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Le novelle del Decameron



Ambientazione: l’ambientazione è reale, storica, ben riconoscibile. Alcune sono ambientate nel mondo della realtà borghese, contemporanea, mercantile, cittadina, altre sono ambientate in una realtà storica passata: es. una novella parla di Agilulfo, re dei Longobardi. Oppure possono rappresentare la società mercantile, cittadina, borghese. Oppure c’è l’ambientazione cavalleresca, delle società cortesi. In questo caso non sono presenti i bisogni materiali della vita e gli elementi tipici della società mercantile: il denaro, gli affari, l’intraprendenza, l’industria. Questi elementi scompaiono e vengono messi in maggiore evidenza i valori che questa società portava avanti.
Boccaccio di solito ci presenta queste novelle mai con uno sfondo moralistico. Ma ci presenta sempre il compiacimento per l’abilità e l’intraprendenza dei personaggi. Sembra ammirare quella che è l’industria cioè la capacità mercantile di maneggiare il denaro, di fare calcoli economici prudenti, di ottenere vantaggi dal denaro. Quella che Boccaccio esalta è proprio la realtà che Dante riteneva la causa di tutte le rovine della città di Firenze e dell’Italia. Quella classe mercantile che secondo Dante era quella caratterizzata dall’avidità , dalla lussuria, dalla corruzione e aveva portato alle lotte intestine alle varie fazioni politiche portando così alla rovina le città. Boccaccio invece esalta questa classe sociale e ne ammira anche la capacità di non sperare perché rispetto alla società aristocratica che aveva vissuto secondo lui da parassita con il denaro che ricavava dai grandi possedimenti e che spesso aveva lasciato andare in malora questi grandi possedimenti ereditati, la società mercantile invece a volte partendo dal niente era riuscita ad essere proficua, ad ottenere successo, denaro e Boccaccio ammira questa intraprendenza. Lo vediamo in una novella di Landolfo Rufolo. Questa è considerata la novella dell’esaltazione della capacità di intraprendenza del ceto mercantile. Un critico letterario Vittorio Branca aveva definito il Decameron l’epopea dei mercanti (epopea = epos esaltazione mitica della classe sociale dei mercanti). Possiamo dire che tre sono i temi centrali delle novelle e del Decameron:

1. Il primo è proprio quello dell’industria: capacità individuale dell’iniziativa umana che sa superare le avversità. La capacità di dominare la realtà. E’ una capacità dei singoli individui. Boccaccio però vede anche i limiti del mondo mercantile: che a volte sono eccessivamente attaccati a quelle che chiama le ragioni di mercatura, il guadagno, il profitto. Questo attaccamento eccessivo può portare alla grettezza, cioè, avidità, piccolezza che alle volte diventa disumana e va a portare gesti di disumana cattiveria.
Una delle novelle che presenta ciò è la novella Lisabetta da Messina. Due fratelli per avidità uccideranno il fidanzato della sorella tagliandogli la testa che lei poi metterà in un vaso di basilico che farà crescere rigoglioso.
Boccaccio celebra i valori borghesi dell’iniziativa, dell’industria che però devono essere integrati da altri valori quali la generosità, la magnanimità, la liberalità che sono valori che appartenevano al mondo cavalleresco, ispirati alla cortesia e al mondo cortese e che Boccaccio vede sopravvivere ancora nella classe sociale dell’aristocrazia. Per Boccaccio ci dovrebbe essere una fusione di valori: quelli rappresentati dalla uova borghesia con la loro zelo e intraprendenza unità alla magnanimità, ai sentimenti di generosità della classe aristocratica. Ci sono due personaggi in due novelle che rappresentano questa fusione di valori: Cippi il fornaio. Persona umile che avrà un atteggiamento di grande magnanimità tipico della classe aristocratica e l’altra è Federigo degli Alberighi. Rappresentano la fusione dei due valori borghese e aristocratico. Questa idea della fusione dei valori non è prettamente di Boccaccio ma va a rispecchiare ciò che stava succedendo storicamente in questo periodo cioè il fatto che la nuova realtà storica faceva si che le due classi sociali stessero confluendo l’una nell’altra. La borghesia (in questo periodo meglio definirla società mercantile perché si sarà utilizzato dopo) era molto dinamica ma una volta raggiunto il potere anche all’interno dei comuni fiorentini cerca di elevarsi facendo propri quei valori che erano prettamente aristocratici. L’aristocrazia avrà la capacità di interagire con il ceto mercantile. (alcuni aristocratici privi di denaro contrarranno matrimoni vantaggiosi con questi ricchi mercanti). Le banche fiorivano perché gli aristocratici avevano bisogno di denaro.

2. L’altro elemento è la fortuna. Nel medioevo la fortuna era considerata una forza subordinata al disegno provvidenziale divino. Per Dante ad es. non esiste la sorte perché tutto è voluto da Dio. C’è un ordine provvidenziale di Dio che regola tutto. Non esiste il fato. Tanto è vero che nel VII canto dell’inferno Dante dice che la fortuna è una gerarchia angelica che è preposta alla schiera delle cose terrestri. Ne fa una parte del’ordine provvidenziale voluto da Dio. E’ una parte che deve sovrintendere al destino degli uomini. Con Boccaccio la fortuna ha tutt’altro valore, non è un elemento voluto da Dio che porta l’uomo a seguire ciò che Dio ha presupposto, ma è un complesso accidentale da forze non regolate da una volontà superiore, è il caso, l’accidentalità. Ricordare che Boccaccio ha una visione laica che non esclude la visione di Dio, lui non la esclude ma sue opere sono improntate a una visione laica. La fortuna nelle novelle viene rappresentata come forze naturali, una tempesta che fa naufragare una nave, oppure può essere il combinarsi imprevisto di varie azioni fra di loro. Andreuccio da Perugia ad esempio viene ad essere chiuso in un’arca (sarcofagi in marmo) di marmo e non riesce da uscirne, casualmente arrivano dei ladri che aprono il coperchio e lo liberano. Questa è la fortuna, quella casualità di azioni che non possiamo prevedere e che possono modificare la nostra vita. La fortuna viene vista come antagonista dell’industria umana. B. non ci dice chi prevale, se la capacità umana di affrontare la vita o la sorte (Machiavelli dirà che sono equilibrate).

3. L’ultimo tema è l’amore. Anche l’amore è visto con una prospettiva laica e umana. Non è più l’amor che muove stelle…, non è più l’amore come forza di Dio che regola l’universo ma è una forza della natura, che scaturisce dalla stessa natura dell’uomo. E’ una forza sana e positiva (Iacopone da Todi il rifiuto della natura umana). Per B. l’amore è una forza positiva e bisogna assecondarla, soffocarla è una colpa e fa generare sofferenza e morte. Tre novelle Lisabetta da Messina, di Gismonda, Nastagio degli Onesti sono tre novelle che ci presentano questo tema dell’amore negato che porta a sofferenza e morte. Boccaccio guarda con particolare attenzione lo sbocciare del desiderio amoroso soprattutto nei giovani e dice che questo istinto passionale deve essere comunque regolato dalla ragione. Abbiamo una visione dell’amore che anticipa quella del rinascimento. Boccaccio è molto innovativo anche in questo. Nel medioevo l’amore è l’amor cortese l’amore trobadorico in cui era sensuale ma questo desiderio era non appagato e insoddisfatto, nella poesia stilnovistica c’era la presenza della donna angelicata. L’unico elemento in cui avevamo visto l’amore avere una concezione più naturalistica era nella poesia comico realistica. Quindi quella cultura burlesca, goliardica, è in questa che confluiscono maggiormente le opere del Boccaccio. Ricordare però che molte novelle pur di tipo erotico non scadono mai nell’osceno.
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