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Vita


Leopardi da bambino frequenta un collegio lontano da casa per sviluppare le sue potenzialità ma, durante questo periodo, suo padre viene ucciso e un anno dopo muoiono anche la madre e la sorella maggiore e successivamente altri due fratelli. Questo lo priva della sua possibilità di fare ritorno a casa, cosa che voleva da quando aveva iniziato a frequentare il collegio. Si avvicina alle idee socialiste di Costa affascinato dall’idea della lotta armata: proprio durante una manifestazione violenta viene arrestato e, dopo un periodo trascorso in prigione, riprende i suoi studi accademici e non si interesserà più pubblicamente di politica.
Ottiene una cattedra a Matera e poi ottiene un trasferimento a Livorno dove si trasferisce con due sorelle. Nel 1906 ottiene la cattedra di letteratura a Bologna, dove aveva studiato e aveva insegnato Carducci.

Poesia


Anche non avendo contatti col simbolismo francese arriva a soluzioni stilistiche simili. La produzione non verte più attorno ai volari ottocenteschi ma su un’analisi interiore dell’uomo, anche dei suoi lati più oscuri, e sul suo dubbio oltre che sulla quotidianità. A differenza di Leopardi però che vedeva una soluzione nella sua grande fiducia per l’uomo, loro nono vedono più speranze perché né l’uomo né l’arista tra gli uomini hanno un ruolo privilegiato.
La sua poesia è semplice in contrasto con quella contemporanea di Carducci e in modo particolare D’Annunzio. Le tematiche affrontante nelle varie opere si ripetono e non si modificano al contrario dello stile linguistico (come esperto di greco e latino scriverà, per esempio, anche in queste lingue). Nel 1897 pubblica sulla rivista Il Marzocco la sua idea della poesia: il fanciullino è una rappresentazione simbolico-allegorica. In tutti gli esseri umani è presente un fanciullo musico, cioè il sentimento poetico, che suona un campanellino d’argento finché siamo bambini, il mondo è in fatti filtrato dalla fantasia del bambino. Quando si diventa adulti siamo presi dalle difficoltà della vita e smettiamo di ascoltare il campanellino. Come il bambino vede tutte le cose, anche le più piccole, come fosse la prima volta anche la poesia deve raccontare delle piccole cose.
La poesia ha anche una valenza sociale perché è in grado di unificare tutti, anche persone molto diverse, facendogli provare lo stesso sentimento nel leggerla. In oltre ha una funzione consolatrice perché ci riporta a vivere le sensazioni piacevoli della nostra infanzia in quanto risveglia il fanciullino musico che è in noi.

Le tematiche ricorrenti nella sua poetica, anche a causa del suo vissuto sono: la famiglia, il nido e la casa, la campagna e la memoria. La sua poesia assume un carattere intuitivo e analogico con connessioni che non sono razionali: utilizza le metafore, sinestesie e analogie. La sintassi è breve e nominale. Si parla anche di impressionismo pascoliano per il modo in cui utilizza le parole, soprattutto nelle prime metà delle poesia, per descrivere il paesaggio.

Myricae


La prima delle sue opere. Si può già notare il suo stile poetico dimesso in contrasto con i poeti dell’epoca quali Carducci, che scriveva una poesia d’occasione che trattava di grandi ideali, e D’Annunzio che usava una retorica e lessico molto complicati. Di questo è testimone anche il titolo, nome latino della tamerice pianta semplice e resistente, questa è una citazione di un’opera di Virgilio in cui scriveva che ‘non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici’ intendendo che non tutti i poeti amano l’arte semplice.

Dall’Argine


In questo brano Pascoli utilizza la strofa saffica greca riadattandola alla lingua italiana, come aveva fatto in precedenza Carducci nelle sue Odi Barbare in cui adopera le metriche classiche latine. La sintassi in questa poesia, come nella maggior parte della produzione di Pascoli, è breve e spesso nominale. In oltre tutto può essere letto in chiave simbolica.
La prima parte della poesia è la descrizione di un momento statico. Parte riferendo quello che la vista gli consente di vedere.
SI può notare l’uso di figure retoriche intuitive come la personificazione del meriggio, la metonimia dell’ala che sta per uccello e la sineddoche. Quella che pare una scena bella e rilassante ad un primo sguardo diventa però angosciante e statica: il fumo non è descritto con il suo movimento ma in modo statico con il suo colore e in oltre in verbo ‘biancica’ che è stato utilizzato, a differenza del sinonimo biancheggia, rende il colore meno luminoso e in più il fimo si sta sfilacciando scomparendo. In oltre anche il verbo ‘posa’ al primo verso rende la scena più opprimente e angosciante.
Nella seconda strofa, con il senso dell’udito, entra anche il poeta. Arriva un uccello ad interrompere la staticità della scena ma la figura non è chiaramente visibile. La parola ‘turbinio’ non dà allo stesso modo una descrizione chiara del rumore che sente e ‘strillo’ viene usato per descrivere il verso dell’uccello: tutto questo aumenta il senso di inquietudine. Utilizza un’altra sinestesia con l’espressione ‘strilli penduli’. Mostra il senso di disagio e solitudine dell’uomo, che non ha neppure una percezione esatta di cosa stia accadendo attorno a lui: Pascoli si sente estraneo alla vita degli altri.
Si può riconoscere l’enumerazione (al verso due) l’ellissi verbale e la schematizzazione sintattica.

Novembre


La poesia si apre con un paesaggio che sembra in contrasto con il titolo: non sembra un clima invernale ma primaverile ma andando avanti si realizza che il paesaggio è privo della vita e della rinascita che dovrebbe caratterizzare questa stagione: la poesia tratta infatti dell’estate di San Martino, periodo tradizionalmente più mite ad agosta che si basa sul mito cristiano di San Martino. La descrizione della prima strofa si basa in modo particolare su vista e olfatto. Si nota una sintassi nominale: l’unico verbo della principale compare solo nell’ultimo verso, verso che si chiude con tre puntini di sospensione che, untiti al ‘ma’ con cui si apre la strofa successiva, indicano che la realtà non è come sembra. Nella seconda si cambia prospettiva: il punto di vista si sposta sotto un albero e non si guarda più la scena da lontano dove in alto si trova un cielo limpido. IL terreno, così come le piante, sono morti.
Anche nella terza strofa, la più realistica, si è circondati dalla morte. Le foglie cadono a terra con un rumore lieve (applica la figura retorica della ipallage perché l’aggettivo fragile dovrebbe stare con foglie e non con cadere). I suoi allitterati, soprattutto la f e altri suoni simili (come al verso 11), come spesso accade in Pascoli, esprimono disagio e sofferenza. SI parla di fonosimbolismo foscoliano in cui delle parole ha più importanza il suono che il loro vero significato.

Lavandare


Inizia con una descrizione del campo mezzo arato e dell’aratro abbandonato per poi passare a quella della canzone delle donne intendente a lavare i panni nel vicino corso d’acqua: gli ultimi versi della poesia coincidono proprio con i versi della canzone che si riavvicina alla parte della poesia conferendole una conformazione ciclica. Nella canzone una donna parla con il suo amato che l’ha lasciata, probabilmente per cercare fortuna altrove, e lei si sente inutile come un aratro abbandonato. L’aratro diventa così il simbolo dell’inutilità e della solitudine delle persone che non possono tornare alla vita che avevano precedentemente. Forse anche l’aratura del campo, che in un primo momento sembrava solo momentaneamente interrotta e probabilmente continuata il giorno seguente, ora dà l’impressione che non sarà mai terminata perché gli uomini che la dovevano completare sono andati via.
Si può riconoscere una metafora con il verbo nevica usato in modo transitivo e con il termine maggese con valore di campo.

Temporale


Questa poesia fa parte di una trilogia insieme a Il Tuono e Il Lampo. Tutti i versi terminano con un segno di punteggiatura e la sintassi è nominale (in tutta la poesia compare solo un verbo, rosseggiare, ed è utilizzato solo per conferire un colore.
Nel primo verso il tuo è reso un un’onomatopea. I tre puntini e soprattutto l’interruzione bianca danno il tempo all’io lirico di guardarsi intorno e di capire cosa sta succedendo. In mezzo al rosso del mare e il nero delle nubi, il gabbiano e il casolare sono accomunati dal colore bianco: il casolare è sinonimo di protezione e anche il gabbiano è protetto perché riesce a volare anche nel mezzo della tempesta.
L’Assiuolo
L’Assiuolo, chiamato anche Chiù, è un piccolo rapace notturno. La poesia parte da una descrizione serena del passaggio per passare ad un climax ascendente di un’atmosfera di angoscia e morte, che si chiude con l’ultimo verso in cui il verso del chiù è definito un ‘pianto di morte’. E’ ricca di figure retoriche intuitive, come la sinestesia la verso 5, con l’espressione ‘soffi di lampi’, in oltre nel verso seguente le parole ‘un nero di nubi’ riprendono la poesia Temporale. Nella seconda strofa si ha un’anafora (la ripetizione della parola ‘sentivo’) e un’onomatopea al verso 12 che fa parte anche di un’allitterazione che per Pascoli segnala sempre una condizione di disagio: con la seconda strofa si rompe infatti l’atmosfera calma presente in precedenza, grazie anche al penultimo verso ‘eco d’un grido che fu’ e il ‘singulto’ all’ultimo che non è il verso rilassato della strofa precedente ma bensì un suono doloroso.
L’utilizzo del termine ‘sistri’ nell’ultima strofa rievoca gli strumenti usati per antiche cerimonie funebri, come sembrano confermare anche i versi seguenti tra parentesi. ‘tintinnii invisibili di porte che forse non s’aprirono più? ’ fino ad arrivare alla fine del climax al termine di questa strofa.

X Agosto


Questa poesia vede due storie parallele della morte del padre e quella di una rondine, entrambi oggetto di una crudeltà gratuita e vittime incocenti, uccise mentre portavano dei regali alle loro famiglie (la casa verso cui portava le bambole l’uomo è romita, solitaria, e il nido verso cui la rondine portava il nutrimento pigola sempre più piano. I piccoli della rondine moriranno veramente ma anche Pascoli è in un certo senso morto dopo la morte del padre, perché ha perso un pezzo della famiglia che aveva tanto cara), per rafforzare il parallelismo le strofe in cui i due vengono uccisi sono simmetriche. Al paragone si aggiunge anche la figura di Cristo per affermare che entrambe erano vittime innocenti morte mentre facevano del bene.
Anche il cielo, con le stelle cadenti tipiche del !0 Agosto, sembra piangere. Il tema delle stelle cadenti fa da cornice alla poesia e unisce la fine alla prima strofa in modo ciclico. La terra vinee definito un opaco (perché non brilla come le stelle) atomo (perché è piccola in confronto all’universo) di male, perché è il male a regnare su questo pianeta e per questo l’universo piange.

Il Gelsomino Notturno


Questa poesia appartiene alla raccolta dei Canti di Castelvecchio in qui le tematiche trattate rimangono pressoché invariate rispetto all’opera precedente. Castelvecchio è il luogo di nascita del poeta e per questa ragione è legato a ricordi e lutti familiari. I luoghi e i personaggi sono reali ma subiscono una trasfigurazione simbolica all’interno delle poesie.
Il Gelsomino Notturno è stato scritto da Pascoli in occasione del matrimonio di un suo amico, si definisce epitalamio cioè canto di nozze. Accanto all’immagine positiva del matrimonio e dei figli il poeta contrappone la sua personale visione delle nozze come qualcosa di irraggiungibile e che provoca il lui un senso di esclusione.
La poesia si articola su due piani paralleli: l’esterno con la natura e l’interno della casa. Il poeta osserva e basta, non partecipando a nessuno dei due. Il titolo si riferisce ad un fiore chiamato Bella di Notte che fiorisce solo la notte, liberando un profumo molto intenso.
Fin dalla prima strofa si può vedere come al clima che dovrebbe essere felice si contrappongono invece un lessico e immagini non concordi come al verso 2 definendo la sera come ‘l’ora che penso ai miei cari’ cioè ai suoi morti e all’ultimo verso della strofa le farfalle crepuscolari che non sono elle da vedere hanno un suono spiacevole rispetto alle normali farfalle.
Al primo verso della strofa seguente poi definisce i rumori ‘gridi’. Nella stessa strofa opera due metonimie nei due versi seguenti e una personificazione nell’ultimo.
Nella quarta strofa l’ape che non trova posto all’interno dell’alveare è una metafora per Pascoli stesso che non trova il suo posto nel mondo. Nella seconda parte della stessa strofa sulla stessa frase applica sia una sinestesia che una analogia.

Poemetti


Nel ’97 pubblica per la prima volta ma successivamente li divide in Primi Poemetti pubblicati nuovamente nel 1904) e Nuovi Poemetti (’09). I temi tipici di Pascoli sono inseriti in un contesto più ampio in quanto tutti i pometti insieme fanno parte di una storia, una sorta di epica della campagna (si ispira alle Georgiche di Virgilio), Tratta della storia di una famiglia contadina e in particolare dell’amore tra Rosa e il cacciatore Riga fino al loro matrimonio.

Un brano significativo dei Primi Poemetti è la Digitale Purpurea. Il metro scelto è quello tradizionale delle terzine dantesche ma è usato per descrivere una scena colloquiale. Il titolo fa riferimento ad un fiore che cresceva nel giardino del convento dove le due ragazze protagoniste del brano avevano trascorso degli anni insieme, a loro era proibito avvicinarsi al fiore perché era velenoso e portava alla morte dello spirito. Mentre uno ha seguito quello che le era stato detto ed è rimasta pura e casta l’altra lo ha provato. Il brano va letto in chiave simbolica in cui il fiore rappresenta un simbolo erotico.
Un secondo brano significativo è Italy. Una parte della famiglia era emigrata in America, dove aveva trovato fortuna, ma ora era costretta a tornare a causa della malattia della nipote. La bambina migliora anche grazie al buon effetto che ricongiungersi con le sue origini ha fatto: questi due mondi che sono lontani sotto molti aspetti sono però uniti da origini e sentimenti.
Anche il linguaggio gioca un ruolo fondamentale: mentre gli italiani parlano una forma dialettale e il testo è scritto con un italiano corretto, gli adulti che sono emigrati parlano un italiano misto con l’inglese, mentre la bambina parla solo inglese,: Pascoli vuol far capire che la comunicazione non avviene con le parole. La bambina per esempio, all’inizio arrabbiata e pronta a criticare tutto dell’Italia, si avvicina alla nonna che non riesce a capirla ma, alla fine dell’opera, sente il bisogno di ritornare un giorno nel suo paese d’origine, anche se non per rivedere la nonna che è morta. Si ha uno scambio tra la bambina e la nonna.
Il loro ritorno è salutato anche da gente del villaggio che va a trovarli per chiedere notizie dei loro parenti o conoscenti emigrati e riescono a comprendere questa forma mista di italiano perché molti di loro erano emigrati loro volta ma, non riuscendo a far fortuna, sono dovuti tornare alle loro vite precedenti. Questo tema dell’emigrazione denota una sensibilità di Pascoli ai fenomeni sociali della popolazione che viveva vicino a lui (il paesino nella Garfagnana in cui è ambientata l’opera, Caprona, si trova vicino a dove lui ha vissuto)

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