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L’accento è la caratteristica per la quale una sillaba è messa in rilievo ritmico (sillaba tonica) tra le altre

(sillabe atone), articolandola con maggiore energia (accento di intensità/dinamico, proprio ad esempio

dell’italiano moderno) o modulando il tono della voce (accento melodico: ascendente, discendente ecc.,

proprio ad esempio del greco antico).

L’accento è tuttavia un tratto “soprasegmentale” in quanto non è una caratteristica intrinseca della sillaba o di

un fonema, ma un rapporto tra una sillaba e le altre: nell’accento di intensità ad esempio non conta l’energia

assoluta con cui la sillaba è articolata ma l’energia in rapporto alle altre sillabe.

Un altro tratto soprasegmentale è la durata (quantità sillabica) per la quale si oppongono sillabe più lunghe a

sillabe più brevi.

In alcune lingue la posizione dell’accento può anche avere un valore distintivo (in italiano possiamo

distinguere àncora e ancòra), mentre in altre lingue è fisso, come in francese moderno dove l’accento di

parola cade sempre sull’ultima sillaba.

LA GRAMMATICA GENERATIVA

La grammatica generativa fu una rivoluzione della teoria linguistica nel secondo 900 che risale a due saggi di

Chomsky: l’osservazione di partenza è che i parlanti sono in grado di produrre e comprendere infinite frasi

mai incontrate prima e giudicare la grammaticalità di una frase grazie a delle competenze alla base di ogni

esecuzione. La competenza è quella del parlante nativo riguardo la propria lingua materna.

La facoltà linguistica che guida un bambino a imparare la lingua è universale e innata poiché dipende dalle

strutture biologiche dell’essere umano.

Il compito della grammatica è la costruzione di un modello formale della facoltà linguistica (grammatica

universale) e della competenza dei parlanti di una singola lingua (grammatica delle singole lingue).

La grammatica è “generativa” poiché descrizione formale e interamente esplicita: le strutture di frase e le

frasi sono derivate esplicitamente (generate) a partire da simboli iniziali applicando una serie di regole.

Le regole sintattiche generano la “struttura profonda” (astratta) della frase, che diventa una frase mediante

l’azione di un “componente lessicale” che assegna le parole, e di un “componente fonologico” che governa i

fonemi.

LA TIPOLOGIA LINGUISTICA

In questo studio le lingue del mondo vengono messe in relazione fra loro e classificate in “tipi” distinti in

base al fatto che condividono determinate proprietà indipendentemente dalla loro origine.

Alla base della tipologia moderna vi è l’opera di Greenberg che fonda la tipologia sull’ordine delle parole:

basandosi su un campione di 30 parole considera tre fenomeni relativi all’ordine di esse. Troviamo:

1 lingue con preposizioni opposte a lingue con posposizioni

2 lingue caratterizzate da diversi ordini di soggetto (S), verbo (V) e complemento oggetto (O)

3 lingue con aggettivo prima o dopo il nome

Definisce una serie di “universali implicazioni” (se una lingua ha una caratteristica, allora deve averne anche

un’altra ecc.: ad esempio le lingue con ordine VSO sono sempre preposizionali).

Con “ordine a destra” indica quello in cui i determinanti seguono il determinato (la casa di Mario) e l’oggetto

segue il verbo (Bruto uccise Cesare), e con “ordine a sinistra” quello dove lo precedono (latino: Marii

domus) e l’oggetto precede il verbo (Brutus Caesarem necavit)

LA SOCIOLINGUISTICA

La sociolinguistica prende avvio nel secondo 900 dall’idea che la lingua si realizzi concretamente nei

rapporti sociali e il cui studio fondante è quelli di Weinreich sui fenomeni di “interferenza” (nelle situazioni

di contatto linguistico vi sono sia prestiti di parole che influssi su fonologia, morfologia e sintassi).

Ferguson elaborò il concetto di diglossia, ossia il fatto che due lingue parlate nella stessa comunità non sono

sullo stesso piano poiché una è la varietà alta usata in situazioni formali mentre l’altra è quella bassa usata

nei rapporti privati.

Altro aspetto è lo studio della variazione linguistica per la quale una lingua varia da un luogo all’altro

(variazione diatopica) a seconda dello strato sociale che la usa (variazione diastratica) e della situazione

comunicativa (variazione diafasica).

Di pertinenza della sociolinguistica è anche l’azione dei diversi gruppi sociali sulle dinamiche della lingua e

sulla sua evoluzione.

TIPI DI TRADIZIONE

Esistono:

- l'originale autografo dell'opera, testimonianza unica o assieme ad altri manoscritti che ne sono copia, come

il Canzoniere di Petrarca contenuto nel codice Vaticano latino 3195, del Decameron di Boccaccio nel

manoscritto Hamilton 90

- opera tramandata da un'unica testimonianza copia (diretta o attraverso intermediari) dell'originale: si tratta

di solito di testi che hanno avuto poca diffusione, come gran parte dei testi delle Origini, tra cui ad esempio

la "Sequenza di Sant'Eulalia" e il "Cantar de mio Cid"

- opera trasmessa da 2 o più testimoni copie dirette o indirette dell'originale, come la "Chanson de Roland", il

"Saint Alexis" e la "Commedia" dantesca

Per fare l'edizione critica di un'opera, ossia fornire un testo il più vicino possibile all'ultima volontà

dell'autore e leggibile allo stesso tempo da un pubblico moderno, nella prima situazione (esistenza

dell'originale) l'editore critico si limita a fornire un'edizione interpretativa, che comporta la trascrizione

secondo criteri moderni, l'inserimento di segni interpuntivi e diacritici, la separazione delle parole,

l'adeguamento di maiuscole e minuscole.

Nella seconda situazione (opera trasmessa da un testimone unico non originale), una volta operata la

trascrizione interpretativa del testo nell'opera ci si accorge di errori che l'autore non avrebbe mai fatto e da

attribuire dunque ai copisti che l'hanno trascritta, quindi il testo dovrà essere corretto.

In alcuni casi l'intervento di correzione è evidente, mentre in altri il ripristino della lezione esatta appare più

problematico (ad esempio possono esserci più soluzioni soddisfacenti per uno stesso passo corrotto o altre

volte, soprattutto di fronte a lacune, la correzione risulta impossibile).

Ancora più frequente è l'eventualità che un'opera ci sia tramandata da due o più testimoni di cui nessuno è

l'originale: a causa delle innovazioni introdotte continuamente, il testo tramandato da un testimone non

coincide mai perfettamente con quello tramandato da un altro.

I testimoni presentano infatti tra loro differenze dette varianti: l'editore nel momento in cui si appresta a

stabilire il testo critico deve scegliere quale tra le testimonianze utilizzare valutandone l'affidabilità attraverso

un confronto sulla base degli errori comuni (operazione detta recensio).

L'unico modo per stabilire quale tra 2 o più varianti equivalenti (adiafore) risalga all'originale è quello di

fondarsi sulla classificazione dei testimoni che le tramandano attraverso lo studio degli errori comuni. Si

tralasciano le "lectiones singulares", le varianti proprie di un solo testimone che appaiono deteriori) e si

prendono in considerazione quelle che per ragione di contenuto o forma risultano manifestamente

inaccettabili e possono essere considerate veri e propri errori. È necessario poi distinguere tra gli errori

originati indipendentemente (poligenetici) e quelli che per le loro caratteristiche devono per forza risalire a

una fonte comune (errori congiuntivi): la presenza di errori congiuntivi in 2 o più testimoni permette di

stabilire che essi discendono dallo stesso capostipite.

La classificazione dei testimoni fondata sugli errori congiuntivi permette di stabilire quali tra le varianti

adiafore risalgono all'originale e quali siano invece da considerarsi delle innovazioni. La classificazione

permette inoltre di decidere meccanicamente quali varianti accogliere nel testo critico grazie alla legge della

maggioranza che si applica ai discendenti diretti di un capostipite.

La classificazione dei testimoni permette di scegliere le varianti sostanziali da accogliere a testo ma solo

raramente fornisce elementi utili anche per la scelta delle varianti formali: il problema della restituzione della

veste linguistica e grafica dell'originale non può infatti essere risolto ricorrendo a criteri meccanici.

Nell'opera di trascrizione i copisti tendono generalmente a modernizzare il testo, cioè ad adeguare la lingua

del modello alle proprie abitudini, soprattutto fonetiche, da cui deriva un testo "misto", "stratificato" in cui ad

elementi risalenti alla stesura originaria si mescolano elementi nuovi attribuibili alle diverse fasi di copiature.

Nella definizione della veste linguistica e grafica del testo si privilegiano dunque quei testimoni che

occupano una posizione alta nello stemma codicum (ossia vicina all'originale o all'archetipo) che

cronologicamente risultano più prossimi all’epoca in cui visse l’autore e ne rispecchiano maggiormente le

abitudini linguistiche.

Il risultato finale è il testo critico: le lezioni scartate che non si accolgono a testo vengono sistemate

nell'apparato critico, posto abitualmente a piè di pagina o a fondo testo, che offre un quadro complessivo

della "varia lectio", ossia l'insieme delle varianti, dando al lettore la possibilità di valutare personalmente le

scelte operate dall'editore critico.

Lo studioso che predispone l'edizione critica di un testo medievale deve prendere in considerazione tutti i

testimoni antichi che lo tramandano, edizioni a stampa quattro o cinquecentesche (incunaboli e

cinquecentine) tenendo anche conto nelle testimonianze "indirette" costituite da citazioni presenti in altre

opere, traduzioni ecc.

In seguito deve fornire al lettore tutte le coordinate fondamentale per identificarli.

Nell'operazione di trascrizione l'editore non può limitarsi a riprodurre meccanicamente il testo così come

presentato nel testimone antico, ma è invece necessario realizzare una trascrizione.

INCUNABOLO: testo stampato tra 1472 e 1501

CINQUCENTINA: tipo di stampa dopo il 1501

EDITIO PRINCEPS: prima e più antica edizione dell’opera (nel caso di Dante è quella del 1472, a Foligno

da editori Numeister).

DIVINA COMMEDIA

Riguardo la Commedia di Dante non possediamo né autografi né idiografi (testi trascritti da qualcuno diverso

dall’autore ma controllati poi dall’autore, e che per tale motivo rispecchiano la sua volontà), ma si tratta

comunque di una tradizione pluritestimoniale poiché ci sono pervenute centinaia di testimonianze, sia

manoscritti che a stampa (a partire dal 1472).

Si conoscono diverse centinaia di stampe della Commedia e circa 800 manoscritti, di cui i primi risalgono al

primo cinquantennio del 300.

Dante morì nel 1321, pochi mesi dopo aver terminato il Paradiso, e si suppone avesse già terminato Inferno e

Purgatorio (di cui l’avvio della composizione risale secondo alcuni filologi a 1306-1307).

Probabilmente esistevano quindi manoscritti con solo Inferno e Purgatorio diffusisi prima della fine

dell’opera intera.

Passò la sua vita dopo l’esilio in giro tra Bologna, Ravenna ecc. in cerca di mecenati per essere in condizione

di poter scrivere, lavorare e portare a termine l’opera e cercando quindi di diffondere la Commedia per

dimostrare le sue abilità.

Queste opere circolavano tra 1316-1321.

Dopo la morte il figlio si assunse l’onere di creare un’edizione completa della Commedia e diffonderla.

Accanto a tale tradizione scritta ci fu anche una tradizione orale per via mnemonica (di larghe sezioni ma non

di tutta l’opera) per il grande successo ottenuto.

Riguardo alla Divina Commedia è presente il problema dell'edizione critica, difficile da realizzare poiché

nonostante i circa 800 manoscritti e le migliaia di stampe non ci sono pervenuti autografi.

Dante scrisse la Commedia in lingua fiorentina ma non sappiamo quale sia la grafia/il canone ortografico da

lui applicato nella scrittura dell’opera. Ci fu inoltre una proliferazione delle varianti grafiche nelle copie e

una stratigrafia degli elementi grafici nei manoscritti.

Il filologo sa che, a causa della mancanza di autografi, non potrà ricostruire la patina grafica, ma si pensa

inizialmente a ricostruire il testo ragionando sulle varianti sostanziali, si discutono e mettono a testo, si dà

una patina grafica e si va a vedere l’ortografia del fiorentino all’epoca di Dante.

Si sceglie dunque un modo di presentare la grafia che concili le tendenze della lingua al tempo adeguandosi

alle abitudini grafiche del lettore, quindi all’italiano standard.

Con il termine MULTIGRAFISMO si intendono i tanti modi di scrivere adottando numerose grafie.

Manoscritto 76 Canto I Purgatorio (fotocopia).

Si sa che Dante scriveva in endecasillabo e quindi senza utilizzare un sistema di ANISO SILLABISMO,

ossia la mancanza di un rispetto sistematico nella misura dei versi (in genere si alternano versi di 9-11 sillabe

in maniera irregolare). Noi percepiamo l’aniso sillabismo come irregolarità ma all'epoca non sappiamo se

fosse percepito come tale, ed era frequente nei versi in fiorentino medievale ma non in Dante.

La metrica aiuta l'editore perché se il filologo trova versi con una sillaba in più (IPERMETRI) o in meno

(IPOMETRI) si può pensare a guasti della tradizione.

Per quanto riguarda la prosa invece, non avendo una versificazione, non è di aiuto sotto questo profilo.

vv 1 "per corra in miglior acque": per corra è un errore poiché non ha un senso, mentre la parola "acqua" ha

senso ma l'editore decide di scegliere il plurale "acque" perché nelle espressioni metaforiche costruite con il

lemma "acqua" presentavano tale parola al plurale (studia le espressioni simili a questa nelle opere di Dante

rilevando l'utilizzo di tale parola al plurale).

vv 7-12: allude al mito antico contenuto nelle Metamorfosi di Ovidio delle Piche (gazze), che prima di essere

animali erano umane.

vv 11: "ninfe": la metrica non ci aiuta poiché sia "ninfe" che "piche" sono entrambe bisillabi, ma Ovidio nel

V libro delle Metamorfosi narra delle Piche (che sfidavano Calliope nel canto): la fonte ci dà quindi la

certezza della scelta dell'autore. "ninfe" si tratta di una BANALIZZAZIONE/ TRIVIALIZZAZIONE, ossia

varianti prodotte perché le parole difficili non vengono comprese dai copisti.

Al testo si arrivò grazie ai filologi che già a inizio degli anni 60 del 900 lavoravano per l'EDIZIONE

NAZIONALE (quindi a cui contribuirono anche la nazione, il ministero dell'istruzione ecc.) della

Commedia.

È problematica l’identificazione degli ambienti, dei luoghi e dei tempi di diffusione delle opere dantesche

“non fiorentine”.

Le prime attestazioni delle Rime e della Commedia sono bolognesi: per la Commedia si è ipotizzato un

archetipo (ossia il più antico esemplare da cui discendono tutti i testimoni esistenti di un testo, ed è cosa

diversa dall’originale).

Le centinaia di manoscritti prodotte sono caratterizzate da patine grafiche dialettali. I più antichi sono quelli

di Emilia Romagna e Veneto, che presentano quindi una patina grafico-linguistica emiliano romagnola e

veneta/settentrionale.

Il problema per ricostruire il testo è che leggendo tali Manoscritti pervenutici ci sono errori (di cui anche

Boccaccio si accorse).

COPISTI E MERCATO LIBRARIO

Molti ricchi, borghesi, colti si confezionavano da soli i libri copiandoli a mano ed erano perciò definiti

“copisti per passione”, anche se nelle copie ottenute vi erano spesso errori.

Nel mercato librario operavano inoltre copisti professionisti.

La copia a mano è un processo che porta alla destabilizzazione del testo: nel passaggio da una copia all’altra

possono essere presenti gli errori dei diversi trascrittori (errori automatici, semiautomatici, errori che il

copista ritiene tali ecc.)

Il processo di copia è dunque un processo di entropia (dispersione prodotta dal passaggio da uno stato

all’altro) che conduce a modifica e instabilità del testo.

Un altro problema sono le modificazioni che hanno a che fare con i diversi contesti in cui la copia viene

preparata.

Il mercato librario esisteva già nel mondo antico dove si producevano copie anche in maniera

“professionale” e su pergamena grazie a un sistema di lavoro con la finalità di produrre determinati prodotti.

Nel Medioevo la scrittura era a mano dunque i testi di questo periodo sono manoscritti fino alla metà del XV

secolo, quando incominciano a diffondersi i primi libri a stampa con l'avvento della stampa a caratteri

mobili.

Si scriveva o su pergamena (diffusasi nella tarda antichità e usata per tutto il medioevo) o sulla carta

(proveniente dal mondo arabo e portata in Europa dalla fine del XIII secolo) e per scrivere si intingeva il

calamo o la penna di volatile nell’inchiostro.

I testi potevano essere scritti su fogli volanti o su fogli piegati e inclusi in fascicoli di varia consistenza che

venivano poi rilegati per formare veri libri (detti manoscritti o codici).

Manoscritti e fogli pergamenacei che tramandano un testo sono detti testimoni di quel testo e l'insieme dei

testimoni costituisce la tradizione.

Con la rivoluzione tecnologica si iniziano a produrre su ampia scala il libro nella forma che conosciamo oggi

sostituendosi al ROTULUS (fogli stretti e lunghi di papiro arrotolati intorno ad aste). L’oggetto libro nella

forma di rotulus era più fragile, più breve e meno funzionale, mentre la pergamena al contrario era molto più

resistente e grazie ad essa ci sono infatti arrivati molti manoscritti.

Il mercato librario aprì la possibilità di produrre libri da operatori di quei settori.

I primi contesti in cui si producono libri per la comunità sono i monasteri, nati sotto l’egida della Chiesa e

che utilizzano quindi la lingua latina e di tematica religiosa (per gli scopi della chiesa: liturgia, trasmissione

filosofica, saperi religiosi).

Spesso avevano luoghi dove produrre i libri (scriptorium/a) e alcuni monaci erano formati alla scrittura.

Il problema era che se l’unico modo di diffusione era la scrittura a mano, essa doveva essere decodificabile

da tutti e quindi dovevano elaborare tecnologie adatte a tale scopo: la scrittura a mano doveva quindi essere

formalizzata (elimina elementi individuali e si deve uniformare a un modello standard grazie cui tutti i lettori

possono decodificare l’opera) poiché spesso non era facilmente comprensibile.

La caduta dell'Impero romano significò anche la frantumazione di una tradizione grafica unitaria che durava

da secoli.

Nei regni romano barbarici formatisi sulle rovine dell'impero vennero usate delle scritture che differivano

spesso le une dalle altre: in Francia durante il regno dei Merovingi si usò la scrittura merovingica, in Spagna

la visigotica, nei ducati longobardi dell’Italia meridionale la scrittura beneventana.

Le riforme culturali di Carlo Magno ebbero tra le conseguenze l'introduzione di una nuova scrittura semplice

e lineare, la minuscola carolina, che si diffuse rapidamente in gran parte dell'Europa, ad eccezione di Spagna

del Nord e Italia del sud dove venne introdotta tardi.

Tra i testi scritti nella minuscola carolina troviamo i Giuramenti di Strasburgo, la Sequenza di sant'Eulalia e

la Chanson de Roland.

Nell'area italiana tra 200 e 300 si usarono 3 tipi principali di scrittura in caratteri latini:

- gotica, sviluppatasi in ambienti universitari e diffusasi in tutta Europa destinata all'uso librario

- minuscola cancelleresca, usata nei documenti da notai, giuristi, uomini politici

- mercantesca, scrittura professionale impiegata dal 300 dalla borghesia mercantile toscana ed esportata poi

nel resto della penisola.

- si aggiunge ad esse quella umanistica, diffusasi dal 400, da cui derivano i nostri caratteri a stampa

Le differenze tra i sistemi grafici antichi e moderni non riguarda solo forma e tratteggio dei singoli caratteri:

nella scrittura medievale non si distingue ad esempio "u" da "v", si fa un uso parco dei segni di interpunzione

e di lettere capitali, non esistono segni diacritici, le parole non sono separate dalle une delle altre e spesso,

come nella gotica, si ha un notevole impiego di abbreviazioni e segni tachigrafici.

La prima scrittura formalizzata fu la MINUSCOLA CAROLINA (il cui nome deriva da Carlo Magno), che

ebbe un ruolo importante nel dare all’Europa e agli europei uno strumento di uso facile (mentre prima non

c’era omogeneità grafica e le scritture differivano a seconda del luogo).

Il problema fu ulteriormente risolto nel corso del XII secolo con lo sviluppo delle università e lo sviluppo

della GOTICA LIBRARIA, scrittura per eccellenza adatta ai libri e leggibile facilmente.

È una scrittura ad alta formalizzazione ma non è la prima scrittura libraria, messa a punto nelle università (tra

Parigi e le università Inglesi in particolare) per necessità di studenti e professori.

Un esempio che utilizza la gotica è il manoscritto 76 di Cagliari di un copista aretino-cortonese, presso la

Biblioteca Universitaria, risalente a fine XIV inizio XV secolo, che riporta il Canto I del Purgatorio con note

di commento accanto.

La prima fase di produzione della scrittura in contesti dove operavano figure professionali che si occupavano

di produrre e copiare libri è una fase che si svolge durante l’Alto Medioevo fino a tutto l’XI secolo nei

monasteri (scriptoria monastici), luoghi di produzione libraria. Tuttavia a partire dalla fine dell’XI secolo e

nel corso del XII secolo iniziano a fiorire luoghi di produzione libraria svincolati da monasteri e chiesa che

hanno come obiettivo la produzione di libri universitari.

Le più antiche università in Europa nacquero dall’aggregazione di scuole precedenti nel corso del XII secolo

(Oxford, Cambridge, Parigi ecc.), dove in rapporto con le università vengono istituiti luoghi dove si

producevano libri per quelle comunità. Rapidamente e parallelamente alla diffusione delle università si

diffondono questi luoghi: nella fase più antica si chiamano “atelier di scrittura” (atelier: luogo che produce

libri laici e non di carattere religioso, come gli scriptoria) e si diffondono prima in Francia e in Inghilterra poi

in tutta Europa. Inizialmente i libri prodotti sono principalmente di diritto e libri di scienza (tutti in latino),

ma poi questi atelier iniziano a raccogliere anche le richieste di altri interessati a possedere libri ma non

universitari (spesso persone di ceti alti, colti ecc.).

La prima città in Europa con un mercato librario vero fu Parigi.

Consideriamo ora la copia a mano di questi copisti.

La produzione di copia a mano produce modificazioni del testo: l’insieme di tutte le modificazioni che si

producono nella trasmissione di un testo prende il nome di VARIANZA.

Le modificazioni presenti nei testi (varianti) sono fenomeni riconducibili a guasti di tipo meccanico (ad

esempio durante il meccanismo della copia) e non alla volontà del copista.

Tale errori hanno incidenza nella produzione della varianza (ossia la somma di tutte le modifiche), prodotta

nel corso della trasmissione.

Distinguiamo MICRO VARIANZA, che riguarda elementi minori (monosillabi, lettere, segni diacritici), e

MACRO VARIANZA, ad esempio nel caso di un testo riscritto, ampliato o ridotto seguendo una certa ratio.

Nella macrovarianza rientrano anche tutte le modificazioni che incidono sulla struttura e nei materiali del

testo.

Esiste una componente della macrovarianza che si costituisce degli errori dello scrivente e dell’immissione

di fenomeni grafici che prescindono dagli errori (non sono errori).

Si distinguono i guasti materiali (meccanici, non volontari) e le modificazioni volontarie del copista.

• GUASTI MATERIALI

1- LACUNE: perdita di porzioni del testo (es. perdita di fogli)

2- COPIA: saut du même au même (salto dallo stesso allo stesso): quando è presente una stessa parola

in diverse righe e confondendosi si perdono le righe interne tra le due

3- APLOGRAFIA: parola lunga con due sillabe uguali di cui se ne perde una (TRAGICOCOMICO:

TRAGICOMICO)

4- DITTOGRAFIA: copiando si aggiunge una sillaba uguale alla precedente

5- SEGNI DIACRITICI

6- ERRATA IDENTFICAZIONE DI SEGNI GRAFICI DA PARTE DEL COPISTA

7- MANCATA TRASCRIZIONE DI MONOSILLABI

8- FRAINTENDIMENTI

• MODIFICAZIONI VOLONTARIE

Le VARIANTI GRAFICHE interessano solamente il livello grafico e non la sostanza e sono forme diverse

della stessa parola che appaiono differenti sul piano della grafia, come ad esempio in Dante "melgior",

oppure "dio/iddio", "amour/amur", "ge/je/ie".

Le VARIANTI SOSTANZIALI riguardano invece la sostanza del verso (esempio vv 7 "mortal/morta").

Le varianti grafiche esprimono sostanzialmente le tradizioni ortografiche dei copisti.

Le lingue ricevettero la canonizzazione di tipo grafico quando le accademie di studiosi risolsero il problema

della variabilità grafica delle scritture delle lingue: tale processo d'identificazione di questa norma fu un

processo culturale complesso iniziato dal 1500 in tutta Europa.

La canonizzazione a livello grafico fu fondamentale perché senza essa sarebbe stata difficile la

comunicazione attraverso la scrittura poiché durante la copia un copista, legato alle tradizioni locali, non

pensava ad un’altra grafia diversa dalla sua.

L'EDIZIONE DI UN'OPERA

Edizione Petrocchi (filologo Dantista): vari filologi raccolsero, siglarono e descrissero tutti i manoscritti. Il

primo procedimento si chiama RECENSIO (raccolta e studio di tutti i testimoni che costituiscono una

tradizione per classificarli e capire quali sono quelli più affidabili), mentre il secondo COLLATIO, ossia

collazione (confrontare le parole del testo per come sono state trascritte in tutti i testimoni, quindi

confrontare tutti i luoghi testuali).

Con la collazione si scoprono i codici copiati l'uno dall'altro, individuando così le testimonianze copiate per

poterle eliminare.

La recensio e la collatio permettono la ELIMINATIO CODICUM DESCRIPTORUM, ossia l'eliminazione

dei codici copiati.

Sono procedure tipiche nel caso di edizione critica di un testo con tradizione pluritestimoniale.

E’ importante a tale proposito il concetto di errore: spesso colui che copia non percepisce gli errori dell'altro.

Solo alcuni tipi di errori ci danno prova di una parentela tra i manoscritti, e sono errori che definiamo

CONGIUNTIVI, in grado quindi di dimostrarci la parentela, e sono MONOGENETICI, ossia con una sola

origine e una certa specificità.

Esistono anche errori di tipo SEPARATIVO: se un manoscritto A contiene una lezione che può essere

d’autore, mentre B contiene un errore certo, allora A non è una copia di B.

Se sono presenti una serie di salti negli stessi luoghi dei manoscritti sicuramente si tratta di un errore

congiuntivo.

Bisogna scegliere i testimoni più affidabili, più vicini alla volontà d'autore e meno sfigurati da tutte le

possibili modificazioni prodotte dalla copia. Il metodo che si utilizza per valutare l'affidabilità della

testimonianza si chiama METODO DEGLI ERRORI e consiste nel valutare i luoghi dove compaiono delle

varianti e ragionare su essi.

Non sempre è semplice distinguere varianti ed errori, mentre alcuni errori sono percepibili immediatamente

(ad esempio "per corra" nel manoscritto analizzato).

Tutto ciò può essere messo a fuoco da una collazione, ossia un confronto, che porta all'identificazione dei

luoghi critici, su cui l'editore deve lavorare.

Nell'apparato ci sono le varianti e i materiali che permettono a chi controlla il testo di sapere com'è stato

tramandato tale luogo critico e i suoi problemi.

Il filologo deve mettere a disposizione di chi legge i materiali che servano di controllo al lavoro da lui fatto.

Petrocchi, restringendo drasticamente il numero dei testimoni da esaminare, può procedere a collazioni

integrali e può pertanto allestire un testo-base credibile e fondato, per quanto provvisorio, con un apparato

rappresentativo di tutti i filoni principali della tradizione.

È in corso un progetto d’équipe che punta a dare una nuova edizione della Commedia basata su una recensio

allargata.

Il problema dell'edizione del testo riguarda anche la Bibbia, la letteratura latina e quella greca.

METODO LACHMANN: metodo di studio/ tradizione dei testi elaborato da diversi filologi e messo a punto

dal filologo classico tedesco Lachmann.

VARIA LECTIO: insieme di tutte le modificazioni prodotte nel corso della tradizione

Nella maggioranza delle opere scritte non in latino ma nelle lingue volgari, ossia del popolo, la tradizione è

quasi sempre di tipo ATTIVO poiché i copisti, conoscendo la lingua, intervengono nel testo con delle

modificazioni producendo così numerose varianti nel corso della trasmissione. Non si trattava quindi di una

riproduzione fedele o priva di errori, ma cercavano piuttosto di copiare cambiando dove c'era la necessità

(sanare lacune, guasti ecc.). Le varianti prodotte sono sia linguistiche che sostanziali.

Il lavoro del filologo nella ricostruzione del testo d'autore è perciò molto importante.

Il concetto di tradizione ATTIVA venne introdotto da Varvaro, il quale circoscrive il concetto in relazione a

quello di tradizione quiescente, un tipo di tradizione in cui si produce un tasso basso di varianti e si favorisce

la conservazione del testo.

Come Beltrami scrive, la fedeltà al testo per i copisti di testi romanzi non è la stessa di chi copia i testi latini

poiché anche i copisti fedeli modificano almeno in parte l'aspetto linguistico dell'esemplare nell'uso grafico,

nella fonetica e nella morfologia.

Gli studiosi hanno appurato che la tradizione delle opere scritte in latino e nelle lingue morte è una tradizione

quiescente.

Il tasso di variabilità delle opere antiche è quindi inferiore rispetto alla trasmissione delle opere in lingua

volgare: il copista infatti tendeva a produrre un maggior numero di varianti nella copia di un testo nella

propria lingua materna (perché la conosce, quindi corregge elementi che ritiene errori, opera delle

modificazioni ecc.), mentre durante la copia in un'altra lingua (non più parlata, come ad esempio il latino) la

copia richiede più attenzione e la distanza linguistica proteggeva lo scrivente dalla produzione di un cospicuo

numero di varianti.

La copia è infatti condizionata da interferenze mentali a causa della nostra tendenza ad interferire

mentalmente in base alle competenze linguistiche personali.

TRADIZIONE QUIESCENTE: testi latino/ lingue morte

TRADIZIONE ATTIVA: lingue volgari europee

GLI ERRORI

Ritornando al problema del MULTIGRAFISMO (prima dell'invenzione della stampa e della normalizzazione

ortografica effettuata dalle accademie), era connesso al problema del prestigio assegnato alle lingue poiché in

epoca medievale fino al 700 le lingue volgari europee non avevano il prestigio sociale del latino.

Secondo l'idea di una gerarchia di prestigio delle lingue, la lingua materna lo è meno rispetto al latino.

Intorno al VII secolo d.C. i popoli in un'area vasta (penisola iberica, Francia, Belgio, India..) smettono di

parlare il latino ed iniziano ad avere lingue materne diverse derivate dal latino.

Il latino continua comunque ad essere scritto e parlato ma da gruppi ristretti (colti), e rimane la lingua delle

università, dell'amministrazione, del diritto e delle scienze (per tale motivo conserva un enorme prestigio).

Fino a tutto il 700 i diversi livelli dell'insegnamento (anche scuole primarie) richiedevano la conoscenza del

latino e in epoca medievale il latino era utilizzato anche nei primissimi livelli di scolarizzazione.

Tutti, anche i bambini piccoli, dovevano subito apprendere il latino.

Veniva utilizzata la loro lingua materna, ma in un uso molto limitato in tutte le istituzioni scolastiche.

Il multigrafismo investe tutte le lingue volgari europee prima che si stabilizzi un'ortografia condivisa per

tutte le lingue. Nella cultura medievale esisteva una netta gerarchia di valore tra le lingue:

1- latino: lingua con una tradizione grammaticale e unica insegnata a scuola

2- lingue volgari: assenza di una grammatica normativa oggetto di insegnamento, escluse dalla scuola o

utilizzate solo ai primi livelli. Si identificarono a lungo con il parlato e non con lo scritto.

Chretien de Troyes, uno degli inventori del romanzo, nella 2 metà del XII secolo scriveva nel Nord della

Francia (Champagne, Fiandre..). I manoscritti pervenutici risalgono invece ai secoli successivi (200).

Esempi di varianti grafiche che troviamo nell’autore: Champaigne/ Champeigne (variabilità vocale AI/EI),

anpraigne/empreigne/empregne, viault/velt/veut/velt (3 p.s verbo volere).

Poiché esistevano delle varianti linguistiche ammissibili nella loro lingua, gli autori potevano scegliere

liberamente.

In assenza di autografi, quindi quando non si conoscono ortografia ecc., il filologo non può ricostruire la

parte grafica ma solamente quella sostanziale (la parola nella sostanza, ma non a livello grafico).

Tutti i ragionamenti di critica testuali mirano a ricostruire il testo come sequenza di parole a livello di

sostanza.

Gli errori ci aiutano a capire le parentele tra i manoscritti e a tracciare lo STEMMA (albero genealogico)

CODICUM (dei manoscritti), uno schema che ci aiuta a comprendere i manoscritti.

Lo stemma è una formalizzazione grafica dei rapporti tra i diversi testimoni manoscritti (a,b,c).

Quando si utilizzano le lettere maiuscole si fa riferimento a testimoni fisicamente esistenti, ossia conservati.

Le altre lettere identificano invece gli altri testi.

Le lettere minuscole, sia dell’alfabeto latino che greco, fanno riferimento a codici andati perduti ma che

possiamo ipoteticamente ricostruire (e che siamo sicuri di poter ricostruire).

Questo stemma ci dice che:

- i manoscritti a e b derivano dalla stessa fonte (“a” piccola)

- vi è poi il manoscritto “c” che si collega direttamente ad un’altra fonte, “alfa”

- “alfa”, più antico e che funziona da archetipo di tutta la tradizione (archetipo nella critica testuale è un testo

andato perduto e ricostruibile, di esistenza certa e da cui derivano tutti gli altri tramandati).

Possiamo ipotizzare l’esistenza di “alfa” e “a” piccolo tramite gli errori: in a e b si è trovato che sono

manoscritti copiati in tempi e luoghi diversi e abbiamo trovato almeno un errore che si è prodotto in maniera

monogenetica (ossia che i due copisti non potevano produrre autonomamente ma copiato da una fonte che lo

conteneva).

Poniamo di avere due manoscritti copiati in luoghi diversi, a e b, ed immaginiamo di trovare una lacuna.

Ogni lacuna nel manoscritto “a” è presente negli stessi punti del manoscritto “b” (capiamo che manca un

verso attraverso la collazione, quindi con il confronto con “c”): ciò significa che è probabile che il copista di

“a” ha lavorato sulla stessa fonte di “b”.

Questo tipo di errore, guasto materiale, ci dice qualcosa sulla parentela di questi manoscritti e ci dice che

furono copiati da un manoscritto con gli stessi errori senza capirlo.

Dobbiamo dimostrare che “a” non sia copiato da “b” e al contrario: possiamo pensare al contesto (diverso

tempo, diversa tradizione grafica ecc.), ma esaminandoli dobbiamo trovare in questi manoscritti degli errori

particolari, ossia errori singoli e specifici dell’uno e dell’altro che ci permettano di capire che non siano

copiati l’un l’altro.

Cerchiamo quindi: gli errori di copia (che ci fanno capire che sono due prodotti autonomi) e gli errori

congiuntivi (monogenetici, prodotti in una fonte, più antica, e che “a” e “b” hanno copiato).

Se la lacuna dei versi crea problemi di senso, quindi prodotti involontariamente dal copista, capiamo che il

manoscritto non è il manoscritto originale.

Se trovassimo in “a” e “b” delle lacune, ma leggendo vediamo che il senso logico non si perde, andiamo a

leggere “c” verificando che non siano delle aggiunte da parte di qualche manoscritto più antico.

Da questo schema viene fuori che c, a e b (che derivano dal subarchetipo: a e b) derivano da un unico testo

più antico, alfa, andato perduto ma della cui esistenza siamo sicuri perché ritroviamo un errore (lo stesso,

congiuntivo) sia in c che in a e b.

Se troviamo un errore monogenetico negli stessi luoghi del testo in a,b,c significa che fu trasmesso più

anticamente ed è un errore d’archetipo (e tale errore ci dimostra l’esistenza dell’archetipo).

Errore di archetipo: si tramanda in tutti i manoscritti ed è già presente nel testo più antico.

Gli errori servono dunque a costruire gli stemmi, che ci permettono di farci un’idea delle parentele e dei

rapporti fra i manoscritti: questi tipo di stemmi ci permettono anche di eliminare i codici copiati da altri (ciò

semplifica il lavoro).

Sulla base anche di recensio e collatio possiamo intervenire per corregge gli errori.

Questa procedura, chiamata stemmatica, ci permette di studiare tutti gli errori prodotti nel corso della

tradizione, che dobbiamo correggere per dare l’edizione critica del testo.

Questo metodo di edizione critica si applica solo alle opere con tradizione pluritestimoniale perché per fare

la collatione si ha bisogno di più testimoni.

Esiste il problema dell’edizione critica dei manoscritti con testimone unico (e il testimone è una delle tante

copie) e dobbiamo correggerne gli errori. Il filologo deve intervenire per offrire al lettore un’edizione del

testo più possibile vicina alla volontà dell’autore.

La critica del testo è la disciplina che si occupa dell'edizione dei testi. La filologia fin dalle sue origini

ottocentesche è stata anche critica del testo. Già Raynouard e Diez avevano unito alla ricerca linguistica

l'attività di edizione di testi romanzi antichi e l'unione di questi due interessi deriva dal tipico circolo tra

filologia e linguistica per cui per studiare i testi antichi la filologia ha bisogno di conoscenze di linguistica

storica e la linguistica storica fonda la sua ricerca sulle testimonianze scritte del passato.

Per accostarsi alla documentazione scritta medievale sono richiesta conoscenze di:

- paleografia: disciplina che studia la storia della scrittura

- codicologia: disciplina che si occupa dei materiali scrittori e della struttura del libro antico

- diplomatica: disciplina che studi i caratteri principali del documento medievale (necessaria se il testo è di

carattere documentario)

Il compito del filologo è quello di rendere accessibile un documento antico ai non specialisti (trascrivendolo,

interpretandolo e pubblicandolo secondo i criteri editoriali moderni) mentre nel caso in cui di un testo non si

conservi l'originale ma solo una o più copie in cui sono presenti errori di trascrizione il compito del filologo

è quello di ripristinare le caratteristiche originali del testo correggendo tali errori mediante lo studio della

tradizione e la congettura.

La critica del testo mira quindi a fornire di un testo antico un'edizione accessibile al lettore moderno e al

tempo stesso conforme alla volontà del suo autore.

ALTRI TIPI DI EDIZIONE

Oltre all'edizione critica ce ne sono altre che riguardano i manoscritti o i testi tramandati da un unico

testimone:

1- EDIZIONE DIPLOMATICA: definita così dal termine "diploma" (dovevano essere scritti rispettando

delle regole e dovevano avere le firme dei testimoni e il sigillo) che nel lessico medievale/latino indica il

documento (qualsiasi tipo). Riprende il testo per come è trascritto nel codice senza apportare cambiamenti,

come fosse un documento. Non si può cambiare nulla e persino l'impaginazione deve essere rispettata. Anche

alcuni segni di abbreviazione sono rispettati nell'edizione diplomatica: spesso monosillabi abbreviati e con

segno che significava l'abbreviazione. Anche le consonanti nasali venivano spesso abbreviate e segnate con

una linea orizzontale sopra la vocale che le precede. In questo tipo di edizione non vengono immessi

elementi interpretativi.

Era un’edizione usata soprattutto quando ancora non era possibile fotografare i manoscritti, infatti fino al

700/800 i manoscritti erano sparsi in Europa e la fotografia ancora non era sviluppata.

Questo tipo di edizione inoltre non può essere fatta per i testi a tradizione pluritestimoniale.

2- EDIZIONE INTEPRETATIVA: trascrizione fedele del testo chiamata così perché si inseriscono elementi

interpretativi per facilitare la lettura del testo.

E' presente l'incolonnamento del testo, da cui si capisce con questa edizione il tipo di testo e la metrica.

Gli spazi bianchi segnalano le strofe, i monosillabi abbreviati vengono sciolti e vengono immessi elementi

tra parentesi tonda perché nell'edizione interpretativa si deve capire tutto ciò che è trascritto nel manoscritto e

ciò che invece è stato aggiunto dal filologo.

Nella convenzione editoriale moderna distinguiamo la "u" dalla "v", che all'epoca erano trascritte con lo

stesso segno grafico, le quali in questo tipo di edizione vengono modificate per essere comprensibili al

lettore.

Vengono anche inseriti i segni diacritici (apostrofo, cedille, punteggiatura).

Non bisogna confondere tale edizione con la parafrasi (non vengono aggiunte parole o elementi per cambiare

il testo).

La sequenza che troviamo sopra al testo si chiama rubrica e spesso indica l'attribuzione del testo. Nel caso di

"fresca rosa novella" è errata poiché il testo non è di Dante ma di Guido Cavalcanti, come gli altri

manoscritti dello stesso testo (5) riportano.

Nell'edizione interpretativa l'errore non viene modificato, ma lo sarà nell'edizione critica (che è basata su

tutti i testi).

L'edizione interpretativa e quella diplomatica riguardano il testo come tramandato da un testimone x.

L'edizione critica invece si compie in presenza di una tradizione pluritestimoniale e il testo viene ricostruito

dall'editore per avvicinarsi alla volontà d'autore.

Nel caso di un autografo si può procedere all'edizione interpretativa perché l'edizione interpretativa di un

autografo ci dà la volontà d'autore.

DONAZIONE DI COSTANTINO

L'Affresco dal titolo "Le donazioni di Roma" si trova nelle stanze Vaticane e fu completato dagli allievi di

Raffaello sui segni preparatori da lui lasciati.

Raffigura la scena all'interno della Basilica di San Pietro prima della ricostruzione, quindi come Basilica

Paleocristiana.

Vicino al Baldacchino al centro della scena ci sono Papa Silvestro e una figura in ginocchio che offre la

statua di Roma: tale figura è Costantino, importante in quanto primo imperatore romano ad interrompere la

persecuzione contro i cristiani alleandosi col pontefice.

L'episodio è narrato nel testo conosciuto come "donazione di Costantino", un testo in latino attribuito

all'imperatore Costantino I.

Fino al XV secolo tutti credevano che il documento fosse stato scritto dall'Imperatore che aveva poi anche

attuato ciò che si racconta nel testo.

Il testo sarebbe dovuto risalire al IV secolo a.C., l'epoca di Costantino e si trattava di un testo complesso da

decifrare.

La prima parte ha un'impostazione di tipo agiografica (Costantino rappresentato come santo) e si parla anche

della sua malattia, la lebbra.

Papa Silvestro riesce miracolosamente a guarirlo e Costantino per riconoscere il valore del miracolo e della

chiesa cattolica dona al papa la città di Roma e tutti i territori circostanti (ecco perché il quadro si chiama

"donazioni").

Su questo testo si fondò durante tutto il medioevo la pretesa da parte dei pontefici di poter regnare sulla città

di Roma e sui territori circostanti (nucleo del futuro stato pontificio), infatti il principio su cui si basava il

potere temporale dei Papi era basato su questo testo e su ciò che raccontava la donazione.

Il documento era tuttavia un falso costruito per affermare tale diritto.

Il fatto che si trattasse di un falso è stato affermato e dimostrato per la prima volta tra 1440-1446 da Lorenzo

Valla, che scrisse un piccolo trattato per smentire la donazione con una spiegazione.

Lo smaschera dimostrando che l'autore non potesse essere Costantino attraverso un lavoro filologico che si

concentra sull'attribuzione dell'opera.

Siamo in presenza di un falso/apocrifo quando il testo è attribuito a qualcuno che non è l'autore (spesso

veniva fatto per ragioni di tipo ideologico per dare al testo un'attribuzione più alta).

Durante il Medioevo la donazione era stata giù messa in discussione da coloro che si opponevano al potere

temporale del papa.

Le obiezioni fatte erano di tipo formale, ad esempio si ipotizzava falso perché nessun manoscritto recava un

sigillo (importante nella mentalità dell'epoca).

Lo smascheramento compiuto da Valla è di tipo filologico:

il primo obiettivo era quello di capire se quel testo, per come scritto, potesse essere attribuito a Costantino.

Lavora su 2 fronti: lo studio degli elementi cronologici del testo (eventi, personaggi) e lo studio della lingua

del testo, ossia studiando il latino della donazione di Costantino per capire se fosse un latino del IV secolo

a.C.

Attribuzione, paternità e datazione sono elementi su cui il filologo deve lavorare.

Attraverso questa analisi scoprì che non tutti i riferimenti interni fossero compatibili con l'epoca e il latino

non era quello di decine di altri testi di quell'epoca.

Il lavoro non venne subito accettato da tutti: nelle stanze vaticane la realizzazione dell'affresco della

Donazione iniziò nel 1520 (non accettavano il lavoro di Valla), ma ci vorranno secoli.

Le ricerche proseguirono e attualmente gli studiosi di questo testo lo ritengono un falso dell'VIII/IX secolo

d.C. scritto a Roma per sostenere le pretese del pontificato sul dominio della città.

Non esiste nessuna testimonianza più antica del IX secolo relativa alla donazione.

Era stato anche inserito nel decretum graziani, una raccolta di tutte le leggi canoniche della chiesa.

Il filologo deve occuparsi anche della attribuzione delle opere.

Altri casi di documenti che si rivelarono dei falsi: protocollo dei savi di Sion. Ebbe un grande successo in

Europa in tutto il 900 e servì a costruire la propaganda antisemita.

Il testo riguarda il complotto sull'organizzazione da alcuni Anziani di organizzazioni sioniste finalizzato alla

conquista del potere nel mondo, al rovesciamento dei governi e al potere nelle mani degli ebrei. Si diffuse

già nell'epoca della Rivoluzione d’ottobre (Russia) perché gli ebrei erano considerati una delle figure

principali della rivoluzione.

Il testo era in realtà un falso scritto dalla polizia zarista ed ispirato ad un testo francese di Jolie e al romanzo

di Su, nei primi del 900 con successive riscritture fino al testo sfruttabile nella propaganda antiebraica.

Anche Umberto Eco ne parla nel "cimitero di Praga".

Nel caso del Protocollo il tipo di lavoro filologico condotto per smascherare il falso è stato la ricerca delle

fonti del testo scoprendo che l'evento non era mai avvenuto.

Il metodo utilizzato è quindi quello della critica delle fonti.

FILOLOGIA E LINGUISTICA ROMANZA

Tra filologia e linguistica romanza vi è un rapporto molto stretto e procedono di pari passo.

La filologia e linguistica romanza è la disciplina che si occupa dell’origine delle lingue e dei dialetti neolatini

e dei testi letterari e pratici scritti in tali lingue nel periodo medievale.

La linguistica romanza studia le lingue romanze e le loro reciproche influenze sia dal punto di vista teorico e

generale che dal punto di vista diacronico e descrittivo.

In particolare, essa studia l’insieme delle lingue e dei dialetti romanzi come lingue vive, nel loro sviluppo

storico, ed affronta l’evoluzione delle varie parlate a partire dal latino con l’intento di confrontare e mettere

in relazione i fenomeni pertinenti alle diverse lingue.

La filologia come studio ed edizione dei testi nasce in età alessandrina (come filologia del testo omerico),

quindi intorno al III secolo, in relazione alla Biblioteca di Alessandria, la quale arrivò a contenere tra III e II

secolo a.C. migliaia di libri, molti di cui scritti in greco (lingua che si diffonde nel mediterraneo e oltre i

confini della penisola iberica acquistando un tale prestigio e una tale importante funzione veicolare che

quando il latino diventerà la lingua dei conquistatori in quanto lingua dei romani, l'unico territorio che

resisterà alla colonizzazione latina sarà la penisola ellenica e il greco sarà l'unica altra lingua del mondo

antico con un prestigio culturale tale da istituire un rapporto di scambio e influenzare in modo dominante).

Inizialmente la Biblioteca era un museo (ossia un tempio dedicato alle muse, quindi un'istituzione religiosa)

e nasce come cura del testo omerico poiché arrivarono molte copie di Odissea ed Iliade e nacque il problema

di dare un'edizione critica al testo omerico.

La linguistica romanza invece, come disciplina che si occupa delle lingue e delle letterature neolatine in

prospettiva diacronica, nasce nella prima metà dell’Ottocento in Germania e in Francia (affermazione del

paradigma storico-comparativo). Nascita e sviluppo sono connessi a Romanticismo, attraverso cui si mette a

fuoco la lingua dei documenti e la tradizione linguistica dei popoli.

È proprio a partire dalla linguistica del primo 800 che viene enunciato in modo scientifico il concetto di più

lingue che discendono da una sola nella teoria e nelle applicazioni (come le lingue romanze dal latino) e

risale sempre a questo periodo il nuovo impulso dato allo studio dei testi medievali dalla sensibilità

romantica per le origini dei popoli europei.

Con il termine "lingua si intende ogni sistema di espressione e di comunicazione fondato sulla facoltà della

parola, appreso dalla nascita entro la comunità che ne fa uso (come "lingua naturale") e che consiste di un

lessico e di una grammatica (sistema di regole che i parlanti condividono e applicano anche sena conoscerle

esplicitamente). Una lingua può non essere stata oggetto di una grammatica normativa, che prescrive un

determinato modello linguistico, o descrittiva, ossia come descrizione delle regole, ma funziona

necessariamente secondo una grammatica descrivibile.

Oggetto della linguistica romanza oltre alle lingue romanze nazionali sono anche i dialetti, che differiscono

dalle prime solamente dal punto di vista socioculturale (e non da quello linguistico) poiché parlati in zone

geograficamente limitate e in ambiti socialmente e culturalmente ristretti. La distinzione tra lingua e dialetto

riguarda infatti l'uso, la diffusione, il prestigio e il tipo di riconoscimento che alcune lingue hanno.

La distinzione è socio culturale poiché la lingua ha acquisito maggior prestigio rispetto ai dialetti e quindi

una maggiore funzionalità.

I dialetti hanno con il latino un rapporto di tipo genetico poiché derivano da esso.

Mentre nella situazione moderna la lingua è propria dell'intera società e con un dominio completo (ambito

giuridico, pubblico, letterario, informale ecc.), per quanto riguarda le lingue medievali (tranne il latino) si

parlava di lingua quanto esisteva un certo grado di standardizzazione.

Il dialetto è di uso locale, non è standardizzato e non ha un dominio completo (è usato prevalentemente

informalmente).

Con "dialetti secondari" si intendono quelli che hanno origine dalla differenziazione interna di una lingua,

come ad esempio quelli della Spagna meridionale che derivano dall'espansione del castigliano in seguito alla

Reconquista, mentre quelli "primari" sono quelli che hanno una storia indipendente, come quelli italiani

(continuazioni dirette del latino che prima dell'affermarsi dell'italiano coprivano tutte le funzioni della

lingua).

Con "parlata" si fa riferimento ad una lingua che non ha un'espressione scritta standardizzata (parlate

francoprovenzali ecc.) mentre per parlare della diversità linguistica si usa il termine "varietà linguistica".

In relazione alla formazione dello Stato Nazione alcuni dialetti assunsero anche un ruolo socio politico

importante diventando la base per la lingua della nazione: si può parlare quindi di un continuum dialettale

sotto il profilo diacronico e geografico (sul territorio) tra latino e parlate romanze (sia dialetti che lingue

nazionali).

La linguistica dell'Ottocento nasce da 3 fattori concomitanti:

1- nuova concezione della lingua dipendente dalle idee filosofiche e dai movimenti culturali impostisi

partendo dalla Germania e dal pensiero di Herder, Schiller, Schlegel, Von Humboldt.

Nel 1808 nel libro "Uber die Sprache und Weisheit der Indier" Schlegel fonda la tipologia linguistica, ossia

la ricerca di classi di analogie e differenze tra le lingue che permettono di classificarle in tipi distinti e che fu

intesa nell'800 come un modo per studiare i rapporti genealogici tra una o più lingue.

La tipologia moderna invece prescinde dalla genealogia ed è orientata verso la ricerca delle proprietà comuni

a tutte le lingue del mondo, ossia gli "universali linguistici" (ad esempio si possono distinguere lingue in cui

l'ordine normale della frase è soggetto-verbo-oggetto e altre in cui è soggetto-oggetto-verbo).

Schlegel parte da un'analisi delle affinità tra sanscrito, latino, greco, persiano e tedesco passando poi ad un

esame comparativo di numerose lingue del mondo.

Secondo Schlegel le lingue possono ripartirsi in tre tipi:

- flessive, dove le funzioni grammaticali si esprimono con alterazioni della radice (latino "facio", " io faccio"

e "feci", "io feci") e con suffissi organici non separabili in maniera evidente e che possono avere più

funzioni. Per Schlegel sanscrito e lingue indoeuropee sono di questo tipo e derivano quindi da una matrice

comune (per lui il sanscrito stesso) e ogni lingua può evolversi, osservando la tendenza delle lingue europee

a diventare "meno flessive" rispetto al sanscrito.

- isolanti, dove si accostano elementi autonomi (ad esempio ad una parola se ne accosta un'altra che esprime

il plurale)

- agglutinanti, dove prefissi e suffissi hanno un valore fisso e rimangono ben distinti

2- scoperta del sanscrito e delle sue affinità con greco, latino e le principali lingue europee. Alla fine del 700

gli studi su sanscrito e le affinità con greco, latino e altre lingue europee asiatiche condussero all'idea di

un'unica lingua antichissima a cui venne dato il nome di "indoeuropeo". Esempi di lingue europee sono il

sanscrito, le lingue iraniche, quelle italiche, quelle celtiche, quelle germaniche, slave ecc.

Anticipazioni riguardanti questa idea erano già presenti in uno scritto di Boxhorn del 1647 in un opuscolo di

Jager, senza però tenere conto del sanscrito, le cui osservazioni più antiche sono in una lettera del 1586 di

Sassetti che la definisce un'antica lingua letteraria non più parlata ma studiata in Europa, osservando che in

esso si trovino "molti de' nostri nomi" e citando ad esempio "Dio" e "serpente".

Le affinità del sanscrito con le lingue indoeuropee d'Europa diventa un tema degli studi dopo una conferenza

del 1786 di Jones, che trattò delle affinità degli indiani con un vasto insieme di popoli nella lingua, nella

religione, nell'arte e nell'architettura.

3- creazione di un metodo rigoroso per comparare le lingue tra loro. Le idee secondo cui le lingue tendano ad

uno stato di perfezione descrivibile attraverso norme prescrittive, grammaticali e lessicali e che l'evoluzione

sia un processo di corruzione e decadenza vengono superate per dare spazio al nuovo pensiero linguistico

pre-romantico e romantico secondo cui la lingua è espressione dello spirito dei popoli e le sue trasformazioni

sono momenti della sua vita nella storia.

L'essere nella storia (intesa come il divenire) è quindi una proprietà intrinseca della lingua.

Per comparare le lingue nella storia si erano sempre privilegiate le somiglianze fra le parole, idea

abbandonata con la comparazione sistematica delle forme grammaticali nel libro di Franz Bopp del 1816. La

base della comparazione nel nuovo metodo è la morfologia, in cui l'analisi dei rapporti sistematici fra le

lingue ha lo scopo di dimostrarne l'origine comune e di ricostruirne i tratti della lingua da cui derivano.

IL METODO STORICO COMPARATIVO

Come anche per la filologia germanica, la nascita della disciplina è connessa all'invenzione del metodo di

studio chiamato METODO/PARADIGMA STORICO COMPARATIVO, che ha rivoluzionato gli studi

relativi alla lingua.

Quello delle lingue è un tipo di sapere tipico già dagli antichi, che studiavano approfonditamente le lingue

(importanti sono gli studi aristotelici sulla lingua e il mutamento linguistico).

Secondo il PARADIGMA CLASSICO la lingua è un organismo in movimento e in cambiamento, dove

“cambiamento” è inteso negativamente come corruzione e perdita. Il tempo danneggia infatti la perfezione

della lingua.

L'idea è connessa con l'idea tipica del Medioevo, del 500 e del 600 riguardo l'esistenza di lingue sacre

(ebraico, aramaico, greco).

La prima grammatica di metodo storico comparativo è la “Deutsche Grammatik” di Jacob Grimm del 1819

ed è dedicata interamente alla morfologia: viene ad esempio presentato uno spoglio di tutte le forme del

nome (genere, numero e casi) o dell'aggettivo in gotico e nelle altre lingue germaniche antiche e moderne.

Nella seconda edizione del 1822 (ma che continuerà in altri 3 volumi) viene introdotta la fonetica con uno

spoglio completo dei suoni delle lingue germaniche e un'analisi delle corrispondenze sistematiche fra esse e

le altre lingue indoeuropee.

Agli inizi dell'800 viene quindi fondata la linguistica storica perché il mutamento linguistico viene

interpretato in un modo nuovo: non è una corruzione di uno stato primigenio perfetto di una lingua ma un

dato che si collega alla storia e che non ha una valutazione né positiva né negativa ma va assunto e studiato

come dato. Nel momento in cui i primi linguisti che operano secondo questa nuova prospettiva si rendono

conto che esistono delle lingue più antiche e altre più moderne è possibile studiare l'evoluzione delle lingue e

come questo mutamento si è prodotto.

Il fatto che le lingue romanze abbiamo il latino come lingua madre e che il latino sia una lingua di cui

abbiamo migliaia di attestazioni costituiva un vantaggio per i primi studiosi di linguistica diacronica.

Non abbiamo lo stesso tipo di territorio privilegiato se ci rivogliamo alle lingue germaniche perché il

germanico antico non è tramandato: abbiamo diverse lingue germaniche che i primi studiosi di lingua

germanica cominciarono a confrontare ma la difficoltà fondamentale è che non abbiamo una quantità di

attestazioni ricca come quella che il latino offre.

La linguistica storico-comparativa nacque quindi nell'ambito di una filosofia della lingua che la pensa in

divenire nella storia.

Nel corso del secolo si sviluppa una concezione, sostenuta anche da Scleiche già dal 1846, secondo cui la

lingua è pensata come un organismo vivente che si sviluppa secondo leggi proprie, come le specie animali e

vegetali.

La realtà della lingua è quindi in divenire perché della stessa natura delle specie viventi: si affermano i

concetti di genealogia, parentela linguistica e famiglia linguistica e Schelicher disegna il primo albero

genealogico delle lingue europee ancor prima che Hackel disegnasse il primo albero genealogico del mondo

animale.

L'idea secondo cui la regolarità del mutamento linguistico sia interpretabile con leggi nacque con una scuola

di linguisti tedeschi che si dissero "neogrammatici". I principi sono enunciati nell’introduzione di Osthoff e

Brugmann al libro "Ricerche morfologiche nel dominio delle lingue indogermaniche" del 1878: la base di

partenza è l'idea che "il meccanismo del linguaggio umano" non è solo fisico ma anche psicologico e va

studiato nel funzionamento osservabile nelle lingue vive che dimostra che il sistema fonetico è coerente

nell’ambito di uno stesso dialetto (mentre l'osservazione delle fasi antiche potrebbero dare l'idea di

evoluzioni irregolari).

1- Il primo principio "neogrammaticale" è che ogni mutamento fonetico fino a dove procede

meccanicamente si compie secondo leggi ineccepibili obbedendo quindi ad una legge fonetica, a condizione

che si resti all'interno della stessa lingua o dialetto (quindi salvo che subentri una scissione dialettale).

Facendo degli esempi, in francese "a" tonica latina diviene "e" quando in sillaba libera, ossia in finale di

sillaba, come in "mare>mer" e questa è una legge fonetica. Guardando tuttavia "cane>chien", questa non 'è

un'eccezione ma dipende da un'altra legge fonetica per cui la stessa "a" diviene "ie" dopo un suono palatale.

Tale suono palatale dipende da un mutamento precedente per cui in francese "ca" latino, iniziale o dopo

consonante, è divenuto "cha" e poi "sh" come per "campu>champ".

Si possono trarre deduzioni di cronologia relativa: le leggi fonetiche operano in un tempo determinato.

2- Il secondo principio è che i mutamenti irregolari rispetto alle leggi fonetiche possono prodursi per il

meccanismo psicologico dell'analogia, ossia la tendenza a uniformare forme che si sentono collegate fra loro,

e tale tendenza è molto forte ad esempio nelle coniugazioni verbali.

Il metodo storico comparativo affronta lo studio delle lingue nel loro divenire (senza il pregiudizio del

paradigma classico del mutamento come corruzione) e tramite la comparazione mira a spiegare i rapporti tra

le lingue e raggrupparle sulla base delle loro affinità.

Dal punto di vista della linguistica storica è conveniente trattare congiuntamente queste lingue poiché

formano una "famiglia linguistica" in quanto derivate da una fase comune, ossia il latino. Tra esse troviamo:

le lingue iberoromanze (portoghese, galego, spagnolo/castigliano, catalano), le lingue gallo romanze

(occitano/occitanico, francese, francoprovenzale), le lingue italoromanze (italiano, sardo, corso), le lingue

retoromanze (romancio, ladino, friulano)) e le lingue balcanoromanze (dalmatico, romeno).

Il ruolo della linguistica nella pratica della filologia ad esempio si trova nello studio della veste grafico-

linguistica nei testi nei manoscritti per studiare la lingua in quella fase storica, quindi riguarda la

STRATIGRAFIA LINGUISTICA.

ASCOLI

Linguista dalle vastissime competenze, scrisse diversi lavori di dialettologia scientifica nei primi volumi dell'

"Archivio glottologico italiano" da lui fondato. Nel primo, "saggi ladini", afferma che sotto alla

denominazione "favella ladina"/"dialetti ladini" si intenda l'unità di un sistema di lingue non più unito

territorialmente ma diviso in tre aree:

1- dialetti romanzi del Canton Grigioni (ladino occidentale)

2- dialetti dell'area dolomitica (ladino centrale)

3- dialetti del Friuli (ladino orientale/friulano).

Nel secondo saggio identifica un sistema di parlate intermedio fra provenzale e francese, il francoprovenzale,

la cui unità non fu mai riconosciuta.

Il criterio con cui identifica un sistema dialettale consiste nell'individuazione di concordanze in tratti fonetici

caratteristici, ossia in particolari esiti fonetici dei suoni del latino: nel caso del francoprovenzale il tratto

considerato è l'esito di "a" latina tonica e atona, caratteristico del francoprovenzale rispetto al francese e al

provenzale.

I tratti unificanti delle varietà ladine più caratteristici sono fenomeni di conservazione rispetto alle varietà

dialettali italiane: uno è la conservazione dei nessi iniziali latini di consonante seguita da L, come ad esempio

"flamma>flomma/flamma,flame" contro il tipo italiano "fiamma", mentre un altro è la conservazione di -s

finale latina nel plurale dei nomi, come ad esempio "manus>mans" e nella coniugazione dei verbi, come ad

esempio "pausas>pauses"

Nonostante il concetto di legge fonetica presupponga che non subentri una scissione dialettale, Ascoli

utilizza delle leggi fonetiche relative al mutamento dal latino per definire come gruppo dialettale un insieme

di dialetto in cui queste si verificano congiuntamente: sia nel caso del ladino che in quello del

francoprovenzale l'unità dialettale individuata non corrisponde ad una identità politica storica o letteraria ma

è puramente linguistica.

Il linguista Meyer osservò che non è possibile definire un dialetto o un gruppo di dialetti sulla base di tratti

linguistici come quelli usati da Ascoli poiché ogni tratto ha un'estensione propria e diversa dagli altri e la

scelta di alcuni piuttosto che altri è arbitraria, quindi un dialetto così individuato sarebbe una costruzione

artificiale.

Ascoli rispose ribadendo che l'essenziale non sia il singolo tratto ma il convergere di più tratti insieme in una

stessa area.

SCHURCHARDT

Negli anni 1866-1868 è pubblicata l'opera di Schuchardt "Il sistema vocalico del latino volgare" che affronta

con un metodo nuovo il problema del latino da cui derivano le lingue romanze.

Nell'impostazione storico-comparativa i tratti di questo latino, definito come latino popolare e che da lui in

poi si chiamerà latino volgare, vennero individuati mediante la ricostruzione mentre Schuchardt esamina e

classifica una vasta documentazione latina anteriore al 700 circa, iscrizioni, documenti e testi, studiandone le

grafie per valutare in che modo rappresentino la pronuncia. Il materiale raccolto è pero eterogeneo e confuso

poiché contiene tutte le possibili variazioni occasionali e individuali apparse e scomparse, e ciò dimostra che

per capire l'evoluzione del mutamento linguistico non si può fare a meno della ricostruzione.

L'osservazione di Schuchardt è che le diverse varietà linguistiche non siano isolate ma che si trapassino

e influenzano a vicenda: si tratta di quella che Schmidt chiamerà la "teoria delle onde", per cui il mutamento

linguistico debba essere considerato non solo verticalmente, quindi come effetto di innovazioni nel tempo in

una lingua chiusa, ma anche orizzontalmente, per cui le innovazioni si trasmettono da una lingua o da una

varietà locale all'altra.

RUOLO DELLA SCRITTURA

La maggior parte delle lingue parlare nella storia dell'umanità non ha mai avuto una forma scritta.

Nel corso dei secoli la scrittura ha assunto un ruolo sempre più importante ed è stato l'elemento più

considerato nella descrizione grammaticale.

La scrittura è un mezzo di rappresentazione visiva della lingua, con caratteri di vario tipo che possono

rappresentare una parola, un concetto (ideogramma), una sillaba (scrittura sillabica), un fonema e un suono

(scrittura alfabetica). Gli elementi della scrittura si dicono grafemi.

LA GEOGRAFIA LINGUISTICA

Con l'atlante linguistico di Gilliéron ("Atlas linguistique de la France") la dimensione geografia ha acquistato

importanza nello studio delle lingue. Gilliéron scelse 639 località per svolgere l'indagine linguistica (in

particolare scelse piccoli centri dove il dialetto era ancora vivo) con l'idea di raccogliere i dati (ad esempio su

come si dice "ape" o piccole frasi).

Scelse inoltre un solo raccoglitore (Edmont), un linguista dilettante che aveva redatto un dizionario del

dialetto del proprio paese e aveva una notevole sensibilità acustica per evitare l'interferenza di pregiudizi.

Attraverso l'atlante Gilliéron impose il principio della ricerca sul terreno e mise a punto un metodo

d'indagine.

Replicando ad una recensione di Thomas sostenne inoltre che i dati rilevati in sincronia (contemporaneità)

nello spazio possono essere interpretati proiettandoli in diacronia (indietro nel tempo).

In questi saggi viene ricostruita una storia di parole: le leggi fonetiche sono per Gilliéron un metodo di

rappresentazione storica insufficiente perché si limitano a descrivere il dato iniziale e il risultato finale

mentre ciò che conta maggiormente è la storia dei rapporti in cui ogni parola si è trovata con le altre.

Un metodo per interpretare la distribuzione geografica dei fatti linguistici per trarne deduzioni sulla

cronologia è dato dalle norme areali di Bartoli che riguardano la cronologia relativa: sono criteri per

determinare quale sia la più antica tra più forme che compaiono nelle lingue romanze a fronte di una forma

latina, ma non sono assolute e descrivono solo quello che avviene nella maggioranza dei casi. Sono

importanti poiché chiamate in causa anche in campi diversi, come quello della tradizione manoscritta di

opere tramandate da molte copie, come criterio per riconoscere più antica la lezione dei codici prodotti in

alcune aree geografiche rispetto a quella dei codici prodotti in altre.

Le norme areali sono articolate in scala, quindi la seconda vale se non vale la prima ecc.:

1- Norma dell'area isolata: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell'area più isolata in

quanto meno esposta alle comunicazioni.

Esempio: la Sardegna conserva i derivati del latino "equa" mentre la Toscana ha l'esito di "caballa"

2- Norma delle "aree laterali": tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell'area laterale che

in quella centrale.

Esempio: gli esiti di "equa" sono nelle lingue iberiche e in romeno, mentre gli esiti di "caballa" sono invece

in Italia

3- Norma dell'area maggiore: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell'area di maggiore

estensione.

Esempio: nelle lingue galloromanze, in Italia e in Romania si trovano gli esiti del latino "frater" mentre nelle

lingue iberiche si hanno gli esiti di "germanus"

4- Norma dell'area seriore: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell'area romanizzata più

tardi.

Esempio: le lingue iberiche hanno gli esiti di "comedere", ossia "mangiare", mentre in Italia si hanno gli esiti

di "manducare", ossia "masticare".

ATLANTI LINGUISTICI LINGUE ROMANZE

Secondo gli studiosi Jaberg e Jud, direttori dell'Atlante italo-svizzero del 1928-40, la linguistica non può

dissociarsi dall'antropologia, dall'etnologia, dalla storia delle tecniche e delle condizioni di vita perché le

parole rimandano sempre ad una realtà che la lingua esprime e all'interno della quale la lingua serve per

comunicare.

L'atlante ha una prospettiva "onomasiologica", ossia parte dai concetti per studiare le parole che li designano

invece che dalle parole per studiare ciò che significano (prospettiva detta invece "semasiologica").

La raccolta dei dati fu affidata a 3 linguisti di valore (differentemente quindi da Gilliéron) e i luoghi

d'indagine comprendono anche grandi centri.

In Italia invece Bartoli si occupò dell'Atlante Linguistico Italiano, la cui pubblicazione iniziò nel 1995 ed è

tutt'ora in corso.

Gli atlanti regionali consentono una maggiore densità dei punti di rilevamento e un maggior

approfondimento. In Italia Pellegrini condusse l'atlante storico-linguistico-etnografico friulano.

L'AGGETTIVO "ROMANZO"

Il lemma “romanzo” utilizzato in funzione aggettivale nella locuzione "Filologia romanza" significa

"neolatino".

L'aggettivo latino da cui deriva è “romanicus”, che deriva a sua volta dall'aggettivo "romano".

“Romanus” deriva dal toponimo "Roma" ed è probabilmente di origine etrusca (poiché i primi secoli di

esistenza di Roma sono profondamente legati agli etruschi). Secondo Servio, commentatore dell'Eneide, il

nome antico del Tevere era "Rumon" quindi probabilmente era connesso con "Roma".

Il latino inizia la sua storia in una fase antica ed era parlato già nel IX secolo a.C., epoca a cui non risale

alcuna testimonianza scritta perche le più antiche risalgono al V/IV secolo a.C. ed era parlato nei luoghi in

cui si trovano i più antichi insediamenti di questa città, quindi ansa del Tevere (isola Tiberina, luogo di guado

del fiume e dove già in antichità era presente un mercato) e Palatino, luoghi dove gli archeologi hanno

ritrovato una più antica stratificazione di testimonianze.

Il latino è originariamente una lingua parlata da gruppi ristretti.

L'AGGETTIVO "ROMANUS"

Per quanto riguarda l’aggettivo “romanus” come abitanti di Roma, ha un valore etnico e politico e identifica

gli abitanti di Roma. Tuttavia in questa fase arcaica identificava i romani rispetto agli altri popoli italici

(etruschi, falisci..) tra il mare e la Sabina.

La parola Latium ha la radice "lat" che significa "apertura/pianura (dei monti del Rietino)" , come anche

"latinus".

Il valore etnico di "romanus" si perse tra I e II secolo a.C. quando cominciò ad indicare “tutti gli uomini

dotati di cittadinanza nell’Impero romano, quale che fosse il loro luogo d’origine”.

Ciò è riscontrabile anche negli Atti degli Apostoli 22,27 dove San Paolo, siriano nativo di Tarso, afferma di

essere cittadino romano: “civis romanus sum”.

La concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dei territori dell’impero (sulla base del censo) fu

regolata dalla Constitutio Antoniniana, ossia l’editto di Caracalla, del 212 d.C.

All’epoca della fine dell’impero (III-IV secolo d.C), romanus indicava un sentimento di appartenenza

riguardante tutti coloro che abitavano nei territori dell’impero.

Tutti loro, eccetto la parte orientale, la Grecia, dove si continuò a parlare sempre il greco, erano latinofoni.

In questa fase “romanus” ha ancora un valore politico anche se diverso rispetto al passato: tale valore si

perde infatti con il crollo dell’impero e la frammentazione del suo territorio. Rimane per alcuni secoli

soltanto l’unità linguistica.

Nei territori che anticamente avevano fatto parte dell’Impero anche nell’età dei regni romano-barbarici (V

secolo) si continua a parlare il latino, che è ancora un latino in fase di evoluzione e pronto a frammentarsi

nelle diverse lingue romanze.

Dalla fine del V secolo in avanti ”romanus” avrà un significato prevalentemente linguistico, ossia “latino”.

Coloro che parlano latino si autodefiniscono “romani”.

A partire dall’VIII sec d.C. troviamo uno slittamento di significato indicando “romanice loqui/ parabolare/

dicere”, ossia “parlare alla maniera degli abitanti della Romania”.

Romanus> aggettivo romanicus> avverbio romanice.

Fino al IV-V secolo la lingua dell'impero era la lingua latina, quindi dire "latino" equivaleva a dire

"romanzo". Nei testi dell'VIII/IX secolo d.C. l'aggettivo "romanus" è diverso da "latinus" e troviamo

locuzioni come "rustica romana lingua", con cui nel Concilio di Tours dell'813 si intende la lingua romanza

(neolatina) del popolo.

C'è quindi uno slittamento semantico tra l'inizio della storia del latino (VIII/IX secolo a.C.) all'VIII/IX secolo

d.C.

LA ROMANIA

Ogni lingua romanza è sincronicamente un sistema linguistico autonomo, ma ogni suo aspetto può essere

messo in relazione con il latino.

L'insieme delle aree geografiche e delle culture in cui si parlano le lingue romanze si dice “Romania” o

dominio romanzo, ed in Europa corrisponde all'area in cui si è parlato latino in età imperiale con alcune

perdite rispetto all’espansione massima del II secolo d.C.

Il termine in latino è formato sul nome di popolo "Romani" e l'attestazione più antica è nella cronaca detta

“Consularia Costantinopolitana”, mentre in greco il termine era il nome dell'Impero romano e poi di quello

di Oriente e in Italia designò la parte sotto il dominio bizantino.

In senso linguistico l'uso del termine è moderno e venne dato da Meyer e Paris alla rivista "Romania"

fondata nel 1872 sullo studio delle lingue e delle letterature romanze.

A "romanus" si riferiscono anche concetti di tipo linguistico: quello di “Romània” è un concetto linguistico

che definisce l’insieme dei territori nei quali si parlano le lingue neolatine (anche ad esempio Brasile,

Argentina ecc.).

In base ad alcuni tratti linguistici si divide il dominio romanzo in:

1- Romània occidentale: comprende tutte le varietà linguistiche italiane settentrionali e le lingue

retoromanze, galloromanze e iberoromanze. I tratti linguistici propri della Romania Occidentale sono la

lenizione delle consonanti intervocaliche del latino e la conservazione di "s" finale.

2- Romània orientale: comprende tutte le varietà linguistiche italiane centro meridionali, ad esclusione del

toscano, e il romeno.

Nella situazione attuale si distinguono in Europa due aree geografiche separate:

1- dall'Atlantico fino al Friuli e alla riva italiana dell'Adriatico

2- area del romeno, che comprende la Romania e la Moldova con qualche altra isola esterna a questo blocco.

La “Romània continua” è costituita dai territori dell’Europa occidentale, meridionale e sudorientale nei quali

si parlava anticamente latino e si parlano oggi lingue romanze.

In quest’area geografica troviamo il francese, l’occitanico, il franco-provenzale, il catalano, lo

spagnolo/castiglione, il galego, il portoghese, l’italiano, il retoromanzo, il sardo e il rumeno.

Il termine "continuum dialettale" fa riferimento anche al fatto che in questo territori ci sono tante parlate

derivate dal latino senza confini netti: i confini linguistici non corrispondono a quelli politici per il

continuum dialettale (assenza di confini netti in termini linguistici).

Non possiamo, ad esempio, stabilire una precisa linea di demarcazione tra italiano e francese.

Per ragioni geografiche e storiche il rumeno si è trovato isolato rispetto agli altri territori neolatini e presenta

per tale motivo una fisionomia linguistica particolare.

Le altre lingue romanze non si differenziano l’una dall’altra con confini netti e ciò vale sia per le tutte le

lingue che per quelle genealogicamente affini.

La "Romània perduta" è costituita dai territori dove anticamente si parlava latino ma dove il latino non è

sopravvissuto e attualmente non si parlano lingue romanze (ad esempio i territori dell'Africa mediterranea).

Comprende:

1- territori a Sud del Vallo di Adriano (confine Inghilterra e Scozia)

2- fascia est del Reno e parte dell'odierna Germania

3- area corrispondente a parte della Svizzera e Austria

4- area delle odierne Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia e Ungheria (anche se l'ungherese non è una lingua

indoeuropea mentre quelle slave si)

5- fascia mediterranea occidentale dell'Africa dove in età imperiale c'era il greco e oggi l'arabo

Con "Romania nuova" si intende invece l'insieme dei territori dove attualmente si parlano lingue romanze ma

che non hanno una continuità storica con il latino poiché avevano anticamente altre lingue, come ad esempio

i territori fuori dall'Europa conquistati dagli europei a partire dal 1492, quando iniziò la romanizzazione del

resto del mondo.

La varietà dialettale romanza è un continuum che trapassa la Romània senza barriere netti infatti i dialetti di

centri contigui sono sempre simili fra loro. La differenza fra i parlanti dei due lati di una frontiera è che al di

sopra del dialetto hanno una lingua ufficiale diversa. Si introduce quindi il concetto di "lingue tetto".

Vi sono comunque problemi: ad esempio ai due lati della frontiera fra Italia e Francia sul Mediterraneo si

parlano dialetti simili anche se la lingua tetto è differente, mentre per francese e occitano, nonostante si

distinguano, le parlate d'oc e d'oil rendono difficile stabilire una frontiera.

Riguardo alle aree linguisticamente diverse, troviamo i territori tra Sud della Loira e il Mediterraneo,

linguisticamente omogenei ma non assimilabili alla lingua francese poiché c'è un sistema dialettale occitano.

Il francese, il cui nucleo originario è il parlato di Parigi, ha acquisito un prestigio tale da divenire la lingua

nazionale.

L'area collocata al confine tra Francia, Italia settentrionale e Svizzera è un'area francoprovenzale: in questa

regione era presente un sistema di dialetti che sotto il profilo linguistico si colloca a metà tra Nord e Sud.

Il centro più importante è la città di Lione.

Riguarda l'area italiana, vi sono diversi sistemi dialetti: il ladino (Valli Alpine, Confine Svizzera/Alsazia), il

friulano (considerato un sistema a sé stante), il sardo e il corso.

Dal latino parlato derivano le parlate dialettali.

Con "lingue romanze" si fa riferimento alle lingue romanze ufficiali dei diversi stati.

Nel III secolo a.C. c'è la massima diffusione del latino dell'Impero Romano ma si tratta ancora di contesti

plurilinguistici (come anche nel mondo antico e nel Medioevo). Queste lingue possono avere un uso diverso

a seconda dei diversi settori della vita sociale, ma si tratta comunque di contesti plurilinguistici: nel III secolo

d.C. nelle Aree di Grecia, Asia Minore ecc, convivevano tante lingue diverse (greco soprattutto nelle città e

in Asia Minore e nel vicino Oriente le lingue autoctone, come l'aramaico).

Le regioni più occidentali (penisola Balcanica), dopo il crollo dell'impero romano subirono un processo di

slavizzazione, ossia diffusione delle lingue slave, nonostante fino al dominio dell'impero romano fosse una

regione latinofona dove gli autoctoni parlavano il latino.

L'attuale Albania continuò sempre a parlare la propria lingua, l'albanese (quindi questi territori non vennero

mai completamente latinizzati), collegato a un sistema dialettale illirico la cui esistenza è precedente alla

conquista romana di questi territori.

Tutti i territori conquistati da Roma vennero latinizzati: mentre il latino si diffuse in questi territori tanto che

anche le masse popolari lo parlassero, c'era comunque ancora un contesto plurilinguistico.

Da studi di archeologia, epigrafi (iscrizioni rivolte a un pubblico, non spontanee, spesso di commemorazioni,

per le leggi, per affermare proprietà ecc), graffiti (iscrizioni spontanee) si è potuto studiare anche il latino

parlato.

Il latino si diffonde (soprattutto in Penisola Italica, Francia, Spagna) e tale diffusione procede a macchia di

leopardo: le città sono latinizzate più velocemente, le campagne rimangono indietro e in alcuni luoghi

abbiamo prove che ancora nel III secolo d.C. alcuni parlavano ancora lingue autoctone (il celtico in Francia

era presente ancora nel V secolo d.C.).

COME CAMBIANO I DIALETTI NEL TERRITORIO?

Bisogna introdurre il concetto di isoglossa, ossia una linea che in un atlante linguistico segna i confini di

un'area in cui è presente uno stesso fenomeno linguistico.

Un'isoglossa può individuare un fenomeno fonologico (isòfona), morfologico (isòmorfa) o lessicale (isolessi

o isoglossa semantica).

I dialetti romanzi discendono dal latino, ma la loro evoluzione è stata condizionata dall'influenza delle

varietà più autorevoli su quelle meno prestigiose.

In Italia ad esempio il fiorentino a causa del suo prestigio letterario già dalla metà del 300 esercita un

condizionamento sui dialetti settentrionali.

Esempio di isoglossa: la "a" tonica latina divenuta "-e" in francese (si ha quindi una palatalizzazione, ossia

nel processo di fonologizzazione è coinvolto il palato, ed è un processo che riguarda anche le consonanti), e

rimane "-a" in occitano, dimostrando che l'occitano è più conservativo del francese (che è invece la lingua

romanza più lontana dal latino e con una più rapida evoluzione e distacco). Notiamo infatti che a Nord della

Francia "pratum" divenne "pré" (-a diventa -e e si elimina la dentale nella parte finale), mentre nel sud

diviene "prat".

Le isoglosse nell'Italia centrale ci mostrano che queste regioni hanno una loro identità sotto il profilo

dialettologico. Due esempi di isoglosse:

- l'isoglossa 1 distingue il limite meridionale ricavato dalla forma "ortiga": a sud dell'isoglossa troviamo

"ortica" (mantenimento consonante velare sorda) e a nord di essa "ortiga" (fenomeno di sonorizzazione delle

consonanti sorde)

- isoglossa 2: "sal" da "salem": "sal" a Nord (ultima sillaba latina eliminata) e a sud "sale".

COME SI E' ARRIVATI ALLA SITUAZIONE LINGUISTICA ATTUALE?

La situazione attuale rappresenta l'esito di un lungo processo che è partito nel momento in cui il latino è stato

abbandonato dalle masse di parlanti.

Nei territori latinizzati dell'impero romano le masse popolari hanno abbandonato il latino nel V/VI secolo

a.C. ma continuavano a parlare un latino sempre più differente da esso e più vicino alle lingue romanze (si

trasformava, in particolare in modo rapido tra V/VI secolo).

Nel IX secolo d.C. troviamo testi in lingue romanze.

Nei secoli successivi si sono affermati dialetti romanzi che per ragioni socio politiche hanno acquisito un

ruolo importante tanto che sono alla base delle lingue nazionali.

Anche nella penisola Iberica il castigliano assunse funzioni linguistiche/culturali e sociali su cui si fonda lo

spagnolo.

Alcuni dialetti acquistano prestigio e funzione politica per poi divenire lingue nazionali.

L'italiano standard ha una base fiorentina: l'unità politica italiana avvenne tardi, nel 1860, e solo da

quell'anno lo Stato Nazione Italiano ha potuto esercitare politiche linguistiche per la diffusione di un'unica

lingua. L'italiano tuttavia già esisteva ed era la lingua usata ovunque nella penisola dai colti: già dal 500

l'Italia aveva un'unità linguistica.

Esisteva una comunità di parlanti che faceva riferimento all'Italiano come alla propria lingua.

Il nucleo su cui si fonda l'italiano è il fiorentino per il predominio della cultura e della lingua di Firenze

(prima sulla Toscana e poi nel resto d'Italia)

Ariosto tra 1520/30 si dedica a una riscrittura toscaneggiante dell'Orlando Furioso eliminando forme

padovane ed emiliane per conferire una veste linguistica fiorentina.

Il concetto verrà ribadito anche da Bembo nel "Dibattito sulla questione della lingua" che sancì il fiorentino

come lingua base per l'italiano.

Il fiorentino inizia ad assumere prestigio anche per alcune dinamiche sociali, ad esempio il processo che

portò a una fiorentinizzazione del dialetto parlato a Roma.

Il 6/04/1527 avvenne il Sacco di Roma e a seguito di esso Roma doveva essere ripopolata: iniziano così

migrazioni da altre città italiane e dalla Toscana in particolar modo.

Il dialetto di Roma è perciò diverso rispetto a quello delle città vicine poiché la base è affine al toscano

fiorentino.

I dialetti dei Castelli Romani sono ad esempio di tipo centro-meridionale (affinità con il Basso Lazio e

l'Abruzzo).

La diffusione delle lingue e dei dialetti è legata a ragioni di tipo socio-politico: nel 1870 Roma diviene

capitale dell'Italia e inizia una migrazione che porta molti italiani.

Le migrazioni modificano la situazione linguistica: il romanesco ad esempio subisce un processo di

meridionalizzazione a partire dalla 2 Guerra Mondiale.

Il processo avvenne anche in Spagna e Francia ma per fenomeni diversi poiché lo Stato Nazione era presente

da più tempo.

LO SPAGNOLO

Lo spagnolo deriva dal castigliano e il processo è connesso alla crescita del prestigio che acquisisce nei

secoli, fino a che sostituirà in tutti gli usi della comunità il ricorso alle altre parlate.

Riguardo all'invasione degli arabi della penisola iberica, essi sbarcarono nel 711 e gettarono le fondamenta

del loro dominio tra 711 a 730/32 circa, conquistando prima il territorio a sud e occupando poi i

possedimenti del regno dei visigoti, mentre rimangono indipendenti i regni settentrionali (Asturie, Leon,

Navarra, Aragona). La Catalogna subisce l'influenza dei carolingi.

Nel 476 d.C. con la fine dell'Impero Romano d'Occidente i territori ospitarono i regni costituiti dalle

popolazioni che ad ondate migratorie avevano invaso l'impero e i visigoti avevano occupato tutta la penisola

iberica spingendosi molto a Nord.

La conquista avrebbe dovuto comprendere anche la Francia meridionale.

Alcune imprese militari degli arabi vennero fermate da Carlo Martello.

L'invasione araba minaccia l'Europa: l'espansionismo arabo tendeva a valicare i Pirenei e saranno le battaglie

contro i Franchi a porre dei freni alla loro espansione verso Nord.

Nell'827 gli Arabi avevano conquistato la Sicilia ed arrivarono a minacciare anche la Francia meridionale,

dove rimasero però solo per un breve lasso di tempo poiché respinti prima da Carlo Martello nel 733 con la

battaglia di Poitiers e poi definitivamente con Pipino il Breve nel 759.

Con la conquista si ha la formazione di un contesto plurilingue: nei territori dominati dai musulmani gli

abitanti continuavano a parlare la loro lingua, una lingua romanza chiamata MOZARBO (derivato dal latino

parlato che gli autoctoni continuano a parlare) con molti prestiti dall'arabo.

Era anche parlata una varietà di spagnolo dell'epoca, quella dei GIUDEO-SPAGNOLI, e l'ebraico (comunità

fiorente nella penisola Iberica, Italia, Nord Africa formatasi dal momento in cui c'era stata una ribellione

della provincia romana di Galilea alla dominazione dei romani, il Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. venne

distrutto e iniziò la diaspora).

Il castigliano dunque inizialmente, nel XII secolo, è un dialetto parlato da pochi parlanti. Il nucleo originario

dello spagnolo è nella zona di Burgos.

A Nord della penisola iberica arabizzata rimasero dei regni cristiani indipendenti da cui partì poi la

Reconquista, movimento durato secoli che porterà invece alla riconquista dei territori arabizzati e i cui limiti

saranno il regno di Leon, Navarra, Aragona e Castiglia (che spingono verso sud e ricacciano gli arabi verso

meridione, l'Andalusia, riconquistando attraverso battaglie questo territorio).

Il processo è molto lungo e si svolge nel corso di XII, XII e XIV secolo.

I possedimenti arabi vengono sempre più confinati nella parte meridionale (cioè in Andalusia) con Cordoba

come potenza militare già nel 1220, fino alla cacciata completa del 1492 con la caduta di Granada.

Dalla città di Burgos si fondò il nucleo del castigliano, che diverrà poi la parlata comune.

Il processo terminò nel 1492, anno della scoperta dell'America, e lo spagnolo iniziò anche la fase storica

fuori dall'Europa, nei territori dell'impero coloniale.

La Reconquista significò l'affermazione dei sovrani di Castiglia e rappresentò l'affermazione della parlata

castigliana.

Nel 1492 inoltre le comunità di ebrei spagnoli vennero cacciate dalla Spagna dai re cattolici (Isabella e

Ferdinando di Castiglia), quindi abbandonarono la penisola iberica ed alcune si rifugiarono in Africa

settentrionale, in Grecia e Turchia.

Parlavano un dialetto castigliano che non abbandonarono nel corso dei secoli: questa varietà è la varietà del

giudeo-spagnolo, uno spagnolo molto conservativo e antico sotto il profilo dell'evoluzione linguistica.

Alcune comunità ebree vennero cacciate dai territori portoghesi e portarono fuori dal Portogallo il

portoghese (giudeo-portoghese).

A partire dal XIII secolo, con la formazione di un fronte politico e sociale intorno alla monarchia castigliana

che guiderà poi la Reconquista del territorio, la parlata del castigliano diviene importante e inizia ad avere un

predominio sulle altre parlate iberiche (Asturiano ecc.) esistite nel Medioevo.

ISOGLOSSE CHE DIFFERENZIANO IL CASTIGLIANO DALLE ALTRE LINGUE DELLA

PENISOLA IBERICA:

Riguardo alla situazione attuale, non è semplice trovare isoglosse che distinguano il castigliano. Per

individuare una lingua dobbiamo trovare le isoglosse specifiche che la distinguono dagli altri sistemi

dialettali vicini, quindi le isoglosse che lo distinguono da portoghese e catalano.

- dittongamento (che avviene più facilmente in sillabe aperte perché la consonante ne sfavorisce la

produzione) di "e" ed "o" brevi latine che in castigliano si produce anche in sillaba chiusa

- la fricativa labiodentale sorda "f" latina scompare: "hablar" da "fabulare", isoglossa tipica del castigliano

che lo differenzia da catalano, portoghese e galego

- riduzione di alcuni nessi di consonanti in posizioni iniziali come in "clamare" (nesso consonantico formato

da una velare sorda e da una laterale), dove "cl" porta ad un suono palatalizzato con prima una perdita della

consonante velare e poi una palatizzazione della velare, o anche "planum" dove il nesso è formato dalla

laterale e da una bilabiale sorda con produzione di un fenomeno di laterale palatalizzata

- avanzamento della "lenizione (=indebolimento) romanza", un fenomeno tipico di tutte le lingue romanze

che riguarda il passaggio dal latino e si tratta dell’indebolimento delle consonanti: questo indebolimento è

graduale e progressivo ed è diverso a seconda delle lingue perché può raggiungere un grado maggiore o

minore di intensità e si giunge ad una consonante di tipo fricativo.

Per quanto riguarda la situazione linguistica attuale della penisola iberica troviamo il portoghese in

Portogallo e 3 lingue ufficiali in Spagna.

Nel comma 1 dell'articolo 3 della Costituzione del 1978 il castigliano è enunciato come lingua spagnola

ufficiale dello Stato mentre le altre lingue spagnole lo sono nelle rispettive Comunità autonome in accordo

con i loro statuti (comma 2). Catalano, basco e galego hanno quindi lo stesso statuto attribuito al castigliano.

Il Basco non è una lingua indoeuropea, era parlato nella zona a confine tra Spagna e Francia ed ha resistito

alla latinizzazione. Gli specialisti sostengono che sia imparentata con le regioni dell'Aquitania.

Il Galego è la lingua ufficiale della Galizia (a Nord della Castiglia a confine tra Spagna e Portogallo) ed ha

una propria fisionomia linguistica. Diverse isoglosse lo imparentano col portoghese catalano, lingua ufficiale

della comunità autonoma della Catalogna.

La catalogna fu istituita nel 1931 con Francisco Franco (1939-1975) che attuò un processo di

"castiglianizzazione", una politica linguistica con l'obiettivo di sostenere il castigliano.

Dagli anni 80 il catalano è la lingua ufficiale della comunità della Catalogna e non è soggetta a restrizioni di

nessun tipo, ma ha pari dignità e diritti dello spagnolo.

Il catalano è una lingua romanza diversa dal castigliano, dal portoghese e dal galego. Abbiamo un sistema di

dialetti catalani anche in territorio francese, nella regione del Mussillon (affacciata sul Mediterraneo subito

dopo il Confine tra Catalogna e Francia). Esistono almeno 2 diverse parlate catalane: settentrionale e

meridionale, con centro Valencia (la parlata di Valencia e dintorni ha caratteristiche diverse da quella

settentrionale).

E' anche la lingua ufficiale della Repubblica di Andorra ed in Italia esiste un'isola linguistica catalana ad

Alghero (che fu popolata da catalani a partire dal XIV secolo).

Fu definito dagli studiosi come una lingua ponte, ossia una lingua caratterizzata da tratti linguistici che ne

fanno una parlata intermedia tra castigliano e parlate gallo romanze, ossia le lingue romanze più orientali

(l'occitano, sistema di dialetti / lingua romanza delle province dei dipartimenti della Francia del Sud, a sud

della Loira, a partire dal confine con la Spagna fino a quello con l'Italia. Alcune vallate del Piemonte parlano

i dialetti occitani perché i confini politici non corrispondono mai esattamente a quelli linguistici. Le parlate

occitane sono state ridotte per la predominanza e la forza d'espansione del francese, infatti oggi sono poco

conosciute).

ISOGLOSSE CATALANO

- conservazione della fricativa labiodentale sorda F- iniziale latina, che in castigliano in alcune condizioni

diventa -h per poi scomparire: "FOLIA", foglia > catalano "folia" spagnolo "Hoja", "FACERE", fare >

catalano "fer" spagnolo "hacer"

- mancanza di dittongamento da "E", "O" brevi latine: SEPTEM, sette > catalano "set", "PONTEM", ponte >

catalano "pont" spagnolo "puente", "MORTEM", morte > catalano "mort" spagnolo "muerte"

- riduzione del nesso CT a IT: "feit" < FACTU(M)

- caduta della -n in posizione finale, come ad esempio per "bé", bene < BENE, "fi", fine < FINE(M)

- palatalizzazione della laterale “–l” iniziale, "llop < LUPU(M)", non presente nel castigliano

Queste isoglosse riguardano principalmente la fonologia, mentre sotto il profilo lessicale è importante

ricordare che il lessico del catalano si è arricchito progressivamente di lemmi provenienti dal castigliano

soprattutto negli ultimi secoli, mentre nella fase più antica (XIII/XIV secolo) il catalano era ricco soprattutto

di prestiti dall'occitano e dal francese.

Il fenomeno di rinascita della lingua catalana è stato un fenomeno politico e culturale che ha portato già nel

1931, quando viene fondata la comunità autonoma di Catalogna, a porre il catalano al centro delle politiche

linguistiche della comunità autonoma. Nei primi decenni del 900 ci sono stati alcuni momenti importanti di

questa politica culturale-linguistica che aveva come obiettivo il sostegno alla lingua catalana: fondamentale

fu l'elaborazione di norme ortografiche (affinché una lingua possa svolgere in maniera efficace la propria

funzione nello scritto deve esistere un sistema di norme ortografiche di riferimento che tutti i parlanti

possano apprendere e imparare) già dal 1913 per scrivere in catalano. Venne in seguito scritta una

Grammatica di lingua catalana nel 1918 e un Dizionario generale. Il linguista più importante sotto questo

profilo fu Pompeo Fabra, la cui opera portò alla possibilità di far rinascere il catalano come lingua viva e

parlata.

In alcune lingue romanze a un certo punto della storia un dialetto assume un ruolo storico culturale

importante diventando la base della lingua dello Stato nazione alla sua formazione.

FRANCESE

In epoca medievale la situazione linguistica era estremamente diversa da oggi.

Attualmente il sistema dialettale francese è un sistema molto arretrato rispetto alla diffusione del francese:

Spagna e Francia si distinguono dall’Italia dove i dialetti sono molto vivaci ancora oggi, nonostante la

diffusione dell'italiano soprattutto negli ultimi 150 anni. In Francia oggi i dialettofoni (patois, parlate

regionali che non hanno nessun tipo di prestigio sociale culturale e quindi confinate agli usi informali e

familiari) sono molto pochi perché il francese ha occupato tutto lo spazio disponibile negli usi della comunità

dei parlanti.

Precedentemente invece nella regione Centrale passava un confine linguistico importante tra dialetti del sud,

l’occitano, e le parlate del nord, l’oitanico.

La parola oitanico è un aggettivo derivato dall'espressione di Dante, che scrisse un trattato dedicato alle

lingue, il “De Vulgari Eloquentia”, dove imposta una sorta di embrionale confronto tra l'italiano, il francese e

l'occitano distinguendole sulla base della particella affermativa utilizzata (l'italiano è la lingua del si,

l'occitano lingua d'oc perché "si" si diceva "oc", e il francese lingua d'oil perché "si" in francese medievale si

diceva "oil"). Da questa tripartizione dantesca abbiamo poi il lessico linguistico odierno: dialetti oitanici

(nord), dialetti occitanici (sud) e italiano.

Il sistema oitanico e occitanico rappresentano due diverse lingue romanze.

Un’altra area linguistica, quella franco-provenzale, si trova nel confine con la Svizzera e si definisce con

isoglosse in parte simili a quelle del nord e in parte a quelle del sud (infatti è un altro sistema linguistico

ponte).

Vi è poi il basco, lingua non indoeuropea, il catalano al confine e a nord una serie di parlate non neolatine

(bretone, lingua celtica parlata anticamente nella Bretagna, il fiammingo, una varietà germanica, lorenese e

alsaziano, anch’esse varietà germaniche).

Questi sistemi sono polimorfi: il sistema dialettale d’oc è costituito da dialetti diversi (guascone, bernese

ecc).

A Nord troviamo varietà del francese: normanno, piccardo, champenois ecc.

Il francese ha una base linguistica che fa riferimento alla parlata parigina, ossia il dialetto dell’Ile de France,

regione di Parigi (stesso ruolo che ha il castigliano nello spagnolo e il fiorentino nell’italiano). Ciò avvenne

perché la parlata dell’Ile de France divenne presto la lingua della monarchia capetingia, che condusse

l’unificazione del territorio, e perché già dal XVII secolo Parigi assunse un ruolo importante come centro

culturale condizionando e influenzando tutti i dialetti francesi. Costituì inoltre la spinta verso

un’omogeneizzazione delle parlate (ossia la perdita di caratteristiche regionali specifiche) e quindi di un

livellamento con l’assunzione dei tratti della parlata della capitale, che diventa un centro di irradiazione

linguistica efficace.

Il processo di conquista da parte della monarchia e la diffusione della parlata parigina avvengono per gradi e

in relazione a determinati eventi storici.

Abbiamo due diversi sistemi linguistici: a nord l’oitanico e a sud l’occitano. I territori a Sud della Loira

ebbero una latinizzazione più intensa e prolungata poiché conquistati prima dai romani e perché grandi

scuole vi promossero il latino.

L’occitano è un sistema di dialetti più vicino al latino rispetto al francese e presenta caratteristiche

fonologiche vicino ai dialetti italiani.

A Nord della Loira il processo di latinizzazione fu differente: nel III/IV secolo a.C. resistevano ancora le

parlate autoctone e quindi il latino si impose tardi (nel V secolo a.C. vi sono ancora testimonianze che i

popoli Normanni e altri parlavano ancora lingue pre latine). Il latino si diffuse quindi in modo disomogeneo.

Con la caduta dell’impero Romano i territori della Francia settentrionale vennero conquistati da popolazioni

barbariche, i Franchi, un complesso di popoli con parlate diverse, ossia i dialetti germanici. Nonostante

assunsero un ruolo dominante nella comunità non riuscirono ad imporre le loro lingue germaniche. Queste

parlate germaniche esercitarono comunque una notevole influenza sul francese, soprattutto nel lessico, tanto

da farne la lingua con più germanismi tra tutte le lingue romanze.

Dal II secolo tutti i territori dell’impero romano parlano lingue romanze.

L’occitano è un sistema di dialetti fiorenti fino al XIII secolo parlato da tutti nella Francia meridionale.

Con la conquista dei territori meridionali da parte della monarchia capetingia iniziò la decadenza

dell’occitano per gli usi di tipo sociale, fino a rimanere confinato ad usi gergali ed informali.

All’inizio del 200 molti feudi in quei territori erano capeggiati dai signori locali e la monarchia capetingia

spingeva da Nord per inglobarli.

La crociata contro gli albigesi (città francese dove verso la fine del XII e l’inizio del XIII secolo ad Alby,

Baisier ecc. aveva acquisito importanza un gruppo di eretici, i “catari”, il cui nome deriva dal grecismo

“cataros” che significa “puro”, cristiani eretici che non accettavano gli elementi fondamentali

nell’interpretazione della chiesa cattolica ed avevano una fede diversa quindi dal cristiano cattolico, infatti

credevano ad esempio nel principio dualistico) ne fu l’occasione.

Venne condotta nel XII secolo dalla monarchia capetingia e dal Papa e portò ad una distruzione diffusa e al

crollo della civiltà. Le strutture sociali della Francia meridionale vennero distrutte (ad esempio tutti i feudi e

la piccola nobiltà avevano accolto il catarismo) e cercarono di sostituirvi il dominio della monarchia

capetingia. Ha così inizio la francesizzazione (in tutto il 200 e il 300 sostituisce gli usi dell’occitano

nell’ambito del diritto, della giustizia, della scrittura della vita della comunità ecc.).

Nel 1539 con l’ordinanza di Villers-Cotterets da parte di Franceso I viene imposto l’uso de francese in tutti

gli usi giuridico-amministrativi e ciò arriverà a compimento nel 500.

ALTRO ORIZZONTE GEOGRAFICO LINGUISTICO

Per quanto riguarda la diffusione del Francese in Inghilterra, in epoca medievale tra le tante varietà regionali

vi era il normanno (il cui nome deriva dai normanni, gli “uomini del nord”, provenienti dalla Scandinavia).

Già dal 911 formavano il ducato di Normandia e al loro arrivo abbandonarono rapidamente nel IX/X secolo

la loro lingua germanica iniziando a parlare la lingua neolatina della ragione colonizzata, latinizzandosi

quindi molto presto.

Nel 1066 sotto la guida di Guglielmo il Bastardo (Il Conquistatore) conquistarono l’Inghilterra con la

Battaglia di Hastings. Parlavano una lingua neolatina conosciuta in Francia: l’anglo normanno è infatti una

varietà di francese parlata in Inghilterra a partire dal 1066 in poi. Solo con Enrico V, dal 1413, l’inglese

diverrà la lingua di corte (anche se l’anglonormanno continua comunque ad essere parlato nel corso del

200/300 in Inghilterra), mentre prima i documenti ufficiali erano scritti in francese ed i regnanti erano

madrelingua francesi.

La storia linguistica dell'Inghilterra in epoca medievale (soprattutto dal XII secolo) è una storia di

plurilinguismo: le masse popolari continuavano a parlare l'inglese, lingua germanica di Iuti, Angli e Sassoni

che migrarono dal 7/8 secolo. I Normanni non riusciranno a soppiantare l'inglese con la loro lingua, che

verrà comunque parlata e scritta da gruppi consistenti. Il francese viene invece parlato e scritto dai nobili

(anche la piccola nobiltà di provincia) e dalla borghesia in grandi centri urbani e diverrà la lingua

dell'amministrazione fino all'arrivo di Carlo V.

PASSAGGIO DAL LATINO PARLATO ALLE LINGUE ROMANZE

La diffusione geografica delle parlate romanze è in epoca Medievale diversa rispetto alla situazione attuale

soprattutto per la FORMAZIONE DELLO STATO NAZIONE: tra 500/600 si formano in tutta Europa e

portano ad una diversa ripartizione geopolitica del territorio. In relazione a questa diversa ripartizione cambia

anche l'uso che le lingue hanno nelle diverse comunità poiché c'è la necessità di far riferimento ad un’unica

lingua come lingua della nazione. Alcuni dialetti, che avevano già avuto in precedenza una funzione

importante sotto il profilo storico, divennero la lingua dell’intera nazione.

Ciò avrà una ricaduta a livello geografico su tutti i dialetti e tutte le varietà.

Latinizzazione e formazione delle lingue romanze sono due processi simultanei.

Oggi possiamo paragonare le lingue romanze al latino (grazie alle innumerevoli attestazioni pervenuteci),

operazione non possibile per i filologi germanici che non hanno attestazioni del proto germanico che

permetta un confronto analitico.

Il latino è una lingua che fa parte del gruppo indoeuropeo ed inizialmente era parlato in un luogo molto

ristretto, solamente nella città di Roma.

Dalla fondazione di Roma al 2/3 secolo a.C. la città aveva un'estensione ridotta (le mura serbiane, le più

antiche di cui rimane traccia, chiudevano la città in una cinta di fortificazione e comprendevano un territorio

ristretto che copriva a malapena i 7 colli nell'epoca ancora precedente alla Repubblica). Nel territorio oltre le

mura serbiane abitavano popoli che parlavano lingue diverse dal latino, i territori non erano urbanizzati e

perciò non esistevano degli assembramenti di persone cospicui.

Si hanno informazioni su altre lingue e parlate diffuse nei territori vicini alla città di Roma diverse dal latino

ma imparentate con esso e quindi simili in alcuni tratti.

Tra i popoli che abitavano il Lazio all'epoca subito a Nord c'era la Tuscia (attuale viterbese), che era parte del

mondo etrusco (lingua non indoeuropea quindi profondamente diversa dal latino), mentre ad Est troviamo

popolazioni che normalmente vengono identificate come "osco-umbre" e il loro sistema di parlate osco-

umbro (Abruzzo, dorsale appenninica, Lazio meridionale fino a Campania) era indoeuropeo, perciò sono

molto affini al latino.

Nei secoli in cui Roma iniziò la sua ascesa e la conquista dei territori italici prima e di quelli fuori dall'Italia

successivamente, il meridione di Italia aveva una situazione plurilinguistica ed era stata in parte grecizzata da

migrazioni avvenute a seguito della fondazione di colonie greche nella Magna Grecia. Non tutta l'Italia

meridionale era grecofona, ma alcuni centri e città (di solito affacciati sul mar Ionio e Adriatico) erano centri

grecofoni mentre più lontano da essi continuavano ad esistere lingue autoctone (ad esempio in Puglia

abbiamo i Messapi, a nord troviamo il venetico, una parlata antica italica indoeuropea, tra Lombardia e Valli

Alpine abbiamo insediamenti celti e quindi lingue di gruppo celtico, un gruppo indoeuropeo).

Abbiamo una serie di reperti archeologici: iscrizioni, manufatti, anfore, fibbie dove ritroviamo dei testi

(spesso brevi) in queste lingue di cui abbiamo notizie nelle grammatiche scritte da grammatici latini (che

riflettevano sulle affinità e sulle differenze tra la propria lingua e quelle diverse).

Sono stati fatti studi approfonditi sul latino arcaico.

I più antichi insediamenti della città di Roma (tra Palatino e isola tiberina) sono datati all’VIII/IX secolo a.C.

ma non abbiamo per quell'epoca attestazioni scritte, che sono successive (le prime del V secolo a.C.).

Dagli studi su queste prime attestazioni del latino arcaico gli studiosi hanno messo a punto una serie di

caratteristiche di esso che possono essere paragonate con il FALISCO, una parlata di Faleri (attuale Civita

Castellana, sede di insediamenti falischi), la più affine al latino tra le lingue italiche, anche se oltre ai tratti

vicini al latino aveva tratti vicino alle parlate osco-umbre confinanti.

I dialetti oschi erano diffusi nell'attuale Benevento, in parte della Lucania e nella Sicilia Orientale e l’'umbro

nell'odierna Umbria.

Tra la Sabina e il Sannio (lungo Appennino laziale) erano parlati dialetti sabellici e il volsco, lingua dei

volsci (popolo che abitava Appennino laziale meridionale e Lazio meridionale).

COME SONO ARRIVATE QUESTE LINGUE ITALICHE?

Facciamo riferimento alla fase preistorica (non abbiamo testimonianze scritte ma di altro tipo, soprattutto

relative a insediamenti e necropoli).

Le migrazioni indoeuropee si suppongono avvenute tra II/III millennio a.C. e hanno portato popolazioni che

venivano dall'Europa centrale (territori al confine Europa e Asia) spingendosi in questi due millenni verso

l'Europa e il bacino del Mediterraneo.

Queste migrazioni possono essere studiate grazie all'esistenza di insediamenti di tipo archeologico (Polonia,

Germania, Nord Italia) che fanno riferimento a queste fasi preistoriche, e a necropoli (tombe che permisero

ritrovamento di gruppi umani, utensili, manufatti ecc.).

Seguirono anche una direttrice da est verso sud, verso quindi l'India, superando le catene montuose che

dividono Europa e Asia dal continente indiano (per questo si parla di migrazioni indo-europee).

Uno degli studiosi più importanti dell'indoeuropeo, Martinet, si è occupato anche dei sistemi consonantici

che è possibile ricostruire nelle lingue indoeuropee giungendo alla conclusione che queste lingue, arrivate

fino alla penisola italica, avevano un sistema consonantico simile a quello del greco (anch'esso indoeuropeo

ma la migrazione delle popolazioni che portarono il greco è precedente) e tale sistema era costituito da 3

serie di consonanti sorde semplici, sonore e aspirate.

Si parla di ondate successive di migrazione e Martinet ne ipotizza due:

1- "quella che troviamo nelle regioni paludose della piana del Po verso la metà del II millennio, la

popolazione della Terramare (tipi di insediamenti che ritroviamo più tardi nella penisola con il nome

di latini)”. Il latino potrebbe essere quindi arrivato nella penisola italica in una prima ondata

migratoria indoeuropea che potrebbe poi aver lasciato altre tracce nella pianura padana (soprattutto

necropoli)

2- All’inizio del primo millennio, porta con sé la civiltà “villanoviana”, chiamata cosi perché

costruivano un nuovo tipo di possedimenti rispetto ai predecessori, che si stabilì lungo gli Appennini

e che andranno poi a costituire i popoli tosco-umbri.

Le parlate osco umbre sarebbero quindi arrivate successivamente.

Tutti gli studi sull’indoeuropeo e la fondazione di questo settore della linguista storica, indoeuropeistica,

nasce in epoca romantica (fine 700 inizio 800) quando alcuni studiosi cominciano a lavorare in maniera

comparativa ossia comparando le lingue moderne e quelle antiche.

Viene quindi coniato in quell’epoca il concetto di indoeuropeo, aggiornato poi negli studi successivi, che fa

riferimento a tutte le lingue parlate oggi in Europa e in Oriente, poiché alcune parlate europee e il persiano

ne fanno parte (esistono affinità sotto il profilo linguistico tra lingue europee occidentali, come latino greco

germanico lingue slave, e alcune parlate del subcontinente indiano e il persiano).

I primi studiosi che cominciarono a comparare le lingue moderne con quelle antiche per arrivare

all’identificazione di questo grande sistema delle lingue indoeuropee furono:

1- Rasque: germanista

2- Schlegel

3- Bopp

Essi constatarono che in alcune lingue antiche (lavorando quindi su latino greco e sanscrito, antica lingua

indiana di cui abbiamo attestazioni scritte) esistevano delle parentele immediatamente identificabili

soprattutto lavorando sul lessico. In alcuni settori del lessico infatti (tipo quelli della parentela, parti del

corpo, numeri ed elementi basici) è possibile individuare affinità tra queste lingue in apparenza lontanissime.

Prendiamo come esempio il lemma “padre”: questa è la forma ipoteticamente esistita nell’indoeuropeo.

Quando si trova un asterisco davanti la forma significa che è ricostruita ipoteticamente dagli studiosi sulla

base di un confronto ma che non è tuttavia attestata (non possiamo avere attestazioni di epoca preistorica).

Tra le affinità: “padre” italiano, “pitar” antico indiano, “pàter” greco, “pater” latino, “fater” gotico, il tocario

b (parlata europea a confine tra India e Cina) e “ardir” dell’antico irlandese (parlata celtico).

Le affinità tra queste forme sono evidenti e riguardano le consonanti, che sono qui dentali (sorde o sonore),

la vibrante finale (r) e una bilabiale a inizio parola (sorda, come in italiano, o fricativa in gotico e nelle lingue

germaniche).

E’ stato possibile quindi ricostruire questa base indoeuropea comune.

Un altro esempio è “mater”: “madre” italiano, “matar” antico indiano, “mater” latino, “mather” gotico,

tocario-b “matter” e il lituano (lingua indoeuropea) “motina”. Ritornano fissi la bilabiale sonora iniziale “m”

e una dentale nel corpo della parola.

Forma “genu”, ossia ginocchio, che nell’antico ittito era “ghenu”, “ianu” in antico indiano, “ghenu” latino,

ginocchio italiano.

I settori del lessico nei quali è possibili rinvenire delle parentele tra le lingue che ci riconducono ad un’antica

matrice indoeuropea sono i pronomi personali, nomi di parentela, numeri, nomi animali, parti del corpo

(quindi i settori del lessico riguardanti la vita quotidiana nella sua immediatezza).

PRINCIPALI GRUPPI DELLE LINGUE INDOEUROPEE

1. Celtico: le parlate celtiche anticamente erano diffuse in Gran Bretagna (poi marginalizzate dalle

migrazioni di Angli, Iuti e Sassoni che portarono la lingua germanica), oggi troviamo residui in

Irlanda, Galles e Scozia (territori marginali dove si erano rifugiati in un primo momento questi

popoli sconfitti da Angli, Iuti e Sassoni.

2. Germanico

3. Osco umbro: gruppo di lingue italiche a cui il latino si sovrappose soppiantandole

4. Latino siculo: siculo era parlato in Sicilia prima della grecizzazione

5. Albanese: derivato dall’illirico, antico sistema linguistico della penisola balcanica prima che fosse

slavizzata

6. Greco

7. Lingue baltiche

8. Lingue slave: suddivise poi in vari gruppi (meridionale, come bulgaro serbo croato e sloveno,

occidentale che comprendeva invece polacco ceco e slovacco e quello orientale)

9. Lingua ittita

10. Armeno

11. Gruppo indo iranico: appartengono alcune lingue antiche dell’India (sanscrito, redico) e alcune

lingue moderne dell’india (hindi, urdu, bengali ecc.)

12. Tocario: oggi la regione dove si parla è il Turkenstein cinese

LATINO COME LINGUE INDOEUROPEA

Il latino è una lingua marginale del sistema indoeuropeo parlata nell’estremo margine raggiunto dagli

indoeuropei ad occidente (come il celtico). Rispetto alle altre parlate indoeuropee si presenta in parte come

una lingua conservativa in parte come innovativa.

Un elemento di conservazione è il sistema dei casi, che il latino presenta come anche le lingue indoeuropee.

Oggi le lingue che non hanno casi è perché li hanno perduti nel corso dell’evoluzione, ma il sistema di

gestione dei sostantivi, aggettivi, pronomi in relazione a questi casi è una caratteristica tipologica delle lingue

indoeuropee. Tuttavia era un sistema più semplice rispetto a quello indoeuropeo: ad esempio nelle parlate

indoeuropee vi sono dei casi di cui troviamo tracce nel latino arcaico ma che nel latino dei classici non

troviamo più (il locativo, ossia complemento di luogo, e il caso strumentale, sostituiti con l’uso delle

proposizioni e il ricorso all’ablativo o all’accusativo).

Da 8 diventano infatti 6 casi.

Altro elemento da considerare riguarda il sistema dei modi verbali: anch’esso era più complesso di quello

latino, dove non abbiamo l’ottativo (presente ad esempio in greco).

Altro elemento è l’accento: sulla base della comparazione linguistica, l’accento nelle antiche parlate era fisso

e sulla prima sillaba della parola, mentre nel latino è mobile e dipende dalla quantità della penultima sillaba.

Il latino prevedeva 10 suoni vocalici distinti in base alla loro quantità (si riferisce alla durata), quindi in

lunghe e brevi. Nel caso del latino si parla di vocalismo quantitativo mentre nelle lingue romanze di un

vocalismo qualitativo.

La durata è diversa dalla differenza di timbro (che ci appartiene).

Nel passaggio alle lingue romanze cambierà tutto il sistema vocalico e le vocali delle lingue romanze non

saranno più identificate dalla durata della vocale (e quindi della sillaba) ma si distinguono invece in base al

timbro, ossia l’apertura (aperta o chiusa), anche se alcuni vocalismi romanzi non la presentano.

Una delle isoglosse più evidente dello spagnolo è il dittongamento delle vocali brevi in sillaba chiusa: questo

fenomeno manca sia a galego che a portoghese.

ESPANSIONE DEL LATINO

L'espansione del latino è la conseguenza diretta dell'espansione militare (conquiste) e politica (fondazione

Impero Romano) di Roma. Grazie a questi eventi divenne una lingua parlata da una comunità molto ampia e

variegata costituita da milioni di parlanti, mentre in origine era la parlata di un territorio molto ristretto di una

comunità poco numerosa, ossia quella degli abitanti di Roma alle sue origini. Il latino era già parlato tra IX e

VIII secolo a.C. e i primi reperti che recano piccoli testi in lingua latina risalgono al VI e V secolo a.C.

Intorno al 240 a.C. Roma aveva già conquistato la penisola italica e controllava un territorio compatto

intorno alla città, ma nel corso dei tre secoli successivi arrivò a dominare l'Europa occidentale e

mediterranea: il latino è la lingua parlata nella penisola italica e va a sostituirsi rapidamente alle lingue

italiche, praticate dalle comunità di parlanti nella fase di crescita della potenza romana.

Momenti importanti:

- 197 a.C: conquista della penisola iberica

- 146 a.C. conquista dell'Africa settentrionale

- 120 a.C. conquista Gallia meridionale (Sud Loira affacciata sul Mediterraneo: Provenza, Linguadoca..)

- 50 a.C. conquista Gallia settentrionale con Giulio Cesare (Nord Loira fino all'attuale Belgio: esiste anche

una differenza dei tempi della latinizzazione poiché la latinizzazione nella Gallia meridionale è più antica ed

è per tale motivo che si differenziano dialetti meridionali occitanici e oitanici).

- 107 d.C. conquista della Dacia (Romania) con Traiano

Dal 50 a.C. si spingono anche in Inghilterra dove installano legioni per i 3 secoli successivi: la latinizzazione

dell'Inghilterra tuttavia non arriverà a compimento perché questo processo si bloccherà nel momento in cui le

invasioni barbariche creeranno problemi ai Romani, soprattutto presso i confini del Reno.

POLITICA LINGUISTICA DEI ROMANI

Il latino si espande divenendo la lingua di tutti questi popoli ma in realtà i latini non imposero mai la loro

lingua, infatti non abbiamo notizie di nessuna politica di sostegno del latino, ma piuttosto si disinteressarono

del destino di esso e di quello dei popoli conquistati.

Non ostacolarono né gli idiomi dei popoli federali italici, né l'etrusco, né il greco nell'Italia meridionale,

infatti nei loro territori queste lingue non furono subito soppiantate dal latino.

Il latino divenne in poche generazioni la lingua dei popoli conquistati ma non riuscì ad imporsi sul greco

(l'Italia meridionale venne latinizzata ma la Penisola ellenica no).

Il processo fu quindi graduale e non avvenne simultaneamente: alcuni territori furono latinizzati più

rapidamente e altri più lentamente.

Nei centri urbani e dove esistevano scambi commerciali ed empori fu più rapida poiché il latino era la lingua

veicolare, mentre nelle campagne e nelle zone lontane dalle città fu più lenta.

Nelle zone rurali della Gallia del Nord nel IV-V secolo c'erano ancora iscrizioni nelle lingue celtiche del

posto.

Nei decenni successivi alla conquista da parte dei romani i popoli abbandonarono le loro lingue perché spinti

naturalmente ad acquisire il latino in quanto permetteva di avere un ruolo nella società (ascesa sociale) in

quanto lingua dei dominatori (militari, ruoli burocratici ecc.).

Le lingue di questi popoli solo in rari casi avevano una tradizione scritta alle loro spalle, quindi si trattava per

lo più di lingue che non potevano fondare la loro forza e prestigio su una tradizione culturale scritta o contare

sul fatto che venissero insegnate in contesti appositi, fenomeni che riguardavano invece il latino.

Già all'epoca infatti il latino era lingua scritta (utilizzati in ambiti letterari, giuridico amministrativi, religioso

ecc.) e veniva anche insegnato a scuola secondo un sistema pedagogico identico a tutti i territori conquistati

che riproduceva quello utilizzato a Roma.

Il latino assume quindi sia ruoli amministrativi, giuridici ecc che familiari.

Non ci furono dunque politiche a sostegno del latino ma a favorirne la spontanea diffusione fu il prestigio

socio-culturale.

Le lingue indigene hanno avuto vita più lunga in determinati contesti per le donne, che erano escluse

dall'istruzione.

PROCESSO DI LATINIZZAZIONE

Il latino nella sua diffusione su un territorio così vasto entra in contatto con idiomi diversi. Nel momento in

cui si produce la latinizzazione si produce anche il contatto linguistico.

Uno dei primi linguisti che rifletté su questa dinamica e scrisse un articolo fondativo nel 1953, Weinheim, ne

diede la definizione: "due o più lingue si diranno in contatto se sono usata alternativamente tra due persone".

Dal punto di vista delle lingue, due (o più) lingue (o una lingua e un dialetto) sono in contatto quando si

trovano a interagire e quando le loro strutture sono quindi esposte l'una all'azione dell'altra.

Il luogo del contatto può essere sia il singolo parlante, sia la comunità sociale nel suo insieme, sia un

determinato punto o territorio geografico.

Da Thomason è definito come "l'uso di più di una lingua nello stesso luogo e nello stesso tempo".

Il contatto linguistico può essere considerato dal punto di vista dei parlanti o delle lingue: se consideriamo i

parlanti, due o più lingue sono in contatto quando un parlante ha la competenza di entrambe (bilinguismo,

dove la competenza di una lingua può influenzare l'altra).

Molti parlanti dei territori conquistati dai romani, al tempo delle conquiste, per una o più generazioni si sono

trovati in una situazione di bilinguismo.

In molti casi nel giro di alcune generazioni la lingua materna è diventata quella del luogo dove vivevano con

un uso sempre più ridotto della lingua madre.

Se il contatto linguistico mette le lingue in una situazione di interazione e di reciproca influenza, esso diventa

quindi un fattore che incide sulla variazione linguistica: i diversi tipi di variazione linguistica riguardano

qualsiasi lingua storico-naturale.

In un bilingue possono esserci interferenze tra le due lingue.

Si tratta di una dinamica che permette di capire come dal latino si è passati alle lingue romanze poiché il

latino che veniva appreso in queste comunità lontane da Roma che fino a quel momento avevano parlato

un'altra lingua, è un latino leggermente diverso e con caratteristiche riprese dalla lingua materna. Il contatto

linguistico incide quindi sulla variabilità delle lingue che cambiano sia in relazione allo spazio che al tempo.

Il contatto linguistico operò sempre nel latino.

Il contatto linguistico incide sulla variazione linguistica.

TIPI DI VARIAZIONE LINGUISTICA

1- DIACRONICA: attraverso il tempo

2- DIATOPICA: attraverso lo spazio

3- DIAFASICA: relativa allo stile (ricercato, aulico ecc.)

4- DIASTRATICA: relativa alla condizione socioculturale

5- DIAMESICA: parlato e scritto

Questi tipi riguardano tutte le lingue. Una variazione linguistica esiste sempre: tutte le lingue cambiano, il

cambiamento linguistico è incoercibile.

Nel processo di latinizzazione operarono tutti i tipi di variazione, anche in simultanea.

Pur essendo un processo lungo, complesso e con diversi tempi, la latinizzazione portò ad una generale

acquisizione del latino da milioni di persone ed è la stessa lingua anche in territori molto distanti (la

possibilità di parlare non era compromessa), ad esempio un parlante della Penisola Iberica nel II/III secolo

d.C. poteva comunicare in latino con un parlante della Dacia.

Ciascuno ha un proprio latino con caratteristiche particolari ma la comprensione era efficace e funzionava:

l'unità linguistica non era compromessa.

IL LATINO E LA VARIAZIONE LINGUISTICA

L'unità della latinità è stata efficace fino ad almeno tutto il III secolo d.C. e ancora nel IV.

Il secolo che rappresenta la svolta, ossia il secolo della crisi dell'unità della latinità, è il V secolo d.C.

La frammentazione linguistica va avanti rapidamente nei due secoli successivi e quando il legame politico e

culturale dei territori dominati con il centro della latinità inizia a farsi più debole tra IV e V secolo d.C., le

differenze si approfondiscono. Tra VI e VII secolo d.C. il processo di frammentazione linguistica diventa più

rapido e profondo. Cominciano ad affiorare attestazioni scritte delle lingue romanze dal IX secolo d.C. Il

documento più antico in una lingua romanza è scritto in francese e sono i "Giuramenti di Strasburgo",

dell'842 d.C.

Si mette per iscritto una lingua derivata dal latino ma che non è più il latino, ed è evidente che era quindi una

lingua già parlata nei secoli precedenti (VII/ VIII secolo): questo fenomeno si chiama "fase sommersa" delle

lingue romanze. Si tratterebbe del periodo in cui le lingue romanze erano già parlate e si era compiuto il

processo di frammentazione, ma venivano solo parlate e non messe per iscritto.

La lingua madre di tutte le lingue romanze è il latino parlato: esiste una continuità tra il latino parlato in tutti

questi territori e quelli in cui attualmente si parlano lingue romanze.

Questo latino dell'oralità è anche chiamato dagli specialisti "latino volgare", ossia del popolo e della

comunità, quindi dell'oralità. Con "volgari romanzi/neolatini" si intendono invece le lingue romanze parlate

dai popoli già in epoca medievale.

Come operano i diversi tipi di variazione linguistica?

Sotto il profilo della variazione diamesica ci interessa il latino parlato, ma come si possono individuare le

caratteristiche se abbiamo solo testimonianze scritte?

Bisogna studiare i tratti che rispecchiano il parlato nello scritto.

VARIAZIONE DIATOPICA NEL LESSICO

La lingua parlata era profondamente diversa dal latino scritto.

Si è vista anche una variazione diatopica del lessico, quindi nonostante l'unità del latino in alcuni regioni si

utilizzavano parole differenti.

Prendiamo ad esempio "mangiare":

- nel latino dei classici: "edere"

- nel latino parlato "comedere" (da "cum"+"edere", ossia mangiare insieme, poi slittamento del significato) e

"manducare" (originariamente: masticare muovendo le mascelle), presente anche in una commedia di Plauto.

Le lingue romanze hanno forme derivate solo da "comedere" e "manducare", ma nessuna riprende "edere",

dimostrando quindi una variazione diamesica (frattura tra scritto e parlato) e diatopica (perché in zona

latinità più occidentale, quindi spagnolo e portoghese abbiamo il verbo derivato da comedere, mentre più a

Oriente abbiamo "manger", "mangiare" da manducare e "manducare/manicare" nel fiorentino trecentesco).

Altro esempio: "bello"

- lingua dei classici "pulcher" (forse sconosciuto o poco utilizzato nella lingua parata)

- nel latino parlato "formosus" e "bellus".

Abbiamo "bello", "beau" e "bel" (occitano/provenzale) da "bellus", mentre le aree laterali (più lontane dal

centro, spagnolo “hermoso”, portoghese “formoso” e rumeno “frumos”) continuano il lemma "formosus".

Variazione diatopica (sul territorio) e diamesica.

Altro esempio: "zio" è un grecismo, da "tius". Anche le forme sarde, castigliane ecc. vengono da "tius" e

attraverso il latino arriva alle forme romanze. In francese abbiamo invece "oncle" che, come anche nel

rumeno, deriva da "avunculus", lemma latino costituito dal diminutivo di "avus" (ma il valore diminutivo si è

perso).

Il lemma "tius" in latino è un grecismo (come moltissime altri lemmi), arrivato alle lingue romanze

attraverso il latino anche perché avendo avuto il greco un grande prestigio socio culturale, esercitò sempre un

influsso sul lessico del latino (soprattutto filosofico, intellettuale e religioso).

Nell’Italia settentrionale esiste poi anche il tipo “barba” per “zio”, forse di origine longobarda.

VARIAZIONE DIAMESICA NEL LATINO

La variabilità della lingua legata alle modalità parlata o scritta della sua trasmissione è la variazione

diamesica. La lingua scritta si differenzia dal parlato per una maggiore stabilità, precisione, formalizzazione

e adesione alla norma grammaticale. Anche tra latino scritto e parlato esistevano delle differenze relative non

solo alla pronuncia e all’ortografia delle parole ma anche nella grammatica, nella sintassi e nel lessico.

All'epoca dei romani e della diffusione del latino esisteva una cognizione diversa, anche nei parlanti e negli

scriventi, tra lingua parlata e scritta e si deve immaginare una situazione comunicativa complessiva in cui le

interferenze tra scritto e parlato dovevano essere meno frequenti e operative di oggi perché all'epoca il

numero di coloro che avevano una competenza scritta del latino era molto ridotto e allo stesso tempo si

aveva un'idea della lingua scritta o degli usi ufficiali della lingua parlata come di un qualcosa che obbedisse a

determinate regole grammaticali/retoriche necessarie per poter far un adeguato uso della lingua.

Ad esempio Cicerone, che scrisse da tratti filosofici a lettere familiari, utilizza in queste lettere un latino che

lui sa essere profondamente diverso da quello alto che andava utilizzato nei trattati filosofici, tanto che lo

chiama "sermo familiaris". E' comunque un latino complesso ed è vicino all'oralità maggiormente rispetto a

quello utilizzato ad esempio nelle opere filosofiche.

Allo stesso tempo le sue orazioni erano scritte per essere esposte oralmente in contesti ufficiali (foro, senato,

processi pubblici), il latino dell'oralità doveva rispondere a determinate regole di precisione, accuratezza e

rispetto della norma grammaticale. Ciò fa si che ci fosse poi un'idea precisa delle diverse varietà del latino a

seconda delle circostanze e dei contesti in cui la lingua era utilizzata.

Le diverse lingue autoctone soppiantate nel giro di alcuni anni dal latino si estinguono ma in realtà proprio

per l'esistenza del contatto linguistico lasciano una traccia nel latino nel giro di alcuni decenni.

L'influsso che le lingue destinante ad essere soppiantate lasciano nel latino si chiama "influsso di sostrato",

dove la parola "sostrato" deriva dal latino "sub-stratum" (ciò che sta sotto).

In Etruria abbiamo l'etrusco, su cui si sovrappose il latino e poi il sistema di dialetti toscani (italiano): in

questa stratificazione il substrato è l'etrusco.

L'eredità lasciata riguarda principalmente il settore lessicale (nella lingua latina molte parole hanno origine

etrusca, quindi furono acquisite dal latino e vennero latinizzate).

Queste lingue possono aver lasciato una propria eredità nel latino e questo influsso non va confuso con gli

altri tipi che una lingua può subire nel corso della storia, ad esempio il latino acquisì molte parole dal greco

(INFLUSSO DI ADSTRATO/SUPERSTRATO perché il greco non è stata la lingua più antica sostituita dal

latino, ma piuttosto il latino acquisì parole dal greco lungo tutto il corso della storia perché il greco era una

lingua con cui aveva dei contatti e che aveva in alcuni settori un lessico già ben formato).

Si pensi ad esempio al gran numero di anglismi entrati in italiano dopo la rivoluzione digitale (inglese lingua

di superstrato: svolge determinate funzioni importanti e quindi si acquisisce quel lessico particolarmente

efficace in quel settore).

Altra cosa sono le lingue che hanno fatto da sostrato: in francese abbiamo molte parole con un'origine

diversa dal latino e alcune di esse hanno un'origine celtica (soprattutto legate al territorio, alla campagna e ai

lavoro agricoli).

LA LATINIZZAZIONE

Uno dei saggi più importanti della filologia e linguistica romanza è "il latino e la formazione delle lingue

romanze", scritto da Varvaro per una grande opera, che affronta il tema della latinizzazione.

La più grande innovazione di questo saggio è che non si può intendere il processo di latinizzazione come se

fosse autonomo e indipendente dall'evoluzione dal latino verso le lingue romanze ma rappresenta l'effetto di

tutti i tipi di variazioni linguistiche che si producono nella lingua stessa.

Il latino e l'evoluzione dal latino alle lingue romanze devono essere intesi come un'unica complessa

dinamica.

Il processo non giunse mai al suo completamento: ancora oggi sui territori dove anticamente si parlava latino

abbiamo zone che non sono state latinizzate, come ad esempio nel caso del basco e dell'albanese (due lingue

parlate anticamente nei territori che hanno fatto parte dell'impero romano ma non hanno ceduto al latino).

In Italia troviamo le "isole alloglotte", dove si parlava una lingua diversa da quelle parlate dai dintorni, ad

esempio nel meridione si manterrà una continuità storica con il greco.

Che le lingue romanze derivino dal latino era già chiaro ai primi studiosi, ai primi linguisti che scrissero tra

fine 700/ inizi 800 perché il confronto tra latino e lingue romanze rende evidente questo dato.

L'ipotesi di Schuchard-Groben mirava a spiegare come poteva aver funzionato il processo di latinizzazione,

di cui Schuchardt fornì nel 1866 i primi elementi e che Groben riprese e precisò più tardi.

L’ipotesi mirava a spiegare come le lingue romanze derivino dal latino e l'idea di base era una concezione

organicistica della lingua, ossia la visione della lingua come un organismo che cresce.

Secondo l'ipotesi ci sarebbe stato un rapporto tra l'epoca della conquista di un certo territorio, le

caratteristiche del latino in esso importato e la lingua romanza derivata.

Inoltre la separazione delle lingue romanze avrebbe avuto inizio al tempo della romanizzazione della prima

provincia fuori d'Italia e si realizzò di nuovo ogni volta che si conquistava l'area di una lingua romanza.

La lingua delle comunità conquistate era dunque il punto di partenza di ciascuna lingua romanza e dovette

difendersi dalla lingua dei successivi immigrati riuscendo ad assimilarla a sé e senza il loro influsso fonetico.

Come schema sceglie un albero genealogico.

Secondo i due linguisti tale albero rappresentava l'evoluzione dal latino alle lingue romanze: all'origine vi è il

latino e viene poi individuata una linea evolutiva principale dal latino e italiano poiché vi vedevano una forte

affinità.

Secondo tale evoluzione dal latino derivò l'italiano, poi troviamo lungo la linea principale delle diramazioni

(spagnolo la prima, francese la seconda e rumeno la terza) in successione secondo quando sarebbe avvenuto

il distacco dalla lingua madre (dal momento in cui i romani colonizzavano un territorio), infatti la penisola

Iberica venne conquistata prima, poi la Gallia e poi la Dacia.

Elementi deboli della teoria sarebbero:

1- il fatto che la latinizzazione sarebbe avvenuta immediatamente dopo la conquista (irrealistico)

2- il fatto che il latino portato all’epoca della conquista in una certa provincia sarebbe stato

impermeabile al contatto linguistico e alle innovazioni provocate dai rapporti tra centro (Roma) e

periferia e tra le province stesse (irrealistico)

LA LATINIZZAZIONE

Varvaro ci invita ad un ragionamento: qual'era la situazione linguistica di questi territori prima della

latinizzazione?

Non si devono immaginare questi territori come "aree linguistiche compatte, dove una lingua (autoctona) più

o meno normalizzata faceva da tetto a sue varianti locali" infatti ad esempio l'italiano standard per noi è la

lingua che fa da tetto a tutte le varietà regionali. Questo capita in tutte le situazioni di plurilinguismo che

consideriamo: tra lingua e dialetto non c'è una differenza sul piano linguistico ma solo su quello politico. Per

"lingua più o meno normalizzata" si intende una lingua standard, che ha cioè un livello medio e può garantire

l'intercomprensione.

Secondo Varvaro e altri studiosi in età preromana il territorio era suddiviso tra piccoli gruppi etnici "senza

alcuna forma di unità politica né culturale né linguistica". La loro cultura era una cultura base e non di tipo

complesso e elaborato, come invece quella di Roma espressa in latino già tra II e III secolo a.C.

Il territorio che i romani andavano a latinizzare era frammentato sotto il profilo linguistico e non vi esisteva

alcun tipo di unità linguistica.

Varvaro scrive inoltre che la variazione diatopica doveva perciò essere enorme, come avviene ancora oggi

nelle aree poco sviluppate e a scarsa densità di popolazione. Una situazione affine è quella che si riscontra

studiando la grande varietà di lingue in alcune regioni dell'Africa centrale: territori immensi, scarsamente

popolati per ragioni ambientali, con pochi contatti fra loro e quindi con lingue di scarsissima fruibilità al di

fuori delle comunità (ad esempio le lingue foresta amazzonica). Questo fattore espone la lingua ad una

grande fragilità poiché se viene meno la piccola comunità tale lingua si estingue.

Altro elemento da tenere in considerazione è che la latinizzazione ebbe una progressione più rapida in alcune

classi sociali: le classi più abbienti accettavano prima il latino e lo studiavano e insegnavano ai figli perché in

queste classi si capiva rapidamente che il latino era necessario per il cosiddetto "ascensore sociale", ossia

l'insieme di fattori che permettono agli individui di salire nella scala sociale.

Un tipo di ambito interessante per lo studio della latinizzazione è l'ONOMASTICA, ossia il modo di imporre

il nome alle persone, che ci permette di capire l'acculturazione delle famiglie (e come accoglievano la lingua

dei dominatori). Non si riescono ad osservare gli usi linguistici reali, ma solo l’adeguamento al latino

nell’imposizione dei nomi personali ed è un indizio che come sostiene Varvaro si lega a “velleità culturali”.

L’abbandono di nomi autoctoni per quelli romani si produce in tutte le province e in tutte le epoche dopo la

conquista (indizio di acculturazione) e lo slittamento dalla cultura indigena a quella romanza nelle famiglie

dipende dal livello sociale e dall’area geografica.

Prendiamo come esempio le iscrizioni in latino risalenti al 19 d.C. che fanno riferimento a Giulio Rufo, nato

a Saintes, provincia dell'Aquitania che conservava importanti reperti archeologici come l'Arco di Germanico

e l'anfiteatro delle Tre Gallie.

L'arco di Germanico era un arco trionfale dedicato al generale Germanico, nipote di Augusto.

Tale Giulio Rufo era un personaggio molto importante, tanto che fece dedicare a Tiberio l'anfiteatro.

E' il "praefectus fabrum" (architetto) che fa erigere l'arco dedicandolo a Germanico e mettendo il suo nome e

quello degli antenati.

"epot soviridi": bisnonno, della tribù dei Valtinia (una delle tribù conquistate da Giulio Cesare) e ne è citato

solo il nome celtico.

"G.G.Agedomo": sistema tipico onomastico romano con 3 nomi (prenomen, nomen, cognomen) dove

Agedomo è il cognomen celtico e ne attesta quindi l'origine celtica.

Anche per il padre troviamo lo stesso sistema: "Gaio Giulio Catuaneunius", dove il cognomen ne attesta

ancora l'origine celtica, mentre infine in "Gaio Giulio Rufo” vediamo che sono presenti solo 3 nomi romani e

che si è quindi persa l'origine celtica.

In 3 generazioni questa famiglia passa quindi da una cultura celtica a una di tipo romano e dominano

progressivamente le competenze del latino.

Si osserva un progressivo abbandono dei nomi etnici, una progressiva acquisizione dei nomi latini e una

progressiva latinizzazione, soprattutto in contesti socio culturali elevati.

Un ruolo fondamentale nella diffusione del latino va assegnato all'esercito romano perché era l'avanguardia

di Roma che andava a conquistare i territori e costituire città e fondazioni romane (inizialmente piccoli castra

fortificati), così come anche alla burocrazia imperiale.

Molte città romane hanno una topografia che ricalca esattamente i castra romani.

L'esercito entra in contatto con queste popolazioni e dà inizio ad una permanenza sul territorio e ciò

costituiva la porta d'accesso per la cittadinanza e per carriere di tipo politico, amministrativo e militare per

questi popoli conquistati.

Studiando la lunga serie di imperatori romani, già dal I secolo d.C. molto di essi erano dei provinciales, ossia

persone che avevano conquistato la cittadinanza romana (pur non essendo nati né a Roma né in Italia) e

avevano poi scalato la gerarchia sociale.

In alcuni casi sappiamo che alcuni di essi avevano imparato il latino ma gli altri membri della famiglia non lo

conoscevano ancora.

Varvaro scrive che la cultura romana non poneva ostacoli pregiudiziali all'assimilazione dei non latini e in tal

modo fu possibile il successo sociale dei provinciali (con cui intende coloro che provenivano anche da

territori lontani). Nel 98 d.C. un non latino diviene imperatore e nel 193 lo diventerà un africano di stirpe

libica (Settimio Severo), provinciale che fece carriera nell'esercito.

Divenne normale che le legioni acclamassero e imponessero generali di romanità recente e superficiale

(alcune fonti raccontano che Settimio severo si vergognasse dei famigliari che non conoscevano il latino,

rimandandoli in Africa settentrionale).

Pochi anni dopo Settimio Severo sali al trono Filippo I che era arabo, nato non lontano da Damasco.

Molti personaggi avevano un’origine provinciale: Quinto Lollio Urbico ad esempio nacque presso l’odierna

Costantina (Algeria), dove iniziò anche la carriera come “quattuorviro”, ossia colui che si occupa della

manutenzione delle strade, divenne poi tribuno della XII legione, questore urbano, legato del proconsole in

Africa, tribuno della plebe, pretore, partecipò tra 133-135 alla campagna di Giudea con l’imperatore Adriano,

dal 139 a 142 è governatore della Britannia e infine dopo il 50 è prefetto urbano di Roma.

La sua carriera non è un caso isolato: studiando la storia, il ruolo avuto dall’esercito, dagli apparati

burocratici e dalle istituzioni possiamo farci un’idea dell’integrazione svoltasi nel corso delle generazioni e

che è passata attraverso l’acquisizione della lingua.

MELTING POT

Un’immagine per descrivere la situazione del latino è quella del “melting pot”, contesto nel quale diverse

identità linguistiche si trovano ad interagire insieme. L’esempio che più facilmente lo rappresenta nel mondo

contemporaneo è quello degli Stati uniti dove a seguito di una prima ondata migratoria anglosassone si sono

poi aggiunte ondate migratorie successive (soprattutto nella seconda metà di 800 e 900), infatti in epoca

moderna il melting pot indica l’assimilazione di masse anche cospicue di immigrati estranei ai paesi nei quali

giungono.

La situazione di melting pot all’epoca dell’impero romano presenta una diversità fondamentale poiché, come

afferma anche Varvaro, con l’arrivo dei romani iniziava un processo di acculturazione di gruppi della

popolazione locale (indigena), che potevano essere più o meno numerosi e compatti, e in genere erano

inizialmente appartenenti a livelli alti della società e accettarono per primi la romanizzazione e il latino.

Quest’acculturazione tuttavia era diffusa su un territorio enorme e si produsse sui territori stessi senza un

processo migratorio (come invece accade oggi).

Bisogna avere presente che il latino è stata una lingua parlata, dunque è possibile periodizzare la sua storia,

ossia individuare delle fasi diverse della storia del latino.

Il latino ha avuto una storia millenaria, nella quale gli studiosi distinguono cinque fasi:

1- latino arcaico: dall'VIII secolo al II secolo a.C: età di Plauto, Ennio, Terenzio, Catone, e le più antiche

attestazioni risalgono al V secolo

2- latino pre-classico, dalla fine del II secolo alla prima metà del I secolo a.C. (Lucrezio, Catullo, Cesare)

3- latino classico: dalla seconda metà del I secolo a.C. alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. (Virgilio,

Orazio, Cicerone, Ovidio)

4- latino post-classico, dalla morte di Augusto alla fine del II secolo d.C. (Seneca, Marziale, Tacito,

Svetonio)

5- latino tardo, dalla fine del II secolo d.C. al VII-VIII secolo (Ambrogio, Prudenzio, Girolamo, Agostino)

ESEMPI DELLA VARIAZIONE LESSICALE DEL LATINO

Il latino è stata una lingua con una serie di caratteristiche di tipo socio culturale legate al contesto,

all'ampiezza della comunità di parlanti e al lungo periodo di utilizzo che ci sono utili per studiare come si è

trasformato dando vita ad altre lingue. Nel corso della storia linguistica i tipi di cambiamenti sono stati

diversi.

Il problema è lo studio del latino parlato, da cui derivano le lingue romanze, in testimonianze scritte.

Come esempio della variazione lessicale (sincronica) nei diversi tipi di latino prendiamo ad esempio i lemmi

SONIPES, EQUUS, CABALLUS, 3 lemmi che in latino significavano "cavallo" ma con differenze di

significato e uso.

1- "sonipes" significava "destrerio" ed era un termine raro e proprio della lingua scritta letteraria

2- "equus" anche era un termine proprio della lingua letteraria

3- "caballus" invece significava "cavallo da tiro/da lavoro" che ebbe tuttavia un ampliamento di significato

poiché andò ad assumere il significato di "cavallo" in generale e da cui deriverà poi il lemma delle lingue

romanze. Per gli esiti di "cavallo" italiano, "cheval" francese, "cavalo" portoghese, c'è stato un passaggio di

A atona > /a/, una spirantizzazione della labiale sonora /b/ intervocalica che si trasforma in labiodentale

sonora /v/, passaggi da U atona a /o/ e la caduta della consonante nasale.

"caballus" tuttavia è attestato in latino quasi esclusivamente nella letteratura tecnica, come ad esempio in

trattati di veterinaria o sull'arte della guerra dove si descriveva il cavallo e la sua bardatura.

Per arrivare al latino parlato spesso bisogna andare a studiare le lingue romanze e trovare la loro base latina.

Una variazione come quella del latino è stata possibile in tutte le epoche della sua storia ed è quindi

definibile di tipo "sincronico".

EPIGRAFE DEL GARIGLIANO

Prendiamo come esempio di latino arcaico un'iscrizione del periodo arcaico, l'epigrafe del Garigliano.

L'oggetto dove si trova il graffito è una scodella trovata nei pressi del santuario della dea Diana (chiamata

anche Marica) nei dintorni di Minturno vicino al fiume Garigliano (Basso Lazio) e risale a fine VI/ inizio V

secolo a.C. Oggi si trova al museo nazionale di Napoli.

Presenta 2 iscrizioni:

1- sulla parete esterna si trova la parola "audies", che gli studiosi ritengono di una lingua di ambito pre-

sannitico (indigena) del V secolo a.C, quando il latino ancora non si era sostituito alla lingua locale. Il suo

significato sarebbe "di Aufidius", forse colui che offrì la scodella al santuario, poiché si tratta di una voce

onomastica al genitivo singolare o nominativo. Si tratta quindi di un'indicazione di appartenenza.

2- una all'interno lungo il bordo: "ESOM KOM MEOIS SOKIOIS TRIVOIA DEOM DUONAI. NEI PARI

MED". E' in prima persona, come se fosse la scodella a parlare, e significa "sono con i miei amici (o soci) di

Trivia (la dea Diana) la buona tra le divinità. Non impadronirti di me"

E' stata ipotizzata la frase nel latino classico per vedere come il latino cambia e come sarebbe se fosse stato

scritta in epoca più tarda:

" SUM CUM MEIS SOCIIS TRIVIAE DEARUM BONAE: NE PARIAS ME".

Notiamo 2 cambiamenti principali: riduzione dei trittonghi (meois> meis, sokiois>sociis) e la perdita del

genitivo plurale arcaico "deom">dearum (nuova forma di genitivo più moderna).

In italiano: "sono con i miei compagni di Trivia la buona tra le divinità. Non impadronirti di me", notiamo

molte affinità e in particolare l'aggiunta di preposizione, necessaria per spiegare ciò che il latino esprimeva

attraverso i casi, che esistevano anche in latino ma erano poco impiegate.

TRATTI ESSENZIALI DEL LATINO IN ETA' CLASSICA

Per quanto riguarda il vocalismo, il latino presentava dieci vocali con due serie di lunghe e brevi.

La durata ha valore di opposizione fonologica, cioè il significato delle parole cambia a seconda della durata

vocalica (vĕnit "egli viene", presente, venit "egli venne", perfetto).

Deve essersi verificato ad un certo punto della storia del latino un mutamento che ha messo in crisi il

vocalismo.

Alcuni testi ci aiutano a comprendere: Sant'Agostino racconta che nel III secolo i latinofoni nelle sue zone

avevano difficoltà a distinguere la durata delle vocali latine (ma si tratta tuttavia di una testimonianza

isolata).

Ovunque tutti i parlanti latinofoni iniziarono a non distinguere più la durata delle vocali.

Sono molti i fenomeni di cambiamento: alcuni riguardano il CONSONANTISMO.

1- tendenza a semplificare i nessi consonantici (legge del minimo sforzo).

2- sparizione delle consonanti laringali

3- defonologizzazione dell'h aspirata che perde il suo valore fonologico

Modificazioni della morfologia: procede la semplificazione del sistema dei casi (già dall'indoeuropeo, che ne

aveva 8 al latino 6 con l'eliminazione dello strumentale del locativo) e scompaiono l'ablativo locativo e

l'accusativo di direzione.

Nel corso dell'evoluzione storica il francese e l'occitano ebbero un sistema bi-casuale fino agli inizi del XII

secolo. Sappiamo che i parlanti che per primi hanno perso la capacità di usare i casi erano coloro che

parlavano il francese in Inghilterra (prima varietà che perde questa competenza di usare caso retto e obliquo).

La perdita dei casi fu probabilmente più rapida in area iberica e italiana.

Nello sviluppo storico dal latino alle lingue romanze esiste una corrispondenza: ai casi del latino

corrispondono le categorie di soggetto, complemento oggetto, complemento di specificazione, termine,

invocazione e complementi indiretti.

Mentre i complementi hanno sempre bisogno di creare un sintagma (il complemento si compone si

preposizione e parola che esprima il complemento), in latino i casi potevano essere accompagnati da una

preposizione ma spesso bastava da solo ad esprimere la funzione logica di una determinata parola.

Se una lingua ha i casi ed esplicita con essi la funzione delle parole allora il loro ordine è più libero perché le

informazioni le danno i casi.

LATINO IN ETA' POST CLASSICA

Questo sistema aveva funzionato molto bene almeno fino al III secolo d.C. tanto che tutti coloro che

parlavano latino anche in territori lontanissimi tra di loro erano in grado di capirsi (ad esempio parlanti latino

dalla Romania e Portogallo anche di livelli socioculturali diversi, riuscivano a comunicare).

Il sistema inizia poi ad avere dei luoghi dove esso cambia e tali cambiamenti generano a loro volta altri

cambiamenti linguistici (nessun cambiamento rimane autonomo) producendo poi una fase di più rapida

evoluzione.

Alcuni cambiamenti linguistici iniziano già ad esempio nel I secolo a.C./d.C. e poi si espandono divenendo

più persuasivi.

Un elemento importante ha riguardato la pronuncia delle consonanti, ossia la perdita delle consonanti

bilabiale e sonora (m) a fine parola, documentata già dai graffiti di Pompei, che interessava l'accusativo della

1 declinazione femminile singolare, l'accusativo della 2 declinazione singolare maschile, l'accusativo della 3

declinazione, il genitivo plurale ed altri. Attraverso questa modificazione linguistica si insinua nel sistema

dei casi un elemento di disgregazione perche riducendo ed eliminando la pronuncia della parte finale delle

parole i parlanti non avevano più a disposizione la desinenza della parola, che conteneva le informazioni

relative al genere, al numero e al caso. Mentre si diffonde questo tipo di mutamento linguistico la lingua

produce delle innovazioni che compensino questa perdita.

Il ricorso sempre più frequente alle preposizioni aiuta in questa compensazione perché permette di esprimere

la funzione logica della parola.

I graffiti sono importanti poiché vi si trovano a volte errori che permettevano di capire com'era la lingua

parlata. L'errore diventa l'ambito dove lo studioso indaga per capire come doveva essere la lingua parlata.

I graffiti si distinguono dalle iscrizioni poiché sono scritte spontanee spesso fatte da semi-colti, ossia persone

prive di istruzione scolastica che a malapena sapevano scrivere.

Tra altri fenomeni presenti nei graffiti di Pompei troviamo: la caduta delle vocali post-toniche "oculu(m)" >

"oclu": la "m" già non era più pronunciata nel I secolo d.C., mentre la "U" centrale cade perché debole.

Si tratta di fenomeni di riduzione del corpo fonico della parola.

Oltre a questo vi sono anche la defonologizzazione dell'h iniziale, la riduzione di dittonghi come ae, oe e

fenomeni di ipercorrettismo (es hoctober).

Oltre agli errori si guardano gli "ipercorrettismi": scriventi o parlanti in presenza di un dubbio su una parola

commettevano un errore cercando di scriverla correttamente.

Un esempio ne è "hoctober", dove l' "h" non è corretta ma probabilmente lo scrivente era incerto, e ciò ci

permette di capire che i parlanti avevano difficoltà nell'individuare il posto giusto dell'h.

GRAFFITI POMPEI

Sono un esempio di scrittura capitale corsiva.

Molto differente da quella odierna è la scrittura della "E", con 2 tratti paralleli verticali. Il graffito recita

"PUPA QUE BELA ES", dove "pupa" è un volgarismo (impiego lessicale tipico dell'oralità) in sostituzione

di "puella", mentre "bela" è in sostituzione di "pulchra".

Il latino parlato ha più analogie con le lingue romanze rispetto al latino dei classici.

GRAFFITO DELLA CASA DI FABIO RUFO

"VASIA RAPUI, QUAERIS, FORMOSA PUELLA": "vasia" sta per "basia" ossia "oscula" nel latino dei

classici ed è tipico del latino parlato (presente ancora oggi in napoletano a dimostrazione della continuità tra

dialetti romanzi e latino dell'oralità). Il significato è "mi chiedi perché ti rubo baci, bella ragazza".

TENDENZE EVOLUTIVE LATINO PARLATO

L'analisi dei volgarismi (errori) all’interno dei testi scritti in latino che studiamo permettono di individuare

dei fenomeni di tendenze evolutive del latino parlato, ossia errori commessi da chi scrive. Tali errori sono

importantissimi perché permettono di capire quale fosse la tendenza evolutiva della lingua che poi faceva

cadere in errore lo scrivente.

Con "tendenze evolutive" si intendono le innovazioni nel sistema fono-morfo-sintattico.

Tali tendenze diventarono delle innovazioni (III, IV, V secolo).

Un tipo di errore è l’ipercorrettismo, mentre ci sono altri errori che vengono chiamati volgarismi.

Questi errori ci permettono di capire quali fossero le tendenze evolutive del latino e possiamo trovarli:

- nei graffiti databili (ad esempio Pompei)

- nelle iscrizioni funerarie (scritte sulle tombe dei propri cari da parte di persona non molto colte)

- nelle lettere

- nei testi pratici (trattati che non avevano l’obbligo di adattarsi alla lingua letteraria)

- definixionum tabellaem: tabelle sulle quali le persone incidevano delle maledizioni, scongiure contro

qualcuno. Anche queste scritte erano fatte da persone non molto colte, dunque presentano molti

errori e grazie ad essi possiamo capire come fosse il latino parlato.

FLESSIONE NOMINALE LATINO

La flessione nominale in latino è gestita dai casi. Il latino era una lingua:

1- FLESSIVA: la parola non rimane uguale a sé stessa ma cambia in alcune sue componenti (nella parte

finale) a seconda della funzione logica che assume nella frase e a seconda di altri fattori

2- AGGLUTINANTE: perché tendeva a concentrare in una sola parola tante informazioni diverse

In latino i casi sono un’eredità dell’indoeuropeo.

Adesso solo il rumeno, tra le lingue romanze, mantiene ancora i casi.

Altre lingue romanze hanno avuto il sistema di casi semplificato nel corso della loro storia, come il francese

e l’occitano.

Un elemento sintattico connesso al sistema dei casi riguarda l’ordine delle parole nella frase.

In una lingua come quella latina, finché il sistema dei casi ha funzionato l’ordine delle parole non era

necessario per capire la funzione logica delle parole, dunque c’era ampia libertà per lo scrivente latino di

mettere le parole nella posizione preferita. Questa libertà diminuisce quando il sistema dei casi comincia a

funzionare sempre meno e l’ordine delle parole all’interno della frase diventa sempre più importante.

In latino esistono 5 declinazioni:

1- Soprattutto nomi femminili, ma anche maschili

2- Soprattutto nomi maschili che uscivano in –US, -ER, ma anche neutri che uscivano in –UM e

femminili. Tutti questi avevano lo stesso genitivo singolare in –i

3- Ricca e varia (maschili, femminili e neutri). Tutti al genitivo singolare uscivano in –IS

4- Nomi maschili, femminili e neutri. Al genitivo singolare uscivano in –us

5- Soprattutto nomi femminili. Al genitivo uscivano in –ei

Con il passare del tempo si diffondono sempre più pronunce che tralasciavano la consonante finale delle

parole. Una delle consonanti finali che i romani smisero di pronunciare è la bilabiale sonora “m” già dal I

secolo d.C.

Nel tempo i parlanti cominciavano a perdere la capacità di distinguere le vocali lunghe da quelle brevi.

Si produce così un fenomeno di semplificazione.

Già nel latino volgare si produce una profonda trasformazione della flessione nominale latina.

I parlanti cominciano ad associare le parole delle declinazioni che avevano poche parole (IV e V ad esempio)

a declinazioni più ricche di parole (come ad esempio I e II).

Esiste una tendenza chiamata legge dell’analogia che si verifica quando nella lingua si tende a semplificare

varie categorie.

Quindi, in questo caso, nel corso del tempo si procede verso una riduzione graduale delle declinazioni.

Ad esempio:

- FRUCTUS: appartenenza alla IV declinazione. Da un certo momento in poi i parlanti cominciano a

considerare quella parola come una parola della II declinazione. Per questi parlanti quindi il genitivo

singolare non è –us ma –i.

I passaggi da una declinazione ad un’altra si chiamano METAPLASMI DI DECLINAZIONE.

Ad un certo punto si sono strutturate 3 grandi categorie di sostantivi e tali categorie si sono ristrutturate sulla

base, in parte, del genere:

- Maschili (u/o finali)

- Femminili (a finale)

- Un’altra categoria (e finale): nomi sia maschili che femminili

Accanto a riduzione e metaplasmi delle declinazioni abbiamo la riduzione del genere: il rumeno continua ad

avere il genere neutro, mentre nelle altre lingue romanze non esiste più questa categoria. In Italia ci sono

alcuni dialetti in cui il neutro sembra avere ancora una funzione produttiva nella lingua. Ad esempio

“donum” (neutro in latino), “dono” in italiano, francese e spagnolo viene sentito come maschile.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, culture, letterature, traduzione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgia2808 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Paradisi Gioia.

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