Che materia stai cercando?

Riassunti esame di diritto internazionale dell'immigrazione, prof.ssa Magrone, libri consigliati Ronzitti, Villani e Manuale europeo in materia di asilo, frontiere e immigrazione Appunti scolastici Premium

In questo materiale vengono trattati argomenti come : l'immigrazione, i rifugiati, status e documentazione, diritto internazionale, fonti del diritto internazionale, istituzioni dell'unione europea, cittadinanza dell'unione europea e fonti dell'ordinamento dell'unione europea.
Esame con prof.ssa Magrone di Diritto internazionale dell'immigrazione.

Esame di Diritto dell'immigrazione dell'UE docente Prof. E. Magrone

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

membro. Questo sistema però faceva sì che il Parlamento avesse scarsa

rappresentatività, in quanto non era l’espressione diretta dei popoli europei, che ne

restavano del tutto estranei. Inoltre gli stessi componenti del PE essendo anche

membri del proprio parlamento nazionale erano indotti a impegnarsi più in

quest’ultimo che in quello europeo, anche perché all’ epoca, i poteri del PE erano ben

scarsi.

Le prime elezioni dirette del Parlamento europeo si sono tenute nel 1979, nel

momento in cui Il Consiglio, sulla base di un progetto presentato da un parlamentare,

decise di consentire l’elezione a suffragio universale diretto.

In base all’Art. 14 par. 3 TUE i parlamentari sono eletti a suffragio universale diretto,

libero e segreto per un mandato di 5 anni.

Secondo l’Art.223 par.1 TFUE il Parlamento elabora una procedura uniforme in tutti

gli Stati membri o secondo principi comuni.

Il procedimento elettorale è una procedura la cui elaborazione richiede una

deliberazione unanime del Consiglio, e quindi degli Stati membri che vi sono

rappresentati, e una successiva adozione da parte degli stessi Stati, in base alle

rispettive disposizioni costituzionali.

Fin ora data la complessità del procedimento non si è riusciti ad adottare una

procedura uniforme quindi gli Stati membri sono liberi di disciplinare come credono

l’elezione al Parlamento europeo.

Perciò quando una legislazione di uno Stato membro stabilisce la decadenza del

mandato di un suo parlamentare, il suo mandato scade in applicazione delle norme

di tale legislazione e le autorità nazionali ne informano il Parlamento europeo. Un

caso celebre riguardo l’on. Jean-Marie Le Pen dichiarato decaduto con un decreto del

Primo ministro francese.

I deputati possono organizzarsi in gruppi politici secondo le affinità politiche e tale

gruppo deve essere composto da deputati eletti in almeno 4 Stati membri e occorre

un numero minimo di 25 deputati; un deputato può appartenere ad un solo gruppo

politico. Non è ammessa la costituzione di gruppi misti per cui deputati che non

appartengono a nessun gruppo restano non iscritti a nessun gruppo, perdendo alcune

prerogative che sono riservate solo ai gruppi.

L’Art.10 par.4 TUE riconosce inoltre i partiti politici europei come importante fattore

di integrazione dell’Unione poiché contribuiscono a formare una coscienza politica

europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione.

ORGANIZZAZIONE E FUNZIONAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO

Il Parlamento designa tra i suoi membri il Presidente e l’ufficio di presidenza, 14

Vicepresidenti, 5 questori. Essi durano in carica due anni e mezzo, cioè la metà della

durata quinquennale del Parlamento stesso. Presidente, vicepresidenti e questori

compongono l’Ufficio di presidenza.

Ulteriori organi sono: - Conferenza dei presidenti (Presidente del Parlamento e

presidenti dei gruppi politici). - Conferenza dei presidenti di commissione (presidenti

di tutte le commissioni permanenti e temporanee).

Le commissioni permanenti hanno una durata di due anni e mezzo e il loro compito è

quello di preparare, istruire e consultare le tematiche sulle quali dovrà deliberare il

Parlamento esprimendosi con risoluzioni, pareri e raccomandazioni. Le commissioni

temporanee invece, hanno durata di 12 mesi e sono costituite dal Parlamento per una

specifica questione. Un esempio è la costituzione di commissioni temporanee d’

inchiesta, incaricate di esaminare denunce di infrazione o di cattiva amministrazione

nell’applicazione del diritto dell’Unione, imputabili sia alle istituzioni, sia agli organi

dell’Unione, che agli Stati membri. La commissione temporanea d’ inchiesta cessa di

esistere una volta consegnata una relazione del caso al Parlamento europeo il quale

può assumere le iniziative che ritiene più opportune.

Il Parlamento europeo tiene una sessione ordinaria annuale e di riunisce di diritto il

secondo martedì del mese di marzo (art.229, 1°comme TFUE); tale sessione ha durata

annuale e ogni tornata ha luogo, di regola, ogni mese (solitamente per una

settimana). Per quanto riguarda la sede del parlamento, questa è fissata d’ intesa

comune dai governi degli Stati membri, a Strasburgo, dove si tengono le dodici

tornate plenarie mensili, mentre quelle aggiuntive e le riunioni delle commissioni si

svolgono a Bruxelles. Il Segretario generale del Parlamento europeo e i suoi servizi

restano invece a Lussemburgo.

Ai sensi dell’Art.231 TFUE IL Parlamento delibera a maggioranza dei suffragi espressi

e il Regolamento interno fissa il numero legale il quale di regola è dato da un terzo dei

componenti, ma le votazioni sono cmq valide a meno che il numero dei votanti è

inferiore a 40.

Possono essere richieste dai Trattati specifiche maggioranze per determinate

materie. LE FUNZIONI E I POTERI DEL PARLAMENTO EUROPEO

In origine il Parlamento aveva un ruolo meramente consultivo, in quanto il potere di

decisione, riguardo ad atti comunitari presentati dalla Commissione, apparteneva

esclusivamente al Consiglio. Questo quadro evidenziava un evidente deficit

democratico. Oggi, relativamente all’adozione di atti dell’Unione viene attribuito un

vero e proprio potere legislativo tant’è che l’Art. 294 TFUE dichiara che il Parlamento

europeo partecipa alle procedure decisionali attraverso la codecisione che con il

Trattato di Lisbona è divenuta la procedura legislativa ufficiale. Tali procedure sono

tipicamente interistituzionali.

Il PE esercita anche importanti funzioni in materia di bilancio

Il Trattato di Maastricht del 1992 ha riconosciuto al Parlamento un potere di impulso,

detto anche di preiniziativa, nei confronti della Commissione.

Secondo l’Art. 225 TFUE il Parlamento può chiedere alla Commissione di presentare

alcune proposte sulle questioni per le quali reputa necessaria l’elaborazione di un atto

dell’Unione. Non si ritiene che la Commissione sia tenuta giuridicamente a dare

seguito alla richiesta del Parlamento, ma se ciò non dovesse accadere, questo può

esercitare forme di pressione politica in virtù del rapporto fiduciario che i Trattati

designano tra le due istituzioni.

Il PE ha inoltre il potere generale di deliberare e di adottare risoluzioni su qualsiasi

questione concernente l’Unione.

SIGNIFICATIVI sono invece i POTERI DI CONTROLLO del Parlamento sulle altre

istituzioni. Nei rapporti con la Commissione, il Parlamento esamina, in seduta

pubblica, almeno un mese prima dell’apertura della sessione del Parlamento, l’attività

dell’Unione e la relazione generale annuale che la Commissione è tenuta a pubblicare

ogni anno. Inoltre essa è tenuta anche a presentare, assieme alla relazione generale,

un programma d’azione relativo all’anno successivo, e varie relazioni su determinate

materie, sul quale il Parlamento può esprimere proprie valutazioni, orientamenti ed

indirizzi.

Due degli strumenti più incisivi di controllo politico sulla Commissione sono

rappresentati dalle cosiddette interrogazioni che possono essere scritte o orali e dalla

mozione di censura. Le interrogazioni possono essere presentate dal Parlamento

europeo o da singoli deputati e alle quali la Commissione è tenuta a rispondere

oralmente o per iscritto. Per quanto riguarda la mozione di censura, si riferisce al

potere di provocare le dimissioni della Commissione. Essa può considerarsi come una

mozione di sfiducia nei suoi confronti, in quanto dalla sussistenza o meno di fiducia

tra le due istituzione discende la permanenza in carica della Commissione. Questa

mozione è regolata dall’art 234 TFUE, e la sua adozione è comunque circondata da

molteplici garanzie. In anzitutto la decisone di mozione deve essere sostenuta da

un’ampia maggioranza, e cioè dai 2/3 dei voti espressi e che rappresentano la

maggioranza dei componenti; in secondo luogo la mozione deve essere discussa solo

dopo averla ben esaminata quindi non prima di tre giorni dal suo deposito e infine

che la discussione e la votazione avvengano con la massima trasparenza. La mozione

deve essere in oltre presentata da almeno 1/10 dei componenti del Parlamento.

L’effetto dell’approvazione della mozione di censura comporta le dimissioni collettive

dei membri della Commissione.

PER QUANTO RIGUARDA IL POTERE DI CONTROLLO SUL CONSIGLIO, anche in questo

caso il Parlamento può porre delle interrogazioni, orali o scritte. Originariamente non

esisteva alcun rapporto con il Consiglio, ma l’art 230,3° comma del TFUE prevede che

anche in questo caso il Consiglio provveda a presentare al parlamento una relazione

dopo ogni sua riunione e anche una annuale.

Scarsi poi i rapporti con la Banca centrale europea, anche se tuttavia è previsto che il

Presidente della BCE presenti al Parlamento una relazione annuale sull’attività del

Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e sulla politica monetaria dell’anno

precedente e di quello in corso.

Il Parlamento poi partecipa alla formazione di altre istituzioni o organi come la Corte

dei Conti, il Comitato esecutivo della BCE mentre il Mediatore europeo è nominato in

via esclusiva dal Parlamento.

Malgrado i progressi apportati dal Trattato di Lisbona la posizione del Parlamento

europeo resta del tutto marginale in materia di PESC.

IL CONSIGLIO EUROPEO

Il Consiglio europeo è rappresentativo dei governi degli Stati membri, quindi è un

classico organo intergovernativo. Con il Vertice di Parigi del 1974, tale prassi è stata

formalizzata, nel senso che i Capi di Stato o di governo, in un comunicato finale,

espressero la loro volontà di riunirsi 3 volte l’anno per assumere importanti decisioni

politiche sul cammino dell’integrazione europea. L’inserimento nell’Unione europea

del Consiglio europeo è avvenuto col Trattato di Maastricht e con il Trattato di Lisbona

è divenuta istituzione dell’Unione. Sotto il profilo politico esso si colloca al vertice

della struttura dell’Unione poiché è esso che prende le grandi decisioni relative agli

sviluppi dell’integrazione, le quali poi vengono attuate dalle altre istituzioni secondo

le regole dei Trattati.

La sua composizione è definita dall’Art. 15 par.2 TUE: esso riunisce i Capi di Stato o di

governo degli Stati membri, il suo presidente e il Presidente della Commissione e ai

lavori partecipa anche l’Alto rappresentate dell’Unione per gli affari esteri e la politica

di sicurezza. Ciascun membro (statale) del Consiglio europeo può farsi assistere da un

suo ministro e il Presidente della Commissione da un membro della stessa.

Il Presidente del Consiglio europeo è un organo individuale che non può esercitare

alcun mandato nazionale ed è eletto dal Consiglio stesso a maggioranza qualificata

per un mandato di 2 anni e mezzo, rinnovabile una sola volta. Con la stessa procedura

il Consiglio pone fine al mandato del Presidente in caso di impedimento o colpa grave.

I suoi compiti sono disciplinati dall’Art.15 par.6 TUE:

presiede e anima i lavori del Consiglio europeo

 assicura le preparazioni e la continuità dei lavori

 si adopera per facilitare la coesione e il consenso in seno al Consiglio

 europeo

presenta al Parlamento una relazione dopo ciascuna delle riunioni

 assicura la rappresentanza esterna dell’Unione nelle materie relative alla

 PESC, fatte salve le attribuzioni dei rappresentanti.

Il Consiglio europeo si riunisce 2 volte a semestre su convocazione del Presidente, il

quale, se la situazione lo richiede convoca una riunione straordinaria.

Il Consiglio si riunisce due volte l’anno e le decisioni vengono prese di comune

accordo, mediante la pratica del consensus, che permette di riprodurre in un unico

testo l’intesa raggiunta dai partecipanti, ma anche di registrare eventuali posizioni

differenziate sui punti del giorno. Questo procedimento mostra il carattere

diplomatico, politico e intergovernativo dell’organo in esame.

Alla votazione partecipano solo i rappresentanti degli Stati membri, mentre il

Presidente del Consiglio e della Commissione non partecipano.

Ciascun membro del Consiglio europeo può ricevere delega di voto da un solo altro

membro del Consiglio stesso mentre nelle votazioni in cui è richiesta l’unanimità

l’astensione di un membro non osta all’adesione della deliberazione. Quando invece

la regola è quella della maggioranza qualificata si applicano le regole previste per la

votazione del Consiglio. Rari sono i casi in cui sono previste maggioranze semplici e

qualificate. Più spesso è prevista l’unanimità.

LE FUNZIONI DEL CONSIGLIO

Le funzioni del Consiglio europeo sono disciplinate all’Art. 15 par.1 TUE:

- Il Consiglio europeo dà all’Unione gli impulsi necessari allo sviluppo e ne definisce gli

orientamenti e le priorità politiche. Non esercita funzioni legislative.

Gli atti ricavati, in generale non hanno efficacia giuridica ma ce ne sono alcuni, formali,

che, al contrario, sono provvisti di effetti giuridici obbligatori; specialmente

nell’ambito della PESC, dove il Consiglio europeo gioca un ruolo determinante

nell’azione esterna dell’Unione.

Il Consiglio europeo ha infatti il compito di individuare gli indirizzi specifici

dell’Unione, di fissare gli obbiettivi e definire gli orientamenti generali di tale politica.

Sarà poi il Consiglio che dovrà conformarsi a questi.

L’Art.42 TUE assegna al Consiglio europeo il potere di “decidere” in merito alla

definizione di una difesa comune dell’Unione. L’atto del Consiglio europeo è quindi

una raccomandazione di per sé non vincolante.

Sempre nell’ambito della PESC è inoltre previsto una sorta di appello al Consiglio

europeo da parte del Consiglio qualora, nei casi in cui quest’ultimo delibera a

maggioranza qualificata, un membro del Consiglio dichiara che intende opporsi

all’adozione della decisione maggioranza.

In questo caso, dopo che l’Alto rappresentante abbia inutilmente cercato di

raggiungere una soluzione accettabile per la Stato in questione, il Consiglio può

decidere a maggioranza qualificata di investire della questione il Consiglio europeo in

vista di una decisione all’unanimità (si dubita dell’utilità di tale meccanismo).

Il Consiglio europeo interviene anche in materie estranee all’azione esterna

dell’Unione come per esempio in materia di politica economica.

Il Trattato di Lisbona ha previsto la possibilità di impugnare atti del Consiglio europeo

ritenuti illegittimi, purché destinati a produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi

ma l’impugnabilità è esclusa in materia di PESC.

IL CONSIGLIO

Il Consiglio è un organo intergovernativo composto dagli Stati membri rappresentati

dai rispettivi esecutivi. L’art 16 par. 2 TUE dichiara che il Consiglio è composto da un

rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale, abilitato a impegnare

il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto.

Il Consiglio esprime gli interessi particolari dei singoli Stati membri, e i suoi atti sono

definiti come atti organici, cioè imputabili giuridicamente allo stesso Consiglio, e non

ai singoli Stati membri. Ciò è dimostrato dalla possibilità per uno Stato membro di

impugnare un atto del Consiglio adottato col suo voto favorevole, possibilità che non

sarebbe ammissibile ove l’atto fosse imputato giuridicamente ai singoli Stati membri.

Ogni Stato membro viene rappresentato a livello ministeriale da una persona abilitata

ad impegnare il governo di detto Stato, compresi i componenti di organi di governo

di enti locali purché ad essi il diritto nazionale attribuisca lo Status ministeriale.

La composizione del Consiglio è variabile, in quanto muta al variare degli argomenti

di volta in volta posti al suo ordine del giorno. L’Art.16 par.6 prevede 2 formazioni del

Consiglio, precisandone le funzioni: si tratta del Consiglio “Affari generali” che

assicura la coerenza dei lavori delle varie formazioni del Consiglio e del Consiglio

“Affari esteri” che elabora l’azione esterna dell’Unione secondo le linee Strategiche

definite dal Consiglio europeo.

La presidenza del Consiglio è determinata dal Consiglio europeo con votazione a

maggioranza qualificata ed è esercitata dagli Stati membri a rotazione paritaria

semestrale, assicurando a tutti gli Stati membri tale presidenza. Viene

predeterminato quindi un gruppo di 3 Stati membri (troika) per un periodo di 18 mesi.

I 2 Stati membri che non sono in carica assistono in tutto e per tutto il membro che

ricopre la presidenza.

Per quanto riguarda la presidenza del Consiglio “affari esteri”, questa spetta ad un

organo individuale, non ad uno Stato membro. Si tratta dell’Alto rappresentante

dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Il Consiglio ha sede a Bruxelles, dove di norma (in aprile, giugno e ottobre si riunisce

a Lussemburgo), tiene le sue riunioni che non sono pubbliche e si riunisce su

convocazione del suo Presidente, per iniziativa dello Stesso presidente, di uno Stato

membro o della Commissione. Le sue riunioni sono in seduta pubblica quando esso

delibera e vota un progetto di atto legislativo mentre per le attività non legislative

non vige l’obbligo di pubblicità.

Nel funzionamento del Consiglio un ruolo significativo è svolto dal cosiddetto

COREPER, cioè comitato dei rappresentanti permanenti, istituito dal regolamento

interno nel 1958. Formato dai delegati dei governi degli Stati membri, il COREPER un

organo intergovernativo che si articola in due parti:

1. COREPER I composto dai rappresentanti permanenti aggiunti

COREPER II composto dai rappresentanti permanenti di rango diplomatico

2. tra quali si distribuiscono le materie da trattare.

Il COREPER ha il compito di ricevere dal Consiglio, la proposta della Commissione, e

dopo adeguata istruttoria è posta in discussione nel COREPER al fine di raggiungere

una posizione unanime. Se tale posizione si raggiunge la questione viene scritta al

punto A dell’ordine del giorno del Consiglio il quale l’approva senza rimetterla in

discussione; se al contrario non si raggiunge una posizione unanime, la questione

viene iscritta al punto B dell’ordine del giorno, e viene riesaminata e discussa nel

Consiglio e dopo inviata di nuovo al COREPER.

LA VOTAZIONE NEL CONSIGLIO

Il sistema di votazione nel Consiglio è disciplinato dall’Art.16 par.3-5 TUE, integrato

dall’Art. 238 TFUE. Il quorum richiesto perché il Consiglio possa procedere alla

votazione è dato dalla presenza della maggioranza dei membri aventi titolo a votare.

Esso prevede tre procedure di voto:

1 - maggioranza semplice

2 - maggioranza qualificata

3 - unanimità.

L’Art.16 par.3 stabilisce che il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, salvo nei

casi in cui i Trattati dispongano diversamente. La maggioranza qualificata

rappresenta quindi la regola generale applicata nella procedura di legislazione

ordinaria consistente nella “codecisione”.

Per la votazione a maggioranza semplice le deliberazioni del Consiglio sono valide se

approvate a maggioranza dei membri che lo compongono.

Attualmente occorrono almeno 14 voti favorevoli.

Le deliberazioni del Consiglio che richiedono l’unanimità sono approvate anche se ci

sono delle astensioni da parte dei membri presenti o rappresentati.

Quindi mentre l’astensione non impedisce il raggiungimento dell’unanimità, questa è

preclusa in caso di assenza di un membro. La disciplina della votazione si completa

poi con la regola secondo cui ogni Stato membro può ricevere la delega a votare in

nome di un altro Stato membro (Art. 239 TFUE).

Ben pochi sono i casi sottoposti al voto a maggioranza semplice; ben più frequenti

sono invece quelli a maggioranza qualificata. Quest’ultima è caratterizzata dal

cosiddetto “sistema di ponderazione”. Questo significa che al voto di ogni Stato

membro è assegnato un coefficiente numerico differente, valutato in base

all’importanza politica, economica, demografica dei paesi (infatti ai 4 grandi, e cioè

Italia, Germania, Francia e Regno Unito è assegnato il valore di 29).

Importante è anche la determinazione della maggioranza necessaria per l’adozione

delle deliberazioni, in quanto, a seconda del numero necessario, diverse sono le

coalizioni realizzabili sia per impedire la maggioranza, ma anche per formare la

minoranza (“di blocco”) sufficiente a bloccare l’adozione del voto.

Il Par 2 dell’art3 del Protocollo 36 prescrive una duplice maggioranza: una fondata

sulla ponderazione del voto e formata da 255 voti e siccome attualmente il numero

complessivo dei voti ponderati è di 345, la minoranza di blocco, ossia quella

minoranza sufficiente a impedire l’adozione di un atto, è di 91.

Un’altra maggioranza è quella consistente nella maggioranza degli Stati membri. In

conclusione secondo questa procedura, una deliberazione è adottata solo se il voto a

favore di questa esprima sia 255 voti ponderati, sia i voti di 14 Stati membri.

Lo stesso articolo contempla una variante a tale procedura: infatti quando non è

prescritta la proposta della Commissione è richiesta una maggioranza qualificata

aggravata dove i 255 voti devono esprimere almeno i 2/3 degli Stati membri.

La norma in esame prevede un ulteriore condizione di adozione della delibera, solo

su richiesta di uno Stato membro. Si tratta della c.d. clausola della verifica

demografica in base alla quale ogni Stato membro può richiedere che si verifichi che

la suddetta maggioranza qualificata esprima la maggioranza del 62% della

popolazione totale dell’Unione.

A decorrere dal 2014 per maggioranza qualificata si intenderà almeno il 55 % dei

membri del Consiglio che totalizzino almeno il 65 % della popolazione dell’Unione.

Quando il Consiglio non delibera su proposta della Commissione o dell’Alto

rappresentante la maggioranza è aggravata al 72% dei membri del Consiglio,

rappresentanti almeno il 65% della popolazione. Per quanto riguarda la minoranza di

blocco questa deve comprendere almeno 4 Stati membri altrimenti, pure se il voto

negativo di questi Stati impedisca il raggiungimento della maggioranza di popolazione

del 65%, la delibera è ugualmente approvata.

Oltre alla maggioranza qualificata vigono in taluni settori la maggioranza semplice e

l’unanimità:

la maggioranza semplice è prevista per questioni procedurali, per l’adozione

o del regolamento interno del Consiglio, per la definizione dello Statuto

interno dei Comitati, per istanza dinanzi alla Corte di Giustizia contro

membri della Commissione

l’unanimità è applicata in materia di PESC, compresa la politica di sicurezza

o e difesa comune LE FUNZIONI DEL CONSIGLIO

Le funzioni del Consiglio sono indicate nell’Art.16 par.1 TUE il quale stabilisce che il

Consiglio insieme al Parlamento esercita la funzione legislativa e di bilancio ed esercita

funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento alle condizioni stabilite dai

Trattati.

Poteri più specifici ed incisivi risultano dalle disposizioni concernenti la politica

economica. Nell’esercizio di tali funzioni, il Consiglio non emana più solo atti

legislativi, ma atti di indirizzo, di assistenza, di consulenza ossia atti non

giuridicamente vincolanti, come l’adozione di una raccomandazione contenente gli

indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e dell’Unione, un

compito di sorveglianza, di assistenza finanziaria, poteri sanzionatori, poteri

normativi.

Il Consiglio detiene un potere decisionale in materia di PESC, anche se non si tratta di

un potere legislativo perché in tale materia è esclusa l’adozione di atti legislativi.

Spetta al Consiglio, su proposta dell’Alto rappresentante o di uno Stato membro

adottare decisioni in materia di PESC, compreso l’avvio di una missione operativa

avente implicazioni militari. Nei rapporti con la Commissione merita di essere

ricordato che il Consiglio può chiedere alla Commissione di procedere agli studi che

esso ritiene più opportuni ai fini del raggiungimento degli obiettivi comuni. Il Consiglio

interviene anche nella nomina di altre istituzioni o organi come la stessa

Commissione, il comitato esecutivo della BCE, la Corte dei Conti ecc.

C’è la possibilità che il Consiglio riceva anche un potere di esecuzione di qualsiasi atto

obbligatorio dell’Unione. Tale attribuzione è però subordinata alla necessità di

condizioni che inducano a preferire l’intervento del Consiglio in luogo della generale

competenza della Commissione. LA COMMISSIONE

La Commissione è la terza istituzione politica dell’Unione, un organo tipicamente

sopranazionale. Essa rappresenta l’interesse generale dell’Unione e si caratterizza

insieme ai suoi membri per – l’indipendenza e la competenza -. Se originariamente il

numero dei commissari era fissato, oggi questo, a causa dei continui allargamenti

della Commissione stessa, non è più stabilito. Fino al 2014 i Trattati stabiliscono che

<<La Commissione comprenda un cittadino di ciascuno Stato membro>>. Il Trattato di

Lisbona però ha stabilito una sostanziale riduzione della composizione della

Commissione infatti ai sensi dell’Art.17 par.5 “a decorrere dal 1° novembre 2014 la

Commissione sarà composta da un numero di membri, compresi il Presidente e l’Alto

rappresentante, corrispondente ai 2/3 del numero degli Stati membri, a meno che il

Consiglio europeo non decida, deliberando all’unanimità, di modificare tale numero. I

membri sono scelti trai cittadini in base ad un sistema di rotazione assolutamente

paritaria tra gli Stati membri che rifletta la molteplicità demografica e geografica”.

Il numero totale di cittadini di uno Stato membro può superare al massimo di una

unità il numero totale dei mandati di cittadini di un altro Stato.

Il numero dei componenti della Commissione, qualora il numero degli Stati restasse

invariato, scenderebbe a 18 ossia 2/3 degli attuali28 Stati membri.

In realtà però la riduzione del numero dei commissari desta delle preoccupazioni per

gli Stati membri emarginati dalla Commissione, per questo il Consiglio europeo ha

convenuto affinché la commissione continuasse a comprendere un commissario per

Stato membro quindi la novità introdotta dal Trattato di Lisbona sembra destinata a

scomparire con l’entrata in vigore dello stesso Trattato.

L’Art.17 par.3 stabilisce che i membri della Commissione sono scelti in base alla loro

competenza generale e al loro impegno europeo, tra personalità che offrono tutte le

garanzie di indipendenza. La Commissione esercita la propria responsabilità in piena

indipendenza e non accetta istruzioni da alcun organo, istituzione o organismo

dell’Unione. L’Art. 245 TFUE stabilisce che i membri della Commissione si astengono

da ogni atto incompatibile con il carattere delle loro funzioni (divieto di attività

professionale) e gli Stati membri non cercano di influenzarli nell’adempimento dei

loro compiti. In caso di violazione di questi obblighi la Corte di Giustizia, su istanza del

Consiglio o della Commissione, può pronunciare le dimissioni d’ufficio, la decadenza

dal diritto alla pensione dell’interessato o da altri vantaggi sostitutivi. Gli obblighi di

commissario possono sopravvivere anche alla cessazione delle proprie funzioni (es.

onestà).

Sentenza Cresson: i commissari devono far prevalere sempre l’interesse generale

dell’Unione, sia sugli interessi nazionali che su quelli personali. È necessario cmq che

sia stata commessa una violazione di una certa gravità.

LA NOMINA, LA CESSAZIONE E L’ ORGANIZZAZIONE DELLA COMMISSIONE

della Commissione ha conosciuto una lunga evoluzione fino

La disciplina della nomina

al Trattato di Nizza del 2001. In origine i membri della Commissione erano nominati

all’unanimità dai governi degli Stati membri. In seguito si è assegnata tale nomina al

Parlamento europeo e un ruolo di partecipazione è stato attribuito al Presidente della

Commissione. 5 anni

L’art.17 par.3 TUE dichiara che i commissari sono nominati per e che la loro

nomina può essere rinnovabile.

Procedimento di nomina:

- il Consiglio europeo propone al Parlamento europeo, che delibera a maggioranza

qualificata, un candidato alla nomina di Presidente della Commissione.

- il Consiglio di comune accordo con il Presidente eletto, adotta l’elenco delle

personalità che propone nominare come membri della Commissione in base alle

proposte presentate da ciascuno Stato membro.

- il Presidente, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e gli

altri membri della Commissione sono soggetti complessivamente al voto al voto di

approvazione del Parlamento europeo.

- in seguito a tale approvazione la Commissione è nominata dal Consiglio europeo che

delibera a maggioranza qualificata.

Per quanto riguarda la cessazione della carica di commissario, può avvenire sia per

decesso ma anche per dimissioni volontarie o d’ ufficio (art.246 TUE). Coloro che si

dimettono volontariamente restano in carica sino alla loro eventuale sostituzione

curando solo gli affari di ordinaria amministrazione; al contrario le dimissioni d’ufficio

sono presentate dalla Corte di Giustizia qualora il commissario abbia commesso una

colpa grave o non risponda più alle condizioni necessarie per lo svolgimento delle sue

funzioni.

Quanto al sistema di votazione, l’Art.250 TFUE prescrive la maggioranza dei membri

della Commissione, ma di fatto essa delibera per consensus. La maggioranza

rappresenta anche il quorum richiesto per le sue deliberazioni

Per quanto riguarda l’organizzazione, la Commissione si articolo in – direzioni generali

- servizi -uffici.

Il Presidente affida ai commissari particolari settori d’attività ed essi per espletare le

proprie competenze, costituiscono dei gabinetti incaricati di assisterlo.

Di norma la Commissione si riunisce una volta a settimana. Si riunisce inoltre ogni

volta che se ne presenti la necessità.

Bisogna ricordare che in virtù del principio di collegialità che li unisce, la responsabilità

degli atti dei singoli commissari ricade su tutta la Commissione.

Una posizione di primato assume il Presidente: prima di tutto ha un ruolo attivo nella

individuazione di candidati alla carica di commissario; in secondo luogo stabilisce gli

orientamenti politici e l’organizzazione interna della Commissione; spetta a lui la

strutturazione e la ripartizione delle competenze ai membri della Commissioni, così

come la loro modifica. Il Presidente della Commissione può nominare dei

vicepresidenti e può chiedere ad un membro (ad eccezione dell’Alto rappresentante)

di rassegnare le proprie dimissioni (dimissioni forzate) se viene meno il rapporto di

fiducia tra il Presidente e il commissario preso in questione, oppure se è proprio il

Parlamento europeo a non avere più fiducia nel singolo commissario.

LE FUNZIONI DELLA COMMISSIONE

Previste dall’Art.17 par.1 TUE, esse si estendono a tutte le materie che rientrano nelle

competenze dell’Unione:

la Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le

 iniziative appropriate a tal fine

vigila sul rispetto dei Trattati e del diritto dell’Unione anche attraverso il

 ricorso alla Corte di Giustizia affinché constati l’infrazione dello Stato

da esecuzione al bilancio attraverso la riscossione delle entrate e

 l’erogazione delle spese, competenza questa che condivide con gli Stati

membri, specie per

quanto riguarda la gestione decentrata dei fondi europei e ha la competenza

di gestione dei programmi, cioè la competenza ad amministrare programmi

e strumenti finanziari europei

esercita funzioni di coordinamento, gestione ed esecuzione

 avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale

 stipula accordi internazionali

Uno dei compiti più importanti è quello di vigilare sul rispetto del diritto dell’Unione.

La Commissione appare in tal caso la custode dei Trattati stessi e vigila sulle istituzioni

e sugli stati membri. Al potere di vigilanza si affianca un potere di carattere istruttorio,

secondo il quale la Commissione può raccogliere tutte le informazioni e procedere a

tutte le necessarie verifiche, per l’esecuzione dei compiti affidatile.

Altro compito attribuito alla Commissione è quello di formulare raccomandazioni o

pareri nei settori definiti dai Trattati. Raccomandazioni e pareri non sono atti

obbligatori, ma alcune volte possono produrre effetti giuridici.

La Commissione dispone di un potere decisionale, seppur generale ma i suoi atti non

sono legislativi perché sono appunto adottati attraverso una procedura non

legislativa; l’atto delegato può integrare o modificare elementi non essenziali

dell’atto legislativo, mentre quelli essenziali restano nella competenza esclusiva

dell’atto legislativo.

Per quanto riguarda la potestà esecutiva la Commissione la condivide con gli Stati

membri anche se rimane una prerogativa di quest’ultimi.

I Trattati attribuiscono alla Commissione anche la rappresentanza esterna

dell’Unione anche se non esclusiva, infatti questa è esclusa nella materia della PESC.

La Commissione partecipa alla formazione degli atti del Consiglio e del Parlamento

europeo. Essa detiene infatti il monopolio delle “proposte di atti dell’Unione”, senza

le quali non è possibile avviare i procedimenti di adozione di tali atti. La forza della

proposta è tale che essa, può si essere respinta ma ove il Consiglio intenda modificarla

può farlo solo deliberando all’unanimità.

La Commissione poi pubblica ogni anno, almeno un mese prima dell’apertura della

sessione del Parlamento, una relazione generale sull’attività dell’Unione.

L’ALTO RAPPRESENTANTE PER GLI AFFARI ESTERI E LA POLITICA DI SICUREZZA

Organo “ibrido”, poiché oltre ad essere il presidente del Consiglio “Affari esteri”,

riveste lo status di componente della Commissione, della quale è uno dei

vicepresidenti. Il Consiglio europeo di comune accordo con il Presidente della

Commissione ne determina sia la nomina che la fine del mandato. La sua nomina è

inoltre subordinata all’approvazione del Parlamento europeo. Egli è qualificato

inoltre come “mandatario” del Consiglio, soggetto quindi alle sue determinazioni. Per

quanto riguarda le sue funzioni l’Alto rappresentante vigila sulla coerenza dell’azione

esterna dell’Unione.

Riguardo alla materia della PESC compreso il settore della sicurezza e difesa comune,

l’Alto rappresentante svolge una funzione di proposta nei confronti del Consiglio, di

attuazione delle decisioni dello stesso Consiglio, così come del Consiglio europeo, di

rappresentanza dell’Unione nei confronti dei paesi terzi e di consultazione. Di

particolare importanza sono le funzioni dell’Alto rappresentante nell’attuazione delle

missioni, implicanti l’impiego di mezzi civili e militari.

Nell’esecuzione delle sue funzioni, l’Alto rappresentante si avvale di un servizio

europeo per l’azione estera che potrebbe configurarsi come un servizio europeo di

diplomazia. Tale servizio lavora in collaborazione con i servizi diplomatici degli Stati

membri. LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA

Essa, originariamente, era l’unica istituzione giudiziaria delle Comunità europee con

competenze e funzioni tali da assicurare il rispetto del diritto comunitario.

Successivamente, con una decisione del Consiglio del 24 ottobre 1988, fu istituito un

secondo organo giudiziario, il Tribunale di primo grado, che pur non avendo

acquistato il rango di “istituzione”, è stato formalmente inserito nei Trattati, e

insieme alla Corte di Giustizia è menzionato dall’ art.19 TUE.

Il Tribunale è stato creato per due esigenze:

per decongestionare la Corte di giustizia rispetto ai smisurati ricorsi che

 rischiava di minarne l’efficienza e la funzionalità

per garantire un doppio grado di giurisdizione, con il diritto di impugnare la

 sentenza del Tribunale dinanzi alla Corte di giustizia

Il doppio grado di giurisdizione non è tuttavia di generale applicazione perché vi sono

importanti competenze riservate alla sola Corte.

Riguardo alla prima esigenza, la creazione del Tribunale si è rilevato cmq insufficiente,

soprattutto perché i ricorsi sono aumentati notevolmente e anche per la fiducia

sempre più accresciuta, riposta nella Corte da parte degli Stati membri, istituzioni

europee, giudici e avvocati.

Al fine di alleggerire così il peso del contenzioso della Corte, il Trattato di Nizza ha

previsto una “clausola abilitante”, che dà la possibilità di affiancare al Tribunale di

primo grado dei tribunali specializzati.

Sulla base di questa disposizione è stata creato un tribunale specializzato e cioè il

Tribunale della funzione pubblica dell’UE, competente a pronunciarsi in primo grado

sulle controversie tra le Comunità e i loro agenti. Contro le sue decisioni può essere

proposta impugnazione per soli motivi di diritto al Tribunale di primo grado che

diventa giudice di secondo grado, qualora ci siano gravi rischi che l’unità o la coerenza

del diritto dell’Unione siano compromesse e si può far riesaminare alla Corte di

giustizia le sue decisioni.

La disciplina delle istituzioni giudiziarie è contenuta nello Statuto della Corte di

Giustizia che ha lo stesso valore giuridico dei Trattati. I regolamenti di procedura sono

soggetti all’approvazione del Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata.

La Corte di giustizia è composta da un giudice per ogni Stato membro. I giudici sono

nominati dagli Stati di comune accordo per sei anni e il loro mandato è rinnovabile.

Essi tuttavia non rappresentano tale Stato. Infatti l’art. 253TFUE che regola la loro

nomina recita che i giudici devono essere scelti

<< tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza e……. che siano

giureconsulti di notoria competenza>>

La nomina dei giudici è preceduta da un parere sulla loro adeguatezza fornito da un

comitato composto da membri dei massimi organi giurisdizionali nazionali e giuristi

di notoria competenza uno dei quali proposto dal Parlamento europeo.

I giudici poi, designano tra di loro, il Presidente per tre anni (rinnovabili); nella

relazione generale annuale la Corte nomina il cancelliere, fissandone lo Statuto.

La Corte di giustizia è assistita poi da 8 avvocati generali, il cui numero può essere

aumentato dal Consiglio, all’unanimità, su richiesta della Corte.

L’art 252 TFUE descrive il ruolo dell’avvocato generale che è quello di presentare

pubblicamente, in piena indipendenza e in assoluta imparzialità, conclusioni sulle

cause sottoposte alla Corte, per assistere quest’ultima nell’adempimento della sua

missione, cioè quella di garantire il rispetto del diritto. La Corte, ove ritenga che la

causa non sollevi nuove questioni, può omettere le conclusioni dell’avvocato

generale.

I giudici godono dell’immunità della giurisdizione, la quale si estende oltre la

cessazione delle funzioni per quanto riguarda gli atti compiuti in veste di ufficiale.

L’immunità può essere tolta solo dalla Corte riunita in seduta plenaria.

La Corte ha sede a Lussemburgo. Essa si riunisce in sezioni composte da 3 o 5 giudici,

o in una Grande sezione composta da 13 giudici e presieduta dal Presidente della

Corte; eccezionalmente può riunirsi in seduta plenaria cioè nella composizione di tutti

i giudici.

Il Tribunale anche esso avente sede a Lussemburgo è composto da almeno un giudice

per Stato membro. Il loro numero è attualmente di 28.

I tribunali specializzati sono nominati dal Consiglio all’unanimità cmq dietro

consultazione dei un comitato composto da 7 personalità.

LA BANCA CENTRALE EUROPEA E GLI ORGANI MONETARI

A tali istituzioni sono attribuiti poteri estremamente incisivi in materia monetaria. Il

Sistema europeo di banche centrali (SEBC), ha quale obiettivo principale il

mantenimento della stabilità dei prezzi; i suoi compiti fondamentali sono: definire e

attuare la politica monetaria dell’Unione; svolgere operazioni sui cambi; promuovere

il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento. Il SEBC non è un autonomo

organo, in quanto è composto dalla BCE, con sede a Francoforte, e dalle banche

centrali nazionali ed è retto dagli organi decisionali della BCE. È dunque la BCE, fornita

di personalità giuridica.

La BCE ha il compito esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro

all’interno dell’Unione.

Gli organi della BCE sono il Consiglio direttivo e il Comitato esecutivo. Il primo è

composto dai membri del Comitato esecutivo della BCE e dai governatori delle

banche centrali nazionali degli Stati partecipanti all’euro. Il Comitato esecutivo

comprende il Presidente, il vicepresidente e altri 4 altri membri il cui mandato, di 8

anni, non è rinnovabile; esso svolge funzioni preparatorie ed esecutive ed in generale

attua la politica monetaria sulla base delle determinazioni del Consiglio direttivo, il

quale stabilisce le linee generali della politica monetaria.

La BCE è caratterizzata dalla sua posizione di indipendenza sia nei confronti degli Stati

membri che nei confronti delle istituzioni politiche europee anche se tale indipendenza

non implica l’incomunicabilità fra le autorità monetarie europee e le istituzioni.

La BCE trasmette una relazione annuale sull’attività del SEBC e sulla politica

monetaria al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Commissione e al Consiglio

europeo.

Di particolare importanza è anche il potere normativo: infatti la BCE può emanare

regolamenti, decisioni, raccomandazioni e pareri.

Il terzo organo decisionale della BCE è il Consiglio generale comprendente il

Presidente e il vicepresidente della BCE e governatori delle banche centrali nazionali.

La BCE svolge anche funzioni consultive così come anche il Comitato economico e

finanziario. LA CORTE DEL CONTI

Essa nasce come un organo di individui, di natura non giurisdizionale e nasce allo

scopo di assicurare un controllo finanziario esterno alle singole istituzioni, dal

momento che le Comunità venivano a dotarsi di un sistema di finanziamento

autonomo (risorse proprie) grazie ai contributi da parte degli Stati membri.

La Corte dei conti è composta da un cittadino per ogni Stato membro, nominati per

sei anni dal Consiglio a maggioranza qualificata, su proposta di ciascun Stato membro

e previa consultazione del Parlamento europeo. Per ricoprire questo incarico, sono

scelti personalità che fanno parte delle istituzioni di controllo esterno o che

posseggono una qualifica specifica per tale funzione, e che offrono tutte le garanzie

di indipendenza.

La sua funzione principale è quindi quella di assicurare il controllo finanziario

dell’Unione esaminando i conti di tutte le entrate e le spese.

Il suo controllo c.d. esterno riguarda la legittimità e la regolarità delle entrate e delle

spese e si estende all’accertamento della sana gestione finanziaria.

Nell’esercizio della sua funzione, la Corte dispone di strumenti di indagine incisivi la

possibilità di controllare i documenti mediante sopralluoghi presso le altre istituzione

dell’Unione, nei locali di qualsiasi organismo che gestisce le entrate e le spese per

conto dell’Unione, e negli Stati membri.

La Corte dei Conti assiste il Parlamento europeo e il Consiglio nella loro attività di

controllo sull’esecuzione del bilancio.

Uno dei principali risultati della funzione di controllo finanziario consiste nella

“dichiarazione di affidabilità dei conti”, nonché nella “relazione generale annuale”,

redatta dopo la chiusura di ogni esercizio finanziario e trasmessa alle altre istituzioni

europee. Entrambe sono oggetto di esame da parte del Parlamento europeo ai fini

della sua delibera di discarico, con la quale dà atto alla Commissione dell’esecuzione

del bilancio.

La Corte dei conti ha anche una funzione consultiva, nel senso che può dare pareri su

richiesta di una delle altre istituzioni dell’Unione. Si tratta di pareri facoltativi cioè che

non si è obbligati a richiederli. In qualche raro caso però il parere è obbligatorio.

La potestà consultiva può essere esercitata dalla Corte anche di propria iniziativa,

presentando osservazioni su problemi particolari.

GLI ORGANI AUSILIARI CONSULTIVI

Il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio sono assistiti da un Comitato

economico e sociale e da un Comitato delle regioni, che esercitano funzioni

consultive. I suddetti organi sono entrambi organi di individui composti da persone

indipendenti dai governi degli Stati membri.

Il Comitato economico e sociale è composto da rappresentante delle organizzazioni

di datori di lavoro, di lavoratori dipendenti rappresentativi della società civile, nei

settori socioeconomico, civico, professionale e culturale. Il loro numero non può

essere superiore a 350.

La composizione del Comitato è determinata con decisione unanime del Consiglio su

proposta della Commissione. La loro nomina è effettuata dal Consiglio per 5 anni

deliberando a maggioranza qualificata su proposta degli Stati membri, previa

consultazione della Commissione. Il Comitato si riunisce su convocazione del

Presidente eletto dallo stesso Comitato. La funzione consultiva è esercitata mediante

pareri obbligatori o facoltativi.

Il Comitato delle regioni ha l’intento di dare una qualche rappresentanza, a livello

europeo, alle autonomie locali, tenuto conto che spesso le politiche e il diritto

dell’Unione incidono sensibilmente sugli interessi e sulle competenze delle regioni e

di analoghi enti locali. Il numero e la nomina dei componenti e la stessa del Comitato

economico e sociale così come la loro indipendenza. I componenti del Comitato delle

regioni sono titolari di un mandato elettorale o politicamente responsabili dinanzi ad

un’assemblea eletta. Anche tale comitato emette pareri obbligatori o facoltativi ed è

legittimato ad impugnare davanti alla Corte di Giustizia atti dell’Unione.

Altro organo consultivo è il Comitato per l’occupazione composto da 2 membri

nominati da ciascuno Stato membro e 2 dalla Commissione. Il suo incarico è quello di

seguire la situazione dell’occupazione e le politiche in materia, di formulare pareri su

richiesta del Consiglio e della Commissione o di propria iniziativa e di preparare i lavori

del Consiglio relativi alla elaborazione degli orientamenti nella politica di

occupazione.

Funzioni consultiva ha anche il Comitato dei trasporti istituito presso la Commissione,

presieduto da un membro della stessa e composto da rappresentanti dei governi e

delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nell’ambito della

politica sociale va ricordato, infine, il Comitato per la protezione sociale, organo

incaricato di seguire la situazione sociale e lo sviluppo delle politiche di protezione

sociale negli Stati membri dell’Unione, di agevolare gli scambi di informazioni,

esperienze e buone prassi tra Stati membri e con la Commissione, elaborando

relazioni e pareri. LA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI

La BEI pur facendo parte della struttura dell’Unione costituisce in realtà un’entità

autonoma, i cui membri sono gli Stati membri dell’Unione ed è dotata di personalità

giuridica. L’autonomia risulta dalla presenza di una struttura organizzativa: il Consiglio

dei governatori composto dai ministri designati dagli Stati membri, il Consiglio

d’amministrazione formato da individui che offrono garanzia di indipendenza e di

competenza e il Comitato direttivo.

La funzione essenziale della BEI è quella di contribuire allo sviluppo equilibrato e

senza scosse del mercato interno nell’interesse dell’Unione, facendo ricorso al

mercato dei capitali ed alle proprie risorse. I mezzi utilizzabili dalla BEI sono le

concessioni di prestiti e di garanzie senza finalità di lucro, a favore degli Stati membri

o di imprese pubbliche o private, per il finanziamento di progetti che non possono

essere interamente assicurati da finanziamenti esistenti nei singoli Stati membri a

causa della loro ampiezza o natura. CAPITOLO 7:

LE FONTI DELL’ ORDINAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA

CARATTERI GENERALI

L’ordinamento giuridico comunitario è riconducibile ad una pluralità di fonti:

FONTI PRIMARIE FONTI DI DIRITTO ORIGINARIO

 (TUE).

Il Trattato sull’Unione europea

 (TFUE).

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

 Protocolli e Allegati ai Trattati i quali ne costituiscono parte integrante, e sono

 sullo stesso piano di fonte primaria dell’Unione.

ACCORDI INTERNAZIONALI DELL’ UE

FONTI SECONDARIE FONTI DI DIRITTTO DERIVATO

REGOLAMENTI

o DIRETTTIVE atti obbligatori che le istituzioni hanno il potere di emanare

o DECISIONI

o

Tra le fonti primarie e secondarie c’è un vero e proprio rapporto gerarchico; le

seconde infatti sono subordinate alle prime. Ciò significa che esse, per essere valide,

non devono violare i Trattati, né modificare o abrogare le disposizioni contenuti nei

Trattati istitutivi.

I TRATTATI SULL’UNIONE EUROPEA E SUL FINZIONAMENTO DELL’UNIONE

EUROPEA

La Corte di Giustizia ha affermato che tali Trattati rappresentano la “costituzione”

dell’Unione sottolineando che l’Unione è una comunità di diritto nel senso che sia gli

Stati che ne fanno parte, che le sue istituzioni sono tenute al rispetto di tali Trattati

(sent. LES VERTES). Il carattere costituzionale dei Trattati si accentua anche dal fatto

che essi danno vita ad un ente sopranazionale a favore del quale gli Stati membri

hanno rinunciato alla propria sovranità e il cui ordinamento giuridico riconosce come

soggetti giuridici non solo gli Stati membri ma anche i loro cittadini (sent. VAN GEND

EN LOOS).

Non si può negare agli Stati membri la possibilità di modificare come credono i Trattati

istitutivi, utilizzando la procedura dell’Art.48 TUE. L’unico limite sicuro alla libertà

degli Stati membri deriva dalle norme inderogabili di diritto internazionale generale

(lo ius cogens), le quali però non sembrano rilevanti in materia di modifiche dei

Trattati. L’EFFICACIA DIRETTA DELLE DISPOSIZIONI DEI TRATTATI

Da tale riconoscimento discende che le disposizioni dei Trattati sono idonee ad

attribuire diritti soggettivi. Dato il loro contenuto chiaro-preciso e incondizionato,

possono avere quindi EFFICACIA DIRETTA; tali diritti possono essere esercitati dai

soggetti titolari nell’ambito dell’ordinamento degli Stati membri, e per la cui tutela

possono anche agire in via giudiziaria davanti ai tribunali degli Stati membri. La Corte

respinse quindi l’argomento secondo il quale, in caso di violazione di un obbligo

derivante dai Trattati da parte di uno Stato membro, si sarebbe dovuta esperire la

procedura di infrazione e non già un’azione giudiziaria dei singoli davanti ai giudici

statali. L’efficacia diretta rappresenta non solo un mezzo per rafforzare la tutela dei

singoli, ma anche un ulteriore strumento di garanzia del rispetto del diritto

dell’Unione.

Bisogna distinguere però il concetto di EFFICACIA DIRETTA da quello di APPLICABILITA’

DIRETTA. Quest’ultimo concetto implica che disposizioni aventi contenuto chiaro,

preciso e incondizionato, possono essere immediatamente applicate all’interno degli

Stati senza bisogno di mediazione degli stessi, o meglio senza bisogno di un atto di

esecuzione o adattamento all’ordinamento da parte loro. L’efficacia diretta, invece,

pone in evidenza il profilo soggettivo, concernente il diritto dei singoli nascente da

una norma siffatta e la sua azionabilità immediata davanti ai giudici nazionali.

L’efficacia diretta di una disposizione dei Trattati riguarda sia i suoi effetti diretti

“verticali”, ossia quelli che anzitutto operano nei rapporti tra i singoli e gli Stati

membri, ma anche i suoi effetti diretti “orizzontali”, ossia quelli che operano nei

rapporti tra singoli soggetti privati. Il riconoscimento di effetti diretti orizzontali

comporta quindi che le disposizioni in questione conferiscano ai singoli non solo

diritti, ma anche obblighi (diritto del lavoratore a non subire discriminazioni 

obbligo del datore di lavoro di non effettuare discriminazioni).

PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO DELL’UNIONE

I principi generali sono principi non espressamente dichiarati nelle disposizioni del

Trattati ma sono principi che hanno ORIGINE PRETORIA, cioè non derivanti da

disposizioni, ma frutto della giurisprudenza creativa della Corte di Giustizia. Essi, sono

quindi principi NON SCRITTI, per cui la Corte non si preoccupa di giustificarne l’origine

o il fondamento.

I principi generali costituiscono principi autonomi dell’ordinamento dell’Unione che si

ispirano agli ordinamenti degli Stati membri ed operano nell’ambito generale del

diritto dell’Unione, non già in una materia limitata.

Bisogna aggiungere però, che essi muovono sempre nella trama del diritto

dell’Unione. Alcuni di essi, inoltre, partono proprio da disposizioni specifiche.

Esemplare è il caso del principio di “leale collaborazione” contenuto nell’art 10 CE,

quale dovere degli Stati nei confronti delle istituzioni. La Corte ha rinvenuto che tale

principio fosse la manifestazione di un principio generale estendibile tra le stesse

istituzioni dell’Unione e addirittura a carico delle istituzioni e a favore degli Stati. Altro

esempio è senz’altro quello dei diritti fondamentali comuni alle traduzioni

costituzionali degli Stati membri.

I principi generali si pongono come fonti non scritte del diritto dell’Unione e come tali

integrano il sistema completandolo e colmandone le eventuali lacune.

Essi operano, in genere, nei confronti delle istituzioni e perciò esse sono chiamate a

rispettarli. Qualora quindi esse emanassero atti in contrasto con tali principi, gli atti

in questione potrebbero essere ritenuti invalidi e suscettibili di annullamento da parte

della Corte. Operano anche nei confronti degli Stati membri dato che, in caso di

violazione dei suddetti principi è esperibile contro gli Stati le procedure di infrazione.

Dal punto di vista della collocazione e del rango, ci sembra che tali principi tendano a

porsi sullo stesso piano dei Trattati, e quindi a livello del diritto primario dell’Unione.

I principi generali svolgono anche una importante funzione interpretativa rispetto alle

altre norme dell’Unione; l’esempio classico è quelle del principio dell’effetto utile

secondo il quale ogni norma deve essere interpretata in modo che possa raggiungere

nella maniera più efficace il proprio obiettivo. Altro principio frequentemente

richiamato è quello della certezza del diritto.

GLI ACCORDI INTERNAZIONALI DELL’UNIONE EUROPEA

Gli accordi internazionali dell’Unione si pongono in una posizione intermedia, tra Le

Fonti primarie cioè i Trattati istitutivi e le fonti secondarie di diritto dell’Unione cioè il

diritto derivato. Essi costituiscono parte integrante del diritto dell’Unione fin dalla

loro entrata in vigore.

Essi sono quindi subordinati ai Trattati istitutivi e quindi devono rispettare le

• disposizioni contenute in essi, disposizioni che non possono né modificare né

abrogare (invalidare).

Tali accordi, infatti, non hanno di per sé, la forza giuridica necessaria, o l’efficacia

giuridica per modificare i Trattati: essi perciò possono essere stipulati solo se e

quando sia stata assicurata la loro compatibilità con i Trattati stessi mediante il

“PROCEDIMENTO DI REVISIONE”. Tali accordi si pongono quindi in una posizione

gerarchicamente inferiore a quella ei Trattati.

Per quanto riguarda invece i rapporti tra questi accordi e il diritto derivato:

Gli atti emanati dall’Unione (decisioni-direttive-regolamenti) sembrano essere

• subordinati agli accordi.

In fatti se tali accordi sono vincolanti per le istituzioni dell’Unione, sembra logico che

le istituzioni per rispettare tale vincolo debbano astenersi dall’emanare atti che siano

in contrasto con i suddetti accordi. Da ciò si deduce l’ulteriore obbligo per la Corte di

Giustizia di interpretare gli accordi in conformità coi Trattati.

Inoltre tali accordi possono anche produrre effetti diretti per i singoli, cioè possono

creare diritti, che i singoli possono esercitare anche in via giudiziaria dinanzi ai giudici

degli Stati membri. Chiaramente, perché essi abbiano efficacia diretta, è necessario

che il loro contenuto sia obbligatorio, preciso e incondizionato e che per la sua

applicazione non si richiede l’emanazione di un ulteriore atto.

GLI ACCORDI CONCLUSI TRA STATI MEMBRI

Per quanto riguarda gli accordi conclusi tra Stati membri, va osservato che quelli

preesistenti alla loro partecipazione alla Comunità (o Unione) europea, se

incompatibili con i nuovi obblighi derivanti dai Trattati, devono essere abrogati in virtù

del fatto che il suddetto Trattati prevalgono sulle convenzioni concluse tra gli Stati

anteriormente alla sua entrata in vigore. Così vale ugual cosa, ossia che PREVALE il

diritto dell’Unione, per accordi tra Stati membri stipulati dopo la loro partecipazione

all’Unione, che siano quindi incompatibili. In tal caso nei loro confronti si potrebbe

dare luogo anche ad una procedura di infrazione.

Pertanto ove il contrasto non sussista gli Stati posso concludere accordi anche in

materie di competenza dell’Unione, a condizione che tale competenza non sia

esclusiva.

Gli Stati membri possono inoltre, in seno al Consiglio adottare degli atti denominati

“atti degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio”, i quali non hanno la natura

giuridica di atti dell’Unione, cioè imputabili al Consiglio, ma restano imputabili

collettivamente agli Stati membri. La Corte ha riconosciuto agli Stati la possibilità di

adottare tali atti, ma negando che essi siano “atti dell’Unione”, ha escluso di

conseguenza, anche la loro competenza a sindacarne la legittimità.

GLI ACCORDI TRA STATI MEMBRI E STATI TERZI

Essi non fanno parte del diritto dell’Unione, qualora siano anteriori all’adesione degli

Stati membri alla Comunità o alla entrata in vigore del Trattato CE. Tuttavia l’art 351

TFUE dello stesso fa salvi gli accordi, i cui obblighi e diritti derivanti, non sono

pregiudicati dalle disposizioni dei Trattati.

Ciò vuol dire che uno Stato membro può sottrarsi agli obblighi derivanti dal Trattato

nella misura in cui ciò è necessario per adempiere quelli prescritti da una convenzione

conclusa anteriormente con uno Stato terzo.

Lo stesso articolo, però, prescrive anche che lo Stato o gli Stati membri in questione

debbano cercare di eliminare le incompatibilità tra la convenzione anteriore e i

Trattati. I giudici devono quindi interpretare la convenzione preesistente in materia,

in modo conforme al diritto dell’Unione.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE GENERALE

Anche questo va ricompreso nell’ambito dell’ordinamento dell’Unione. Esso viene in

rilievo nei rapporti tra l’Unione e gli Stati terzi e le altre organizzazioni internazionali.

L’Unione, essendo un soggetto di diritto internazionale, è tenuta al rispetto dei diritti

derivanti dal diritto internazionale consuetudinario. Il diritto internazionale generale

fa direttamente parte del diritto dell’Unione con la conseguenza che esso rappresenta

un parametro giuridico alla cui stregua valutare la legittimità degli atti emanati dalle

sue istituzioni. GLI ATTI DELL’UNIONE EUROPEA E I LORO REQUISITI

L’art 288TUE definisce le categorie di atti dell’Unione:

1. Regolamenti

2. Direttive

3. Decisioni

4. Raccomandazioni e pareri

5. Atti obbligatori e non vincolanti

Regolamenti – Direttive – Decisioni “atti tipici”

possono considerarsi poiché

TFUE

l’Art.288 stabilisce i loro caratteri generali e i loro effetti tipici:

1. Il regolamento ha portata generale. Esso è obbligatorio in tutti i suoi elementi

e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri.

2. la Direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato

da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito

alla forma e ai mezzi.

3. La Decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi. Se designa i destinatari è

obbligatoria solo nei confronti di essi.

REQUISITI: requisito della MOTIVAZIONE,

In relazione a questi tre atti, fondamentale è il la

quale:

1. è una condizione necessaria per valutare la validità dell’atto, in quanto la sua

assenza potrebbe rappresentare una “violazione delle forme sostanziali”

suscettibile di determinare l’invalidità dell’atto e quindi il suo annullamento.

2. è diretta, in anzitutto, a consentire alla Corte di esercitare il proprio controllo,

ripercorrendo l’iter logico seguito dalle istituzioni e anche a far conoscere agli

interessati le ragioni del provvedimento adottato, al fine di tutelare i propri

diritti. l’obbligo

Legato all’obbligo di motivazione c’è anche (non espressamente richiesto

di indicare la base giuridica dell’atto,

dai Trattati) cioè la disposizione del Trattato

che conferisce il potere di emanare l’atto in questione. L’indicazione di questa base

giuridica consente di stabilirne l’efficacia e valutarne la legittimità.

La scelta di una o l’altra base giuridica deve basarsi su elementi oggettivi, quali lo

scopo e il contenuto dell’atto in questione. Qualora più disposizioni si prestassero a

costituire il fondamento giuridico di un atto, ossia che nell’esame di un atto si

scoprisse che esso persegue un duplice scopo o ha una doppia componente, allora

l’atto deve fondarsi sullo scopo o componente che riveste un ruolo principale, rispetto

agli altri elementi considerati accessori. La base giuridica dell’atto serve anche a

stabilire quale tipo di atto (reg, dir, dec) va adottato. In mancanza di una previsione

sono le stesse istituzioni che di volta in volta prevedono il tipo di atto da adottare nel

rispetto del principio di proporzionalità. Per cui va preferito un tipo di atto il meno

intrusivo possibile.

Un ulteriore requisito formale per gli atti obbligatori adottati mediante la procedura

di codecisione, è quello secondo cui essi debbano essere firmati sia dal presidente del

Parlamento europeo, sia dal Presidente del Consiglio e pubblicati poi nella Gazzetta

ufficiale dell’Unione europea. Tali atti entreranno in vigore nel ventesimo giorno

successivo alla loro pubblicazione. Gli atti adottati con procedura legislativa speciale

e gli atti non legislativi sono invece firmati solo dal Presidente dell’istituzione che li ha

adottati. Mentre le altre direttive e decisioni che si rivolgono solo ad alcuni Stati, che

non sono state adottate con la procedura di codecisione, sono notificate direttamente

ai loro destinatari ed entrano in vigore in virtù di tale notificazione. Gli atti obbligatori

possono anche contenere sanzioni pecuniarie nei confronti di persone fisiche o

giuridiche ed in questi casi hanno efficacia di titolo esecutivo. L’esecuzione forzata è

regolata dalle norme di procedura civile vigenti nel territorio in cui è effettuata; tale

esecuzione può essere sospesa solo dalla Corte di Giustizia dell’Unione.

I REGOLAMENTI

Dalla definizione emergono i 3 caratteri distintivi del regolamento:

la portata generale

• l’obbligatorietà

• la diretta applicabilità

PORTATA GENERALE

Essa implica che il regolamento si applichi ad una fattispecie definita in termini

generali ed astratti e ad una serie indeterminata di destinatari, ossia a più categorie

di destinatari determinate astrattamente e individuate sulla base di elementi

oggettivi e non di qualità personali.

Esso si differenzia quindi dalla decisione in quanto quest’ ultima non ha portata

generale ma Individuale, diretta cioè a destinatari limitati e specifici.

Ci sono però casi in cui, i regolamenti hanno uno specifico oggetto, cioè misure contro

determinate persone, come nel caso del regolamento che stabilisce il congelamento

di capitali per le persone sospettate di terrorismo; tali regolamenti si rivolgono cmq

ad una generalità indeterminata di destinatari in quanto vietano a chiunque di

mettere a disposizione dei sospettati risorse finanziarie. La generalità del

regolamento poi, non va intesa necessariamente come sua applicazione in tutti gli

Stati membri perché è possibile che esso abbia un’applicabilità territoriale limitata.

OBBLIGATORIETA’

in tutti i suoi elementi ciò significa che tale obbligatorietà è, integrale, cioè non è

limitata ai soli risultati da raggiungere, come nel caso nella direttiva, ma si riferisce

anche alle forme e ai mezzi diretti ad assicurare il risultato.

LA DIRETTA APPLICABILITA’

negli Stati membri essa mette in evidenza l’aspetto essenziale della sopranazionalità:

infatti i regolamenti esprimono la capacità dell’Unione europea di produrre una

normativa che raggiunge direttamente i singoli, creando per essi diritti e obblighi

senza che ci sia il bisogno che gli Stati membri facciano qualcosa per darle esecuzione

e per farla adattare.

L’ applicabilità diretta dei regolamenti comporta che essi acquistino efficacia giuridica

all’interno degli Stati membri al momento stesso in cui, dopo la pubblicazione nella

Gazzetta ufficiale dell’Unione, entrano in vigore sul piano europeo senza che detti

Stati possano fare niente per impedirne l’efficacia.

In passato alcuni Stati come l’Italia usavano la prassi di attuare i regolamenti

attraverso atti interni che ne riproducevano il contenuto. Tale prassi è stata dichiarata

illegittima dalla Corte sia perché contrasta con la diretta applicabilità, sia perché

pregiudica la simultanea entrata in vigore del regolamento rinviandola all’entrata in

vigore dell’atto statale. Tale prassi pregiudicava anche la competenza della stessa

Corte a pronunciarsi in via pregiudiziale poiché il suo intervento non è ammesso per

quanto riguarda un atto statale.

Bisogna aggiungere tuttavia che la diretta applicabilità non esclude che possano

essere necessari o meglio opportuni ulteriori atti di esecuzione. Ciò può avvenire

quando si tratta di regolamenti di carattere” normativo”, in relazione ai quali il

Consiglio o la Commissione possono emanare dei regolamenti di esecuzione i quali

rimangono cmq subordinati al regolamento di base, con la conseguenza che non

possono né modificarlo, né tantomeno superare i limiti da esso stabiliti. Esistono poi

casi eccezionali in cui il regolamento può anche richiedere un’attività statale di

esecuzione quando si tratti di regolamenti il cui contenuto non sia pienamente self-

esecuting (auto-sufficiente), cioè chiaro-preciso e incondizionato, e per cui è

necessario un atto statale di esecuzione che determini le misure da adottare,

necessarie per la sua applicazione.

Anche in caso di regolamento direttamente applicabile, rimane in capo agli Stati

membri l’obbligo di cooperazione di cui all’Art.4 par.3 TUE, il quale comporta per gli

Stati la necessità di emanare norme per sanzionare la violazione del regolamento da

parte di privati. Diretta applicabilità significa anche che i regolamenti sono idonei a

creare diritti e obblighi sia nei rapporti “orizzontali” tra privati, che in quelli “verticali”

tra i singoli e lo Stato con la conseguenza che ove il diritto non venga spontaneamente

soddisfatto, il titolare può chiederne la tutela giudiziaria dinanzi al giudice nazionale.

LE DIRETTIVE

Dalla sua definizione risulta che essa può avere:

1. portata generale destinata a tutti gli Stati membri

2. portata particolare destinata solo ad alcuni Stati membri

Essa rimane cmq sempre rivolta agli Stati e mai ai singoli.

-In l’obbligatorietà

questo caso è soltanto parziale, nel senso che vincola gli Stati solo

per i risultati da raggiungere, riconoscendogli la libertà di scegliere i mezzi e le forme

necessarie per raggiungere il risultato prescritto.

-L a direttiva non unifica integralmente (come fanno i regolamenti) il diritto degli Stati

membri, ma si limita a riavvicinare, ad armonizzare tali diritti; appare perciò meno

intrusiva nella realtà giuridica degli Stati membri e per questo più conforme sia al

principio di sussidiarietà, dato che implica un intervento dell’Unione solo nella misura

in cui gli scopi dei Trattati non siano raggiungibili dai singoli Stati, sia al principio di

proporzionalità limitandosi a porre un obbligo senza oltrepassare quanto le istituzioni

ritengano necessario per il raggiungimento degli obiettivi dei Trattati.

A differenza del regolamento, la direttiva non ha applicabilità diretta, e per

 acquistare efficacia giuridica all’interno degli Stati è necessario che questi ultimi

diano esecuzione alla direttiva integrando il suo contenuto con FORME E MEZZI,

con i quali raggiungere i risultati prescritti, visto che essa è un atto incompleto che

si limita appunto a prescrivere solo l’obiettivo. Nella prassi esistono anche esempi

di direttive esaustiva che sottraggono gli Stati da qualsiasi libertà in merito ai mezzi

di attuazione; esse sono denominate direttive dettagliate o particolareggiate.

Le direttive inoltre stabiliscono il termine entro il quale gli Stati debbano darne

 esecuzione, termine che può variare da pochi mesi ad alcuni anni. Ciò non significa,

tuttavia, che prima di tale scadenza, la direttiva non abbia efficacia giuridica. Essa

infatti, appena entra in vigore, ha efficacia e determina un obbligo a carico degli

Stati destinatari, denominato di STAND-STILL. Tale obbligo consiste nel divieto per

gli Stati di adottare misure che abbiano il risultato di rendere più difficile

l’attuazione della Direttiva, in quanto modifichino l’ordinamento interno in modo

da renderlo più difforme dagli obiettivi della direttiva e pregiudichino così il

risultato da essa prescritto. Al contrario i provvedimenti devono appunto facilitare

tale esecuzione, e i mezzi con i quali fare questo devono essere comunicati alla

Commissione.

Entro il termine prescritto gli Stati destinatari hanno l’obbligo di adottare tutti i

provvedimenti necessari per dare esecuzione alla direttiva; eventuali difficoltà

consentono allo Stato al massimo di chiedere una proroga. La scelta della forma e dei

mezzi rientra nelle competenze degli Stati i quali però a riguardo non hanno libertà

assoluta: infatti esigenze di certezza del diritto impongono agli Stati di emanare atti

che siano idonei a garantire pienamente il risultato prescritto nella direttiva. Pertanto

possono essere necessari provvedimenti idonei a modificare la normativa dello Stato

per adeguarla all’obiettivo posto dalla direttiva.

Una volta scaduto il termine per l’attuazione, lo Stato è responsabile per violazione

ex Art.288 TFUE e nei sui riguardi può essere esperita la procedura di infrazione;

inoltre a certe condizioni può anche essere richiesto il risarcimento dei danni che i

singoli hanno subito a seguito dell’inadempimento.

Sebbene la direttiva abbia un’efficacia “mediata”, a certe condizioni e entro certi

limiti, essa pur non attuata dallo Stato membro, può produrre effetti diretti all’interno

dello Stato, qualora abbia un contenuto chiaro e preciso, preveda per gli Stati

destinatari un obbligo incondizionato e sia diretta conferire ai singoli un diritto

suscettibile di essere esercitato ed invocato davanti al giudice nazionale. La Corte di

Giustizia ha stabilito che per l’applicabilità diretta, il termine di attuazione della

direttiva deve essere scaduto. La ratio della diretta applicabilità sta innanzitutto nel

tutelare gli obblighi dei singoli nascenti dalla direttiva che sarebbero pregiudicati dalla

mancata attuazione da parte dello Stato e che invece, grazie al riconoscimento di

effetti diretti, possono ugualmente essere esercitati e tutelati in via giudiziaria e in

secondo luogo nel sanzionare lo Stato inadempiente. Dato che la direttiva crea

obblighi solo per gli Stati, i diritti nascenti da essa possono essere invocati solo dai

privati. Le direttive possono avere quindi solo un’efficacia diretta “verticale” e non

anche “orizzontale”; tale efficacia verticale è anche “unilaterale” nel senso che opera

esclusivamente a favore del singolo, il quale può rivendicare il diritto da essa nascente

mentre lo Stato non può vantare alcuna pretesa nei confronti del singolo.

La negazione di effetti diretti orizzontali comporta una disparità di trattamento a

seconda che il singolo abbia come controparte lo Stato o un altro privato.

Per ovviare a tale problema la Corte ha stabilito l’obbligo di interpretare il diritto

interno in modo conforme alla direttiva in modo da adattarlo alle sue prescrizioni;

formalmente quindi il giudice non applica la direttiva ma il diritto interno, il quale crea

diritti ed obblighi corrispondenti nei rapporti tra privati.

LE DECISIONI

Il terzo atto obbligatorio è la decisione. Essa è qualificata come obbligatoria in tutti i

suoi elementi e si differenzia dalla direttiva che è vincolante solo per quanto riguarda

il risultato da raggiungere. L’art 288 par.4 TFUE consente che siano emanate anche

decisioni prive di indicazioni sui destinatari. Le decisioni vanno sempre pubblicate

sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione, quelle che designano i destinatari sono invece

notificate a quest’ultimi e acquistano efficacia in virtù della notificazione. Per quanto

riguarda gli specifici destinatari, questi possono essere sia Stati membri, sia persone

fisiche o giuridiche ed in quest’ultimo caso esse assumono le caratteristiche tipiche

del provvedimento amministrativo interno. Riguardo alle decisioni “particolari”, è

proprio la presenza di destinatari specifici che consente di distinguerle dai

regolamenti che hanno portata generale.

Per quanto riguarda le decisioni “che non designano un destinatario” queste restano

obbligatorie in tutti i sui elementi; esempi classici di questo tipo di decisioni sono

quelle che hanno per oggetto la composizione di istituzioni o altri organi e per alcuni

anche quelle che prevedono la disciplina di dettaglio di materie già regolate da un

regolamento o da una direttiva.

La direttiva deve presumersi direttamente applicabile all’interno dello Stato

destinatario a meno che non sia necessaria l’emanazione di atti statali di esecuzione

mentre applicabili senza bisogno di atti statali sono le decisioni riferite a specifiche

persone fisiche o giuridiche.

Anche le decisioni come le direttive producono effetti diretti invocabili dai singoli nei

confronti degli Stati destinatari sottolineando il carattere “verticale del loro effetto

diretto. Per quanto riguarda il loro effetto “orizzontale”, la Corte di Giustizia ha

stabilito che le decisioni sull’efficacia orizzontale di una direttiva possono essere

applicate anche a una decisione che sia obbligatoria per i soli Stati membri, da cui non

si possono ricavare obblighi a carico di privati. Il singolo, in una controversia per

responsabilità contrattuale, non può far valere nei confronti di altro singolo, una

violazione da parte di quest’ultimo di una decisione.

LE RACCOMANDAZIONI E I PARERI

L’Art.288 TFUE al 5° comma si limita ad affermare che tali atti non sono vincolanti.

La raccomandazione rappresenta una manifestazione di volontà con la quale

l’istituzione che emana, chiede al destinatario, seppur in maniera non vincolante, di

tenere un la condotta raccomandata.

Il parere invece, è una manifestazione di giudizio, un consiglio, senza che il suo intento

sia quello di sollecitare il destinatario a seguire un determinato comportamento.

È diffusa opinione che tutte le istituzioni dell’Unione siano idonee ad emanare

raccomandazioni, quando non dispongano, in forza dei Trattati, del potere di adottare

atti obbligatori o quando ritengono che non vi sia motivo di adottare atti più vincolanti

(sent. Grimaldi). Anche se potere generale di adottare tali atti spetta al Consiglio, alla

Commissione e nei casi previsti dai Trattati, alla BCE.

La raccomandazione può avere come destinatari un’istituzione, ovvero Stati membri

o anche persone fisiche o giuridiche.

Sebbene non abbia effetti obbligatori, la raccomandazione è soggetta alla

competenza pregiudiziale della Corte di Giustizia ai sensi dell’Art 267 TFUE.

Le raccomandazioni sono produttive di un effetto giuridico, consistente nel dovere

dei giudici nazionali di prenderle in considerazione nella decisione delle cause

sottoposte (sent. Grimaldi). Sembra corretto attribuire alle raccomandazioni l’effetto

giuridico c.d. di liceità nel senso che se uno Stato per adeguarsi alla raccomandazione

viola un obbligo giuridico, la condotta deve considerarsi cmq lecita.

Per quanto riguarda i pareri, malgrado siano privi di obbligatorietà, talvolta possono

avere delle conseguenze giuridiche in caso di inosservanza; un esempio è il parere

della Commissione in merito alla violazione di un obbligo derivante dai Trattati da

parte di uno Stato membro, la cui inosservanza può comportare il deferimento dello

Stato alla Corte di Giustizia. GLI ATTI ATIPICI

Gli atti diversi da quelli contemplati dall’Art. 288 TFUE sono denominati atti atipici.

Essi comprendono un’ampia varietà di figure, possono rappresentare un elemento di

incertezza giuridica e vengo raggruppati in 3 categorie:

atti, previsti dai Trattati, che hanno la medesima denominazione di uno di

 quelli tipici contemplati dall’Art. 288TFUE, ma caratteri giuridici

differenziati (es. i regolamenti interni di varie istituzioni e organi)

atti, previsti dai Trattati, ma aventi denominazioni e caratteri diversi da

 quelli tipici (es. le risoluzioni operative che le istituzioni adottano per

regolare la propria attività nei vari settori)

atti, non contemplati dai Trattati, ma nati dalla prassi (l’assenza di

 disposizioni rendono difficile l’individuazione dei loro effetti che a seconda

dei casi possono avere valore giuridico o meramente politico)

Altri esempi di atti atipici sono senz’altro gli accordi interistituzionali tra Parlamento,

Consiglio e Commissione i quali hanno carattere vincolante ed effetti obbligatori, e la

cui prassi, collegata al principio di leale collaborazione, appare sicuramente legittima.

GLI ATTI IN MATERIA DI PESC

In merito a tale materia le istituzioni non possono adottare atti legislativi e va esclusa

anche una loro applicabilità diretta nei confronti dei singoli, ma non l’obbligatorietà

di tali atti nei confronti degli Stati membri e delle istituzioni dell’Unione. Ai sensi

dell’Art. 25 TUE l’Unione, in materia di PESC, definisce gli orientamenti generali,

adotta le decisioni e rafforza la cooperazione sistematica tra gli Stati. L’art 26 TUE

stabilisce che il Consiglio individua gli interessi strategici dell’Unione, fissa gli obiettivi,

definisce gli orientamenti giuridici generali e adotta le decisioni necessarie per

l’attuazione della PESC definendo la posizione dell’Unione su una particolare

questione o tematica. Le decisioni dell’Unione sono obbligatorie per gli Stati membri

i quali provvedono affinché le politiche nazionali siano conformi alle posizioni

dell’Unione.

Manuale di diritto europeo, in materia di asilo, frontiere e

immigrazione. Edizione 2014.

INTRODUZIONE (PAG 17-25)

IL CONSIGLIO D’ EUROPA

Il Consiglio d’Europa è stato fondato all’indomani della seconda guerra mondiale allo scopo di

unire gli Stati d’Europa e promuovere lo Stato di diritto, la democrazia, i diritti dell’uomo e lo

sviluppo sociale. Nel 1950 è stata adottata la CEDU (Convenzione Europea dei diritti dell’uomo). La

Corte EDU – e precedentemente la Commissione europea dei diritti dell’uomo oggi non più

esistente – è stata istituita ai sensi dell’articolo 19 CEDU al fine di garantire che gli Stati

adempissero agli obblighi loro spettanti secondo la Convenzione. La Corte EDU provvede in tal

senso esaminando i ricorsi presentati da individui, gruppi di persone, organizzazioni non

governative o persone giuridiche che lamentano violazioni della Convenzione. Fatta eccezione per

alcune specifiche disposizioni, gli individui che presentano ricorso dinanzi alla Corte EDU non

devono essere cittadini o residenti regolari di uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. La

Corte EDU può inoltre esaminare ricorsi interstatali avviati da uno o più Stati membri del Consiglio

d’Europa nei confronti di un altro Stato membro.

L’articolo 1 CEDU impone agli Stati di “riconoscere” i diritti della Convenzione a “ogni persona

sottoposta alla loro giurisdizione”, e quindi anche agli stranieri. In determinati casi specifici, il

concetto di giurisdizione può estendersi oltre il territorio di uno Stato.

L’articolo 13 CEDU impone agli Stati di predisporre un mezzo di ricorso interno per le pretese

violazioni dei diritti garantiti dalla CEDU. Il principio di sussidiarietà pone in capo agli Stati la

responsabilità primaria di adempiere agli obblighi derivanti dalla CEDU, lasciando il ricorso alla

Corte EDU come ultima istanza.

Le disposizioni della CSE (Carta sociale Europea) del Consiglio d’Europa, adottata nel 1961 e rivista

nel 1996, integrano quelle della CEDU per quanto concerne i diritti sociali. A dicembre 2013, la CSE

era stata ratificata da 43 Stati membri del Consiglio d’Europa su 47.2 Quest’ultima non dispone di

alcun organo giurisdizionale, ma ha istituito il Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS). Esso è

composto da esperti indipendenti che valutano la conformità del diritto e della prassi nazionale.

L’UNIONE EUROPEA

L’UE conta 28 Stati membri. Il diritto dell’UE è composto dai trattati e dal diritto derivato. I trattati,

vale a dire il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione

europea (TFUE), sono stati approvati da tutti gli Stati membri dell’UE e sono anche definiti “diritto

primario dell’UE”. I regolamenti, le direttive e le decisioni dell’UE sono stati adottati dalle

istituzioni dell’Unione, definiti “diritto secondario dell’UE”. L’UE è il risultato dell’evoluzione di tre

organizzazioni internazionali, istituite negli anni 1950, che si occupavano di energia, sicurezza e

libero scambio, note come le “Comunità europee”.

I cittadini dell’Islanda, del Liechtenstein e della Norvegia – tre stati che non sono membri dell’UE

ma che fanno parte dello Spazio economico europeo (SEE) istituito nel 1994 – hanno gli stessi

diritti di libera circolazione dei cittadini dell’UE.5 Analogamente, in virtù di un accordo speciale

stipulato con l’Unione europea il 21 giugno 1999, i cittadini svizzeri godono del diritto di circolare e

stabilirsi nell’UE. Gli Stati dell’UE e del SEE, assieme alla Svizzera, sono tutti membri

dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA), un’organizzazione intergovernativa istituita

allo scopo di promuovere il libero scambio e l’integrazione economica.

Anche i cittadini turchi possono godere di una posizione privilegiata secondo il diritto dell’UE. Essi

non hanno il diritto di libera circolazione verso l’UE o al suo interno, tuttavia, in virtù dell’accordo

che crea un’associazione tra la Comunità economica europea (CEE) e la Turchia (l’Accordo di

Ankara) e di un protocollo aggiuntivo adottato nel 1970 (“Protocollo addizionale all’Accordo di

Ankara”),7 i cittadini turchi che sono stati autorizzati a entrare o stabilirsi nell’UE per motivi di

lavoro beneficiano di determinati privilegi, hanno il diritto di rimanere e sono protetti da

un’eventuale espulsione.

Il Trattato di Maastricht, entrato in vigore nel 1993, ha introdotto il concetto di cittadinanza

dell’Unione, sia pur basato sul possesso della cittadinanza di uno degli Stati membri dell’UE.

Nel 1985 è stato sottoscritto l’accordo di Schengen, cui è conseguita l’abolizione dei controlli

interni di frontiera negli Stati membri partecipanti dell’UE. Nel 1997 il sistema Schengen è entrato

a far parte dell’ordinamento giuridico dell’UE.

Dal Trattato di Roma del 1957, si sono susseguite una serie di modifiche dei trattati che hanno

esteso la competenza delle Comunità europee (CE), ora UE, in materia di migrazione. Il Trattato di

Amsterdam ha conferito all’UE nuove competenze nel campo delle frontiere, dell’immigrazione e

dell’asilo, inclusi visti e rimpatri. Il processo ha raggiunto il suo culmine con il Trattato di Lisbona,

che ha assegnato all’UE nuove competenze nell’ambito dell’integrazione dei cittadini di paesi terzi.

LA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA

I trattati originali delle Comunità europee non facevano alcun riferimento ai diritti umani né alla

loro protezione. A tale scopo, la CG (Corte di giustizia) ha chiarito che i diritti fondamentali fanno

parte integrante dei cosiddetti “principi generali” del diritto e che tali principi riflettono i diritti

garantiti dalle costituzioni degli Stati membri e dai trattati internazionali in materia di tutela dei

diritti dell’uomo.

Nel 2000 l’UE ha proclamato la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La Carta

enuncia una serie di diritti che traggono ispirazione da quelli sanciti nelle costituzioni degli Stati

membri, nella CEDU, nella CSE e nei trattati internazionali sui diritti umani, fra cui la Convenzione

delle Nazioni Unite (ONU) sui diritti del fanciullo (CRC).

Con la sua entrata in vigore il 1° dicembre 2009, il Trattato di Lisbona ha modificato lo status della

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, trasformandola in uno strumento

giuridicamente vincolante. Conseguentemente, le istituzioni dell’UE (nonché i suoi Stati membri)

sono tenute a rispettare la Carta “nell’attuazione del diritto dell’Unione” (articolo 51 della Carta).

L’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea prevede – per la prima volta a

livello europeo – il diritto di asilo. Secondo l’articolo 18, si tratta di un diritto qualificato.

L’articolo 19 della Carta vieta di riportare un soggetto in uno Stato in cui esiste un rischio serio di

essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o

degradanti (principio di non respingimento).

L’ADESIONE DELL’UNIONE EUROPEA ALLA CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI

DELL’UOMO

Con il Trattato di Lisbona viene sancita l’adesione dell’UE alla CEDU. Il diritto dell’UE e la CEDU

sono strettamente correlati. La CGUE (Corte di giustizia dell’Unione Europea) s’ispira alla CEDU nel

determinare la portata della protezione dei diritti umani nell’ambito del diritto dell’Unione. La

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riflette, senza limitarsi a essi, l’insieme dei diritti

sanciti dalla CEDU.

CAPITOLO 1: ACCESSO AL TERRITORIO E ALLE PROCEDURE

INTRODUZIONE

Di norma, gli Stati hanno il diritto sovrano di controllare l’ingresso e la permanenza degli stranieri

sul loro territorio, tuttavia sia il diritto dell’UE sia la CEDU pongono alcuni limiti a questo esercizio

di sovranità. I cittadini hanno il diritto d’ingresso nel proprio paese, mentre i cittadini dell’UE

godono, conformemente al diritto dell’UE, del diritto d’ingresso negli altri Stati membri dell’UE.

Inoltre, come sarà illustrato nei paragrafi seguenti, sia il diritto dell’UE sia la CEDU vietano di

respingere alle frontiere coloro che rischiano di subire persecuzioni o altri danni gravi (principio di

non respingimento). Il diritto dell’UE prevede norme comuni applicabili agli Stati membri dell’UE in

materia di rilascio di visti di soggiorno di breve durata e di attuazione delle attività di controllo e

sorveglianza di frontiera. L’UE ha inoltre predisposto norme per prevenire l’ingresso irregolare.

L’agenzia dell’UE Frontex è stata istituita nel 2004 per supportare gli Stati membri nella gestione

delle frontiere esterne dell’UE. L’agenzia fornisce, inoltre, sostegno operativo attraverso

operazioni congiunte alle frontiere terrestri, aeree e marittime. In presenza di determinate

condizioni, gli Stati membri dell’UE possono chiedere a Frontex di attivare un sistema d’intervento

rapido noto come RABIT. Ai sensi della CEDU, gli Stati hanno il diritto di controllare l’ingresso, il

soggiorno e l’espulsione dei non cittadini. La giurisprudenza della Corte EDU si limita a porre

alcune restrizioni al diritto degli Stati di allontanare qualcuno dalle proprie frontiere, per esempio

nei casi in cui ciò equivarrebbe a un respingimento.

IL SISTEMA SHENGEN

I cittadini dell’Unione europea e i cittadini di quei paesi che fanno parte dell’area Schengen

assieme ai loro familiari godono del diritto d’ingresso nel territorio degli Stati membri dell’UE

senza aver bisogno di un’autorizzazione preliminare. Essi possono essere espulsi solo per motivi di

ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica. I soggiorni fino a tre mesi negli Stati che

rientrano nell’area Schengen sono soggetti al codice dei visti. Per contro, la regolamentazione dei

soggiorni più lunghi spetta ai singoli Stati, che possono basarsi sul proprio diritto nazionale.

Esempio: nel caso Koushkaki, la CGUE ha ritenuto che le autorità di uno Stato membro possono

rifiutare il rilascio di un “visto Schengen” a un richiedente soltanto nel caso in cui possa essergli

opposto uno dei motivi di rifiuto elencati nel codice dei visti. A questo proposito, le autorità

nazionali dispongono di un ampio margine discrezionale. Il codice dei visti prevede, in particolare,

che il visto sia rifiutato qualora vi siano ragionevoli dubbi sull’intenzione del richiedente di lasciare

il territorio degli Stati membri prima della scadenza del visto richiesto.

Ai sensi dell’articolo 21 della Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen, i cittadini di

paesi terzi titolari di visti uniformi che sono entrati legalmente nel territorio di uno Stato Schengen

possono circolare liberamente in tutta l’area Schengen entro il termine di validità del visto.

Il codice frontiere Schengen ha abolito i controlli alle frontiere interne, eccetto in casi particolari.

IMPEDIMENTO DELL’INGRESSO NON AUTORIZZATO

Nel quadro del diritto dell’UE sono state adottate misure tese a impedire l’ingresso non

autorizzato nel territorio dell’Unione:

- La direttiva sulle sanzioni per i vettori introduce sanzioni contro chi trasporta migranti privi di

documenti all’interno dell’UE.

- La direttiva sul favoreggiamento definisce l’ingresso, il transito e il soggiorno illegali e prevede

sanzioni contro chi incoraggia tali violazioni.

DIVIETI D’INGRESSO E SEGNALAZIONI SCHENGEN

Il divieto d’ingresso vieta a una persona di entrare in uno Stato da cui è stata espulsa. In genere, il

divieto è valido per un determinato periodo di tempo e garantisce che le persone ritenute

pericolose o non gradite non ottengano un visto o non siano in altro modo autorizzate a entrare

nel territorio. Nel diritto dell’UE i divieti d’ingresso sono inseriti in una banca dati denominata

Sistema d’Informazione Schengen (SIS), cui le autorità degli altri Stati aderenti all’accordo

Schengen possono accedere e che possono consultare. Nella pratica, questo è l’unico modo in cui

lo Stato, che emette un divieto d’ingresso, può garantire che il cittadino di un paese terzo espulso

non farà ritorno nel suo territorio passando da un altro Stato membro dell’UE dell’area Schengen

per poi circolare liberamente senza controlli di frontiera.

Esempio: nel caso Coniugi Forabosco, il Consiglio di Stato francese ha annullato la decisione con la

quale era stato rifiutato il visto alla moglie del signor Forabosco, il cui nominativo era stato inserito

nella banca dati del SIS dalle autorità tedesche poiché la sua domanda di asilo, presentata in

Germania, era stata respinta.

Per le persone soggette a un divieto d’ingresso imposto nel contesto di un decreto di rimpatrio a

norma della direttiva rimpatri, il divieto non supera di norma i cinque anni. Esso è generalmente

accompagnato da una segnalazione del SIS che vieta loro l’ingresso in tutta l’area Schengen. Lo

Stato membro dell’UE che ha emesso un divieto d’ingresso sarà tenuto a ritirarlo prima che un

altro Stato membro dell’UE possa rilasciare un visto o ammettere la persona interessata.

I divieti d’ingresso emessi al di fuori dell’ambito di applicazione della direttiva rimpatri non

impediscono formalmente agli altri Stati di accordare l’accesso all’area Schengen. Gli altri Stati

possono, tuttavia, tener conto dei divieti d’ingresso quando devono decidere se rilasciare un visto

o autorizzare un ingresso.

Ai sensi della CEDU, l’inserimento di una persona nella banca dati del SIS è un’azione intrapresa da

un singolo Stato membro rientrante nel campo di applicazione del diritto dell’UE. Pertanto è

possibile proporre ricorso dinanzi alla Corte EDU sostenendo che lo Stato in questione, inserendo

o mantenendo qualcuno nell’elenco, ha violato la Convenzione.

La Corte EDU è stata inoltre chiamata a valutare gli effetti di un divieto di viaggio imposto a

seguito dell’inserimento di una persona in un elenco di sospetti terroristi gestito dall’ONU nonché

al fine di prevenire le violazioni del diritto dell’immigrazione domestico o straniero.

VERIFICHE DI FRONTIERA

L’articolo 6 del codice frontiere Schengen impone che i compiti relativi alle verifiche di frontiera

siano svolti nel pieno rispetto della dignità umana. I controlli devono essere eseguiti in modo tale

da non discriminare una persona sulla base del sesso, della razza o dell’origine etnica, della

religione o delle convinzioni personali, della disabilità, dell’età o dell’orientamento sessuale. Per i

cittadini di paesi terzi che godono dei diritti della libera circolazione esistono norme più favorevoli.

Ai sensi della CEDU, si è ritenuto che l’obbligo per una donna musulmana di togliere il velo per un

controllo dell’identità presso un consolato o per un Sikh di levarsi il turbante a un controllo di

sicurezza aeroportuale non violi il loro diritto alla libertà di religione di cui all’articolo 9 CEDU.

ZONE DI TRANSITO

In alcune occasioni gli Stati hanno cercato di sostenere che le persone nelle zone di transito non

rientrano nella loro giurisdizione. Nell’ambito del diritto dell’UE, l’articolo 4, paragrafo 4, della

direttiva rimpatri, stabilisce i diritti minimi che devono essere applicati anche a persone fermate o

intercettate per il loro attraversamento irregolare della frontiera. Ai sensi della CEDU, è possibile

invocare la responsabilità dello Stato nel caso di persone che soggiornano in una zona di transito.

RICHIEDENTI ASILO

Nell’ambito del diritto dell’UE, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea prevede il

diritto di asilo all’articolo 18 e il divieto del respingimento all’articolo 19. L’articolo 78 TFUE

stabilisce la creazione di un sistema europeo comune di asilo, che deve rispettare gli obblighi degli

Stati a norma della Convenzione di Ginevra del 1951. Benché l’articolo 18 della Carta garantisca il

diritto di asilo, il diritto dell’UE non prevede alcuna modalità per agevolare l’arrivo dei richiedenti

asilo. Le persone che desiderano chiedere asilo nell’UE sono principalmente cittadini di paesi che

necessitano di visto per entrare nell’UE. Poiché queste persone spesso non hanno i requisiti per

richiedere un visto ordinario, è possibile che attraversino la frontiera in maniera irregolare.

L’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento Dublino prevede che gli Stati membri esaminino

qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da

un apolide e che tale domanda sia esaminata da un solo Stato membro.

L’articolo 6 di detta direttiva fornisce una disciplina dettagliata sull’accesso alle procedure di asilo.

In particolare, l’articolo 6, paragrafo 1, richiede agli Stati membri di registrare la domanda entro

tre giorni lavorativi dalla presentazione della stessa, o in alternativa, entro sei giorni lavorativi se la

domanda di protezione internazionale è stata presentata ad altre autorità preposte a ricevere tali

domande ma non competenti per la registrazione. L’articolo 6, paragrafo 2, impone agli Stati di

garantire che gli individui abbiano una effettiva possibilità di presentare una domanda di

protezione internazionale il prima possibile.

- L’articolo 43 della direttiva sulle procedure di asilo consente il trattamento delle domande di

asilo alla frontiera e stabilisce inoltre che una decisione deve essere presa al massimo entro

quattro settimane dalla presentazione della domanda

- Art. 24: gli Stati devono astenersi dall’utilizzare le procedure di frontiera per i richiedenti che

necessitano di garanzie procedurali particolari, sopravvissuti a stupri o a altre forme gravi di

violenza, se non è possibile fornire loro un sostegno adeguato alla frontiera.

- L’articolo 25, fissa alcuni limiti alla possibilità di trattare la domanda di asilo di un minore non

accompagnato con la procedura di frontiera. Le disposizioni fino ad ora descritte non si applicano

all’Irlanda e al Regno Unito.

Ai sensi della CEDU, non è previsto di per sé il diritto di asilo. Tuttavia, respingere una persona alla

frontiera o altrove all’interno della giurisdizione di uno Stato, mettendola a rischio di subire

torture o trattamenti disumani o degradanti, è vietato dall’articolo 3 CEDU. L’ex Commissione

europea dei diritti dell’uomo ha esaminato svariati casi concernenti i cd. “rifugiati lasciati nel

limbo”, così definiti poiché nessun paese voleva assumersi la responsabilità di accordare loro

l’ingresso nel proprio territorio al fine di consentire il trattamento delle loro domande.

Esempio: il caso East African Asians (cittadini delle ex colonie britanniche dell’Asia e dell’Africa

orientale) riguardava la situazione dei soggetti titolari di passaporto britannico ma privi di diritto di

soggiorno o di ingresso nel Regno Unito, che erano stati espulsi dai territori britannici in Africa e

lasciati nel limbo.

OPERAZIONI DI RESPINGIMENTO IN MARE

L’accesso al territorio dell’UE e agli Stati membri del Consiglio d’Europa può avvenire per via

aerea, terrestre o marittima.

Le attività in alto mare sono disciplinate dalla Convenzione dell’ONU sul diritto del mare nonché

dalla Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) e dalla Convenzione

internazionale sulla ricerca e salvataggio in mare (SAR). Tali strumenti prevedono il dovere di

prestare assistenza e soccorso alle persone in difficoltà in mare. Il capitano di una nave, inoltre, è

tenuto a portare le persone soccorse in mare in un “luogo sicuro”. Nell’ambito del diritto dell’UE,

l’articolo 12, letto in combinato disposto con l’articolo 3, e con l’articolo 3bis del codice frontiere

Schengen, stabilisce che le attività di gestione delle frontiere devono rispettare il principio di non

respingimento.

In più occasioni, la Corte EDU ha dichiarato che le persone possono rientrare nella giurisdizione di

uno Stato quando questi esercita su di loro un controllo in alto mare. In un caso del 2012 contro

l’Italia, la Grande Camera della Corte EDU si è pronunciata sui diritti dei migranti che cercano di

raggiungere il suolo europeo e sui doveri che incombono sugli Stati in queste circostanze.

Esempio: nel caso Hirsi Jamaa e a. c. Italia, i ricorrenti erano parte di un gruppo di circa 200

migranti, tra cui richiedenti asilo e altre persone, che era stato intercettato dalla Guardia costiera

italiana in alto mare, e più precisamente all’interno della zona di ricerca e soccorso di Malta. Senza

che fosse data loro alcuna opportunità di chiedere asilo, i migranti erano stati respinti

sommariamente in Libia, nel quadro di un accordo concluso tra Libia e Italia. I loro nomi e le loro

nazionalità non erano stati registrati. La Corte EDU ha osservato che la situazione in Libia era ben

nota e facilmente verificabile sulla base di svariate fonti. Essa ha, quindi, ritenuto che le autorità

italiane erano o avrebbero dovuto essere a conoscenza che i ricorrenti, una volta respinti in Libia

come migranti irregolari, sarebbero stati sottoposti a trattamenti proibiti dalla CEDU e privati di

ogni tipo di protezione.

MEZZI DI RICORSO

Secondo il diritto dell’UE, alcuni strumenti (codice dei visti, il codice frontiere Schengen e la

direttiva sulle procedure di asilo) contengono disposizioni relative ad appelli e ricorsi specifici.

Ai sensi della CEDU, tutti coloro il cui accesso al territorio o alle procedure ricada,

presumibilmente, nell’ambito dei diritti garantiti dalla CEDU devono avere accesso a un mezzo di

ricorso efficace dinanzi a un’autorità nazionale, come previsto dall’articolo 13 CEDU. Per esempio,

nel caso Hirsi Jamaa e a. c. Italia, la Corte EDU ha constatato la mancanza di un simile gravame

perché i migranti sono stati rimpatriati in Libia senza che fosse loro data la possibilità di impugnare

il provvedimento di respingimento.

CAPITOLO 2: STATUS E DOCUMENTAZIONE ASSOCIATA

Per molti migranti, la mancanza di status o di documentazione a supporto del loro status può

essere fonte di varie problematiche, come per esempio il diniego di accesso a servizi pubblici o

privati o al mercato del lavoro.

Se lo Stato ospitante non abbia concesso alcuna autorizzazione formale, quest’ultimo può

considerare irregolare la presenza di un cittadino di un paese terzo sul proprio territorio. Sia il

diritto dell’UE sia il diritto della CEDU, tuttavia, definiscono le circostanze in cui la presenza di un

cittadino di un paese terzo deve obbligatoriamente essere considerata regolare, pur non essendo

stata “autorizzata” dallo Stato interessato.

Il diritto dell’UE può disporre espressamente il riconoscimento o la concessione di un particolare

tipo di status. Può altresì rendere obbligatorio il rilascio di specifica documentazione (cfr.

paragrafi 2.1, 2.2 e 2.8). Se un soggetto ha diritto a un determinato status o a un determinato

documento ai sensi del diritto dell’UE o al diritto nazionale, la mancata concessione dello status o

il mancato rilascio della documentazione costituisce una violazione del diritto dell’UE.

2.1 RICHIEDENTI ASILO

I richiedenti asilo chiedono protezione internazionale in quanto non possono rientrare o essere

rimpatriati nel loro paese di origine, dove hanno il timore fondato di subire persecuzioni o sono a

rischio di subire maltrattamenti o altri danni gravi.

Secondo il diritto dell’UE, i richiedenti asilo sono definiti “richiedenti la protezione internazionale”.

Il diritto dell’UE vieta l’allontanamento di un richiedente asilo fintantoché non sia stata adottata

una decisione sulla domanda di asilo. I richiedenti sono “autorizzati a rimanere nello Stato

membro” ai fini della procedura fino a che non sia stata presa una decisione dall’autorità

competente. L’articolo 6 della direttiva stabilisce che, entro tre giorni dalla presentazione della

domanda di asilo, ai richiedenti sia rilasciato un documento che certifichi lo status di richiedente o


PAGINE

79

PESO

568.00 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione linguistica e interculturale
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher raffaella_arena di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'immigrazione dell'UE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Magrone Emilia Maria.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!