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Apollo e Dafne

Apollo e Dafne di Gianlorenzo Bernini

La raffigurazione del movimento è sempre stata una questione importante nella scultura Apollo e Dafne di Bernini, legata alle conoscenze dell'anatomia e ai mezzi tecnici a disposizione nelle varie epoche. Nel Seicento, la scultura barocca affrontò spesso il movimento nel modo teatrale che le era congeniale. Uno degli esempi più alti è rappresentato dal gruppo, eccezionalmente fantasioso e sensuale, raffigurante Apollo e Dafne, che Gian Lorenzo Bernini eseguì tra il 1662 e il 1625, ispirandosi soprattutto al racconto mitologico delle Metamorfosi del poeta latino Ovidio. La statua rappresenta il momento in cui il dio ha finalmente raggiunto la ninfa amata, ma la trasformazione di Dafne in una pianta di alloro è già cominciata nei piedi, nei capelli e nelle mani, accompagnata da un grido di dolore. Le due figure sembrano leggere e ancora nel pieno della fuga, ma il tronco ricorda con pesantezza l'immobilità di Dafne e indica che quello di Apollo è l'ultimo passo della sua corsa. Bernini vuole meravigliare l'osservatore giocando sul contrasto fra l'obbiettiva staticità della statua e l'impressione generale di movimento che lo scultore prolunga nell'impeto finale di Dafne, la quale solleva ancora le mani e i capelli mentre si stanno già trasformando in rami e foglie.

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