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Impero romano - Da Augusto a Diocleziano

Con Ottaviano assistiamo al cambiamento radicale dalla repubblica, al nuovo sistema di potere deifinito principato. Si trattò di fatto di un governo di tipo monarchico , ma in esso vennero mantenute formalmente le vecchie istituzioni repubblicane. Il suo vasto potere inizialmente fu favorito dalla diffusa volontà di pace al termine delle guerre civili, successivamente il lunghissimo periodo di governo gli permise di consolidare il nuovo assetto, che concentrava l’auctoritas nelle mani di un solo uomo.
Il Senato gli conferì il titolo di Augustus il 16 gennaio. Egli riordinò il nuovo sistema amministrativo provinciale anche grazie alla creazione di numerose colonie e municipi che favorirono la romanizzazione dell'intero bacino del Mediterraneo, riorganizzò le forze armate di terra, come le coorti urbane, i vigiles e la guardia pretoriana, riformò il sistema di difese dei confini imperiali, acquartierando in modo permanente legioni e auxilia in fortezze e forti lungo l'intero limes; promosse una politica sociale più equa verso le classi meno abbienti, con continuative elargizioni di grano e la costruzione di nuove opere di pubblica utilità (come terme, acquedotti e fori).

Augusto seppe utilizzare gli intellettuali per consolidare il consenso attorno al nuovo regime. Con il circolo di Mecenate infatti i letterati cantavano la gloria di Roma (Virgilio), dell’imperatrice e della città, abbellita di monumenti e teatri in cui il sovrano dava lussuosi spettacoli. Il potere dei senatori diventò quasi nullo, e al ceto equestre furono affidate alcune province imperiali come l’Egitto e incarichi pubblici, di cui la prefettura del pretorio, che sarà molto importante sotto i successori di Augusto. Egli garantì un lungo periodo di pace all’interno, ma si impegnò amche in alcune campagne militari. Le prime mirarono a consolidare i confini dell’Impero, mentre la campagna dei conquista della Germania segnò una sconfitta (Teutoburgo).
Ad Augusto succedettero diversi esponenti della sua famiglia , che costituirono la dinastia Giulio Claudia. Il suo regime si era fondato apparentemente su un equilibrio fra senato e sovrano, alcuni come Tiberio e Claudio cercarono di mantenere tale rapporto, mentre Caligola e Nerone diedero al principato i caratteri della monarchia assoluta di stampo ellenistico - orientale.
Alla morte di Nerone, che avvenne nell’anno 68 d.c., in pochi mesi, nella confusione della guerra civile, si succedettero tre imperatori; Galba, Otone e Vitellio. Alla morte di quest'ultimo, tre erano gli elementi che pesavano per la successione imperiale: le legioni, le coorti pretorie e il senato. La situazione ritrovò il giusto equilibrio dopo l’elezione di un membro della dinastia Flavia. Flavio Vespasiano, nel 69 d.c. fu acclamato imperatore dalle sue truppe mentre si trovava all’assedio di Gerusalemme e cercava di sottomettere la Giudea. Tito, il figlio prese il suo posto in battaglia e in due anni portò a termine la repressione, distruggendo Gerusalemme e trasformando in provincia romana la Palestina.
Il regno di Vespasiano durò dieci anni e fu uno dei regni migliori perchè egli fu un imperatore saggio che, con i suoi provvedimenti legislativi e amministrativi, portò diversi benefici all’Impero Romano. L’imperatore Vespasiano valorizzò anche delle province chiamandole a dividere con i Romani e con gli Italici le responsabilità di governo.
Il regno di Tito, fu invece molto breve (79-81 d.c.) e attaccato da gravi calamità. Ci fu una violenta epidemia in tutta l’Italia, un incendio a Roma (non fu il primo) e l’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Ercolano e Stabia. A Tito, succedette Domiziano nell’81 d.c., un uomo crudele e spietato che fece rivivere ai romani i brutti tempi di Nerone.
La sua crudeltà e la sua energia, però, si rivelò utile nelle campagne militari condotte in Britannia e in Germania. La gloria in battaglia, però, non influenzò i giudizi negativi espressi dall’aristocrazia senatoria nei confronti dell’imperatore Domiziano, accusato di esercitare un potere assoluto. L’imperatore venne ucciso nel 96.
Alla morte di Domiziano (96 d.C.) il Senato riuscì a riprendere brevemente il controllo della situazione imponendo come nuovo principe uno dei suoi più autorevoli esponenti, Marco Cocceio Nerva. Questi, consapevole che per restare al potere si sarebbe dovuto garantire le fedeltà dell’esercito, adottò come successore un prestigioso generale: Traiano. Il metodo dell’adozione, condiviso dall’aristocrazia e dall’esercito e seguito da quasi tutti i principi del II secolo, che designarono i successori in base ai loro meriti personali e non per motivi puramente dinastici, assicurò una tranquilla trasmissione del potere e impedì che scoppiassero guerre civili per risolvere il problema della successione.
Traiano (98-117 d.C.) primo imperatore di origine provinciale (spagnola), attuò una politica estera aggressiva, volta alla conquista di territori potenzialmente ricchi: si impadronì della Dacia, attuale Romania, il cui sottosuolo ero ricco di miniere d’oro. Le legioni romane giunsero poi fino al golfo Persico e in Assiria, in Mesopotamia, in Armenia vennero costituite nuove province. In questo modo l’Impero raggiunse la sua massima espansione territoriale.
Nel 117 d.C. a Traiano succedette Adriano (117-138 d.C.) anch’egli di origine spagnola. Il nuovo Principe abbandonò la politica estera aggressiva del suo predecessore, rinunciò ad alcuni territori in Oriente difficilmente difendibili e impegnò le sue energie a rendere più sicuri i confini, costituendo imponenti opere difensive e curando l’addestramento delle truppe da stazionare nei punti strategici. Dedicò grande alla riorganizzazione amministrativa dell’Impero. Diede uniformità al sistema giuridico, ispezionò a ungo le province. Grazie al governo energico ed equilibrato di Traiano ed Adriano, l’Impero conobbe una fase di grande stabilità che si prolungò anche per tutto il principato di Antonino Pio (138-161 d.C.).
Le prime avvisaglie di crisi si fecero sentire con Marco Aurelio (161-180 d.C.). Travolgendo il sistema difensivo nell’area Danubiana, due popolazioni seminomadi i Quadi e i Marcomanni, penetrarono nel territorio romano giungendo fino ad Aquileia. Il principe riuscì però a ricacciarli oltre i confini. Quando Marco Aurelio morì a Vindebona (attuale Vienna) era in corso una nuova campagna militare. Gli succedette il figlio Commodo, che preferì concludere frettolosamente la pace e tornare a Roma. Il nuovo principe non fece nulla per consolidare l’autorità dell’Impero. La sua politica dispendiosa danneggiò l’economia dello Stato. Il suo governo dispotico gli attirò l’odio della classe dirigente romana. Commodo cadde vittima di una congiura di palazzo nel 192 d.C. mentre l’Impero era in preda ad una crisi di vaste proporzioni.
Complessivamente nel corso del II secolo, l’Impero dimostrò di essere un organismo militarmente forte e socialmente stabile: l’importanza delle province aumentò notevolmente a livello politico ed economico; l’apparato amministrativo si rivelò efficiente.
Alla soppressione di Commodo seguì una situazione di confusione determinata dai tentativi dei pretoriani (la guardia dell’imperatore) e dei legionari di impadronirsi del potere ricorrendo alla forza. Alla fine prevalse Settimio Severo (193-211 d.C.), nativo di Leptis Magna in Africa, capostipite di una dinastia che da lui prese il nome. La sua ascesa al vertice dello stato e la sua azione di governo evidenziarono due importanti aspetti: il maggior peso politico delle province orientali e la crescente importanza dell’esercito. Consapevole del fatto che il suo potere derivava dall’appoggio delle legioni, egli ne ricercò costantemente il consenso concedendo ai soldati paghe elevate e particolari privilegi. Attuò anche un’energica e dispendiosa politica estera, per estendere e consolidare i confini, che gravò pesantemente sulle finanze statali e quindi in ultima analisi sulle risorse economiche dei cittadini. Svalutazione della moneta, carovita, impoverimento dei ceti intermedi, decadenza delle città furono le inevitabili conseguenze di questa politica, che divorò i redditi dei produttori per mantenere le classi improduttive dei militari e dei funzionari. Alla sua morte gli succedette il figlio Caracalla (211-217 d.C.), il cui famoso provvedimento fu la “Constitutio Antoniana” (212 d.C.), con la quale concesse la cittadinanza ai provinciali di libera condizione. Con questo editto si concludeva il lungo processo di Romanizzazione assecondato e avviato da tempo da altri principi. Ad esso non era estranea una motivazione fiscale: tassando un maggior numero di cittadini gli introiti sarebbero aumentati e avrebbero contribuito ad arricchire le casse dello Stato per continuare la politica di prodigalità nei confronti dell’esercito.
Caracalla rimase vittima di una congiura militare. Dopo la breve parentesi rappresentata da Eliogabalo, che cercò di imporre i culti orientali a Roma e per questo fu ucciso, salì al potere l’ultimo rappresentante della dinastia dei Severi: Alessandro Severo. Egli si impegnò a contenere le offensive anti-romane in Oriente e in Occidente, intraprese dalla dinastia persiana dei Sassanidi e delle popolazioni barbariche. Una rivolta di truppe fu la causa della sua morte nel 235 d.C.
Con Diocleziano abbiamo una formale divisione dell'impero in impero d'oriente e impero d'occidente con un imperatore e un vice imperatore per ogni parte. Nel 293 creò la tetrarchia, un sistema di quattro sovrani. Egli e il suo amico Massimiano presero il titolo di Augusto, con Massimiano al governo dell'ovest e Diocleziano al governo dell'est. Inoltre scelse Costanzo come vice di Massimiano nell'ovest e Galerio come suo vice nell'est. Costoro ebbero anche il titolo formale di Cesare. Il progetto era che a ciascun Augusto sarebbe successo il relativo Cesare il quale a sua volta avrebbe scelto un nuovo Cesare e così via. Questo sistema creava quattro centri di comando che avrebbero sviluppato il loro effetto nei quattro angoli dell'impero. Ognuno di essi aveva sostanzialmente gli stessi onori e in questo modo si allontanava, in teoria, il rischio di una guerra civile ad ogni successione. Il Cesare veniva scelto parecchio tempo prima della morte dell'Augusto e ciò avrebbe allontanato le probabilità di richieste da parte di eventuali rivali.
L'impero era diviso solo dal punto di vista militare, ma non dal punto di vista politico. Le leggi riguardavano tutto l'impero e portavano le quattro firme degli Augusti e dei Cesari. Questa era non tanto l'ammissione che nessun uomo poteva governare l'impero, quanto il riconoscimento che il potere politico doveva essere maggiormente distribuito per aiutare il mantenimento della pace.
L'esercito fu completamente riformato. Con Diocleziano abbiamo la divisione formale tra esercito di frontiera ed esercito campale. L'esercito campale era mobile e poteva essere spostato dappertutto secondo le necessità. Ogni tetrarca aveva un esercito campale sotto il suo comando. Ogni tetrarca aveva anche una guardia di palazzo, innovazione, questa, che riduceva la guardia pretoriana a poco più di una guarnigione cittadina. Le truppe di frontiera erano chiamate "limitanei" o "riparienses" (letteralmente uomini della riva, a dimostrazione dell'importanza dei confini del Danubio, del Reno, dell'Eufrate. Diocleziano aumentò il numero dei soldati fino ad avere mezzo milione di uomini sotto le armi.
Diocleziano è entrato nella storia del cristianesimo per aver promosso una delle più violente e sanguinose persecuzioni contro i cristiani. Galerio premeva di continuo su di lui perché promuovesse un'azione forte contro i cristiani. Diocleziano inizialmente era riluttante, ma quando finalmente cedette alle insistenze di Galerio, lo fece con la tipica energia e senza trascurare niente. La persecuzione fu talmente capillare che intere comunità semplicemente scomparvero, o abiurarono o si nascosero.

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