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Il Decameron

Nel 1348, durante il periodo di pestilenza che colpì Firenze, Boccaccio scrisse il Decameron una raccolta di cento novelle, raccontate in dieci giornate da dieci ragazzi, tutte inquadrate in una complessa cornice narrativa. Attraverso il novellare egli esprime una profonda conoscenza dei costumi e delle più varie classi sociali, che sarà alla base dell’opera nella quale l’autore non vuole criticare gli sbagli e i vizi della società del suo tempo ma solamente raccontare e descrivere con realismo i vari aspetti che la caratterizzano.
Analizzando alcune delle novelle, si può notare la molteplicità di personaggi appartenenti ad ogni categoria sociale e livello culturale, tutti estremamente verosimili alla realtà. Altrettanto variegato è lo stile narrativo e la lingua: elevata, dal periodare complesso e latineggiante nelle novelle di tema nobiliare, più popolare e gergale nelle altre.

Nella maggior parte delle novelle trionfano e vincono i personaggi intelligenti e furbi: quelli che sanno approfittare delle debolezze o delle ingenuità degli altri ingannandoli, o quelli che durante lo svolgimento della narrazione si evolvono per poter sopravvivere come accade nella novella di Andreuccio da Perugia, un ingenuo venditore di cavalli, che a seguito dei numerosi imbrogli subiti, si converte in un astuto mercante.
Prevalgono fondamentalmente personaggi appartenenti alla classe borghese mercantile o cortigiana, proprio perché l’autore vuole conciliare le sue due principali esperienze di vita, la giovinezza cortigiana a Napoli con l’infanzia e la maturità fiorentina come aiutante del padre.
Questi ultimi, presentati come svegli e abili negoziatori, vengono però spesso descritti negativamente in quanto autori di beffe ed inganni. Nella novella di Ser Ciappelletto, il furbo notaio che è in punto di morte, grazie all’abile uso della parola riesce ad abbindolare il frate "farlocco" facendosi passar e per un santo.
Questi ultimi sono poi condizionati dai pregiudizi sociali come si legge nella tragica novella di Lisabetta da Messina in cui la ragazza, bella e di ricca famiglia, si innamora di un giovane squattrinato. Scoperta per caso la relazione amorosa della giovane Intervengono però i tre fratelli che, per difendere i propri interessi economici, decidono di uccidere il povero amante.
Inoltre pur elogiando le virtù tipiche di questi ricchi esponenti (quali nobiltà d’animo, gentilezza, fedeltà ecc), come narrato nella novella di Federigo degli Alberighi, che pur essendo caduto in disgrazia ha saputo conservare la nobiltà d’animo, Boccaccio condanna i soprusi e i maltrattamenti che questi esercitano sulle classi più povere.
C’è tuttavia Currado di Gianfigliazzi un ricco banchiere che mostra carità nei confronti dei meno fortunati ammirando la loro l’arguzia e l’abilità della parola. Infatti nella sesta giornata, dedicata alla battuta di spirito e ai motti arguti, viene narrato l’episodio di Chichibio, il quale mostra come questa dote fosse apprezzata al tempo di Boccaccio, tanto da far scemare la rabbia di un padrone verso il proprio cuoco. Currado e Chichibio rappresentano dunque due livelli sociali differenti e lontani, ma il gusto per la battuta breve e arguta rende possibile un avvicinamento fra i due personaggi e consente loro di instaurare un rapporto.
Perciò queste classi socialmente inferiori sono caratterizzate dall’istinto animalesco e dalla ottusità (come nella novella di calandrino e l’elitropia) ma al tempo stesso anche dalla “pronta risposta”.
Ciò viene raccontato nella novella di Fra’ cipolla, uomo di chiesa dalla grande abilità oratoria che, beffeggiandosi di un popolo di rozzi e superstiziosi, riesce a riscuotere molto denaro.
Riguardo ciò Boccaccio sottolinea l’atteggiamento truffaldino degli esponenti ecclesiastici come nella novella di Ser cappelletto testimonianza del malcostume della fede vissuta come insieme di riti svuotati del proprio significato, considerati superficiali. Di argomento simile è la novella di Frate Cipolla dove si attua una vera e propria parodia della diffusissima credenza nelle reliquie. Perciò la colpa dei religiosi (e delle religiose) non è solo quella di non rispettare il proprio ruolo ma anche di approfittare della buona fede dei credenti per ingannarli.
Concludendo si può affermare che il Decameron costituisce una complessa opera d’arte caratterizzata da una pluralità di temi affrontati e analizzati nelle loro mille sfumature. Fondamentalmente vuole arrivare a dimostrare che mondo aristocratico e borghese non sono così distanti. Il divario tra queste due classi, infatti, può essere risolto grazie alla furbizia ed abilità verbale di personaggi di estrazione sociale bassa che permettono loro di porsi allo stesso livello dei ricchi padroni e alla mescolanza dei valori caratteristici di ciascuna classe come avviene nella novella di Federigo degli Alberighi in cui ai valori positivi del mondo aristocratico si integrano le abilità di quello borghese.

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