Giovanni Pascoli

La vita

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna in una famiglia numerosa e in un ambiente rurale(piccolo prorpietario). L'infanzia fu interrotta da una serie di lutti, a 12 anni perse il padre (assassinato), l'anno successivo la madre e la sorella maggiore e l'anno dopo due fratelli. Nel 1873 inizia a frequentare l'università di Bologna avvicinandosi a idee socialiste. Dopo essere stato incarcerato per alcuni mesi (manifestazioni socialiste) prende le distanze dal movimento socialista. Si laurea in lettere. Carducci lo aveva designato come suo successore. Nel 1891 scrive Myricae. Nel 1897 pubblica la prosa al fanciullino. E sempre nello stesso anno scrive i poemetti. Nel 1903 pubblica i canti di Castelvecchio. Dopo essere tornato in toscana, ed essersi riunito con le due sorelle, vive come un tradimento il matrimonio della sorella. Nel 1906 prende la cattedra di letteratura italiana a Bologna (era stata di Carducci) questo segna una svolta perchè le tematiche che affronta non sono più private ma civili e patriottiche. Muore a Bologna il 6 aprile 1912

La poetica

Le caratteristiche portanti della produzione pascoliana sono: la fuga della realtà e la concezione di una poesia come strumento di conoscenza privilegiato. La poetica del fanciullino si articola i 4 punti:
In tutti gli individui è presente un fanciullino musico ovvero il sentimento che fa sentire la sua voce nell'età infantile per poi attenuarsi nell'età adulta. Il poeta è colui che riesce a mantenere viva dentro di se la voce del fanciullino. La fuga dalla realtà, cardine della poetica simbolista, si manifesta in Pascoli in una regressione al mondo infantile. I temi e i simboli ricorrenti nella produzione di Pascoli sono: il nido o la casa, la culla, la siepe e la nebbia;
Altro aspetto fondamentale è il modo di vedere le cose del fanciullino. Tipico del fanciullino è vedere tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta. Scoprire cioè la poesia nelle cose stesse, nelle più grandi come nelle più piccole (poesia delle piccole cose). Attenzione è data agli elementi del mondo agreste, specie i più minuti;
Attraverso il ricorso alle analogie si creano relazioni nuove e inaspettate, che hanno un valore conoscitivo, in quanto servono a esprimere quelle realtà di carattere generale sul senso dell'esistenza umana, che non la scienza ma solo lo sguardo disinteressato del fanciullino può raggiungere;
Riguarda la funzione della poesia. La poesia ha una suprema utilità morale e sociale in quanto unisce gli uomini e li fa sentire fratelli. Avvicinandoli a un sentimento di amore reciproco. In linea col pensiero decadente la poesia non deve essere finalizzata all'edificazione morale. La poesia è inoltre un valore consolatorio;

La poesia di Pascoli è di carattere morboso e legata ai temi dell'eros e della morte.
Nel famoso scritto "Il Fanciullino", Pascoli definisce ampiamente la sua poetica. La poesia non è razionalità, ma una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permangono dentro l'uomo anche quando si è cronologicamente lontani dall'infanzia. Il poeta viene paragonato al fanciullino che si mette di fronte alla realtà rendendo inattiva la ragione: sa attribuire significati estremamente soggettivi alle cose che lo circondano. Il poeta è privo di malvagità, è caratterizzato dalla condizione di stupore e dalla capacità di riflettere i propri stati d'animo nelle piccole cose. Il poeta-fanciullino è una figura astratta perché non tutti i fanciulli sono buoni e, imperfetta in quanto il poeta non riuscirà mai pienamente nel suo tentativo di tornare bambino.
Il carattere dominante della poesia del Pascoli è costituito dall'evasione della realtà per rifugiarsi nel mondo dell'infanzia, un mondo rassicurante, dove l'individuo si sente isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme. Il fatto che la poesia si sviluppi sulla base di una contrapposizione tra mondo esterno e mondo privato, e che il primo sia connotato negativamente, mentre il secondo positivamente, è un'altra costante in Pascoli. Ciò si ricollega al bisogno di affetto e protezione, per cui, proprio come un bambino, il poeta sente la necessità di rinchiudersi in un nido e sfuggire ai pericoli della vita. Quindi Pascoli ci vuole dire che la dolcezza dell'infanzia e della giovinezza dura poco e presto si rivela essere un'illusione. Sulla vita dell'uomo incombono tristezza, silenzio e morte e, per quanto riguarda il caso pascoliano, la nostalgia per qualcosa che è stato perso per sempre, il dolore per gli affetti strappati, lo sconforto per la malvagità umana e per l'ingiustizia che regna sulla terra.


L’ideologia politica

Pascoli crede in un socialismo unitario e utopico, e affida alla poesia il compito di diffondere amore e fratellanza. Durante gli anni universitari egli subì l’influenza del socialismo e anarchismo grazie a Andrea Costa. La ribellione e le proteste contro le ingiustizie derivano dalla declassazione della classe sociale e del ruolo dell’artista, i suoi privilegi scompaiono, per cui Pascoli esprimeva la sua rabbia in atti ribelli contro la società, soprattutto a causa dell’uccisione del padre, i lutti, la povertà. Così aderì all’Internazionale socialista, e non fu una scelta dettata dalla mente bensì dal cuore. Quando fu arrestato e dopo tanto rilasciato abbandonò ogni forma di militanza attiva.
Questa scelta dell’abbandono oltre ad essere dovuta a traumi personali, è anche dovuta a un cambiamento ideologico della sinistra, che passa dall’utopia al socialismo di Marx, basato sulla lotta tra le classi in cui una doveva prevalere sull’altra, mentre Pascoli aveva ancora una visione utopica, per questo rifiutava la lotta tra le classi e voleva la fratellanza, egli rifiutò la dottrina di Marx, per lui il socialismo era un impegno comune per alleviare le sofferenze, questo perché G. Pascoli aveva una visione pessimistica della vita, che non è altro che dolore e sofferenza, sulla terra domina il male, per questo gli uomini devono cercare di non farsi del male tra loro e sopire gli odi. La sofferenza stessa ha un valore morale, purifica ed eleva l’uomo, lo rende moralmente superiore, per cui deve esserci armonia tra le classi, solidarietà, ciascuno deve accontentarsi di ciò che ha. Il mondo e i valori rurali vengono idealizzati dal Pascoli, il mondo rurale è sereno e pacifico, difende i valori tradizionali della famiglia, la solidarietà, laboriosità. Il fondamento dell’ideologia di Pascoli è la celebrazione del nucleo familiare, ma questo senso di gelosia verso il nido familiare si allarga ad inglobare l’intera nazione, e qui si collocano le radici del nazionalismo pascoliano, egli sente il dramma dell’emigrazione che lo porta a pensare che esistono nazioni ricche, potenti, quelle capitaliste, e nazioni debole e oppresse come l’Italia che non riesce a sfamare il popolo e deve esportare mano d’opera, che emigrando viene schiavizzata dagli stranieri, per cui egli legittima le guerre coloniali, poiché esse sono difensive, le nazioni “proletarie” hanno il diritto di soddisfare i propri bisogni anche con la forza.

I temi della poesia pascoliana

Pascoli rientra nell’ambito culturale decadente, ma non può essere definito propriamente un poeta maledetto che va contro il mondo della borghesia, anzi egli incarna la figura del piccolo borghese, e anche in campo letterario celebra i valori borghesi, perciò la sua poesia assume una funzione pedagogica. A questo filone “ideologico” della poesia pascoliana appartiene anche la predicazione sociale e umanitaria, il sogno di un’umanità affratellata. Questa predicazione si avvale anche di miti: quello del fanciullino che può garantire fraternità agli uomini, e quello del nido familiare caldo e protettivo. Al mito del nido si collega il motivo ricorrente del ritorno dei morti che spesso sono presenti nei versi pascoliani, ma anche qui l’intento è predicatorio e pedagogico, infatti egli usa la tragedia familiare per far capire al lettore quanto male ci sia nella realtà. Pascoli così, interpreta la visione della vita e i sentimenti di strati di popolazione, e la prova di questa sintonia instauratasi tra il poeta e il pubblico è la sua fortuna scolastica. Pascoli comunque è un grande decadente, proietta nella poesia le sue ossessioni, portando alla luce zone oscure della psiche, sa esprimere le delusioni dell’anima moderna, il senso di inadeguatezza della realtà rispetto al sogno, il senso dell’irrazionale. Egli propone il mito del fanciullino, del nido protettivo, come rifugio dalle inquietudini della realtà moderna, lacerata dalla concentrazione monopolistica, conflitti tra potenze, regimi totalitari.

Arano (Myricae)

Questo brano rappresenta una immaginaria passeggiata compiuta da Pascoli nella campagna toscana. La nebbia conferisce un sentimento di malinconia alla poesia assieme ai contadini che svolgono operazioni agricole ripetendo gesti secolari. Vi è il tema della lotta fra l’uomo e la natura e infine c’è l’umanizzazione degli uccelli i quali sopravvivono rovinando il lavoro faticoso dei contadini.

Lavandare

La poesia “Lavandare” è stata scritta da Giovanni Pascoli nel 1891 e fa parte della raccolta di poesie Myricae.
In questa poesia Pascoli ci presenta un quadro nostalgico della campagna. La poesia è dominata dall’immagine dell’aratro abbandonato nella campagna, che dà un senso di desolazione in cui la sola presenza di vita è il movimento della nebbia e delle lavandaie. Il tema della poesia è l’abbandono e la solitudine; essa descrive la figura di un aratro abbandonato in mezzo ad un campo, poi passa al rumore delle donne che lavano i vestiti e finisce con i loro canti. La poesia è composta da tre strofe: due terzine e una quartina, con versi endecasillabi e rime alternate. Ogni strofa ha una caratteristica particolare: la prima è statica, infatti non descrive nessuna azione ed è dominata da sensazioni visive che l’autore comunica attraverso la scelta dei vocaboli e di figure retoriche come l’enjambement, nel secondo e nel terzo verso, ed è come se ci costringesse a continuare a leggere con maggiore interesse la poesia.
Nella seconda strofa si trovano soprattutto elementi auditivi, introdotti dalle onomatopeiche come “sciabolare” e “tanti”. Questa strofa è dinamica, anche grazie alle rime interne, che aiutano a velocizzare il ritmo della strofa. La terza strofa invece può essere definita drammatica, perché è il triste canto di amore e nostalgia di una lavandaia che aspetta il ritorno di suo marito, il ritmo della strofa è molto più lento delle altre, questo grazie al cambiamento delle rime in assonanze (frasca, rimasta).
È sorprendente che Pascoli riesca a descrivere così dettagliatamente il suo stato d’animo in dieci versi.


X agosto (Myricae)

La poesia X agosto è stata scritta da Giovanni pascoli in onore della morte del padre avvenuta la notte di S. Lorenzo. Le stelle che cadono durante quella notte non sono altro che per il poeta le lacrime del cielo sulla malvagità degli uomini. Per Pascoli il 10 agosto è una data emblematica dato che è l'anniversario della morte del padre, avvenuta nell'estate del 1860. Egli afferma di sapere perché un così gran numero di stelle sembra incendiarsi e cadere nel cielo: è perché tante stelle che cadono così fitte sembrano le lacrime di un pianto dirotto che splendono nella volta celeste. Poi immagina una rondine che, mentre tornava al suo nido ,fu uccisa e cadde tra i rovi .Ella aveva un insetto nel becco ,cibo per i suoi piccoli. Qui Pascoli con una metafora intende dire che la rondine era l'unica fonte di sostentamento per i suoi piccoli così come suo padre lo era per lui. Descrive la rondine trafitta sui rovi spinosi con le ali aperte quasi come se fosse in croce, accostando tale immagine a quella dei suoi rondinotti che rimangono in una vana attesa del cibo. Dopo passa a descriverci un uomo, suo padre che mentre tornava a casa fu ucciso pronunciando parole di perdono verso i suoi assassini.
Negli occhi rimane la volontà di emettere un grido. Invece Pascoli, con il particolare delle due bambole che l'uomo portava in dono alle sue figlie ,voleva alludere alla tenerezza che avrebbe caratterizzato l'arrivo del padre a casa e delinea un mondo di consuetudini affettuose che la morte interruppe. Adesso nella casa "solitaria" i suoi familiari lo attendono inutilmente come in precedenza avevano fatto i rondinotti. Il povero uomo ,con gli occhi impietriti dalla morte, indica le bambole al cielo, descritto dal poeta come molto distaccato e indifferente al dolore umano. E infine, dice che il cielo,
visto come una divinità, lascia cadere fitte lacrime su questa piccola parte dell'universo, che è il regno del male. In questa poesia la morte del padre assurge al simbolo dell'ingiustizia e del male: il dolore del poeta diventa il dolore di tutti. La lirica quindi trasmette senza dubbio sentimenti tristi, malinconici per la distruzione di un nido familiare, unico rifugio in un mondo in cui domina la violenza e la malvagità umana che uccide creature innocenti.


Novembre

Novembre fa parte della sezione In campagna della raccolta Myricae.
In apparenza questa poesia può sembrare un semplice quadretto campestre di descrizione naturalistica, in realtà rivela un intento più profondo di riflessione sulla precarietà dell’esistenza.
Il poeta descrive un paesaggio novembrino della cosiddetta "estate di San Martino" (11 novembre) in cui la temperatura diventa momentaneamente più mite. Il paesaggio illuminato dal sole inganna per un attimo e fa pensare che la primavera sia alle porte, ma si tratta solo di un’illusione e ben presto la realtà si impone e ci rivela che è fittizia ogni sembianza di vita perché su ogni cosa regna un ineluttabile senso di morte.
Nella poesia vi è la compresenza di elementi visivi (l’aria tersa e limpida), olfattivi (l’odore del biancospino) e sonori (il suono del terreno calpestato o del cadere delle foglie).
La struttura del componimento è bipartita: la prima strofa descrive un paesaggio sereno, quasi primaverile e si contrappone nettamente alle altre due (attraverso un ma antitetico in posizione forte all’inizio del verso 5) che riportano alla dura realtà dell’autunno; è la contrapposizione tra la realtà della morte (dell’inverno) e l’illusione della vita (della primavera).
Metrica:
Mentre nella prima strofa il verso ha una musicalità dolce nelle strofe seguenti il poeta frantuma il verso, attraverso l’uso di virgole e altri segni di interpunzione, annullando così la musicalità dei versi e conferendo maggiore drammaticità.
Numerosi gli enjambement (in particolare vv.1-2, 7-8, 11-12 ). Numerosi anche gli iperbati: secco è il pruno (v.5), stecchite piante (v. 5), vuoto il cielo (v.7), sembra il terreno (v.8), di foglie un cader fragile (v.11).
Allitterazioni della s e della r che nella seconda strofa contribuiscono a comunicare il senso di aridità della natura.

Canti di Castelvecchio

Composti nel 1903 nello stesso anno di Alcyone di D’Annunzio, rappresenta una raccolta che inaugura il Novecento in Italia. È l’opera che continua Myricae, ma rappresenta anche una maturazione del pensiero pascoliano. I temi sono sempre gli stessi: la natura, le stagioni, ciclo vita e morte. L’autunno è la stagione con cui definisce le myricae in quanto simbolo di morte. L’opera è dedicata alla madre e immagina dialoghi con lei, però questa continua presenza della morte porta l’opera a diventare patetica che annoia il pubblico.
La percezione della vita con gli occhi del fanciullino si fa più acuta, ogni elemento della realtà allude ad un mondo segreto, fatto di desideri e timori. Questo approfondimento è dovuto anche a varie letture come un manuale di psicologia e opere fantastiche. Sul piano metrico utilizza strutture più ampie. Sul piano linguistico alterna un registro alto ad uno basso, un lessico aulico a quello pre-grammaticale. Inserisce anche un glossario esplicativo per il lessico tecnico e gergale.

Il gelsomino notturno

La poesia "Gelsomino notturno" fu composta da Giovanni Pascoli per le nozze dell’amico Raffaele Briganti e vi è raffigurato il tema dell’unione dei due sposi e del conseguente germogliare di una nuova vita. Nei versi è presente una metafora sessuale delicatissima. Il gelsomino notturno è fiore che si apre di notte e di giorno si chiude. Il simbolismo pascoliano si esprime nel rapporto tra il fiore e la donna, il fiore fecondato grazie alle farfalle notturne che ne trasportano il polline è metafora della donna resa madre nell'unione con il compagno.
L’elemento della narrazione è affidato a delle immagini e il poeta coglie il mistero che palpita nelle piccole cose della natura. Si accorge che la notte, quando tutto intorno è pace e silenzio, vi sono fiori che si aprono e farfalle che volano. Una vita inizia quando la vita consueta cessa. L’ora della vita notturna è anche un’ora di malinconia per il poeta che prova un senso di esclusione.
Il binomio vita e morte è evidente ai versi 1-2 (immagine dei fiori notturni e il ricordo dei familiari defunti), al verso 4 (farfalle crepuscolari simbolo sia di vita che di morte) al verso 12 (nascere dell’erba sulle fosse), al verso 23 (l’urna, elemento funerario, è metafora del ventre femminile, generatore di nuova vita).

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