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Proemio

Il proemio serve a Boccaccio per presentare la sua opera, i fini per cui è stata scritta e il pubblico a cui è riservata.
Inizialmente l’autore descrive un’imprescindibile natura umana, ovvero aver compassione di chi ha sofferenza, passando poi a presenta se stesso, racconta le sue esperienze amorose, il dolore che esse gli hanno provocato e come è riuscito a superarlo, con l’aiuto degli amici e Dio che ‘diede per legge incomputabile a tutte le cose mondane aver fine’, come per il suo dolore che, a lungo andare, si è dissolto, anche se, spiega, non verrà mai dimenticato.
Successivamente Boccaccio esprime il suo volere: restituire l’aiuto che in precedenza era stato dato a lui dagli amici, a chiunque ne abbia necessità; per raggiungere questo compito da lui stesso affidatosi, il poeta si chiede prima di tutto, chi ha davvero bisogno di aiuto, di svago e distrazione, così, dopo aver pensato alle possibilità che hanno le due categorie, donne e uomini, di distrarsi dal dolore, arriva alla conclusione che sono le donne, escluse da ogni attività di svago che sono precluse agli uomini, ad aver bisogno del suo aiuto, quindi Boccaccio pone, come obbiettivo della sua opera, far svagare le donne, ‘quelle che amano’, ovvero, essendo al tempo l’amore un simbolo di nobiltà d’animo, le donne di condizione elevata che, pur non essendo letterate e quindi lettrici solo per diletto, sono considerate più bisognose delle altre (probabilmente questa è solo la volontà dell’autore di collocare la sua opera in un livello letterario alto).

Per concludere l’autore offre un breve resoconto di cosa accadrà e cosa rappresenterà la narrazione dei racconti, consiglia alle donne lettrici di apprendere consigli dai racconti e infine, ringraziando Dio per la possibilità offertagli, spera che l’opera raggiunga l’obbiettivo prefissato.

La peste

Introducendo la descrizione della vita della popolazione di Firenze in tempo di peste, Boccaccio preannuncia la sgradevolezza di questa prima parte dell’opera, consigliando però di continuare a leggere la narrazione successiva non facendosi deviare da tale descrizione, preannunciando che la lettura successiva sarà molto più gradevole. L’autore spiega che, pur non essendo piacevole, tale introduzione è necessaria per affrontare le letture seguenti.
La peste a Firenze arrivò attorno al 1348, essa si presentò come un castigo mandato da Dio, che dall’Oriente è dilagato verso Occidente, in Europa, senza che nessuno ne avesse trovato rimedio, nonostante preghiere a Dio e attuazione di provvedimenti, risultati inutili.

La piaga, a Firenze, si manifestò diversamente che in Oriente, ma in nessun caso, nessun dottore riuscì a trovare efficace medicina; così essa continuò a dilagarsi, colpendo tutti, dagli anziani ai giovani, dai ricchi ai poveri, senza distinzione, fino a colpire anche i gradi più alti della società, giudici e legislatori, quindi, senza nessuno che la divulgasse e la proteggesse, la legge non veniva rispettata.
La città si trovava in condizione di assoluto degrado, sporcizia e cattivo odore erano ovunque, e molti cercavano di alleviare l’odore pesante con profumi. Presentandosi la città così devastata e appestata, in molti pensarono che l’unica possibilità di scampo era fuggire dalla città, poiché sembrava che solo al suo interno prosperava la peste; non tutti quelli che scappavano morirono ma non tutti rimasero incolumi, inoltre chi partiva, lasciava i parenti con necessità di cure da soli, lasciati a morire, la maggior parte delle persone morirono perché non aiutate: ognuno pensava a salvare se stesso e ognuno aveva timore degli altri, chi decideva di rimanere con gli infermi lo faceva prevalentemente per soldi, le donne perfino accettavano di mostrare il proprio corpo agli uomini sconosciuti per farsi curare contrariamente alle usanze secondo cui la donna mostrava il proprio corpo esclusivamente al proprio marito.
Alcune usanze tradizionali furono, per quanto possibile, mantenute, una delle quali era che le donne parenti del defunto, si radunassero sotto la sua casa per compiangerlo e successivamente assistere al funerale che di questi tempi andava sempre più perdendo solennità, poiché essendo innumerevoli i caduti, in pochi ancora li piangevano; i funerali comunque mantennero la propria religiosità, ma i chierici e i becchini che se occupavano non consideravano più i voleri del morto, lo portavano nella chiesa più vicina per il funerale e lo seppellivano dove potevano.
Le persone malate di peste morivano sole, in casa o per le strade, abbandonati a sé stessi, per la gente ancora viva era necessario pensare a sé stessi, difendersi dalla peste, per questo i corpi venivano portati fuori dalle case per non propagare la malattia al suo interno, nelle strade quindi si ammassavano moltissimi corpi e per essi ci fu bisogno di moltissime bare e per risparmiare tempo, soldi e spazio, in ognuna di esse venivano posti più defunti insieme, possibilmente imparentati fra loro, senza che il chierico ne fosse a conoscenza.
Allontanandosi dalla città e analizzando le campagne, i contadini, che erano soliti pensare al futuro per i loro campi e le loro bestie, iniziarono a pensare solo al presente, a consumare ciò che avevano e non a produrne di nuovo; gli animali erano cacciati dalle case, per avere meno bocche da sfamare, quindi essi vagavano per le campagne in cerca di cibo e per la notte, senza che gli fosse richiesto, tornavano a casa.
La peste era la pena di Dio inflitta agli uomini, e tale piaga, nella sola Firenze, uccise oltre cento mila persone in pochi mesi, sterminando famiglie intere e lasciando tante proprietà e ricchezze senza padrone.


1° novella 1° giorno
Ser Ciappelletto

La novella viene introdotta dal narratore che, dilungandosi, spiega che il tema centrale del suo racconto sarà la redenzione che Dio dona agli uomini, perdonandoli per qualsiasi peccato essi abbiano compiuto.
In seguito il narratore inizia a raccontare la novella: Musciatto Franzesi, grande e ricchissimo mercante, divenuto cavalieri in Francia, dovette recarsi in Toscana al seguito di Carlo Senzaterra, per trasferirsi egli dovette recapitare i suoi complicati affari ad uomini affidabili che fossero capaci di gestirli, e incaricare un uomo abile nella riscossione dei soldi che si occupasse di ritirare i suoi soldi dati in prestito ai ‘borgognoni’, uomini sleali e irriverenti; dopo tanto pensare l’uomo pensò che per trattare con questo tipo di persone, servisse un uomo di simile carattere, quest’uomo si rivelò essere ser Ciappelletto (soprannominato così dai francesi).

ser Ciappelletto era un uomo irriverente e meschino che pur di vincere e ricavare ciò che desiderava diceva testimonianze false e presentava falsi documenti, non si preoccupava di far del male a chiunque, bestemmiava e amava le taverne dove si ubriacava di vino, egli barava ai giochi d’azzardo ed era un ladro, ma non amava le donne, in conclusione egli era un uomo spregevole e colmo di colpe di ogni genere.
Franzesi quindi parlando con ser Ciappelletto gli presenta il lavoro e offre la ricompensa, egli accetta e si reca in Borgogna per adempiere al suo incarico, qui prende ospitalità in una casa di due fratelli mercanti fiorentini, dopo poco si ammala di un malattia inguaribile e ogni giorno si avvicina sempre più alla morte. I due fratelli, interessanti a difendere il proprio nome, non vogliono mandare fuori di casa l’uomo così malato, perché tutti li vedrebbero a male ma al tempo stesso sanno che nessuna chiesa vorrebbe nel proprio campo santo un uomo così spregevole anche se egli si confessasse in quei giorni; ser Ciappelletto, sentendo le discussioni dei due fratelli li rassicura dicendo che sarà lui a rimediare alla situazione se loro lo faranno parlare con un buon prete. I due fratelli trovano un buono e rispettato frate e lo portano dal malato per la remissione dei peccati; iniziando la conversazione il padre chiede all’uomo da quant’è che egli non si confessa e egli risponde, mentendo, di essersi sempre confessato ogni settimana, si scusa di non essersi confessato da quando è malato e chiede però al frate di poterlo confessare non considerando le sue confessioni precedenti e quindi gli parli come se fosse la sua prima confessione, ricevendo i complimenti del frate.
Il frate in seguito inizia la confessione chiedendo se egli abbia mai peccato con le donne, e l’uomo risponde di essere ancora vergine dalla nascita, se abbia mai peccato per gola, ed egli risponde di aver peccato perché ha mangiato pane e bevuto acqua in giorni che religiosamente richiedevano il digiuno sottolineando la necessità di conoscere e seguire strettamente le leggi divine, se sia mai stato avaro, ed egli risponde di aver sempre diviso i suoi averi con i poveri e di aver voluto guadagnare per donare ancora di più, se abbia mai ucciso o attaccato moralmente qualcuno ed egli risponde di aver sempre benedetto chiunque incontrasse e consiglia al frate di fare queste domande solo agli uomini cattivi e malvagi, se abbia mai abbia mentito ed egli risponde di non averlo mai fatto e di non aver mai detto cattiverie dietro le spalle altrui, se abbia mai rubato ed egli lo nega e poi ser Ciappelletto, imitando un gesto di autocommiserazione, elenca vari piccoli ed insignificanti peccati che obbligano il prete a rassicurarlo sul fatto che essi sono peccati di poco conto, e in conclusione l’uomo confessa al frate di aver peccato da piccolo, bestemmiando contro sua madre, così il frate ancora lo consola dicendo che sicuramente sua madre l’avrà perdonato perché ormai tutti per strada bestemmiano Dio e Lui è sempre pronto a perdonarli tutti, infine il frate, stanco di ascoltare queste piccolezze dal malato, assolve l’uomo dai peccati e se ne va offrendogli, se Dio non lo aiuterà a proseguire la sua vita, un posto nel campo santo della sua chiesa, dove sarebbe felice di ospitare un così religioso uomo, e ser Ciappelletto, raggiunto così il suo obbiettivo, accetta l’offerta.
Per tutto il corso della confessione i due fratelli si erano appostati dietro alla porta per ascoltare, e a stento essi trattenevano le risate sentendo le menzogne che il malato descriveva al frate allibito dalla sua estrema religiosità, e infine sentendo che l’obbiettivo era stato raggiunto, si tranquillizzarono.
La sera stessa ser Ciappelletto muore e i due fratelli e i frati a cui il frate che lo aveva confessato aveva raccontato egli essere un santo uomo, organizzarono un fastoso funerale: accompagnarono il morto alla chiesa cantando per le strade della città seguiti da moltissime persone a cui, arrivati in chiesa, il frate descrisse l’uomo come un santo benefattore, un uomo degno di essere adorato; la gente rimase abbagliata dai prodigi di quel santo uomo, tanto che, dai giorni seguenti, moltissime persone ogni giorno si radunavano alla sua tomba per portare fiori e pregare. Ser Ciappelletto era diventato santo nonostante la sua spregevole vita.
In conclusione della storia il narratore inserisce un intervento in merito alla grazia di Dio che ha perdonato ser Ciappelletto e ha salvato loro 10 giovani dalla peste della città.

2° giorno 4° novella
Landolfo Rufolo

La costa amalfitana è un luogo portuale, di commercio e mercanti, tra essi, Landolfo Rufolo è un ricco mercante che desidera di arricchirsi sempre di più, che vive a Ravello.
Landolfo, per arricchirsi, carica la sua nave delle sue mercanzie e si reca a Cipro, arrivato sull’isola però egli trova molti mercanti genovesi che come lui, si sono recati lì per arricchirsi, così egli, per riuscire a vendere le proprie ricchezze, è costretto ad abbassare drasticamente i prezzi rimanendo povero, con molte meno denaro di quanto ne aveva partendo; deciso a riconquistare il denaro perduto egli si rende conto che le uniche due vie per non tornare a casa meno ricco di prima, sono uccidersi o rubare, e decide di procedere a quest’ultima vendendo la grande nave che aveva per riacquistarne una più piccola, più adatta alle scorrerie. Dopo aver depredato molte navi turche e aver così raddoppiato la sua ricchezza iniziale, Landolfo, decidendo di non voler rischiare di nuovo i suoi soldi nel commercio,intraprende la strada verso casa.
Durante il viaggio in mare, incombe una tempesta e il mare si ingrossa tanto che la piccola nave non riuscirebbe a rimanere integra, così Landolfo decide di attraccare in una piccola isola per aspettare un tempo migliore, lì arrivato, trova due grandi navi, le quali ciurme, riconoscendolo e sapendo lui essere molto ricco, depredano la sua nave, fanno lui e la sua ciurma prigionieri e abbattono la nave. Il giorno seguente le due navi ripartono, ma a causa di una tempesta una delle due navi, su cui si trova Landolfo, si scaglia su una secca, la nave si frantuma, le ricchezze disperse e gli uomini cercano di salvarsi appigliandosi a qualsiasi cosa galleggiante trovino; anche Landolfo riesce a salvarsi così, galleggiando un po’ su una tavola e un po’ su una cassa, per due giorni, non vedendo intorno a sé altro che mare.
Il giorno successivo Landolfo naufraga su un isola, isola di Corfù, dove una donna, dopo il primo spavento per non aver riconosciuto in lui un uomo tanto era mal ridotto, lo aiuta a lavarsi e a rimettersi in forze e poi gli consiglia di riprendere al più presto la sua strada e andarsene; prima di partire Landolfo apre la cassa che la donna dice appartenergli, e al suo interno trova molte pietre preziose, quindi regala la cassa alla donna in cambio di un sacco per trasportare le ricchezze.
Landolfo se ne va dall’isola salendo su una barca e arriva a Brindisi, poi proseguendo arriva a Trani, dove trova dei suoi amici a cui, senza nominare le pietre, racconta le sue disavventure ed essi lo riportano a casa.
Arrivato a casa egli vende le pietre e, con il ricavato, manda del denaro alla donna di Corfù e ai suoi amici di Trani che lo avevano aiutato e con il resto, non volendo più rischiare di rimanere ancora povero, li tiene per sé e con essi visse felice fino alla fine dei suoi giorni.

2° giorno, 5° novella
Andreuccio da Perugia

Andreuccio da Perugia, intenditore e mercante di cavalli, si reca a Napoli, centro di famosi commerci di cavalli per trovare dei bei cavalli da comperare. Presa residenza in un albergo, al mattino egli si reca al mercato e, in cerca del giusto cavallo mostra le sue ricchezze in giro per dimostrare il suo prestigio; vedendo il denaro, una giovane donna si sofferma riconoscendo di essere ammaliata da esse, con lei si trova un’anziana donna che, riconosciuto Andreuccio, si ferma a salutarlo animatamente. Quando l’anziana e l’uomo si salutano e ella raggiunge la giovane accompagnatrice, quest’ultima gli chiede chi sia il ricco uomo che ha salutato e la donna racconta tutto il suo vasto sapere su Andreuccio e la sua famiglia; dopo aver ascoltato interessata tutto ciò che la donna aveva da raccontare, viene presa da malizia e, lasciata l’anziana a casa, invia una serva a chiamare Andreuccio con precise istruzioni. La serva, arrivata all’albergo da Andreuccio, dice all’uomo di essere stata inviata da una giovane donna che si è incuriosita sul suo conto al mercato, facendogli intendere che essa si fosse invaghita di lui, e lo invita a seguirla, Andreuccio eccitato dalla notizia accetta l’invito e segue la serva fino alla casa della giovane dove quest’ultima lo accoglie festosamente tanto da sconvolgerlo. La giovane in seguito porta Andreuccio nella sua camera da letto e gli spiega il motivo della sua euforia nel vederlo: ella sarebbe la sorella illegittima di Andreuccio nata dal suo stesso padre e, per non tralasciare dubbi all’uomo sul suo conto, ella gli racconta tutta la storia della sua vita passata inserita all’interno della vita del padre di Andreuccio, raccontatagli dall’anziana donna la mattina, in modo che Andreuccio riconoscesse dei fatti a lui familiari.
Andreuccio, saputa la novità, si commuove e la giovane gli spiega ancora come è venuta a conoscenza della presenza del fratello a Napoli e successivamente invita l’uomo a restare a cena e per la notte ospite nella sua casa, all’offerta Andreuccio inizialmente si rifiuta perché per cena aveva altri impegni, ma poi viene persuaso dalla donna a rimanere. La giovane accompagna il fratello in camera e lascia a sua disposizione un servo per ogni suo bisogno, restato solo con quest’ultimo l’uomo si spoglia dei suoi abiti e del suo denaro e si reca in bagno, dove, a causa di una trave rotta, cade nella latrina sottostante e, fortunatamente senza mali di alcun tipo, tranne la sporcizia, inizia a chiamare aiuto ma nessuno gli risponde perché il servo, sentendo l’uomo cadere, si è recato a chiamare la giovane donna che, cogliendo il momento ha rubato dalla camera dell’uomo il suo denaro ed è scappata. Andreuccio, ancora nella melma maleodorante, continua a chiamare aiuto sempre più forte e alcuni vicini gli rispondono con sgarbo chiedendogli di stare zitto e lasciarli dormire, quando poi l’uomo si rende conto di essere stato truffato dalla donna, si arrabbia ancora più vivacemente e continua ad urlare ancora più forte, mentre i vicini, sempre più irati per essere disturbati nel sonno, con cattive maniere lo convincono a stare in silenzio e risolvere i suoi problemi da solo; così Andreuccio esce maleodorante dalla casa e si incammina disperato verso l’albergo. Lungo la strada Andreuccio incontra due uomini e gli racconta la sua disavventura, i due quindi, lo invitano ad aiutarli in una rapina in cui egli potrebbe riavere i soldi perduti, e l’uomo disperato accetta. Prima di recarsi al luogo dove dovrà avvenir e l’operazione, i due portano Andreuccio a lavarsi in un pozzo, egli calatosi giù si lava e poi muove la fune per richiamare i due uomini a tirarlo su ma, arrivato in cima al pozzo, egli trova delle persone sconosciute a lui, che vedendolo scappano via, questo perché mentre egli si lavava, una famiglia si era avvicinata al pozzo per recuperare dell’acqua e così i due compagni erano fuggiti per non farsi vedere, tale famiglia però, vedendo invece che l’acqua nel secchio, un uomo, erano fuggiti via; Andreuccio quindi esce dal pozzo, ancora confuso per l’accaduto e, da solo, si avvia vagando per la strada e incontra di nuovo i due compagni che stavano tornando a recuperarlo e i due spiegano allo sventurato ciò che era successo.
I tre complici s’incamminano verso il luogo del furto e, arrivatici, i due compagni obbligano Andreuccio a scendere lui stesso nella tomba dell’Arcivescovo a cui egli dovrà sfilare il prezioso anello; Andreuccio, ormai divenuto più scaltro, capisce l’imbroglio che i due vogliono tendergli facendolo calare nella tomba e, recuperato l’anello, lasciarlo lì in difficoltà, quindi l’uomo, appena sceso nell’arca recupera l’anello e lo nasconde e porge gli altri oggetti meno lucrosi ai due compagni dicendo loro di non trovare nessun anello, così i due, scappano via chiudendo nella tomba Andreuccio che, solo e senza possibilità di uscita, pensa alla sua fine: o morto ucciso dal tempo poiché nessuno riuscirà a trovarlo, oppure impiccato perché trovato nella tomba a rubare.
Nella chiesa arrivano poi altri ladri che, come Andreuccio e i due compagni, vorrebbero rubare l’anello, nessuno di loro però ha il coraggio di calarsi, tranne un prete che, deciso a scendere nell’arca, mette i piedi al suo interno pronto per calarsi, quando Andreuccio, ancora nella tomba al buio, lo strattona per i piedi facendolo impaurire, in questo modo egli e tutti gli altri presenti nella chiesa, spaventati scappano via lasciando l’arca aperta, libera via d’uscita per Andreuccio che esce con l’anello e s’incammina verso l’albergo.
Andreuccio finalmente arriva all’albergo, dove, i suoi amici e l’oste, saputa l’intera storia, gli consigliano di allontanarsi subito da Napoli e così fa Andreuccio tornando felicemente a Perugia con il prezioso anello.

4° giorno, 1° novella
Tancredi e Ghismunda

Tancredi, principe di Salerno, è padre di Ghismunda, molto affettuoso e geloso nei suoi confronti.
Quando Ghismunda ha raggiunto la giusta età per maritarsi, il padre è costretto a trovarle marito, così ella si sposa con il duca di Capua; egli però muore dopo poco tempo dal matrimonio e la figlia è costretta a ritornare dal padre.
Egli, felice per avere di nuovo la figlia con sé, non si preoccupa di dare nuovo marito alla giovane donna. Ghismunda è però insoddisfatta e scontenta della scelta fatta dal padre e così essa, da sola, inizia ad osservare gli uomini che frequentano la corte, per trovare nuovo marito ma, fra tutti, essa si innamora di un giovane valletto del padre, Guiscardo, a cui il principe tiene molto personalmente.
Ghismunda fa trovare una lettera a Guiscardo che, così viene a conoscenza dell’interesse amoroso della giovane che già egli aveva percepito, e si innamora egli stesso; nella lettera la giovane descrive il modo in cui i due si possono incontrare: se egli si recherà in una grotta ormai nascosta dalle erbacce e sconosciuta ai più, da essa egli potrà arrivare alla porta della camera di Ghismunda e così lei lo potrà accogliere nella stanza. La sera seguente il piano si svolge come era stato designato, i due si incontrano felicemente e ciò si ripete varie volte.
Tancredi era solito visitare la figlia nella sua camera e così una sera egli si reca nella stanza e, per aspettarla, si siede su una sedia e si addormenta. Sventuratamente, Ghismunda entra nella camera e non si accorge della presenza del padre, così invita Guiscardo ad entrare e i due compiono ciò che hanno solito fare per lungo tempo. Tancredi si sveglia e vede due amanti e, pur essendo estremamente arrabbiato, decide di rimanere in silenzio ed aspettare che i due si salutino; quando entrambi i giovani escono dalla stanza, Tancredi si cala dalla finestra e raggiunge la sua camera; il principe è devastato dal tradimento della figlia e decide immediatamente di far arrestare Guiscardo, che viene imprigionato in una della stanze del castello senza che Ghismunda ne sia a conoscenza.
Successivamente Tancredi, piangendo e disperandosi, si reca dalla figlia e la rimprovera di aver compiuto cose illecite con un uomo di umile classe, sottolineando più volte il suo affetto per lei e dichiarandole di aver fatto rinchiudere il suo segreto amante; la giovane, disperata per l’arresto del ragazzo, risponde alle accuse padre dicendo di aver agito per amore: essa descrive Guiscardo come uomo rispettabile, facendo riferimento all’affetto che il padre stesso aveva per il giovane, essa afferma infatti, che un uomo non è nobile per stirpe ma per grandezza d’animo proprio, e in seguito passa a descrivere la natura dell’amore, l’amore tra moglie e marito che il padre le aveva negato, riconoscendosi solo come una vittima e non una colpevole, al contrario accusando il padre.
Tancredi, indignato, fa uccidere Guiscardo e in seguito fa mandare alla figlia il cuore del giovane, alla cui vista, Ghismunda, avendo già preparato il veleno per uccidersi, compie la sua definitiva decisione e, nonostante le parole delle damigelle, si avvelena. Il padre, venuto a sapere dell’azione della figlia, corre alla sua camera piangendo e arriva mentre essa è ancora viva e, prima ordinandogli di non piangere per avvenimenti da lui stesso causati, gli espone poi la sua ultima volontà di essere sepolta con Guiscardo. Ghismunda muore, raggiungendo così il suo amante nella morte, e lasciando il padre, devastato dai sensi di colpa.

4° giorno, 5° novella
Lisabetta da Messina

Nella città di Messina abitano tre fratelli mercanti con una bellissima e giovane sorella, Lisabetta, non ancora sposata.
Nei loro commerci, i fratelli, si fanno aiutare da un umile aiutante, Lorenzo, giovane ragazzo; con il tempo, Lisabetta s’innamora segretamente di Lorenzo e quest’ultimo ricambia l’affetto. Lisabetta, sapendo che i tre fratelli non avrebbero acconsentito a questo suo amore per un umile ragazzo, mantiene segreto il suo sentimento e, per incontrare l’amato, essa esce silenziosamente di casa di notte, ma viene vista da uno dei fratelli; egli, il mattino seguente, racconta l’accaduto agli altri due fratelli ed insieme, indignati, uccidono il ragazzo e lo seppelliscono. Nei giorni seguenti Lisabetta, non vedendo più Lorenzo, appare sempre più malinconica e infelice, e i fratelli, per mantenere il loro segreto, fanno finta di chiedersi cosa mai le sia accaduto, cercano di darle conforto, si preoccupano per la sorella.
Una notte a Lisabetta appare in sogno Lorenzo che le rivela di essere stato ucciso dai tre fratelli e le indica il luogo dove è stato seppellito, la giovane quindi, il giorno seguente, va a cercare il corpo dell’amato e lo trova esattamente dove le è stato detto nel sogno, trovato il corpo, Lisabetta, massacrata dal dolore, taglia la testa all’amato e la porta a casa con sé, la sotterra in un vaso sotto una pianta di basilico e lo pone nella sua camera. La giovane prende così l’abitudine di piangere ogni giorno sulla pianta di basilico che cresce rigogliosa, i tre fratelli, essendosi accorti della particolare abitudine giornaliera della sorella, un giorno, in sua assenza, decidono di dissotterrare la pianta di basilico per trovare la causa della tristezza della giovane di fronte ad essa, e così facendo trovano la testa del cadavere di Lorenzo; scoprono quindi di essere stati scoperti da Lisabetta e decidono di partire per Napoli, lasciando la sorella sola, in balia della sua tristezza. I giorni passano, Lisabetta è sempre più devastata dalla malinconia ed infine muore dal dolore.

5° giorno, 8° novella
Nastagio degli onesti


Nastagio degli Onesti, uomo ravennate, eredita le molte ricchezze di suo padre e di suo zio, così, non essendosi ancora sposato, decide di cercare moglie e si innamora di una giovane figlia di Paolo Traversaro; per far innamorare la donna di lui, Nastagio sperpera il suo denaro, ma senza nessun risultato, poiché essa si dimostra sempre meno interessata all’uomo. Preoccupati per le ricchezze di Nastagio e dei suoi stessi sentimenti, i suoi amici gli consigliano di allontanarsi da Ravenna e quindi dalla donna, l’uomo per molto tempo non considera l’idea, ma successivamente, quasi obbligato, accetta di stabilirsi a Chiasso, e lì passare una lussuosa vita con il suo denaro.
Un giorno Nastagio sta passeggiando nel bosco quando, improvvisamente, vede una giovane donna nuda e impaurita correre disperatamente perché inseguita da mastini guidati da un cavaliere a cavallo, Nastagio quindi cerca di aiutare la donna ma il suo inseguitore gli consiglia di allontanarsi e gli spiega il perché del suo atto: egli era molto innamorato di quella donna, la figlia di Paolo Traversaro, ma essa per molto tempo lo ha rifiutato provocandogli molto dolore, così, disperato egli si era dato la morte, ora egli, irato con la donna, la insegue ogni giorno della settimana in luogo diverso in cui essa gli ha recato danno e ogni venerdì si recano nel bosco come in quel momento, ed egli la fa mangiare dai cani; ciò che è stato descritto dal cavaliere scade ed in seguito Nastagio vede tutto il gruppo scomparire nel nulla.
Sconcertato dalla visione, Nastagio chiede agli amici di portare la famiglia Traversaro a mangiare con lui nel bosco il venerdì seguente, gli amici eseguono la sua richiesta e così Nastagio invita la donna protagonista della vicenda a sedersi a tavola di fronte al luogo dove prenderà luogo la scena come di consueto ogni venerdì. Concluso il banchetto i commensali vedono la scena e ne rimangono inorriditi, più di tutto la donna protagonista della visione che, rimuginandoci sopra, si rende conto del male fatto da lei umana a Nastagio come la donna nella visione aveva fatto al cavaliere e si preoccupa che tale visione possa avverarsi nella realtà, così essa, per rimediare al dolore di Nastagio, manda a lui una serva, ma egli, conoscendo la paura della donna, attua un ricatto dicendole che l’unico modo con cui ella possa rimediare è sposarlo, e così la donna, troppo preoccupata da ciò che accadrebbe dalla visione, accetta di sposare Nastagio.


5° giorno, 9° novella
Federigo degli Alberighi

Federigo degli Alberighi è uno dei giovani più rinomati di Firenze, per ricchezze, bel parlare e comportamento. Egli si innamora di monna Giovanna e per conquistarla da molte feste e sperpera i suoi soldi ma essa non lo considera, Federigo infine rimane con poco denaro, un poveretto dove va ad abitare e un falcone, uno tra i più belli del mondo, con il quale si ricava da mangiare. Giovanna intanto si era sposata ed aveva avuto un figlio, il marito muore e lascia al figlio tutto il suo denaro e sottoscrive lei come successiva erede se esso fosse morto senza figli. Nell’estate Giovanna ed il figlio vanno ad abitare in una villetta vicino alla casa di Federigo, così quest’ultimo e il figlio della donna stringono amicizia e il giovane comincia a nutrire molto interesse per il falcone. Il giovane figlio si ammala gravemente, la madre gli sta sempre a fianco e cerca di curarlo il più possibile, inoltre gli chiede se ci fosse qualcosa che lui desiderasse così tanto che lo farebbe persino guarire, così il figlio le chiede di portargli il falcone di Federigo; Giovanna, di cui sempre Federigo era stato innamorato ma era sempre stato rifiutato, si chiede come possa andare a chiedere all’uomo una cosa così importante per l’uomo ma, vedendo peggiorare il figlio, essa gli promette di andare. Giovanna si reca da Federico, provocando nell’uomo un’immensa gioia, egli la invita a pranzo ed essa accetta; Federigo però, non essendo andato nei giorni precedenti a cacciare con il falcone, non Sto arrivando! cosa offrire alla donna per onorarla, unica possibilità appare quella di offrire il falcone, e così accade; essi mangiano e la donna non si accorge di niente. Alla fine del pranzo, Giovanna, con un lungo di discorso, chiede all’uomo ciò per cui era andata, ma Federigo, disperato, spiega di non poterle dare il falcone perché le è stato offerto per pranzo, quindi la donna è costretta a tornare malinconica a casa senza il regalo per il figlio, che pochi giorni dopo, muore.
La donna, rimasta sola con i fratelli, riconoscendo l’amore e il rispetto che Federigo nutre per lei, avendole egli offerto perfino il suo falcone, si decise a sposarlo e i suoi fratelli, riconoscendo Federigo come brav’uomo se pur povero, acconsentirono a darla a lui in moglie con a seguito la cospicua dote che il primo marito, e quindi il figlio, le aveva lasciato.

6° giorno, 2° novella
Cisti fornaio

Pampinea, narratrice della storia, propone un ragionamento ai lettori in merito a fortino e natura, le due direttrici e governatrici del mondo, perché tutto è deciso da esse.
Papa Bonifacio invia alcuni suoi ambasciatori a Firenze per trattare dei suoi affari; essi sono ospiti di messer Geri Spina e con lui sono soliti ogni mattina camminare per la strada dove si trova la bottega di Cisti, che li osserva passare.
Cisti è un umile fornaio padrone di una locanda in Firenze che offre i migliori vini della città; egli, vedendo ogni giorno passare i signori, pensa di potergli offrire del suo buon vino ma, essendo lui di classe inferiore alla loro, e molto umile, riconosce di non poterli invitare espressamente nella sua locanda, quindi attiva un piano: ogni mattina, all’ora in cui solitamente i signori passano di fronte alla sua bottega, stanchi ed accaldati, Cisti si siede accanto alla porta della locanda sorseggiando il suo buon vino con gusto, in modo da essere notato dai suoi importanti futuri clienti.
Dopo alcuni giorni che messer Geri vede il fornaio allegro e intento a bere il suo buon vino, egli gli chiede di fargliene assaggiare un po’, così Cisti lava personalmente dei bei bicchieri e versa il vino al messere ed al suo seguito che ne rimangono estasiati, tanto da ripresentarsi ogni mattina alla locanda a sorseggiare tale buon vino.
Messer Geri in seguito organizza una cena per salutare gli ambasciatori in partenza per Roma, ed invita anche Cisti, che però, essendo umile, rifiuta l’invito; allora messer Geri invia un suo servo a prendere del suo vino per offrirlo agli ospiti.
Il servo, non avendo mai potuto assaggiare quel buon vino perché sempre finito dagli ospiti, porta a Cisti un fiasco molto grande in modo che un poco del vino rimanga alla fine della cena per sé ma, arrivato da Cisti, egli rifiuta inaspettatamente il fiasco per due volte indicando al servo di recarsi all’Arno per poter riempire un fiasco di queste dimensioni, così il servo confuso torna dal messere che, vedendo il fiasco, si accorge subito della costernazione di Cisti e fa riportare al servo un fiasco di minori dimensioni.
Quando Cisti riporta il fiasco riempito al messere, gli spiega il perché dei suoi rifiuti, che Geri aveva già capito, al contrario del servo, ovvero che il vino di Cisti, tanto buono, non era da lasciare ai servi per bere, era un vino pregiato, quindi era più adatto un fiasco più piccolo per contenerlo, come quelli che lui aveva offerto a lui ed agli ambasciatori nei giorni precedenti; messer Geri, riconoscendo grande stima per Cisti, divenne così suo grande amico.

7° giorno, 10° novella
Frate Cipolla


Frate Cipolla è un buon oratore, che sa come parlare bene e come ammaliare i suoi ascoltatori portandoli a fare ciò che egli desidera, prima di tutto il denaro.
Egli deve recarsi a Certaldo, un piccolo paese di contadini, per raccogliere le offerte per la chiesa; arrivato al paese, egli spiega agli abitanti che l’elemosina è un debito alla Chiesa, chiedendo loro di pagarlo, ricevendo in cambio la visione della reliquia di una delle penne dell’Angelo Gabriele, causando la meraviglia della gente lì presente.
Due astuti giovani del paese, non credono all’inganno del frate e decidono di fargli uno scherzo: decidono di rubare la penna per osservare la reazione del frate, costernato dalla scomparsa della penna, di fronte alla popolazione.
Frate Cipolla si allontana dalla sua camera lasciando il suo servo, Guccio Porco, a guardia delle sue bisacce; il servo era un uomo di brutto aspetto, senza intelligenza, che amava le donne senza esserne mai ricambiato e deriso dal suo stesso signore. Egli decide di andare a visitare la cuoca nelle cucine della locanda, lasciando la stanza del padrone aperta ed incustodita, i due giovani quindi, arrivati alla locanda, vedono Guccio occupato con la cuoca, così riescono ad entrare nella camera senza il minimo sforzo, rubare la penna e sostituirle nella cassetta del carbone.
Il giorno seguente i contadini, ansiosi di vedere la reliquia, si recano al luogo dove il frate gli aveva dato appuntamento, il frate manda il suo servo a prendere la piuma e gli fa suonare la campana per raccogliere la gente in silenzio per ascoltare il suo lungo discorso di presentazione della penna, arrivando infine a dover far vedere la reliquia, il frate apre la cassetta e, vedendo al suo interno il carbone, riconosce tale scherzo essere opera dei due giovani; senza però perdersi d’animo, il frate si dilunga in lungo discorso in cui, scusandosi con la gente, racconta il suo lungo cammino e le sue avventure per arrivare al paese, infine presentando ai loro occhi, non più la penna dell’Angelo Gabriele ma i carboni, su cui era stato bruciato San Lorenzo. Concludendo il discorso il frate indica il suo sbaglio come una scelta divina e assicura ai contadini che chiunque tocchi i carboni, resti immune per un anno dal fuoco e così procede a mostrare i carboni ed a raccogliere le cospicue offerte.
Nel frattempo, i due giovani, presenti al discorso del frate, si divertono molto osservando l’effetto della loro azione e, prima che il frate parta, gli restituiscono la piuma, che il frate riproporrà l’anno seguente alla gente, ricavandone altrettanto denaro.

8° giorno, 3° novella
Calandrino e l’elitropia

A Firenze vivono tre amici pittori, Calandrino, conosciuto per il suo scarso intelletto, Bruno e Buffalmacco.
Un giorno Calandrino si trova in chiesa, viene visto da Maso del Saggio che, con un suo amico, decide di giocargli uno scherzo: i due, avvicinatisi all’uomo, iniziano a parlare ad alta voce di alcune magiche pietre, causando l’interesse di Calandrino che decide di chiedere ai due uomini le caratteristiche di tali pietre, e dove esse si trovassero, i due complici, felici di rispondergli, spiegarono che le pietre magiche erano due, una con il potere di macinare la farina (utilizzo già molto conosciuto e banale), e l’altra con il potere di far diventare invisibile chiunque la tenga in mano, tali pietre inoltre, si troverebbero vicino ad un luogo in cui tutto è fatto di cibo, persino montagne di formaggio e fiumi di vino.
Calandrino viene molto incuriosito dalla seconda pietra, che gli donerebbe l’invisibilità e fattosi spiegare dove trovarla, corre dai suoi amici a raccontare la scoperta; i due amici, riconoscendo la beffa di Maso e divertiti per questo, continuano a prenderlo in giro e accettano di partire con lui alla ricerca della preziosa pietra il giorno seguente.
I tre compagni camminano molto in cerca della pietra, per tutta la mattina, finché, fattasi l’ora di pranzo ed essendo Bruno e Buffalmacco stanchi, decidono di giocare un’ultimo scherzo all’amico: quando egli prende in mano l’ennesima pietra, essi fanno finta di non vederlo più, chiedendosi se egli fosse tornato a casa senza avvertirli, in questo modo Calandrino crede di aver trovato la pietra dell’invisibilità e ride divertito vedendo i suoi amici straniti, e i due possono tornare finalmente a casa.
Calandrino, tornato a casa, appena entrato, viene visto dalla moglie che, com’è suo solito fare, lo sgrida e lo beffeggia; l’uomo è molto sorpreso di non essere invisibile agli occhi della donna e quindi intuisce che ella, essendo donna, ha fatto perdere la virtù alla pietra e, per fargliela pagare, la picchia con tutta la forza che la sua rabbia gli offre.
Nel frattempo Bruno e Buffalmacco stanno ridendo dello scherzo raccontandolo in giro, quando sentono le urla della donna dalla casa di Calandrino e corrono a vedere cosa stia succedendo. L’uomo fa entrare i suoi amici in casa e gli spiega, ancora molto arrabbiato, perché sta picchiando la moglie; i due amici, ancora più divertiti dai pensieri sconclusionati dell’amico, ma dispiaciuti per la povera donna dolorante, trattengono le risa e cercano di calmare Calandrino, assicurandogli che la perdita della virtù della pietra non è stata colpa di sua moglie, ma sua, perché egli, sapendo che le donne, pur senza volerlo, cancellano le virtù dalle cose, doveva avvertirla che non si avvicinasse a lui quel giorno, così che lei lo sapesse e non cancellasse la virtù. Calmato l’amico quindi, i due compagni escono dalla casa lasciandolo malinconico con la moglie che, grazie alle parole dei due, si era riconciliata con il marito.


10° giorno, 10° novella
Griselda


Gualtieri è un marchese di Saluzzo, non ancora sposato, pur essendo da molto spinto dagli amici e dai sudditi; egli spiega loro di non essersi ancora sposato perché trovare la donna giusta per diventare sua moglie e difficile, è necessario trovare la donna adatta tra le molte sbagliate, inoltre non è possibile, come era usa, scegliere una donna conoscendo i suoi genitori perché i figli possono essere molto diversi da essi, a patto di cercare una moglie adatta a lui infine Gualtieri chiede che gli amici, chiunque essa si riveli, la rispettino.
Il marchese si infatua di un’umile donna di basso ceto, così annuncia ai suoi amici di aver trovato la moglie adatta a lui ed essi, entusiasti per la notizia, organizzano il matrimonio. Il giorno previsto per le nozze, Gualtieri si reca a cavallo, seguito dai suoi amici e dai suoi sudditi, dal padre della sua futura moglie per chiedere la mano della figlia, egli accetta, quindi il marchese passa a chiedere a Griselda di sposarlo ed essa accetta con piacere; così i due sposano.
Tutti si meravigliano della bellezza di Griselda e fanno i complimenti al marito per averla presa in moglie.
Griselda rimane incinta e Gualtieri decide di mettere alla prova il suo amore per lei e la sua forza d’animo, necessaria per diventare marchesa: egli si finge arrabbiato dell’arrivo di una figlia e, dopo la sua nascita, dice alla moglie di aver ucciso la bambina; la donna, pur essendo triste e addolorata, non da mostra al marito dei suoi sentimenti. In realtà Gualtieri non ha fatto uccidere la figlia, ma l’ha fatta portare a Bologna per lì essere cresciuta.
Poco tempo dopo Griselda rimane ancora incinta, di un maschio, e Gualtieri ancora ripete la stessa procedura, causando un ancora più forte dolore nella povera donna che ancora non dimostra la sua tristezza e che, per creare un alibi al marito, pensa che egli sia obbligato a fare quello ha fatto.
Gualtieri, quando i due figli sono ormai cresciuti abbastanza, decide di mettere un’ultima volta alla prova la moglie, dicendole di volersi sposare con un’altra donna e facendo arrivare delle lettere contraffatte dal papa che lo abilitano a ripudiare la moglie. Griselda è devastata dal dolore ma, dimostrando ancora grande forza d’animo, non lo mostra al marito, e inoltre rinuncia all’offerta dell’uomo di restituirle la dote donatagli per il matrimonio. Gualtieri è molto dispiaciuto per il dolore inflitto alla moglie, ma è deciso a provare fino in fondo il suo carattere ed il suo affetto per lui, così la fa chiamare alla sua casa per lavorare come cameriera, terribile sgarbo per una donna che egli diceva di amare.
Gualtieri, fa portare i suoi figli da Bologna, in particolare la figlia bene vestita per presentarla come sua futura moglie durante una cena con gli amici a cui Griselda serviva, quest’ultima augura alla bellissima nuova moglie di non dover passare gli stessi dolori che ha dovuto sopportare lei a causa di Gualtieri, riconoscendo che essa, essendo probabilmente curata e cresciuta in pace, diversamente da lei stessa che era cresciuta affrontando fatiche, non supererebbe il dolore.
Durante la cena il marchese si rende conto che il susseguirsi di questi tanti spiacevoli eventi per lei, essa non abbia mai variato il suo stato d’animo di fronte a lui, dimostrando grande padronanza di sé stessa, quindi decide di svelare l’intricato inganno, spiegando così il perché delle sue cattiverie e scusandosi con la moglie.
Sciolto l’intrigo, Griselda piangendo si stringe al marito e ai figli, e così la famiglia si riunisce felicemente e Gualtieri è sicuro di aver scelto la donna giusta per lui, e per ringraziare il suocero di avergli dato in moglie Griselda, lo fa vivere nobilmente, senza più dover lavorare.

Analisi

I due personaggi principali della novella sono Gualtieri e Griselda, il primo di nobile casata e la seconda di umile condizione, malgrado questo i due si legano amorosamente, in particolare il marchese della donna, che si reca a chiedere la mano al padre, usanza del tempo in tutti i gradini sociali; in questo particolare si riscontra la volontà di Boccaccio, presente in altre novelle, di far avanzare le persone di basso ceto nella scala sociale per grandezza d’animo e, in questo caso, anche per bellezza esteriore, è inoltre da notare che il marchese, non mostra alcun risentimento nel volersi sposare con una donna così umile, però chiede agli amici più volte di promettere e mantenere la promessa che chiunque sia la donna che lui ama, essi si dimostrino rispettosi di lei, ciò dimostra che, nella società del tempo, non tutti possono arrivare ad un elevatezza morale tale da non considerare il livello sociale, ma che comunque qualcuno che riesce a farlo c’è, Gualtieri, che quindi si dimostra molto nobile di spirito, malgrado le sue successive decisioni.
Elemento principale della novella sono le prove che il marito pone alla moglie per dimostrare di avere forza interiore e grande amore per lui; Griselda riesce, volta dopo volta, a superare le richieste del marito che la mette a dura prova facendole provare i dolori più violenti profondi che una donna, una moglie, una madre, possa provare: la perdita di due figli, il ripudio del marito, l’umiliazione nel diventare sua serva. Questa caratteristica del racconto presenta ciò che un uomo dell’epoca poteva infliggere alla moglie senza che essa si potesse ribellare in alcuno modo, la sottomissione della moglie al marito, e di una donna ad un uomo, si presenta in altre novelle di Boccaccio (ad esempio Tancredi e Ghismunda, Lisabetta da Messina, Calandrino e l’elitropia), che essa sia tema principale o evento isolato, l’autore mostra un terribile aspetto della società del tempo, che vede una donna succube dell’uomo, che essa provi a ribellarsi o no e anche se essa risulta infine moralmente vincitrice.
Il personaggio di Gualtieri serve a Boccaccio per presentare il cambiamento che un uomo può compiere ribaltando i ruoli sociali, egli dona amore e per conseguenza nobiltà ad una donna umile, il marchese sente di dover ricevere qualcosa dalla moglie, che essa sia nobile o povera, ma no riesce interiormente a rimanere saldo nelle sue decisioni, riconoscendosi addolorato per il dolore inferto alla moglie, egli si presenta come un crudele tiranno per nascondere la sua paura del rischio che l’affetto per una donna può comportare, non si vuole presentare al suo stesso pari, vuole sentirsi adorato dalla donna in quanto uomo, pur superando il dislivello dei ceti sociali; altro elemento che rivela la sua debolezza è la decisione di allontanare i figli invece di ucciderli, tradendo il reale affetto che ha per loro e per la moglie a cui vuole donare la gioia di rivedere i suoi figli.


6° giorno, 9° novella
Guido Cavalcanti


Usanza del 1300 in Firenze era fondare ristrette comitive, dette brigate, formate da uomini di alto ceto sociale che, per passatempo, usano ritrovarsi insieme per banchettare, festeggiare, divertirsi insieme.
Una delle brigate era capeggiata da Betto Brunelleschi, il quale era desideroso di riunire sotto la sua combriccola un uomo di alta levatura sociale e culturale e molto conosciuto, Guido Cavalcanti; la brigata progettava imboscate per parlare con lui e così convincerlo ad entrare nel gruppo, ma egli sempre si rifiutava.
Un giorno, la brigata, vedendo Cavalcanti passeggiare presso San Giovanni,vicino alla porta del battistero, tra le colonne ed i sarcofagi, si avvicinò velocemente a lui e Betto subito lo assalì con una curiosa domanda: egli non voleva aggregarsi alla brigata per conseguire altri interessi, apparentemente superiori, ma cosa avrebbe fatto quando avrebbe dimostrato che Dio non esiste, secondo la sua credenza da eretico?
Cavalcanti, asserragliato dagli uomini del gruppo, riesce a liberarsi da loro dicendo che egli, Betto, poteva dire tutto ciò che desiderava, trovandosi a casa sua, e così, con un gesto atletico, scavalcò un’arca e fuggì dai suoi inseguitori.
La brigata è sconvolta dalle parole di Cavalcanti, e molti iniziano a pensare che egli sia pazzo, ma Betto, essendo l’unico ad aver capito le parole dell’uomo, le spiega agli altri, dichiarando che egli ha detto loro una terribile cosa, ovvero che, trovandosi nelle case dei morti (vicino ai sarcofagi) essi si trovano a casa loro, perché, a confronto di lui e di tutti gli altri uomini letterati, essi sono, per mentalità, equiparabili ai morti.
La brigata capì così cosa egli volesse dire e tutti si vergognarono di loro stessi e, da quel momento considerarono Betto un intelligente uomo e, di comune accordo, decisero di lasciare Cavalcanti ai propri pensieri.

Analisi

La novella è facilmente riconoscibile come la rappresentazione, di Boccaccio, dell’elevatezza morale e culturale di Guido Cavalcanti; egli viene presentato come un’eroe Boccacciano, che rispecchia tutte le virtù che un uomo del tempo doveva avere: la cortesia e il bel parlare, la prontezza di fuggire da una situazione scomoda e le capacità fisiche, caratteristica questa tipica del Rinascimento.
La cortesia di Cavalcanti viene presentata come una virtù lodata e desiderata dagli uomini, infatti Betto desidera integrare il poeta nella sua brigata riconoscendo la sua virtù e così poter presentare tutti i componenti e lui stesso come simili a Cavalcanti, questo però viene sottolineato in negativo dal poeta stesso che, rispondendo a Betto, gli dichiara di essere superiore a lui e quindi di sbagliarsi pensando che egli voglia far parte di un gruppo di persone che non sono alla sua altezza, anzi, che paragonate a lui, possono considerare il loro intelletto pari a quello dei morti; accorgimento questo, utile a Cavalcanti per liberarsi da loro, presentando così un’altra delle sue virtù, la prontezza, con cui egli, usando astuzia e intelletto, esce dalla spiacevole situazione in cui si viene a trovare. L’ultima della virtù che Boccaccio rappresenta nella persona del poeta, la capacità fisica, viene riferita al suo apparentemente semplice e disinvolto gesto atletico con cui egli scavalca il sarcofago e così fugge dalla trappola che la brigata gli ha formato intorno.
Come in molte altre novelle del Decameron, anche in questa viene presentato un personaggio che, ricavando da se stesso capacità interiori che apparentemente non si riconosce, trova un riscatto morale, Betto, egli è l’unico, di tutta la brigata, che comprende le parole di Cavalcanti, quindi egli, pur non essendo elevato come il poeta, viene riconosciuto dagli altri componenti del gruppo come un uomo di cultura e intelletto, e viene perciò considerato da quel momento, superiore a tutti loro.

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