L’Illuminismo

L’Illuminismo nasce nel XVIII in Inghilterra ma avrà massima espansione in Francia.

Significato del termine

L’Illuminismo ha come obiettivo quello di illuminare le menti degli uomini i quali, per gli illuministi, sono dotati di una facoltà cognitiva che è la ratio (la ragione) che è l’unico mezzo per poter raggiungere ad una conoscenza assoluta.

Quadro storico-politico

Per comprendere la forte necessità di illuminare le menti degli uomini, bisogna calarsi nella situazione politica e sociale del tempo. Non è un caso che l’Illuminismo, sebbene venga declinato in Inghilterra, trovi ampia diffusione in Francia in cui, nell’ultima fase del XVIII secolo (1789), scoppierà la Rivoluzione Francese.
Il bisogno di svegliarsi dal torpore nasce dalla necessità di uno svecchiamento a livello sociale e politico.

L’uomo si accorge che nei regimi politici era presente la logica del privilegio che creava delle sperequazioni sociali: La classe sociale che fa da motore alla rivoluzione è il blocco del terzo stato composto dal popolo e dalla borghesia che costituiva circa l’80% delle classi sociali. Essi erano coloro che pagavano più tasse di tutti e contribuivano, per questo, in modo più incisivo all’erario sociale arrivando ad impoverirsi; al contrario, la classe sociale del clero e la nobiltà erano quasi esenti dalle tasse, sfruttando il denaro accumulato dai tributi.
Da queste disuguaglianze sociali, nasce e cresce il malcontento che porta allo scoppio della Rivoluzione.
Gli ideali dell’Illuminismo furono quelli che sottendevano alla grossa spinta verso la Rivoluzione.
Rinfrescare le menti, quindi, significava ricordare all’uomo che era stato creato libero e uguale, svecchiando le logiche desuete che attanagliavano il grosso strato della popolazione. Ragion per cui, bisognava ritornare agli ideali di uguaglianza, di libertà e di fratellanza sociale che per troppi anni erano stati cancellati dalle menti degli uomini da questa logica del privilegio.

Genesi filosofica

L’Illuminismo trae la sua genesi filosofica dalla fusione del razionalismo cartesiano e dall’empirismo di Locke.
Cartesio e, dunque, il razionalismo individuava nella ragione l’unica facoltà che potesse condurre l’uomo a giungere alla conoscenza assoluta. (Cogito ergo sum).
L’empirismo di Locke, invece, sosteneva che si può avere certezza e conoscenza solo di ciò che viene espedito, sperimentato.

Campi d’indagine

Non è un caso che gli illuministi furono totalmente disinteressati rispetto a quelli che erano, ad esempio, i problemi di natura metafisica (il destino, la presenza dell’anima e di un presunto Dio…) poiché non potevano essere oggetto di indagine razionale.
Da questo dipende anche quello che è la concezione religiosa dell’Illuminismo: generalmente si è soliti dire che gli illuministi sono atei che, giungendo ad una negazione estremo, sostengono l’inesistenza di un Dio: non potendo vedere e, quindi, conoscere Dio, non è tantomeno possibile operare un’indagine razionale basato sul frutto dell’esperienza; in realtà, sarebbe più corretto parlare di deismo con il quale si sosteneva che, esistendo l’uomo, la storia e l’universo, esiste anche un’entità assoluta e superiore avente un motore primo da cui tutto ha avuto origine ma non è possibile conoscerlo.

Processo al passato e Mito del Buonselvaggio

Un’altra caratteristica dell’Illuminismo fu il cosiddetto processo al passato.
Il torpore dalle menti degli uomini che gli illuministi volevano risvegliare fu destato dalla tirannide religiosa che aveva riempito l’uomo di pregiudizi e di un senso del limite, fermando la sua vis cognitiva… e dalla tirannide politica che avevano ridotto l’uomo in uno stato tale che non c’era neanche la possibilità di comprare beni primari.
Da questa constatazione comincia il processo al passato dell’Illuminismo: gli illuministi iniziano a far comprendere alle persone che l’uomo non è stato creato per essere infelice e sottomesso, bensì è diventato prigioniero a causa di queste due forme di tirannide. L’uomo, allo stato primordiale, era libero e felice ma, man mano che la società si è evoluta, si è ramificata la società costringendo gli uomini a lottare tra di loro.

In questo contesto di processo alla storia, nasce il mito del Buonselvaggio il quale rappresenta l’uomo primitivo (selvaggio) che non conosceva il diritto, le leggi, non era diviso in caste, era libero ed era uguale agli altri… in questa situazione di uguaglianza era totalmente felice. Nel momento in cui la società si è evoluta e sono nate le guerre, è nata una sorta di aberrazione dello stato di natura dell’uomo.
Questo mito va a configurarsi nel personaggio di Venerdì ne Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe il quale narra che Robinson è vittima di un naufragio, giunge su un’isola deserta sulla quale incontra il Buonselvaggio (Venerdì). Quest’ultimo rappresenta l’uomo primitivo, in opposizione a Robinson che rappresenta l’uomo evoluto/involuto che ripiomba in uno stato primordiale dove è assente ogni forma di struttura sociale.

Ideali dell’Illuminismo e funzione della letteratura

In un momento in cui si cerca di illuminare le menti degli uomini, la funzione della letteratura è quello di veicolare il passaggio e la diffusione di questi nuovi ideali. Sarà, quindi, una letteratura che avrà un fine pratico nei confronti del lettore, come mezzo di diffusione del sapere.
Non è un caso che questi sono gli anni in cui si diffondono molto le riviste e, in particolare, l’Encyclopédie, il prodotto finito più tipico dell’Illuminismo, ad opera di Diderot, D’Alambert, Rosseau, Voltaire

Centri Illuminismo italiano

Napoli (per quello campano) e Milano (per quello lombardo) sono i due centri più importanti dell’Illuminismo italiano. Un certo particolare per l’Illuminismo italiano fu anche Venezia, con delle connotazioni differenti.
Illuminismo lombardo – A Milano erano attivi i fratelli (Pietro e Alessandro) Verri i quali avevano fondato la cosiddetta Accademia dei Pugni, chiamata così perché erano disposti a difendere con la forza la diffusione di questi nuovi ideali. In questa Accademia ci si riuniva per trattare di molteplici argomenti, riferiti quasi sempre alla quotidianità, problematiche reali e sociali, soprattutto della borghesia (avvocati, medici…).
Anche in letteratura, i fratelli Verri sostenevano la diffusione di un linguaggio più semplice possibile, vicina alla lingua di tutti i giorni, affinché la diffusione delle loro idee potesse essere avvantaggiata.
I Verri produssero una rivista chiamata Il Caffè che usciva ogni dieci giorni e conteneva una serie di articoli di ampio respiro (questioni vaghe: dalla letteratura, l’arte, la scienza, la medicina, l’agricoltura, all’economia…). Era chiamato in questo modo perché si immaginava che questi articoli fossero il frutto di alcune discussioni avvenute tra uomini che si incontravano in un caffè. Lo scopo era, come sempre, quello di illuminare sempre di più le menti degli uomini, facendolo ragionare.
Pietro Verri prese parte anche ad un’altra discussione relativa alla questione delle torture e della pena di morte, questione elaborata in maniera esaustiva da Cesare Beccaria nel libello Dei delitti e delle pene che resta una delle opere più alte dell’Illuminismo italiano.

Le questioni trattate erano due: l’adoperare il mezzo della tortura sotto interrogatorio per estorcere delle dichiarazioni. Beccaria non era convinto perché molto spesso la tortura può anche condurre ad una resa fisica e psicologica che porta a confessare qualcosa di cui non si è colpevoli; un’altra questione su cui si sofferma Beccaria è la questione sulla pena di morte.
Illuminismo campano – L’aspetto più interessante della produzione del Regno di Napoli fu quello giuridico/legislativo, che rappresentava motivo di profonda riflessione anche per gli Illuministi francesi. Giambattista Vico, con la sua Scienza nuova, aveva dato avvio a un filone di riflessione sulla società civile che raggiunse il massimo sviluppo proprio durante l’Illuminismo. Non è un caso che dieci anni dopo lo scoppio della Rivoluzione francese ci sarà una rivoluzione partenopea che ne ricalcherà, per molti aspetti, le orme, essendo fondata su presupposti teorici di origine francese e partenopea.
Il Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze di Antonio Genovesi (1713-1769) dètta gli ambiti di interesse della nuova classe degli intellettuali, che ha la finalità di raggiungere la pubblica felicità, il bene comune, svecchiando il panorama culturale italiano e liberandolo da tutti gli orpelli della retorica classica. La scienza della legislazione, la principale opera di Gaetano Filangieri (1752- 1788) e arricchita dal confronto con le dottrine di Montesquieu, fu profondamente apprezzata in ambito europeo, dal momento che la situazione di ingiustizia sociale in essa denunciata, con particolare riferimento a Napoli, era di fatto assimilabile a quella di tutte le altre metropoli europee.
Il trattato venne subito tradotto nelle principali lingue europee, e venne messo all’Indice, come moltissime altre opere illuministe. In quest’opera viene contemporaneamente denunciata l’ingiustizia sociale e richiesto l’intervento di un sovrano “illuminato” per la soluzione della questione sociale.

Carlo Goldoni

A livello internazionale, se si parla del teatro italiano, vengono in mente due nomi: Goldoni (1700) e Pirandello (1800-1900), i quali hanno lasciato un segno indelebile nella produzione teatrale.

Carlo Goldoni nasce nella Repubblica di Venezia nei primi anni del 1700 e muore a Parigi sul fine del secolo, città nella quale ha diretto varie compagnie teatrali.
Goldoni vive in un’atmosfera dettata dall’Illuminismo e quindi da un rinnovamento.
Quando parliamo di Goldoni, parliamo di un rinnovamento che lui propone nel campo della commedia e del teatro: si parla di Riforma goldoniana del teatro.
Goldoni apportò delle innovazioni: fino al 1700 chi scriveva una commedia teatrale, non scriveva il copione bensì formulava il canovaccio (recitazione a soggetto, improvvisando le battute), ossia l’evoluzione e la trama, senza individuare le singole battute. Inoltre, l’autore inseriva nella commedia degli stereotipi (personaggi fissi: marito geloso, padre avaro, il soldato tornato dalla guerra, la donna tradita…).
Ciò comporta che ogni rappresentazione teatrale si evolveva diversamente, andando spesso al di là della trama, con la conseguente mancanza di fissità dei personaggi.
Tutto ciò portò ad una crisi del teatro nel 1700 poiché molto spesso il fatto che venissero improvvisate le battute aveva portato all’uso di un linguaggio che cadeva nella volgarità per cui le famiglie non si recavano più al teatro per vedere rappresentazioni talora scabrose.
In questo contesto di cambiamento, Goldoni attua nel teatro l’innovazione del copione, le intere battute degli attori per iscritto cosicché avere il controllo dell’evoluzione scenica e del linguaggio adoperato.
Tale cambiamento riporterà nuovamente le persone al teatro potendo superare, così, la crisi del periodo.
Quando Goldoni propose la Riforma, i principali detrattori furono gli attori i quali erano abituati a recitare a soggetto che erano maldisposti a questa innovazione, in quanto incapaci e impreparati a tale difficoltà.
In contrario, venne accettato di buon grado dagli autori poiché si innalzava la commedia come genere letterario. Da quel momento in poi, scrivere una commedia significava scrivere un’opera di letteratura che, seppure non fosse diventata una rappresentazione teatrale, si poteva leggere come se fosse un romanzo, al contrario di ciò che accade prima in cui non c’era niente di scritto.
In questa volontà di riforma, ci si interrogava su quale lingua adoperare all’interno del teatro.
La commedia ha le sue origini nell’antica Roma con Plauto e Terenzio i quali furono i primi due a metterla per iscritto. Fin dalle origini, la commedia voleva Castigat ridendo mores, cioè prendere in giro mettendo in risalto le pecche e i limiti sociali con il sorriso… Ed è ciò che ritornerà a fare anche Goldoni, con personaggi borghesi tratti direttamente dalla realtà (realismo goldoniano), tuttavia senza un’introspezione psicologica, particolarità che caratterizzerà il teatro di Pirandello. Anche il linguaggio è tratto dalla realtà, quindi ritroviamo molto del dialetto veneto (non volgare), parlato dalle persone che avevano studiato. Non è un caso che ci si soffermi sulla borghesia poiché essa fu il vero motore di tutte le involuzioni del 1700.

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