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Riassunto su Kant, Mill e Nietzsche, Filosofia Morale, Lijoi

Riassunto basato su appunti e testi consigliati in preparazione all'esame orale di filosofia morale 2017/18. Integrazioni personali nonché rielaborazioni di altri testi inerenti agli autori trattati. Studiando su questi riassunti, ho sostenuto l'esame con un esito di 30.

Esame di Filosofia morale docente Prof. F. Lijoi

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IMMANUEL KANT – Critica della Ragion Pratica e altri scritti morali

La nuova fondazione dell’etica kantiana segue l’esame critico della ragion pratica. Essa non è altro che la ragione teoretica, poiché

c’è un’unica e sola ragione che può essere utilizzata diversamente, in quanto facoltà di trascendere l’ambito sensibile, la sfera

naturale. Se in campo teoretico la ragione va al di là del sensibile rispetto alla conoscenza, in ambito pratico siamo nel dominio

dell’agire: separando uso teoretico ed uso pratico, Kant si richiama alla distinzione humeana tra principi descrittivi e principi

prescrittivi.

Dunque come si configura la ragion pratica? Essa è semplicemente la capacità di agire indipendentemente da determinazioni

sensibili, prescindendo dagli impulsi, dalle passioni, tacitando insomma l’amor proprio. Kant non si erige tuttavia a moralizzatore,

introducendo un linguaggio cognitivo e non puramente normativo: la ragion pratica altro non è che la facoltà di rappresentarsi

da se stessi le leggi, riconoscerle come principi e di agire in conformità con essi. In questo senso la ragion pratica è la facoltà di

volere (volontà = ragione in rapporto all’agire, appetizione razionale).

Solo la capacità di agire secondo le leggi che ci rappresentiamo da noi stessi costituisce una volontà propria!

Kant distingue poi la volontà dipendente da movimenti sensibili dalla volontà da essi indipendente, ossia tra:

- Ragione empiricamente condizionata in parte determinata dall’esterno

à

- Ragione pratica pura indipendente da qualsiasi condizionamento empirico e orientata completamente su se stessa

à

Tutti i concetti morali “devono avere la loro sede e origine interamente a priori nella ragione”, dunque la moralità in senso stretto

può essere individuata e compresa esclusivamente nella ragion pura pratica.

1. UNA NUOVA SCENA DELLA MODERNITÀ

Nella definizione del proprio sistema, Kant rifiuta la scena moderna inaugurata da Hobbes come punto di partenza, poiché la

considera inadeguata per rendere conto dei concetti di libertà e autonomia. Torna dunque all’idea del pensiero pratico in termini

di appetizione razionale, come era per Aristotele e Tommaso, tuttavia il quadro antico e medievale fornivano un contesto in cui

il concetto di ragion pratica dipendeva dall’idea di una natura strutturata e articolata finalisticamente dalla ragione, aspetto

inaccettabile dalla modernità e dallo stesso Kant, che mantiene tuttavia il finalismo per gli organismi viventi.

Kant si oppone alla scena moderna, ma non può nemmeno recuperare magicamente il quadro antico, anzi definisce entrambi i

tentativi come dogmatici, in quanto forme di metafisica non sorvegliate dalla critica.

Il quadro della ragion pratica viene così ricostruito in un mondo che non è più quello empirico delle passioni indipendenti dalla

ragione (modernità), ma in un mondo sopraempirico: quello della ragione intesa in senso trascendentale!

In KrV, Kant individua tre idee fondamentali della ragione dall’uso regolativo, in quanto operano sull’attività dell’intelletto

fornendogli la cornice entro la quale operare:

- ANIMA (idea psicologica) tutte le forme di attività e recettività riguardano un unico IO al quale riferiamo il variare

à

delle condizioni esterne (unità assoluta del soggetto pensante)

- DIO (idea teologica) ci guida a conoscere il mondo alla luce della massima unità razionale del molteplice, è la semplice

à

supposizione di un essere che sebbene non sia pensato nella serie dell’esperienza, pure è pensato in relazione ad essa

per poterne concepire l’ordine, la connessione e l’unità

- MONDO (idea cosmologica) totalità delle serie infinite e di condizioni che possiamo ricavare con la conoscenza

à

retrocedendo o risalendo a partire da un evento (unità assoluta delle serie delle condizioni dei fenomeni)

In queste tre idee regolative Kant legge tre concetti classici della metafisica cristiana:

- IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

- ESISTENZA DI DIO

- LIBERO ARBITRIO

La ragione nel dare la regola all’intelletto (concetti regolativi), ne limita anche la sfera di attività nel campo dell’esperienza,

ponendo come problematiche le idee che le sono proprie.

Come impiegare la ragione in un supposto uso costitutivo? Come evitare l’errore?

Questa nozione di ragione articola il mondo dell’esperienza. È una nozione di ragione che da ordine al mondo, ovvero una ragione

pratica che ha come oggetto non i beni hobbesiani, ma un bene interno al concetto di ordine articolato dalla ragione, un bene non

empirico che solo la ragione pura può comandare.

Entra così in scena la tensione tra mondo fenomenico e mondo noumenico: quello delle idee della ragione

2. NATURA UMANA E RAGION PRATICA

Abbiamo visto come Kant individui nella volontà (desiderio secondo concetti), la cifra della ragion pratica guidata da massime

(principi soggettivi dell’agire) e coincidente con la legge della libertà.

Il nostro desiderio è inoltre legato al mondo in due modi diversi, nei quali Kant divide la soggettività:

- APPETIZIONE SENSIBILE (DESIDERIO) legame puramente passivo, l’uomo è condizionato dal desiderio verso un oggetto

à

- APPETIZIONE RAZIONALE (VOLONTÀ) legame attivo, l’individuo produce qualcosa nel mondo semplicemente

à

rappresentandoselo secondo concetti

Kant ha bisogno di mostrare un concetto di natura umana apposito, diverso dal tipo di natura umana su cui agisce l’appetizione

sensibile. Il quadro moderno inoltre non rende più possibile pensare all’appetizione razionale come a ciò che è semplicemente

naturale per gli esseri umani, perciò è necessario introdurre una nuova nozione di natura umana che fornisca alla legge i materiali

che essa possa comandare dall’interno, che possa ordinare razionalmente: è necessario un concetto di natura umana e di ragione

che siano invulnerabili rispetto alla mutevolezza delle inclinazioni sensibili, ha bisogno di un’appetizione che vada internamente

d’accordo con la ragione.

3. IMPERATIVO CATEGORICO E LEGGE MORALE: MASSIME, UNIVERSALITÀ E LIBERTÀ

Se la ragion pratica altro non è che la facoltà di rappresentarsi da se stessi le leggi, riconoscerle e agire in conformità ad esse,

allora l’esperienza della condotta morale può essere spiegata solamente alla luce della ragione stessa: essa guida la volontà (il

risultato è la legge di libertà) ed è a sua volta guidata da massime (massime ragion pratica volontà libertà).

à à à

Il principio di appetizione razionale è guidato da massime, ovvero da principi soggettivi dell’agire dal carattere necessario.

Kant distingue tre modi in cui le massime rispondono alla domanda pratica fondamentale dell’uomo (“Che cosa devo fare?”), tre

diverse classi che costituiscono la teoria moderna dell’argomentazione pratica:

- IMPERATIVI IPOTETICI

a) Imperativi tecnici dell’abilità offrono i mezzi necessari per ottenere uno scopo qualsiasi

à

b) Imperativi pragmatici della prudenza prescrivono azioni che prevedono la felicità

à

Gli imperativi ipotetici hanno un carattere oggettivo illimitato che tuttavia comanda l’azione sotto la riserva di scopi

soggettivi. La ragione comanda a condizione che si svolga un determinato fine.

- IMPERATIVO CATEGORICO

Criterio del bene senza limitazioni: gli obblighi etici sono validi senza alcuna riserva (obbligatorietà incondizionata, modo

in cui la ragione pura emana le proprie leggi il comando non è influenzato in alcun modo dalla materia della volontà,

à

ma solo dalla forma della legislazione).

Mentre l’agire tecnico è volto a raggiungere scopi qualsiasi e l’agire pragmatico favorisce l’aspirazione naturale alla felicità, l’agire

morale non è orientato ad alcuna funzione precisa.

L’imperativo categorico è il criterio supremo per valutare la moralità dell’agire, ovvero dell’etica nel suo complesso. Essendo un

imperativo, è già di per sé un dovere (Sollen), solo in un secondo momento esso ci dice in che cosa consista l’agire morale, e

precisamente nelle massime che possono essere universalizzate.

La formulazione fondamentale dell’imperativo categorico presentata nella Fondazione della metafisica dei costumi è la seguente:

“agisci soltanto secondo la massima che puoi volere divenga, al tempo stesso, una legge universale”

Accanto a questa troviamo altre tre formulazioni, rispettivamente relative alla forma, materia e completezza:

“agisci come se la massima della tua azione dovesse essere innalzata dalla tua volontà e legge universale della natura”

“agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro,

sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”

“tutte le massime derivanti dalla legislazione che noi stessi istituiamo devono concordare

con un possibile regno dei fini come con un regno della natura”

Queste massime contengono una determinazione universale della volontà e raccolgono sotto di sé diverse regole pratiche.

Kant distingue tra legalità (conformità delle azioni esterne alla legge) e moralità (legge come principio determinante della volontà),

le azioni che moralmente ci proponiamo non sono dunque eventi del mondo sensibile, bensì determinazioni della volontà intesa

come attività della ragion pura pratica.

Entra qui in gioco il carattere di universalità dell’imperativo categorico: ogni massima è universale soggettivamente, dunque

l’imperativo categorico valuta se l’orizzonte di vita soggettivo posto in una massima possa essere pensato e voluto anche come

unità razionale di una comunità di persone.

Una critica molto diffusa rimprovera a Kant l’indifferenza nei confronti delle conseguenze concrete delle azioni, di essere

manchevole rispetto all’etica utilitarista (cfr. Bentham, Mill) che si fonda sull’idea di benessere generale.

Nel suo esperimento mentale dell’universalizzazione Kant esclude infatti ogni possibile considerazione sulle conseguenze

dell’azione e sulla sua valutazione rispetto al benessere degli uomini. Nonostante ciò ad una più attenta analisi la critica appare

ingiustificata: le considerazioni sulle conseguenze dell’azione sono escluse solo dalla fondazione delle massime etiche, non dalla

loro applicazione nell’agire concreto! In accordo con l’utilitarismo, Kant ritiene l’attenzione al benessere altrui imprescindibile

aggiungendovi lo studio delle condizioni a priori dell’agire morale, individuate nell’autonomia della volontà (aspetto fondativo

assente nell’etica utilitarista).

L’imperativo categorico stabilisce il concetto e la legge a cui è sottoposta la volontà autonoma, mentre l’autonomia della volontà

consente di soddisfare le richieste dell’imperativo categorico (condizione dell’agire morale = capacità di auto-legislazione).

LA PRIMA IDEA DELLA RAGIONE: IL CONCETTO DI LIBERTÀ

Abbiamo visto sin qui come la legge morale abbia la forma della ragione che governa la volontà in modo universale, resta ora da

esaminare in che modo la ragione pura costituisca una forma di appetizione razionale con un’efficacia pratica sua propria.

In KpV, Kant sostiene che la natura della volontà determinata in modo universale è proprio quella della libertà nel senso

trascendentale: la legge morale è infatti efficace solo nella sua forma prescindendo dalla materia, e la libertà è esattamente quel

tipo di legge che produce effetti solo in quanto forma fuori dal campo dei fenomeni.

La legge morale è la legge della causalità secondo la libertà, e dunque è la legge della natura sovrasensibile,

così come la causalità è la legge della natura sensibile!

Se nella KrV la libertà era introdotta come controparte noumenica della causalità sensibile, ora la legge morale in quanto concetto

sintetico a priori (che si avverte nella forma della ragione) consente di offrire realtà oggettiva (pratica) al concetto di libertà.

In sintesi, “la legge morale non esprime nient’altro che l’autonomia della ragion pura pratica, cioè della libertà”. La ragion pura

precede dunque e comanda a priori i concetti di bene e male, articolando l’esperienza morale stessa.

IL REGNO DEI FINI

Dunque, sebbene la concezione kantiana ponga come prioritaria la legge morale (dovere) rispetto all’azione concreta, lo fa per

delucidare quali sono i fini che perseguiamo come esseri buoni, ovvero i beni.

“L’essere ragionevole deve sempre considerare se stesso come legislatore in un regno dei fini possibile

mediante la libertà del volere” cfr. terza definizione di imperativo categorico

à

I fini hanno l’aspetto di un dovere, qualcosa che costringe la volontà e le sue implicazioni. Per una volontà santa essi sono voluti

senza costrizione, come dotati di una bellezza naturale, mentre per gli individui finiti dotati di volontà e ragione, ma al contempo

anche di passioni e inclinazioni, i fini si presenteranno sempre nella forma dei doveri: imperativi, costrizioni.

Per regno Kant intende l’unione sistematica di diversi esseri ragionevoli mediante leggi comuni, dunque il regno dei fini è quello

che unisce tutti gli uomini: una volta eliminato ogni elemento sensibile razionale, ciò che resta è una coesistenza di fini morali.

Qui l’auto-legislazione assume una forma relazionale, poiché comanda i fini solo a patto che possano entrare in un accordo

sistematico con i fini derivanti dall’accordo con i fini di tutti gli esseri ragionevoli.

Alla luce di queste chiarificazioni, possiamo affermare che la legge morale agisce come una forma di causazione propria, quella

della libertà noumenica, che si caratterizza in negativo come indipendenza dalle inclinazioni personali e in positivo come la

capacità di agire moralmente in vista di determinati fini.

Alla legge morale corrisponde inoltre un sentimento, ovvero il rispetto di sé: la dignità innanzi al proprio essere razionale che

mette a tacere le proprie inclinazioni (amor proprio).

Dignità significa coraggio di sapere e ragionare con il proprio intelletto (Sapere aude!), ma implica anche un sentimento di

socievolezza, di incivilimento delle maniere ( etica del rigore morale del dovere fondata sulla convivenza civile).

à

SPECCHIETTO: COME IL CONCETTO DI LIBERTÀ DERIVA DALL’IDEA COSMOLOGICA DELLA RAGIONE

Mondo totalità delle serie del condizionato che attingono ad un incondizionato: c’è un mondo come totalità assoluta che contiene tutti i

à

condizionati, ovvero una rete incondizionata originaria (al cui fondamento troviamo l’idea di Dio).

L’uomo inteso come appartenente al sostrato intellegibile dell’umanità e in quanto libero (ovvero come essere noumenico) appartiene a quella

rete incondizionata in cui può essere lui, conformemente alla forma della sua ragione, a determinare la serie causale, dunque a desiderare un

oggetto conformemente alla razionalità (appetizione razionale) e non è più determinato dalle cause empiriche in quando essere fenomenico.

SUMMING – UP:

- Il ragionamento pratico consiste nel desiderare fini secondo ragione.

- Non possiamo prendere tali fini dalla scena delle passioni, poiché esse non condividono la FORMA (universalità) con la ragione.

- Non dobbiamo partire dagli scopi dell'azione, ma dalla ragione che la comanda.

- La materia del desiderio è determinata dalla sua forma razionale i concetti di bene e di male devono essere determinato

à

solo mediante e dopo la legge morale (è essa a definire la moralità delle azioni, ≠ Hume, approvazione e opposizione).

4. IL SISTEMA DEI DOVERI

Nella Metafisica dei costumi, Kant si occupa di delineare il sistema dei fini che sono anche doveri e che costituiscono così la materia

dell’etica: DOVERI

VERSO SE STESSI VERSO GLI ALTRI

verso la propria perfezione hanno come oggetto la felicità altrui**

RISPETTO

PERFETTI IMPERFETTI AMORE (PRATICO)

riconoscimento del valore

proibizioni o prescrizioni circostanziate doveri di perfezionamento intrinseco della dignità Benevolenza

NATURALI

ANIMALI (razionali) desiderio del bene altrui

ripresi dalla tradizione cristiana tomista - Coltura delle proprie facoltà naturali Beneficenza

della mente, dell’anima e del corpo

- Divieto di suicidio* proporsi la benevolenza come

- Divieto di masturbazione dovere

MORALI

- Divieto di ubriachezza/ingordigia - Purezza delle intenzioni, l’azione deve

essere compiuta internamente per volere SIMPATIA

MORALI surrogato temporaneo della ragione

riguardano l’impossibilità di esprimere la L’autonomia e la dignità sono espressioni del valore

propria personalità morale Se applicata alla benevolenza

della persona noumenica in quanto tale e sono

- Divieto di menzogna comporta il senso d’umanità; se

applicate mediante il giudizio alle singole azioni, ma

- Divieto di avarizia presa per se stessa comporta la

non possono essere messe in discussione da

- Divieto di falsa umiltà compassione, che per Kant è da

concezioni della vita che non siano in accordo con evitare.

questa nozione trascendentale di dignità.

*noi non disponiamo della nostra vita, dunque abbiamo il dovere di conservare noi stessi. La parte animale ha il dovere di

proseguire nella vita per permettere l’esercizio della parte noumenica.

**come oggetto del loro perfezionamento

L’adempimento del dovere con la massima forza prende il nome di virtù: “è una costrizione esercitata su noi stessi (…) seguendo

un principio di libertà interna”. La virtù in quanto come forma è unica e consiste nell’adesione della volontà al dovere; come

materia articola invece i diversi doveri di virtù che corrispondono ai vari fini che la ragione ci prescrive.

5. IL SOMMO BENE E LA RELIGIONE

Dopo aver visto come la morale sia costituita dall’operare dell’idea noumenica della libertà, restano da considerare le altre due

idee della ragione: l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio. Kant le utilizza per introdurre il concetto di sommo bene:

vistosamente assente in autori come Hobbes, Locke e Hume, nell’etica kantiana viene recuperato come limitazione del

condizionato e dell’incondizionato entro i loro limiti.

Kant presenta il sommo bene come l’oggetto prescritto dalla legge morale e in quanto tale identifica il possesso congiunto di

virtù e felicità, ovvero indica che l’ordine incondizionato della virtù sia coronato dalla felicità, che si colloca però nell’ordine

condizionato della natura.

Come mettere insieme la felicità e la virtù, come conciliare mondo sensibile e mondo noumenico?

LA SECONDA IDEA DELLA RAGIONE: L’ESISTENZA DI DIO

Ecco che entrano in gioco le altre due idee della ragione: se pensiamo non solo alla ragione pratica (che nel mondo fenomenico

agisce con la sua propria causalità noumenica) ma all’intero mondo della natura come mondo noumenico possiamo riconoscere

che l’agire libero secondo ragione porta con sé la felicità meritata. Per fare ciò è tuttavia necessario pensare a Dio come essere

buono e creatore della natura, creata appositamente per mettere d’accordo virtù e felicità.

Il concetto di Dio non è teologico, bensì morale: la connessione tra virtù e felicità non è immediata, ma mediata da un autore

intellegibile della natura. Dio è un bisogno che ha la ragione pratica per pensarsi efficace nel mondo della natura!

Reinterpretazione della religione fondare la morale sulla religione significherebbe negare l’autonomia della morale.

à

Kant si colloca nella linea moderna che ha bisogno di Dio per pensare alla morale, ma lo fa in modo tale da partire dalla morale

per concepire Dio come un suo bisogno.

LA TERZA IDEA DELLA RAGIONE: L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

La possibilità del sommo bene non consiste solo nella distribuzione della felicità, ma anche nella possibilità di perfezionarsi nel

raggiungimento della virtù. Sebbene la santità (conformità completa della volontà alla legge morale) non sia alla portata di alcun

essere razionale finito, essa va considerata come la meta del suo progresso morale, che può essere realizzata in un tempo infinito.

Se togliamo la santità, o ci accontentiamo della limitatezza umana e accettiamo una morale indulgente, oppure, considerandola

irraggiungibile, trasformiamo la perfezione in un mero ideale.

Poiché la realtà sensibile non consente un progresso morale infinito, dobbiamo presupporre come postulato della ragion pratica

l’idea dell’immortalità dell’anima.

“la legge morale, mediante il concetto del sommo bene (…), conduce alla realizzazione, cioè alla conoscenza di tutti i doveri come

comandamenti divini, non come sanzioni, cioè come decreti arbitrari e per se stessi accidentali di una volontà estranea, ma come leggi

essenziali di ogni volontà libera per sé stessa, che però devono essere considerate come comandamenti dell’essere supremo, perché soltanto da

una volontà moralmente perfetta (santa e buona), e nello stesso tempo anche onnipotente, possiamo sperare il sommo bene”.

(Metafisica dei costumi)

6. LA POLITICA

In ambito politico Kant si pone il problema della vita morale in condizioni di vita associata. In questo contesto presenta una

concezione contrattualista che riprende in parte Rousseau: “allo stato di natura non è opposto lo stato sociale, bensì lo stato

civile, perché nello stato di natura può benissimo esservi società, ma non una società civile”. (Metafisica dei costumi)

Viene chiaramente rifiutata l’impostazione hobbesiana: nello stato di natura kantiano ogni individuo è guidato dalla legge morale

(moralità = massima interiore conforme alla legge) ma non è vincolato legalmente (legalità = adesione esterna alla legge morale).

In questo senso Kant è più vicino a Locke, lo stato sociale non è considerato come uno stato di ingiustizia, bensì è composto di

individui razionali, liberi ed uguali. Vi è come in Locke la necessità di un criterio comune, di un giudice che intervenga nel momento

in cui sorgono controversie (necessario criterio oggettivo di amministrazione giuridica).

Per poter essere individui che agiscono autonomamente dobbiamo dunque essere garantiti legalmente: il diritto esterno dipende

interamente dal concetto di “libertà nel rapporto reciproco degli uomini” e non ha nulla a che fare con il vantaggio che deriva dalla

costituzione dello stato.

In poche parole, lo stato civile è una diretta conseguenza della morale, richiesto per individui che si rapportano tra loro in

condizioni sociali. La nozione stessa di contratto va dunque riletta come “semplice idea della ragione, che però ha indubbiamente

realtà pratica”. La formula richiama ancora una volta Rousseau: tutti nel popolo rinunciano alla loro libertà esterna per poi

recuperarla come membri di un corpo comune.

Cfr. Rousseau costituirsi degli individui privati (moltitudine) in volontà generale

à

Cfr. Locke concezione dei contraenti come liberi, uguali e indipendenti

à

La concezione politica kantiana prevede anche una forte critica al paternalismo: tutti gli atteggiamenti dogmatici hanno una

considerazione dell’uomo come bambino, cosa inammissibile in seguito all’entrata in scena dell’illuminismo. Il paternalismo è

considerato come il massimo dispotismo pensabile.

Per quanto riguarda la costituzione politica, siamo ancora una volta vicini allo schema lockeano: Kant difende la distinzione tra i

poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e sostiene che nessuno di essi può usurpare le funzioni dell’altro, identificando questa

suddivisione con la forma di governo repubblicana (in contrapposizione a quella dispotica).

Diversamente da Locke non viene invece ammesso il diritto di resistenza, proprio in virtù del ragionamento hobbesiano secondo

cui il criterio oggettivo non può esser messo in discussione dagli stessi individui che lo hanno fondato! La rivoluzione può concepirsi

solo nei termini di resistenza negativa che il popolo fa alle politiche dell’esecutivo attraverso i suoi rappresentanti in parlamento,

e non nella forma attiva di opposizione popolare al governo: la resistenza viene ridefinita come opposizione del legislativo contro

l’esecutivo.

Consideriamo infine in questa luce la questione della libertà di espressione. Essa è per Kant fondamentale e va mantenuta nel

massimo rispetto e amore per la costituzione. Ne distinguiamo un uso privato e un uso pubblico: privatamente si parla dell’uso

della libertà di ragionare e di esprimere il proprio pensiero da parte di qualcuno in quanto ha “un certo impiego o ufficio civile a

lui affidato”, mentre pubblicamente si intende un uso che ciascuno fa come studioso.

L’uso privato non è consentito, poiché il criterio è di obbedienza e normatività; mentre l’uso pubblico va garantito e incentivato

in quanto essenza più viva dell’illuminismo.

Per quanto riguarda invece l’aspetto della politica internazionale, sottolineiamo la prospettiva del cosmopolitismo:

confederazione di stati che faccia uscire il diritto internazionale dallo stato di natura.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silviapaglia6 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Lijoi Federico.

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