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Eugenio Montale


Nasce a Genova il 12 ottobre 1896, figlio di un titolare di una piccola ditta commerciale. Si diploma in ragioneria, tenta la carriera musicale ma ci rinuncerà. Partecipa alla Prima guerra mondiale come sottotenente e frequenta poeti liguri. Nel 1922 esordisce come poeta sulla rivista “Primo tempo”. Entra nell’ambiente intellettuale torinese e frequenta l’antifascista Gobetti, pubblica Stile e tradizione sulla rivista “Il Baretti”, importante per capire la sua poesia, rifiuta le avanguardie ed i tradizionalismi, anche se scrive un articolo intitolato Omaggio a Italo Svevo, il primo che elogia lo scrittore in Italia, che conosce grazie a Roberto Bazlen, scrittore triestino. Nel 1925 presso le edizioni di Gobetti esce Ossi di seppia, la prima edizione. Firmerà il manifesto degli intellettuali antifascisti a opera di Benedetto Croce, infatti Montale vivrà un’esistenza schiva e appartata durante il fascismo. Nel 1927, dopo aver lavorato con varie importanti riviste si trasferisce a Firenze per lavorare per la casa editrice Bemporad, nel 1929 dirigerà il gabinetto Viesseux. Nel 1933 incontra Irma Brandeis, giovane americana che penserà di raggiungere negli Stati Uniti, non riuscendo nel progetto. Nel 1939 appare la seconda raccolta di versi: Le occasioni, presso Einaudi, un altro editore antifascista. Comincia a tradurre per evitare problemi economici. Nel 1939 conoscerà Drusilla Tanzi, che diventerà sua moglie nel 1962, verrà chiamata “Mosca” nelle sue opere.

Nel 1943 escono La bufera e altro, un’altra raccolta di poesie. Ospiterà Saba e Carlo Levi in casa a causa delle persecuzioni, si iscrive al partito d’Azione e nel 1945 fonderà il quindicinale “Il Mondo”. Nel 1948 si trasferisce a Milano e comincia a lavorare per “Il corriere della sera”, sul quale pubblicherà articoli. Nel 1948 pubblicherà altre opere tradotte, di poeti antichi e moderni. Dopo un periodo di pausa, nel 1971 usciranno i versi di Satura, che comprendono anche i versi di Xenia, dedicati alla moglie, punti di svolta nella sua ricerca poetica. Su questa produzione nasceranno inoltre Diario del ‘71 e del ‘72 e Quaderno di quattro anni nel 1977. Nello stesso anno Mondadori pubblicherà un volume in cui sono presenti tutte le poesie di Montale, Einaudi pubblicherà poi l’edizione critica nel 1980 chiamata L’opera in versi che contiene anche il gruppo Altri versi. Fu nominato senatore a vita per aver reso un grande onore all’Italia in campo letterario nel 1967 e nel 1975 vincerà il premio Nobel pronunciando il discorso È ancora possibile la poesia? Morirà a Milano nel 1981.

Ossi di seppia


La prima raccolta poetica di Montale, uscì nel 1925 per edizioni Pietro Gobetti, i testi sono scritti a partire dal 1920. Nel 1928 fu pubblicata una seconda versione, che conteneva altri testi, fra cui Arsenio che dà un’idea degli sviluppi futuri della poesia di Montale. Il libro è diviso in quattro sezioni: Movimenti, Ossi di seppia, che comprende componimenti brevi, Mediterraneo, un ampio poemetto, Meriggi e ombre, che contiene i testi più complessi, all’inizio vi è In limine, alla fine Riviere, del 1920. Notevole è l’influsso di Schopenhauer, dato che vi è una concezione ingannevole della realtà e un rifiuto delle correnti positivistiche. Fra gli influssi letterari si hanno la poesia dannunziana, che adopera per termini e stile anche se ne rifiutano le tematiche del superuomo, e quella pascoliana, per la poesia delle piccole cose. Particolare è anche l’influsso del crepuscolare Gozzano per l’adozione di soluzioni antiliriche, importanti furono anche Govoni e Sbarbaro. Il titolo dell’opera è pieno di significato: gli ossi di seppia sono i resti dei molluschi che il mare porta sulla riva, calcarei, simbolo di una condizione di aridità dell’anima e di un’impossibilità di attingere al sublime, per questo si punta ad una lirica povera e viene rifiutata la tradizionale. Uno dei temi centrali di Ossi di seppia riguarda appunto l’aridità, il paesaggio è quello ligure, familiare al poeta, ma innalzantesi verso una dimensione metafisica e non reale, paesaggio arido, vergato da un sole che non rappresenta l’illuminazione bensì una condizione crudele di inaridimento. Altro simbolo di inaridimento è il muro, invalicabile, rappresentante il fatto che l’uomo non può attingere ad una pienezza vitale, e la prigionia dell’essere umano si manifesta in un eterno ritorno del tempo da intendere come un continuo ripetersi di azioni monotone, anche se quest’ultimo si illude di muoversi. L’effetto di questa prigionia è anche una frammentazione dell’anima, inguaribile, che porta ad una crisi del soggetto e dell’identità individuale, che era stata un valore saldo dal mondo classico a quello rinascimentale. Questa condizione di frantumazione fa sì che l’uomo non si senta in armonia con il mondo e che rimpianga l’infanzia (intesa anche come antichi tempi). Neanche il ricordo risulta essere una soluzione in quanto non può essere attingibile, in quanto un recupero del passato risulta una rottura dell’eterno ritorno, infatti il passato risulta essere sempre deformato. L’aridità esterna si volge anche sul piano interiore e si trasforma in impossibilità di provare sentimenti vivi, resta solo un’inquietudine che rende l’essere umano portatore di indifferenza, un’indifferenza che può essere una soluzione al male di vivere che affligge tutti gli esseri. Il poeta infatti può solo distaccarsi stoicamente, pur essendo consapevole di quella condizione negativa dell’universo. Vi si può scorgere un atteggiamento leopardiano nella sofferenza cosmica e nell’atteggiamento eroico e stoico. Il poeta si propone di cercare un “varco” per uscire dalla prigionia esistenziale, quasi come un miracolo. Ma questo varco non si apre, al massimo ne può nutrire la speranza che qualcuno ci riesca ad aprirlo. Ma un effettivo varco aperto coinciderebbe con la percezione del nulla. Significativa è Riviere che chiude la raccolta ma è anche uno dei primi testi, posta alla fine per indicare un punto d’arrivo, ossia la coltivazione di una speranza, un auspicio che un giorno l’anima non sia più divisa, in modo che possa mutare la sua poesia di inaridimento esistenziale in un inno al legame con la totalità del reale. A differenza del simbolismo adottato dagli autori precedenti, fra cui Ungaretti, Montale non ha fiducia nella parola poetica, capace di arrivare al significato nascosto della realtà o la poesia di fornire messaggi positivi, può solo offrire definizioni negative dei modi di porsi di fronte alla realtà. Ne consegue un rifiuto del potere magico della poesia, e quindi della lirica, tipica del simbolismo, e del linguaggio analogico: la poetica degli Ossi riguarda gli oggetti che vengono citati come concetti astratti o condizioni interiori del soggetto. La nascita di questo procedimento la si può notare nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato. Qui, la condizione dell’uomo contemporaneo, “il male di vivere” è rappresentato come un incontro lungo il cammino della vita, un incontro che serve a trasferire la propria condizione in entità concrete, ed è per questo che gli oggetti restano le cose ricche di significato. Mentre l’analogia simbolista giocava sull’irrazionale quindi, la poetica degli oggetti gioca sui rapporti razionali con gli oggetti reali e quindi col mondo, vi è rapporto fra pensiero e poesia. Gli oggetti della poetica risultano essere oggetti semplici, umili. Ne I limoni Montale dichiara di rifiutare la poesia aulica della tradizione italiana. In accordo con la sua visione desolata del mondo vengono predilette realtà povere. Questa direzione è soprattutto dichiarata dal titolo, che fa riferimento a detriti miseri e insignificanti. Dal punto di vista stilistico si ha un’influenza della tematica dell’arido.

Nell’opera vi è una ricerca di ritmi anti musicali e di suoni aspri, ad esempio nel Meriggiare pallido e assorto i suoni aspri sono ricercati nella rima. Il lessico gioca su termini comuni, a volte dialettici, anche se si possono incontrare termini complessi e aulici, inseriti da Montale per ottenere un effetto ironico e straniante (esempio della fanciulla Esterina adusta/lucertola). Per quel che riguarda la metrica, Montale si allontana dalla rivoluzione di Ungaretti in cui vi sono l’isolamento della parola e versi molto brevi. Montale utilizza il verso libero, spesso l’endecasillabo, altre volte unione di più versi (settenari, ottonari o novenari), spesso raggruppati in strofe (spesso quartine) con ricorrenza di rime. Anche se Montale, a differenza di Ungaretti, sembra rispettare gli schemi tradizionali, in realtà li riprende in modo straniato, ad esempio utilizzando assonanze e consonanze al posto delle rime, adottando ritmi inusuali e abnormi e variazioni continue che spezzano la linearità tradizionale.
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