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Guido Gozzano

Nacque a Torino nel 1883. Non ebbe una vita ricca di avvenimenti, piuttosto spesa tra amicizie torinesi e di provincia, fu sin dagli inizi dell'adolescenza un'esistenza immersa negli studi e subito votata all'estetismo e alla poesia. Partecipò alla vita della società intellettuale torinese. Fu colpito dalla tubercolosi e si allontanò da Torino. Si dedicò all'entomologia, lo studio degli insetti, che ispirò il poema Le Farfalle.
La sua poetica è dominata da un estetismo che comprende tre elementi: La cura della forma metrica, Attenta scelta lessicale, Modulazione sapiente di uno stile ricercato e di uno quotidiano. Seguì diversi modelli: l'estetismo dannunziano, raffinato e dai toni alti, la lettura di poeti simbolisti e la poesia di Pascoli, lo introdussero in una nuova dimensione di sublime 'abbassato', di quotidianeità, ti attenzione per le piccole cose. Ha sguardo ironico e autoironico che rende i versi leggeri e raffinati.
Ambiguo è il rapporto con D'annunzio: un modello che non è semplicemente ribaltato, ma accolto, assorbito e solo successivamente sottoposto a rovesciamento parodico. Unisce eleganza formale e toni dimessi.
A Gozzano e ai poeti del primo 900 sembra inevitabile che la figura del poeta sia chiamata a cambiare statuto rispetto al passato, non più il poeta vate e tribuno di Carducci e D'annunzio, e neanche il cantore di un sublime abbassato come Pascoli, ma il poeta in profonda crisi d'identità, imbarazzato dal proprio ruolo, dalla propria poesia, un poeta che vorrebbe liberarsi del filtro dell'intelletto per aderire alla semplicità delle cose e, nello stesso tempo, sa bene di non poterlo fare. Il poeta è un individuo appartato, colto, ironico e malato.
Con la malattia che lo assale dalla giovinezza, la tubercolosi, si rafforza e si precisa in lui un senso di inettitudine alla vita: l'impossibilità di partecipare pienamente all'esistenza trova in questo modo una conferma oggettiva. La malattia del poeta diventa metafora fisica di disagio costitutivo a integrarsi in una realtà moderna e borghese, indifferente all'arte perchè votata ai nuovi valori dell'utile. Ma la malattia è sentita anche come condizione elitaria ed esclusiva: il poeta la percepisce come uno schermo e un'autodifesa dal conformismo e dalla banalità dei costumi e della mentalità boghese. La malattia da un lato condanna il poeta all'isolamento, dall'altro gli permette di non integrarsi: ultimo privilegio concesso all'artista nell'incalzante società di massa.
Le liriche di Gozzano offrono un campionario di oggetti che raramente prima si sono trovati in poesia. Gli oggetti che sfilano tra i suoi versi costituiscono una raccolta per collezionisti, buone cose di pessimo gusto. Le cose, comprese le figure umane, stanno ferme e radicate in un loro rifugio sicuro, come stupidamente liete, capaci di una tenace assenza in cui si riflette l'incapacità del poeta di aderire all'esistente. Gli oggetti di Gozzano non immettono in alcun mistero e in alcun significato profondo, piuttosto restituiscono un campionario nostalgico e decomposto da cui si leva odore di passato. Il mondo rappresentato è infatti sentito come finito: su tutto sembra aleggiare un che di falso e innaturale, di morto per sempre, in un'atmosfera di museo, in cui quello che poteva essere è già stato.
Gli oggetti non servono più, quindi, a rappresentare e a dare significato all'esistenza, ma è l'esistenza a trasformarsi in oggetti desueti e residuali, a subire un processo ri reificazione su cui si esercita l'azione corrosiva del tempo. Anche l'io lirico, investito da questo processo di ridimensionamento e di ironica trasformazione, sembra perdere il suo statuto identitario per ridursi, a sua volta, a oggetto.

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