Indice
- L’ascesa di Pompeo
- La congiura di Catilina
- Giulio Cesare e il primo triumvirato
- La conquista della Gallia
- La guerra civile tra Cesare e Pompeo
- La dittatura di Cesare
- La morte di Cesare e lo scontro per la successione
- Il trionfo di Ottaviano
- Ottaviano Augusto e il principato
- Le riforme di Augusto
- La cultura nell'età di Augusto
- I nuovi valori del principato
- Tiberio e la dinastia Giulio-Claudia
- Da Caligola a Nerone
- La dinastia Flavia
L’ascesa di Pompeo
Quando nel 79 a.C. Silla si ritirò dalla vita pubblica, il potere tornò al senato, che però si dimostrò incapace di governare; questo facilitò l’ascesa di due Generali: Pompeo e Crasso.Nel 77 a.C. il senato affidò a Pompeo il compito di frenare una rivolta dei seguaci di Mario, guidati da Quinto Sertorio, esplosa nella penisola iberica. La guerra si svolse tra il 76 e il 72 a.C. e terminò con la vittoria di Pompeo.
In quegli stessi anni, in Italia esplose una ribellione di schiavi capeggiata da Spartaco: la rivolta iniziò nel 73 a.C. a Capua, poi si estese in tutta Italia coinvolgendo migliaia di altri schiavi. Il senato affidò a Crasso l’incarico di reprimere la rivolta e nel 71 a.C. Spartaco venne sconfitto e ucciso e migliaia di schiavi furono sterminati.
Nonostante le rivalità, Pompeo e Crasso collaborarono per farsi eleggere consoli, cercando di ottenere, oltre al favore dell’aristocrazia, anche il favore dei popolari promettendo che, se fossero stati eletti, avrebbero abolito alcune leggi sillane. Pompeo e Crasso conquistarono facilmente il consolato e, giunti al potere, mantennero la promessa fatta abolendo le leggi di Silla:
- furono ripristinati i poteri dei tribuni della plebe
- i cavalieri vennero reinseriti nei tribunali, senza essere più essere controllati solo dal senato.
Quando terminò l’anno di consolato, Pompeo affrontò due importanti campagne militari:
- la prima fu condotta nel Mediterraneo contro i pirati, che danneggiavano sia gli interessi dei cavalieri nei traffici internazionali sia quelli della plebe poiché le navi assaltate trasportavano anche il grano che veniva distribuito a Roma. Il senato, quindi, concesse a Pompeo poteri straordinari su tutto il Mediterraneo per eliminare la pirateria, ma a lui bastarono solo tre mesi.
- la seconda riguardava l’avversario Mitridate che voleva espandersi in Oriente ma Pompeo riuscì a conquistare il Regno del Ponto, strappandolo a Mitridate che infine si suicidò. Pompeo creò nuove province, come la Siria e la Cilicia e trasformò alcuni territori, come l’Armenia e la Giudea, in stati vassalli (cioè stati autonomi ma controllati comunque da Roma).
Pompeo riuscì, così, a pacificare tutta l’area assicurandosi una grandissima popolarità e prestigio.
La congiura di Catilina
Mentre Pompeo era impegnato in Oriente, la repubblica romana attraversò un momento molto difficile: nel 63 a.C. il generale Catilina organizzò una congiura (un complotto per rovesciare lo Stato) per impadronirsi del potere con la forza. Catilina, durante la guerra civile si era schierato a fianco di Silla e per due volte si era candidato al consolato, ma in entrambi i casi era stato sconfitto; decise, allora, di ricorrere alla forza chiamando attorno a sé tutte le persone scontente di tutti i gruppi sociali, promettendo una riforma agraria e l’abolizione parziale dei debiti. Dall’altra parte c’erano, invece, Cicerone e Catone.Per prendere il potere, Catilina organizzò un’insurrezione a Roma che prevedeva l’assassinio dei due consoli ma la notizia della congiura giunse proprio a Cicerone, il quale denunciò il piano al senato. Catilina allora fuggì in Etruria, mentre Cicerone ottenne la condanna a morte di tutti i congiurati rimasti a Roma. Nel 62 a.C. Catilina fu sconfitto e ucciso insieme a migliaia di seguaci; questo fatto era un chiaro segno della crisi della Repubblica dovuta alla corruzione e al disagio dei ceti più poveri.
Successivamente, nel 62 a.C. Pompeo rientrò dall’Oriente e appena sbarcò a Brindisi sciolse il suo esercito e chiese al senato di approvare la sistemazione che aveva dato all’Oriente e di distribuire le terre ai suoi veterani, ma incontrò forti resistenze.
Giulio Cesare e il primo triumvirato
Del contrasto tra Pompeo e il senato ne approfittò Gaio Giulio Cesare, giovane esponente dei popolari. Giulio Cesare era nato nel 100 a.C. da una famiglia patrizia discendente da Iulo, il figlio di Enea, e legata ai popolari. Durante la dittatura di Silla, per nascondersi, andò in Asia a prestare servizio militare. Dopo la morte di Silla Giulio Cesare tornò a Roma e iniziò la sua carriera politica finché nel 61 a.C. gli fu affidato il governo della Spagna Ulteriore.Giulio Cesare riteneva che lo Stato avesse bisogno di profonde riforme e che il senato fosse un ostacolo al rinnovamento. Per realizzare il suo programma politico, decise di cercare alleanze potenti che gli permettessero di ottenere l’incarico più prestigioso: il consolato.
Nel 60 a.C. Giulio Cesare stipulò un accordo privato con Pompeo e Crasso; questo patto, noto come Primo Triumvirato, non aveva valore ufficiale ma univa tre uomini molto influenti che si sarebbero sostenuti a vicenda contro il senato per ottenere vantaggi politici e personali: Pompeo, che era un grande generale, voleva che il senato approvasse la sua sistemazione in Oriente e la distribuzione di terre ai suoi veterani; Crasso, molto ricco, cercava provvedimenti favorevoli per i pubblicani e Giulio Cesare desiderava diventare console e ottenere poi un importante comando militare che gli garantisse fama e potere.
L’accordo funzionò: Giulio Cesare fu eletto console nel 59 a.C. e, una volta al potere, fece approvare le leggi richieste dai suoi alleati: fece approvare le sistemazioni di Pompeo in Oriente e la distribuzione delle terre ai veterani, e a Crasso vantaggi economici per i pubblicani sulle imposte d’Asia; inoltre fece acquistare allo Stato nuove terre da distribuire ai plebei. Per sé, infine, Giulio Cesare ottenne il governo della Gallia Cisalpina, dell’Illirico e della Gallia Narbonese per cinque anni, dal 58 al 53 a.C. Prima di partire per le nuove province, però, Giulio Cesare si preoccupò di mandare in esilio Cicerone, suo nemico, che avrebbe potuto tramare contro di lui; infatti, Giulio Cesare affidò questo compito al tribuno della plebe Publio Clodio, il quale nel 58 a.C. costrinse Cicerone ad abbandonare Roma. Vi sarebbe tornato, però, dopo 18 mesi grazie all’aiuto di Pompeo.
La conquista della Gallia
Giulio Cesare aveva voluto il governo delle Gallie per impegnarsi nella conquista di nuovi territori e per raggiungere il prestigio militare di Pompeo e stava aspettando l’occasione giusta per intervenire in quei territori non controllati da Roma; l’occasione si presentò con gli Elvezi, una tribù celtica proveniente dall’attuale Svizzera che voleva stabilirsi in Gallia per sfuggire agli attacchi delle popolazioni germaniche.Così, nel 58 a.C. Giulio Cesare attaccò e sconfisse gli Elvezi a Bibracte. Successivamente gli fu chiesto di intervenire anche contro il re dei Germani Ariovisto; attaccò, quindi i Germani e li obbligò a non oltrepassare il Reno.
Anche i Belgi si sentivano minacciati dai Romani e nel 57 a.C. decisero di attaccarli ma vennero sconfitti e sottomessi a Cesare. Ormai buona parte della Gallia era caduta sotto il dominio romano.
Nel 56 a.C. Giulio Cesare organizzò un incontro a Lucca con Pompeo e Crasso per rilanciare il triumvirato, dato che loro si sentivano indeboliti rispetto a Cesare per tutti i territori da lui conquistati. In quella circostanza strinsero un nuovo accordo, anche se in realtà ognuno voleva prevalere sugli altri due:
- Pompeo e Crasso si assicurano il consolato per il 55 a.C. e per i cinque anni successivi Pompeo ottenne il governo della Spagna e Crasso quello della Siria;
- Giulio Cesare avrebbe governato la Gallia per altri cinque anni.
Una volta rientrato in Gallia, Giulio Cesare riprese le conquiste militari occupando l’Aquitania, la Normandia e la Bretagna. Nel 55 e 54 a.C. effettuò due spedizioni in Britannia ma non riuscì ad occupare l’isola; questo diede comunque a Giulio Cesare un grande prestigio militare.
Nel 52 a.C., però, Cesare dovette subire una vasta rivolta organizzata da quasi tutte le tribù dei Galli, comandate dal sovrano antiromano Vercingetorige. I Romani subirono pesanti perdite ma, dopo numerosi scontri, nel 52 a.C. Vercingetorige fu sconfitto ad Alesia e la Gallia fu sottomessa e divenne provincia romana. Queste sue imprese compiute in Gallia le riportò anche nel suo libro intitolato “Commentarii de bello gallico”, (dove parlava di sé in 3° persona) e che conteneva anche informazioni sull’organizzazione sociale dei Galli.
La guerra civile tra Cesare e Pompeo
Mentre Cesare completava la conquista della Gallia, il triumvirato entrò in crisi. Crasso voleva raggiungere il prestigio militare di Cesare e Pompeo e per questo motivo cercò di conquistare in Siria il regno dei Parti, ma nel 53 a.C. fu sconfitto e ucciso a Carre. La morte di Crasso rese inevitabile lo scontro tra Cesare e Pompeo e i continui scontri resero impossibile la vita politica.Il senato decise allora di riavvicinarsi a Pompeo, giudicandolo meno pericoloso di Cesare, e nel 52 a.C. lo nominò console senza collega nel senso che vennero conferiti a Pompeo pieni poteri per ristabilire l’ordine.
Quando il mandato di Cesare come governatore della Gallia giunse al termine (nel 49 a.C.), il senato, spinto da Pompeo, gli ordinò di sciogliere l’esercito e tornare a Roma da privato cittadino. Cesare capì che, se avesse obbedito, i suoi nemici politici lo avrebbero perseguitato e distrutto. Per questo motivo decise di reagire: il 10 gennaio del 49 a.C. attraversò il fiume Rubicone con il suo esercito, violando la legge che vietava ai generali di entrare armati in Italia. Pronunciò la celebre frase “il dado è tratto” (la decisione è stata presa, non si torna indietro), segnando così l’inizio della guerra civile.
Giulio Cesare, prima di seguire Pompeo in Oriente, attaccò il suo esercito in Spagna sconfiggendolo e convincendo molti soldati a passare dalla sua parte. Subito dopo Cesare si recò a Roma per farsi eleggere console per l'anno 48 a.C. Quindi si trasferì in Grecia e nella battaglia di Farsàlo del 48 a.C. sconfisse l'esercito di Pompeo, nonostante fosse molto più numeroso del suo.
Pompeo fuggì in Egitto dove il re Tolomeo XIII in quel momento era in lotta con la sorella Cleopatra per il controllo del trono. Pompeo, però, nel 48 a.C. fu assassinato e quando Cesare giunse ad Alessandria d'Egitto, un consigliere di Tolomeo gli offrì in omaggio la testa di Pompeo e il suo anello. Cesare in realtà ne fu disgustato, quindi decise di rimuovere Tolomeo e mettere sul trono dell'Egitto la sorella Cleopatra, con la quale ebbe una relazione per reciproci interessi politici e con la quale ebbe anche un figlio, Tolomeo Cesare.
Giulio Cesare dovette presto affrontare nuovi nemici: nel 47 a.C. affrontò il figlio di Mitridate, Farnace, che voleva impadronirsi della Bitinia e della Cappadocia (in Asia) e riuscì a sconfiggerlo nella battaglia di Zela; Cesare comunicò il successo al senato con la famosa frase “Veni, vidi, vinci” (venni, vidi, vinsi).
Successivamente si diresse in Africa per sconfiggere le truppe di Catone e infine, nel 45 a.C. in Spagna (a Munda) sconfisse le ultime truppe dell’esercito di Pompeo. A questo punto Giulio Cesare era davvero il padrone di Roma.
La dittatura di Cesare
A partire dal 49 a.C. Giulio Cesare fu eletto console per quattro volte consecutive; contemporaneamente fu nominato dittatore e padre della patria. Infine, conservò la carica di pontefice massimo che ricopriva dal 63 a.C. Teoricamente, dunque, Roma rimase una Repubblica ma di fatto tutti i poteri erano concentrati in una sola persona ma, comunque, Cesare non abusò mai dei suoi poteri.Giulio Cesare realizzò una riforma del sistema repubblicano:
- il senato passò da 600 a 900 membri, compresi quelli della Gallia e della Spagna e la cittadinanza romana venne estesa anche agli abitanti della pianura padana.
- fu aumentato il numero dei magistrati.
Ci furono anche importanti riforme sociali:
- vennero fondate numerose colonie dove si stabilirono oltre 80.000 cittadini così da dimezzare il numero di coloro che avevano diritto alle distribuzioni di grano, con grande risparmio dello Stato.
- vennero realizzate importanti opere pubbliche.
- furono approvati provvedimenti in favore dei debitori.
Questo periodo della storia romana, dal 60 a.C. al 44 a.C. (anno della morte di Giulio Cesare) è chiamato “età di Cesare” e fu caratterizzato da violenti conflitti, guerre civili e cambiamenti sociali, politici e culturali. A Roma si diffusero le filosofie greche come l’epicureismo e lo stoicismo, al posto dell’epica si svilupparono nuovi generi come l’oratoria, il cui massimo esponente fu Cicerone; nel campo della storia i massimi esponenti furono Cesare e Sallustio, nella poesia Catullo e nella filosofia Lucrezio.
La morte di Cesare e lo scontro per la successione
Giulio Cesare voleva riorganizzare lo Stato romano, ponendo fine alle guerre civili; i poteri di Cesare erano quelli di un vero e proprio re: aveva il titolo permanente di imperator e all’inizio del 44 a.C. venne nominato dittatore a vita. Cesare, inoltre, stava preparando una campagna militare contro i Parti ma due dei suoi collaboratori, Bruto e Cassio, temevano un suo eccesso di potere e così organizzarono una congiura: il 15 marzo del 44 a.C., alle idi di marzo secondo il calendario romano, Cesare venne assassinato.Dopo l’assassinio di Cesare, a Roma si impose la figura di Marco Antonio che si propose di continuare l’opera di Cesare e di far rispettare le sue volontà testamentarie che prevedevano lasciti in denaro per la plebe e i legionari. Bruto e Cassio, invece, furono costretti a fuggire e a rifugiarsi in Siria e in Macedonia.
In realtà, però, non era Marco Antonio l’erede indicato da Cesare ma era il suo pronipote che aveva adottato come figlio, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, al quale lasciò gran parte del suo patrimonio.
Quando Cesare morì, Ottaviano si trovava in Macedonia dove lo stava aspettando per combattere contro i Parti. Appresa la notizia, Ottaviano tornò a Roma per farsi consegnare da Marco Antonio il patrimonio ereditato; Marco Antonio si rifiutò, così Ottaviano decise di vendere i suoi beni personali per distribuire il ricavato ai proletari, rispettando così le ultime volontà di Cesare e conquistandosi la fiducia di molti veterani di Cesare e anche l’appoggio di Cicerone.
Marco Antonio pretendeva di scambiare il suo incarico di governatore di Macedonia con quello della Gallia Cisalpina, ma il legittimo governatore di questa provincia, Decimo Bruto, si rifiutò di cederlo.
Questo fatto causò una nuova guerra avvenuta nel 43 a.C. a Modena, dove Marco Antonio venne sconfitto. Successivamente Marco Antonio si rifugiò nella Gallia Transalpina, dove si trovava Lepido, comandante della cavalleria di Cesare.
Ottaviano, invece, marciò su Roma e impose al senato la sua elezione al consolato. Poi, incontrò a Bologna Marco Antonio e Lepido per trovare con loro un accordo ed evitare una guerra civile.
Dall’accordo tra Ottaviano, Marco Antonio e Lepido nacque nel 43 a.C. il secondo triumvirato che fu una vera e propria magistratura superiore a tutte le altre e aveva l’incarico di dare a Roma una nuova costituzione.
Il trionfo di Ottaviano
Uno dei primi obiettivi di Ottaviano, Marco Antonio e Lepido fu la sconfitta di tutti i nemici di Cesare: i congiurati e i loro complici furono dichiarati nemici pubblici e per identificarli vennero compilate delle nuove liste di proscrizione, come fece Silla. Anche Cicerone rientrò in queste liste, dato che Marco Antonio non gli perdonò una serie di orazioni (le Filippiche) con cui Cicerone lo accusò di essere nemico della repubblica, tanto che fu poi ucciso.Un altro obiettivo era quello di attaccare le basi militari degli avversari che si trovavano soprattutto in Oriente; lo scontro tra l’esercito di Ottaviano e Marco Antonio e quello dei congiurati avvenne nel 42 a.C. a Filippi, in Macedonia, dove Bruto e Cassio furono sconfitti e si suicidarono.
Rimaneva l’ultimo avversario, Sesto Pompeo, figlio di Pompeo che venne sconfitto dalla flotta di Ottaviano nel 36 a.C. nei pressi di Messina.
Lepido conservò solo la carica di pontefice massimo, che ricoprì fino alla sua morte (nel 12 a.C.); nel 40 a.C. a Brindisi ci fu un nuovo accordo dove Marco Antonio riconobbe a Ottaviano il governo dell’Occidente e pretese per sé il governo dell’Oriente, dove voleva ripristinare l’ordine delle province che erano state controllate da Bruto e Cassio. Infine, nel 41 a.C., Marco Antonio si stabilì ad Alessandria, presso la regina d’Egitto Cleopatra dalla quale ebbe tre figli. A Roma, però, non gradirono questa situazione perché ritenevano Marco Antonio succube della regina Cleopatra ma in realtà cercava l’appoggio della regina per attaccare i Parti e per sfidare Ottaviano. Ma quando si decise ad attaccare i Parti, nel 36 a.C., subì una pesante sconfitta. Le cose non stavano andando come Marco Antonio aveva sperato: il legame con Cleopatra lo metteva in cattiva luce a Roma anche per il fatto che assegnò alcune province ai figli di Cleopatra. Per Ottaviano, quindi, fu facile giustificare al popolo romano la sua rivalità con Marco Antonio.
Nel 32 a.C. Ottaviano attaccò Marco Antonio: lo scontro decisivo si svolse il 2 settembre del 31 a.C. nelle acque di Azio, in Epiro (Grecia nord-occid.); Marco Antonio fu sconfitto e si rifugiò in Egitto, dove infine si suicidò con Cleopatra (nel 30 a.C.).
Ottaviano restò così il padrone assoluto dello Stato romano; la sua vittoria segnò la fine definitiva della repubblica: con la battaglia di Azio, infatti, iniziò la storia dell’impero romano.
Ottaviano Augusto e il principato
Ottaviano rientrò a Roma nel 29 a.C. da vincitore e celebrò il suo trionfo con il titolo di imperator (generale vittorioso), così come Giulio Cesare. Ottaviano ora doveva mantenere la promessa di difendere le tradizioni romane e la repubblica, perché sapeva quanto i romani fossero attaccati alla repubblica e disprezzassero la monarchia. Perciò, formalmente le istituzioni romane rimasero quelle repubblicane, ma Ottaviano concentrò nelle sue mani tutti i poteri più importanti; così, senza dichiararlo, governò come un re.Nel 28 a.C. il senato conferì ad Ottaviano il titolo non ufficiale di principe; poi, nel 27 a.C., in una cerimonia solenne, Ottaviano dichiarò di rinunciare a tutti i poteri straordinari che aveva ottenuto durante la guerra. In realtà Ottaviano voleva che i poteri straordinari gli fossero riconosciuti ufficialmente dal senato.
I senatori diedero a Ottaviano anche il titolo di Augusto, che significa degno di rispetto, e questo rese il suo potere sacro. Ottaviano, quindi, diventa Augusto e inizia a trasformare la repubblica in un nuovo sistema politico chiamato principato, definito poi successivamente impero.
Augusto non rinunciò mai al comando dell’esercito e, per passare dalla repubblica al principato nel 23 a.C. ottenne:
- la potestà tribunizia, cioè i privilegi dei tribuni della plebe, ovvero:
- l’inviolabilità e la sacralità,
- il diritto di veto, cioè il privilegio di bloccare provvedimenti del senato ritenuti ingiusti,
- la possibilità di far approvare le leggi
- l’imperio proconsolare, cioè il potere di governo dei proconsoli sulle province romane.
Nel 12 a.C. Augusto assunse il titolo di pontefice massimo, diventando supremo capo religioso. Infine, nel 2 a.C. gli fu attribuito anche il titolo di “padre della patria”. Augusto aveva, quindi, tutte le cariche più importanti che deteneva a vita. Il senato aveva perso il controllo delle grandi decisioni politiche e la repubblica era in realtà una “monarchia mascherata”.
Le riforme di Augusto
- Riforma dell'esercito: Augusto puntò a riorganizzare l’esercito per renderlo più efficiente e totalmente fedele a lui. Per renderlo più efficiente ridusse il numero delle legioni, permettendo anche agli abitanti delle province di arruolarsi. Per assicurarsi, invece, la fedeltà dell’esercito, Augusto decise di concedere ai legionari anche la cittadinanza romana, oltre al denaro e terreni. I legionari, però, non potevano sposarsi per tutta la durata del servizio militare. Infine, Augusto istituì le guardie armate dell’imperatore: i pretoriani, scelti tra i soldati più valorosi, che garantivano anche l’ordine nella città ed erano comandati da un fidato collaboratore del principe, il prefetto del pretorio.- Riforma dell'amministrazione statale: Augusto regnò per 45 anni, dal 31 a.C. al 14 d.C. e fu un periodo di pace e di sviluppo dell’economia romana. Per migliorare il funzionamento di un impero così vasto, Augusto realizzò la riforma dell’amministrazione dello Stato: riorganizzò il territorio imperiale dividendo le province in due categorie:
- le province senatorie: erano quelle conquistate per prime, affidate al senato che nominava un proconsole per governarle (non erano controllate dal principe)
- province imperiali: come la Spagna, la Siria, la Gallia, territori conquistati più recentemente che erano governati direttamente da Augusto, che ne affidava il governo a suoi delegati (i legati). I tributi provenienti da queste province li incassava il principe e non finivano nelle casse dello Stato; l’Egitto, invece, era proprio considerato di proprietà di Augusto.
Anche il sistema fiscale venne reso più efficiente e per misurare la ricchezza dei cittadini furono organizzati periodici censimenti (raccolta dati e informazioni della popolazione).
Augusto introdusse nell’amministrazione dello Stato anche le figure dei prefetti, scelti tra le due classi sociali più elevate. Tra le famiglie senatorie veniva scelto il prefetto urbano, che amministrava la città di Roma e gestiva l’ordine pubblico. Tra i cavalieri venivano scelti:
- il prefetto dell’annona: si occupava dell’approvvigionamento alimentare e distribuzioni di grano alla plebe.
- il prefetto dei vigili, che garantiva la sorveglianza notturna e gli interventi in caso di incendi.
- il prefetto del pretorio, comandante dei pretoriani e il più stretto collaboratore dell’imperatore (il suo vice).
Scegliendo i cavalieri per questi incarichi, Augusto ottenne due vantaggi:
1.creò un gruppo di funzionari fedeli solo a lui
2.soddisfò i cavalieri che volevano partecipare alla gestione dello Stato, eliminando così tensioni sociali.
Augusto utilizzò anche funzionari di origini più umili, come i liberti (ex schiavi liberati), premiando la fedeltà e le loro capacità.
- Politica estera: per mantenere la pace interna, Augusto voleva rafforzare i confini dell’impero. La prima campagna militare fu in Spagna, dove cercò di rafforzare il dominio romano e fermare le continue ribellioni che durarono dal 26 al 19 a.C. Successivamente Augusto si occupò dei confini italiani, soprattutto della zona del Monginevro, importante via di comunicazione tra l’Italia e la Gallia Transalpina (Francia). In quella zona vivevano i Salassi, che furono sconfitti nel 25 a.C. e lì fu fondata la colonia militare di Augusta Praetoria (l’attuale Aosta). Augusto conquistò anche altri territori, corrispondenti all’attuale Svizzera, parte dell’Austria, Ungheria, Serbia e Bulgaria.
In Europa centrale, Augustò cercò di rafforzare i confini con i Germani lungo il Danubio, e provò a conquistare la zona tra i fiumi Reno e Elba ma nel 9 d.C. le tribù germaniche si ribellarono. Il generale inviato lì da Augusto, Quintilio Varo, fu sconfitto e ucciso con il suo esercito nella foresta di Teutoburgo.
Dopo questa sconfitta, Augusto rinunciò a conquistare la Germania, e il Reno divenne il confine definitivo dell’Impero romano in quella zona.
Un altro problema riguardava l’impero dei Parti, l’unico abbastanza forte da sfidare Roma. Augusto, però, preferì la diplomazia: nel 20 a.C. riuscì ad ottenere la pace e i Parti restituirono le insegne militari che avevano preso ai Romani anni prima e questo fu un grande successo politico per Augusto.
Di conseguenza, a Roma ci fu una ripresa economica che favorì l’ampliamento della rete stradale e il commercio marittimo migliorò perché non c’erano più pirati: così i mercanti romani poterono commerciare anche con India e Cina. Augusto intervenne anche sulla moneta: poiché le spese dello Stato erano aumentate (per pagare funzionari e soldati), decise di aumentare la quantità di monete in circolazione. Lui coniò personalmente le monete d’oro e d’argento, mentre al senato lasciò la produzione di quelle in rame.
La cultura nell'età di Augusto
Augusto spese molti soldi per la costruzione di opere pubbliche per celebrare la grandezza di Roma. Costruì un nuovo foro, che fu chiamato Foro Augusteo, dove si trovavano un grande tempio, edifici pubblici, una biblioteca e diverse statue, tra cui quella di Augusto stesso, più imponente delle altre.Nel 13 a.C. costruì un tempio in onore della dea Pace per celebrarsi come promotore della pace e infatti l’altare era chiamato Ara Pacis Augustae (l’altare della pace di Augusto).
Augusto si occupò anche dell’apertura di biblioteche pubbliche, come la biblioteca Palatina, che divenne subito il simbolo della politica culturale di Augusto e punto di incontro degli intellettuali, i quali divennero anche loro indispensabili nella politica culturale di Augusto. Roma, così, divenne il centro culturale più vivo del mondo antico, attirando anche studiosi stranieri. Un’altra biblioteca, più piccola, fu costruita nel Portico di Ottavia, che prendeva il nome dalla sorella dell’imperatore. Inoltre, vennero costruiti numerosi edifici e templi e venne estesa la rete di acquedotti; sulle monete fu coniato il volto di Augusto e divenne una moda possedere oggetti con l’immagine del principe come espressione di fedeltà.
Uno dei principali collaboratori e consiglieri di Augusto in questo grandioso progetto culturale fu Gaio Clinio Mecenate, che aveva il compito di scoprire nuovi talenti letterari e aiutarli con soldi e protezione, così che le loro opere esaltassero Roma e Augusto.
Mecenate valorizzò davvero gli artisti, i quali crearono opere che celebravano Augusto e la sua epoca, considerata “nuova età dell’oro”. L’attività di Mecenate è diventata così famosa che ancora oggi la parola “mecenatismo” indica chi sostiene e finanzia l’arte e la cultura.
Attorno a Mecenate, nacque il “circolo di Mecenate”, in cui si riunivano alcuni tra i maggiori scrittori della letteratura latina come Virgilio, Orazio e lo storico Tito Livio.
Virgilio era stato espropriato delle terre della sua famiglia per essere assegnate ai veterani della guerra di Filippi ma successivamente ottenne da Mecenate una villa a Napoli e vari terreni nei dintorni. A Napoli Virgilio scrisse le Georgiche, il suo poema sul lavoro dei campi e sull’allevamento, che dedicò proprio a Mecenate. Inoltre, scrisse l’Eneide che dedicò proprio ad Augusto, dove narrò le vicende di Enea, il leggendario eroe troiano progenitore di Romolo e Remo. Augusto incaricò Virgilio di celebrare anche le sue origini familiari, la gens Iulia a cui appartenevano Giulio Cesare e Augusto.
Anche Quinto Orazio Flacco divenne un grande amico di Mecenate e scrisse opere come le Satire e “Carme Secolare” in cui celebra la gloria di Augusto e la grandezza di Roma.
Infine, c’erano i poeti elegiaci, come Sesto Properzio, che erano orientati maggiormente a tematiche amorose; Properzio scrisse anche versi della vittoria di Augusto ad Azio nel 31 a.C.
Lo storico Tito Livio scrisse una Storia di Roma dalla sua fondazione, dalle origini fino ad Augusto; la sua morte, però, lasciò l’opera incompleta. Il poeta Ovidio era prima diventato il poeta più apprezzato di Roma, ma poi le sue opere furono considerate immorali perché esaltavano le gioie dell’amore e della vita spensierata; invece, Augusto preferiva i valori morali legati alla tradizione. Ovidio fu quindi esiliato lontano da Roma dove morì senza aver mai ricevuto il perdono di Augusto.
I nuovi valori del principato
Tra il 18 e il 19 a.C. Augusto fece votare le leggi Giulie, che puntavano a salvaguardare la famiglia; alcune prevedevano l’obbligo di sposarsi tra i 25 e i 65 anni, altre ponevano limitazioni nelle eredità per chi non aveva figli, mentre venivano dati premi in denaro alle famiglie numerose, altre ancora punivano l’adulterio. Augusto emanò anche delle leggi contro il lusso e valorizzò le attività della terra.Augusto cambiò anche la religione, unendo le tradizioni antiche con delle novità:
- recuperò i culti ufficiali romani, limitando quelli orientali
- fece costruire l’Ara Pacis e il Pantheon per celebrare la vittoria di Azio
- nelle statue era rappresentato come un uomo sacro, ma lui non voleva essere considerato un dio
- riprese il culto dei Genii, cioè gli spiriti che proteggevano le famiglie; il Genio di Augusto era venerato perché rappresentava il capo della “grande famiglia” del popolo romano.
In Oriente, in particolare in Egitto, Augusto si presentò come un dio vivente e successore dei faraoni.
Nella Roma repubblicana l’uomo libero doveva dedicarsi alla politica e alla cultura, non al lavoro manuale (fatto dagli schiavi). Sotto Augusto, i funzionari dello Stato divennero spesso funzionari del principe e dovevano sapersi comportare e relazionare con funzionari di grado superiore: serviva, quindi, moderazione e autocontrollo nei comportamenti.
Anche nella famiglia cambiò qualcosa:
- i mariti iniziarono a rispettare di più le mogli, considerate compagne di vita.
- divenne importante la fedeltà e la moralità
- la moglie non era più totalmente sottomessa al marito; bastava che un uomo e una donna vivessero insieme per essere considerati sposati e il matrimonio poteva finire se uno dei due lasciava la casa comune.
- Le donne ottennero più libertà: non erano più sotto il controllo del padre (il pater familias) e potevano avere proprietà proprie, ereditare, studiare, diventare scrittrici, mediche o avvocate.
Tuttavia, molti uomini non approvavano questa libertà e pensavano che le donne potessero esagerare
Tiberio e la dinastia Giulio-Claudia
Augusto voleva affrontare anche il problema della sua successione; anche se lo Stato romano era ancora chiamato “repubblica”, in realtà il potere era ormai concentrato nelle mani dell’imperatore.Per evitare nuove guerre civili, Augusto voleva una successione ereditaria: così, decise di adottare Tiberio, figlio di sua moglie Livia, e di farlo diventare suo successore.
Augusto morì a Nola il 19 agosto del 14 d.C., lasciando il ricordo di sé come uno dei più grandi uomini dell’epoca: aveva pacificato uno Stato colpito da guerre civili, ne aveva reso saldi i confini e aveva fondato la potenza di Roma.
Tiberio diventò il nuovo imperatore, trasformando il principato in impero.
I successori di Augusto assunsero il titolo di cesari, a ricordare la loro discendenza da Giulio Cesare.
Formalmente il potere era ancora nelle mani del senato e del popolo, ma di fatto l’imperatore aveva il potere assoluto e non era responsabile di fronte a nessuno; per questo motivo, non avendo più poteri, il senato divenne il principale nemico dell’imperatore. Tiberio per difendersi cercava l’appoggio dei pretoriani, e dell’esercito, ai quali distribuiva premi e compensi; inoltre, cercava anche l’appoggio della plebe, alla quale garantiva le distribuzioni di grano (le frumentationes).
Tiberio apparteneva sia alla gens Iulia, in quanto figlio adottivo di Augusto, sia alla gens Claudia, dato che era figlio di Tiberio Claudio (primo marito di Livia). Con lui, quindi, iniziò la dinastia Giulio-Claudia che diede altri tre imperatori a Roma: Caligola, Claudio e Nerone.
Tiberio proseguì la politica di Augusto mantenendo l’ordine, limitò le spese pubbliche e rinforzò i confini dell’impero evitando guerre. Nell’ultimo periodo, però, ci furono continue lotte per il controllo degli incarichi; per questo motivo Tiberio decise di abbandonare Roma e di stabilirsi a Capri. Della sua assenza tentò di approfittarne Saiano, che eliminò tutti quelli che lo contrastavano; ma quando, addirittura, fece assassinare il figlio di Tiberio, Druso, fu arrestato e ucciso. Tiberio morì nel 37 d.C. e gli successe il nipote Gaio Cesare, soprannominato Caligola (per via del tipo di calzature militari che indossava sempre, le caligula).
Da Caligola a Nerone
Caligola era considerato un “folle”: era violento, voleva governare da solo imponendo una monarchia assoluta, spese enormi somme di denaro per abbellire la città con conseguente aumento della tassazione, pretendeva di essere adorato come un dio e impose l’obbligo di inchinarsi davanti a lui. Gli oppositori furono assassinati ma dopo quattro anni di governo, nel 41 d.C., l’imperatore fu ucciso dai pretoriani.Gli stessi pretoriani che uccisero Caligola proclamarono imperatore suo zio Claudio; molti lo considerarono incapace di governare ma presto si dimostrò all’altezza: migliorò l’amministrazione dello Stato, riorganizzò l’esercito, fece costruire nuove strade e acquedotti e conquistò la Britannia (attuale Inghilterra), la Mauritania in Africa e la Tracia a est.
Claudio fece uccidere la sua terza moglie, Messalina, forse colpevole di aver tramato contro di lui.
La sua quarta moglie fu sua nipote Agrippina, la quale sfruttò il matrimonio per convincere Claudio ad adottare suo figlio Nerone per farlo salire al trono dopo la sua morte e, proprio per questo motivo, si pensa che fu proprio Agrippina ad avvelenare Claudio nel 54 d.C.
Nerone salì al trono a soli 17 anni, imposto dalla madre Agrippina. Inizialmente governò seguendo le direttive della madre e del suo consigliere, il filosofo Seneca.
I primi anni Nerone riprese la politica di moderazione di Augusto e ci fu un periodo di pace. Con il tempo, però, Nerone divenne sempre più crudele tanto che nel 59 d.C. fece uccidere la madre Agrippina e molti oppositori perché non voleva più interferenze; pochi anni dopo anche Seneca si ritirò a vita privata. Rimasto solo al potere, Nerone portò il governo verso l’assolutismo.
Nerone diventò in seguito un tiranno sanguinario che compì diversi omicidi: oltre alla madre Agrippina, uccise il suo fratellastro Claudio - rivale al trono -, la moglie Ottavia – uccisa per sposare Poppea – e poi anche la stessa Poppea. Inoltre, aveva istigato al suicidio Seneca e il letterato Petronio, accusati di aver tramato contro di lui. Il fatto più grave attribuito a Nerone è certamente l’incendio di Roma, avvenuto nel 64 d.C., che distrusse gran parte della città. Molti credettero che fosse stato lui ad appiccare il fuoco perché voleva costruire la sua nuova reggia, ma probabilmente non fu così; Nerone accusò i cristiani che seguivano una religione lontana dalla mentalità romana. Per questo motivo vennero uccisi gli apostoli Pietro e Paolo, dando inizio a una delle prime persecuzioni della storia.
Dopo l’incendio Nerone fece costruire la Domus Aurea, una grandiosa reggia al centro di Roma. Organizzò ogni 5 anni i giochi per la plebe, i Neronia, e avviò anche delle riforme e innovazioni:
- realizzò una riforma monetaria che favorì i ceti bassi e medi, sfavorendo però l’aristocrazia
- riorganizzò l’approvvigionamento di Roma, impedendo aumenti eccessivi del prezzo del frumento
- attuò una politica edilizia per la ricostruzione della città
- in politica estera, consolidò i confini ottenendo dai Parti l’Armenia
Nel 68 d.C. la congiura militare della Gallia e della Spagna, guidata da Galba, portò al suicidio di Nerone.
Le lotte per la successione causarono una nuova guerra civile.
La dinastia Flavia
Nel 69 d.C. la guerra civile e la mancanza di regole per la successione imperiale portarono sul trono quattro imperatori in un anno: il primo fu Galba, che venne presto ucciso da un gruppo di pretoriani, i quali misero sul trono Otone. Ma le legioni romane in Germania si ribellarono e al suo posto proclamarono imperatore il loro comandante Vitellio, che riuscì a sconfiggere le truppe di Otone. Le legioni stanziate in Giudea, invece, proclamarono imperatore Tito Flavio Vespasiano, il generale che stava combattendo la rivolta degli Ebrei. Vespasiano giunse in Italia, sconfisse Vitellio dando inizio alla dinastia dei Flavi.Vespasiano cercò di ridare stabilità allo Stato e all’economia; rafforzò il potere imperiale e a tale scopo fece approvare la cosiddetta lex de imperio Vespasiani (le legge sui poteri di Vespasiano), cioè la legge che affidava all’imperatore un potere assoluto. Inoltre, affrontò il problema delle finanze pubbliche riducendo le spese e recuperando i terreni pubblici che erano stati occupati dai privati. Infine finanziò diverse opere pubbliche, tra cui l’Anfiteatro Flavio, meglio conosciuto come Colosseo. Vespasiano morì nel 79 d.C., lasciando il potere a suo figlio Tito.
Nel 67 d.C. Tito riuscì a frenare la rivolta degli Ebrei in Palestina; l’episodio più importante di questa guerra fu la conquista e la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani. Il Tempio di Gerusalemme, edificio sacro per gli Ebrei, fu distrutto e questo episodio diede origine alla grande diaspora degli Ebrei, cioè la dispersione del popolo ebraico per tutto il territorio dell’impero e, in seguito, nel mondo.
Durante l’impero di Tito Roma fu bruciata da un incendio e l’intera penisola venne colpita da una micidiale pestilenza, ma la catastrofe più grave fu l’eruzione del Vesuvio che distrusse Ercolano, Pompei e Stabia. Tito morì per una malattia nell’81 d.C., dopo solo due anni di impero.
Dopo la morte di Tito, il potere passò al fratello Domiziano il quale rafforzò le fortificazioni lungo il Reno e il Danubio, migliorando così la difesa del confine, il limes (strada fortificata che segnava la frontiera).
Per migliorare le finanze dello Stato, Tito aumentò la paga dei soldati per ottenere l’appoggio dell’esercito ma limitò i poteri dell’aristocrazia senatoria: si attribuì la censura perpetua, cioè il potere di sostituire a suo piacimento i senatori. Inoltre, accanto al titolo di dominus (signore) fece aggiungere anche quello di deus (dio). Quindi instaurò un regime di terrore in cui ogni forma di dissenso veniva punita. Domiziano cercò anche di impedire la diffusione di religioni diverse da quella ufficiale, tanto che nel 95 d.C. promosse una persecuzione contro i cristiani. Domiziano venne assassinato nel 96 d.C. e con la sua morte terminò la dinastia Flavia.