Boccaccio prova ammirazione per Dante; Petrarca lo critica per alcuni aspetti; qual è il nostro rapporto con questi tre autori?
Sia in ambito letterario che in ambito cinematografico i “grandi” del '300 hanno rappresentato un modello per gli artisti moderni
Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio possono essere definiti i tre “grandi” del '300 per la loro importanza in ambito letterario: ma che rapporto hanno avuto storicamente l'uno con l'altro?
Vissuti rispettivamente dal 1265 al1321, dal 1304 al 1374, dal 1313 al 1375, essi hanno sviluppato caratteristiche diverse, sia dal punto di vista formale che da quello dei contenuti, condizionati da esperienze e modi di pensare differenti.
Dante, il cui maestro è Brunetto Latini, nel corso della sua vita forma una cultura enciclopedica, basando il suo pensiero soprattutto sulla filosofia aristotelico-tomistica, e diventa uno dei maggiori esponenti del “ dolce stil novo”.

L'argomento principale di cui scrive è l'amore per Beatrice, donna che per lui arriva a simboleggiare la “scala” verso Dio e ad assumere sembianze angeliche.
Anche Petrarca e Boccaccio prediligono il tema dell'amore, seppur affrontandolo in maniera diversa: il primo, dedito agli studi classici, in particolare alle opere di Sant'Agostino, caratterizzato da un grave dissidio interiore che lo fa oscillare tra attaccamento alla vita mondana e ansia di purificazione, è innamorato di Laura (nome che allude a vari significati allegorici), ma il suo amore è più passionale che spirituale lo condannerà lui stesso nell'opera “Confessioni”; il secondo, appassionato di miti greci e latini, ispirandosi alla cultura cortese e cavalleresca e agli scritti danteschi, nel suo componimento più importante, ossia il “Decameron”, racconta storie di tresche amorose, i cui protagonisti sono spesso uomini di Chiesa, in cui viene messo in evidenza il puro desiderio sessuale.
Fra Dante e Boccaccio vi è un rapporto di ammirazione: quest'ultimo infatti scrive una lettera all'amico Petrarca, invitandolo a leggere la Commedia, dopo che lui stesso ne è rimasto estasiato. Al contrario egli risponde, pur tra le dichiarazioni obbligate di stima, esprimendo i suoi dubbi nei confronti dell'opera, criticandone la lingua. Nel ventunesimo capitolo del suo componimento intitolato “Familiari” afferma infatti che per il linguaggio in cui è scritta, essa può diffondersi tra un pubblico vasto, anche di mediocre cultura, che deforma e storpia la sublimità della poesia: ciò va contro la sua concezione aristocratica del sapere, che ritiene debba essere riservato a un élite colta e raffinata.
Boccaccio ribatte sostenendo che Dante abbia usato il volgare proprio per dimostrarne le possibilità poetiche, per elevarlo al pari del latino, e data la sua grande lode per la Commedia, la legge e la commenta pubblicamente per la prima volta nella storia il 23 ottobre 1373.
La tradizione della lettura dell'opera si è protratta fino ai nostri giorni, nel 1981 da parte di Carmelo Bene sulla torre degli Asinelli in occasione della prima ricorrenza della strage della stazione di Bologna, e poi nel 2006 da parte di Roberto Benigni in Piazza Santa a Firenze, seguita dal vivo dagli spettatori e trasmessa in televisione.
Questi sono esempi della contemporaneità e della fortuna critica ottenuta dai grandi del '300, che si è manifestata non solo in ambito teatrale, ma anche in quello letterario e cinematografico.
La Commedia viene appunto definita da Ezra Pound in “Lo spirito romanzo” come una “chiave che dà accesso a una conoscenza più profonda, a una più intima percezione della bellezza” e a testimonianza di ciò Primo Levi in “Se questo è un uomo” racconta come il tentativo di ricordare a memoria passi del poema fosse un modo per tenersi in vita durante la prigionia nel campo di concentramento. Vi sono riferimenti danteschi anche nella poesia italiana, per esempio in d'Annunzio, in Gozzano e i più importanti arrivano nella seconda metà del Novecento, con l'opera di Eugenio Montale e Pier Paolo Pasolini.
Allo stesso modo pure l'influenza del Canzoniere, il maggior componimento di Petrarca, perdura nei secoli e rappresenta un modello per la tradizione letteraria italiana. Molti scrittori hanno infatti subito il fascino della forma petrarchesca, armoniosa ed essenziale, perfetta, e della sua idea di poesia come esperienza assoluta e totalizzante. Ungaretti nel 1943 scrive riguardo a Petrarca: egli “non si vede subito. Esige una lunga esperienza, e dura, rara e complessa per divenirvi familiare. Un suo sonetto che ci pareva indifferente, un suo verso perduto in un sonetto, ecco, quando la memoria ha saputo fare in sé chiarezza e accalorarlo, ci guarda, è la nostra vita più umana”. Da Guido Gozzano a Salvatore Quasimodo, da Camillo Sbarbaro a Mario Luzi, tutti questi poeti hanno attinto al repertorio petrarchesco.
Infine anche il “Decameron” di Boccaccio, per la vastità di temi e atmosfere, di comicità e tragicità è stato oggetto di diverse e articolate interpretazioni.
I grandi scrittori del Novecento non si sono soffermati sull'erotismo e la comicità di quest'opera, ma sul realismo e sull'atteggiamento laico dell'autore in contrapposizione al misticismo medievale e alla sua capacità di “condensare” l'esistenza umana nelle sue molteplici manifestazioni. Da questi punti di vista Boccaccio rappresenta un modello di riferimento altissimo, tanto che Carlo Emilio Gadda nella “Meditazione breve circa il dire e il fare”, lo descrive come uno scrittore in grado di “costruire l'edificio della critica sopra una sola frase”.
In ambito cinematografico la Commedia è diventata fonte di ispirazione per la sua ricchezza e varietà di luoghi, fatti, persone ed ha però assunto caratteristiche stereotipate. Al 1907 risale il primo cortometraggio e numerose sono le pellicole in cui emergono riferimenti al componimento, dove nella maggior parte dei casi prevale la figura di Francesca, la cui storia si presta molto al cinema.
Famosa è la rivisitazione del 1955 che Camillo Mastrocinque fece con Totò nella commedia “Totò va all'Inferno”, in cui il protagonista si trova faccia a faccia con personaggi e situazioni ripresi dall'opera.
Riguardo al “Canzoniere” invece non si trovano film o altri tipi di registrazioni, ma la poesia di Petrarca è servita da spunto in ambito delle arti figurative. Nonostante il suo carattere idealizzato e quasi immateriale, Agostino Bonalumi ne ha proposto una trascrizione formale in un'edizione artistica di cui egli ha realizzato la copertina e quattro grafiche: il cerchio rappresenta la tendenza alla perfezione, ma il suo rientrare verso il centro allude alle perplessità dell'animo umano, in perfetta linea con l'animo dell'autore stesso.
Al contrario il “Decameron” è stato oggetto forse anche di troppe rivisitazioni cinematografiche, che per lo più ne hanno messo in evidenza gli aspetti volgari e bassi: il “Decameron Nights” del regista Hugo Fregonese, il “Decameron” di Paolini, che contribuì alla nascita del sottogenere “decamerotico” in voga negli anni Settanta, in cui dominava l'erotismo, e il “Decameron Pie”. Esistono poi rivisitazioni del componimento più profonde, come la pellicola collettiva “Boccaccio '70” composta da quattro episodi firmati da Vittorio De Sica, Federico Fellini, Luchino Visconti e Mario Monicelli, intenta a riflettere sul perbenismo dell'Italia negli anni Sessanta.
Innumerevoli sono stati quindi gli artisti che hanno preso spunto dai grandi del '300, che anche dopo circa settecento anni dimostrano la loro evidente contemporaneità.

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