo . La lex Sempronia de capite civis costituì il principale freno a questa

11

deriva, in quanto non fu mai formalmente abolita o modificata, ma, essa non ostante, il tentativo del senato, sia pur provvisoriamente,

riuscì realizzarsi: si venne affermando la convinzione che il senatusconsultum ultimum giustificasse qualsiasi azione repressiva,

poiché espressione di una giusta istanza di difesa della patria dalle forze disgregatrici, nonostante al senato tali competenze e poteri

non spettassero affatto. Nei senatusconsulta si sfruttava la genericità della formula per giustificare invero specifici atti di violenza:

«curino i consoli che la Repubblica sia salva» o «preservino i magistrati la maestà e la supremazia del popolo romano o «provvedano

a difendere con la forza lo stato, le leggi, le libertà». Come si vede, non si indicano atti di repressione specifici, ma ci si richiama

all’uso della «forza» (così, nella politica, come si usa fare in religione e metafisica – si conceda l’inciso filosofico –, la genericità e

l’incompletezza divennero campo fertile per le più disparate azioni dell’uomo contro l’uomo). Il senato così creava un precedente

nefasto per l’ordine repubblicano, che tanto amava difendere, introducendo nelle alte sfere del potere la possibilità – più eversiva dei

tentativi «rivoluzionari» – di seguire una prassi illecita ma funzionale a scopi che esulavano dalla difesa della cosa pubblica,

soprattutto perché scavalcava del tutto l’assemblea popolare (centuriata), luogo in cui, per tutta l’età repubblicana si erano sviluppati,

ma soprattutto mantenuti, i seppur precari equilibri tra le forze politiche e sociali. Si apriva insomma la strada all'intervento del

cittadino privato nella cosa pubblica.

Le riforme dei Gracchi, per la loro grande portata, risultarono dunque scomode per gli ottimati, ma non furono revocate: al più ci si

limitò a ridurne gli effetti. Le terre distribuite, dichiarate inalienabili – un divieto, tra l’altro, mai rigorosamente rispettato – proprio

al fine di impedirne la nuova vendita, furono convertite nuovamente in alienabili, col che riprese l’accentramento nelle mani dei

latifondisti. Le operazioni di redistribuzione furono interrotte e la pratica dell’occupazione ritornò in auge: probabilmente

quest’ultimo fu l’esito della cosiddetta «legge agraria epigrafica», del 111, che avrebbe convertito le possessiones occupatorie in vere

e proprie proprietà, eliminando anche la necessità di corrispondere in cambio un vectigal, come pure in un primo momento. La

commissione agraria, infine, fu abolita.

«Giustificandosi con il richiamo a perseveranti ideologie che identificavano (e ancora identificano) la difesa sociale e l'ordine con la

11

difesa del quadro di interessi prevalenti e omogenei a quelli delle fazioni detentrici del potere, essi non tardarono ad imporre, nonostante

l'opposizione delle forze democratiche, un'interpretazione della legge fatta secondo la propria convenienza» (LSD, p. 314).

86 d’espansione

Nuove direzioni

La provincia d’Asia poté essere finalmente organizzata soltanto nel 129 a.C. (nonostante già nel 133 il territorio fosse stato affidato

da Attalo a Roma), quando il console Manio Aquilio sedò la rivolta capeggiata da Aristonico: un processo che terminò, però, soltanto

nel 126. Alcune città pergamene rimasero libere e immuni, mentre la provincia, nel suo complesso, comprese anche i territori

settentrionali della Misia (già pergamena da Apamea [188]) e della Troade (conquistata nelle campagne macedoniche), al centro

quelli della Lidia e ad est quelli della Frigia (anche queste ultime due già pergamene), al sud quelli della Caria, sottratta alla

Repubblica di Rodi (vedi La terza guerra macedonica (171-168)).

Sul fronte europeo riprese l’espansione verso settentrione. La città alleata Marsiglia chiese aiuto a Roma nel 125 contro le tribù

celtico-liguri e galliche che l’attanagliavano: fu inviato prima Fulvio Flacco (il console graccano per il 125 che propose la concessione

della cittadinanza ai socii italici), poi Gaio Sestio Calvino (console per il 124), che, nel 122, prima di tornare a Roma, fondò a nord

di Marsiglia la coonia romana di Aquae Sextiae (odierna Aix-en-Provence), che da lui prese il nome (Sestio). Nel 123 vennero

conquistate anche le isole Baleari, da Quinto Ceclilio Metello Balearico (uno dei figli di Quinto Ceclilio Metello Macedonico,

vincitore a Pidna su Andrisco, nel 148): nell’isola di Maiorca, la più estesa dell’arcipelago, furono fondate le due colonie romane di

Palma e Pollenzia. Tra il 122 e il 121, i consoli Cneo Domizio Enobarbo (122) e Quinto Fabio Massimo Allobrogico (121) vinsero

contro Allobrogi e Arverni, alleatisi, gettando le basi per la costituzione di una nuova provincia, la Gallia Narbonensis, che fu

organizzata intorno alla colonia romana di Narbo Martius (Narbona), dedotta nel 118 a.C., (era il primo centro di tal tipo fuori

dall’Italia, ché il progetto graccano di Iunonia era fallito): il territorio narbonese era un attivo centro commerciale celtico, già

frequentato da mercanti romani, per cui l’istallazione di un presidio ne avrebbe incentivato l’attività . Enobarbo fece costruire, tra il

12

121 e il 117 a.C., la via Domizia (che da lui prendeva il nome), la quale attraversava la provincia congiungendo l'Italia con la penisola

iberica, verso cui avrebbe catalizzato cospicui commerci. Le ripetute campagne militari contro le tribù illiriche della Dalmazia,

invece, avevano portato Roma a contatto con i lontani paesi danubiani che si estendevano a nord-ovest dei confini della Macedonia.

La guerra giugurtina (111-105)

In Africa, invece, tra i figli di Massinissa († 149) – re di Numidia alleato dei Romani dal 204, prima della battaglia di Zama (202:

fine seconda guerra punica) –, tali Micpsia, Gulussa e Mastanabale, si era imposto Micipsa, che, morti i fratelli, era divenuto unico

re di Numidia. Sia Massinissa che Micipsa avevano seguito una linea politica filoromana, attirando nel regno commercianti e uomini

d’affari, ma le cose erano destinate a mutare. Micipsia, morendo nel 118, aveva lasciato il regno indiviso ai tre eredi principali, i figli

legittimi Iempsale e Aderbale, anch’essi di sentimenti filoromani, e il nipote adottivo Giugurta (figlio di Mastanabale, adottato da

Micipsia), indipendentista. Giugurta, tra l’altro, aveva combattuto, distinguendosi per valore, agli ordini di Scipione Emiliano

La fondazione della colonia, che dunque sarebbe andata a favorire proprio il ceto equestre, fu promossa da Lucio Licinio Crasso, il quale

12

era un antigraccano e un fervente sostenitore della causa senatoria, quindi avverso al ceto equestre: la spiegazione potrebbe essere che la

classe senatoriale stesse disperatamente tentando di allontanare gli equites dalla scena politica promuovendole l’attività e la fortuna

economica. Non sappiamo se le cose stessero realmente così, o se, in particolare, gli intenti di Crasso fossero realmente tali: in ogni caso

la storia si sarebbe mossa in direzione opposta. 87

all'assedio di Numanzia (133). Lo spregiudicato principe numidico si sbarazzò di uno dei fratelli, Iempsale, assassinandolo, mentre

Aderbale fu costretto a rifugiarsi a Roma. Per risolvere la situazione, il senato, nel 116 a.C., optò per la divisione della Numidia: ad

Aderbale sarebbe andata la parte orientale, più ricca, a Giugurta quella occidentale, più vasta. Nel 112, tuttavia, Giugurta volle

impadronirsi dei domini di Aderbale, assediandone la capitale, Cirta (attuale Costantina in Algeria): la città era un importante centro

commerciale e la base operativa di molti mercanti romani e italici, che, non a caso, si schierarono dalla parte del filoromano Aderbale,

in quanto l’indipendentismo di Giugurta li avrebbe contrariamente penalizzati. Quest’ultimo, difatti, presa la città (sempre nel 112),

fece trucidare gli stessi mercanti.

Nel 111 Roma fu costretta ad aprile le ostilità, nonostante la riluttanza del senato, i cui membri, ormai in aperta rottura col ceto

equestre, erano poco interessati alle attività mercantili, che erano le uniche realmente interessate e danneggiate dai problemi africani,

mentre guardavano con maggiore apprensione piuttosto al settentrione italiano, dove era ormai forte la minaccia di Cimbri e Tèutoni.

Comunque, i primi generali inviati in Africa, vicini al senato, tra i quali Lucio Opimio (il console che aveva soppresso i graccani

dieci anni prima, nel 121), non svolsero delle azioni incisive e furono perciò accusati di esser stati corrotti dal sovrano africano: nel

109, per far luce sulla questione (ma l’attacco era del tutto politico), il tribuno della plebe Gaio Mamilio (o Memmio) Limetano fece

istituire una quaestio straordinaria, composta naturalmente di cavalieri, che condannò Lucio Opimio e costrinse all'esilio vari senatori.

L’anno stesso il comando fu quindi affidato al console Quinto Cecilio Metello , poi detto Numidico per le sue campagne nella

13

regione africana. Egli apparteneva alla famiglia plebea dei Cecilii Metelli, una delle più potenti nell'ambito della nobilitas patrizio-

plebea, affermatasi in modo particolare a partire dal III secolo. Metello, tuttavia, pur vincendo in alcune occasioni, non riuscì ad

avere la meglio su Giugurta nel breve periodo, in quanto utilizzava una strategia di lento logoramento e progressiva conquista, mentre

i mercanti, che avevano premuto per l’intervento, si aspettavano un’azione più decisa e finalmente risolutiva. Giugurta infatti, pur

sconfitto, aveva riparato presso il suocero Bocco, re di Mauritania, e stava ricostruendo il proprio esercito.

Questa scarsa risolutezza divenne terreno fertile per l’emergere della più carismatica figura di Gaio Mario. Gaio era nato ad Arpino,

nel 157, da una famiglia molto vicina alla nobiltà romana e probabilmente già di rango equestre. Aveva servito come militare in

Spagna nell’assedio di Numanzia (133), durante il quale si era distinto ed era stato notato da Scipione Emiliano, mentre nel 120 era

stato eletto tribuno della plebe, per il 119, proprio grazie al sostegno della potente famiglia dei Cecilii Metelli, ai quali probabilmente

era legato da un rapporto di clientela (in questo frangente si era dimostrato molto vicino ai populares). Nel 116 era stato eletto pretore

e l’anno successivo nominato governatore dell’Hispania Ulterior. La svolta nel suo percorso politico – che fino ad allora era stato

distinto ma non eccezionale – vi fu nel 110 a.C., quando, dopo aver divorziato dalla moglie Grania, sposò una giovane esponente

dell'aristocrazia, Giulia Maggiore, sorella del senatore Gaio Giulio Cesare il Vecchio, padre di Gulio Cesare, e dunque futura zia di

questi (nato nel 100 a.C.), guadagnandosi un posto di maggior riguardo in società (la gens Iulia, dal canto suo, guadagnò la stabilità

economica che le mancava e clientele elettorali). Mario, in ogni caso, era entrato a far parte nell’entourage di Metello – scelto

14

probabilmente, oltre che per i legami familiari, soprattutto per la sua esperienza militare – e questo l’aveva scelto come legato per le

spedizioni numidiche. Il malcontento diffusosi per la lentezza della riconquista fu sfruttato da Mario per compiere il passo decisivo

nella sua carriera: nel 108, dopo aver portato dalla sua le truppe e i mercanti, a quanto pare, chiese a Metello il permesso di recarsi a

Roma per candidarsi alla carica di console (questi, nonostante la riluttanza, dovette cedere alle richieste, ché vedeva Mario ormai

temuto e rispettato dalle sue stesse truppe), dove fu eletto soprattutto grazie alla spinta propagandistica dei cavalieri, avversi ad una

classe senatoria, di cui Metello era rappresentante, inconcludente e sospetta. L’homo novus Mario, che s’era fatto da sé e aveva dato

prova del proprio valore militare, apparve ai comizi l’unica vera soluzione allo stallo, o quantomeno un rappresentante più degno e

risoluto. Così, nonostante il senato avesse concesso a Metello la proroga del comando della spedizione per il 107, Mario, ormai

console, riuscì ad ottenere per sé la guida dei militi in Numidia (con un plebiscito poi votato dai comizi), tanto che fini in odio a

Metello, che sentiva non solo tradita la fiducia accordata al suo protetto, ma constatava anche la rottura dei vincoli di clientela che a

lui lo legavano. Metello, comunque, pur privato del comando, ottenne il trionfo a Roma (per le sue, comunque essenziali vittorie) e,

come anticipato, il cognomen ex virtute di Numidico. Mario, dal canto suo, impiegò circa tre anni per condurre a termine le operazioni,

che non si conclusero tanto grazie alle vittorie belliche, quanto piuttosto per mezzo di trattative, che permisero di rompere l’alleanza

tra Giugurta e il suocero Bocco, il quale consegnò il genero ai Romani nel 105: l’allora questore Lucio Cornelio Silla, con la

complicità di Bocco, tese in un’imboscata a Giugurta, catturandolo. Questo fu consegnato a Mario e condotto a Roma, dove sfilò in

catene nel trionfo del vincitore, per essere ucciso subito dopo in carcere. Il regno di Numidia, una parte del quale andò a Bocco, fu

assegnato a Gauda, fratello di Giugurta debole di mente ma di provata fedeltà. I cavalieri avevano raggiunto l’obiettivo: vendicarsi

del massacro di Cirta, ma non gli interessava un reale controllo politico del territorio numidico: era infatti bastevole la riconquistata

libertà di commercio.

Una delle mosse che permisero a Mario di infondere nuova forza all’esercito fu quella di reclutare anche i capite censi:

precedentemente non si era fatto altro che abbassare il limite minimo per l’accesso alla quinta classe (vedi la fine del § Il tribunato

di Tiberio Gracco), già così minando la solidità dell’antico esercito di contadini-soldato, in modo che potessero essere ammessi anche

i meno abbienti, benché armati dallo stato, ma questa misura non bastava più. I Gracchi, con le loro riforme, avevano cercato di

rispondere a questo stato di cose favorendo, come abbiam visto, i piccoli proprietari terrieri, che da sempre avevano costituito il

nerbo degli eserciti romani, in modo da fare aumentare il numero di quelli che avevano i requisiti per essere arruolati, ma la tendenza

generale aveva prevalso sul loro riformismo, tanto che la piccola e media proprietà terriera non era riuscita in fondo a mantenersi

salda, mentre il proletariato urbano si era notevolmente accresciuto. L’arruolamento volontario dei nullatenenti non fu una pratica

utilizzata su vasta scala inizialmente, ma dopo Mario sarebbe divenuta regolare, portando stravolgimenti a cui il suo ideatore forse

nemmeno aveva pensato. Da quel momento in poi, infatti, le legioni di Roma sarebbero state composte prevalentemente da cittadini

Si trattava del figlio di Quinto Cecilio Metello Calvo, fratello di Quinto Cecilio Metello, dunque era il nipote di quest’ultimo.

13 Secondo la tradizione leggendaria la gens Iulia poteva vantare la discendenza da Iulo (o Ascanio), figlio di Enea e fondatore della città

14

di Alba Longa (Romolo stesso ne avrebbe dunque fatto parte). Le lacune pecuniarie di questa gens testimoniano il fatto che, a Roma, non

sempre il lignaggio non andava di pari passo con la ricchezza.

88

poveri, che come loro unica speranza avrebbero avuto quella di essere ricompensati dal proprio comandante per mezzo delle terre

frutto delle vittorie riportate: i soldati, in questo quadro, avrebbero avuto tutto l’interesse ad appoggiare il proprio comandante

(l’esercizio della milizia, in termini più prosaici, era divenuto sempre più “professione”, fonte di “guadagno”, e sempre meno “difesa

della patria”), benché questo spesso comportasse necessariamente uno scontro col senato, che, come abbiam detto, andò sempre più

ergendosi a supremo organo difensore della cosa pubblica (benché, di fatto, ad essere oggetto di tutela fossero semplicemente i

privilegi dei senatori), come sarebbe accaduto, un ventennio dopo, per mano dello stesso Silla, e, ancora oltre, di Giulio Cesare,

nipote acquisito di Mario.

Comunque sia, l’esperienza di Mario mandò in crisi i canoni repubblicani, quelli per cui la guida della Repubblica dovesse essere un

affare aristocratico (o quantomeno della nobilitas che allora costituiva l’aristocrazia a Roma, la cui emersione aveva già messo in

crisi, a sua volta, il predominio del patriziato): i successi di Mario mostrarono che anche gli homines novi potessero avere successo

e rivestire con fermezza e onore le più alte cariche pubbliche dello stato, fino ad allora riservate appunto ai membri della nobilitas.

Si affermava un nuovo concetto di nobiltà, basata non più sull’eredità di sangue, ma sui meriti e il valore personale, ovvero sulla

virtus individuale. una nuova riforma dell’esercito

Cimbri e Teutoni:

Si è detto che i timori della classe senatoriale, più che verso la Numidia, erano rivolti al settentrione italiano, dove incombeva una

minaccia di cui Roma non poteva più evitare di occuparsi. Cimbri e Tèutoni si aggiravano al di là delle Alpi, dove erano giunti,

partendo dalla penisola dello Jutland, l’odierna Danimarca (qui i Cimbri erano stanziati nel settentrione, l’odierno Jutland, mentre i

Tèutoni nell’odierno Holstein, la parte meridionale della penisola), dopo lunghe peregrinazioni nell’Europa centrale. A muovere

verso meridione tali popoli nordici potrebbero probabilmente essere state: la pressione demografica, o anche la scarsità di risorse, o

ancora l’impraticabilità delle loro terre d’origine, costantemente invase dall’acqua.

Questi due popoli furono affrontati la prima volta dai Romani nel 113, presso Noreia, nell’attuale Austria (l’allora Norico), dove il

console Cneo Papirio Carbone fu però sconfitto. Nel 110 Cimbri e Teutoni giunsero nella Gallia Narbonense, dove furono avversati

alacremente, ma invano, tanto che i Romani – oltre a subire altre sconfitte minori – persero di nuovo e clamorosamente ad Arausio

(l’attuale Orange), nel 105, massimamente a causa del disaccordo dei consoli Quinto Servilio Cepione e Cneo Mallio Massimo sulla

strategia da adottare.

La sonante sconfitta, oltre ad allarmare i Romani, fece sì che si diffondesse, cavalcato dai cavalieri, di nuovo il malcontento per

l’irresoluta e fallimentare gestione nobiliare delle operazioni militari: Gaio Mario fu eletto nuovamente console per il 104, poi, al

fine di proseguire la repressione, come accennato, per altre quattro volte, fino al 100, contro la legge che vietava l'iterazione.

Approfittando della temporanea dispersione dei Galli verso la Spagna, Mario riorganizzò l’esercito, compiendo quella che fu

un’ulteriore sostanziale riforma della costituzione dei corpi militari (la terza, dopo quella “serviana” e quella manipolare). La sempre

crescente pressione bellica aveva portato ad un progressivo aumento degli armati spediti in guerra, tanto che si era passati dalle 2

legioni consolari originarie, alle 4 legioni (2 per console)

durante le guerre sannitiche, fino a numeri eccezionali (anche

23 legioni) durante le guerre puniche. Ora si necessitavano non

solo più arruolati, carenza a cui si rispose con l’ammissione dei

capite censi, che poterono rinfoltire le fila romane, ma anche

una nuova organizzazione tattica, che garantisse nuovamente

forza d’impatto all’esercito: dal manipolo (su cui vedi il §

Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.), a p 61) si passò – per

la tradizione, appunto, proprio ad opera di Gaio Mario – alla

cohors (coorte). Questa era costituita dalla sintesi di 3 manipoli

di hastati, principes e triarii (venne così meno la distinzione di

età e armamento tra questi), quindi delle 6 centurie che li

componevano, ognuna portata però nuovamente a 100 unità, e,

per ogni legione, ne erano previste dieci, individuati coi Legione coortale

numerali da I a X: gli effettivi salirono così a 6000. Ogni coorte

(600 uomini), ormai composita ed agile allo stesso tempo, poteva essere impiegata con una certa autonomia, maggiore rispetto a

quella del manipolo, che pure era stato creato a questo scopo, essendo più imponente di quello. Mario rinnovò – ciò già dalla

campagna numidica – anche il rapporto del comandante con l’esercito: non si limitava a spingere e dirigere i militi nelle battaglie,

ma sottoponeva i suoi uomini a intensi periodi di addestramento al combattimento, rinsaldandone la coesione non solo dal punto di

vista tecnico e tattico, ma anche interpersonale, oltre a legarli a sé con la promessa di terre e ricompense.

Con questa nuova formazione Mario fu in grado di affrontare efficacemente Cimbri e Teutoni, che intanto si erano divisi, i primi

spingendosi verso le Alpi, i secondi verso la costa Marsigliese. I Teutoni infatti vennero sconfitti ad Aquae Sextiae (nel 102), mentre

i Cimbri ai Campi Raudii, presso Vercellae (nel 101), forse l’odierna Vercelli. 89

La lotta politica e la guerra sociale

Mario, Saturnino e Glaucia

Mario, nonostante le sue imprese, stava per essere marginalizzato, per cui, negli ultimi tempi, si era avvicinato a Lucio Apuleio

Saturnino e Gaio Servilio Glaucia, che erano venuti in odio agli ottimati, cercandovi sostegno politico. Questi due personaggi erano

(l’uno, vedremo, lo divenne) esponenti radicali del partito dei populares, che, in cambio del sostegno economico e propagandistico

del generale, una volta ottenuta la carica di tribuni, potevano ripagarlo presentando leggi ad hoc.

Saturnino, che inizialmente era tra gli stessi ottimati, nel 104 era divenuto quaestor Ostiensis – ossia sovraintendente per

l'importazione di grano a Ostia (dove facevano scalo le navi che rifornivano Roma di frumento) –, ma i senatori più conservatori,

presi a pretesto la scarsità di grano e il relativo aumento di prezzo, lo avevano rimosso dalla carica, senza alcuna accusa diretta,

mettendo al suo posto Marco Emilio Scauro, uno dei capi degli optimates. Saturnino, a seguito dello smacco, si era schierato dunque

coi populares, avvicinandosi a Gaio Mario e ai suoi sostenitori. Raccolto consenso tra la plebe e sostenuto da Mario, egli era poi

divenuto tribuno nel 103, facendo approvare una distribuzione di terre africane per i soldati veterani che avevano combattuto agli

ordini di Mario in Numidia e proponendo una legge frumentaria (lex Apuleia frumentaria) che abbassasse ulteriormente il prezzo

politico del grano durante le frumentazioni. Nevralgica era stata anche l‘istituzione, da lui promossa, di una quaestio de maiestate,

ossia di un tribunale, composto di soli cavalieri, che avrebbe dovuto giudicare i crimini di lesa maestà (contro il popolus Romanus)

commessi dai magistrati nobili. Glaucia, invece, divenuto tribuno per il 101, aveva fatto approvare una lex iudiciaria che aveva

restituito completamente ai cavalieri la quaestio de repetundis, abrogando così la lex Servilia Caepionis (106), che, a sua volta, aveva

derogato le disposizioni della lex iudiciaria di Gaio Gracco, affidando di nuovo alcuni seggi del collegio giudicante ai nobili. Così,

nel 100, l’alleanza e il reciproco sostegno elettorale garantirono ai tre delle posizioni politiche notevoli: Mario, seppur contestato,

divenne dunque per la sesta volta console, Glaucia pretore e Saturnino tribuno per la seconda volta. A questo punto Saturnino ottenne

la promulgazione di una nuova legge agraria, che assegnava terre in Gallia, sempre ai veterani di Mario, e prevedeva la fondazione

di colonie in Sicilia, Acaia e Macedonia. Nell'esercito di Mario, però, servivano non solo cittadini romani, ma anche italici, per cui

l’invio di questi ultimi nelle nuove colonie avrebbe dato loro automaticamente la cittadinanza romana: con un sol colpo si univa

l'idea della redistribuzione delle terre a quella dell'allargamento della cittadinanza. A lungo questi erano stati i due obiettivi

fondamentali dei riformisti (Saturnino si presentava infatti come un continuatore di Gaio Gracco), ma ora le condizioni erano

cambiate: i beneficiari della legge erano soltanto i veterani di Mario (il problema della classe contadina, cifra dell’operato dei Gracchi,

non era in questione), che ormai formavano un corpo militare quasi completamente al suo servizio, che egli usava per intimidire i

suoi avversari. Talché, intimoriti dalle nuove prospettive, assieme ai senatori si schierarono contro Mario persino gli equites e la

restante plebe (questa era stata, infatti, sempre contraria ad un allargamento dei diritti agli Italici). Ai senatori, che si muovevano

ormai in un lisergico clima d’intimidazione, venne chiesto di giurare di non opporsi: solo Metello Numidico rifiutò, scegliendo

l’esilio. Intanto, anche i modi dei due alleati di Mario si facevano sempre più radicali, rasentando l’incostituzionalità.

L'accordo fra i tre venne però meno quando Mario, che era appunto console, dovette rifiutare davanti ai comizi la candidatura al

consolato di Glaucia per il 99 (il quale in ciò era sostenuto da Saturnino, che invece aveva posto, per il 99, una nuova candidatura a

tribuno: sarebbe stata la terza volta), in quanto costui, nonostante tutto, non aveva titolo per presentarla (era stato pretore nel 100,

sicché avrebbe dovuto aspettare due anni prima di ricandidarsi, secondo le disposizioni della lex Villia annalis, del 180). Il competitor

di Glaucia, probabilmente scelto abilmente dagli stessi ottimati, era il noto e popolare Gaio Memmio (il tribuno della quaestio

“equestre” del 109 contro i generali ottimati impegnati in Numidia: ora evidentemente le vecchie ruggini potevano essere superate

per fini più “alti”), il quale, però, scoppiati dei tumulti nei comizi, venne ucciso dalla folla, sicché la colpa ricadde sui due populares.

I nobili, i cavalieri, la plebe urbana e Mario (probabilmente non senza un certo imbarazzo nei confronti dei vecchi alleati, di cui però

non condivideva più i metodi) fecero causa comune: con un senatusconsultum ultimum il senato affidò il compito di reprimere i

disordini a Mario, il quale dovette far arrestare i suoi ex-alleati (rifugiatisi frattanto sul Campidoglio), con l'intento di sottoporli a un

processo, ma i prigionieri furono linciati dai nobili e dalla plebe urbana (il 10 dicembre del 100 a.C.). Le leggi di Saturnino furono

abrogate (le frumentazioni vennero ridimensionate), mentre restò in vigore quella di Glaucia sulle quaestiones de repetundis, gradita

al ceto equestre. Questa mossa, in parte obbligata in parte no, costò a Mario, che comunque non era certo gradito ai senatori, la perdita

della stima del popolo (dopo tutto si era mosso contro i suoi alleati, dimostrandosi infido): il senato, ironia della sorte, richiamò

Metello dall'esilio, mentre a Mario non restò che recarsi, anch’egli in una sorta di esilio volontario, in Asia Minore, con il pretesto di

muoversi ufficialmente per una missione diplomatica presso Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, che difatti stava tentando di

espandere il suo regno (su cui vedi il § L’espansionismo di Mitridate VI Eupatore, a p. 95). L’allontanamento da Roma di personaggi

invisi alla classe senatoria, o quantomeno in una cattiva o scomoda posizione, era dunque un avvenimento nient’affatto raro (si era

tentato di porvi rimedio, come sappiamo, con la legge sulle provinciae di Gaio Gracco, nel 122).

Mario si era servito di qualunque mezzo pur di coronare l’ambizione, la cui realizzazione gli fu sempre negata nei fatti, di essere

accolto tra i principes civitatis (l’elezione al consolato gli aveva dato accesso alla nobilitas, ma non aveva assicurato il riconoscimento

fattuale della stessa), ma non aveva mai voluto – pur potendo – scardinare del tutto il regime aristocratico, ché appunto voleva essere

riconosciuto, non imporsi (l’aver parteggiato contro gli stessi suoi alleati, nonostante tutto, ne è una dimostrazione): questo era stato

il suo “limite”, che divenne una condanna al fallimento. Il senato avrebbe individuato in Lucio Cornelio Silla – distintosi, ricordiamo,

nella cattura di Giugurta – l’uomo giusto per contrastare, nonostante tutto, l’ancora forte figura di Mario.

I legami fra Mario e il ceto equestre erano comunque rimasti molto stretti, e questo giustifica il fatto che, nonostante la connivenza

col senato nella questione di Saturnino e Glaucia, egli era stato comunque “cacciato”. Nel 94 a.C. Publio Rutilio Rufo, in qualità di

legato, aveva seguito nella provincia d'Asia il proconsole Quinto Mucio Scevola (tra l’altro uno dei più grandi giuristi della storia

del diritto romano ), col quale aveva difeso gli interessi dei provinciali contro la prepotenza dei pubblicani (che erano “cavalieri”):

15

Era figlio del giurista Publio Mucio Scevola, console nel 133, colui che aveva rifiutato di procedere con l’evocatio contro Tiberio Gracco

15 90

questi ultimi, tuttavia, non si vendicarono di Scevola, che era molto influente e imparentato con Mario, ma, con l'appoggio dello

stesso Mario, accusarono Rutilio di concussione a danno dei provinciali e delle città autonome. La quaestio de repetundis, formata

da cavalieri, lo ritenne colpevole, nonostante la palese pretenziosità dell’accusa: non potendo pagare la multa impostagli, in quanto

elevatissima, Rutilio si ritirò a vita privata dapprima a Mitilene, poi a Smirne, proprio le città greche presunte vittime delle sue

appropriazioni, che invece si disputarono l'onore di ospitarlo. Mario, formalmente forte del sostegno dei cavalieri, ne uscì ancor più

indebolito e privo di credibilità.

Il problema della pirateria e le rivolte servili

La pirateria era un fenomeno nient’affatto contenuto lungo le coste – soprattutto quelle meridionali – della penisola anatolica, che

Roma aveva marginalizzato troppo a lungo, impegnata nelle campagne numidiche e settentrionali.

Le zone maggiormente interessate furono, a ovest, l’isola di Creta, e, ad est, la regione della Cilicia, in particolare della Cilicia

Tracheia (o Cilicia Aspra), dal profilo costiero frastagliato, le cui continue rientranze facilitavano i pirati, che ivi potevano

prontamente ripararsi, mentre

nell’interno era diffuso il brigantaggio.

La Cilicia Pediàs (o Cilicia Piana), a

oriente, pianeggiante e urbanizzata, con

al centro la città di Tarso era meno

interessata dal fenomeno. Sul fronte

interno si erano impegnati, contro i

briganti, i Seleucidi e gli Attalidi, mentre

sui mari le funzioni di contenimento

erano state assolte soprattutto dai Rodii,

ma senza clamorosi successi (anzi spesso

gli stessi avevano fatto ricorso al

supporto dei pirati per i loro fini politici).

Il principale obiettivo dei pirati era il

traffico marittimo tra l’Egeo e la Siria-

Fenicia, che interessava anche lo scalo di

Cipro (possedimento tolemaico). Roma

se ne era disinteressata, concentrandosi

appunto sull’Occidente, ma la creazione

del porto franco a Delo (all’indomani

della sconfitta di Perseo, vedi il § La terza guerra macedonica (171-168), a p. 75) aveva canalizzato nella zona anche molti

negotiatores romani e italici, che ora vedevano minacciata la sicurezza dei loro affari (e abbiam visto quanto iniziasse a contare il

ceto equestre). Per risolvere la questione, nel 102, era console Mario, fu inviato il pretore Marco Antonio (nonno del futuro omonimo

triumviro): l’azione di Antonio, durata un paio d’anni, andò a buon fine, e fu accompagnata dalla costituzione di una provincia

costiera di Cilicia, che avrebbe funto da presidio romano nella zona. Il controllo dei Romani, tuttavia, si esercitava fattualmente

soltanto sulla Panfilia, e pertanto doveva ancora essere esteso sulla restante parte del territorio, e, allo stesso tempo, il problema della

pirateria era ancora irrisolto: non a caso, nel 101-100 una lex de provinciis praetoriis (detta talora anche lex piratica), dispose ulteriori

misure antipiratiche. Mario, intanto, aveva dovuto richiedere contingenti di soldati agli alleati italici e a quelli

Ultimi tre sovrani Estremi d'oltremare al fine di mantenere il controllo nelle spedizioni cimbriche. Nicoméde III Evergete

di Bitinia regno (128-94) , re di Bitinia, aveva evitato di inviare truppe sostenendo che molti dei suoi uomini erano

16

149-128

Nicomede II stati presi dai pirati, oppure sequestrati e venduti in schiavitù per debiti: in realtà Nicomede si era

Nicomede III 128-94 già accordato con Mitridate VI Eupatore, re del Ponto (già autore di movimenti sospetti, si è detto),

Nicomede IV 94-75 per espandersi verso la Paflagonia e la Galazia. Comunque sia, Roma aprì delle inchieste, che

portarono alla liberazione di non pochi schiavi, almeno in un primo momento, ché la crescente opposizione dei loro padroni (e dei

padroni di schiavi in genere) riuscì a far sì che la cosa sfumasse senza ulteriori effetti: da questa quiescenza scaturirono numerose

rivolte servili, come quella degli schiavi delle miniere del Laurion in Attica (103 a.C.).

Negli stessi anni vi fu anche un nuovo grande sommovimento servile in Sicilia, dovuto allo stesso tipo di “quiescenza” seguente

alcune manomissioni, che si protrasse dal 104 al 100: la rivolta fu capeggiata inizialmente da Salvio, che assunse il nome Trifone e

il titolo di re, e, dopo la sua morte (102 a.C.), dal cilicio Atenione, che aveva guidato fin dall'inizio un secondo gruppo di insorti. I

comandanti inviati a fronteggiare la ribellione nel 103 e 102 a.C. ottennero scarsi risultati, incontrarono molte difficoltà e subirono

perdite anche gravi. Alla fine, la ribellione fu repressa da Manio Aquilio, che si era già distinto come luogotenente di Mario nella

guerra contro i Teutoni.

Qualche anno dopo (96 a.C.) venne lasciata, a Roma, sembra per testamento da parte di Tolemeo Apione (figlio di Tolemeo VII), la

Cirenaica (tranne le città, che si abbandonarono a continue contese interne). Seguendo la politica di non farsi coinvolgere direttamente

ed era stato sostituito nel compito dal pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione. Quinto è ricordato, assieme a Manio

Manilio e Giunio Bruto, come il fondatore, o rifondatore, dello ius civile: fu autore di autorevoli opere come gli Iuris civilis libri XVIII e il

Liber singularis ‘horon’ sive definitionum (di quest’ultimo, a differenza dell’altro, avrebbero tenuto conto persino i compilatori del Digesto

giustinianeo). Si tenga presente che egli fu anche l’ultimo giurista ad unire le attività laiche di giurista alla funzione religiosa di pontefice

massimo: il crollo del monopolio pontificale sulla giurisprudenza poteva dirsi ormai sancito.

Evergete (dal greco antico: Εὐεργέτη) sta per “benefattore”.

16 91

in zone lontane dai propri interessi, qualora un sufficiente controllo su esse potesse venir garantito da stati in qualche modo alleati,

al lascito non fu dato alcun seguito. La questione fu ripresa solo nel 75-74 a.C., quando l'emergere di circostanze e necessità diverse

indussero a dedurvi una provincia.

La guerra sociale (91-88 a.C.)

Nel II secolo a.C., oltre ai fatti precedenti, erano stati più volte oggetto di discussione – come pure abbiamo visto – i rapporti con gli

alleati (socii), i quali trovantesi, a fronte del sempre crescente impegno militare che gli veniva richiesto, in una situazione poco felice,

senza giusti riconoscimenti politici: tale condizione limbica aveva alimentato la loro impazienza. Mentre in precedenza la minore

pressione bellica e la più lenta stretta di Roma avevano conciliato un rapporto più o meno disteso tra questa e i suoi alleati (che

accettavano la sottomissione senza la necessità – o possibilità – di negoziare ulteriormente la propria posizione), la conquista del

Mediterraneo, in primo luogo, aveva incrementato la pressione di reclutamento sugli alleati e le richieste di ausilio, lasciandoli ciò

malgrado senza alcuna rappresentanza comiziale e in posizione subordinata nell’esercito (pagavano l’imposta sul mantenimento dei

propri solati, ricevevano meno bottino, il comando gli era precluso, avevano punizioni più dure), e, in secondo luogo, aveva aperto

per Roma e la penisola una nuova stagione, più dinamica, nella quale si era affermata una nuova aristocrazia a carattere

patrimonialistico (in cui scarso peso rivestiva cioè il lignaggio), sia romana che italica, culturalmente impregnata d’ellenismo e,

benché ancora in fieri, già pienamente cosciente del suo peso economico, sociale e politico. I socii italici, nonostante tutto, si

vedevano dunque discriminati dai e rispetto ai loro pari romani. La maggioranza degli appartenenti alle comunità alleate aspirava

anzitutto ad ottenere garanzie contro lo strapotere dei magistrati romani, la questione più pressante nell’immediato, ma mirava anche

alla concessione della cittadinanza, il che avrebbe gli permesso di percorrere il cursus honorum ed entrare in senato, di essere tra i

beneficiari delle riforme agrarie (delle distribuzioni agrarie e frumentarie, infatti, beneficiavano soltanto i Romani), nonché di essere

qualificati per il censo come cavalieri ed entrare nelle corti giudicanti, per l’aggiudicazione delle quali non era ancora sopito lo

scontro tra senatori e cavalieri. Lo status di cittadino romano, in epoca risalente aveva a che fare semplicemente con l’identità etnica,

religiosa, territoriale, ma man mano era rivenuta sempre più vantaggiosa: anche la territorialità non era più un fattore individuante,

ché v’erano coloniae civium Romanorum anche assai distanti tra loro e da Roma. Durante la guerra contro i Cimbri e i Teutoni Mario,

per fare un esempio, grazie alla sua potestas consolare, aveva conferito la cittadinanza a singoli soldati o ad intere unità alleate, come

compenso per atti di valore, riconoscendogli dunque una condizione di privilegio, che non poteva non indispettire quanti ne

rimanessero privi. Alcuni alleati, avevano tentato un’altra strada, facendosi inserire nelle liste del censimento senza averne il diritto:

il fatto riportò l‘attenzione sulla questione, per cui, nel 95 i consoli Lucio Licinio Crasso e Quinto Mucio Scevola istituirono, tramite

la lex Licinia Mucia de civibus redigundis, una commissione atta a verificare le irregolarità, che deliberò la cancellazione di quanti

non avevano diritto all’iscrizione.

Il tribunato di Marco Livio Druso (91 a.C)

Nel 91 a.C. divenne tribuno della plebe Marco Livio Druso, figlio dell’omonimo tribuno che nel 122 aveva cercato di delegittimare

Gaio Gracco con le sue larghe concessioni alla plebe: egli si presentava, da un lato, come difensore dell'aristocrazia senatoria

(l’obiettivo principale, come vedremo, era quello di rafforzare il governo senatorio), e, dall’altro, altrettanto sensibile a varie ed

eterogenee esigenze. Proprio l'audacia e l'ampiezza del suo disegno – com’era accaduto anche ai Gracchi – ne provocarono il

fallimento. Agli Italici mirava a concedere senza mezzi termini la cittadinanza, ma una misura di tal tipo non sarebbe stata votata

senza il sostegno dei gruppi moderati dei vari ceti romani, per cui predispose una serie di interventi, di natura eterogenea, al fine di

ingraziarseli. Druso si mosse su tre fronti, proponendo un pacchetto completo di riforme:

• Legge frumentaria (lex Livia frumentaria). Riqualificazione delle frumentationes (ormai poco efficaci a seguito

dell'abrogazione di tutte le leggi di Saturnino, tra cui quella frumentaria), con la riduzione del prezzo politico del grano.

• Legge agraria (lex Livia agraria). Nuove distribuzioni di terre in Campania, in Etruria, in Umbria e deduzione in Italia ed

in Sicilia di colonie (per l'attuazione della riforma venne istituita una magistratura decemvirale).

• Legge giudiziaria (lex Livia iudiciaria). Per restituire forza al senato, Druso, cavalcando l’onda delle ostilità antiequestri

suscitate dal sopruso perpetrato dai cavalieri nei Leggi giudiziarie Contenuto

confronti di Publio Rutilio Rufo, ritrasferì ai senatori istituzione della quaestio

lex Calpurnia (149 a.C.)

l’appannaggio sulle quaestiones de repetundis (che a perpetua de repetundiis

quelli era stata sottratta nuovamente con la lex Servilia lex Sempronia iudiciaria (122 a.C.) attribuzione della giuria

Galucia del 101). Con la stessa legge creò una nuova ai cavalieri

quaestio (probabilmente retroattiva) contro chi ob rem lex Servilia Caepions (106 a.C.) attribuzione della giuria

iudicatam pecuniam cepisset, ossia contro i giudici che ai senatori

si fossero fatti (nel caso di retroattività) o si facessero lex Servilia Glaucia (101 a.C.) attribuzione della giuria

corrompere. Druso, però, al fine di non essere ai cavalieri

eccessivamente avversato dagli equites, raddoppiò lex Livia iudiciaria (91 a.C.) attribuzione della giuria

altresì il numero dei membri del senato (ora 600), ai senatori

stabilendo che i nuovi (300) senatori dovessero essere

scelti proprio tra gli equites.

Nonostante il divieto stabilito sette anni prima dalla lex Caecilia Didia (98), riguardante le rogationes per saturam, le leges liviae

furono sottoposte tutte insieme all'assemblea plebea e approvate malgrado l'opposizione del console Lucio Marcio Filippo, che, per

ciò, fu fatto arrestare da Druso.

Queste disposizioni dovevano dunque sgomberare il campo per la lex Livia de civitate Latinis et sociis danda, che, tuttavia,

diversamente dai suddetti provvedimenti, non sarebbe stata mai neppure votata. In un primo tempo Druso aveva avuto, su questo

fronte, l'appoggio di molti senatori, tra cui lo stesso Lucio Licinio Crasso (che all’estensione indiscriminata si era in precedenza

92

opposto), mentre, non solo i cavalieri erano ostili ai socii (e a Druso sia perché esclusi dalla quaestiones sia perché questi era fin

troppo favorevole al senato), ma, fra gli stessi socii, i grandi proprietari etruschi non vedevano nemmeno nella cittadinanza un

compenso sufficiente ai sacrifici che la riforma agraria avrebbe loro imposto. Druso fu infine pugnalato proditoriamente, da mano

ignota, mentre era stretto tra una folla di seguaci. La morte di Crasso indebolì il fronte riformista in senato: i plebisciti furono annullati

e la rogatio de civitate non fu autorizzata.

La guerra coi socii

Gli alleati, già esasperati, come abbiam visto, si sentirono ancor più offesi dall’omicidio, e si ribellarono (esclusi i Latini, che

costituivano una categoria privilegiata) aprendo la guerra che le fonti chiamano «sociale» o «italica», che si sarebbe prolungata fino

all'88. Alcuni senatori e cavalieri ostili a Druso colsero l’occasione, nel 90, per istituire (con un plebiscito del tribuno Q. Vario

Hybrida: la lex Varia) una quaestio straordinaria, composta da cavalieri, col compito di giudicare coloro che avessero istigato i socii

a ribellarsi. Il primo vero atto della ribellione si consumò ad Asculum (Ascoli), dove nel 90 un pretore e i Romani residenti vennero

massacrati, dando così l’abbrivio ad una serie di insurrezioni a catena tra Piceni, Vestini, Marrucini, Marsi, Peligni, Frentani, Sanniti,

Irpini e Lucani, a cui si sarebbero aggiunti Apuli e Campani, mentre non aderirono gli Etruschi, gli Umbri, i Latini (città latine) e la

Magna Grecia. Gli insorti si unirono federalmente (gli intenti che li muovevano, però, non erano omogenei: alcuni bramavano la

cittadinanza, altri erano mossi semplicemente dallo spirito di vendetta) e si diedero una capitale, nel Sannio, Corfinium.

I Romani, per la prima volta dopo oltre un secolo, si trovarono a combattere contro avversari che avevano il loro stesso livello di

addestramento o che spesso avevano militato persino al loro fianco. Nel 90 ebbe inizio la risposta romana. A settentrione (Piceno,

Marsica, regioni a est del lago Fucino) fu inviato il console Publio Rutilio Lupo, che aveva come legati Cneo Pompeo Strabone

(padre del futuro Cneo Pompeo Magno) e Gaio Mario. Gli Italici erano invece comandati dal marso Quinto Poppeio Silone, posto a

capo dell'intera federazione italica. A meridione (Sannio e le zone a sud di esso) fu inviato l'altro console Lucio Giulio Cesare (avo

di Gaio Giulio Cesare), che invece aveva tra i suoi luogotenenti Lucio Cornelio Silla.

Gli esiti delle campagne furono incerti per tutti e due i fronti: i Romani persero il console Publio Rutilio Lupo, il quale cadde in

combattimento, per cui il comando fu assunto da Mario. L’endemica incertezza portò, già verso la fine del 90, all’elaborazione di

provvedimenti che avrebbero moderato la questione sul piano politico: la prima fu una lex Iulia de civitate Latinis et sociis danda

(proposta da Lucio Giulio Cesare) concedeva la cittadinanza a tutti gli alleati rimasti fedeli (tra questi le colonie latine), alla quale si

aggiunse, l'anno successivo (89) la lex Plautia Papiria (dai tribuni Gaio Papirio Carbone e Marco Plauzio Silvano) che concedeva la

cittadinanza agli Italici che si fossero registrati presso il pretore di Roma entro sessanta giorni. Altre leggi, al medesimo fine, giunsero

per i popoli che man mano si arrendevano. Nel medesimo anno Cneo Pompeo Strabone, divenuto console, ottenne la lex Pompeia de

Transpadanis, con cui si estendeva lo ius Latii alle civitates Transpadanae (la parte della Gallia cisalpina al nord del Po: in realtà il

provvedimento riguardava, come di recente è stato dimostrato, anche altre comunità federate della Cispadana, quali Genua, Ravenna,

Veleia ecc., molte delle quali avevano fornito truppe ausiliarie). Questa risoluzione solitamente ha portato alla considerazione secondo

cui Roma abbia vinto la guerra sul piano militare, ma l’abbia sul piano politico. Alcuni popoli italici continuarono a combattere,

radicalizzando le loro richieste: ora aspiravano persino all'indipendenza. Negli scontri perse la vita Lucio Porcio Catone, il console

collega di Cneo Pompeo Strabone, mentre quest’ultimo riscosse successi (sotto il suo comando prestava servizio il giovane figlio e

futuro triumviro Cneo Pompeo, insieme ai giovani Cicerone [abbastanza riluttante nei confronti della vita militare] e Catilina).

Pompeo riuscì a espugnare Ascoli. Lucio Cornelio Silla riconquistò invece la maggior parte del Sannio e della Campania: nell'88

a.C., eletto console, ne assediava l'ultima roccaforte, Nola.

I nuovi cittadini romani di origine italica mutavano l’assetto del corpo civico romano e la vita stessa della città: per limitare il loro

peso politico vennero relegati in poche tribù, in ogni caso dieci al massimo, o, secondo l’opinione di alcuni (come Appiano), create

ex novo ed ammesse al voto, nei comizi, dopo le 35 già esistenti (cosicché i vecchi cittadini, iscritti nelle 35, avrebbero mantenuto la

maggioranza sui nuovi: «affinché, superiori com'erano per numero ai vecchi cittadini non avessero il sopravvento nelle votazioni»

[Appiano, Storia romana, De bellis civilibus, 1.215]), o, secondo altri, scelte tra queste 35. In ogni caso, comunque, gli Italici si

sarebbero trovati in minoranza. Il ceto equestre italico era però così riuscito ad aprirsi le porte della politica romana, ponendo i

presupposti per l’accesso alle magistrature e, quindi, al senato. Naturalmente, chi ne aveva titolo, per esercitare i propri diritti politici

doveva recarsi a Roma (per partecipare personalmente alle assemblee), ma non tutti, chiaramente, avrebbero potuto farlo: certo è

che, chi poteva permetterselo (i maggiorenti in particolare, naturalmente), non se ne lasciava sfuggire l’occasione. Roma, d’altro

canto, acquisendo questo ulteriore elemento di eterogeneità, si avviava a divenire una grande metropoli cosmopolita.

L'organizzazione dell'Italia dopo la guerra sociale

La riorganizzazione delle civitates italiche dopo lo scontro tra Roma e i socii prese a strumento la struttura cittadina del municipium,

come dispositivo di amministrazione locale in un orizzonte in cui ormai era ineludibile la dialettica tra le esigenze del governo

centrale e le spinte autonomistiche. L’esigenza di unificazione si tradusse in un’uniformazione, formale e sostanziale, della tipologia

delle strutture cittadine: una chiara inversione di tendenza rispetto alle modalità della prima organizzazione dei territori conquistati,

in cui aveva predominato la pluralizzazione delle forme di dipendenza. Tale mutamento fu dovuto, senz'altro, a profondi cambiamenti

nel quadro politico generale, ma dovette misurarsi ancora con le diverse dimensioni assunte dal fenomeno, ché era necessario far

rientrare nelle strutture formali della civitas realtà sociali e materiali non ancora completamente evolute in tal senso (ciò soprattutto

nella zona orientale e centro-meridionale dell'Italia peninsulare, in territori principalmente abitati da popolazioni osco-sabelliche,

tendenzialmente aliene ancora alla forma e alla cultura, anche materiale, della città-stato).

Municipia e coloniae civium Romanorum rimasero formalmente – meno dal punto di vista sostanziale – diversificati per quanto

riguarda i presupposti e i fini dell'impiego dell'una o dell'altra figura. Come si è detto, i municipia vennero ampiamente adoperati per

la strutturazione istituzionale dei territori italici: in questa occasione si perse però la distinzione fra i centri municipali in cui erano

stanziati municipes optimo iure e quelli in cui v’erano cives sine suffragio, essendo tutti i municipia, nella prima metà del I secolo,

comunità di cittadini di pieno diritto. Le coloniae civium Romanorum, invece, continuarono a svolgere la loro originaria funzione di

93

promuovere l'insediamento in un territorio di nuovi abitanti, quali cittadini di pieno diritto, con la creazione di una città ex novo, o

quantomeno su un sostrato non più organizzato: questa figura non venne più adoperata soltanto in Italia, mentre nelle province,

soprattutto occidentali, si diffuse notevolmente. Municipia e coloniae, in ogni caso, presero ad essere considerati omologhi dal punto

di vista della disciplina giuridica, in corrispondenza alla tendenza alla progressiva “municipalizzazione”, sostanziale o formale, anche

degli altri tipi di dipendenza, che, dal canto loro, avevano preso forma in modo “empirico”, nel rispetto, come si è più volte ricordato,

delle molteplici e diversificate esigenze territoriali. Queste realtà vennero dunque formalmente trasformate in municipia o, in una

fase di transizione, sostanzialmente trattati come tali: indicati con denominazioni quali praefectura, forum, conciliabulum, etc.

Anche le magistrature locali, che nel periodo anteriore alla guerra sociale si presentavano, soprattutto nei municipia, in modo

marcatamente variato, nel corso del I secolo a.C. vennero omologate, secondo due modelli formali alternativi, presupponenti entrambi

una distinzione fra l'attività giurisdizionale e di governo e l'attività amministrativa e di polizia:

• Il primo modello (quattuorvirale) ha per unità fondamentale un collegio unitario di quattro magistrati (i quattuorviri), su cui

sono esemplati, secondo la duplice forma individuata, due coppie magistratuali: i quattuorviri iure dicundo, con dignità

superiore, si occupavano della giurisdizione e del governo della città, ed i quattuorviri aedilicia potestate (o quattuorviri

aediles) che, con dignità inferiore, si occupavano dell'amministrazione e della polizia.

• Il secondo modello (duovirale) prevede due collegi, indipendenti l'uno dall'altro, con numero di magistrati dimezzati rispetto

al precedente, ma caratterizzati dal medesimo profilo duale: i duoviri iure dicundo e i duoviri aedilicia potestate (o aediles).

Dal punto di vista sostanziale, l'alternarsi nelle varie città dei due modelli ebbe un'importanza del tutto marginale, in quanto tali

distinzioni non avevano un reale peso sul concreto funzionamento dell'amministrazione locale. Alcuni hanno attribuito la costituzione

quattuorvirale ai municipi e quella duovirale alle colonie, ma, quantunque di una differenziazione sì impostata se ne abbia

effettivamente saggio nelle fonti, le numerose eccezioni a tale disciplina portano a mutare prospettiva, virando verso la considerazione

per cui essa non sia altro che meramente formale, e cioè che, ad esempio, si sia chiamato duovir iure dicundo quello che, in realtà,

era un quattuorvir iure dicundo.

L’emanazione, sotto la dittatura cesariana (46), di un’unitaria lex municipalis trova ampia rispondenza nel quadro organico e teso

all’omologazione che abbiamo descritto: fin dove s'estendesse, poi, la materia trattata da tale legge quali fossero i suoi più precisi

rapporti con gli statuti locali sfugge ad una più concreta determinazione.

94

Le prime due guerre mitridatiche, Cinna e Silla

Sull’altopiano iranico si erano radicati, a partire dalla metà de III secolo, i Parti, che alla fine del II, controllavano ormai un vasto

impero. Il nucleo originario di questo popolo era stata la popolazione dei Parni – una tribù nomade di origine scitico-iranica stanziatasi

a sud-est del Mar Caspio (ma di origine probabilmente caucasica) –, i quali, nel 238 a.C., condotti da Arsace, avevano invaso e

conquistato la satrapìa seleucidica della Partia – da cui appunto avevano preso il nuovo nome di Parti – trovantesi in mano al satrapo

Andragora, il quale si era a sua volta rivoltato, intorno al 247, all'Impero seleucidico , retto a quel tempo da Seleuco II (246-247), e

1

aveva separato da questo la Partia (cioè resa indipendente). I Parni-Parti, cacciato Andragora e impadronitisi della regione, avevano

fondato l'Impero partico, al cui capo si era posto Arsace (come Arsace I, eponimo della dinastia arsacide): costui, pur avendo

conquistato la Partia soltanto intorno al 238 a.C., aveva retrodatato, o chi per lui, probabilmente per motivi pubblicistici ed

encomiastici, l’inizio del suo regno al momento della conquista dell’indipendenza della Partia per mano di Andragora, cioè nel 247,

tanto che l’Impero partico viene tradizionalmente datato 247 a.C.-224 d.C. l’impero partico avrebbe man mano soppiantato l’Impero

seleucidico, raggiungendo quasi la sua stessa estensione (fino all’Indo).

L’espansionismo di Mitridate VI Eupatore

Nel 95 a.C., l’ormai potente dinastia degli Arsacidi aveva posto come re di Armenia un tale Tigrane, in qualità di vassallo, e a costui

Mitridate VI Eupàtore – che, come si è accennato (vedi il § Mario, Saturnino e Glaucia), aveva intenzione di accrescere i suoi domini

in Asia minore a spese dei regni vicini – aveva dato in sposa sua figlia Cleopatra, al fine di legarlo a sé ed avvicinarsi al solido Impero

partico.

Mitridate, figlio di Mitridate V

Evergete e Laodice di Siria

(costei figlia di Antioco IV), fu

re del Ponto a pieno titolo

soltanto dal 112 a.C., sebbene

già dal 121 lo fosse sotto

reggenza della madre , ma

2

quando i Romani iniziarono

effettivamente ad interessarsi

del suo operato aveva già esteso

considerevolmente il suo

dominio a nord, a est e a sud, e

conquistato la Cappadocia, che

era governata da Ariarate VI,

marito della stessa sorella di

Mitridate, Laodice: il sovrano

pontico, nonostante la sorella,

aveva fatto uccidere Ariarate per

prenderne per l’appunto il

regno. I Romani tuttavia si

interposero e lo costrinsero a

rinunciare: Mitridate non ebbe a

recriminare, ma le sue ambizioni

non si assopirono. La regina

Laodice, ristabilita la sovranità con l’allontanamento del fratello, governò come reggente del figlio minorenne (Ariarate VII).

Mitridate aveva altresì acquisito parte della Paflagonia e della Galazia, spartite col regno di Bitinia grazie ad un accordo (alleanza,

già citata, con Nicomede III Evergete, figlio e successore di Nicomede II ). Questa era la

3

Ultimi tre sovrani Estremi regno situazione a cui si era giunti dopo il primo arrivo di Mario in “missione ricognitiva” (in

di Bitinia realtà di fatto un esilio, come abbiam visto), nel 100.

149-128 Mitridate, non pago, intorno al 100, si ingerì nuovamente, facendo uccidere Ariarate VII,

Nicomede II che si era rivoltato al suo dominio, sostituendolo con uno dei propri figli, Ariarate IX, a cui

Nicomede III 128-94 i nobili cappadociani opposero Ariarate VIII, il secondo figlio di Ariarate VI e Laodice. La

Nicomede IV 94-75

Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), il potere effettivo passò nelle mani dei suoi generali, i diadochi, che si divisero le sue

1

immense conquiste. La Persia fu suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali emerse presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia,

che, nel 301, si fece incoronare re ed impose la sua autorità su tutte le province orientali. Nel 281 a.C. l’Impero seleucide si estendeva

dall’Anatolia all’Indo, comprendendo cioè larga parte di questo conquistato da Alessandro Magno.

Mitridate è ricordato anche per la pratica, che da lui prende il nome, del mitridatismo. L’ambiente di corte in cui crebbe era intriso di

2

intrighi e gelosie, tanto che non sarebbe stato difficile per lui essere avvelenato da qualcuno interessato al suo regno, per cui egli era solito

assumere costantemente delle piccole dosi di veleno al fine di divenirne immune e proteggersi così da eventuali attacchi alla sua persona.

Comunque, del regno di Mitridate colpisce l’estensione temporale: ben 50 anni a pieno titolo (112-63 a.C.) e 60 se si considera anche il

decennio di reggenza.

Anche se la successione di Nicomede III era stata contestata dallo stesso Mitridate, che aveva parteggiato per il secondogenito di

3

Nicomede II, Socrate, salvo poi riconoscerla pacificamente dopo l’intervento di Roma. 95

tensione che si sviluppò fu stemperata dal senato romano, che, nel 95, pose sul trono Ariobarzane, detto Filoromano (la sua

discendenza avrebbe regnato sulla Cappadocia sino al 36 a.C.). Ariobarzane, scacciato da Tigrane d’Armenia per volere di Mitridate,

fuggì a Roma, cosicché nel 92 toccò a Lucio Cornelio Silla, in qualità di Sovrani di Cappadocia Estremi

propretore della Cilicia, intervenire in Cappadocia per reintegrarlo sul trono. I nuovi (130-93) regno

movimenti di Mitridate, nell’88, avrebbero portato allo scoppio della prima guerra 130-116

mitridatica. Ariarate VI Epifane Filopatore

Venendo intanto Roma impegnata dai socii, Mitridate poté, infatti, riprendere la sua Ariarate VII Filometore 116-101

politica espansionistica, spodestando il nuovo sovrano di Bitinia Nicomede IV Ariarate VIII 101-96

Filopatore (94-74), che aveva ristabilito l'alleanza con Roma (abbandonata dal suo Ariarate IX 95 ca,

predecessore, Nicomede III Evergete): egli era, più che altro, un re fantoccio dei Ariobarzane I Filoromano 95

Romani (stabilì uno stretto legame carnale col giovane Gaio Giulio Cesare, ambasciatore alla sua corte, che sarebbe valso a

quest’ultimo nomignoli – come “regina di Bitinia” – e pubblici dileggi, che l’avrebbero accompagnato per tutta la vita). Nel 90 Roma

inviò una nuova commissione, capeggiata da Manio Aquilio (colui che aveva risolto la rivolta di Aristonico, nominatosi Eumene III,

nel 133, e debellato l’insurrezione servile siciliana del 104-100), al fine di ristabilire sul trono di Cappadocia e Bitinia i legittimi

detentori del potere. I Romani vedevano la guerra quale esito inevitabile (alcuni, anzi, l'attendevano impazienti: i cavalieri interessati

ad estendere commerci e investimenti, i senatori legati agli interessi degli equites, lo stesso Mario, che aspirava a riabilitarsi).

Mitridate, dal canto suo, era consapevole del fatto che Roma avrebbe ostacolato la sua politica, cosicché, per rafforzare la sua

posizione, si presentava ai Greci d'Asia prima e d'Europa poi come il liberatore del mondo ellenistico dalla tirannide straniera.

Il casus belli, come sempre, fu alquanto infimo. Alcuni pubblicani, intorno al 90, avevano prestato ingenti somme a Nicomede IV,

che non poteva però restituirli, talché questi spinsero il sovrano a invadere il Ponto per arricchirsi a spese di Mitridate: quest’ultimo

chiese soddisfazione a Roma, che la negò, spingendolo indirettamente ad attaccare Nicomede IV, ossia la Bitinia. Gli eserciti bitinici

e romani furono sconfitti, e Mitridate poté occupare quasi tutta l'Asia Minore. Nell’88 Mitridate ordinò quindi alle poleis greche

dell’Asia minore di massacrare tutti i Romani e gli Italici che si trovavano presso di loro (anche Delo aderì, Rodi soltanto rimase

fedele a Roma), una sorte che toccò circa a 80.000 persone, compresi donne e bambini (da notare che i Romani e gli Italici che si

trovavano in Oriente subirono un comune destino, proprio mentre i loro connazionali si combattevano in Italia nella guerra sociale):

furono i cosiddetti Vespri asiatici. Mitridate passò dunque con le sue truppe in Grecia verso la fine dell’88, dove fu accolto anche da

Atene: aveva sollevato tutto il mondo asiatico ed ellenico contro Roma con estrema facilità, fatto indicativo dell’acuta insofferenza

dei provinciali d’Oriente nei confronti della potenza dominatrice. Nell'88, Mitridate aveva quindi ormai ottenuto l’appoggio di gran

parte degli Stati della penisola balcanica, per cui a Roma parve necessario inviare un esercito in Oriente: il comando, tuttavia, non fu

affidato a Mario, bensì a uno dei consoli in carica, Lucio Cornelio Silla, che frattanto era occupato nell’assedio di Nola (che avrebbe

chiuso la guerra sociale). Così si apriva il primo conflitto mitridatico (88-85): prima di affrontarne lo studio, tuttavia, è necessario

compiere un excursus sul primo avvento di Silla. e l’avvento di Silla

Il tribunato di Publio Sulpicio Rufo (88 a.C.)

Intanto, come abbiam visto, si era giunti ad una sostanziale normalizzazione dei rapporti con gli Italici, a cui era stata concessa la

cittadinanza, ma con importanti limitazioni a livello di peso politico, ché, contrariamente, il loro numero avrebbe stravolto gli

equilibri assembleari, in particolare nei comizi tributi. Al contempo, le devastazioni mitridatiche sul fronte orientale (saccheggi,

rivolte, massacri, perdite di capitali investiti) avevano messo in ginocchio tanto l’aristocrazia senatoria quanto quella equestre, i cui

membri si trovavano carichi di debiti. Il tribuno dell’88 Publio Sulpicio Rufo (ispirato dalle idee di Druso), per far fronte a tale

complicata situazione, propose quattro provvedimenti:

• L'iscrizione dei nuovi cittadini italici in tutte le tribù (lex Sulpicia de novorum civium libertinorumque suffragiis), dato che

la conquista menomata della cittadinanza poteva costituire un nuovo problema per Roma, essere cioè nuovamente fonte di

risentimenti e rivolte, ma probabilmente la legge aveva uno sfondo politico (mirava cioè ad ottenere il sostegno degli italici

nei comizi e nei concili della plebe).

• Il richiamo dall’esilio dei collusi con gli Italici (lex Sulpicia de revocandis vi eiectis), condannati dalla quaestio istituita con

la lex Varia nel 90.

• L’inserimento di un tetto massimo di debito per ciascun senatore (2000 denarii), oltrepassato il quale sarebbe stato espulso

dal senato (lex Sulpicia de aere senatorum). Il provvedimento mirava a colpire i senatori indebitati con gli equites, caso

nient’affatto raro.

• Lo storno dell’imperium militare sulla provincia d’Asia dalle mani di Silla – uomo di rango senatoriale, che si era dimostrato

fin troppo valido – a quelle di Mario, vicino agli equites (lex Sulpicia de bello mithridatico C. Mario decernendo)

Rufo, originariamente vicino ai Metelli e a Silla, cioè alla fazione senatoriale (com’anche Druso), si avvicinò dunque alle posizioni

del populares: Mario, cogliendo la palla al balzo, gli aveva infatti offerto l’appoggio suo (e quindi dei suoi clientes) e dei cavalieri,

chiedendo in cambio il comando della guerra mitridatica, da sottrarre a Silla, e a questa esigenza rispose per l’appunto l‘ultimo

provvedimento. Mario, difatti, non era ostile agli Italici e agli Etruschi, molti dei quali erano suoi clientes, mentre i cavalieri avevano

tutto l’interesse non solo a tutelare le loro posizioni commerciali e finanziarie in Asia, ma anche a gestirle nel modo più efficiente (si

erano trovati in una situazione simile durante la guerra giugurtina, con un senato però reticente all’intervento). Usando la forza, col

supporto dei cavalieri, Rufo costrinse così l'assemblea della plebe a votare le sue proposte sugli alleati, mentre successivamente fece

votare il trasferimento del comando da Silla a Mario. Silla, inizialmente, non si oppose efficacemente, e riuscì a scampare la morte

ritirandosi a Nola col suo esercito. I soldati, a lui molto legati (secondo la prassi inaugurata proprio da Mario: la guerra in Oriente

era l'occasione per un ricco bottino, che Silla avrebbe condiviso con i suoi veterani), non lo tradirono quando i tribuni militari si

recarono a Nola per rilevare l’esercito e consegnarlo a Mario, cosicché, riacquisita forza, appellandosi all’illegalità compiuta da Rufo,

Silla ne commise una ancor più grave, entrando in Roma alla testa del suo esercito in armi (era la prima volta nella storia

96

repubblicana). Fece uccidere, dopo averli fatti dichiarare hostes rei publicae, alcuni dei suoi avversari, fra cui Rufo, mentre Mario e

altri riuscirono a fuggire (Mario riparò in Africa, presso i suoi clientes). Quindi abrogò i plebisciti del tribuno, compresi quelli sugli

alleati , forte del fatto che fossero stati appunto approvati per vim.

4

Prima di partire alla volta dell’Asia (dove avrebbe reintegrato Ariobarzane), Silla fece in modo di limitare i poteri dell’assemblea

della plebe e dei tribuni, rafforzando di contro il governo senatorio: istituì nuovamente la prassi, da tempo caduta in desuetudine, del

senatusconsultum preventivo alle rogazioni dei tribuni; eliminò la riforma di Gaio Gracco sull'ordine di votazione delle centurie ex

confusis classibus; espresse la convinzione che i comizi centuriati dovessero divenire l’unica assemblea legislativa; inserì,

probabilmente con una lectio straordinaria, i propri seguaci nel consesso senatoriale. Non si trattò, invero, di vere e proprie riforme,

bensì dell’abbozzo temporaneo, ma già efficace, di tendenze e programmi che sarebbe riuscito poi ad attuare pienamente solo quando,

sei anni dopo, si sarebbe impossessato una seconda volta del potere assoluto. Silla doveva muoversi con prudenza: attenuare, su un

fronte, le diffidenze dei gruppi senatorii tradizionali, preoccupati per la sua dimostrazione di forza, e scongiurare, su un altro, il

ritorno di Mario, sconfitto ma non del tutto eliminato. Nonostante tutto, Silla non riuscì ad evitare che il consolato dell'87 fosse diviso

dal suo seguace, Cneo Ottavio, con un suo avversario, Lucio Cornelio Cinna. Dovette, però, partire comunque per l’Oriente, dato

che la minaccia mitridatica doveva essere necessariamente neutralizzata, non si poteva attendere oltre.

Cinna, Mario, Silla e le due guerre mitridatiche

Cinna, partito Silla, ripropose la legge di Rufo de novorum civium libertinorumque suffragiis, ma ciò determinò l’insorgere di un

conflitto con Cneo Ottavio, che sfociò in una vera e propria guerra civile: gli eserciti romani si divisero fra i due contendenti. Cinna,

rifugiatosi in Campania, venne raggiunto da Mario, assieme al quale marciò su Roma, scagliandosi sugli avversari e sconfiggendoli

(morì anche il console sillano Ottavio): Mario ottenne persino un settimo consolato, assieme a Cinna, per l’86, ma morì poco dopo,

e Cinna, assieme al legato Quinto Sertorio, eliminò comunque i più sanguinari fra gli stessi mariani, ristabilendo l’ordine. Cinna

accentrò progressivamente il potere nelle proprie mani, facendosi rieleggere console per l’85 e l’84 (quando sarebbe morto),

scavalcando la legge, ma senza instaurare una tirannide (aveva infatti l’appoggio – o quantomeno l’indolente condiscendenza – della

nobilitas). In realtà, sillani e antisillani erano due “minoranze” dai modi violenti e propense all’illegittimità, per cui erano guardate

con scarsa simpatia dagli altri nobili, che pure non si opponevano allo stato delle cose. Durante il suo governo Cinna risolse

definitivamente la questione dei socii, concedendo l'iscrizione alle 35 tribù canoniche e convincendo i Sanniti e i Lucani, irriducibili,

ad accettare la pace e la cittadinanza. A quanto risulta dai dati censitari, tuttavia, la concessione ai socii rimase nei fatti soltanto

nominale: nel censimento dell'85, infatti, si contarono 463.000 cittadini, registrando un aumento di sole 70.000 unità rispetto al 114,

per cui, di fatto, gli abitanti della penisola, almeno per la maggior parte, non erano stati comunque ancora inseriti nelle liste dei

cittadini. Anche la questione dei debiti fu sanata, con la riduzione coatta di questi di ben tre quarti.

Silla, che era sbarcato in Epiro nell’87, si era mosso contro Atene, cinta d’assedio e presa, per poi spostarsi in Beozia, dove, nell’86,

aveva sconfitto l’esercito pontico, comandato da Archelao e Tassile, a Cheronea. Nell'86, però, a Roma si erano anche consumati i

fatti suddetti (morte di Mario, governo di Cinna), per cui in Grecia fu inviata da Cinna una nuova armata agli ordini di Lucio Valerio

Flacco, cui era subentrato, dopo averlo fatto assassinare, il legato Gaio Flavio Fimbria. In questo senso, a Roma non si ritenevano

più rappresentative del governo le operazioni di Silla, la cui armata, ciononostante, non si sarebbe scontrata mai con quella di Fimbria:

le due agirono, per così dire, parallelamente, respingendo in Asia Mitridate, che subiva continue defezioni. L’unico scopo di Silla era

quello di tornare a Roma (al comando di un esercito agguerrito e fedele), per cui, appena gli fu possibile, concluse con Mitridate una

pace di compromesso (a Dardano, nella Troade, nell’estate dell’85), con la quale, pur richiedendo una forte indennità di guerra e la

consegna della flotta, lasciava al sovrano pontico tutti i suoi possedimenti anteriori alla guerra (Nicomede IV era assicurato in Bitinia

e Ariobarzane in Cappadocia). Si concludeva la prima guerra mitridatica (88-85). Silla, acquisito l’esercito di Fimbria (il quale poi

si suicidò), ristabilì l’ordine nelle città greche e asiatiche fedifraghe durante tutto l’84, mentre a Roma si consumava l’ultimo

frangente del governo di Cinna, che, come anticipato, quell’anno stesso morì. La pace di Dardano, tuttavia, non risolse

definitivamente la situazione: Mitridate non era stato sconfitto, e Lucio Licinio Murena, governatore d'Asia, lasciato da Silla a capo

dell'esercito (che era stato di Flacco e poi di Fimbria), non perdeva occasione per scagliarsi contro il sovrano pontico, accusandolo

di prepararsi a riprendere le armi: il senato, nonostante tutto, riconobbe la ragione a Mitridate, che, all'ennesima provocazione, reagì

sconfiggendo Murena, prendendo di nuovo la Cappadocia, per cui dovette infine intervenire personalmente Silla (questo

prolungamento del conflitto viene talora definito seconda guerra mitridatica (83-81). Nell’83 la Siria era finita in mano a Tigrane, re

d’Armenia (affiliato all’Impero partico), chiamato dagli stessi Antiocheni per risolvere la crisi dinastica che si era venuta a

determinare: egli ne aveva fatto una provincia meridionale del suo regno.

L'83 fu anche l’anno del ritorno di Silla – che aveva saputo della morte di Cinna, ucciso in una rivolta dei suoi stessi soldati, presso

Ancona – in Italia (in primavera sbarcò a Brindisi): avrebbe impiegato quasi due anni per sconfiggere gli eserciti della Repubblica,

per lo più inadatti però al confronto col suo e privi di capi carismatici (in quella che canonicamente si riconosce come la prima guerra

civile romana). Al suo fianco si schierarono Quinto Cecilio Metello Pio, figlio del Numidico, e i due futuri triumviri, Marco Licinio

Crasso e Cneo Pompeo (insignito da Silla del cognomen di Magnus per il suo valore), mentre contro di lui mossero alcune città

etrusche, punite con la confisca del territorio (che sarebbe stato poi utilizzato per dedurvi colonie a favore dei veterani sillani), e i

Sanniti, di cui fece strage . Riconquistò l’Apulia, la Campania e il Piceno e portò alla morte il neoconsole Gaio Mario il Giovane,

5

figlio adottivo di Mario, il quale, presa da Silla dopo un assedio la città di Preneste, dove si era rifugiato, si suicidò. Quinto Sertorio,

Silla era stato amico di Druso – e presumibilmente anche di Rufo – e doveva essere stato favorevole, almeno in teoria, all’inclusione dei

4

nuovi cittadini, ma, ora che essi avevano fatto causa comune con Mario contro di lui, vedeva la necessità di limitare il peso dei loro voti.

«Nei confronti degli Italici ostili» Silla si sarebbe successivamente avvalso «dei suoi poteri in modo spietato, abbattendo rocche e

5

demolendo mura di città ribelli, imponendo loro multe ed esaurendole con gravose contribuzioni, confiscandone il territorio, revocando i

diritti di cittadinanza a suo tempo concessi, sì da smantellarne non solo ogni difesa militare economica e legale, ma da stravolgerne spesso

le stesse connotazioni urbane originarie» (LSD, p. 331). 97

vecchio legato di Cinna, si era invece rifugiato in Spagna, dove aveva riorganizzato le forze antisillane (alle quali si erano aggiunti

rifugiati e disertori romani, ma anche tribù locali, stanche dell’oppressione romana): avrebbe portato avanti per altri per dieci anni

(fino al 72) una strenua resistenza, a fianco dei superstiti partigiani di Mario e Cinna, cavalcando anche l’onda delle recriminazioni

degli Italici, di fatto tenuti ancora in una posizione di inferiorità, nonostante tutte le promesse.

L’atto finale degli scontri fu la battaglia di Porta Collina, alle porte Roma, nel novembre dell’82, dopo la quale, Silla, vincitore contro

i Populares mariani e i Sanniti guidati da Ponzio Telesino, divenne il padrone assoluto della città, in cui entrò a capo dei partigiani

armati, senza deporre l'imperium militiae. Il console collega di Mario il Giovane, Cneo Papirio Carbone, prima riparò in Africa, poi

sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo trasse in catene nella prigione di Marsala, dove fu giustiziato.

La dittatura sillana e la riforma della costituzione

Iniziava, così, una fase di terrore e di spietate repressioni contro i residuali filomariani e gli Italici ostili, che Silla realizzò in larga

parte facendo ricorso alle celebri liste di proscrizione (da proscribere: esporre per iscritto), istituite nell’82 con lex Cornelia de

proscriptione, ossia elenchi esposti al pubblico in cui erano indicati gli avversari politici (cavalieri e senatori, per lo più, antisillani)

che chiunque poteva uccidere senza averne macchia (mentre i loro figli e i discendenti erano esclusi da ogni futura carica: perdita

dello ius honorum) e che erano soggetti a confische arbitrarie e, spesso, “private” dei loro beni (molti beni venivano donati da Silla

ai suoi partigiani, permettendogli di costituire vasti latifondi o espandere i propri), messi spesso all’asta a prezzi irrisori. Le liste

furono lasciate aperte sino al 1° giugno dell'81: il numero di colpiti fu nell’ordine delle migliaia. Queste confische determinarono il

tracollo di alcune famiglie e l’arricchimento di altre, cioè una generale ricomposizione dell’aristocrazia romana. Silla e i suoi si

reggevano esclusivamente dalla forza delle armi, nella piena illegalità: la costituzione repubblicana, infatti, non tollerava l'esercizio

dell’imperium militiae nel pomerio, né consentiva condanne a morte senza appello dei cittadini tramite le proscrizioni. Silla

perseguiva un disegno politico di formale restaurazione dell'antica Repubblica, su cui però affermare il suo dominio personale, ragion

per cui cercò di dare ex post al suo operato un fondamento legale.

Le misure repressive

Mancando i consoli dell’82 Cneo Papirio Carbone (morto in Sicilia) e Gaio Mario il Giovane (suicida a Preneste), Silla ottenne dai

patres la proclamazione dell'interregnum: divenuto interré Lucio Valerio Flacco, che era princeps senatus e un suo partigiano, non

furono indette le elezioni consolari, ma rogata ai comizi centuriati una lex Valeria de Sulla dictatore – votata sotto parvenza di libertà

– con cui si attribuì a Silla una dittatura legibus scribundis et rei publicae constituendae , più estesa della classica dittatura

6

repubblicana (che era di soli 6 mesi), anche se non vitalizia, dotata naturalmente di imperium domi militiaeque (24 littori

l’accompagnavano in città). Si consideri che la dittatura era stata altresì istituita in modo non canonico: come si è visto, doveva essere

il console a dire, nottetempo, il dittatore, che assumeva i poteri per investitura diretta, mentre in questo caso era stato dictus da un

interré, vi era stata una deliberazione comiziale (invece della meramente simbolica rogazione del console alle curie) e si erano

conferiti poteri costituenti (mai accaduto prima): si ponevano insomma le premesse giuridiche e di fatto per la destrutturazione del

vecchio ordinamento e l’affermarsi nella Repubblica di un potere a carattere personale. Venne mantenuto il consolato, come nelle

dittature classiche, e lo stesso Silla lo rivestì nell’80, ma, naturalmente, disponeva di una potestas di gran lunga inferiore rispetto a

quella del dittatore. Silla aveva il potere «di uccidere, di confiscare, di distribuire terreni, di abbattere, togliere e dare regni a suo

piacimento» (Plutarco), ma anche di nominare magistrati (probabilmente al più designare gli stessi), dedurre colonie, fissare frontiere,

regolare province, designare proconsoli e propretori, disporre di fondi pubblici, emanare leggi (probabilmente poteva al più rogarle

ai comizi). Egli poteva inoltre mettere a morte qualsiasi cittadino privandolo della possibilità della provocatio ad populum che le

leggi Valeria (300) Porcia (inizio II secolo) e Sempronia (varata da Gaio Sempronio Gracco, nel 123) avevano ammesso contro la

condanna inflitta dal dittatore e per ogni tipo di crimine. Egli deteneva inoltre la titolarità degli auspicia, che completavano la

sacralizzazione della sua persona: Silla si muoveva in un’atmosfera religiosa di quasi “regalità”, presentandosi come una sorta di

novello Romolo. Il potere di Silla era indefinito e ambiguo, con velature di tipo monarchico e orientale, che gli garantivano una

posizione simile a quella dei sovrani ellenistici: non a caso si appellava Felix (“il Fortunato” o “il preferito dagli dèi”, secondo l’uso

greco). Le efferatezze compiute da Silla trovavano giustificazione in due provvedimenti: un senatoconsulto, approvato subito dopo

la sua presa del potere, che, riconosceva tutti gli atti da lui compiuti in Asia, in Italia e a Roma dall'88 sino al novembre dell'82 (ché,

come si è visto, l’imperversare di Cinna e Mario aveva delegittimato); una clausola della legge Valeria che estendeva tale ratifica a

tutto quanto, per il futuro, egli avrebbe fatto o stabilito.

La nuova costituzione

Nell’82, oltre all’affissione delle liste di proscrizione, fu varata una serie impressionante di riforme, che di seguito analizzeremo,

tralasciando, s’intende, alcuni provvedimenti minori.

Innanzitutto, vennero di nuovo regolamentati (lex Cornelia de magistratibus), ma stavolta irrigiditi, l'ordine di successione alle

1) magistrature e le età minime per accedervi (la lex Villia annalis del 180 non era stata vincolante, ora invece il cursus honorum

prevedeva tappe obbligatorie, veniva cioè trasformato in un fermo ed inderogabile certus ordo magistratuum): l’età questoria

veniva fissata a 30 anni, quella per le edilità a 36, per la pretura a 39 e per il consolato a 42, mentre nessuna carica avrebbe

potuto essere iterata prima di un intervallo di dieci anni. Per quanto riguarda i consoli, nello specifico, Silla ottenne l’abrogazione

Il conferimento di un potere costituente poteva anche trovare giustificazione nel fatto che, ormai, la Repubblica, così come costituita fino

6

ad allora, non era più adatta alle esigenze di un corpo politico assai più vasto e vessato dai continui scontri tra fazioni, nonché tanto esteso

che assumeva ormai i tratti di un impero. Silla, nonostante tutto, come vedremo, non mancò di sfruttarlo per rispondere proprio a tali

esigenze, procedendo ad adeguare il numero, anzitutto, ma anche le funzioni dei magistrati curuli alle cresciute necessità

dell'amministrazione della giustizia criminale e del governo di Roma e delle province.

98

del plebiscito che nel 151 aveva vietato l'iterazione del consolato (de consulatu non iterando), ma, allo stesso tempo, ristabilì

l'intervallo decennale, fissato da un plebiscito del 342 (e poi spesso violato), per l'iterazione delle cariche e l'intervallo biennale,

già introdotto dalla lex Villia, fra le successive magistrature (cioè tra magistrature diverse). Anticipò infine da novembre a luglio

il tempo della elezione dei consoli.

Silla, per rinsaldare il proprio controllo sulla Repubblica, portò a 600 il numero dei senatori (rinverdendo la disposizione di

2) Druso, che era stata cassata): per sopperire alle perdite subite negli ultimi anni, soprattutto a causa delle proscrizioni, che avevano

ridotto i membri del senato a non più di 150, Silla prima colmò i vuoti esistenti nominando direttamente 150 nuovi senatori

(scelti, pare, oltre che fra gli ex-magistrati superstiti e amici, tra i propri partigiani: bassi ufficiali, soldati, e liberti arricchiti), per

poi procedere sempre di persona alla nomina in soprannumero (adlectio) di altri 300 senatori scelti (sembra) tra i cavalieri (col

che, di fatto, diveniva un organismo più eterogeneo, meno scomodo poiché meno coeso).

I pretori furono portati da 6 – quota a cui si erano stabilizzati dal 197 – ad 8 (lex Cornelia de praetoribus octo creandis), al fine

3) di garantire la presidenza dei nuovi tribunali permanenti (quaestiones perpetuae), riservati, con lex Cornelia iudiciaria, ai

senatori (tra i quali, dopo l‘estensione del consesso, v’erano però ormai anche cavalieri): in tal modo Silla sostituì stabilmente

questo nuovo tipo di processo criminale a quello comiziale, sottraendo al popolo l’antica prerogativa di operare come suprema

corte di giustizia criminale. La lex iudiciaria limitava il diritto di ricusazione a non più di tre giudici e prescriveva al presidente

delle quaestiones perpetuae di domandare all'accusato se volesse il voto palese o segreto. Le competenze di queste corti furono

minuziosamente regolate, tramite precise leggi, talché ad ognuna sarebbe spettato un ristretto ambito, ed erano così organizzate:

estorsione e concussione (quaestio de repetundis), alto tradimento (de maiestate), appropriazione di beni pubblici (de peculatu),

broglio e corruzione elettorale (de ambitu), assassinio e avvelenamento (de sicariis et veneficiis), frode testamentaria e monetale

(de falsis), lesioni alle persone (de iniuriis). Tranne probabilmente che a quello de sicariis et veneficiis, affidato, sembra, ad un

ex-edile, ad ognuno di questi tribunali venne infatti preposto un pretore, col che due di essi (urbanus e peregrinus) rimanevano

addetti esclusivamente alla iurisdictio, mente gli altri sei, appunto, presiedevano le corti. Una volta scaduto l'anno di carica, i

pretori erano destinati ad assumere, insieme ai consoli, il governo delle province (come propretori e proconsoli), distinte dal

senato in consolari e pretorie prima ancora dell'elezione dei magistrati e assegnate per sorteggio (lex Cornelia de provincis

ordinandis). A questo riguardo, Silla ottenne la separazione netta dell'esercizio dell'imperium domi e di quello militiae:

normalmente i magistrati «urbani» erano obbligati a risiedere a Roma e a provvedere quindi soltanto alle incombenze del governo

civile, cioè ad esercitare l’imperium domi (potevano essere autorizzati, in via eccezionale, a condurre spedizioni militari in Italia

o altrove soltanto su espresso incarico del senato), mentre i promagistrati (propretori e proconsoli) – cioè gli stessi magistrati

una volta terminati i mandati – si sarebbero invece occupati stabilmente della (ormai endemica) guerra e della gestione delle

province, ivi esercitando stabilmente l’imperium militiae. Si determinò così una profonda frattura nella tradizionale concezione

unitaria dell'imperium (domi militiaeque), depositato, in sommo grado nelle mani del console: di fatto ci si trovò nella situazione

in cui i consoli gestivano soltanto l’imperium domi, e quindi il loro potere in pratica soltanto a Roma – si consideri, però, che il

pomerium (limite sacro del territorio cittadino, entro il quale non era lecito mantenere o condurre eserciti in armi) fu da Silla

esteso lungo una linea virtuale tra Arno e Rubicone (così che il territorio di Roma comprendesse quasi tutte le zone d'Italia che

condividevano la cittadinanza romana) –, mentre ai promagistrati era affidato l’imperium militae sia per l’Italia che per le

7

province. Il tempo della preminenza consolare stava volgendo al termine, anticipando la situazione che si sarebbe verificata in

pochi decenni sotto il regime imperiale, segno del fatto che la stessa forma repubblicana stava esaurendo le proprie forze, che

non era più completamente adatta alle nuove esigenze di governo.

Ad essere più duramente colpiti furono i tribuni della plebe, che già dalle disposizioni dell'88 era usciti malconci: vennero

4) spogliati (lex Cornelia de tribunicia potestate), del diritto di intercedere, riducendo la loro potestà alla semplice auxilii latio a

favore di singoli cittadini; il senatoconsulto preventivo vanificò la loro potestà di «legiferare»; fu limitata, poi inficiata dalla

creazione della quaestio de maiestate, la loro facoltà di promuovere l'accusa dinanzi ai concili plebei; fu limitato il loro ius

referendi in senatu; gli fu preclusa la possibilità di ricoprire in seguito magistrature curuli; forse attribuì addirittura la loro nomina

(probabilmente solo la loro destinatio, cioè la loro “indicazione non vincolante” al concilio che ne avrebbe votato l’elezione) al

senato. La potestà tribunizia venne ridotta, insomma, ad una imago sine re, come dice Velleio Patercolo.

Silla varò anche alcune modifiche per i sacerdozi (lex Cornelia de pontificum augurumque collegiis): l'ampliamento a quindici

5) dei membri del collegio dei pontefici e di quello degli auguri (che prima ne avevano nove ciascuno), nonché di quello dei

decemviri sacris faciundis (in età risalente duumviri sacris faciundis ), che pertanto divennero quindecemviri sacris faciundis;

8

il ripristino del metodo della cooptatio per la nomina del pontefice massimo (venne così abrogata la lex Domitia, varata nel 104,

che ne aveva rimesso l'elezione ai comizi).

Venne aumentato da 8 a 20 il numero dei questori (lex Cornelia de XX quaestoribus creandis), ora anch’essi ornati

6) automaticamente del laticlavio allo scadere della propria carica, e, in parte, assegnati come legati proconsolari alle province

senatorie, in parte destinati alle incombenze romane. Contemporaneamente, avendo tra l’altro i questori ottenuto l’accesso diretto

al senato, l’onere e l’onore della lectio fu sottratto ai censori (che scomparvero dalla scena repubblicana fino al 70, come

A nord del Rubicone fu creata una nuova provincia, la Gallia Cisalpina, distinta quindi dall’Italia propriamente detta. L’effettiva linea

7

pomeriale antica dell'Urbe fu invece ampliata di poco.

I decemviri sacris faciundis erano stati nominati per la prima volta nel 367 a.C. al posto dei duumviri patrizi, un corpo sacerdotale di due

8

uomini istituito, secondo la tradizione, in epoca regia, col compito di conservare i Libri Sibyllini ed interpretare – se richiesti dai magistrati

– le profezie in essi contenute e di presiedere ai sacrifici. Nel 367 (compromesso patriziato plebe: leggi Licinie Sestie), dunque, il loro

numero fu elevato a 10 e metà di loro fu scelta tra i plebei. L'appartenenza a questo collegio sacerdotale (collegium) era a vita. Il collegio,

assieme agli altri, sarebbe stato abolito da Teodosio, che avrebbe delegittimato qualsiasi culto che non fosse il cristianesimo. 99

vedremo).

Silla abolì le frumentationes (lex Cornelia frumentaria), al contempo, però, vennero anche inseriti dei calmieri sui prezzi delle

7) derrate e venne rinnovata la legislazione suntuaria (lex Cornelia sumptuaria), che limitava le spese per banchetti e funerali.

Avviò un vasto piano di opere pubbliche: sia per far fronte alle esigenze create dal crescente inurbarsi di Italici e di contadini

romani, sia per dar lavoro e per tener tranquille le plebi cittadine.

La fine della parabola sillana

Sulle terre non distribuite tra amici e clienti e sull'ager publicus revocato in possesso alle comunità alleate, Silla dittatore dedusse

numerose colonie di veterani: ventitré legioni, circa centoventimila uomini cioè, furono insediati nell’Italia centrale (Etruria, Lazio,

Campania, Umbri-Piceno). Stragi, confische, deduzioni coloniarie e assegnazioni viritane seguivano un programma che mirava, non

solo a punire gli avversari, prostrandoli anche economicamente, ma anche a favorire i partigiani e i veterani sillani, ripagandoli

considerevolmente per i loro servigi e la loro fedeltà, in misura proporzionale alla loro professionalità, così legandoli ancor di più a

sé creando nuovi vincoli di tipo clientelare, il che permetteva di disporre – soprattutto in punti strategici, come erano le indocili zone

in cui era stata fatta razzia e erano state dedotte colonie (Campania, Etruria…) – di postazioni paramilitari su cui poter contare

personalmente, in caso di bisogno, ottenendo un pronto intervento. La colonizzazione sillana, rispetto a quella precedente – che aveva

risposto in massima parte all’esigenza di redistribuzione e ridimensionamento del latifondo (benché non si escludano, riguardo ad

essa, secondi fini politici), al fine di favorire la «rinascita di quel ceto di piccoli contadini-proprietari che avevano costituito il nerbo

dell'antica repubblica» (LSD, p. 332) – si muoveva in direzione diametrale, tanto che non rara fu la proletarizzazione di modesti

contadini italici scacciati dalle terre che a qualsiasi titolo coltivavano, queste destinate all’insediamento suddetto. Comunque, anche

in questo caso, si sviluppò la tendenza all’abbandono o alla cessione delle terre ricevute da parte di molti assegnatari, nonostante il

divieto, poiché incapaci o impossibilitati a mantenerle e a farle fruttare, così che si vennero di nuovo concentrando, ben presto, nelle

mani di antichi o nuovi latifondisti. La condizione già misera degli Italici, ora anche espropriati delle proprie terre (e non di rado

sfruttati come salariati sulle stesse), si acuì, dunque, esasperando malcontenti e tensioni, e foraggiando i rapporti conflittuali con i

nuovi acquirenti o assegnatari. Insomma, la colonizzazione sillana non provocò profondi mutamenti nelle strutture agrarie italiche,

ma certamente contribuì a rendere instabile la situazione politica e sociale.

Inaspettatamente, verso la fine dell'80, Silla abdicò alla dittatura – rifiutando anche la rielezione ad un terzo consolato e il governo

proconsolare della Gallia Cisalpina –, ritirandosi nei suoi possedimenti in Campania (dove, non a caso, numerosi erano gli

insediamenti dei suoi fedeli veterani). La spontaneità della sua rinuncia appare, per certi versi, inspiegabile: probabilmente egli

credeva di aver assolto il suo compito di riformatore, ossia di ordinatore e restauratore della Repubblica aristocratica, o, più

verosimilmente, vi fu spinto dalle difficolta che si vedeva dinnanzi, dovute soprattutto al ricompattamento del fronte dell’opposizione

nobiliare, impericolosito dall’opera ondivaga e sotterranea dei commaculati satellites, gli “sporchi sillani”. Silla mori nel marzo del

78, proprio nelle sue terre. La Repubblica aristocratica era stata fatta salva, ma le garanzie e i contropesi che precedentemente

l’avevano regolata erano stati completamente ridimensionati, tanto che la nobilitas avrebbe dovuto quasi autodisciplinarsi, ma

naturalmente non era già più in grado di farlo. Il tribunato, ad esempio, da strumento di lotta di classe e di tutela degli svantaggiati,

appariva ormai, privato del potere di intercessione, come una mera tappa per l’affermazione dei rampolli delle grandi famiglie plebee.

Molto, tra l’altro, s’era perso della precedente frizione bipartitica tra senatori e cavalieri, tanto che nulla avrebbe potuto trattenere

quei nobili isolati – per i più svariati motivi – dal proprio ordine dal cercare l'appoggio dei cavalieri, a costo di restituire loro le corti

giudicanti: il complesso delle tensioni sociopolitiche, almeno nei primi anni dopo l’abdicazione di Silla, era assai più multiforme e

frastagliato rispetto al passato, non sussumibile entro uno scema dicotomico, benché in seguito si sarebbe andati incontro ad una

ricomposizione bipolare. Era ormai scomparso, in ultimo, l'esercito di contadini-soldati – fedeli ad uno Stato di cui si sentivano parte,

riconosciuti come classe di leva – lasciando il posto a truppe che ammettevano solo l'autorità del loro capo: la prossima sfida della

Repubblica sarebbe stata dunque quella, già parzialmente persa, di trattenere l'affermazione di un potere personale.

Ricomposizione politica

Prima di morire, Silla, aveva subito una grande sconfitta politica: per il 78 erano stati eletti consoli il sillano Quinto Lutazio Catulo

e Marco Emilio Lepido (padre del futuro triumviro), un suo dichiarato avversario, personaggio discusso, destinato a divenire il leader

dei popolari. Lepido era stato seguace di Silla, ma l'aveva abbandonato, per cui era stato provocatoriamente sostenuto nella contesa

elettorale dalla fazione degli ottimati – in funzione meramente antisillana, ché, come vedremo, i rapporti tra Lepido e gli ottimati si

sarebbero poi allentati e dissolti –, che vedeva ormai spiccare Pompeo e prestigiose famiglie dell'antica nobilitas (tra cui soprattutto

i Cecili Metelli). Il disegno politico di una vita, così, si infranse: esso consisteva nell'ambizione (che sarebbe stata realizzata più tardi

solo da Augusto) di assumere nella Repubblica, da “privato”, una posizione di permanente supremazia, fondata non su una

magistratura, bensì sulla fedeltà dell'esercito e sul prestigio personale.

Come si è accennato, la congerie di interessi sorti nella precedente stagione sillana, che avevano trovato terreno fertile nel vuoto

lasciato improvvisamente da Silla, si ricompose in forma bipolare. Prima di procedere, però, è opportuno individuare i gruppi di

pressione che avevano preso forma. Innanzitutto, si erano uniti i membri della vecchia nobilitas, di matrice “reazionaria”, propensi

ad una restaurazione del sistema presillano (non di rado perciò supportati dalle schiere di oppositori sillani, cioè vecchi mariani

sfuggiti alle stragi e alle proscrizioni anch’essi costituenti però un autonomo gruppo di interesse). Ad essi si sommavano i

“conservatori” sillani (cioè coloro che erano stati favoriti a vario titolo dall’opera di Silla, «formalmente restauratrice,

sostanzialmente sovvertitrice» [LSD, p. 341]) . Un altro gruppo era quello dei plebei urbani pauperizzati, che rivolevano le

9

Naturalmente, entrambe le fazioni sono state descritte con termini (“reazionaria” e “conservatori”) richiamanti l’area politica

9

conservatrice, il che è paradossale, ma in questo caso tali termini siano presi come concetti operativi valenti nel ristretto raggio di tale

situazione descrittiva, cioè in senso funzionale, ché abbiam punto detto che si trattava ormai di gruppi di pressione, di interesse, di recente

100

frumentazioni, affine a quello dei proprietari terrieri e contadini italici, vittime di confische a favore dei coloni sillani, fautori del

ripristino delle prerogative del tribunato della plebe. A costoro si sommava un nutrito gruppo di nobili dissidenti e cavalieri in vario

modo lesi dall’autoritarismo di Silla, che pertanto fomentavano e cavalcavano il malcontento popolare. Come si può vedere, non si

possono tracciare confini netti tra questi gruppi, ed infatti l’aggregazione bipolare non seguì le logiche che ci aspetteremmo: da una

parte si schierarono l’oligarchia senatoria ed equestre, comprendente la nobilitas, i ceti commerciali e, paradossalmente, gli stessi

sillani, dall’altra l’eterogeneo gruppo popolare, realmente sconfitto dalla stagione sillana.

A capo di quest’ultimo si pose Lepido. Egli, infatti, era stato abbandonato dagli ottimati (Pompeo e alleati), o probabilmente se ne

era allontanato proprio per difendere la causa popolare: del resto, il legame con gli ottimati aveva avuto un senso specificamente

antisillano, e gli stessi ora, come si è detto, parteggiavano con i vecchi nemici contro il pericolo popolare. L’obiettivo principale di

Lepido, sul quale trovò l’aperta resistenza del sillano collega Catulo (a riprova del fatto che la contrapposizione tra ottimati e popolari

non si era dissolta), era quello di decostruire l’impianto costituzionale sillano, e si premurò di raggiungerlo tramite una serie di

provvedimenti – a cui, per certi versi, si potrebbe attribuire anche un carattere demagogico – come: il richiamo degli esiliati scampati

alla proscrizione, il ripristino delle frumentationes , la restituzione delle terre confiscate e svendute, il ripristino della cittadinanza

10

per chi ne era stato privato, il reintegro dei poteri ai tribuni. In ogni caso, come si vede, i provvedimenti avrebbero colpito quelle élite

che, nonostante tutto, si erano per l’appunto coalizzate, non potendo permettersi di presentarsi divise allo scontro, che fu durissimo.

Lepido, che era stato assegnato per il 77, quale proconsole, alla Gallia Narbonese, non vi giunse, in quanto, fermandosi in Etruria,

sposò la causa di alcuni ribelli, che reclamavano diritti contro le espropriazioni, muovendo poi contro Roma, per marciarvi: al che il

senato emise l’ormai classico senatusconsultum ultimum, con cui dichiarava Lepido hostis rei publicae. I due eserciti consolari,

comandati appunto da Lepido e Catulo (sostenuto da Pompeo, a cui era stato affidato eccezionalmente l’imperium, nonostante non

avesse ricoperto magistrature maggiori), ingaggiarono più volte battaglia, ma Lepido venne sconfitto e si rifugiò in Sardegna, dove

morì, mentre il suo luogotenente Marco Paperna raggiunse in Spagna, assieme a parte dei seguaci di Lepido, il mariano Quinto

Sertorio.

In Spagna Sertorio aveva dato forma ad una sorta di autonomo Stato mariano, e tutti i tentativi di abbatterlo, a cui si era iniziato a

dar seguito ancora vivo Silla, si erano rivelati vani, e avevano ottenuto risposte a carattere di guerriglia, garantite dalla profonda

conoscenza del territorio da parte di Sertorio. A farne le spese erano state soprattutto le truppe comandate dal governatore sillano

della Hispania Citerior Quinto Cecilio Metello Pio (schieratosi al fianco di Silla all’indomani dello sbarco a Brindisi, nell’83). A

Osca (Huesca, ai piedi dei Pirenei), scelta come capitale di tale “Stato”, fu istituito un senato di trecento membri, a imitazione di

quello romano, e una scuola in cui i rampolli spagnoli erano educati alla romana

Nel frattempo, a Roma si temeva per le possibili alleanze di Sertorio – di cui correva voce – con i pirati, molto attivi nel Mediterraneo,

e con Mitridate, che si era ridestato in Oriente: Nicomede IV, baluardo romano in Oriente, era morto nel 74, lasciando la Bitinia a

Roma, che ne fece una provincia (nel 63/62 a.C. sarebbe stata unita al Ponto), indispettendo appunto Mitridate (vedi infra il § Pompeo

e l’Oriente). Nel 77 Cneo Pompeo Magno, che ancora non aveva congedato l'esercito con cui aveva combattuto Lepido, ricevette dal

senato l’incarico di governatore della Hispania Citerior, con attribuzione, ancora una volta, di un imperium straordinario, doveva

cioè affiancare Quinto Cecilio Metello Pio. Arrivato in Spagna (nel 76), Pompeo subì da Sertorio alcune sconfitte, compensate in

parte dalle vittorie di Metello, che, essendo un comandante più accorto e meno avventato rispetto al giovane Pompeo (che, pure, dei

suoi errori avrebbe fatto tesoro), seguiva una tattica di temporeggiamento e logoramento dell’avversario. Solo nel 74 giunsero dal

senato i rinforzi – chiesti da Pompeo con una lettera dai toni disperati –, quando ormai la situazione era di molto comunque migliorata,

massimamente per il fatto che la popolarità di Sertorio, costretto a metodi drastici per mantenere la compattezza e la disciplina, era

di molto calata: questo stato di cose fu sfruttato per imbastire complotti, in uno dei quali lo stesso Paperna lo assassinò a tradimento,

siamo nel 72. Perperna non riuscì ad averne giovamento, dacché venne poi sconfitto e giustiziato da Pompeo, il quale terminò anche

di soffocare le resistenze l’anno successivo (71).

La rivolta di Spartaco e l’ascesa di Pompeo e Crasso

Nel frattempo, era anche scoppiata la terza grande rivolta di schiavi (dopo le due siciliane del 140-132 e del 104-100). Nel 73, a

Capua, in una scuola per gladiatori, si ribellarono una settantina di questi, asserragliandosi sul Vesuvio. Ad essi si aggiunsero altri

gladiatori, alcuni schiavi (soprattutto Traci, Galli, Germani, Orientali) e, differentemente dalle altre volte, molti contadini liberi,

ormai stanchi dell’oppressione subita. Due gladiatori guidarono la rivolta: Spartaco, un trace, e Crisso, un gallo. Gli insorti, ormai in

numero considerevole, resistettero ad alcuni pretori e ai due consoli del 72 inviati contro di loro a capo dei rispettivi eserciti, ma

mancava loro coesione e, soprattutto, un indirizzo: Spartaco intendeva superare le Alpi e far ritornare ciascuno al proprio paese

d'origine, Crisso, invece, seguito dai Galli e dai liberi Italici, preferiva darsi al saccheggio. La risoluzione del senato pose fine al

disagio. Si decise di inviare un esercito con a capo Marco Licinio Crasso, allora pretore: Spartaco e i suoi furono isolati in Calabria,

per cui tentarono di passare in Sicilia, ma vennero traditi dai pirati, che non li traghettarono, per cui furono raggiunti e sconfitti da

Crasso, in Lucania, nel 71 (Spartaco morì in battaglia). Migliaia di prigionieri furono fatti crocifiggere da Crasso lungo la via Appia,

mentre altri, superstiti, tentarono la fuga verso nord, ma, intercettati in Etruria da Pompeo, di ritorno dalla guerra contro Sertorio in

Spagna, vennero annientati.

Tra Crasso e Pompeo (sillani in gioventù, ma ora in sostanza indipendenti) si accese una rivalità – destinata a non tramontare mai del

tutto – per la titolarità della risoluzione (ognuno mirava, in fin dei conti, all’affermazione di un potere personale): ogni merito era

andato a Pompeo, a cui era stato concesso anche il trionfo per la vittoria su Sertorio, mentre Crasso, vero artefice della vittoria su

Spartaco, aveva potuto celebrare soltanto un’ovazione (cioè un trionfo, non meno solenne, ma assai meno significativo). I due

conclusero, ciononostante, un accordo elettorale e ottennero il consolato per il 70 (Pompeo non aveva rispettato il cursus honorum,

formazione e non di fazioni politiche in contrasto sin da tempi risalenti.

Rem publicam lacerari videbam (assistevo allo sfascio dello stato), sostenne Lucio Marcio Filippo nel denunciare i danni che l’intervento

10

di Lepido – un console, a suo dire, “sovversivo” –, a partire dalle frumentationes, avrebbe causato allo Stato. 101

né rivestito magistrature maggiori, né possedeva i requisiti di età, ciononostante aveva ottenuto il trionfo e si era candidato al

consolato, e questo costituiva un ulteriore elemento di discordia presso Crasso): l'aristocrazia tradizionalistica, dal canto suo, si

riteneva pronta a riprendere il timone, e i due ne erano ben consapevoli. L'intesa fra Pompeo e Crasso fu di breve durata, ma grazie

ad essa si portò a compimento lo smantellamento dell’ordinamento sillano:

• Nel 75 era già stata abolita, da una lex Aurelia de tribunicia potestate (presentata dal console Gaio Aurelio Cotta), la norma

sillana che vietava agli ex-tribuni della plebe di aspirare alle magistrature curuli: il provvedimento non riabilitava del tutto

i poteri dei tribuni, del resto Gaio era di parte ottimate, e probabilmente fu una misura varata da Gaio per calmare gli animi

in un periodo di generale difficoltà economica della Repubblica, che aveva messo in ginocchio i meno abbienti, o per

favorire il fratello Marco nella campagna per il consolato del 74 (a cui poi sarebbe stato eletto). In ogni caso, Pompeo e

Crasso restituirono invece al tribunato anche tutti i suoi antichi poteri (lex Pompeia Licinia de tribunicia potestate). La

restaurazione dei poteri tribunizi, sì gradita alla plebe, non era affatto sgradita alla nobilitas, che da tempo, come si è detto,

sapeva come usare il tribunato per i propri fini, ma Crasso e Pompeo erano anche appoggiati dai cavalieri (Crasso, in

particolare, era associato alle loro attività imprenditoriali).

• Nel 73, invece, i consoli Marco Terenzio Varrone Lucullo e Gaio Cassio Longino avevano reintrodotto, attraverso una legge

votata dal popolo (lex Terentia Cassia frumentaria), le distribuzioni pubbliche di frumento a prezzo politico, soppresse da

Silla. Si trattò di una decisione improvvisa, e certo a carattere demagogico, che non poco avrebbe pesato sulle casse della

Repubblica, ma necessaria in un momento di grave depressione.

• Nel 70, dopo 15 anni, vennero altresì rieletti i censori (comunque due amici di Pompeo), che inserirono nelle liste ben

910.000 cittadini, il doppio rispetto all’ultimo censimento (per la prima volta, dunque, si tenne realmente conto, ancorché

parzialmente, degli ex-alleati) e degradarono persino 64 senatori indegni, di nomina sillana.

• Nel 70, il pretore Lucio Aurelio Cotta (fratello di Gaio e Marco) varò un'importante legge giudiziaria (lex Aurelia iudiciaria)

che, eliminando il privilegio senatoriale (reintrodotto da Silla), assegnava più equamente i posti di giudice nelle quaestiones

perpetuae, distribuendoli per un terzo ai senatori, per un terzo agli equites, e per un terzo ai tribuni aerarii (cioè,

11

indirettamente, ai cavalieri stessi, a cui tali tribuni erano strettamente legati per affinità di censo, in quanto avevano un

patrimonio di poco inferiore a quello necessario per accedere all’ordine equestre [che era di 400.000 sesterzi, mentre quello

necessario per l’ordine senatorio era già di 1.000.000]). La riforma, comunque rimasta integra fino a quel momento, sarebbe

stata abolita da Cesare, per essere ripristinata poi da Augusto. La legge Aurelia aveva trovato terreno fertile nell’ambiguo

processo per malversazione (repetundae) che aveva visto protagonista Gaio Licinio Verre, dal 73 al 71 propretore della

Sicilia, quindi per ben tre anni (su proroga del senato): le ingiustizie da lui compiute erano state giudicata da un tribunale a

composizione esclusivamente senatoriale, secondo i dettami sillani, e Marco Tullio Cicerone – che era stato questore, primo

passo del suo cursus honorum, a Lilibeo per il 75 – aveva colto la palla al balzo per denunciare (da cui le celebri Verrine) il

malgoverno senatorio e la collusione tra i governatori corrotti e improbi e le giurie allora appunto composte da senatori

(Verre, politicamente debole – un mariano passato presso Silla all’ultimo momento – era stato comunque condannato).

In questo periodo si affermò nel linguaggio politico il termine “popularis”, che, tra i vari significati, aveva quello di “amico del

popolo”, cioè era afferente a qualcosa di “demagogico” piuttosto che di “democratico”, e pertanto designava chi mobilitasse la folla

per sostenere í propri interessi. Il primo a servirsene fu Cicerone, che non si risparmiava talvolta di attribuire tale qualifica anche a

qualche personaggio di epoca precedente, ma si deve tener presente che, in tali casi, tale uso risponde all’esigenza dell’oratore di

rendersi comprensibile agli astanti, che con tale termine avevano familiarità, quantunque le condizioni politiche da cui esso emergeva

non si fossero ancora presentate – almeno in modo netto, ché la demagogia non era mancata in nessuna epoca – nel passato che

veniva descritto. I populares di età ciceroniana (Pompeo, Crasso, Cesare, Clodio) furono dunque esponenti della nobilitas impegnati

nell'affermare il proprio potere, o combattendosi fra loro o alleandosi per combattere gli altri nobili: si comprende che non vi sia

nulla di “democratico” in ciò (Cesare, ad esempio, pur accettando alcuni elementi del programma graccano, avrebbe tenuto a non

esser confuso coi Gracchi, massima espressione delle forse uniche tenenze effettivamente democratiche nella Tarda Repubblica).

Pompeo e l’Oriente

Tra l’80 e il 70 in Oriente, come si è detto, aveva ripreso corso il fenomeno della pirateria e si era ridestato Mitridate VI. Negli

anni ’70 Roma fu impegnata soprattutto contro i pirati, le cui basi principali erano disseminate lungo le coste dell'Asia Minore, di

Creta e del litorale africano: i Romani, tutto sommato, allontanata dalla penisola la minaccia piratica, avevano tollerato che si

perpetrasse, soprattutto, in Oriente, anche perché tale attività garantiva all’Italia “introiti schiavili” (essenziali per le numerose ville):

ma oramai le devastazioni e i furti erano divenuti troppo gravosi, per cui si decise per l’intervento. Dopo i ripetuti insuccessi nel

combattere i pirati sulle coste, a partire dal 78 si tentò di procedere via terra, rafforzando la presenza romana in Cilicia, tramite le

campagne di Publio Servilio Vatia, che si spinse anche all'interno dell'Isauria (tra Pisidia, Licaonia e Panfilia) guadagnandosi

l'appellativo di Isaurico. Nel 74 fu invece inviato contro i pirati Marco Antonio (figlio del Marco Antonio che aveva combattuto i

corsari cilici nel 102-101 a.C. e padre del futuro omonimo triumviro), che fu però sconfitto nell’isola di Creta, la quale sarebbe stata

conquistata solo nel 67 a.C. da Quinto Cecilio Metello (da non confondere coi precedenti: Macedonico, Balearico, Numidico, Pio,

ecc.), a cui ne era stato affidato il compito nel 69: Creta sarebbe così divenuta provincia romana e il Metello avrebbe assunto il titolo

di Cretico . Nello stesso 74, tuttavia, proprio come baluardo contro la pirateria cretese, era stata ridotta a provincia anche la Cirenaica

12

(lasciata a Roma da Tolemeo Apione ben 22 anni prima, nel 96 a.C.), la quale, al tempo di Agusto (27 a.C.), sarebbe stata unità infine

con Creta.

Si trattava di funzionari di antica origine adibiti alla riscossione dei tributi e al pagamento degli stipendi militari.

11 Costui era figlio di Gaio Cecilio Metello Caprario, ossia di uno dei figli del Metello Macedonico, vincitore a Pidna (148 a.C.).

12 102

Il decennio successivo al 70 fu caratterizzato dall'ascesa di Pompeo (contrastata dalla nobilitas, timorosa del potere personale di un

personaggio capace e, ormai, celebre), dalla lotta all’irrisolto flagello della pirateria e, infine, dalla terza e ultima guerra mitridatica.

Il lascito di Nicomede IV di Bitinia, morto nel 74, a cui si è fatto accenno, non era stato scevro da sospetti di falsificazione (nonostante

i rapporti di Nicomede coi Romani fossero più che distesi), anche perché la riduzione della Bitinia in provincia avrebbe garantito ai

Romani il controllo dell'accesso al Mar Nero, zona molto dinamica. Mitridate aveva pertanto determinato di invadere il Regno di

Nicomede quello stesso anno. Erano stati inviati contro di lui i due consoli del 74, il già citato Marco Aurelio Cotta, con competenza

sulla Bitinia, e Lucio Licinio Lucullo (conoscitore di luoghi e ambienti, in cui aveva già operato agli ordini di Silla), con poteri sulla

Cilicia e sulla provincia romana d'Asia. Lucullo, sgomberata la Bitinia, aveva occupato il Ponto e costretto Mitridate, nel 71, a

rifugiarsi in Armenia presso suo genero Tigrane (il cui regno era esteso ormai fino in Siria), e oltre a ciò, aveva invaso l'Armenia,

assediandone e conquistandone la capitale Tigranocerta (fondata dallo stesso Tigrane), nel 69, spingendosi poi all'inseguimento di

Mitridate e Tigrane, verso l'antica capitale armena di Artaxata, collocata tra la catena del Caucaso e il Mar Caspio. Tra le sue fila,

però, si diffuse un sostanziale e duplice malcontento: cavalieri e pubblicani, stanchi, gli uni per le fatiche e la disciplina, gli altri per

i rigidi provvedimenti finanziari (in una regione allo stremo), soprattutto contro le loro usuali malefatte (limitazione del tasso

d'interesse al 12%, impossibilità di esigere dai debitori più di un quarto delle loro entrate, cancellazione degli interessi arretrati in

eccesso), nonché per il perpetrarsi degli impedimenti pirateschi, fecero pressioni perché fosse destituito. Pompeo ebbe dunque

l'appoggio di queste due categorie, in fondo però appartenenti allo stesso ceto. A Lucullo fu progressivamente revocato il comando,

e ai suoi uomini concesso di congedarsi a loro piacimento (pochi rimasero con Lucullo), cosicché, Mitridate e Tigrane, colta

l’occasione, ripresero le ostilità. Siamo nel 67.

Fu così che un tribuno della plebe, Aulo Gabinio, propose (lex Gabinia de piratis persequendis) di attribuire per tre anni a Pompeo

un imperium infinitum su tutto il Mediterraneo, con pieni poteri anche sull'entroterra fino a cinquanta miglia (circa 75 km) dalle coste,

in modo che potesse soprattutto risolvere definitivamente la questione, ormai asfissiante, dei pirati: il provvedimento fu approvato

nonostante l’opposizione del senato. Il Mediterraneo fu suddiviso in tredici settori, Pompeo cacciò i pirati dall’Occidente e li sconfisse

in Cilicia, doveva avevano riparato (i pirati fatti prigionieri furono stanziati, in piccole comunità rurali, in varie località soprattutto

orientali che avevano subito devastazioni e spopolamenti).

Nel 66 un altro tribuno della plebe, Gaio Manilio, propose (lex Manilia de imperio Cn. Pompei) che a Pompeo fosse conferito il

governo delle province di Bitinia, del Ponto, della Cilicia, e il comando supremo della guerra mitridatica (Cicerone sostenne con

un’orazione, la Pro lege Manilia…, l’iniziativa). Pompeo ottenne che il re dei Parti, Fraate III, tenesse impegnato Tigrane, cosicché

egli nel 66 poté sconfiggere e scacciare dal Ponto Mitridate (privo appunto dell'appoggio del genero), tanto che questi si rifugiò nel

Bosforo Cimmerio (odierna Crimea), dove, abbandonato anche dal figlio Farnace, si fece trafiggere per salvare l’onore, così ebbe

termine la terza guerra mitridatica (73-63).

Nel 65 Pompeo era giunto quasi fino al Mar Caspio, conquistando a mano a mano il territorio durante l’avanzata. L’anno successivo

confermò Tigrane sul trono dell'Armenia (il che indispettì i Parti), privandolo della Siria, dove esautorò il re Antioco XIII, ultimo

seleucida, facendo del territorio, nel 63, una provincia romana, la Syria. L’anno stesso passò in Palestina – dove s'impadronì di

Gerusalemme e del suo Tempio – facendone uno Stato autonomo, ma tributario, aggregato alla provincia di Syria (tale sarebbe

rimasto fino al 6 d.C., quando anche la Giudea sarebbe divenuta una prefettura romana, sottoposta al legato imperiale di Syria, come

vedremo). Là fu raggiunto dalla notizia della morte di Mitridate. L'imperialismo romano, in passato, era oscillato tra un'espansione

mercantile (alleanze) e un'espansione territoriale, ma si riaffermò in questo frangente la politica delle conquiste, che probabilmente

mirava allo sfruttamento delle altrui risorse (la ricchezza della Siria permise di abolire i dazi portuali [portoria] sulle merci importate

in Italia). A questa altezza, come si è anticipato, la Bitinia e il Ponto furono uniti in un'unica provincia (ma le due aree rimasero

distinte, continuando ad avere assemblee [koina] separate, quella bitinica con sede a Nicomedia, quella pontica con sede ad Amastris),

la Cilicia fu ampliata fino ai confini con la Syria, e vennero regolati i rapporti con i re vassalli e le città libere.

Dopo che Pompeo ebbe ridotto la Siria a provincia e regolato il territorio palestinese, si interessò, benché marginalmente, anche

all’Egitto, il cui regno tolemaico (che aveva tre nuclei principali: Egitto, Cirenaica, Cipro), in precedenza, non era entrato nelle mire

dirette di Roma: l’episodio del cerchio di Eleusi (protagonisti: Gaio Popilio Lenate e Antioco IV), per fare un esempio, in fondo non

era stato un caso di intervento diretto, ché i Romani avevano mantenuto il ruolo di semplici tutori dell’ordine, agendo anzitutto come

difensori del proprio interesse. Anche alla morte di Tolemeo VIII Evergete II (116 a.C.) i successori in contesa si erano rivolti proprio

ai Romani quali garanti del trono.

Il riconoscimento del ruolo di garanti passava anche per quella politica testamentaria tolemaica (basata, è vero, su documenti dalla

dubbia autenticità, sulla cui genesi non si esclude l’ingerenza diretta di Roma), che, secondo un modus operandi inaugurato da

Tolomeo III Evergete I († 222) – che avrebbe avuto anche altri esempi fuori dall’Egitto, si pensi ad Attalo III (133) e Nicomede IV

(74) –, legavano il regno (o parti del regno) al popolo romano, probabilmente anche semplicemente per tutelarsi dagli avversari,

sempre agguerriti nei confronti di un territorio floridissimo, o per saldare debiti politici o pecuniari. Proprio in questo modo, nel 96

a.C., la Cirenaica fu lasciata a Roma da Tolemeo Apione, poi ordinata in provincia nel 74 a.C. Anche Tolemeo X Alessandro I, in

lotta col fratello maggiore Tolemeo IX Soter II, legò per testamento l'Egitto ai Romani (tra l’89 e l’87). Tale atto è stato in passato

spesso attribuito (a causa dell'omonimia) a suo figlio Tolemeo XI Alessandro II . Nell'80 a.C., della dinastia tolemaica erano rimasti

13

i due figli di Tolemeo IX, il maggiore dei quali (Tolemeo XII Aulete) era stato proclamato re d’Egitto dagli Alessandrini, mentre il

minore (conosciuto solo come Tolemeo) fatto re di Cipro (perciò noto alla storiografica come Tolemeo di Cipro). L'Aulete aveva

mirato a farsi riconoscere da Roma tra i re amici e alleati del popolo romano, ma ci sarebbe riuscito soltanto dopo un ventennio di

tentativi.

Comunque, nel 63 a.C. una legge agraria, proposta dal tribuno della plebe Publio Servilio Rullo (rogatio Servilia agraria), mirò ad

Questi, fatto prigioniero da Mitridate nell'isola di Cos nell'88 a.C., era riuscito a fuggire e si era rifugiato presso Silla, che aveva poi

13

seguito a Roma. Ritornato in Egitto nell'80 a.C., era salito al trono, riconosciuto dal senato romano, sposando la cugina Cleopatra Berenice

III, che fece immediatamente assassinare. Braccato dagli Alessandrini esasperati (che lo presero e l'uccisero), in questa situazione, per

garantire la sua vita, avrebbe redatto il testamento, che oggi si tende però ad ascrivere a suo padre. 103

includere anche l'Egitto in un vasto progetto di assegnazioni fondiarie (per le quali sarebbe stato sfruttato anche il fertile agro

campano): fu avversata da Cicerone console, che riuscì a farla bloccare, sostenendo che essa mirasse a colpire indirettamente Pompeo

(facendo crescere la forza dei suoi avversari), che intanto era ancora in Oriente.

Nel 62 a.C. Pompeo poté rientrare a Roma, certo che il senato avrebbe ratificato i suoi provvedimenti e gli avrebbe consentito di

ricompensare generosamente i suoi veterani. Gli venne immediatamente decretato il trionfo.

Nel 58 a.C. seguì la rivendicazione (peraltro su basi aleatorie) di Roma su Cipro e la conseguente annessione alla provincia di Cilicia.

Nel medesimo 58 a.C. Tolemeo XII, cacciato dall'Egitto da una sollevazione, si rifugiò a Roma, ponendosi sotto la protezione di

Pompeo (Cesare era in Gallia). Nel 55 a.C. Aulo Gabinio, allora governatore di Syria, devoto di Pompeo, probabilmente corrotto

dall'Aulete, riportò quest’ultimo ad Alessandria con la forza.

Cicerone e Catilina

Mentre Pompeo era occupato in Oriente, a Roma, Lucio Sergio Catilina, discendente di una famiglia aristocratica decaduta, si era

molto arricchito con le proscrizioni sillane, ma aveva speso larga parte di questa fortuna per sostenere la sua campagna per il consolato

nel 65 a.C., benché, all’ultimo momento, la sua candidatura era stata respinta per indegnità. Prosciolto dall'accusa di concussione,

egli si ripresentò alle elezioni consolari per il 63 a.C., politicamente e finanziariamente sostenuto da Marco Licinio Crasso (al cui

seguito si trovava anche Gaio Giulio Cesare, sì di famiglia patrizia [Iulia] ma privo di finanze tali da permettergli di correre per le

cariche pubbliche maggiori: dal punto di vista politico era un popularis, soprattutto per legami familiari con Gaio Mario, marito della

zia Giulia, e a Cinna, di cui aveva sposato la figlia Cornelia). Fu però eletto console, assieme al nobile Gaio Antonio Ibrida (fratello

minore di Marco Antonio Cretico), un homo novus, originario di Arpino (come Gaio Mario), il celebre Marco Tullio Cicerone,

sostenitore di Pompeo, che nella campagna elettorale aveva attaccato la corruzione, la violenza e le collusioni politiche di Catilina,

mirando, contro quest’ultimo, in difesa della Repubblica, alla realizzazione della concordia ordinum, ossia di un’intesa tra ottimati e

cavalieri. Cicerone proveniva dal ceto equestre, ma, in parte per l’ascendenza di rango senatorio della madre Elvia, in parte per

l'orientamento conservatore della famiglia paterna, si era avvicinato all’ambiente ottimate, pur mantenendo una certa autonomia dal

punto di vista del pensiero politico, che, probabilmente sotto l’influsso della cultura greca, a cui si era avvicinato durante la sua

formazione, era endemicamente percorso da un’esigenza d’equilibrio. In ogni caso, era giunto al consolato a soli 42 anni, ossia

avendo l’età minima richiesta.

Catilina riprovò per il 62 a.C., presentando un programma elettorale basato sulla cancellazione dei debiti (novae tabulae), rivolto non

tanto alle classi sociali più basse, quanto agli aristocratici rovinati, come lui, dalle dissipazioni, dalle campagne elettorali e dalle

speculazioni sbagliate, agli indebitati, ai coloni sillani schiacciati dagli interessi dei prestiti, ai figli dei proscritti. Catilina fu, a tal

punto, abbandonato dai suoi antichi sostenitori Marco Licinio Crasso e Gaio Giulio, e sconfitto nella contesa elettorale, talché iniziò

a progettare un colpo di Stato per impadronirsi del potere con la forza (sopprimendo innanzitutto i consoli, quindi Cicerone): venne,

a tal fine, concentrato in Etruria (Fiesole) un esercito composto tanto di veterani sillani quanto degli mariani delusi dalle confische

sillane e finanche dei beneficiari delle terre confiscate, che ora si trovavano indebitati (a tutti questi era rivolto il suddetto programma

di Catilina). Il piano fu scoperto e sventato da Cicerone, che ottenne dal senato il senatusconsultum ultimum e, con un’orazione

durissima (la Prima Catilinaria, quella dal celebre incipit: quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?) costrinse Catilina

(pur potendo ucciderlo in virtù de senatoconsulto) a lasciare Roma e a raggiungere Fiesole, dove erano stanziate le sue bande armate.

Ottenute le prove scritte della congiura, avendo intercettato delle lettere coi nomi dei congiurati, Cicerone procedette all’arresto dei

cinque capi della cospirazione, che furono messi a morte dal senato (spinto, quest’ultimo, dalle perorazioni di Marco Porcio Catone,

poi detto l’Uticense, pronipote di Catone il Censore, mentre Cesare propendeva per il carcere vitalizio), senza processo e senza

provocatio ad populum. Catilina, che ancora si manteneva in armi, fu sconfitto e morì in battaglia nei pressi di Pistoia.

104

Dal primo triumvirato alle idi di marzo

Cicerone pensava di aver salvato la Repubblica, avendo creato, così nelle sue parole, la concordia ordinum (l’intesa, l’equilibrio tra

cavalieri e senatori), ma il vero pericolo per le istituzioni non erano certo i catilinari, di per sé fiacchi, bensì lo stesso Pompeo, benché

Cicerone si ostinava a credere nella sua lealtà verso la Repubblica. Non a caso, alcuni, più pessimisti, temevano che Pompeo volesse

imitare persino Silla, cioè servirsi del suo esercito per prendere il potere. Le cose, però, andarono diversamente: egli, appena tornato

dall’Asia (nel 62 sbarcò a Brindisi), congedò le sue truppe, certo di essere già al culmine della propria gloria, grazie alla sua popolarità

e al suo prestigio di conquistatore, ma in senato i suoi oppositori, nonostante l’appoggio di Cicerone, ritardavano continuamente il

formale atto di ratifica, oltre al fatto che non poté ottenere nemmanco una legge agraria a favore dei suoi veterani. Anche Crasso fu

messo in difficoltà allorché, alcuni pubblicani, che avevano in appalto il tributo della provincia d'Asia, chiesero una revisione del

contratto per i margini di guadagno troppo bassi: essi erano sostenuti anche da Cicerone, che, pur considerando illegale e immorale

la richiesta, riteneva opportuno accettarla per amore della concordia ordinum (essendo i pubblicani molto potenti), ma Catone e i

suoi seguaci, intransigenti difensori della legalità, impedirono la rettifica del contratto.

Il “primo triumvirato”: il consolato di Cesare e il tribunato di Clodio

Per questi motivi, Pompeo e Crasso – tra i quali la rivalità non era affatto sopita, ma che ora si trovavano avversati compattamente

dalla nobilitas –, si riavvicinarono, con la mediazione del giovane ed emergente alleato di quest’ultimo, Gaio Giulio Cesare, che

aveva tutto da guadagnarci (essendo meno ricco e forte dei due: era l'unico modo grazie al quale egli stesso avrebbe potuto

raggiungere i vertici del potere): questi tre ambiziosi uomini, nel 60, strinsero un patto di reciproco supporto, a cui ci si riferisce

come ad un “primo triumvirato” (in realtà si trattò di un accordo privato e segreto, solo dopo esplicitato, non assimilabile in tutto e

per tutto a quello che sarebbe stato l’unico vero triumvirato della Repubblica romana: quello ricoperto da Ottaviano, Antonio e

Lepido, una magistratura istituita con apposita legge). In ogni caso, in base a tale accordo, Politici Consolati

suggellato dal matrimonio tra Pompeo e Giulia, la giovane figlia di Cesare, quest’ultimo,

sarebbe dovuto divenir console per il 59 e varare, di conseguenza, la bramata legge agraria Marco Licinio Crasso 70; 55

Cneo Pompeo Magno 70; 55; 52

per la distribuzione delle terre ai veterani di Pompeo, mentre Crasso avrebbe ottenuto Gaio Giulio Cesare 59; 48; 46;

vantaggi per i suoi clienti pubblicani.

Cesare fu dunque eletto console per il 59, grazie all'appoggio dei suoi due alleati (dal 45; 44

punto di vista finanziario, da parte del ricchissimo Crasso, mentre, sotto il rispetto politico, da Pompeo). Cesare fece in modo di

ottenere la ratifica all'ordinamento provinciale di Pompeo e venne incontro ai pubblicani amici di Crasso. Presentò due leggi agrarie

(che possono assimilarsi), con le quali, fondamentalmente, furono gratificati i veterani di Pompeo, ma non solo: facendo seguito al

proposito (di ispirazione, se si vuole, graccana) di ripopolare le regioni agricole abbandonate, si prevedeva che, nella distribuzione,

fosse data la precedenza ai padri di famiglia con almeno tre figli e che i lotti assegnati fossero inalienabili (ciò spiega come i

democratici romani, cioè di ambiente popularis, fossero inclini a schierarsi con Cesare, benché costui, come si è accennato, avesse

ambizioni tutt’altro che democratiche). Inizialmente, a causa dell’opposizione di molti senatori, di tre tribuni e del collega nel

consolato, Marco Calpurnio Bibulo, era stato escluso dalla distribuzione l'agro campano e rigettata la proposta di acquisto sul mercato

di parte delle terre da distribuire (ripresa di alcune clausole del progetto di Servilio Rullo), ma con la forza Cesare aveva ridotto al

silenzio gli avversari e ottenuto il voto dei comizi. Per il tutto sarebbero stati utilizzati i bottini di guerra di Pompeo. Cesare fece

anche approvare una lex Iulia de repetundis, che regolava nuovamente – a favore dei provinciali – l’attività e i limiti dei tribunali

perpetui pertinenti per la concussione, ma, allo stesso tempo, con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che

i cavalieri dovevano pagare alla Repubblica per gli appalti, infine promulgò una legge che prevedeva la pubblicazione dei verbali

delle sedute senatorie (acta senatus) e delle assemblee popolari. Come compenso dei servigi resi ai suoi alleati, Cesare ottenne, per

un quinquennio, il governo di due province: la Gallia Cisalpina (cui fu aggiunto l’Illirico), attribuita il 1° marzo da una lex Vatinia

(plebiscito del tribuno Publio Vatinio, poi luogotenente di Cesare) assieme a tre legioni (VII, VIII, IX, che erano di stanza ad

Aquileia), al diritto di dominare i legati e da quello di fondare colonie, e la Gallia Narbonese, aggiunta dal senato (con

senatoconsulto), con una quarta legione (la X), su proposta di Pompeo. Sia l'estensione che la durata dell'incarico erano eccezionali,

ma i triumviri avevano ormai il pieno controllo della politica romana, e potevano dunque permettersi licenze di tal tipo.

Cicerone, nonostante la simpatia per Pompeo, fu estromesso dalla scena politica romana, soprattutto perché non aveva voluto

accettare le insistenti offerte di collaborazione dei triumviri. Cesare favorì infatti, contro l’oratore, il passaggio alla plebe del patrizio

Publio Claudio Pulcro (che si faceva chiamare Clodio, secondo la pronuncia popolare) e quindi la sua elezione al tribunato, sapendo

che avrebbe messo in difficoltà Cicerone, nei confronti del quale era già apertamente ostile. Cesare lasciò così l’Italia per raggiungere

le province assegnategli alla fine di marzo (del 58). Clodio, dal canto suo, aveva dovuto farsi adottare da una famiglia plebea poiché,

essendo stato coinvolto in uno scandalo nel 62, non avrebbe potuto continuare la carriera curule (il tribunato era infatti precluso ai

patrizi, ed era nondimeno l’unico modo per non essere completamente esclusi dalla vita politica): Clodio però, nonostante tutto, non

poteva dirsi affatto un cesariano, e, non a caso, la sua campagna per il tribunato – che infine ottenne – fu sostenuta anche da alcuni

senatori ostili a Cesare. La sua azione politica, tuttavia, sfuggì completamente da etichettature, ché egli dimostrò autonomia, audacia

e originalità, in un contesto di ormai endemica lotta politica: sfruttò le occasioni capaci di procurargli alleanze utili e sostegni

occasionali, e si rese, a tratti, demagogico (secondo il costume, ormai diffusissimo, del vir popularis), benché, in realtà, promuovesse

misure effettivamente favorevoli alla parte più povera della plebe urbana (piccoli artigiani, proletari, ma anche emarginati e schiavi),

il che ne favorì l’ascesa e il successo. I suoi primi atti colpirono, come si ci aspettava, esponenti della nobilitas e anticesariani (o

antitriumvirali), come Cicerone, naturalmente, e Marco Porcio Catone, di cui Clodio si liberò promuovendone l'invio a Cipro, con

l'incarico di sottrarre l’isola al Tolemeo che vi regnava dall’80 (per ciò suicidatosi) e organizzarvi una provincia, fatta creare nel 58

proprio a questo scopo (lex Clodia de rege Ptolemaeo et de insula Cypro publicanda), anche se l’isola sarebbe stata infine aggregata

alla provincia di Cilicia l’anno stesso. Anche le sue riforme di più ampio respiro, furono, a loro modo, radicali: 105

• I censori si videro limitare il potere di espellere membri dal senato, in quanto si fece divieto ai suddetti magistrati di

procedere senza un giudizio formale che consentisse agli interessati di difendersi e senza il parere concorde del collega (lex

Clodia de censoria notione).

• Nessun magistrato avrebbe più potuto interrompere le assemblee pubbliche (facoltà riservata ad auguri e tribuni della plebe),

che si potevano tenere nei giorni fasti, adducendo l'osservazione di auspici sfavorevoli (lex Clodia de iure et tempore legum

rogandarum).

• Vennero di nuovo legalizzati i collegia (lex Clodia de collegis), ossia associazioni private con fini religiosi e di mutuo

soccorso che il senato aveva soppresso (con senatoconsulto) nel 64 a.C. perché divenute strumento di mobilitazione delle

masse urbane. Clodio, infatti aveva sfruttato tali associazioni mutando la loro originale funzione e facendone, prima dei

gruppi di pressione, poi delle vere e proprie bande armate organizzate, costantemente al suo servizio e pronte alla rivolta.

• Le distribuzioni frumentarie ai cittadini romani residenti a Roma, fino ad allora a prezzo politico, dovevano divenire

completamente gratuite, a fronte di un aumento improvviso dei beneficiari, costituiti da proletari inurbati e schiavi

manomessi. Fu istituito un curator annonae, che, formalmente, aveva il compito di procedere alla redazione dell’elenco

degli aventi diritto, ma che, in realtà, finì per divenire uno strumento per la creazione e il mantenimento di legami di natura

clientelare, per mezzo dell’inserimento nelle liste, per l’appunto, di clientes clodiani.

• Un provvedimento (lex Clodia de capite civis Romani) istituiva l'esilio per chiunque condannasse, o avesse condannato, a

morte un cittadino romano senza concedergli la provocatio ad populum: era questa la norma che colpiva Cicerone (che ai

congiurati catilinari non aveva appunto concesso la provocatio), il quale, prima che fosse votata, lasciò Roma, mentre i suoi

beni vennero confiscati e la sua casa distrutta, al contempo venne dichiarato fuori legge chiunque lo avesse ospitato. Pompeo,

che Cicerone aveva sempre stimato, non fece nulla, nonostante la sua posizione, per impedirne la cacciata.

L’ascesa di Cesare

Le prime campagne in Gallia: contro Elvezi, Svevi e Belgi (58-57)

Gli Helvetii (Elvezi) – che avevano, tra l’altro, già sconfitto e ucciso il console Lucio Cassio Longino, nel 107 a.C. –, stanziati

nell’odierna Svizzera, a nord della Narbonese, si stavano spostando ad occidente (a causa delle pressioni dei popoli germanici, attratti

dalla fertilità della zona), verso le terre degli Haedui (Edui), e durante il loro cammino ad essi si erano aggregati Raurici, Tulingi,

Latovici e Galli Boi. Cesare, informatone, partì da Roma – non senza essersi assicurato il supporto di Clodio, come abbiam visto –

alla fine di marzo del 58 per assumere il

governatorato, compiendo un viaggio

rapidissimo verso le Gallie e giungendo

pochi giorni dopo (primi di aprile) a

Genava (Ginevra), dove fece distruggere,

come prima misura, il ponte sul Rodano,

per ostacolarne l’attraversamento da parte

degli Elvezi (la lunga conquista della

1

Gallia, da parte di Cesare, ebbe dunque

inizio sin dal suo arrivo). Questi ultimi,

allora, furono costretti a chiedere a Cesare

il permesso di attraversare il fiume e la

Narbonese pacificamente, ma il

proconsole, che non aveva intenzione di

lasciarli passare, iniziò a temporeggiare, in

parte al fine di costruire muri e fossati (che

si estesero, ad opera compiuta, per ben 28

km, benché senza continuità) e

fortificazioni (anch’esse discontinue)

lungo la riva sinistra del Rodano, necessari

per sbarrare efficacemente la strada ai

migranti, o comunque ostacolarli, ma

soprattutto perché non disponeva di tutte le

forze necessarie, avendo al suo seguito

solo la X legione (che fu appunto impiegata

nella costruzione), per respingere un intero

popolo in migrazione (secondo lo stesso

Cesare oltre 368.000 individui, di cui circa

92.000 armati, comunque troppi). Le tre

legioni di stanza ad Aquileia (VII, VIII,

IX), che erano state assegnate a Cesare da

Vatinio, vennero dunque richiamate, e dovettero marciare a tappe forzate (sarebbero giunte solo dopo il primo scontro), mentre furono

Cesare, che narrò le vicende nel suo celebre De bello gallico, tense a presentare la conquista come un'azione di difesa preventiva di Roma,

1

ma è molto più verosimile che si sia trattato di una vera e propria guerra imperialistica, da lui premeditata e ricercata, al fine di accrescere

il suo potere e il suo prestigio.

106

create due ulteriori legioni, l'XI e la XII, reclutate nella Gallia Cisalpina e arruolate truppe ausiliarie nella Narbonese (nel complesso,

comunque, Cesare non disponeva che di 30.000 uomini circa: 25.000 legionari e 4-5.000 cavalieri). Il permesso fu infine negato (13

aprile), al che gli Elvezi tentarono di forzare il blocco, ma invano (battaglia di Genava), per cui dovettero rivolgersi ai Sequani, che

gli concessero di attraversare le loro terre (Cesare avrebbe potuto lasciar correre, ma troppi motivi – tra cui la fame di conquista, in

fondo – lo spingevano a proseguire la lotta). Gli Elvezi così giunsero a minacciare gli Edui, popolo amico dei Romani, che chiesero

appunto l’intervento del proconsole, il quale, trovato l’alibi perfetto, li attaccò e li sconfisse, muovendo a capo di 5 legioni (una era

rimasta a Genava) – contro 60.000 armati elvetici e 15.000 tra Boi e Tulingi – pur con pesanti perdite, a Bibracte, la capitale degli

Edui (poco distante dall’odierna Autun, evoluzione della cittadina di Augustodunum, che sarebbe stata fondata intorno al 5 a.C. dagli

abitanti di Bibracte, per volere di Augusto), nel luglio del 58, costringendo i superstiti (circa 130.0000) a ritornare nelle loro sedi,

assieme a Tulingi e Latovici, mentre i Galli Boi furono insediati nelle terre degli Edui.

Anche gli Svevi (o Suebi) – le cui pressioni, tra l’altro, erano state la causa, come si è detto, dell’abbandono da parte degli Elvezi

delle loro sedi – stanziati sulla sponda destra del Reno, erano passati, circa il 72, condotti da Ariovisto, sulla sinistra del fiume,

chiamati in aiuto dai Sequani, confinanti e rivali degli Edui. Dopo aver battuto ripetutamente gli Edui, gli Svevi si erano stanziati in

una porzione (odierna Alsazia) del territorio dei Sequani, ma, col passare del tempo, le ingerenze nei confronti di questi si erano

accresciute, tanto che i Sequani avevano preso a far fronte comune coi vecchi nemici Edui contro gli occupanti, scontrandosi con

questi il 15 marzo del 60, in una battaglia presso Admagetobriga, in cui ebbero la peggio. La richiesta di aiuto degli Edui, giunta al

senato romano, determinò l’intervento di Roma, che riconobbe ad Ariovisto, console Cesare (59), il titolo di “re ed amico del popolo

romano” (rex atque amicus populi Romani). Ma le sue ingerenze ripresero, al che, nel 58, venne chiesto aiuto allo stesso Cesare,

ormai in Gallia, che sconfisse gli Svevi e li rispedì oltre il Reno (Ariovisto, in compenso, veniva nuovamente riconosciuto “re ed

amico del popolo romano”). Allorché, però, le migrazioni verso l'Alsazia ripresero, Cesare, dopo aver inutilmente chiesto ad Ariovisto

di desistere, marciò sulla capitale dei Sequani, Vesonzio (odierna Besançon), e, fallito un altro tentativo di accordo, lo sconfisse, in

agosto (58), in una battaglia presso l'odierna Mulhouse, nell'Alsazia superiore, spedendolo nuovamente oltre il Reno. Nella

prospettiva di Cesare il problema germanico andava risolto, in quanto sarebbe stato pericoloso continuare a permettere ai Germani

di passare il Reno ed entrare in Gallia, ché avrebbero potuto occupare la Gallia stessa, invadere la provincia Narbonese e poi l'Italia

stessa, come in passato era avvenuto con l'invasione di Tèutoni e Cimbri (respinti, ricordiamo, da Gaio Mario, rispettivamente ad

Aquae Sextiae, nel 102, e ai Campi Raudii, nel 101). Cesare fece dunque del Reno quella che sarebbe stata la barriera naturale

dell'Impero per i successivi quattro-cinque secoli. Comunque, respinti gli Svevi, Cesare ritornò nella Gallia Cisalpina, non senza aver

lasciato le sue truppe accampate nei quartieri invernali presso Vesonzio.

Le tribù dei Belgi (che occupavano le regioni a settentrione della Senna e della Mosella), però, divennero insofferenti per la vicinanza

delle legioni romane. Cesare, mentre si trovava in Gallia Cisalpina, venne informato di una congiura dei Belgi ai danni di Roma, per

cui si adoperò, muovendo di nuovo verso le terre dei Sequani, nel 57. Giuntovi, a capo di due nuove legioni (la XIII e XIV), comprese

che tutte le tribù della Gallia Belgica (a cui si erano unite alcune tribù germaniche), con la sola esclusione dei Remi, si sarebbero

riunite in un unico luogo con l'intero esercito (per un totale di 306.000 armati), sotto la guida di un certo Galba, re dei Suessioni (una

delle tribù più forti): nonostante le forze messe in campo dal nemico, Cesare riuscì ad avere la meglio nella battaglia sul fiume Axona

(odierno Aisne), impadronendosi progressivamente delle loro piazzeforti, ottenendone per lo più la resa (così fu, ad esempio, per

Galba, arresosi di fronte all’impressionate forza e alla tecnica dei Romani che avevano cinto d’assedio Novioundunum, il principale

oppidum dei Suessioni, dove si era rifugiato), a partire dai cantoni più meridionali fino a quelli settentrionali, nei quali ultimi

mantenevano la resistenza Atrebati, Nervi e Viromandui, sconfitti nella battaglia del fiume Sabis, nel luglio del 57. L’ultimo atto

della campagna belgica fu la presa della roccaforte degli Atuatuci (probabilmente Namur). Sempre nel 57, Publio Licinio Crasso (il

figlio maggiore di Crasso), in qualità di legato di Cesare, fu inviato verso la Normandia a capo della legio VII, al fine di sottomettere

le numerose tribù stanziatevi, mentre un altro legato, Servio Sulpicio Galba, fu inviato con la legio XII e parte della cavalleria nelle

terre alpine dei Nantuati, dei Veragri e dei Seduni.

I successi di Cesare erano dovuti sia alla disunione dei Galli sia alle sue grandi doti di condottiero, che gli permettevano di adattarsi

ad ogni evenienza, nonché alla sua abitudine di condividere tutte le fatiche della vita militare e i pericoli della battaglia con i suoi

soldati, cosa che lo rendeva molto popolare tra le truppe e le legava strettamente a lui. Comunque sia, alla fine del 57 a.C., Cesare

comunicò al senato che la Gallia poteva ritenersi pacificata, benché non del tutto conquistata (mancava il fronte centro-occidentale),

e tornò in Italia, probabilmente anche, e soprattutto, al fine di sincerarsi delle nuove condizioni politiche, ormai perennemente a

rischio di instabilità.

Gli accordi di Lucca

Nel 57, Pompeo, diffidente verso Cesare e Crasso, nonché verso Clodio, che ormai imperversava con le sue bande armate, decise di

avvicinarsi ai repubblicani e di consentire il ritorno del suo antico seguace, Cicerone, nonostante al momento dell’esilio non avesse

fatto nulla per tutelarlo, ché ora poteva tornargli utile: l’esilio dell’oratore durò dunque un anno e mezzo circa. Cicerone, pur

amareggiato per la condotta degli ottimati, riacquisì fiducia in Pompeo, ma abbandonò ogni speranza nei confronti della concordia

ordinum (intesa cavalieri-senatori), per cui incentrò la sua azione su una nuova formula (invero già elaborata precedentemente), il

consensus bonorum omnium (il consenso di tutti i boni, non più intesi come i soli ottimati, bensì come l’insieme degli uomini

preoccupati per l’integrità Repubblica), cioè mirava ad un coinvolgimento sempre più ampio di tutti coloro che erano interessati alla

sopravvivenza delle strutture repubblicane (e non più i soli due ordini di spicco, come per la concodia ordinum), al fine di creare una

reale alternativa al potere dei triumviri e, in generale, a quei nemici dell’ordine pubblico che, per motivi affatto personali,

desiderassero il rovesciamento dell’assetto vigente: si rivolgeva, in questo senso, anche ai piccoli proprietari sparsi nei municipi della

penisola, ai piccoli commercianti e agli stessi liberti, purché disposti a difendere la causa repubblicana. Il principale limite di Cicerone

fu quello di non riconoscere che il problema della Repubblica non fosse la semplice brama dei sovversivi, come i catilinari, bensì le

mutate condizioni socioeconomiche (proletarizzazione di grandi masse e scomparsa della classe agreste media, nerbo della Roma

repubblicana), che avevano dato quindi luogo ai fenomeni politici che voleva arginare (insomma ignorava la causa, volendo

intervenire sugli effetti). L'iniziativa infatti era destinata a fallire, soprattutto perché il programma era troppo generico e non offriva

107


PAGINE

191

PESO

8.90 MB

PUBBLICATO

7 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Costantino.Romano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Bultrighini Umberto.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!