Ominide 105 punti

Il Trecento


A cavallo tra il ‘200 e il ‘300 si sviluppò una nuova modalità rappresentazione, la pittura su tavola: essa rimarrà la principale tecnica di pittura in Italia sino agli inizi del ‘500. Le principali caratteristiche che la contraddistinguevano erano la grande delicatezza e la cura nella scelta dei materiali, che dovevano consentire la convivenza tra materiali vivi, e suscettibili a deformazione, e materiali inerti (gesso, pigmenti naturali), che hanno diverse reazioni a colore ed umidità.

Le fasi di realizzazione di un dipinto su tavola sono principalmente cinque:
1. La scelta del legno: Esso è tendenzialmente molto stagionato (caratteristica che garantisce la stabilità), come il legno di pioppo. Veniva preferito il taglio radiale, meno deformabile, rispetto a quello tangenziale, più deformabile.
2. La costruzione del supporto: Il legno veniva tagliato in assi, che venivano poi assemblate con pioli, incastri o colla. Le strutture di grandi dimensioni disponevano di strutture retrostanti al supporto stesso.

3. La preparazione del supporto: Tra legno e pellicola veniva inserito un materiale elastico, in modo da far risultare la superficie come liscia e perfettamente uniforme.
4. La doratura del fondo: Venivano delineate le zone da dipingere per poi dorare il fondo (cioè applicare delle foglie d’oro in materiale argilloso). Successivamente, la foglia d’oro era decorata con punzoni e ceselli.
5. La stesura del colore: Dopo le varie fasi di stesura, avveniva la fase di pittura vera e propria, con tempera all’uovo. Prima si dipingevano le parti secondarie, come vestiti e panneggi, poi le parti principali, cioè volti e mani (lasciati al maestro principale). Il colore veniva steso dalle velature più scure a quelle più chiare. Infine, il tutto veniva coperto da una vernice protettiva.

Per quanto riguarda i maggiori esponenti della pittura su tavola del ‘300, prenderemo in considerazione cinque artisti: Cimabue, Duccio di Buoninsegna, Giotto, Simone Martini e Lorenzetti.

Cimabue è uno dei più importanti esponenti per l’arte Europea del Quattordicesimo secolo, nonostante le scarse notizie che abbiamo in merito alla sua vita. Esse riguardano la stesura e creazione del San Giovanni Evangelista da lui svolto e la presenza a Roma nel 1272, probabilmente per svolgere lavori su commissione. Egli apporta fondamentali innovazioni nel campo, come l’avvicinamento alla rappresentazione naturalistica e l’utilizzo maggiore e più consapevole del chiaroscuro. Le sue più grandi opere sono le due croci:
• Crocifisso per la chiesa di San Domenico ad Arezzo: Essa è la prima opera nota di Cimabue, risalente agli anni Settanta del Duecento (1272). L’opera presenta un tratteggio finissimo e una struttura anatomica dalle parti geometricamente assemblate; qui, il perizoma ha sfumature dorate.

• Crocifisso per la Chiesa di Santa Croce a Firenze: Risale a tempi immediatamente successivi al precedente crocifisso, probabilmente al 1230. Qui il chiaroscuro è maggiormente evoluto ed esprime maggiormente l’idea di naturalezza del corpo, espressa anche dal perizoma velato che permette di vedere le curve del corpo (ora più armonico e non “spezzato” come prima). Il colore è verde per dimostrare l’agonia della morte.

Duccio di Buoninsegna nasce attorno al 1255 ed opera nell’area del comune di Siena, per il quale dipinse 12 casse ove venivano consumati vari documenti. Le tre opere documentate sono:
• Madonna Rucellai: essa risale al 1285 ed ha un significato strettamente politico. Viene, infatti, commissionata dalla città rivale a Firenze, Siena. Duccio prende spunto dall’autore Cimabue nella stesura della Madonna, differenziandola, però, un tratto più dolce e malinconico. È la prima opera a far intravedere un principio di stile gotico.
• Madonna di Crevole. Essa è un’icona rappresentante la Madonna Odighìtria, tipica della cultura orientale, con panneggi e semplificazioni tipiche dell’arte bizantina.
• La Maestà. Essa è la più importante pala d’altare italiana. Originariamente aveva quasi 5 metri di larghezza ed altezza, dipinta su due lati e con un’iconografia complessa di circa sessanta episodi e immagini. Sul fronte vi è la figura della Madonna con il bambino, circondata da figure religiose, riconoscibili grazie alle iscrizioni. Nella fascia terminale si trovano dieci apostoli. Sul retro vi sono Storie della Passione di Cristo, divise in 26 episodi su 14 pannelli. L’opera è di importanza fondamentale per quanto riguarda il passaggio tra la pittura bizantina e quella gotica, quest’ultima data da dettagli lineari, sinuosi e delicati.

Simone Martini, nasce a Siena nel 1284 e muore ad Avignone nel 1344, è chiara la fase di transizione tra Arte Bizantina ed Arte Gotica.
• La Maestà: Presenta molte differenze con quella di Duccio, dipinta appena quattro anni prima. È grazie a quest’opera che si ha la piena comprensione dell’avvento del gotico. L’opera presenta diversi materiali eterogenei per evidenziare i dettagli, operazione che innesca ambiguità tra finzione e reale. Il clima è a metà tra il sacro e il profano, tipico del periodo gotico.
• Guidoriccio da Fogliano. É un affresco che rappresenta l’omonimo condottiero in procinto della conquista di Montemassi in Maremma. La tecnica utilizzata è la polimaterica (punzonature cadute perché applicate a secco).
• L’Annunciazione. É un trittico rappresentante al centro l’annunciazione e ai due lati Sant’Ansano e Santa Margherita. L’angelo regge un ramo d’olivo che consegna alla vergine, seduta su un trono elegantemente intarsiato. Vi è una convivenza di elementi realisti, tutti gli oggetti della scena, e astratti, come la funzione dell’oro, che cattura lo sguardo in tutta la scena.

Giotto è forse il più importante esponente dell’arte Trecentesca, considerato tale già dai suoi contemporanei all’epoca. Fondamentali sono soprattutto le sue innovazioni, specie quelle riguardanti lo spazio visivo prospettico e il gioco di luci ed ombre. La concezione della pittura è innovativa per la società e pone l’uomo al centro di tutto.

• La Cappella degli Scrovegni. Prende il nome da Enrico degli Scrovegni, che commissionò l’edificio. Qui vi è un ciclo pittorico di affreschi contenti scene dell’Antico Testamento e scene dei Bestiari. Sulle tre pareti laterali dell’unica navata, sono raccontate le storie di Gioacchino ed Anna; nel registro inferiore vi sono scene di Vizi e Virtù, mentre sulla controfacciata vi è posto il Giudizio Universale. La composizione va sempre più complicandosi ed esprimendo un pathos sempre più intenso, culminante con il Compianto su Cristo, con Gesù inerme a terra. Infine, il Giudizio Universale esprime la degna conclusione del percorso della cappella, con una scena raffigurante Cristo in mandorla che divide i buoni dai cattivi, con un fiume di fuoco che avvolge questi ultimi.

San Francesco d’Assisi è una cappella di proprietà del Papa dove tutti i maggiori artisti del ‘300 hanno lavorato, creando affreschi divisi ‘per giornate’ (ogni giorno veniva selezionata una parte di parete da lavorare sull’intonaco a fresco, che prendeva poi il nome di giornata). Il panorama iconografico comprende Storie dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento e di San Francesco in rapporto tra loro. Le opere vennero dipinte contemporaneamente tra parete nord e sud per accelerare il lavoro.

Hai bisogno di aiuto in Medioevo?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email