Estratto del documento

Liceo delle Scienze Sociali

“Mariano Buratti” di Bassano Romano

Esame di Maturità

La follia

di

Ilaria Boccalini

Anno scolastico 2006 – 2007

Presentazione

Quando si parla di “folle” spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, ci viene in mente una persona affetta da schizofrenia, con tanto di allucinazioni, ci vengono in mente immagini, forse viste in televisione, di persone malate chiuse in “case di cura” che vengono imbottite di psicofarmaci, legate ai letti o chiuse dentro le “camere d’isolamento”.

Ma nel mio percorso ho voluto scavare più a fondo sul significato della parola follia. Non solo in termini psicologici o psicoanalitici, anche nel lato sociale e morale.

Se la follia potrebbe essere definita come la sovrapposizione della nostra parte istintuale su quella razionale, il comportamento di un folle non potrebbe essere soltanto quello che noi tutti possediamo nel nostro inconscio?

Allora l’artista, che riesce a tirar fuori le proprie emozioni e le proprie sensazioni in modo anche confusionale e disorganizzato, non potrebbe essere definito folle?

Oppure quando una persona si definisce “follemente innamorata” ai nostri occhi non appare guidata da un comportamento illogico, bensì fantastico.

Allora se la follia ci aiuta ad affrontare il nostro io, e ci aiuta a tirar fuori la parte più creativa di noi stessi, perché non accoglierla come parte fondamentale della nostra personalità? 2

Nella prospettiva moderna il folle non è affatto visto come colui che manifesta la propria personalità, ma come un individuo da isolare, e viene posto ai margini della società.

A mio parere questa visione della follia è totalmente sbagliata, basta prendere in considerazione artisti e intellettuali dello scorso secolo, come Van Gogh, Nietzsche, o Virginia Woolf, di cui è stata accertata la malattia mentale, per capire che il folle può esprimere una realtà che agli occhi di persone “normali” può apparire “distorta” soltanto perché non è una visione comune.

Luigi Pirandello analizzò il tema della follia sotto molti aspetti, e non a caso sua moglie soffriva di “malattia mentale”, riuscì a capire e ad analizzare il ruolo del folle come l’unico capace di capire la funzione delle maschere.

Nietzsche, in “La gaia scienza”, fa comparire il folle come un profeta di una realtà che non tutti gli uomini riescono ad accettare. Ma lo stesso Nietzsche soffriva di “follia”.

Van Gogh in seguito a un attacco di follia si tagliò il lobo dell’orecchio destro.

Virginia Woolf soffrì di depressione e attacchi di ansia fino ad arrivare al suicidio. Ma scrisse testi molto significativi per la letteratura inglese.

Ma perché non considerare una “follia umana” anche la vicenda dell’antisemitismo di Hitler? Come ha potuto una sola persona far mobilitare l’intera massa e far uccidere milioni di persone con la sola colpa di appartenere alla cultura ebrea e rom?

Il film Train de vie narra la storia di una piccola comunità di ebrei in un villaggio dell’Europa centrale che, allo scoppiare della guerra, vengono presi dalla paura delle deportazioni che stanno subendo i villaggi circostanti.

Il folle del villaggio, durante il consiglio dei saggi, suggerisce l’idea folle e geniale che mette in moto il meccanismo narrativo: organizzare una finta deportazione che muti il corso degli eventi.

Ma la scena conclusiva, rimescola tutte le carte e ci fa scoprire che tutto è stato solo un sogno. È stata solo un’evasione fantastica per sopravvivere? O la follia di un pazzo che racconta a modo suo la tragedia?

In tutte queste figure scorge una sorta di genialità, quella che, in una persona giudicata dalla società normale, non potrebbe venir fuori. Con ciò voglio dire che alcune particolari visioni del mondo possono venir fuori solo da chi vede il mondo in modo diverso, e nello stesso tempo, è visto in modo diverso dal mondo.

Nel mio percorso analizzerò tutti questi aspetti di “follia” e di sorta di “genialità”. Al fine di riflettere sulla stigmatizzazione sociale che consegue sulla figura del malato mentale.

Integrando vere testimonianze, immagini, film, canzoni e documenti. 3

La follia

Significato del termine e storia della follia

Nonostante l’uso comune che tende a confonderli, follia, pazzia e malattia mentale non sono dei sinonimi. Follia viene dal latino folle che significa mantice, otre, recipiente vuoto e rimanda all’idea di una testa piena d’aria. La parola “pazzia” ha un’origine incerta, ma probabilmente deriva dal greco “pathos”, che significa sofferenza, e dal latino “patiens” (paziente, malato), concentrando dunque il significato sull’esperienza dolorosa anziché sulle bizzarrie e le stravaganze del folle. Il termine “follia” è oggi assolutamente in disuso nel linguaggio scientifico, che preferisce usare i termini “malattia mentale”, alludendo a qualcosa di disfunzionale, rappresentabile secondo un particolare modello scientifico, che è quello della medicina clinica.

Nel Medio Evo la follia venne considerata come una forma di possessione da parte di spiriti maligni: fu così che la gestione della malattia mentale, soprattutto femminile, passò dai medici alla Chiesa, o meglio, ai suoi esorcisti e inquisitori. Ai folli veniva vietato l’ingresso nelle chiese e le persone indemoniate, specialmente le donne, venivano bruciate sul rogo, come streghe. I malati mentali venivano considerati indemoniati, perché la forza malvagia, insinuandosi negli umori, contagiava il corpo: l’uccisione con il rogo o l’impalamento permettevano di distruggere il corpo dell’indemoniato, così che l’anima, finalmente liberata, potesse salire fino a Dio.

I malati che, come si può intuire, si comportavano in modo bizzarro, strano e spesso con modalità aggressive e antisociali del maniaco e dei sofferenti di disturbi di personalità, venivano aggrediti o derisi, oppure rinchiusi in carcere. La maggior parte delle persone detenute in prigione era in realtà affetta da gravi malattie mentali (in particolare venivano riconosciute quelle di cui aveva parlato Galeno: letargia, disturbi della memoria, sonnolenza, stupore, insonnia, mania, malinconia, melanconia d’amore, frenite, incubo, epilessia, spasmo).

In questi luoghi di contenzione, oltre ai malati psichici si potevano trovare mendicanti, vagabondi, eretici, disoccupati, libertini, donne di facili costumi, ladri, criminali, alcolisti, ecc. Di fatto, in questi “ospizi” non veniva offerta alcuna cura, alcuna assistenza: i detenuti erano anzi picchiati o frustati molto spesso.

All’inizio del Novecento comparvero sulla scena la psicologia e la psicoanalisi, tuttavia continuava ad essere dominante la considerazione del solo aspetto organico della malattia mentale. Dato che il paziente veniva considerato irrecuperabile, in quanto condannato da un danno cerebrale, gli si precludeva qualsiasi possibilità di riabilitazione. 4

Vennero introdotti nuovi trattamenti, come lo shock cardiazolico e l’elettroshock. Contemporaneamente, iniziavano a diffondersi le teorie psicoanalitiche ed i relativi approcci psicoterapeutici. Si deve a Sigmund Freud (1856-1939) il tentativo di affrontare in altro modo il disturbo mentale, prestando attenzione al funzionamento della psiche del paziente.

Nel 1952 furono sintetizzati i primi psicofarmaci, i neurolettici, che pur agendo solo sui sintomi della schizofrenia, aprirono nuovi orizzonti per un nuovo approccio alla cura.

Con la successiva istituzionalizzazione rendeva, di fatto, priva di speranze la carriera del malato di mente: al disturbo originario si aggiungeva la malattia istituzionale, che derivava dalla lunga degenza e dalle condizioni di vita all’interno del manicomio. L’istituzione, che avrebbe dovuto curare, finiva in realtà per peggiorare ulteriormente la situazione del malato, privandolo totalmente delle proprie iniziative, della sua libertà e individualità, portandolo ad un completo decadimento delle abilità sociali.

Cominciò dunque a farsi strada il movimento dell’“antipsichiatria”: alla base di questo modello della malattia mentale vi era il concetto di “violenza”, che il malato subiva nei suoi contatti sociali, sin dalla più tenera età.

Le “cure” somministrate nei manicomi del tempo (dosi elevate di psicofarmaci, medicinali di nuova invenzione ed ancora in fase di sperimentazione, elettroshock, misure costrittive) vennero considerate forme di violenza sociale su persone fragili, che avevano già dovuto subire violenze da parte della famiglia e della società per il loro mancato adeguamento al conformismo sociale. L’antipsichiatria voleva invece tutelare i diritti di queste persone e lasciarle libere di esprimersi e di reinserirsi nel tessuto sociale.

I manicomi, considerati centri di potere molto rilevanti nell’equilibrio della comunità locale, oltre che campi di manovre clientelari e serbatoi di voti (grazie al clientelismo delle assunzioni di un numero spropositato di addetti) dovevano essere aboliti.

In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) riteneva che una società più libera e giusta avrebbe fatto diminuire anche la malattia mentale. Con la legge n. 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, furono aboliti in Italia gli ospedali psichiatrici ed istituiti i servizi di igiene mentale, per la cura ambulatoriale dei malati di mente. Questo fece dell’Italia un paese pioniere nel riconoscere i diritti del malato.

Lo studioso illustre della follia

Lo psicanalista

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Sigmund Freud

E lo studio delle componenti psicologiche

La follia viene studiata dalla scienza chiamata psicoanalisi, fondata dal famoso psicanalista tedesco Sigmund Freud (1856-1939), il quale fece ricerche in particolare sull’inconscio, sui sogni e sulla sessualità infantile. Alla base della psicoanalisi vi è lo studio dei processi che avvengono nella mente umana dal punto di vista dinamico.

Questi trovò nella mente delle dimensioni psichiche inconsce determinanti nella formazione della personalità.

Il comportamento infatti sarebbe determinato da tre componenti psichiche quali l’Es, l’Io e il Super-Io.

L’Es è la parte disorganizzata e istintuale del nostro cervello, l’Io è la sede dei meccanismi del pensiero e dell’esperienza cosciente; mentre il Super-Io è la parte pensata e razionale che si sviluppa per il controllo sociale del comportamento. 6

Secondo Freud la personalità è equilibrata quando le tre parti si integrano e si completano senza che una parte prevalga eccessivamente sulle altre.

La follia potrebbe essere quindi definita come una sovrapposizione della nostra parte istintuale (Es) su quella razionale (Io). Secondo Freud, nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera eccessiva sull’altra, il nostro comportamento può apparire irrazionale e privo di logica, viene così alla luce la follia.

Secondo Freud questo comportamento apparentemente irrazionale ha delle logiche ben precise anche se sono molto difficili da capire e si origina attraverso la formazione dell’Io e del Super-Io, che consiste in una serie di fasi di sviluppo psicosessuale a partire dalla prima infanzia. Nel corso di esse il bambino interagisce e realizza una serie di identificazioni con figure adulte di riferimento, attraverso le quali forma il proprio Io.

La formazione della personalità è in gran parte conclusa nella seconda infanzia (intorno ai 5-6 anni di vita) e un ulteriore accrescimento verrà con il periodo successivo fino al raggiungimento della maturità sessuale e della condizione adulta, in cui chi ha raggiunto una personalità bene integrata sarà capace di “amare e lavorare” all’interno della società.

Lo studio della malattia mentale identificata come psicosi

Le psicosi endogene e le psicosi organiche

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Nel corso degli studi della malattia mentale sono state identificate come “vere” le psicosi, che vengono divise in due gruppi distinti: le endogene, ossia che nascono da dentro, come la schizofrenia, e la depressione e mania, e le organiche, ovvero derivate da alterazioni cerebrali quali la demenza e la confusione mentale.

Ciò che accomuna tutte le forme di disturbi mentali è l’interpretazione della realtà differente e la difficoltà ad avere controllo di sé e delle proprie esperienze.

La schizofrenia

La schizofrenia è il disturbo tradizionalmente identificato come “follia”. Al contrario di quanto si creda, i pazienti schizofrenici non hanno una “personalità divisa”. Tuttavia, percepiscono la realtà in modo completamente diverso dagli altri. Spesso, soffrono di sintomi terribili: sentono voci che provengono dall’interno che nessun altro sente, credono che gli altri possano leggere il loro pensiero, controllare i loro pensieri o stiano tramando contro di loro. Poiché vivono in una realtà distorta da allucinazioni e deliri, possono sentirsi spaventati, ansiosi, confusi e tendono ad isolarsi.

Possono anche comportarsi in modo diverso in occasioni diverse, a causa del modo distorto in cui vivono la realtà. A volte sembrano distanti, assenti o preoccupati e possono stare seduti per ore immobili, senza pronunciare una sola parola. Altre volte, si muovono continuamente, perennemente impegnati in qualche attività, apparentemente all’erta e vigili.

I soggetti con schizofrenia manifestano generalmente due tipi di sintomi, definiti in psicologia positivi e negativi. I sintomi positivi si possono dividere in allucinazioni, deliri e pensiero disorganizzato.

Allucinazioni

Le allucinazioni sono disturbi della percezione comuni nelle persone affette da schizofrenia. Si tratta di percezioni che non hanno alcun riscontro nella realtà. Sebbene le allucinazioni possano interessare qualsiasi senso (udito, vista, tatto, gusto ed olfatto), la forma più comune di allucinazione in corso di schizofrenia è data dal sentire le voci. Le voci possono descrivere le attività del paziente, conversare con lui, avvertirlo di eventuali pericoli o impartirgli degli ordini.

Deliri

I deliri sono costituiti da convinzioni personali irrazionali ed erronee che non hanno alcun riscontro nella realtà, che vengono mantenute nonostante l’evidenza di prove contrarie e che non possono essere spiegate sulla base del background culturale del paziente. I pazienti che soffrono di sintomi di tipo paranoide (circa un terzo dei pazienti) manifestano deliri di persecuzione, o credono irrazionalmente di essere vittima di inganni, minacce, avvelenamenti o cospirazioni. In alcuni casi sono presenti deliri di grandezza, a causa dei quali la persona ritiene di essere un personaggio famoso o importante. Alcuni pazienti manifestano deliri bizzarri, come credere che un vicino li stia controllando tramite onde magnetiche o che i personaggi della televisione stiano inviando loro messaggi o ancora che i loro pensieri vengano divulgati ad altri.

I soggetti con schizofrenia spesso non presentano una normale fluidità dei pensieri. I pensieri disorganizzati vanno e vengono rapidamente, la persona non è in grado di concentrarsi su un unico pensiero per molto tempo e tende a distrarsi ed a perdere la concentrazione. I soggetti con schizofrenia possono non essere in grado di decidere cosa sia importante, e cosa non lo sia, in una situazione. A volte non riescono a collegare i pensieri in sequenze logiche al punto che questi diventano disorganizzati e frammentari. Questa assenza di continuità logica dell’ideazione, definita con il termine “disturbo del pensiero”, rende la conversazione con questi pazienti molto difficile e può provocarne l’isolamento sociale. Se chi lo ascolta non riesce a dare un senso a ciò che il paziente sta dicendo, si sente a disagio e tende ad isolarlo.

Per sintomi negativi si intende ciò di cui il paziente si estranea, si allontana e non riconosce.

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Sintesi
tesina sulla follia per l'esame di maturità che descrive la follia

Sintesi tesina sulla follia

Nella tesina sulla follia viene analizzato il concetto di follia, seguendo uno specifico percorso multidisciplinare. Quando si parla di “folle” spesso ci viene in mente la figura del degente in ospedale psichiatrico, ci viene in mente una persona affetta da schizofrenia, con tanto di allucinazioni, ci vengono in mente immagini, forse viste in televisione, di persone malate chiuse in “case di cura” che vengono imbottite di psicofarmaci, legate ai letti o chiuse dentro le “camere d’isolamento”.

Ma nel mio percorso ho voluto scavare più a fondo sul significato della parola follia. Non solo in termini psicologici o psicoanalitici, anche nel lato sociale e morale.

Se la follia potrebbe essere definita come la sovrapposizione della nostra parte istintuale su quella razionale, il comportamento di un folle non potrebbe essere soltanto quello che noi tutti possediamo nel nostro inconscio?

Allora l’artista, che riesce a tirar fuori le proprie emozioni e le proprie sensazioni in modo anche confusionale e disorganizzato, non potrebbe essere definito folle?

Oppure quando una persona si definisce “follemente innamorata” ai nostri occhi non appare guidata da un comportamento illogico, bensì fantastico.

Allora se la follia ci aiuta ad affrontare il nostro io, e ci aiuta a tirar fuori la parte più creativa di noi stessi, perché non accoglierla come parte fondamentale della nostra personalità?

Nella prospettiva moderna il folle non è affatto visto come colui che manifesta la propria personalità, ma come un individuo da isolare, e viene posto ai margini della società.

A mio parere questa visione della follia è totalmente sbagliata, basta prendere in considerazione artisti e intellettuali dello scorso secolo, come Van Gogh, Nietzsche, o Virginia Woolf, di cui è stata accertata la malattia mentale, per capire che il folle può esprimere una realtà che agli occhi di persone “normali” può apparire “distorta” soltanto perché non è una visione comune.

Gli argomenti trattati nella tesina sulla follia sono attinenti a varie materie.

In ambito letterario Luigi Pirandello, analizzò il tema della follia sotto molti aspetti, e non a caso sua moglie soffriva di “malattia mentale”, riuscì a capire ad analizzare il ruolo del folle come l’unico capace di capire la funzione delle maschere.

Nietzsche, in “La gaia scienza” fa comparire il folle come un profeta di una realtà che non tutti gli uomini riescono ad accettare. Ma lo stesso Nietzsche soffriva di “follia”.

Van Gogh in seguito a un attacco di follia si tagliò il lobo dell’orecchio destro.

Virginia Woolf soffrì di depressione e attacchi di ansia fino ad arrivare al suicidio. Ma scrisse testi molto significativi per la letteratura inglese.

Ma perché non considerare una “follia umana” anche la vicenda dell’antisemitismo di Hitler? Come ha potuto una sola persona far mobilitare l’intera massa e far uccidere milioni di persone con la sola colpa di appartenere alla cultura ebrea e rom?

Il film Train de vie narra la storia di una piccola comunità di ebrei in un villaggio dell’Europa centrale che, allo scoppiare della guerra, vengono presi dalla paura delle deportazioni che stanno subendo i villaggi circostanti.

Il folle del villaggio, durante il consiglio dei saggi, suggerisce l’idea folle e geniale che mette in moto il meccanismo narrativo: organizzare una finta deportazione che muti il corso degli eventi.

Ma la scena conclusiva, rimescola tutte le carte e ci fa scoprire che tutto è stato solo un sogno. È stata solo una evasione fantastica per sopravvivere? O la follia di un pazzo che racconta a modo suo la tragedia?

In tutte queste figure scorge una sorta di genialità, quella, che in una persona giudicata dalla società normale, non potrebbe venir fuori. Con ciò voglio dire che alcune particolari visioni del mondo possono venir fuori solo da chi vede il mondo in modo diverso, e nello stesso tempo, è visto in modo diverso dal mondo.

In questa tesina di maturità analizzerò tutti questi aspetti di “follia” e di sorta di “genialità”. Al fine di riflettere sulla stigmatizzazione sociale che consegue sulla figura del malato mentale.

Integrando vere testimonianze, immagini, film, canzoni e documenti.

Collegamenti

Tesina sulla follia

Italiano:

  • La follia in Pirandello.
  • Il folle e la comprensione della funzione delle maschere.

Filosofia:

  • "La gaia scienza" di Nietzsche.
  • La follia di Nietzsche.

Storia dell'arte:

  • L'attacco di follia di Van Gogh.

Storia:

  • L'antisemitismo di Hitler.

Cinema:

  • Il film "Train de vie".
  • La finta deportazione degli ebrei.
  • Il folle del villaggio.

Inglese:

  • La depressione di Virginia Woolf.

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