Divina Commedia

Il titolo dell’opera risulta essere controverso, infatti è stato tratto dall’epistola che Dante scrive a Cangrande della Scala, a cui vuole dedicare l’opera. Invia quest’epistola una volta perminato il Paradiso, dedicandolo a Cangrande che gli ha dato la possibilità, ospitandolo, di portare a termine un’opera di tanta importanza. Dalla frase dell’epistola “qui inizia la comedia di Dante Alighieri fiorentino per natali ma non per costumi”, si pensò che Dante volesse attribuire al poema il titolo “Commedia”.
Nel medioevo si considerava la commedia un genere basso ed umile, legato alla comicità, riguardante argomenti leggeri e i cui protagonisti fossero dei personaggi del volgo. La parola “commedia”, deriva dal termine greco “comodia” che significa canto o corteo festoso in onore della divinità, spesso il dio del vino Dioniso (Bacco a Roma), per il quale venivano celebrati “riti orgistici”.
La tragedia era contrapposta alla commedia. Dai greci veniva chiamata “tragodia” e l’origine è sconosciuta. Inizialmente si pensava nascesse dagli antichi cori greci e derivava dal termine “tragos” cioè capro. Riprende questo nome perché i coureti, coloro che cantavano, indossavano una maschera (caprina) o perché venisse dato in dono a coloro che partecipavano un capro.
Il genere della Commedia venne codificato dai greci e indica ancora oggi un genere divertente, con personaggi comici e un finale lieto. Corrisponde a spettacoli leggeri con stile basso ed umile. La tragedia invece è un componimento molto più elevato e sublime, i cui personaggi non sono umili ma sono principi, regine, re e nobili. Gli argomenti poi sono importanti, il finale è tragico e lo stile è sublime ed elevato.
Secondo gli antichi greci e romani, infatti, ad argomenti elevati e sublimi doveva corrispondere un linguaggio elevato e sublime, così come per gli argomenti bassi ed umili doveva corrispondere uno stile umile e basso.
Dante ritiene la materia del poema importante, anche con tratti drammatici, ma con un lieto fine che riporta quindi alla “Commedia”. L’aggettivo “Divina” fu in seguito attribuito da Boccaccio, nel trattato “In lode di Dante”. Boccaccio la definisce “Divina” per la tematica, poiché tratta del viaggio di Dante che si conclude con la visione di Dio, e anche per la bellezza poetica e l’altezza di significato del poema. Nel 1555 verrà pubblicata la prima edizione dell’opera con l’attribuzione del titolo “Divina Commedia”.
Boccaccio ci comunica sempre nel trattato “In lode di Dante”, che Dante prima dell’esilio avesse già scritto sette canti dell’inferno e in seguito, durante il suo periodo d’esilio, se li sarebbe fatti mandare e avrebbe proseguito l’opera. Quest’ipotesi però è poco accreditata e si ritiene invece che inizi a scrivere l’opera dopo l’esilio e che tra il 1307 e 1309 avesse già concluso la prima cantica dell’Inferno. Con certezza si sa che con l’ascesa di Enrico VII (1313) avesse sicuramente concluso l’Inferno. Dal 1318 e 1319 conclude il Purgatorio e infine dal 1319 fino al 1321 conclude il Paradiso.
Alla base del poema c’è la visione di Dante completamente pessimistica della realtà, essendo fortemente amareggiato dall’esilio e dalla situazione italiana. Infatti, all’interno degli stessi comuni persistevano le lotte tra guelfi e ghibellini e tra guelfi neri e bianchi. Si verificò quindi una completa assenza di pace, di cui la causa fu l'aver perso di vista il proprio obiettivo da parte della Chiesa e dell’Impero, che avrebbero dovuto porsi invece come guide spirituali e temporali dell’umanità. La Chiesa era troppo rivolta alle cose mondane, cercando di impossessarsi il potere temporale senza avere il compito e le capacità di gestirlo. Corrompendosi a tal modo, aveva abbandonato il suo scopo di condurre l’umanità verso la felicità ultraterrena.
L’Impero, invece, si era disinteressato della tragica situazione, abbandonando la cura del popolo e preoccupandosi unicamente di ciò che accadeva in Germania. Così aveva dato la possibilità alla Chiesa di impossessarsi del potere che gli apparteneva. Queste due grandi istituzioni avevano quindi portato alla decadenza e provocato una grave confusione coinvolgendo l’umanità. Dante poi vedeva come negativa l’ascesa della borghesia mercantile, che definiva “gente nova” (in senso dispregiativo), a Firenze.
Dante si sentì, quindi, investito di una missione importantissima ricevuta dalla grazia divina, sentendosi così un prescelto, che consisteva nel compimento di un viaggio ultraterreno, attraverso l’Inferno e il Purgatorio per essere ammesso al Paradiso, per poi ritornare sulla Terra. Ritornato sulla Terra, avrebbe avuto il compito di condividere questa sua esperienza con tutta l’umanità e redimerla quindi dal peccato. Dante ritiene quindi di essere caduto nel peccato (la selva oscura rappresenta il peccato) insieme a tutta l’umanità, e di avere una missione profetica.
L'opera poi, presenta tutte le caratteristiche dei grandi poemi del passato, in particolare dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide (modello principe). Dante quindi adotta il metro dei precedenti, cioè l’esametro.
Importante è la simbologia numerica persistente nel poema. L’opera infatti si divideva in 3 (numero perfetto perchè rappresenta la trinità) cantiche che allora volta si dividevano in 33 (multipli di tre, altrettanto perfetti) canti tranne la prima che ne aveva 34 poiché il primo canto funge da proemio alle 3 cantiche. Così arrivò a 99 canti + 1 (il proemio) e quindi 100 canti. Anche l’1 è simbolo di perfezione poiché rappresenta l’unità divina, visto che Dio è uno e trino. Egli scrive quindi il poema in terzine e utilizza la rima incatenata, che probabilmente riprende dai sonetti.
La tematica basilare dell’opera è il viaggio. Quest’ultima è una tematica ricorrente nella letteratura greca e latina. Il viaggio di Dante scaturisce da una missione di salvataggio dell’umanità ordinatogli da Dio, non intrapreso per il suo individualismo, mentre il viaggio di Ulisse, che collocherà tra i fraudolenti (cattivi consiglieri), nell’Inferno, è frutto del suo orgoglio personale e della sua presunzione di soddisfare la voglia di conoscenza e di superiorità rispetto gli altri. Il canto dedicato ad Ulisse è uno dei più famosi, dove si racconta come l’eroe con una “picciol orazione” ( “fatti non fosse per viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza”), convinse i suoi uomini a superare le colonne di Ercole, e spingersi dove nessun altro si era mai spinto, e dove si pensava terminasse il mondo. Il viaggio di Ulisse, viaggio per eccellenza dell’epoca antica, è compiuto per la sete di conoscenza e indica come l’uomo si differenzia dagli altri esseri per il fortissimo desiderio di conoscere, vedere e apprendere cose nuove.
Un'altro dei modelli più importanti a cui Dante si rivolge è il viaggio di Enea nell’oltretomba (VI Libro dell'Eneide) raccontato da Virgilio.
Anche San Paolo compì un viaggio nell’oltretomba ma, come Dante, lo fece per volere divino.
Le fonti e i modelli dell’opera, oltre ai poemi Omerici e al poema di Virgilio, sono le sacre scritture, soprattutto il libro dell’apocalisse e le lettere di San Paolo, e una serie di opere medievali come il “Tesoretto” di Brunetto Latini, i bestiari (riguardanti creature del regno animale) e i lapidari (riguardanti le pietre preziose).
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