L’agave sullo scoglio, Eugenio Montale: parafrasi, analisi, commento della poesia da Ossi di Seppia

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Di lucy.t.997

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La simulazione di prima prova datata 26 marzo 2019 ha come traccia dell’Analisi del Testo un testo di Montale: L’agave sullo scoglio. Scopriamo insieme tutto quello che c’è da sapere sul componimento in modo da essere pronti per affrontare questa simulazione e tutte le altre prove che potrebbero coinvolgere Montale.


Montale, L’agave sullo scoglio: parafrasi simulazione maturità

La parafrasi di questo componimento è la seguente:
O furioso vento di scirocco, che bruci il secco terreno color giallo-verde; e nel cielo pieno di luci smorzate passa qualche fiocco di nuvola e si disperde.
Ore dubbiose, brividi di una vita che sfugge come acqua fra le dita; eventi che non si riescono a capire, chiaroscuri, turbamenti delle cose che sono incerte sulla terra
O aride ali dell'aria, adesso sono io ad essere come l'agave che si aggrappa al crepaccio dello scoglio e sfugge al mare che ha braccia fatte di alghe e che spalanca crepacci e ricopre le rocce;
e mentre tutto il mondo freme, con i miei boccioli che non sanno più aprirsi, oggi percepisco la mia immobilità come se fosse un tormento.

L’agave sullo scoglio: analisi alla poesia di Eugenio Montale

La poesia è tratta dalla raccolta “Ossi di Seppia”, una delle raccolte più famose di Montale, pubblicata nel 1925. Il soggetto della lirica è appunto un’agave, pianta grassa tipica dei terreni rocciosi e aridi, ai quali si aggrappa con forza, crescendo fra i sassi e fiorendo raramente. Montale parla rivolgendosi ad un paesaggio marittimo caldo, secco, in cui l’agave resta immobile cercando di sopravvivere alla salsedine e alle onde.
Il poeta gioca con la contrapposizione fra l’immobilità della pianta e la fuggevolezza del resto del paesaggio (nuvole, vento, mare). Il vento di scirocco aiuta ad inquadrare il paesaggio, disegnando il cielo limpido e muove veloce anche le poche nubi che compaiono.
Da qui inizia la riflessione di Eugenio Montale sulla fuggevolezza della vita e dell’esperienza umana. I momenti sono effimeri e inafferrabili, sfuggono come acqua fra le dita, impossibile da trattenere. Spesso fuggono anche dalla nostra stessa comprensione, anzi sono ricchi di sfumature ed ombre e gli eventi turbano l’uomo che, come tutte le creature, è passeggero sulla terra, destinato a non durare. In questo paesaggio regna l’angoscia del poeta per una vita incomprensibile, dura e difficile, arida e spazzata da venti impetuosi, come appunto lo scirocco, che non dà pace.
Il paragone che Montale sottolinea è quello fra sé e l’agave, che rende ancora più chiaro il messaggio del poeta. L’uomo, aggrappato a uno scoglio in qualche parte del mondo, cerca di resistere alle correnti, alle mareggiate, ai venti, alla siccità, a tutte le avverse condizioni che disturbano la sua quiete, la sua vita. Persino le aspirazioni, le doti, i sogni sono messi a dura prova, come i fiori della pianta che non riescono a fiorire ma che vorrebbero addirittura esplodere. L’animo del poeta è carico di desideri e aspettative, ma la fugacità del mondo e la sua asprezza lo rendono fin troppo cosciente dell’impossibilità di una vita piena e allora lo scoglio a cui poeta e pianta sono aggrappati diventa un tormento.

L’agave sullo scoglio: commento dei tutor simulazione maturità

Nella lirica "L'agave sullo scoglio" Eugenio Montale affronta due temi importanti e contrapposti: il primo espresso dal verso uno al verso quindici è quello della fuggevolezza della vita e il secondo invece è quello dell'immobilità della stessa vita espresso nei restanti otto versi. Entrambi i temi nell'intero componimento sono espressi attraverso metafore; la metafora che intercorre durante l'intera lirica è quella riguardante il paesaggio marittimo; infatti nella prima parte la condizione effimera della vita è espressa tramite il vento, in particolare lo scirocco, e soprattutto l'acqua inafferrabile tra le dita del poeta; esso stesso paragona la propria condizione esistenziale a questa fuggevolezza e inafferrabilità. Nella seconda parte del componimento però il poeta si paragona all'agave pianta tipica delle zone marittime del mediterraneo, tale pianta nonostante il vento, la salsedine e l'acqua resta ancorata agli scogli chiusa nei suoi "racchiusi bocci"; è proprio così che si sente il poeta immobile e questa immobilità lo tormenta. Montale sentendosi immobile ma anche "malfermo" vorrebbe però fuggire e liberarsi da questa condizione contrapposta che lo tormenta.

Eugenio Montale: poetica e raccolta Ossi di Seppia

Montale è stato un grande poeta e letterato italiano vissuto nel ‘900, Premio Nobel per la letteratura nel 1975. Una delle sue raccolte più famose è senza dubbio Ossi di Seppia, nella quale è raccolta gran parte della sua poetica, in quanto sviluppa le tematiche a lui più care e ricorrenti. Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva. E proprio in questo vuole sottolineare un’analogia con le sue poesie: in un'epoca che non permette più ai poeti di lanciare messaggi, di fornire un'interpretazione compiuta sulla vita e sull’uomo in generale, le poesie sono frammenti di un discorso che resta sottinteso e quasi perso nel tempo, approdando a riva quasi per caso, frutto di momentanee illuminazioni e repentine maree. Si affollano in queste liriche oggetti, presenze anche molto dimesse che non compaiono solitamente nel linguaggio dei poeti, alle quali Montale affida, in toni sommessi, la sua analisi negativa del presente ma anche la non rassegnazione, l'attesa di un miracolo. Esempio ne è proprio il componimento scelto per la Simulazione di prima prova del 26 marzo, L’agave sullo scoglio.
Tematicamente, quindi, la raccolta appare come la risposta negativa e parodistica all'Alcyone dannunziano. Il rovesciamento è centrato sulla figura del mare e sul rapporto ambiguo di attrazione/repulsione di cui il poeta è succube. Montale dunque affronta il tema del tempo – il tempo della vita – riducendolo a simbolo dell'alienazione e del male ("il male di vivere"), mentre D'Annunzio lo ferma in un gesto panico di ricreazione mitologica, dialogando con le divine manifestazioni del vitalismo naturale.
Il male diventa così il controcanto (quasi leopardiano) dell'ispirazione del primo Montale: il male che ci stringe e la cui unica alternativa è il caso, o il "miracolo" di un'apparizione (la figura femminile) che non è comunque riservato a noi. L'impressione di chi legge non è mai l'angoscia e la negatività emotiva: ciò che si percepisce è soprattutto la ricchezza – ancora una volta "musicale" – di cose e di termini.

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