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V V : S , S A P

ERONA E ENEZIA ANSOVINO ANMICHELI E NDREA ALLADIO

(XVI SECOLO)

- J S

ACOPO ANSOVINO

(1486-1570)

Jacopo Tatti nacque a Firenze il 2 luglio 1486. Iniziò il suo apprendistato artistico nella bottega di Andrea Contucci, detto Il Sansovino, dal quale

ereditò anche il soprannome, verso il 1506 a Roma, accompagnato da Giuliano da Sangallo il Giovane; le se sue prime opere autonome e autografe

sono documentate solo a partire dal successivo rientro a Firenze, dal 1511 al 1518. Lavorò a Roma ma, dovette fuggire. In seguito al Sacco del

1527, riparando a Venezia, dove avrebbe voluto solo passare in direzione della Francia. Fu invece trattenuto in città dopo essere stato presentato

al doge Andrea Gritti dal cardinale Grimani, dopo aver ricevuto un'immediata commissione per il restauro delle cupole della basilica di San Marco.

A Venezia si stabilì definitivamente e lasciò la città lagunare solo per un viaggio nella sua città natale nel 1540. Sansovino fu nominato Proto della

Repubblica, cioè massimo architetto, nel 1529, prestigiosa carica che mantenne fino alla morte. Alla sua morte fu celebrato come uno dei più

notevoli e influenti architetti della Repubblica.

P Z

ALAZZO DELLA ECCA

(V , 1536)

ENEZIA

Dopo le prime esperienze romane, protrattesi fino al sacco, il fiorentino

Jacopo Tatti detto Il Sansovino, si stabilì a Venezia nel 1527. Nella città

veneta egli portò gli esiti del classicismo romano di primo cinquecento che

furono linfa vitale per il rinnovamento degli spazi urbani lagunari più

significativi ai quali l'artista-architetto attese, con commissioni sempre più

prestigiose, per il resto della vita. È’ tuttavia nella Zecca, costruita attorno il

1536 e il 1549, che si concretizzarono, amalgamandosi, invenzione e gusto

per la deroga dalla regola e per i forti contrasti luministici. Il fronte del

palazzo sul molo di San Marco, infatti, è scandito in tre ordini (il terzo è stato

realizzato negli anni sessanta del cinquecento e ne è incerta la paternità

sansoviniana) il secondo dei quali reca non poche novità per Venezia. Le

colonne doriche, infatti, sono fasciate da anelli rustici e risultano

parzialmente incassate. La soluzione d'angolo, con l'accoppiamento di

pilastro e colonna, rinvia alla romana Basilica Emilia. I doppi architravi delle

finestre, che sembrano essere stati spinti in fuori da un potente colpo,

stringono le colonne in una morsa che le profonde ombre paiono rinforzare.

P C C

ALAZZO A ORNER

(V , 1532)

ENEZIA

IL Palazzo Ca' Corner fu progettato da Jacopo Sansovino, dopo che nel

1532 un incendio aveva distrutto la precedente residenza dei Corner,

Palazzo Malombra, la cui presenza è testimoniata da una pianta

cinquecentesca realizzata da Jacopo de' Barbari. Contraddistinto da una

monumentalità già evidenziato dall'appellativo Ca'Granda, spezza con la

sua monumentalità la sequenza dei palazzi limitrofi ed esemplifica

l'innovatività del genio del suo progettista, Jacopo Sansovino. Situato in

una posizione di prestigio non lontano da Piazza San Marco I1 lotto,

allungato, non definisce una forma centrica, l'edificio appare come un dado

a pianta quasi rettangolare con un cortile a nord. Il palazzo ha una facciata

sul canal Grande molto curata, divisa in tre ordini e intorno alla corte, tipico

richiamo bramantesco con riferimento all'esperienza latina. L'architetto

lasciò la zona inferiore (1º ordine) decorata a bugnato; e ritmò i piani

superiori con una serie di archi che amplificano l'effetto chiaroscurale

dell'edificio, denunciando la matrice classica, dove i vuoti prevalgono sui

pieni:al 2º ordine finestre inserite in archi con balaustra, e intervallate da

coppie di colonne ioniche (decorative) che poggiano su basamento e

sostengono una trabeazione; al 3º ordine finestre inserite in archi con

balaustra, e intervallate da coppie di colonne corinzie (decorative) che

poggiano su basamento e sostengono una trabeazione con finestre ellittiche

inserite nel fregio. L'insieme risulta così modulato dalla scansione della

luce su due diversi livelli, il che mostra l'attenzione al valore tonale delle

superfici in sintonia con la pittura manierista tonale veneta. La tripartizione

verticale della facciata tipicamente veneziana è identificabile solo nel

portico centrale e nel poggiolo che unisce le tre finestre sovrastanti. Si può

parlare di fusione di due realtà architettoniche: la tipologia neopalaziale

romana e la concezione veneta per cui colonne, architravi e archi ritornano 28

ad avere funzione portante.

L C

OGGETTA DEL AMPANILE

(V , 1537)

ENEZIA

La loggetta del Sansovino è un piccolo edificio, ideato come un arco

trionfale, che si trova alla base del campanile di San Marco a Venezia.

La loggetta fu costruita, su progetto di Jacopo Sansovino, fra il 1537 e

il 1549 in sostituzione di un precedente edificio, probabilmente del XIV

secolo. Il prospetto è caratterizzato da tre arcate fra le colonne delle quali,

in quattro nicchie, sono poste le statue in bronzo di Minerva, Mercurio,

Apollo e la Pace, opera del Sansovino. Sopra le arcate si trovano tre

rilievi in marmo: l'isola di Candia, Venezia sotto forma di giustizia e

l'isola di Cipro opera di collaboratori. La decorazione dei fregi e la loro

disposizione allude alla vita della città e ai suoi territori: Venere che

nasce sull’isola di Cipro, Giove protettore dell’isola di Creta e Minerva

con i leoni rappresentanti i territori del mare (stato de mar) e della

terraferma (stato de tera).

- M S

ICHELE ANMICHELI

(1484-1559)

Sanmicheli nacque nel quartiere di San Michele Extra nel 1584, a Verona, a quel tempo parte della Repubblica di Venezia. Imparò le basi della

sua professione, insieme al fratello Jacopo (che morì però giovane) e al cugino Matteo Sanmicheli, da suo padre Giovanni e da suo zio Bartolomeo,

entrambi scalpellini a Verona. Verso il finire del 1505 il giovane Sanmicheli era già orfano di entrambi i genitori mentre un fratello, Jacopo, era

prossimo alla morte, e un altro fratello, Alessandro, era chiuso in un convento a Bologna. Questa situazione gli dava ben pochi motivi per trattenersi

nella città natale ed allora, vendute alcune proprietà familiari ad Azzano, decise di trasferirsi a Roma. Lavorò poi nelle maggiori città venete. Il 29

aprile 1559 dettò testamento indicando come erede universale suo cugino Paolo, e verso la fine di agosto dello stesso anno si spense nella città

natale a causa di una violenta febbre.

P ORTA PALIO

(V , 1550)

ERONA

Porta Palio è una monumentale porta di Verona fatta erigere tra il 1550 ed il 1561 su progetto

dell'architetto Michele Sanmicheli. La porta è inserita nella cortina tra il bastione di San Bernardino e il

bastione di Santo Spirito, in posizione quasi centrale.La pianta è rettangolare, si tratta quindi di un grande

blocco, anche maggiore di quello di porta Nuova, composto da un grande androne centrale, aperto sul

retrostante loggiato verso città, e collegato con la campagna tramite un passaggio carraio centrale e due

passaggi pedonali laterali, ambedue controllati da due locali riservati al corpo di guardia. L'androne

centrale non è suddiviso da pilastri, come si era soliti fare in costruzioni dalla medesima funzione, ma è

articolato come un unico grande spazio libero coperto da una volta a crociera. Al piano superiore si trovano

altri locali per il ricovero del corpo di guardia. Nonostante l'estensione notevole degli spazi interni, la

struttura è dotata di pilastri e muri di notevole spessore, visto che nel progetto originale dovevano

sostenere il peso dell'artiglieria posta sulla sommità dell'edificio. Rispetto alle altre porte realizzate da

Michele Sanmicheli questa risulta avere un'ampiezza molto maggiore e un ordine più alto, tanto che il

prospetto verso campagna assume una scala monumentale e un trattamento quasi sfarzoso, nonostante la

porta dovesse adempiere a una funzione militare. L'architetto prese come riferimento, per la facciata

principale della porta, il prospetto di una delle terrazze del teatro romano di Verona. La composizione

della facciata è articolata da quattro coppie di colonne, colonne piuttosto distanziate l'una dall'altra, tanto

che si forma una sequenza alternata di tre campate principali, in cui sono situate le porte, e quattro campate

secondarie molto strette. Il paramento, a bugnato liscio e semicolonne di ordine dorico molto elaborate e

dalle proporzioni slanciate sostenenti una trabeazione, è composto da elementi di tufo veronese. Il

prospetto verso città (articolato come un portico con cinque aperture ad arco terminate da grandi chiavi di

volta aggettanti, e divise tra di loro da coppie di semicolonne doriche) ha un aspetto completamente

diverso rispetto alla facciata principale rivolta verso la campagna: si presenta un prospetto severo, in cui

la superficie del muro non viene alleggerita da decorazioni come nella facciata verso campagna e anzi è

completamente ricoperta, comprese le semicolonne, di bugnato grezzo. Una facciata posteriore così severa

contrapposta a una facciata anteriore così sontuosa è spiegabile con la teoria dell'architetto e teorico

Sebastiano Serlio: la porta doveva segnalare il limite tra città e campagna, quindi dall'interno della città

essa doveva apparire come l'opera di natura, mentre dalla campagna doveva apparire come l'opera di mano

dell'uomo. Ma per chi giunge nella città la monumentale porta è anche preludio di un percorso che tramite

un lungo asse rettilineo la collegano alle antichità veronesi dell'Arco dei Gavi, della porta Borsari e infine

alla piazza delle Erbe, sulla cui area una volta sorgeva il foro romano, e che la collegano pure ad alcune

architetture rinascimentali rielaborazioni dell'antico, opera sempre del Sanmicheli: palazzo Canossa e

palazzo Bevilacqua. Per chi invece deve uscire dalla città, il portico, visto come momento di sosta, sembra

voler invitare a non abbandonare la città, così sicura grazie alla poderosa cinta muraria. La porta era dotata

di ponti levatoi lignei, i quali battevano sul ponte di muratura che attraversava il fossato magistrale. 29

P ORTA NUOVA

(V , 1532)

ERONA

Porta Nuova è una monumentale porta di Verona fatta erigere tra il 1532 ed il 1540 su progetto dell'architetto Michele Sanmicheli. Il blocco che

compone la struttura della porta dava l'impressione di essere una parte delle mura in quanto non aggettava ai lati oltre la cortina muraria e la sua

altezza era particolarmente limitata, in modo da renderla meno vulnerabile ai colpi delle artiglierie nemiche. Il blocco presenta due torri circolari

ai lati, utilizzate dalle sentinelle, la cui forma consentiva un'ottima visuale del territorio circostante. La sommità non coperta della porta veniva

utilizzata a cavaliere, questo spiega la notevole larghezza della porta, necessaria per manovrare l'artiglieria, e lo spessore di muri e pilastri, necessari

e sostenere il suo peso e le vibrazioni delle cannonate. La pianta, rettangolare, è articolata come un impianto a tre corsi particolarmente elaborato,

in quanto i lati di queste corsie sono trattate a porticato, con quattro grandi pilastri con paraste doriche alle quali corrispondevano le paraste sui

muri laterali, dai quali si poteva accedere ai posti di guardia, complete di camini piccoli vani utilizzabili come celle. Gli interni sono quasi

interamente coperti dal bugnato. La porta era accessibile dalla campagna grazie a ponti levatoi lignei i quali calavano sul ponte fisso di muratura,

che attraversava il profondo fossato magistrale. Il prospetto verso la campagna riprende lo schema compositivo classico dell'arco trionfale ma,

grazie alle forme massicce e al bugnato che rivestiva completamente la porta, assumeva una visione più minacciosa e severa. La facciata si

suddivide nella parte centrale col portale maggiore, in cui semicolonne e ante accoppiate sorreggono un timpano, e in due parti laterali leggermente

arretrate con piccoli portali, ai quali sono stati aggiunti, nell'Ottocento, altri due grandi archi laterali. Il piano attico sorreggeva invece il leone di

San Marco, sostituito poi dal gruppo scultoreo con due grifoni, tra i quali campeggia lo stemma con l'aquila bicipite, poi abraso. Questa facciata

presentava un ordine dorico particolarmente massiccio e tozzo, privo di base, e un paramento completamente rivestito a bugnato grezzo, comprese

le semicolonne e le ante, mentre il fregio, contenente metope e triglifi, appare quasi sbozzato. L'utilizzo contemporaneo dell'ordine dorico e del

bugnato non era una novità, era stato già utilizzato in edifici precedenti ed edifici contemporanei a questo, ma questa combinazione è presente

pure nell'Arena di Verona, la quale si trovava proprio alla fine del nuovo corso che si stava formando. Questa combinazione di ordine e bugnato

dava alla facciata un carattere di indistruttibilità e di forza, molto adatte per un'architettura militare. La facciata posteriore si estende per tutta la

lunghezza del blocco: la parte centrale riproduce fedelmente quella della facciata anteriore, ai lati invece si estende tramite una sequenza di tre

aperture ad arco di uguali dimensioni. L'apertura più vicina all'estremità della porta dava accesso alle scale, quella intermedia era una finestra del

piano superiore, infine l'ultima consentiva l'accesso all'interno. In questo caso non vi è l'utilizzo esclusivo del bugnato, ma vi è pure l'utilizzo del

mattone che conferisce alla facciata un aspetto meno minaccioso rispetto a quella verso campagna. Inoltre, se nella facciata anteriore è stato

utilizzato il marmo di Verona, per la facciata quella posteriore è stato utilizzato il meno nobile tufo. L'opera recupera alcuni elementi

l’Arco

dell'architettura dell'antica Roma, specialmente delle antichità veronesi: l'Arena di Verona, per l'utilizzo dell'ordine dorico e del bugnato;

di Giove Ammone, evocato tramite l'utilizzo nella chiave di volta dell'arco centrale della facciata principale del volto di Giove Ammone, simbolo

che allude a potenza, regalità e forza, del tutto simile alla chiave di volta dell'antico Arco veronese, oggi situata al museo lapidario maffeiano; la

facciata più antica di porta Leoni, per l'uso del fregio a cane corrente

P B

ALAZZO EVILACQUA

(V , 1530)

ERONA

Palazzo Bevilacqua è un antico palazzo di Verona attribuito a Michele Sammicheli,

eretto intorno al 1530. È certamente uno dei palazzi più raffinati e ricchi di particolari

della città, con una facciata realizzata in due ordini, quello inferiore più massiccio, e

quello superiore maggiormente slanciato ed elegante. Entrando da un grande portone

di ingresso si accede ad un delizioso cortile interno che conduceva direttamente a

piano nobile, dove vivevano i componenti della famiglia.

P C

ALAZZO ANOSSA

(V , 1536)

ERONA

Palazzo Canossa fu costruito su commissione della famiglia dei marchesi di Canossa,

una delle famiglie più antiche ed illustri d'Italia su progetto di Michele Sanmicheli

nel 1527. L'intervento di Michele Sanmicheli per Palazzo Canossa è contemporaneo

a quello compiuto sempre da lui su palazzo Bevilacqua. La loro presenza determinerà

successivamente i nuovi edifici, che emuleranno i palazzi sanmicheliani. Sanmicheli

cercò di allineare, mediante la facciata grandiosa del palazzo, i fondali opposti di

Porta Borsari e dell'Arco dei Gavi, per dare un'impostazione scenografica alla via che

permane tutt'oggi (è una strada di fascino rinascimentale), anche se le servitù militari

dal XVI secolo al XIX secolo non hanno permesso un completamento organico di

corso Cavour. 30

P C -G

ALAZZO ORNER RIMANI

(V , 1556)

ENEZIA

Il palazzo fu edificato a partire dal 1556 dall'architetto Michele Sanmicheli, su commissione

del procuratore Gerolamo Grimani. Venne completato prima sotto la direzione del proprietario

stesso e poi, a partire dal 1561, da Gian Giacomo de' Grigi detto il Bergamasco. Gli ultimi

interventi vennero curati da Giovanni Antonio Rusconi, che vi operò dal 1572 al 1576, anno

dell'inaugurazione: in tale occasione fu indetto un fastoso ricevimento. Il palazzo divenne noto

in tutta Europa per aver ospitato nel 1597 le celebrazioni per l'incoronazione a dogaressa di

Morosina Morosini, moglie di Marino Grimani. Dimora della famiglia fondatrice fino al 1806,

divenne poi sede della Direzione delle Poste e nel 1881 fu destinato ad essere la sede della

Corte d'Appello La candida facciata, ispirata all'architettura romana, è divisa da robusti

marcapiani in tre settori: si ipotizza tale scelta stilistica possa essere suggerita al progettista

dalla stessa famiglia committente, che si distingueva per il suo mecenatismo. Il pianterreno e

il mezzanino, contraddistinti dalla presenza di un portale ad acqua ad arco trionfale e di

imponenti colonne scanalate che sostengono un monumentale poggiolo continuo, appaiono

meno luminoso dei piani superiori. Eccezionalmente pregevoli sono le due Vittorie che

decorano la parte superiore del portale, opera di Alessandro Vittoria. La tematica dell'arco

trionfale è ripresa pure ai piani superiori, dove si ripete affiancata da un ulteriore arco. Tutte

le aperture dei piani nobili sono decorate da colonne binate non scanalate in ordine corinzio.

La pianta, anomala in quanto caratterizzata dalla forma piramidale del sito, si sviluppa intorno

ad un atrio centrale a tre fornici di gusto classico molto ammirato da Andrea Palladio, al quale

C M C

HIESA DELLA ADONNA DI AMPAGNA

corrispondono ai piani superiori due porteghi.

(V , 1559)

ERONA

I lavori iniziarono nel 1559 al fine di realizzare un luogo ove preservare un'immagine sacra della Madonna del trecento. Il disegno del tempio fu

affidato a Michele Sanmicheli, iniziato lo stesso anno della sua morte e concluso nel 1586 ad opera del parente ed alunno Bernardino Brugnoli.

Nel 1561, a lavori avanzati, il muro con la preziosa immagine della Madonna fu collocato dietro l'altare maggiore. Sono conservate alcune tele di

valore: di Felice Brusasorzi detto il Brusasorzi, di Paolo Farinati e di Claudio Ridolfi. Se l'esterno della chiesa appare circolare (anche se in realtà

è più simile ad un ovale) l'interno ha, inaspettatamente, pianta ottagonale Del progetto originale di Sanmicheli e il risultato finale ci sono

sicuramente alcune differenze. Il Vasari asserisce che l'opera fu «...in molti luoghi storpiata [a causa della] miseria, debolezza e pochissimo giudizio

dei deputati sopra quella fabbrica “Un elemento interessante dell'edificio è il portico. Sanmicheli volle un colonnato che circondasse l'edificio, non

solo per fornire un riparo, ma anche per richiamare i templi romani come ad esempio il tempio di Vesta a Roma e il tempio della Sibilla a Tivoli.

Il campanile ospita un complesso di bronzi rinascimentali accordati in scala di La maggiore, predisposti per l'esecuzione di concerti di Campane

alla Veronese. 31

- A P

NDREA ALLADIO

(1508-1580)

Andrea di Pietro della Gondola nacque a Padova nel 1508. Lavorò inizialmente a Vicenza come manovale e solo dopo aver conosciuto il letterato

Gian Giorgio Trissino poté avere un'educazione letteraria. Nel 1541 effettuò in compagnia del Trissino il primo viaggio a Roma, al quale ne

seguirono molti altri. Il colto amico, nel frattempo, com'era uso nei circoli letterari di allora, gli aveva dato il nome classicheggiante di Palladio

con cui fu poi universalmente noto. A Roma Andrea ebbe modo di vedere le architetture bramantesche, quelle di Raffaello e le recentissime di

Michelangelo. Lì studiò i monumenti classici rilevandoli e disegnandone piante, prospetti e sezioni in proiezione ortogonale, la pratica disegnativa

già nota agli architetti gotici, ma che si era affermata soprattutto con Raffaello. Molti di questi disegni costituirono un nucleo importante del suo

trattato I Quattro Libri dell'Architettura, pubblicato a Venezia nel 1570. Il Palladio svolse la sua attività soprattutto a Vicenza, ma, a partire dal

1461, portò contributi notevoli anche al rinnovamento urbano di Venezia, città nella quale, inoltre, si trasferì nel 1570 quando assunse anche la

prestigiosa carica di architetto ufficiale della Serenissima. Morì forse a Vicenza nel 1580.

P T

ALAZZO HIENE

(V , 1542)

ICENZA

Palazzo Thiene è un palazzo di Vicenza del XV secolo in forme gotiche e rinascimentali, ristrutturato a partire dal 1542 dall'architetto Andrea

Nell’ottobre del 1542 Marcantonio e Adriano

Palladio, probabilmente sulla base di un progetto di Giulio Romano. Thiene diedero inizio alla

ristrutturazione del palazzo di famiglia, di forme gotiche, secondo un progetto grandioso che avrebbe occupato un intero isolato di 54 x 62 metri,

sino ad affacciarsi sulla principale arteria vicentina (l’attuale corso Palladio). Nel 1614 l’architetto inglese Inigo Jones, in visita al palazzo, annota

un’informazione riferitagli direttamente da Vincenzo Scamozzi e Palma il Giovane: “questi progetti furono di Giulio Romano e eseguiti da

Palladio”. È molto probabile infatti che l’ideazione di palazzo Thiene sia da attribuirsi al maturo ed esperto Giulio Romano (dal 1523 a Mantova

presso i Gonzaga, con cui i Thiene mantenevano strettissimi rapporti) e che il giovane Palladio sia piuttosto responsabile della progettazione

realizzazione dell’edificio, un ruolo essenziale, soprattutto dopo la morte di Giulio nel 1546. Sono chiaramente riconoscibili

esecutiva e della gli

elementi del palazzo riferibili a Giulio e alieni dal linguaggio palladiano: l’atrio a quattro colonne è sostanzialmente identico a quello del palazzo

del Te (anche se il sistema delle volte è senza dubbio modificato da Palladio), così come le finestre e la parte inferiore del prospetto su strada e del

da Palladio. Il cantiere dell’edificio ha inizio nel 1542. Nel dicembre

cortile, mentre le trabeazioni e i capitelli del piano nobile vengono definiti

dello stesso anno Giulio Romano è a Vicenza per due settimane per una consulenza sulle Logge della Basilica, e probabilmente in questa occasione

fornisce i disegni di massima per palazzo Thiene. I lavori procedono a rilento: sul prospetto esterno è incisa la data 1556 e sul cortile la data 1558.

Nel 1552 muore in Francia Adriano Thiene e di lì a poco, quando il figlio di Marcantonio, Ottavio, diviene marchese di Scandiano, gli interessi di

famiglia si spostano nel Ferrarese. Del grandioso progetto viene quindi realizzata solo una minima porzione, ma probabilmente né i veneziani né

gli altri nobili vicentini avrebbero accettato una simile reggia privata nel cuore della città.

P R B

ALAZZO DELLA AGIONE O ASILICA

(V , 1549)

ICENZA

La prima affermazione di notevole rilevanza dell'architetto vicentino fu la realizzazione delle Logge del Palazzo della Ragione a Vicenza, meglio

noto come Basilica, termine con cui Palladio a esso preferiva riferirsi. L'intervento palladiano definitivamente approvato nel 1549, era teso a dare

un nuovo involucro loggiato alla sede delle magistrature pubbliche della città, un edificio quattrocentesco dalla pianta fortemente irregolare posto

tra la Piazza dei Signori e la Piazza delle Erbe. Il rispetto della posizione di tre vasi preesistenti e la volontà ordinatrice condussero Andrea a

includere entro un doppio ordine di pilastri con semicolonne addossate, un complesso di serliane. La posizione fissa delle semicolonne trabeate e

la luce costante degli archi suggerisce una scansione regolare che, in realtà, non esiste. Infatti, il Palladio poté apportare vari accomodamenti

rispettando così i varchi e le aperture della vecchia fabbrica, mutando ogni volta, e ogni campata, la distanza fra pilastri e le coppie di colonne

libere trabeate che sostengono gli archi. Un sistema ingegnoso e oltremodo decorativo che contribuì in maniera decisiva all'aggiornamento

architettonico della Piazza dei Signori. 32

V C L R

ILLA APRA O A OTONDA

(V , 1550)

ICENZA

Costruita tra il 1550 e il 1551 sulla sommità di una collinetta poco fuori Vicenza, è una villa pensata non come luogo di abitazione, ma come luogo

di piacere e di colto intrattenimento, dal momento che vi si svolgevano concerti e gare poetiche. Inoltre essa ricorda, nell'uso, la tipica villa romana

di cui gli antichi scrittori ci hanno tramandato suggestive descrizioni. Si tratta di un edificio a pianta quadrata con una ripartizione simmetrica degli

ambienti interni, raggruppati attorno a un salone circolare coperto da una cupola prevista emisferica, ma modificata nel corso della costruzione. In

ognuna delle quattro facciate del compatto blocco cubico si apre un accesso preceduto da un classico pronao (con colonne ioniche, architrave a tre

fasce, fregio pulvinato, cornice dentellata al pari del timpano) al quale si perviene tramite una scalinata.

V B M

ILLA ARBARO A ASÈR

(V , 1551)

ICENZA

Villa Barbaro-Volpi a Masèr, risalente all'inizio degli anni cinquanta del cinquecento, è un esempio notevole di villa palladiana. In essa lo spazio

residenziale è costituito dal corpo centrale avanzante, la cui facciata, con l'impiego di un ordine gigante e la terminazione a timpano, ha l'aspetto

di un tempio tetrastilo. I volumi porticati, le cui ali sul retro costituiscono i margini del giardino concluso da un ninfeo a esedra, sono gli ambienti

a servizio della villa padronale e delle attività produttive.

P C

ALAZZO HIERICATI

(V , 1551)

ICENZA

Palazzo Chiericati è un edificio rinascimentale sito a Vicenza in piazza Matteotti, a fianco della parte terminale di corso Palladio. Progettato nel

1550 come residenza nobiliare per i conti Chiericati dall'architetto Andrea Palladio e costruito a partire dal 1551, fu completato solo alla fine del

Seicento. Palladio per questo edificio utilizzò una tipologia per l'epoca inedita per le residenze cittadine, che ricorda in parte quella delle sue ville.

Il palazzo, di imponenti dimensioni, è costituito da un corpo centrale con due ali simmetriche leggermente arretrate, dotate di grandi logge al

livello del piano nobile. Esistono diversi autografi palladiani che restituiscono l’evolversi del progetto, da una prima soluzione dove il portico

aggetta solamente al centro della facciata (per altro coperto da un timpano, come sarà per villa Cornaro) sino a quella attuale. La pianta è

determinata dalle strette dimensioni del sito: un atrio biabsidato centrale è fiancheggiato da due nuclei di tre stanze con dimensioni armonicamente

legate (3:2; 1:1; 3:5), ognuna con una scala a chiocciola di servizio e una monumentale al lato della loggia posteriore (un altro elemento che tornerà

all’edificio, ma anche per

nelle ville Pisani a Montagnana e Cornaro a Piombino, per altro costruite negli stessi anni). Per conferire magnificenza

proteggerlo dalle frequenti inondazioni (e dai bovini che venivano venduti davanti al palazzo nei giorni di mercato), Palladio lo solleva su un

podio, che nella parte centrale mostra una scalinata chiaramente mutuata da un tempio antico. Il piano inferiore presenta un portico colonnato,

lungo tutta la facciata, in ordine dorico, con la relativa trabeazione che presenta il classico fregio con metope e triglifi alternati; il piano superiore,

in ordine ionico con la relativa trabeazione con fregio continuo, è chiuso nelle parte centrale del prospetto e presenta due eleganti logge alle

estremità. La straordinaria novità costituita da palazzo Chiericati nel panorama delle residenze urbane rinascimentali deve moltissimo alla capacità

palladiana di interpretare il luogo in cui sorge: un grande spazio aperto ai margini della città, davanti al fiume, un contesto che lo rende un edificio

ambiguo, palazzo e villa suburbana insieme. Sulla piazza dell’Isola, Palladio imposta una facciata a doppio ordine di logge in grado di reggere

visivamente lo spazio aperto, e che si pone come elemento di un ipotetico fronte di un Foro romano antico. L'armonica facciata è strutturata in due

ordini sovrapposti, soluzione fino ad allora mai utilizzata per una residenza privata di città, con un coronamento di statue. Sebbene logge

sovrapposte siano presenti in palazzo Massimo a Roma del Peruzzi e nel Cortile antico del Bo di Moroni a Padova, l’uso che di esse ne fa Palladio

nella facciata di palazzo Chiericati è qualcosa di assolutamente inedito per forza e consapevolezza espressiva. La Basilica e palazzo Chiericati

rappresentano il passaggio definitivo dall’eclettismo dei primi anni alla piena maturità di un linguaggio dove stimoli e fonti dall’Antico

provenienti

e dalle architetture contemporanee sono assorbiti in un sistema ormai specificatamente palladiano. Compare qui per la prima volta la chiusura del

33

fianco delle logge con un tratto di muro in cui si apre un’arcata: una soluzione mutuata dal Portico di Ottavia a Roma che diventerà usuale nei

pronai delle ville.

P P

ALAZZO ORTO

(V , 1552)

ICENZA è sito a Vicenza. È’ uno dei due palazzi progettati in città da Palladio per la famiglia dei

Palazzo Porto, opera dell'architetto Andrea Palladio,

Porto (l'altro è Palazzo Porto in piazza Castello); commissionato dal nobile Iseppo da Porto nel 1552. Palazzo Porto restituisce appieno la misura

dell’evoluzione palladiana successiva al viaggio a Roma del 1541 e al contatto con l’architettura antica e contemporanea. Il modello bramantesco

viene qui reinterpretato tenendo conto dell’abitudine

di palazzo Caprini vicentina di abitare il piano terreno, che quindi risulta più alto. Lo

splendido atrio a quattro colonne è una reinterpretazione palladiana di spazi vitruviani, dove sopravvive anche il ricordo di tipologie tradizionali

vicentine. Le soluzioni devono far fronte ad un'esigenza, la creazione di un palazzo e foresteria per gli ospiti illustri, e una circostanza, un lotto

allungato, stretto tra due vie. Il progetto dunque lavora su due vettori: il verticale della facciata e l'orizzontale della distribuzione planimetrica. Il

"dialogo" tra progettista e committente avviene tramite numerosi disegni, varianti, ripensamenti e correzioni in itinere, di cui possiamo ricostruire

le fasi grazie a cinque disegni conservati presso il Royal Istitute of British Architects (RIBA) di Londra. La genialità dell'architetto giunge dunque

nella combinazioni di due problemi in una soluzione unica e di maggior spessore. La disposizione della foresteria e del corpo principale non crea

due ali distinte ma viene combinata in un cortile/peristilio colonnato, la facciata abbandona il corinzio (ora passato al prospetto interno) lasciando

spazio al più contestuale ionico (abbinato al bugnato della base). I due elementi vengono collegati da un'elegante soluzione ad atrio/cerniera in

ordine dorico. Dopo una brillante fase di progettazione il progetto vede la realizzazione del corpo principale con alcune sostanziali modifiche

distributive e della foresteria. Oggetto di svariate ristrutturazioni ed ampliamenti, l'edificio mantiene intatta solamente la sua faccia "pubblica".

V F L M

ILLA OSCARI O A ALCONTENTA

(V , 1559)

ENEZIA

Villa Foscari, detta La Malcontenta, è una villa veneta progettata da Andrea Palladio nel 1559 a Malcontenta, località in prossimità di Mira

nella provincia di Venezia, lungo il Naviglio del Brenta, per i fratelli Nicolò e Alvise Foscari. La villa sorge su un alto basamento, che separa il

piano nobile dal suolo umido e conferisce magnificenza all’edificio, sollevato su un podio come un tempio antico. Nella villa convivono motivi

derivanti dalla tradizione edilizia lagunare e insieme dall’architettura antica: come a Venezia, la facciata principale è rivolta verso l’acqua, ma il

pronao ionico e le grandi scalinate hanno a modello il tempietto alle fonti del Clitumno, ben noto a Palladio. Le maestose rampe di accesso gemelle

imponevano una sorta di percorso cerimoniale agli ospiti in visita: approdati davanti all’edificio, ascendevano verso il proprietario, che li attendeva

al centro del pronao. La tradizionale soluzione palladiana di irrigidimento dei fianchi del pronao aggettante tramite tratti di muro viene sacrificata

proprio per consentire l’innesto delle scale. Mancavano anche alberi e vegetazione di contorno, quindi la Malcontenta si imponeva ai suoi visitatori

con tutta la maestosità del classico prospetto verso il Brenta. La villa è una dimostrazione particolarmente efficace della maestria palladiana

nell’ottenere effetti monumentali utilizzando materiali poveri, essenzialmente mattoni e intonaco. Come è ben visibile a causa del degrado delle

superfici, tutta la villa è in mattoni, colonne comprese (tranne quegli elementi che è più agevole ricavare scolpendo la pietra: basi e capitelli), con

un intonaco a marmorino che finge un paramento lapideo a bugnato gentile, sul modello di quello che compare talvolta sulla cella dei templi

antichi. La facciata posteriore è uno degli esiti più alti fra le realizzazioni palladiane, con un sistema di forature che rende leggibile la disposizione

interna; si pensi alla parete della grande sala centrale voltata, resa pressoché trasparente dalla finestra termale sovrapposta a una trifora. In

quest’ultima è chiarissimo il rimando al prospetto di villa Madama di Raffaello, documentando così un debito di conoscenza che Palladio non

ammetterà mai direttamente. 34

P V

ALAZZO ALMARANA

(V , 1565)

ICENZA

Palazzo Valmarana è un palazzo costruito dall'architetto Andrea Palladio nel 1565 e situato a Vicenza. La facciata di palazzo Valmarana è una

delle realizzazioni palladiane più straordinarie e insieme singolari. Per la prima volta in un palazzo, un ordine gigante abbraccia l'intero sviluppo

verticale dell’edificio: si tratta evidentemente di una soluzione che prende origine dalle sperimentazioni palladiane sui prospetti di edifici religiosi,

come la pressoché contemporanea facciata di San Francesco della Vigna. Come nella chiesa veneziana le navate maggiore e minore si proiettano

su uno stesso piano, così sulla facciata di palazzo Valmarana appare evidente la stratificazione di due sistemi: l'ordine gigante delle sei paraste

composite sembra sovrapporsi all'ordine minore di paraste corinzie, in modo tanto più evidente ai margini dove la mancanza della parasta finale

rivela il sistema sottostante, che sostiene il bassorilievo di un soldato con le insegne Valmarana. Piuttosto che da astratte costruzioni geometriche,

la logica compositiva di queste facciate civili e religiose deriva dalla familiarità di Palladio con le tecniche di disegno, in particolare le

rappresentazioni ortogonali con cui visualizza i progetti e restituisce i rilievi degli edifici antichi, e che per altro gli consentono un controllo

puntuale dei rapporti fra interno ed esterno dell’edificio.

P C

ALAZZO DEL APITANIATO

(V , 1565)

ICENZA

Il palazzo del Capitaniato, noto anche come loggia del Capitaniato o loggia Bernarda, è un palazzo di Andrea Palladio che si affaccia sulla

centrale Piazza dei Signori a Vicenza, di fronte alla Basilica Palladiana, attualmente sede del consiglio comunale cittadino. Fu decorato da Lorenzo

Rubini, e all'interno i dipinti sono di Giovanni Antonio Fasolo. Il palazzo fu progettato nel 1565 e costruito dal 1571 al 1572. Il palazzo del

Capitaniato è basato su un ordine composito, gigante sia in altezza sia in larghezza. Al piano terra vi è una grande loggia, coperta da ampie volte,

che sorregge un piano nobile dotato di un grande salone (la "sala Bernarda"). La facciata del palazzo è alternata da quattro semicolonne giganti, in

mattoni a faccia vista, e tre grandi archi. Le decorazioni sono realizzate in pietra d'Istria e soprattutto stucchi. Le colonne erano state pensate da

Palladio per essere ricoperte da un intonaco bianco, che è visibile solamente alla base dei capitelli corinzi. Palladio decise in questo caso di giocare

con il contrasto utilizzando mattoni rossi privi d'intonacatura che risaltano sia sul bianco degli stucchi, sia sul bianco della pietra della Basilica

Palladiana che troneggia di fronte. Le arcate sono sormontate da balconi, che a loro volta sorreggono un attico balconato. I materiali che sono stati

utilizzati per questo palazzo, i mattoni non intonacati e la pietra, creano una originale bicromia. Le tre arcate imponenti del portico sono sorrette

dalle grandi colonne che giungono fin sotto la balaustra dell'attico. Sulla facciata principale alcune decorazioni rappresentano figure che versano

dell'acqua, a simboleggiare i fiumi. Nella trabeazione del palazzo si può leggere un iscrizione. Il prospetto su contrà Monte, lavorato su modello

degli archi di trionfo romani, presenta quattro semicolonne, ma più basse di quelle della facciata, ed è ornato da stucchi in bassorilievo e due statue

allegoriche, collocate negli intercolumni, a ricordare la vittoria della flotta ispano-veneziana contro gli ottomani nella battaglia di Lepanto (7

ottobre 1571), alla quale si arrivò anche grazie al sacrificio di molti vicentini. La loggia a piano terra, recintata da un'alta cancellata in ferro battuto,

è uno spazio armonioso, caratterizzato da nicchie e colonne; ospita alcune lapidi in ricordo dei caduti delle guerre. Il piano nobile è occupato dalla

Sala Bernarda, che è arricchita da affreschi del Cinquecento provenienti da una delle ville dei da Porto.

C S G M

HIESA DI AN IORGIO AGGIORE

(V , 1566)

ENEZIA

Nel 1566 Palladio ricostruisce la chiesa benedettina di San Giorgio Maggiore sull'omonima isola veneziana prospicente il bacino di San Giorgio.

In essa l'architetto affronta due temi su cui si erano esercitati in molti fra Quattrocento e Cinquecento: il disegno sella facciata di un edificio

basilicale a tre navate e quello di una pianta che legni un corpo longitudinale a uno accentrato. La facciata, con un unico accesso, viene risolta con

l'impiego di un ordine gigante, corrispondente alla sola navata centrale, di quattro semicolonne composite su alti piedistalli, sormontate da una

trabeazione reggente un classico timpano a dentelli: il fronte di un tempio prostilo tetrastilo. Tale soluzione si intreccia con un retrostante secondo

schema templare il cui frontone, interrotto solo lungo i due lati inclinati, poggia su un architrave poco aggettante a sua volta sorretto da paraste

35

corinzie. La pianta comprende un grande ambiente rettangolare diviso nella parte anteriore in tre navate dal quale sporgono due esedre (le estremità

del transetto). Seguono un presbiterio quadrato e un profondissimo coro che si conclude a semicerchio. Nonostante la grande estensione

longitudinale dell'edificio, chiunque si trovi sotto la cupola ha l'impressione di essere in uno spazio centrico, Ciò è dovuto alla poca differenza

nelle dimensioni trasversali delle navate, alla brevità delle campate del corpo longitudinale e all'accorgimento visivo di separare il presbiterio dal

coro nascondendo quest'ultimo alla vista. L'interno con grandi volte a botte della navata centrale e del transetto nonché con le ampie finestre a

lunetta che si aprono alla base delle volte, ricorda sia gli esempi delle antiche basiliche romane sia gli edifici termali.

C R

HIESA DEL EDENTORE

(V , 1577)

ENEZIA

La Chiesa del Redentore, edificata dopo la peste del 1577 sul Canale della Giudecca, presenta una facciata costituita, come il San Giorgio, dalla

sovrapposizione di due schemi templari, uno più piccolo, l'altro più grande. Tuttavia è questo secondo che determina l'effetto dominante. Esso

infatti si compone di due grandi semicolonne collocate accanto due potenti paraste angolari che sorreggono un frontone triangolare: si definisce

così il fronte di un tempio in antis. Lo schema minore, impostato allo stesso livello del maggiore, è articolato con paraste che sostengono due semi-

timpani dentellati. L'interno è ad una sola navata rettangolare con tre profonde cappelle per lato. Il presbiterio ha forma accentrata. Infatti delle tre

esedre che circondano il vano cupolato, due costituiscono i bracci del transetto, mentre la terza, con quattro colonne libere, delinea un'abside

attraverso la quale si intravede il lungo coro retrostante. La grande volta lunettata, infine è fortemente ispirata a quella degli edifici termali dell'Urbe.

T O

EATRO LIMPICO

(V , 1580)

ICENZA

Nel 1580, l'anno della sua morte, l'architetto iniziò a Vicenza la costruzione del Teatro Olimpico che coronava la sua attività di appassionato

classicista. L’Opera condotta a termine dall'allievo e continuatore Vincenzo Scamozzi, è stata infatti costruita tenendo presenti i passi che Vitruvio

dedica a questo tipo di edificio nel suo trattato d'architettura. Una rapida cavea è conclusa in alto da un colonnato trabeato sormontato da statue

che ne concludono il verticalismo. Essa racchiude l'orchestra e fronteggia il palcoscenico dietro al quale si dipana uno scenario architettonico fisso.

La struttura è coperta, mentre i teatri romani, a imitazione di quelli greci, erano all'aperto, ma il soffitto piano è dipinto simulando un cielo con

delle nuvole. La grande innovazione palladiana sta però nella scena. Dalle tre aperture ricavate nel fronte architettonico si dipartono cinque strade

che sembrano lunghissime grazie all'illusionismo prospettico. Esse sono state realizzate in leggera salita e si stringono via via che si allontanano

dallo spettatore. Ciò permette di fingere una grande profondità, come se si fosse in presenza di un medio complesso urbano, mentre in realtà lo

spazio scenico è ridotto soltanto a pochissimi metri. 36

‘500

J B ,

ACOPO AROZZI SEBASTIANO SERLIO E I TRATTATISTI DEL

(XVI SECOLO)

La trattatistica architettonica dopo Leon Battista Alberti

I trattati d'architettura cinquecenteschi si differenziano notevolmente da quelli del secolo precedente. Infatti si passa da quello albertiano solo

scritto e nel quale la cultura classica e l'intento letterario non sono aspetti trascurabili, a quelli del Serlio, del Vignola e del Palladio, nei quali le

illustrazioni hanno una parte preponderante e una funzione non solamente di corredo al testo, ma di complemento a esso.

- J B

ACOPO AROZZI

(1507-1573) nacque nel 1507. Fu architetto, pittore e trattatista. Maggior architetto dell’Italia centrale nella

Jacopo Barozzi da Vignola, detto Il Vignola

seconda metà del 500, operò per i Farnese e realizzò soprattutto molti edifici religiosi a Roma, fissò la tipologia delle chiese della controriforma.

Scrisse il trattato “Regola cinque ordini di architettura”.

dei Morì nel 1573.

La Regola dei Cinque Ordini dell'Architettura

(1562)

La Regola dei Cinque Ordini dell'Architettura venne pubblicata nel 1562, forse a Roma. Il trattato è un insieme di facili regole geometriche

che permettono di proporzionare basi, pilastri, colonne, capitelli, architravi, fregi e cornici di ognuno dei cinque ordini classici in base all'edificio

che dev'essere progettato. Il trattato, povero di testo è, invece, ricchissimo di illustrazioni di altissima qualità. La qualità e la chiarezza delle

illustrazioni e la completezza - tra testo e immagini- della trattazione di un argomento de definito (quello degli ordini), fece sì che l'opera venisse

accolta con grande fervore dagli architetti dell'epoca.

Chiesa del Gesù

(Roma, 1468)

Edificata per i Gesuiti a cominciare dal 1568, essa si compone di una grande aula coperta a botte concludentesi con un'abside a pianta semicircolare

sull'esempio del Sant'Andrea mantovano dell'Alberti. L'unica vasta navata, capace di accogliere una grande moltitudine di fedeli ed esemplare ai

fini della predicazione, è affiancata da cappelle che mancano in corrispondenza del presbiterio, dove l'aula sembra dilatarsi in un transetto. Il

presbiterio è coperto da una cupola. Giacomo della Porta, successore del Vignola, modifica il progetto di Jacopo per la facciata guardando ad

un'altra opera albertiana, la facciata della fiorentina Santa Maria Novella, specie nell'accordo a volute delle due porzioni più basse dell'edificio,

corrispondenti alle cappelle laterali, con la navata. Lì dove il Vignola era riuscito ad armonizzare la parte superiore con quella inferiore tramite

un'orditura regolare di colonne e paraste, il Della Porta rende la facciata più tozza in quanto moltiplica questi elementi verticali senza che però vi

sia più corrispondenza fra il registro superiore e quello inferiore. Il Vignola avrebbe voluto sottolineare anche esternamente l'importanza della

navata dando alla porzione di facciata che le corrisponde un aggetto rispetto al piano arretrato delle cappelle laterali. Della Porta invece riconduce

ogni aggetto quasi a un'unica superficie, rendendo illeggibile la composizione gerarchica dei piani desiderata dal Vignola. Ciononostante la Chiesa

del Gesù costituì per moltissimi anni l'esempio di edificio di culto più imitato, tanto più che i Gesuiti ne esportarono il modello in tutta Europa e

anche nell'America centro-meridionale.

- S S

EBASTIANO ERLIO

(1508-1554)

Sebastiano Serlio nacque a Bologna nel 1475. Ancora lacunose sono le notizie sulla vicenda biografica di Serlio ed in particolare sul periodo di

formazione, a Bologna, come pittore prospettico. Dalla città natale, dopo aver lavorato a Pesaro, si trasferì a Roma intorno al 1514. Risulta difficile

ricostruire la sua attività durante il periodo romano, anche se sembra certo abbia fatto parte della cerchia di Baldassarre Peruzzi, che gli fornì

studi, piante e disegni architettonici, ampiamente impiegati nel trattato, come riconosciuto dallo stesso Serlio. Scampato al Sacco di Roma (1527),

nel 1528 si rifugiò, come anche altri artisti a Venezia dove giunse stanco e malato tanto che credette opportuno dettare un testamento. In Veneto,

37

dove rimase fino al 1541, frequentò intellettuali, letterati ed artisti come Tiziano, Michele Sanmicheli, Aretino e Francisco de Hollanda. Partì

nel 1541, per la Francia dove era stato chiamato da Francesco I, come "pittore ed architetto del Re" alla corte di Fontainebleau. In realtà Serlio non

ebbe modo di realizzare opere significative per la committenza reale, trovando opposizione nei maestri costruttori francesi che non riuscì a

soppiantare nei vari cantieri, trovandosi, con sua grande delusione, ad essere sempre più escluso dalla vita artistica di corte, anche se un ruolo

progettuale gli viene riconosciuto proprio nel cantiere in divenire della reggia di Fontainebleau. Senza un ruolo concretamente operativo a corte,

si dedicò al suo trattato e progettò comunque opere per altri nobili committenti come il cardinale di Tournon ed il cardinale Ippolito d'Este. Dopo

la morte del re, fu ulteriormente emarginato dal successore Enrico II. Visse per un periodo a Lione (1549-1553). Nel 1553 ritornò a Fontainebleau.

Dove morì un anno dopo.

I Sette Libri dell'Architettura

(1570)

Il trattato del Serlio si compone di otto libri e di uno Extraordinariovche videro la luce in anni diversi. Gli argomenti di cui si occupano i vari libri

vanno dalla geometria -posta a fondamento dell'architettura- alla prospettiva, dalle antichità romane alle varie forme delle chiese, dalle porte ai

palazzi, alle ville e all'architettura militare. L'insieme degli edifici antichi rilevati e proposti e i numerosi schemi, ville e chiese presenti nel trattato

divennero un po’ come un moderno materiale di forme architettoniche a cui

ebbero grande fortuna presso gli architetti, tanto che i libri del Serlio

ricorrere nelle situazioni progettuali più disparate.

- A P

NDREA ALLADIO

(1508-1580)

I Quattro Libri dell'Architettura

(1570)

“I Quattro Libri dell'Architettura” venne pubblicato a Venezia nel 1570. Nel trattato, agli esempi di architetture bramantesche, ormai da tempo

considerate dei veri e propri classici, l'artista veneto aggiunge un vasto repertorio di propri progetti. Il trattato di Andrea Palladio si occupa, del

resto, anche di geometria, di ordini architettonici, di materiali da costruzione, di edifici privati, di strade, di ponti, di piazze e di antichità romane.

- G V

IORGIO ASARI

(1508-1580)

La vita e il Trattato

(1550)

Giorgio Vasari nacque ad Arezzo nel 1511. La sua formazione artistica fu composita, basata sul primo manierismo, su Michelangelo, su Raffaello

e sulla cultura veneta. Come architetto fu la figura chiave delle iniziative promosse da Cosimo I de' Medici, contribuendo, grazie anche alla

protezione di Sforza Almeni, a grandi cantieri a Firenze e in Toscana, tra cui spiccano la costruzione degli Uffizi, la ristrutturazione di Palazzo

il suo trattato “Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori, da Cimabue

Vecchio e molto altro. Ma ciò che più gli diede fama fu

insino a’ tempi nostri” pubblicato nel 1550 e riedito con aggiunte nel 1568. L'opera, preceduta da un'introduzione di natura tecnica e storico-

critica sulle tre arti maggiori (architettura, scultura e pittura) è una vera e propria pietra miliare della storiografia artistica, punto di partenza tutt'oggi

imprescindibile per lo studio della vita e delle opere dei più di 160 artisti descritti. 38

’ ‘500

I P :

L RIMO SEICENTO LA TRADIZIONE ARCHITETTONICA E L EREDITÀ DEL

R S V P V

OMA DA ISTO A AOLO

(XVII SECOLO)

Alla fine del Cinquecento l'attenzione è nuovamente puntata su Roma. L'ambiziosa consapevolezza del suo ruolo si traduce nell'imponente piano

di rinnovamento urbanistico avviato da papa Sisto V (1585-90) e affidato alla direzione di Domenico Fontana. Lo spirito della restaurazione

l'obiettivo di “facilitar

cattolica informa di sé la crescita di Roma e la sua trasformazione nella più grande città europea del tempo: per realizzare

la strada a quelli che, mossi da devotione, o da voti sogliono visitare spesso i più santi luoghi della Città di Roma, et in particolare le sette Chiese

tanto celebrate per le grandi indulgentie, e reliquie, che vi sono” vennero aperte “molte strade amplissime e dirittissime, talché può ciascuno a

di che luogo si voglia di Roma e andarsene per dirittura alle più famose devotioni”. Fu necessario lo

piedi, a cavallo, e in cocchio partirsi

sventramento di alcuni quartieri medievali per realizzare questi assi viari rettilinei che crearono una nuova, più organica struttura alla città nella

quale vennero inglobati gli interventi urbanistici e architettonici del Rinascimento e del passato più lontano, che divennero così punti di riferimento

concettuale e visivo della città moderna. La stessa funzione venne affidata alle fontane e agli obelischi. Si pongono in tal modo le basi di una nuova

concezione dello spazio urbano fondata, piuttosto che sui «nodi» isolati della cattedrale medievale o dell'edificio rinascimentale, sulla continuità

monumentale e scenografica delle strade e delle piazze, in cui palazzi, fontane, monumenti divengono punti di convergenza prospettica ed elementi

di qualificazione formale e prestigiosa dell'ambiente urbano circostante. Negli edifici degli architetti che avviano la trasformazione di Roma tra

gli anni di Sisto V e quelli di Paolo V (1605-21) si consumano fino all'esaurimento le forme tardocinquecentesche e si apre la strada alle novità

che si affermeranno di lì a pochi anni. Anche nelle facciate delle chiese, destinate a vivere in un sempre più stretto rapporto con lo spazio urbano,

si fa strada il progressivo superamento delle forme cinquecentesche. Non si dimentichi tuttavia che il gran fervore dell'ambiente romano di questi

anni, il clima trionfalistico del Giubileo e l'ormai attenuato rigore della Chiesa nei confronti delle arti non significano un decollo in senso

progressista dello stato della Chiesa: basterebbero a ricordarcelo la degradazione dell'agricoltura nella campagna laziale da un lato e, dall'altro, il

nel 1600, l’eretico Giordano Bruno.

rogo in Campo dei Fiori dove trovò la morte, proprio

C : T

HIESE E PALAZZI IPOLOGIE E LINGUAGGIO

(XVII SECOLO)

In architettura, dove le necessità costruttive sono comunque prioritarie rispetto a quelle espressive, il gusto seicentesco si esprime soprattutto

attraverso la monumentalità delle costruzioni. Nelle chiese, in particolar modo, si prediligono la navata unica, la pianta centrale, la copertura a

cupola, la volta a botte. Negli interni e nelle facciate il richiamo all'antico diventa spesso un pretesto per sperimentare inedite e spettacolari

soluzioni spaziali. Ai motivi architettonici, poi, si sovrappongono anche quelli scultorei. La presenza di statue, fregi, cornici, false finestre e altri

elementi ornamentali arriva talvolta a essere preponderante rispetto alla stessa struttura architettonica, cosicché la forma ha il sopravvento sulla

funzione. La facciata, allora, perde la sua importanza architettonica e ne acquista un'altra, puramente scenografica. Nelle maggiori città cattoliche

europee, la cui fisionomia sta via via modificandosi per meglio adattarsi al desiderio di monumentalità imposto dal potere papale e dagli interessi

politici di Spagna e Francia, i due principali stati cattolici, l'effetto scenografico assume un'importanza spesso preponderante.

R : C M

OMA ARLO ADERNO

(1556-1629)

Carlo Maderno nacque a Capolago, in svizzera, nel 1556. Fratello di Stefano Maderno, cominciò la sua carriera nell'industria del marmo per poi

trasferirsi a Roma come assistente dell'impresa edile costituita, tra gli altri, dallo zio, Domenico Fontana. Nel 1588 ottenne la cittadinanza romana

e nel 1594, alla partenza di Domenico Fontana per Napoli, rilevò l'impresa di famiglia. Al 1603 risale la sua prima opera d'architettura, la facciata

della chiesa di Santa Susanna, da molti considerata come il primo esempio pienamente compiuto di architettura barocca. Questa facciata, il cui

asse centrale è sottolineato mediante l'uso graduale di pilastri, semicolonne e colonne verso la parte mediana del prospetto, destò l'attenzione di

papa Paolo V, che lo chiamò a partecipare alla costruzione della basilica di San Pietro. In quello stesso anno ottenne le cariche di architetto

papale, della Fabbrica di San Pietro, della Camera Apostolica, del Popolo Romano e del Tevere, oltre alla direzione di numerosi cantieri. Maderno

fu incaricato di completare la basilica vaticana prolungando il braccio est dell'impianto michelangiolesco, con un corpo longitudinale e di

realizzare, a partire dal 1608, l'imponente facciata con la loggia delle benedizioni. Questo intervento rappresenta una delle opere più discusse e

criticate della storia dell'architettura: infatti, l'estensione della basilica, riconducibile ad una croce latina, impedisce la visione ravvicinata della

grande cupola, mentre la facciata, priva dei campanili previsti nel progetto di Maderno e non realizzati per problemi strutturali, colpisce per

l'eccessiva larghezza. Tra gli altri suoi lavori si ricordano la cupola della basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa di Santa Maria

della Vittoria, la navata e la cupola della basilica di Sant'Andrea della Valle (all'epoca la seconda cupola più alta di Roma dopo quella della basilica

di San Pietro), Palazzo Barberini, il cortile di Palazzo Chigi-Odescalchi, Palazzo Mattei di Giove e il Palazzo del Quirinale, tutti a Roma, ed il

palazzo papale di Castel Gandolfo. In particolare, tra il 1608 ed il 1623, completò la basilica di Sant'Andrea della Valle, iniziata da Giacomo Della

Porta nel 1591, mentre la facciata fu aggiunta nella seconda metà del secolo da Carlo Rainaldi. La planimetria rimanda a quella della chiesa del

Gesù di Jacopo Barozzi da Vignola, sebbene con alcune differenze importanti: le cappelle laterali risultano essere meno profonde e sensibilmente

più alte, mentre la navata è articolata mediante i pilastri laterali che scandiscono, assieme alla cupola, il forte ritmo verticale dell'edificio. Malgrado

i caratteri ancora convenzionali, riscontrabili ad esempio nelle piccole cupole disposte attorno al centro della chiesa, Sant'Andrea della Valle si

colloca tra le principali fabbriche della Roma barocca; la sua articolazione rappresenta infatti "un grande passo avanti verso la continuità e plasticità

barocche". Invece, tra le architetture civili è citato il Palazzo Barberini, da lui costruito a partire dal 1625. Il palazzo è preceduto da due ali laterali,

che inquadrano una sorta di cour d'honneur, la cui ideazione è anteriore al 1629, anno in cui l'architetto morì lasciando la conclusione dell'opera a

Gian Lorenzo Bernini, che vi apportò notevoli cambiamenti, soprattutto nella facciata principale. Il palazzo presenta una forma ad "H" ed è privo

39

della classica corte interna chiusa tra i quattro lati dell'edificio. Ne abolì il cortile, previsto in un primo progetto, conferendo all'edificio l'aspetto

di una villa urbana. Il movimento barocco della costruzione è evidente al piano terra, caratterizzato da un profondo atrio che si riduce costantemente

in larghezza fino ad immettere in una sala ellittica, centro nodale dell'intera costruzione. Alla costruzione del Palazzo Barberini partecipò pure

Francesco Borromini, parente dello stesso Maderno e che lavorò inizialmente come suo assistente; alla sua morte, Borromini volle essere sepolto

presso la tomba di Maderno, nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Morì a Roma il 30 gennaio del 1629.

L’ETA’ DEL BAROCCO

R . G B , F B

ETORICA E MECENATISMO IANLORENZO ERNINI RANCESCO ORROMINI

P C

E IETRO DA ORTONA

(XVII SECOLO)

- G B

IANLORENZO ERNINI

(1598-1680)

Figlio di modesto scultore di origine toscana, Gian Lorenzo Bernini nasce a Napoli nel 1598, ma la sua formazione artistica avviene principalmente

a Roma, dove si trasferisce con la famiglia sin dal 1605 e dove, salvo un breve soggiorno a Parigi (1665), svolgerà tutta la propria brillante attività

artistica fino alla morte, sopraggiunta nel 1680. Bernini non fu solo scultore, sulla scia del padre, ma anche architetto, pittore, scenografo,

commediografo e disegnatore.

S P S

CALINATA DI IAZZA DI PAGNA

(R , 1621)

OMA

Piazza di Spagna (nel Seicento piazza di Francia), con la scalinata di Trinità dei

Monti, è una delle più famose piazze di Roma. Deve il suo nome al palazzo di

Spagna, sede dell'ambasciata dello stato iberico presso la Santa Sede. Al centro

della piazza vi è la famosa fontana della Barcaccia, che risale al primo periodo

barocco, scolpita da Pietro Bernini e da suo figlio, Gian Lorenzo Bernini. La

monumentale scalinata di 135 gradini fu inaugurata da papa Benedetto XIII in

occasione del Giubileo del 1725; essa venne realizzata (grazie a dei finanziamenti

francesi del 1721-1725) per collegare l'ambasciata borbonica spagnola (a cui la

piazza deve il nome) alla chiesa di Trinità dei Monti.

B S P - C

ASILICA DI AN IETRO AMPANILI

(R , 1623)

OMA

A lavori praticamente ultimati, per volontà di papa Paolo V, alla facciata vennero aggiunti i corpi dei campanili laterali. Nel prospetto fatto incidere

da Matteo Greuter nel 1613, Maderno raffigurò quella che forse è la facciata definitiva del prolungamento, con le torri campanarie caratterizzate

da due esili edicole, aperte da serliane timpanate e sormontate da un coronamento a lanterna. Tuttavia la costruzione dei campanili -di cui è noto

anche il progetto del Ferrabosco- si interruppe nel 1622 e le due torri, rimaste incomplete al primo ordine, finirono per aumentare le dimensioni

orizzontali della facciata, che per questo apparve sproporzionata e piatta, malgrado il tentativo, tipicamente barocco, di rafforzarne la plasticità in

corrispondenza dell'asse centrale mediante un uso graduale di pilastri, colonne e avancorpi aggettanti. Successivamente la questione dei campanili

fu ripresa da Gian Lorenzo Bernini. Approvato il progetto e dato inizio alla costruzione, si manifestarono preoccupanti problemi statici alle

fondazioni che decretarono la sospensione dei lavori e l'abbattimento di quanto eseguito fino ad allora. Le colonne dell'unico campanile in parte

realizzato vennero però reimpiegate per le facciate delle chiese di Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto di piazza del Popolo. Nel

tentativo di dare slancio al severo prospetto, Gian Lorenzo Bernini, autore della piazza antistante alla basilica, eseguì una serie di trasformazioni:

limitò alla sola parte centrale la scalinata d'ingresso alla chiesa e, davanti ai due archi che avrebbero dovuto sostenere i suddetti campanili, scavò

il terreno sottostante, portando il nuovo piano di calpestio quanto più possibile vicino al livello della piazza. 40

B S P

ALDACCHINO DI AN IETRO

(R , 1624)

OMA

Il grandioso baldacchino di San Pietro venne costruito su progetto di

Bernini fra il 1624 e il 1633 per volere di papa Urbano VIII, doveva avere

proporzioni e caratteristiche tali da potersi inserire in modo armonico e

proporzionato sopra l'altare maggiore, nell'immenso spazio vuoto sottostante

alla cupola di Michelangelo. Volendo evitare una struttura in muratura, che

sarebbe apparsa forse troppo massiccia, l'artista è costretto a inventare una

tipologia nuova e complessa che riunisca in sé anche la suggestione di un

baldacchino in legno e tessuto. Su quattro basamenti rivestiti di marmi colorati

si ergono altrettante colonne tortili in bronzo dorato decorate con viticci, api

e putti e coronate da imponenti capitelli compositi. Sui capitelli si impostano

a loro volta quattro dadi che, come i pulvini dell'architettura bizantina,

distanziano il capitello dalla soprastante trabeazione, rendendo il tutto più

slanciato. Anche la trabeazione, concava verso l’interno, appare leggera e

preziosa, pur essendo anch'essa in fusione di bronzo dorato. Per la copertura

B S P

vennero impiegate quattro enormi volute foggiate a dorso di delfino.

ASILICA DI AN IETRO

(R , 1624)

OMA

P L M

ALAZZO UDOVISI O ONTECITORIO

(R , 1653)

OMA

Palazzo Montecitorio è un edificio storico di Roma, che si affaccia su piazza del Parlamento da un lato e su piazza Monte Citorio dall'altro, in

cui ha sede la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana. La storia del palazzo inizia nel 1653 quando Innocenzo X commissionò a Gian

Lorenzo Bernini di realizzare una residenza per la famiglia Ludovisi. Il Bernini, straordinario interprete del barocco romano, realizzò un edificio

che, sia nella struttura che nelle decorazioni, si adatta all'assetto urbanistico preesistente. La facciata del palazzo, costituita da una poligonale di

cinque partiture che segue l'andamento curvo della strada prospiciente e gli elementi di pietra appena sbozzata, dai quali fuoriescono foglie e

rametti spezzati, simulano un edificio costruito nella viva roccia. Carlo Fontana conservò la caratteristica facciata convessa aggiungendovi il

campanile a vela e modificò il progetto dell'ingresso, aggiungendo due porte al lato dell'ingresso principale. La Curia fu inaugurata nel 1696.

P S P

IAZZA AN IETRO

(R , 1657)

OMA

Commissionato nel 1657 dal papa Alessandro VII, il colonnato di Piazza San Pietro consta di 284 colonne e di 88 pilastri disposti su quattro file.

A coronamento della struttura, sorretto da enormi capitelli di ordine tuscanico, vi è una spessa architrave sormontata da cornice marmorea. La

copertura è a capanna, come nei templi classici, ma in prossimità della gronda si erge una massiccia balaustra sulla quale sono collocate, rivolte

simbolicamente verso la piazza, 162 gigantesche statue di santi. Il colonnato, la cui forma è geometricamente assimilabile a quella di un'enorme

ellisse, si congiunge alla facciata della basilica vaticana grazie a due ali laterali fra loro vistosamente divergenti. Se tali ali fossero state parallele,

infatti, esse sarebbero apparse convergenti al centro. In quest'ipotesi, pertanto, la facciata di San Pietro sarebbe sembrata prospetticamente più

lontana, quasi distaccata dal grande invaso della piazza. Grazie all'artificio delle due ali laterali divergenti, invece, il Bernini capovolge l'effetto

prospettico. In questo modo la percezione delle distanze si attenua e la facciata sembra più vicina, quasi direttamente affacciata sulla piazza.

41

C S T V

HIESA DI AN OMMASO DI ILLANOVA

(C , 1658)

ASTELGANDOLFO

E’ stata progettata da Gian Lorenzo Bernini nel 1658 su commissione di papa Alessandro VII, deve la propria importanza al vicino complesso

delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo. Il modello utilizzato è quello di una tipica chiesa cinquecentesca con pianta a croce greca ma stravolto

secondo i canoni barocchi. L'impianto planimetrico di riferimento infatti è quello della chiesa di Santa Maria delle Carceri a Prato, realizzata nel

1485 da Giuliano da Sangallo, dove tutto è armonioso e canonico secondo lo schema rinascimentale di Brunelleschi e Alberti; Bernini invece

verticalizza e dinamizza l'intero edificio conferendogli un forte slancio e un estremo dinamismo. Questo slancio verticalistico è infatti ben visibile

all'esterno nella facciata, nella cupola e nella lanterna. Altro espediente interessante utilizzato dal Bernini per rendere la struttura ancora più

dinamica è l'inserimento di paraste che fuoriescono nell'incontro tra le braccia.

S. A Q

NDREA AL UIRINALE

(R , 1658)

OMA

L'edificio, voluto dai Gesuiti e finanziato da Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X, rappresenta il momento di massima sintesi dell'esperienza

progettuale berniniana. L'artista sceglie la pianta ellittica orientando l'asse maggiore parallelamente alla facciata, a sua volta allineata alla via che

costeggia il giardino del Quirinale. Questa scelta progettuale ha per conseguenza che il visitatore, entrando all'interno, si senta proiettato in uno

spazio molto dilatato ed avvolgente. La compatta continuità della muratura perimetrale è interrotta da quattro cappelle ellittiche. Queste, introdotte

da arconi a tutto sesto serrati fra due paraste dai capitelli compositi, modulano lo spazio in base ad altrettanti effetti di maggiore o minore

illuminazione. Anche in corrispondenza dell'altare maggiore si apre una profonda cappella a pianta semiellittica. L'esterno riprende la sinuosità

dell'interno ribaltandone la curvatura in un'esedra che fa arretrare la facciata rispetto alla strada. Un pronao aggettante, infine, sorretto da due

slanciate colonne in travertino con capitelli ionici, ripropone la soluzione che Pietro da Cortona aveva già adottato pochi anni prima in Santa Maria

della Pace. ’A

C S. M

HIESA DI ARIA DELL SSUNZIONE

(A , 1663)

RICCIA

L'attuale edificio con prospetto principale sulla monumentale piazza di Corte è stato costruito tra il 1663 ed il 1665 per interessamento della

famiglia Chigi su progetto di Gian Lorenzo Bernini. La chiesa ariccina, come la collegiata pontificia di San Tommaso da Villanova a Castel

Gandolfo o la chiesa di Sant'Andrea al Quirinale a Roma, è un'opera che appartiene alla maturità berniniana, quando aveva iniziato a privilegiare

la pianta centrale: nel caso della collegiata di Ariccia, il Bernini preferì utilizzare una pianta centrale circolare sormontata da una semisfera,

schiacciando il tutto verso il basso ma estendendo il complesso longitudinalmente all'esterno, grazie ai due casini porticati laterali che

fiancheggiano il portico della chiesa; nel caso dell'altro importante monumento berniniano ai Castelli Romani, la collegiata di Castel Gandolfo,

preferì adottare una pianta centrale a croce greca che si estendeva maggiormente verso l'alto grazie ad una cupola più slanciata. 42

P C O

ALAZZO HIGI DESCALCHI

(R , 1665)

OMA

L'edificio originario, rimaneggiato da Carlo Maderno, apparteneva alla famiglia Colonna, che nel 1622 lo vendette ai Ludovisi, per poi

riacquistarlo pochi anni dopo. Nel 1661 il palazzo, ceduto in usufrutto al cardinale Flavio Chigi, fu oggetto di una significativa trasformazione ad

opera di Gian Lorenzo Bernini (1665 circa). Nel 1745 l'immobile passò al principe Baldassare Odescalchi e quindi fu ampliato da Nicola Salvi

e Luigi Vanvitelli. Particolarmente significativa è la parte originaria del palazzo, la cui facciata fu ideata dal Bernini. Infatti, tale facciata

seicentesca può essere considerata un vero e proprio modello per i prospetti dei palazzi barocchi italiani ed europei. Bernini, infatti, la ripropose

anche in un suo progetto per la facciata del Louvre, poi non realizzata. Tale progetto fu poi alla base di importanti realizzazioni come il Palazzo

Reale di Stoccolma disegnato da Nicodemus Tessin il Giovane, che studiò proprio presso lo studio del Bernini. Prima dei successivi ampliamenti,

essa presentava un risalto nella parte centrale, definito mediante lesene giganti e coronato da una balaustra alla sommità. Tale risalto fu celato nel

corso del Settecento, quando la facciata fu raddoppiata, riprendendo però lo stile del disegno berniniano. Essa risulta aperta da due portali, dai

quali si accede al cortile porticato realizzato da Carlo Maderno, ornato con numerose statue. Decisamente eclettica la facciata su via del Corso,

edificata in stile neorinascimentale sul modello dei palazzi fiorentini del XV secolo.

- F B

RANCESCO ORROMINI

(1599-1667)

Francesco Borromini nacque a Bissone sul lago di Lugano nel 1599 Visse un primo periodo a Milano dove ebbe modo di conoscere le opere di

Bramante. Trasferitosi a Roma lavorò alle dipendenze di Maderno e successivamente con Bernini, al quale fu molto ostile per il diverso modo di

concepire l'architettura. Nell'urbe apprezzò molto le architetture di Michelangelo. Egli però solo come architetto, contrariamente a Bernini, come

se si volesse liberare dal costume rinascimentale secondo il quale l'artista doveva essere esperto nel maggior numero possibile di discipline. A

partire dal 1634 l'artista divenne architetto indipendente. Nell'esercitazione della professione il Borromini produsse una gran mole di disegni dei

quali fu gelosissimo. Morì suicida a Roma, dopo una notte di sofferenze, il 3 agosto 1667.

C S. I S

HIESA DI VO ALLA APIENZA

(R , 1632)

OMA

Sant’Ivo alla Sapienza è stata progettata a partire del 1632-1633 e realizzata fra il 1642 e il 1660. Qui Borromini dovette innanzitutto misurarsi

con un preesistente cortile. La pianta si costituisce di tre ampie absidi lobate alternate a tre nicchie introdotte da pareti convergenti aventi il fondo

convesso. In tal modo Borromini abbandona la regola rinascimentale delle proporzioni, per proporre una preziosa e rigorosa progettazione per

schemi geometrici. Contrariamente a quanto era avvenuto nella chiesa di San Carlino, qui la forma della pianta prosegue in alzato senza variazioni

per culminare nella cupola la cui struttura ripete spigoli, rientranze e sporgenze della pianta. Queste si annullano soltanto nella lanterna, le cui

facce sono tutte convesse. Alla stessa logica compositiva risponde l'esterno, specie nel tiburio che nasconde la cupola e nelle gradinate che ne

costituiscono le nervature scoperte. Dei contrafforti radiali stringono la cupola e vanno a sorreggere la lanterna. Il fastigio della lanterna è un'elica

scultorea che si conclude in una corona fiammeggiante. L'elica che via via si restringe procedendo verso l'alto, imprime all'edificio un senso di

movimento rotatorio sempre più accelerato. Infine la fabbrica si accende nella corona sulla quale la palla e la croce, sostenute da quasi immateriali

archetti di metallo, sembrano librarsi. 43

C S. C

OMPLESSO DI ARLO ALLE QUATTRO FONTANE

(R , 1634)

OMA

Tra il 1634 e il 1641 Borromini costruisce per i Padri Trinitari Scalzi l'ala del dormitorio, il chiostro e la chiesa di San Carlo alle Quattro

fontane. Il piccolo chiostro ha pianta pressoché rettangolare e si compone in alzato, di un doppio ordine di colonne. Gli angoli del rettangolo

smussati, ospitano coppie di colonne sulle quali vi sono porzioni di muro convesse. La pianta si trasforma dunque in un ottagono con quattro lati

curvi. La chiesa ha una pianta che si basa su una base ellittica, è un succedersi di rientranze e di sporgenze. L'andamento sinuoso del perimetro,

ulteriormente animato dalla presenza di colonne addossate alle murature, si legge ancora, continuo e limpido, nell'alta cornice. Quattro arconi,

infine, riconducono la struttura alla perfetta imposta ovale della cupola. Nel complesso disegno del cassettonato che la decora, croci, esagoni ed

ottagoni si fondono mirabilmente. La facciata fu progettata attorno al 1634, ma la costruzione iniziò nel 1665 e l'ultimazione dei lavori si ebbe

soltanto dopo la morte del Borromini, nel 1677. La grande invenzione della facciata consiste nella pianta. In essa una curva continua presenta

concavità agli estremi ed una convessità al centro ed è contenuta e organizzata architettonicamente, in alzato, tramite quattro colonne. Queste

sostengono una trabeazione che, al pari della struttura muraria, pur forata da finestre ovali, nicchie e portale, si modella sula sinusoide. L'ordine

superiore, infine, presenta tre concavità, un coronamento a balaustra e un grande medaglione centrale sorretto da angeli.

O S. F N C S. M V

RATORIO DI ILIPPO ERI PRESSO LA HIESA DI ARIA IN ALLICELLA

(R , 1636)

OMA lavorò come architetto dell’Ordine a partire dal 1636-7 occupandosi non solo dell’oratorio a fianco della chiesa, ma anche dell’intero

Borromini

complesso, adattando i progetti fatti dagli architetti precedenti come Arconio e soprattutto Maruscelli. La sua grandezza sta proprio nel riuscire a

connettere tutti gli spazi, già improntati precedentemente, in un unico complesso armonico. L’oratorio doveva a vere la funzione di accogliere le

persone in un abbraccio ovale, che tendeva ad innalzarsi verso l’affresco centrale sulla volta. La facciata dell’Oratorio doveva essere subordinata

nei materiali, nelle decorazioni e nelle dimensioni alla chiesa. Ha un corpo centrale curvilineo posto “ad abbraccio” verso la piazza, due ordini

caratterizzati da cinque interassi e infine un coronamento mistilineo. Il cortile interno aveva un impianto asimmetrico che Borromini cercò di

risolvere ponendo finte bucature alle finestre, creando così un effetto teatrale con un lato che faceva da “platea” e uno da “scena”.

C P F P S

OLLEGIO DI ROPAGANDA IDE A IAZZA DI PAGNA

(R , 1644)

OMA

L’edificio fu la prima sede del Pontificio Collegio Urbano per l'istruzione dei missionari cattolici e sin dall’inizio servì anche come sede della

Sacra Congregazione per la Propagazione della Fede (Propaganda Fide), fondata nel 1622 con la Bolla Inscrutabili divinae di Papa Gregorio XV.

Il primo architetto incaricato dei lavori fu Gianlorenzo Bernini, che fu sostituito nel 1644 da Francesco Borromini, preferito dal committente, papa

Innocenzo X. La facciata del Borromini è organizzata intorno a potenti paraste tra le quali le finestre delle ali laterali sono concave mentre quella

centrale è convessa. Un cornicione su mensole separa il piano nobile dall’attico. La sua porzione centrale è stavolta concava. Per questo continuo

movimento della facciata, il palazzo è considerato uno dei più interessanti esempi dell’architettura barocca di Roma. 44

F S. G L

ACCIATA DI IOVANNI IN ATERANO

(R , 1646)

OMA

L'incarico gli venne da papa Innocenzo X Pamphili nel 1646 in concomitanza con i preparativi per il giubileo del 1650. Borromini conciliò le

esigenze statiche con quelle di conservare l'antica basilica, secondo il desiderio del pontefice. L'architetto trattò il venerando edificio come una

reliquia racchiudendola in un prezioso reliquiario in muratura. Né rinforzò le strutture inglobandole nelle nuove ma rendendole visibili a tratti.

C S. A A

HIESA DI GNESE IN GONE

(R , 1653)

OMA

Nel 1653 il pontefice sollevò i Rainaldi dall’incarico dei lavori, già in avanzata fase di esecuzione, affidandoli a Borromini, il quale progettò

l’eliminazione del vestibolo e la costruzione ai lati della facciata di due bassi campanili tali da non ostacolare la vista della cupola, sostenuta da un

alto tamburo, culminante con una lanterna contornata da sedici colonne. Alla morte del Pontefice (7 gennaio 1655), il suo successore Alessandro

VII costituì una commissione che indagasse sugli eventuali errori del Borromini. I rapporti tra il Borromini e la committenza divennero sempre

più difficili fino all’abbandono dei lavori da parte dell’architetto. La facciata della chiesa, caratterizzata dal suo arretramento nella parte centrale

e dalle parti laterali curve, è in mezzo ai due campanili, entrambi culminanti con una copertura conica recante delle croci. Nella facciata, priva di

decorazioni all'infuori delle ghirlande fra le lesene, si aprono tre portali, con il centrale più grande rispetto agli altri.

- P C

IETRO DA ORTONA

(1597-1669)

Pietro da Cortona nacque nel 1597 a Cortona, lavorò sia come pittore che come architetto. In Particolare sul piano della progettazione

architettonica Pietro da Cortona sviluppa un'interpretazione dello spazio assolutamente personale. Pur partendo dalla costante e libera riproduzione

degli ordini classici infatti, egli attinge anche alle esperienze bramantesche e palladiane, modellando plasticamente i propri edifici in modo

fantasiosamente scenografico. Muore nel 1669.

V S

ILLA ACCHETTI AL VIGNETO

(R , 1630)

OMA

Venne costruita, su commissione del cardinale Giulio Cesare Sacchetti, una magnifica villa di campagna su progetto di Pietro da Cortona. La

villa non è più esistente, né si sono salvati i disegni originali. Possiamo giudicare l'opera solo dai numerosi disegni, incisioni e descrizioni dei

contemporanei. Oggi i ruderi sono ancora ben visibili, parte interrati e parte ricoperti da una folta vegetazione spontanea. Si nota chiaramente che

la villa è situata su di un declivio. Dall'opera architettonica di Pietro da Cortona rimangono i resti del capo centrale del fabbricato, dove è ben

visibile la base del ninfeo e nella parte più bassa, si notano i ruderi della fontana a forma di grotta) ingabbiata tra radici; rovi e arbusti spontanei.

C SS. L M

HIESA DEI UCA E ARTINA

(R , 1635)

OMA

La chiesa dei SS. Luca e Martina è uno dei primi e più compiuti esempi del barocco romano. La costruzione sorge ai piedi del Campidoglio.

Essa venne affidata al già famoso Pietro dall'inizio del 1635 fino alla definitiva conclusione, intorno al 1668, quando -ormai anziano- ottenne

45

anche il privilegio di potervi essere sepolto. La facciata, leggermente convessa, considerata il vero capolavoro di Pietro da Cortona, si presenta

divisa in due ordini, incorniciata fra coppie di lesene e ravvivata da eleganti coppie di colonne e di lesene minori. L'ordine inferiore presenta un

bel portale sormontato da un timpano curvilineo, mentre quello superiore una finestra con timpano triangolare e simboli araldici ai lati. Su un breve

timpano curvilineo sono posti due angeli che reggono lo stemma barberiniano del pontefice. Quindi su tutto si erge una poderosa cupola, realizzata

nel 1664, poggiante su un tamburo circolare diviso da paraste in otto sezioni, con finestre a timpano triangolare e belle cornici, sulle quali è posta

l'ape, simbolo araldico dei Barberini. La stessa scansione si ripete nella calotta, caratterizzata da una serie di timpani semicircolari, sormontati da

volute. Il tutto è coronato da una lanterna composta da due ordini: in quello inferiore si aprono una serie di finestrelle rettangolari inquadrate da

ricche volute aggettanti, mentre in quello superiore, leggermente arretrato, si ripetono lo stesso numero di finestrelle che sono però ad arco e

comprese tra due piccole paraste.

P C S. M P

ROSPETTO DELLA HIESA DI ARIA DELLA ACE

(R , 1656)

OMA

I progetti per la chiesa di Santa Maria della Pace vennero realizzati fra il 1656 e il 1658 per il papa Alessandro VII Chigi, uno dei massimi

artefici del rinnovamento urbanistico romano del Seicento. Secondo il progetto iniziale la pianta di questo corpo aggettante, evidentemente ispirata

al bramantesco San Pietro in Montorio e, forse, anche con un colto riferimento alle terme di Diocleziano, doveva essere semicircolare. In seguito

Pietro l'ha resa semiellittica, al fine di meglio inserirla nel piccolo e armonioso invaso della piazza. In tal modo, quasi trattenuta fra le retrostanti

quinte delle ali laterali, la facciata sembra irrompere nello spazio antistante, come se una forza misteriosa la gonfiasse da dietro, conferendole una

volumetria autonoma e agitandone la superficie in un modo fino ad allora sconosciuto.

C S. M L

HIESA DI ARIA IN VIA ATA

(R , 1658)

OMA

La struttura superiore della chiesa fu aggiunta nel IX secolo. In occasione del suo rifacimento intorno al 1491 ad opera di Innocenzo VIII Cybo,

che per memoria murò il proprio stemma nel fianco destro della chiesa, sulla via Lata, vennero rimossi i resti dell'Arco Nuovo eretto da Diocleziano

nel 303-304. La chiesa, che per la sua posizione era molto afflitta dalle frequenti inondazioni del Tevere, fu poi demolita e ricostruita nel 1639 da

Cosimo Fanzago; la facciata, con colonne corinzie che danno una forte spinta verticale, fu completata nel 1658-1660 su disegno di Pietro da

Cortona, che riecheggia un arco trionfale. 46

‘600

L I

E CORRENTI ARCHITETTONICHE DEL IN TALIA

R : C R , M L , V G ,

OMA ARLO AINALDI ARTINO ONGHI IL GIOVANE INCENZO DELLA RECA

A G G A R

NTONIO DEL RANDE E IOVANNI NTONIO DE OSSI

(XVII SECOLO)

- C R

ARLO AINALDI

(1611-1691)

Carlo Rainaldi nacque a Roma 4 maggio 1611. Collaborò con suo padre Girolamo Rainaldi a Roma. Dopo la morte di suo padre nel 1655, realizzò

le sue opere migliori, concentrate quasi esclusivamente nell’ambiente Romano. Il suo capolavoro è probabilmente la suddetta chiesa di Santa

Maria in Campitelli, caratterizzata da una pianta longitudinale la cui spazialità è però contraddetta da due assialità trasversali, e il cui alzato è

scandito da una serie di monumentali colonne libere ispirate all'architettura di Andrea Palladio. Nel 1660 aveva mandato disegni a Luigi XIV, in

un concorso che aveva visto impegnati anche Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona, per il nuovo palazzo reale del Louvre. Tutte queste opere

fecero di Carlo Rainaldi una delle più importanti figure dell’architettura romana del XVII secolo. Morì a Roma l’8 febbraio 1691.

S M C

ANTA ARIA IN AMPITELLI

(R , 1656)

OMA

Di antichissima origine, Santa Maria in Campitelli fu ricostruita nel XVII secolo dall'architetto Carlo Rainaldi su commissione di papa

Alessandro VII, che volle celebrare la fine di una pestilenza costruendo una degna sede per un'icona mariana ritenuta miracolosa. La chiesa riunì

infatti due titoli, Santa Maria in Campitelli, qui collocata dall'alto medioevo, e Santa Maria in Portico, dove era conservata l'immagine miracolosa.

L'edificio fu terminato nel 1667, privo delle statue pensate nel progetto originario della facciata. L'interno è a pianta longitudinale. La spazialità

tipica delle chiese della controriforma è però contraddetta da due assialità trasversali; il progetto iniziale prevedeva una navata di forma ellittica,

disposta in senso longitudinale e conclusa da un secondo spazio a pianta circolare. L'alzato è scandito da una serie di monumentali colonne libere

ispirate all'architettura di Andrea Palladio, inusuali nel Barocco romano. Il progetto Negli altari sono collocate tele di Luca Giordano, Sebastiano

Conca e del Baciccia. Da ricordare anche il sepolcro del cardinale Bartolomeo Pacca. Nella piazza antistante è collocata una fontana di Giacomo

della Porta, che nel progetto urbanistico di Alessandro VII avrebbe dovuto essere accompagnata da una seconda, non eseguita, in posizione

simmetrica. La chiesa si affaccia sulla piazza omonima. Appartenente originariamente al rione Campitelli, l'edificio venne attribuito al rione

Sant'Angelo quando i confini di quest'ultimo vennero estesi intorno alla metà del novecento.

- M L

ARTINO ONGHI IL GIOVANE

(1602-1660) nacque a Roma l’8 marzo 1602. Appartenente

Martino Longhi il Giovane ad una dinastia di architetti proveniente da Viggiù, in Lombardia, è

considerato uno degli architetti più originali del barocco romano, in grado di reggere il confronto con i grandi Gian Lorenzo Bernini, Francesco

Borromini e Pietro da Cortona. La sua opera più celebre è però la facciata della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio (1646-1650) nella piazza

della Fontana di Trevi, anch'essa caratterizzata dalla sovrabbondanza di colonne in travertino che si addensano in corrispondenza dell'asse centrale

e dalla presenza di numerose statue, erme, stemmi e rilievi. Committente della facciata fu il cardinale Giulio Mazarino, che qui era stato battezzato.

Morì a Viggiù il 15 dicembre 1660.

- V G

INCENZO DELLA RECA

(1592-1661)

Vincenzo della Greca nacque a Palermo nel 1592. Il Della Greca progettò la parte superiore e la facciata in travertino della chiesa dei Santi

Domenico e Sisto a Roma, lasciata incompiuta da Nicola Torriani e la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Marino, anche se il progetto originale

era molto più ricco di quello realizzato attualmente. Proprio a Marino fu fra i costruttori della basilica collegiata di San Barnaba, commissionata

dalla famiglia Colonna all'architetto Antonio Del Grande. Fu fratello di Felice della Greca (1626-1667), architetto e trattatista che operò a Roma

nella chiesa dei Santi Domenico e Sisto e, su commissione dei Chigi, al Palazzo Chigi di Roma e alla fontana di piazza Colonna. Morì a Roma nel

1661. 47

- A G

NTONIO DEL RANDE

(1625-1671)

Antonio del Grande nacque a Roma nel 1625. Esercitò a Roma e dintorni a cavallo della metà del Seicento, progettando per il cardinale Girolamo

Colonna la Basilica di San Barnaba a Marino e la Collegiata di Rocca di Papa. Progettò inoltre, su commissione di Papa Innocenzo X, le Carceri

Nuove in Roma, considerato primo esempio di carcere moderno. Morì a Roma nel 1671.

- G A R

IOVANNI NTONIO DE OSSI

(1616-1695)

Giovanni Antonio de’ Rossi nacque a Roma l’8 gennaio 1616. Figlio di uno scalpellino, studiò presso il Collegio Romano, e fu ammesso nella

bottega dell’architetto Francesco Peparelli, ove si perfezionò in architettura collaborando nella progettazione ed realizzazione di importanti edifici.

Nel 1636 divenne membro dell’Accademia di S. Luca. Ricoprì nel tempo anche cariche pubbliche, quali Architetto degli Ospedali di S. Rocco e

del SS. Salvatore (1647), Misuratore della Camera Apostolica (1644 - 1655, con Carlo Rainaldi) e Sovrintendente dei Palazzi Pontifici (1671,

collaborazione con G.L. Bernini). La vastità dei suoi incarichi ed il loro protrarsi nel tempo lo portarono a servirsi di collaboratori per controllare

i diversi cantieri che doveva dirigere contemporaneamente ed a collaborare, a sua volta, con altri famosi artisti. La collaborazione con il Rainaldi

fu relativa a lavori nel Vaticano ed in Castel Sant'Angelo quindi al restauro delle Mura di Roma da Porta Portese a Porta San Pancrazio, con il

Bernini curò restauri e manutenzione nei Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, come anche della Basilica di San Giovanni in Laterano. La sua

ultima nomina fu nel 1695 in una commissione con gli architetti Carlo Fontana e Mattia De Rossi per giudicare i progetti di una cappella nella

Chiesa del Gesù. Morì a Roma il 9 ottobre 1695.

L’ R : V , F N

ARCHITETTURA FUORI OMA ENEZIA IRENZE E APOLI

(XVII SECOLO)

- B L

ALDASSARE ONGHENA

(1598-1682)

Nato a Venezia nel 1598, fu allievo di Vincenzo Scamozzi assimilando, in tal modo, l'insegnamento del Palladio e ricevendo un'educazione

fortemente fortemente. Nella pratica cantieristica si mostrò degno erede della tradizione artigiana paterna. il padre era, infatti, un umile ma

esperto scalpellino. Baldassarre si spense a Venezia nel 1682.

C S. M S

HIESA DI ARIA DELLA ALUTE

(V , 1656)

ENEZIA

Commissionatagli dalla Repubblica di Venezia nel 1631, la chiesa di Santa Maria della Salute sorge nei pressi della Punta della Dogana. In piata

l'edificio appare costituito da tre ambienti disposti lungo un asse longitudinale. Un corpo principale accentrato, a pianta ottagonale, circondato da

cappelle, segue un presbiterio con due absidi e infine un coro rettangolare. In alzato il vano ottagonale e il presbiterio mostrano la copertura a

costituita da una doppia calotta di cui quella esterna sorretta da un orditura in legno. L’interno è un ambiente

cupola tipicamente veneziana,

avvolgente, circondato da un ambulacro e dominato dalla cupola. I pilastroni angolari che sorreggono la cupola accolgono delle semicolonne

composite sormontate da trabeazione. Su tali pilastri poggia il tamburo forato da coppie di finestre centinate. La sobrietà dell'interno si contrappone

allo spirito barocco che s rivela all'esterno soprattutto nei fantasiosi e scultorei contrafforti a voluta che convergono negli spigoli del tamburo

ottagonale. Se pure la pianta accentrata lascia pensare che il Longhena abbia tenuto presenti gli edifici paleocristiani, tuttavia l'organizzazione

degli spazi, le cupole, le finestre a mezzaluna e il portale, che ripropone il tema dell'arco trionfale, sono intelligenti meditazioni sugli schemi

palladiani.

- G P F S

HERARDO E IER RANCESCO ILVANI

(1579-1675; 1520-1685)

Gherardo Silvani fu tra i più importanti e attivi artisti del Seicento dell'area fiorentina. Nacque a Firenze nel 1579. Diffuse il suo stile che si

ispirava saldamente al manierismo toscano (Bernardo Buontalenti, Bartolomeo Ammannati...) rifiutando le estrosità forse troppo appariscenti del

barocco romano: è anche dovuto alla sua opera che a Firenze e nei dintorni non attecchì mai una barocco vero e proprio, favorendo uno stile più

sobrio. Divenne architetto di corte con il figlio Pierfrancesco e le sue opere sono molteplici e testimoniano il favore che il suo lavoro ebbe presso

la committenza: Palazzo Corsini al Prato, Palazzo Capponi-Covoni, Palazzo Fenzi, Palazzo Pallavicini, Palazzo di San Clemente. Tra le architetture

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religiose progettò il baldacchino della Basilica di Santo Spirito, la ristrutturazione di San Frediano, San Simone, Sant'Agostino e Santa Maria

Maggiore, soprintese ai lavori nella chiesa di San Gaetano, creò il portico di Santa Margherita, ecc. Fu anche un apprezzato progettista di giardini

e fu chiamato a disegnare diverse ville nei dintorni di Firenze. Lavorò anche a Prato, Pistoia, Volterra e a Vallombrosa. Morì quasi centenario,

1675 a Firenze e fu attivo fino alla vecchiaia. Pier Francesco Silvani nacque a Firenze nel 1520. Figlio di Gherardo Silvani, fu uno dei più attivi

artefici del sobrio barocco toscano. Tra i suoi lavori principali vi furono a Firenze la chiesa di San Gaetano, col padre, la ristrutturazione di San

Marco, la scalinata ellittica del palazzo Corsini al Parione. A Pisa disegnò la navata e l'altare principale della chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri.

Morì a Firenze 1625.

- C F

OSIMO ANZAGO

(1598-1580)

Nel corso del seicento lo scultore e architetto bergamasco Cosimo Fanzago fece del Sud Italia la sua patria, trasformando enormemente, con le

sue opere, l'aspetto di quei fertili e assolati territori. Si sa che il Barocco fu per Napoli una delle più grandi stagioni artistiche vissute dalla città.

Qui, all’ombra del Vesuvio, giunsero infatti precocemente, da Roma, tutte le correnti più à la page del tempo e, in breve, nuovi stili e nuove correnti

sorsero sulla scia dei grandi movimenti del secolo. Nel produttivo e innovativo ambiente napoletano, trovarono quindi spazio numerosi artisti che,

in un modo o nell’altro, segnarono per sempre le sorti artistiche della Capitale e di tutto il Regno meridionale. Già crocevia di nuove tendenze e

centro artistico di fama nazionale ed internazionale, Napoli attirò infatti, all’epoca, moltissimi artisti che, spinti dalle possibilità di lavoro e di

successo, trovarono nella città partenopea stabile sistemazione. Uno di questi, fu proprio il lombardo Fanzago. Nato a Clusone, nel bergamasco,

nel 1591, l’artista si trasferì giovanissimo, alla morte del padre, nei primi del Seicento, presso lo zio paterno, allora impiegato nell’amministrazione

pubblica del Vicereame spagnolo a Napoli. È qui, dunque, che il Fanzago ebbe modo di mostrare la sua abilità di scultore, un’attività i cui rudimenti

la prima metà del secolo, l’artista si specializzò quindi nella decorazione degli interni,

aveva già appreso da bambino in Lombardia. Lungo tutta

staccandosi dal manierismo dei suoi esordi e maturando gradualmente tratti decisamente più barocchi. Affermatosi come architetto e scultore, per

il suo talento e il suo stile moderno, il Fanzago fu chiamato ad erigere, trasformare o decorare molti importanti luoghi di culto e palazzi a Napoli

e in tutta l’Italia meridionale. Implicato nelle vicende rivoluzionarie del 1647, fu costretto a fuggire dalla città e a rifugiarsi per alcuni anni a Roma.

Anche nell’Urbe, l’ormai noto artista lombardo ricevette perciò importanti commissioni, come i restauri delle chiese di San Lorenzo in Lucina e

della chiesa di Sant’Agnese in Agone, che diverrà poi

Santa Maria in Via Lata. Ebbe persino modo di partecipare al concorso per la costruzione

uno dei più rinomati lavori di Francesco Borromini, il quale si ispirò molto proprio al progetto del Fanzago. Tornato a Napoli, fu coinvolto in altri

numerosi lavori architettonici e decorativi, che lo occuparono fino alla morte, che lo colse il 13 febbraio 1678. Cosimo Fanzago resta per questo

uno dei giganti del Barocco italiano e soprattutto del Barocco partenopeo e meridionale. Sono infatti sue opere moltissime note costruzioni del

Sud Italia. Si ricordano, ad esempio, a Napoli: le chiese di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone e Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta; la Guglia

di San Gennaro e la Fontana del Sebeto; la cancellata della Cappella del Tesoro, nel Duomo; Palazzo Zavallos e Palazzo Carafa di Maddaloni; e

l’incompiuto Palazzo Donn’Anna (foto), a Posillipo, uno dei più celebri e affascinanti luoghi della città. Mentre sono da menzionare, nel resto del

Meridione: la cattedrale di Sant’Agata a Gallipoli, la chiesa di San Giuseppe a Pontecorvo e l’imponente Torre dell’Orologio, ad Avellino, oggi

simbolo della città irpina.

L C S M

A ERTOSA DI AN ARTINO

(N , 1623)

APOLI

Il 6 settembre 1623 inizia la collaborazione con il cantiere di San Martino dell'architetto Cosimo Fanzago, che, tra alterne vicende, durerà fino

al 1656. Pur rispettando l'originaria impostazione di stile rinascimentale toscano di Dosio, Fanzago connoterà con il segno inconfondibile della

prepotente personalità ogni luogo del monastero. Il primo contratto stipulato con i certosini incarica Fanzago del completamento del Chiostro

Grande che, ad eccezione del cimitero e del pavimento, viene ultimato nel 1631. Cosimo diviene ben presto responsabile dell'intero cantiere e

decide di mantenere i contratti con gli stessi pittori, scultori e artigiani già collaboratori di Dosio e di Conforto: sostanzialmente prosegue, sia pure

imponendo la propria cifra artistica, il progetto di ampliamento del monastero e di ammodernamento degli spazi monumentali. Interviene infatti

nella chiesa, negli ambienti annessi e negli appartamenti del Priore e del Vicario, avviando una serie di opere rimaste incompiute e spesso

riutilizzate altrove. L'opera di Fanzago si caratterizza per una straordinaria attività decorativa. La carenza, infatti, di marmi a Napoli comportava

la necessità di importare marmi antichi di scavo da Roma, bianchi da Carrara, bardigli e broccatelli dalla Spagna, neri dal Belgio, breccia dalla

Francia e infinite altre qualità per comporre il caleidoscopico universo vegetale riprodotto con la raffinata tecnica del commesso marmoreo. Un

mondo figurativo tipicamente napoletano che deriva, tuttavia, da esperienze di matrice toscana e riceve nuova linfa e originalità dal genio di

Fanzago. Cosimo trasforma le tradizionali decorazioni geometriche in apparati composti da fogliami, frutti, volute stilizzate, cui gli effetti cromatici

e volumetrici, conferiscono un carattere di realismo e sensualità eccezionali. San Martino diviene così, negli anni '20 e '30 del Seicento, un luogo

di eccellenza della sperimentazione dell'ornato dell'epoca. Tutta la decorazione della chiesa ne è un esempio, con gli splendidi rosoni di bardiglio

che ornano i pilastri della navata, tutti diversi tra loro o gli intarsi marmorei delle lesene e i putti in chiave degli arconi delle cappelle. 49

C S. M E

HIESA DI ARIA GIZIACA

(N , 1650)

APOLI

La chiesa di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone è una delle chiese basilicali di Napoli Il progetto originario si deve a Cosimo Fanzago, ma

l'attuale aspetto è il risultato di numerosi diversi interventi. Nel 1665 la direzione dei lavori venne assunta da Francesco Antonio Picchiatti, che

concepì la parte esterna, Antonio Galluccio e, dal 1691 al 1716, Arcangelo Guglielmelli. Questi diversi architetti mutarono buona parte del progetto

fanzaghiano. Il tempio è preceduto da una scenografica scala, progettata ed edificata, insieme alla cupola, da Guglielmelli; architettonicamente,

interessante è la facciata convessa. Essa mostra infatti una doppia sagoma curvilinea caratterizzante l'ingresso e l'atrio (come avvenne già in Santa

Teresa a Chiaia); è articolata in due ordini sulla quale ci sono grandi finestre e anfore decorative sul marcapiano del livello superiore. La chiesa,

anche se un frutto di rifacimento iniziato nel 1655, fu realizzata sulla base di un progetto precedente al soggiorno romano dell'architetto (avvenuto

tra il 1647 e il 1651); ciò significa che la pianta della chiesa, frutto della combinazione di due croci greche ruotate tra loro, è una delle prime

applicazioni dell'architettura barocca. Infatti, il Fanzago, oltre a restaurare la Basilica di San Lorenzo in Lucina e la Basilica di Santa Maria in Via

Lata, partecipò al concorso della chiesa di Sant'Agnese in Agone, presentando un progetto simile a quello della chiesa in questione, idea che

influenzò con molta probabilità Girolamo Rainaldi; in quel periodo, entrambi i progettisti si frequentavano ed il Fanzago aveva molta stima di

questi. Ricordiamo, inoltre, che questa chiesa basilicale, appartiene a quel compatto gruppo di chiese napoletane che si sono "ribellate" alla

tradizione cittadina, di voler edifici di culto con interni voluminosi, eccessivi nelle decorazioni o nei particolari architettonici; per questo motivo

l'interno si presenta per lo più abbellito da una semplice decorazione a stucco e dal pregevole pavimento in maiolica del 1717. Da segnalare il

pregevole altare in marmi policromi. Sulla balaustra sono riportati 6 stemmi, in intarsi di marmi colorati, raffiguranti i blasoni di 6 famiglie nobili

napoletane, le quali probabilmente contribuirono al finanziamento della sistemazione della chiesa basilicale. In ordine, dalla sinistra alla destra di

chi osserva l’altare: Confalone, Milano, Rocco di Torrepadula, Caracciolo, d’Aquino e Rizzo. La chiesa ospita varie opere d'arte; ad esempio, sugli

altari delle grandi cappelle laterali vi sono due dipinti di Paolo De Matteis, raffiguranti la Vergine e Santi. L'altare maggiore, creato nel 1738 da

Giuseppe Bastelli, espone una tela con la Vergine, Santa Maria Egiziaca e Sant'Agostino, opera di Onofrio Palumbo. Notevoli sono anche le tre

statue lignee settecentesche di Nicola Fumo, raffiguranti l'Angelo Custode, l'Immacolata Concezione e San Michele Arcangelo. La chiesa possiede

anche un cortile e due chiostri monumentali. 50

‘700

L I

E CORRENTI ARCHITETTONICHE DELLA PRIMA METÀ DEL IN TALIA

C ,

LASSICISMO NEOBORRONIMISMO E ROCOCÒ

(XVIII SECOLO)

Il Neoclassicismo settecentesco fu essenzialmente una reazione al Rococò. Origine del Neoclassicismo dipese dall'attività antiquaria e dall'inizio

degli scavi archeologici di Ercolano e Pompei (1719 e 1738), oltre alla pubblicazione di importanti opere letterarie come la Storia dell'arte antica

di Winckelmann, che introdussero quell'ideale di "quieta semplicità e nobile grandezza" in antitesi agli sfarzi del Barocco e del Rococò, considerati,

da alcuni critici del periodo, bugiarde espressioni dell'irrazionale e dell'ingannevole. Non secondaria fu la diffusione di pubblicazioni che

contenevano riproduzioni raffiguranti le antichità greche e romane. In questo contesto, gran parte della critica è solita attribuire all'ambiente romano

un ruolo di primo piano nella definizione dei nuovi gusti architettonici. Secondo lo storico David Watkin il linguaggio del Neoclassicismo

internazionale fu fondato a Roma intorno al 1740 dai pensionnaires francesi dell'Accademia di Francia, che, rifiutando gli esuberanti ornamenti

dell'architettura tardobarocca, si dedicarono alla progettazione di vasti edifici pubblici, ispirati a quelli dell'antica Roma. Per quanto concerne il

codice-stile, la maggiore differenza che si coglie al passaggio tra il Rococò e il Neoclassicismo risiede nella forte prevalenza del "lineare" rispetto

al "pittorico", intesa come il dominio della ragione sul sentimento: "quanto più una linea racchiudeva pochi corpi semplici, disposti frontalmente

neoclassico, poteva esaltare la funzione”. Il carattere lineare divenne espressione di una

come in un ideale bassorilievo, tanto più essa, per l'artista

intenzionalità progettuale propria di tutta l'architettura neoclassica. In particolare, il principio di corrispondenza tra forma e funzione statica portò

al calcolo scrupoloso degli sforzi e delle resistenze dei materiali, rivalutando, sul piano estetico, la ricerca scientifica degli ingegneri. L'uso degli

ordini e di timpani, la simmetria di prospetti e piante, la corrispondenza tra interni ed esterni e il ricorso a volumi chiari e ben definiti nella

definizione dei vari corpi di fabbrica, divennero elementi caratterizzanti della composizione architettonica. Gli ideali di purezza formale maturati

nell'età neoclassica portarono ad un'estrema autonomia dell'impianto architettonico dalle altri componenti (pittura e scultura). Le fastose

decorazioni pittoriche dei soffitti, che avevano raggiunto l'apice nell'epoca precedente, tramontarono definitivamente. Notevoli innovazioni furono

apportate soprattutto in urbanistica, negli interventi promossi dal Settecento all'Ottocento in Inghilterra, Francia e Russia, con la formazione di

ambienti e complessi urbanistici formati dall'aggregazione di singole unità edilizie. In ogni caso, il maggior influsso esercitato dall'Illuminismo in

campo architettonico non è tanto riscontrabile nel linguaggio, ma nella tipologia, poiché alcune tipologie edilizie, come i teatri, le biblioteche, gli

ospedali ed altre architetture di pubblica utilità, si prestavano più di altre ai mutamenti.

D C F F F L V

A ARLO ONTANA A ERDINANDO UGA A UIGI ANVITELLI

(XVIII SECOLO)

- C F

ARLO ONTANA

(1638-1714)

Carlo Fontana nacque a Rancate il 22 aprile 1638. Trasferitosi giovanissimo a Roma, Fontana studiò inizialmente con Pietro da Cortona e Carlo

Rainaldi, per poi entrare nella cerchia di Gian Lorenzo Bernini, che fece di lui un collaboratore insostituibile per le sue conoscenze tecniche e per

l'abilità nel disegno. Architetto di buona capacità e di sicuro mestiere, Fontana divenne in seguito il genio ispiratore di tutto lo sviluppo costruttivo

della Roma tra fine del XVII e XVIII secolo, caratterizzata, più che da grandi innovazioni, da una sorta di classicheggiante eclettismo che riuniva,

stornandole dagli elementi più rivoluzionari, le maniere dei tre "grandi" del Seicento, Bernini, Borromini e Pietro da Cortona. Fontana fu anche

un ottimo promotore dei propri progetti, che presentò sempre corredati da stampe e volumi illustrativi, come il celebre e monumentale Tempio

Vaticano (1694), un compendio illustrato della storia della Basilica di San Pietro in cui era compreso il progetto per il terzo braccio a chiusura

della piazza berniniana e per l'abbattimento dell'asse di case che costituiva la "spina" del quartiere medievale di Borgo per aprire un vasto viale di

accesso alla basilica, antesignano dell'attuale, moderna Via della Conciliazione. Vanno riconosciute a Carlo Fontana anche indubbie qualità

didattiche: nella sua bottega si formarono alcuni tra i maggiori architetti dell'intero panorama del XVIII secolo, sia italiani sia europei, come

Alessandro Specchi, Nicola Michetti, Giovanni Battista Vaccarini, James Gibbs, Johann Bernhard Fischer von Erlach, Johann Lucas von

Hildebrandt, Matthäus Daniel Pöppelmann e soprattutto Filippo Juvarra. Morì il 5 febbraio 1714 a Roma.

S. M C

ARCELLO AL ORSO

(R , 1610)

OMA

L'edificio è a navata unica, con cinque cappelle per lato. La controfacciata è completamente occupata da una grande Crocifissione, verso cui

convergono le 14 scene di "Storie della Passione" affrescate nel registro superiore entro il 1613. La facciata concava, opera di stile barocco del

tardo XVII secolo, è di Carlo Fontana. 51

P R

ORTO DI IPETTA

(R , 1700)

OMA

Nel XIV secolo, nell'area antistante alla chiesa di San Rocco all'Augusteo esisteva un piccolo porto rudimentale utilizzato per lo scarico di legname,

carbone e vino. Solamente all'inizio del Settecento papa Clemente XI approvò il progetto per la realizzazione di un nuovo porto dall'aspetto

monumentale, dotato di banchine, scalinate e piazzali. Il disegno fu affidato all'architetto Alessandro Specchi, che si avvalse della collaborazione

di Carlo Fontana. L'opera, per la cui costruzione furono impiegati materiali di spoglio provenienti dal Colosseo, fu inaugurata il 16 agosto 1704.

La costruzione, significativo esempio di architettura tardobarocca, era caratterizzata da due ampie scalinate curve, che collegavano le banchine al

livello del piano stradale; al centro si apriva un emiciclo, dove era collocata una fontana per abbeverare gli animali da soma impiegati nel trasporto

delle mercanzie. Ai lati dell'emiciclo si innalzavano due colonne, le quali furono utilizzate per indicare il livello raggiunto dalle alluvioni del

Tevere. Nel tempo il porto subì un rapido degrado e, dopo l'annessione di Roma al Regno d'Italia, fu decretata la sua demolizione per permettere

la costruzione dei muraglioni lungo il Tevere.

- F F

ERDINANDO UGA

(1699-1782)

Nacque a Firenze da Giovanni Fuga e Antonia Serravalli l'11 novembre 1699. Il giorno seguente fu battezzato col nome di Ferdinando in onore

di Ferdinando de' Medici, Gran Principe di Toscana, il quale gli fece da padrino in quanto protettore del padre Giovanni. Allievo di Giovanni

Battista Foggini, Fuga si stabilì a Roma nel 1718. Nel 1751 Fuga venne chiamato a Napoli, nell'ambito del programma di rinnovamento edilizio

del nuovo re Carlo di Borbone, con l'incarico di progettare il gigantesco Real Albergo dei Poveri. In questi anni lo stile dei suoi edifici si libera

progressivamente dei dettagli decorativi tipici del barocco e si fa monumentale e severo, forse più per esigenze illuministiche di funzionalità che

per un reale accostamento al nascente neoclassico. Risale agli ultimi anni della sua vita il progetto per il restauro della Cattedrale di Palermo,

attuato interamente dopo la sua morte e in forme molto più radicali di quelle da lui pensate. Morì a Napoli il 7 febbraio 1782.

P C

ALAZZO DELLA ONSULTA

(R , 1735)

OMA

L'edificio, finito di costruire nel 1737 sotto la direzione dell'architetto Ferdinando Fuga, fu commissionato da Papa Clemente XII perché potesse

ospitare sia la sede della segreteria della Sacra Congregazione della Consulta (il Consiglio di Stato Pontificio) e della Segnatura dei Brevi, sia il

corpo dei Cavalleggeri e quello delle Corazze (poi Guardia Nobile). La pianta del palazzo, condizionata dalle caratteristiche del terreno, è a forma

trapezoidale con cortile quadrato centrale; la facciata è un’interpretazione più articolata dello schema tradizionale di palazzo romano. Questa, di

impostazione classica, è a due piani: nel primo le finestre hanno timpani triangolari e nel secondo circolari. Il portale centrale è delimitato da un

ordine di due colonne poco aggettanti, sulle quali poggia un timpano curvilineo con le statue della Giustizia e della Religione, opera dello scultore

Francesco Maini; sui due portoni laterali vi sono invece dei trofei militari, relativi al corpo dei Cavalleggeri e quello delle Corazze (poi Guardia

Nobile), opera dello scultore Filippo Valle. Nei sette piani indipendenti dell'edificio, il Fuga distribuì tutte le singole istituzioni a cui il palazzo era

destinato, ivi compresi gli alloggi per i militari e gli impiegati e gli appartamenti cardinalizi. Una rete di scale interne collega i vari piani, mentre

una particolare "scala a forbice", lungo la quale sono affissi grandi ritratti dei membri di Casa Savoia, dà accesso al piano nobile, caratterizzando

altresì la facciata interna del cortile.

’O

C S. M

HIESA DI ARIA DELL RAZIONE E MORTE

(R , 1737)

OMA

Questa chiesa fu eretta dalla confraternita omonima nel 1573 insieme all'oratorio annesso. Poiché era troppo angusta, fu riedificata nel 1737 da

Ferdinando Fuga e consacrata sotto i titoli del SS. Crocifisso e della Beata Vergine da Cristoforo d'Almeida, arcivescovo di Perge, il 20 ottobre

1738. L'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte aveva come scopo quello di dare sepoltura ai morti, trovati in campagna o annegati nel Tevere,

52

senza identità o comunque che non potevano ricevere degne esequie. Oltre alla chiesa, vennero costruiti anche un oratorio e un vasto cimitero, in

parte sotterraneo ed in parte sulle rive del Tevere, cimitero che fu quasi completamente distrutto nel 1886 con la costruzione dei muraglioni del

Tevere. Acquasantiera nella cripta della chiesa. L'interno, a pianta ovale, presenta diverse opere notevoli; Ma soprattutto è da ricordare la cripta

sotterranea, un tempo cimitero della confraternita dove furono inumate dal 1552 al 1896 più di 8000 salme. Oggi si presenta come un ossario,

dove tutto (decorazioni, sculture e lampadari) è fatto con ossa e scheletri; nell'Ottocento serviva da scenografia per le sacre rappresentazioni che

si avvalevano di statue di cera a grandezza naturale.

F S. M M

ACCIATA DI ARIA AGGIORE

(R , 1741)

OMA

Gli ultimi interventi di grande rilievo sull'esterno della basilica furono realizzati durante il pontificato di Benedetto XIV, che commissionò a

Ferdinando Fuga il rifacimento della facciata principale, caratterizzata da un portico e da una loggia per le benedizioni, che fu eseguito tra il 1741

e il 1743. Al Fuga si deve anche il baldacchino della confessione, eretto su colonne di porfido. La Confessione sotto l'altar maggiore fu voluta da

Papa Pio IX e realizzata dal suo architetto preferito, Virginio Vespignani. Qui, in un reliquiario di cristallo realizzato da Luigi Valadier sono state

riposte le reliquie della culla della natività. Risale poi al 2001 la benedizione da parte di Papa Giovanni Paolo II della Porta Santa, opera dello

scultore contemporaneo Luigi Enzo Mattei. In Santa Maria Maggiore è sepolto Gian Lorenzo Bernini, nella tomba di famiglia.

A P

LBERGO DEI OVERI

(N , 1749)

APOLI

Il progetto prevedeva l'edificazione di una struttura capace di accogliere e rieducare secondo lo spirito della Prammatica di fondazione circa

ottomila tra poveri mendicanti, vagabondi e oziosi di tutto il Regno che, seppure abili al lavoro, non avevano dimora e occupazione stabile. Qui

gli ospiti erano divisi in quattro categorie: uomini, donne, ragazzi e ragazze. Ogni categoria era relegata in settori separati senza possibilità di

contatto, eccetto gli orari di lavoro, si decise in tal modo di evitare la promiscuità che si era verificata nell'ospizio di San Gennario extra-moenia,

più piccolo ma con le medesime finalità dell'Albergo. Il progetto originario prevedeva un complesso edilizio molto più grande di quello attuale.

Doveva estendersi su una vasta superficie con un prospetto di 600 metri di lunghezza e una larghezza di 135 metri e comprendere cinque grossi

cortili in linea, uno dei quali, quello centrale, dotato di una cappella con pianta radiale a sei bracci. Il Real Albergo de' Poveri nella sua veste

attuale si estende su di una superficie di 103.000 metri quadri ed ha una facciata lunga 400 metri - circa un centinaio di metri in più rispetto al

prospetto della Reggia di Caserta - intervallata da un doppio ordine di lesene, caratterizzata inoltre da cinque ordini di finestre e tre marcapiani

la scalinata a doppia rampa che segna l’ingresso principale alla struttura.

con timpano centrale: monumentale è L'interno è articolato attorno a tre

cortili. Il cortile centrale è occupato dal corpo a croce di Sant'Andrea costituito da un solo piano che sarebbe dovuto essere la base della grande

chiesa a pianta radiale con navata centrale e quattro bracci (navate laterali) che collegano detto cortile ai corpi laterali. I cortili laterali, erano adibiti

a giardini, con aiuole per la parte centrale, mentre perimetralmente per uno larghezza di circa dieci/otto metri costituivano spazi ricreativi con

campetti di calcio, palla a volo, ecc. Il cortile dell'ala prospiciente via Bernardo Tanucci, allo stato attuale è utilizzato come parcheggio. L'edificio

è, inoltre, dotato di ben 430 stanze di differenti dimensioni a seconda della posizione: le più grandi, che occupano i volumi delle ali laterali,

misurano su tutti i livelli 40 metri di lunghezza, sono larghe ed alte 8 metri. 53


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in architettura del paesaggio
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiaraoteri94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Passalacqua Francesca.

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