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Giovanni Pascoli


Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna. Il padre era il direttore del patrimonio del principe di Torlonia. A 12 anni suo padre fu ucciso e l’assassinio rimase impunito. Dopo la sua morte la madre venne accompagnata ad allontanarsi in cambio di un compenso e così si trasferirono a Cesena, dove morì lei e la sorella di Pascoli. Gli altri figli vennero divisi in vari collegi. Questi avvenimenti fecero sviluppare il tema del nido e della morte, ricorrenti in tutte le sue opere. Altri grandi dolori furono dovuti alla morte del fratello maggiore e il matrimonio della sorella Ida, con la quale aveva vissuto per un lungo periodo.
Pascoli tentò invano per il resto della sua vita di ricomporre il nucleo familiare, a l’impossibilità di compiere questo desiderio comportò l’arrivo di altre sofferenze. È possibile considerarlo come un simbolista sui generis.
Pascoli si colloca nella seconda metà dell’Ottocento, nacque a San Mauro di Romagna, è un simbolista ma profondamente diverso da D’Annunzio. Luciano Anceschi, un critico, disse che la poetica di Pascoli è quella delle piccole cose, in contrapposizione alla politica della parola di D’Annunzio. I temi e l’ambientazione di Pascoli sono quotidiane e nella sua poetica si ritrovano elementi classici ma anche moderno. Pascoli riteneva che la natura avesse qualcosa di misterioso, ossia dei simboli. Per conoscere questo mistero non serve la ragione (critica al Positivismo), ma l’intuizione e la fantasia, che appartengono naturalmente alla fanciullezza, questo perché Pascoli affronta il tema dell’infanzia nel saggio “Il fanciullino”, che ha una visione alogica e intuitiva delle cose (chiamata anche visione aurorale), riuscendo a capire il mistero della realtà. Il fanciullino è dentro ognuno di noi e spetta al poeta usare questa sua sensibilità da fanciullo, che nelle altre persone è soppressa dalle convenzioni sociali dell’età adulta (visione elitaria). Gli adulti hanno spento la voce del fanciullino, che è in ognuno di noi (visione democratica), per far fronte alla realtà. Il compito del poeta sarà proprio quello di riconoscere la realtà. Nell’ambito della sua poesia cambia anche il suo atteggiamento nei confronti della natura, che vede come una madre benevola e di fatto la causa dei mali del mondo è l’uomo stesso. Spesso la poesia di Pascoli viene associata a quella dei poeti crepuscolari, i quali non davano importanza alla poesia (uno di loro, Sergio Corazzini, disse “Io non sono un poeta, sono solo un fanciullino che piange”), ma egli dà ancora importanza alla poesia, anche se nel Novecento non se ne dava più. Per Pascoli la poesia ha una funzione di tipo sociale, perché il suo scopo è consolatorio (come la poesia di Ungaretti). Pascoli aveva appoggiato la campagna coloniale in Libia, pur essendo una persona molto mite, ma in quella circostanza aveva perfino scritto un discorso, “La grande proletaria si è mossa”, giustificando l’impresa dicendo che i figli d’Italia, non avendo abbastanza terre per sopravvivere, potevano andare a cercarne di nuove (socialismo umanitario, di carattere utopistico).
Nella lirica “Siepe” lui vede la forma di vita migliore come quella del campetto, in opposizione al capitalismo.
L’atteggiamento di Pascoli rispetto alla natura è diverso rispetto ai suoi precedenti, la quale è una madre benevola (in antitesi a Leopardi); la causa malevola della natura è l’uomo. In “X Agosto” Pascoli chiamerà la terra “atomo opaco del male”. Il poeta utilizzerà degli strumenti retorici adatti alla sua poesia: l’analogia (metafora estremizzata), la sinestesia (accostamento di immagini da sfere sensoriali diverse), l’onomatopea e l’allitterazione, che lo rendono effettivamente un poeta simbolista. Il linguaggio pascoliano è all’insegna dello sperimentalismo: egli usa tre registri per esprimersi, che sono quello pregrammaticale (di tipo fanciullesco, con allitterazioni e onomatopee), poi quello grammaticale (più adulto) e infine quello postgrammaticale (più tecnico); inoltre utilizza uno stile all’insegna della paratassi. Si può dire quindi che in alcune poesie egli utilizza un linguaggio semplice, ma in altre ne usa uno più tecnico, dato che era molto colto; da ricordare è anche il fatto che molti dei suoi versi sono scritti in latino).
Superuomo e fanciullino sono due risposte diverse alla crisi dell’Io del Novecento. Nel caso di Pirandello la componente familiare ha avuto un ruolo fondamentale.
Le raccolte più importanti di Pascoli sono “Myricae” (= tamerici, pianta sempreverde) e “Canti di Castelvecchio”. La prima prende il titolo dalle Bucoliche di Virgilio, è dedicata al padre e la seconda prende il nome dal posto in cui andò a vivere con la sorella Mariuccia (Castelvecchio di Barga) e sono dedicati alla madre; come contenuto gli elementi di poetica sono gli stessi. La natura delle poesie di Pascoli è avvolta da una dimensione onirica (di sogno), spesso il poeta usa i puntini di sospensione (tecnica della reticenza).
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