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Con il termine “totalitarismo” ci si riferisce a quei regimi politici del Novecento in cui un unico partito deteneva tutti i poteri dello Stato e controllava l’intera società civile (identificazione partito – società – Stato). Esso venne usato per la prima volta nel 1923 in Italia dal liberale Giovanni Amendola per descrivere il carattere specifico della nuova realtà politica incarnata dal fascismo: egli definì “totalitaria” la volontà del fascismo di occupare in maniera assoluta e non soggetta a controlli ogni ambito della vita pubblica e della stessa coscienza individuale.
Mussolini si appropriò del termine e in un discorso del giugno del 1924 esaltò il fascismo proprio per la sua “feroce volontà totalitaria”: gli sembrava di riprendere Platone e Hegel (“tutto è nello Stato e per lo Stato”). Paradossalmente, proprio il regime fascista è stato definito “totalitarismo imperfetto”, per la presenza del re e della Chiesa.

Fascismo (Mussolini in Italia), nazismo (Hitler in Germania) e stalinismo (Stalin in Urss) sono stati regimi reazionari di massa che hanno come parametri di riferimento (sottolineati dalla saggista tedesca Hannah Arendt in “Le origini del totalitarismo”):
- Ricerca del consenso (propaganda ideologica)
- Uso del terrore

Gli studi politici di ambito anglosassone arrivano a costruire un vero e proprio “modello totalitario”, articolato in sei parametri che devono essere presenti contemporaneamente:
1. Un’ideologia forte (religione laica millenaristica): propone un uomo nuovo per un mondo nuovo (puro per razza e ideologia, come in Italia e Germania, o per classe e ideologia, come in Russia) + esortazioni quasi a carattere religioso
2. Un capo carismatico che si rapporta direttamente alle masse: fascismo = duce (regime mussolinista più che fascista), nazismo = mito della razza, stalinismo = mito del partito
3. Un controllo totale dei mezzi di comunicazione per la propaganda
4. Un uso sistematico del terrore (con apparati di controllo)
5. Il monopolio dell'uso della forza militare
6. Il controllo sistematico dell'economia

In Italia i punti fondamentali del fascismo sono:
- Esaltazione acritica della nazione italiana
- Stato forte
- Difesa dell’ordine costituito
- Avversione al movimento operaio, identificato come socialismo
- Antiparlamentarismo (la democrazia è un lusso!)

Il 3 gennaio 1925 Mussolini si assunse la responsabilità politica, morale, storica del delitto Matteotti. Poi impresse una svolta autoritaria (accompagnata dalla violenza dell’azione della Milizia): numerose associazioni ritenute sovversive furono sciolte, i giornali di opposizione subirono sospensioni e sequestri (non si parla cronaca nera + si danno notizie che fanno pensare che sia diminuita la microcriminalità, ma in realtà non è così), i giornali indipendenti di tendenza liberale furono costretti a cambiare linea politica, la radio e il cinema (Istituto Luce) furono controllati da Mussolini.

Il 5 novembre il Consiglio dei ministri approvò una serie di misure eccezionali, denominate “Leggi fascistissime”:
- Scioglimento di tutti i partiti, i gruppi di opposizione e i sindacati
- Poteri più ampi all’esercito
- Adozione del confino di polizia per gli oppositori politici.
- Istituzione del tribunale speciale per la difesa dello Stato, formato da membri della milizia e da militari, che si occupava dei reati politici, con la possibilità di comminare anche la pena di morte, e di un’efficiente polizia politica, l’Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo (OVRA).
Le nuove leggi sancirono di fatto la fine dello Stato liberale, anche se le istituzioni parlamentari non vennero formalmente abolite.

Nel 1926 le amministrazioni comunali e provinciali elettive furono abolite e sostituite con autorità di nomina governativa. Tutte le associazioni vennero sottoposte al controllo della polizia (con il patto di palazzo Vidoni il governo fascista esautorava tutti i sindacati non fascisti).
Non potevano più esistere sindacati, ordini professionali, organismi giovanili, sportivi, o di qualunque altro genere, se non fascisti.
L’iscrizione al partito divenne un necessario lasciapassare per avere un impiego pubblico (con la tessera si pose fine al dibattito politico), portando ad un consenso più passivo che attivo; le organizzazioni dipendenti dal partito inquadrarono uomini e donne, operai, contadini, impiegati, studenti, intellettuali, professionisti, occupandosi anche del loro tempo libero.

Karl Popper: il nucleo vero e proprio della democrazia è il fatto che ammette di essere “falsificata”; in essa il dissenso è costitutivo. Per il fascismo il dissenso non era nemmeno contemplato (era quasi una blasfemia) e il consenso veniva dato per scontato.

Le istituzioni culturali, private di ogni autonomia, divennero organi del regime (es. testi unici obbligatori alle elementari).
Particolare cura era rivolta ai giovani: bambini e ragazze venivano accolti in gruppi distinti per fasce d’età (figli e figlie della lupa, balilla e piccole italiane, avanguardisti e giovani italiane, giovani fascisti e giovani fasciste), che avevano come scopo primario quello di trasmettere i contenuti dell’ideologia fascista attraverso attività comuni.
I gruppi e le attività comuni venivano preparati nell’associazione Gioventù Italiane del Littorio (Gil). Gli studenti universitari, invece, erano inquadrati nei Gruppi Universitari Fascisti (Guf).
Nel 1935 venne istituito il Ministero per la stampa e la propaganda (Ministero per la cultura popolare).
Un’altra organizzazione dipendente era l’Opera Nazionale Dopolavoro (Ond).

Oltre al culto del corpo (virilità, prossemica, comportamenti giovanili, sport) si aggiunse il culto di Roma, che intendeva sottolineare idealmente la continuità fra il passato di grandezza dell’Italia romana e il presente, ugualmente grande, dell’Italia fascista: passo dell’oca, saluto… anche il termine “balilla” trae origine dalla storia patria (Genova, 5 dicembre 1746): nella città occupata dagli austriaci, il sasso lanciato da un ragazzo, Giovanni Battista Perasso detto “Balilla”, aveva dato inizio alla vittoriosa insurrezione popolare contro le truppe straniere.

Con l’obiettivo di realizzare il bene della nazione di fronte agli interessi particolari, si decise di creare uno Stato di tipo corporativo, una “Terza via” oltre al capitalismo e al socialismo di tipo sovietico: si istituì il Ministero delle corporazioni, vennero aboliti lo sciopero e la serrata, la Carta del lavoro enunciava in trenta articoli i principi dello Stato corporativo, secondo cui lo Stato assumeva il ruolo di regolatore dei rapporti fra le classi sociali.
Tuttavia all’interno del Partito fascista vi erano due tesi contrapposte:
1. Le corporazioni sono organi di collegamento fra i rappresentanti dei datori di lavoro e quelli dei lavoratori.
2. Le corporazioni sono organi dotati di una funzione di guida e di controllo delle imprese private.
Prevalse la linea sostenuta dagli industriali: riaffermazione della massima libertà delle imprese da ogni organismo di carattere corporativo. Con ciò non si fece altro che accentuare la presenza e il dirigismo economico dello Stato, a scapito dei lavoratori.

Nel 1928 con una legge il Gran consiglio del fascismo divenne un organo costituzionale con il compito di indicare il capo del governo e i ministri, la cui nomina è poi ratificata dal re.
Lo stesso anno si riformò la legge elettorale: il Gran consiglio del fascismo sceglieva quattrocento tra i candidati proposti per formare una lista unica nazionale da sottoporre agli elettori.
Le elezioni che si svolsero nel marzo 1929 furono un plebiscito senza segretezza del voto, dove i sì furono più del 98%.
Nel 1939 il Gran consiglio del fascismo approvò l’istituzione della nuova Camera dei fasci e delle corporazioni, di carattere permanente, composta da membri degli altri organi direttivi del partito. Inoltre si attribuirono al duce i due poteri: esecutivo e legislativo.

L’11 febbraio 1929 furono firmati da Mussolini e dal Cardinal Gasparri i Patti Lateranensi (Mussolini cercava un appoggio, la Chiesa un consolidamento della propria influenza all’interno della società: Mussolini come uomo della Provvidenza), che prevedevano:
- Trattato internazionale: riconoscimento dello Stato italiano da parte dello Stato vaticano e viceversa.
- Convenzione finanziaria: indennizzo alla Santa sede per gli espropri territoriali.
- Concordato: cattolicesimo come religione ufficiale dello Stato (diventò materia scolastica e il matrimonio religioso aveva effetti anche civili) -> fine della laicità dello Stato.
Tuttavia il regime esercitava un controllo esclusivo su ogni aspetto della vita civile, in particolare sull’educazione dei ragazzi, così si scontrò con l’intento della Chiesa di mantenere in vigore, in forma autonoma, le proprie organizzazioni educative e associative, rivolte peraltro non solo ai giovani, le quali fanno capo all’azione cattolica. Dopo una serie di atti di violenza contro di essa da parte dei fascisti, si giunse ad un accordo: si legittimava l’esistenza dell’Azione cattolica, che doveva però limitare la propria sfera d’azione al terreno religioso.

La politica economica, invece, si può riassumere così:
- Fase liberista con il ministro delle Finanze Alberto De Stefani (1922 – 1925): crescita produttiva -> ristagno della domanda -> inflazione.
- Fase protezionista con il ministro delle Finanze Giuseppe Volpi di Misurata: fece da salvagente per la crisi del 1929. Battaglia del grano: mirava a rendere l’Italia autosufficiente dal punto di vista della produzione granaria + quota 90: politica deflazionistica per raggiungere la quota di 90 lire per una sterlina (meno denaro -> meno produzione -> minori salari. Alto valore della lira -> prodotti nazionali più costosi -> meno esportazioni. Ma: rialzo delle quotazioni della lira -> tutela del risparmio -> maggior consenso dei ceti medi).
- Stato imprenditore / banchiere + bonifiche (es. Agro pontino): programmi di lavori pubblici nel settore delle infrastrutture e dell’edilizia pubblica + creazione di IMI (Istituto mobiliare italiano, un ente di diritto pubblico per il finanziamento a lungo termine delle imprese) e IRI (Istituto per la ricostruzione industriale, che assunse il controllo delle maggiori banche in crisi e delle industrie a esse collegate).
- AUTARCHIA: conquista dell’autosufficienza economica. Si voleva, attraverso una politica di dazi protezionistici, ridurre il volume delle importazioni in tutti i settori. La scelta autarchica si intrecciò con la politica di espansione coloniale, che avvicinava l’Italia alla Germania nazista, dalla quale divenne dipendente per il rifornimento di materie prime.

In politica estero, Mussolini in un primo momento mantenne una posizione moderata: cercava buoni rapporti con Francia (aiuto nell’occupazione della Ruhr) e Gran Bretagna + accordo con la Jugoslavia (1924) + trattato di Locarno (1925).
In seguito puntò su una decisa politica di espansione nei Balcani e nel Mediterraneo: assoggettò l’Albania, isolò la Jugoslavia tramite accordi con Paesi dell’area danubiano-balcanica, impostò una politica di amicizia nei confronti dell’Austria in funzione antitedesca, aderì al patto Briand-Kellog (solo come atto formale).

Nel 1934 il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, esponente dei cristiano-sociali che costituiscono la forza più rappresentativa del blocco conservatore, fece modificare la costituzione in senso autoritario. Il Fronte patriottico venne riconosciuto come unico partito legittimo. In politica estera egli cercò un’intesa con Mussolini, che gli garantiva l’appoggio contro l’espansionismo della Germania. Tuttavia i nazisti austriaci prepararono e misero in atto un colpo di Stato. Dollfuss venne assassinato, ma l’operazione fallì.
Quattro divisioni italiane furono inviate ai confini con l’Austria, come monito nei confronti di Hitler. Nel 1935 l’Italia favorì, sempre in funzione antitedesca, la convocazione di una conferenza a Stresa per condannare il riarmo della Germania contro le clausole di Versailles. Ma nello stesso tempo Mussolini ruppe la solidarietà fra le potenze vincitrici con l’aggressione all’Etiopia, con l'obiettivo di dare uno sbocco alla disoccupazione e prestigio all’Italia e raccogliere consenso.
Già dal 1889, con trattati di protettorato, l’Italia aveva rafforzato la sua posizione in Libia e in Somalia, considerata un’importante base d’attacco per la guerra contro l’Etiopia. Francia e Gran Bretagna tentarono di opporsi allo scontro, ma in modo debole per non rompere i rapporti con l’Italia.
Nel 1935 le truppe italiane, senza dichiarazione di guerra, invasero l’Etiopia. L’assemblea degli Stati membri della Società delle nazioni condannò l’Italia come Paese aggressore (contro un altro Stato membro) e le impose sanzioni economiche: blocco delle importazioni di prodotti italiani da parte degli Stati membri, divieto di vendere all’Italia materiali utili a fini militari e di concederle crediti.
Tuttavia nel 1936 Mussolini poté proclamare l’Impero di Etiopia e l’assunzione del titolo imperiale da parte del sovrano italiano Vittorio Emanuele III: la Società delle nazioni, di fronte al fatto compiuto, ritirò i provvedimenti economici decisi contro l’Italia.

Intanto, mentre da un lato Mussolini concludeva con la Gran Bretagna un “gentlemen’s agreement” per il rispetto dello status quo nell’area danubiana, dall’altro tendeva a legarsi alla Germania nazista.
Nel 1936 l’Italia firmò un patto di amicizia con la Germania (“Asse Roma-Berlino”), e nel 1937 aderì al Patto anti-comintern, stretto fra Germania e Giappone contro le iniziative dell’Internazionale comunista. A questo conseguì un avvicinamento alla discriminazione razziale: il Gran consiglio approvò una “Dichiarazione sulla razza” e vennero emanati i “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”. Il consenso cominciava a incrinarsi.

Si manifestarono, già dopo il delitto Matteotti, esempi di antifascismo: nel 1927 socialisti massimalisti e riformisti, repubblicani, liberal-democratici diedero vita alla Concentrazione di azione antifascista; nel 1929 nacque il movimento Giustizia e Libertà, e i comunisti si posero come i più attivi antifascisti, che, ridotti al silenzio, avevano il loro personaggio-simbolo nel filosofo liberale Benedetto Croce, autore del celebre “Manifesto degli intellettuali antifascisti”.

Nonostante tutto, il fascismo italiano può essere definito “Totalitarismo imperfetto” sia per l’azione della Chiesa, sia per la presenza del re, sia per la resistenza del settore della cultura accademica e “alta” (es. il filosofo Giovanni Gentile come direttore dell’“Enciclopedia Italiana”).

Germania: sciolto il parlamento, la consultazione elettorale fu indetta per il 5 marzo 1933. La polizia, ora strumento nelle mani del Partito nazionalsocialista, venne affiancata da una polizia ausiliaria formata da membri delle SA e delle SS. In piena campagna elettorale un incendio doloso appiccato alla sede del parlamento offrì un pretesto per una repressione di massa e il Partito comunista tedesco (Kpd) venne messo fuorilegge (i comunisti erano ritenuti i responsabili). L’adozione immediata di leggi eccezionali portò alla limitazione delle libertà civili e politiche per tutti i cittadini tedeschi.
Con l’obiettivo di esautorare il parlamento, Hitler chiese ai deputati il conferimento dei pieni poteri. Tutti i partiti e i sindacati liberi furono soppressi o costretti a sciogliersi; il 14 luglio il Partito nazionalsocialista venne dichiarato l’unico legittimo in Germania; in novembre nuove elezioni su lista unica diedero a Hitler una maggioranza plebiscitaria; nel 1933 fu creata la “Polizia segreta di Stato” (Gestapo), cui si affiancherà la Suprema corte popolare per i casi di tradimento; nello stesso anno un concordato con la Chiesa cattolica portò maggiore appoggio al regime.

Inoltre, per ottenere l’appoggio dei militari, che erano ostili al modello estremistico delle SA, la notte del 30 giugno 1934 (“Notte dei lunghi coltelli”), reparti delle SS assassinarono l’intero stato maggiore delle SA, il loro capo e alcuni esponenti del partito ritenuti troppo “rivoluzionari”.
Alla morte di Hindenburg (2 agosto 1934), Hitler, come capo dello Stato, ricevette il giuramento di fedeltà dei soldati. Nel 1938 diventò esplicitamente capo del partito, dello Stato, del governo e dell’esercito. Lo Stato nazista divenne il Terzo Reich (dopo l’impero romano-germanico medievale e dopo quello nato nel 1871 al termine della guerra franco-prussiana) e Hitler assunse il titolo di “Fuhrer”.
Nello scritto “Mein Kampf” (“la mia battaglia”), Hitler delineava l’idea nazionalsocialista, che mirava alla presa di potere tramite il consenso dei ceti dirigenti e delle masse, da ottenere tramite l’antisemitismo: Hitler sosteneva l’esistenza di una razza superiore, la razza ariana, rappresentativa della più alta forma di umanità, incarnata in primo luogo dal popolo tedesco. Solo espellendo i corpi estranei e ritrovando la propria unità profonda, la nazione tedesca poteva risollevarsi dallo stato di crisi; il capro espiatorio divenne l’ebraismo internazionale, e comunismo bolscevico, capitalismo e finanza occidentali erano viste come manifestazioni diverse dell’identico “complotto ebraico” volto a dominare il mondo.
Nel “Mein Kampf” Hitler sosteneva anche la necessità, per la razza ariana germanica, di uno spazio vitale, e in questo senso progettava un’espansione verso est, ma anche verso l’Occidente, sostenitore di falsi valori. Così aggressività, culto della forza, politica di potenza, supremazia della Germania, concezione razziale della storia, elogio della guerra divennero i tratti caratteristici del razzismo.

Nel 1935 le Leggi di Norimberga sancirono di diritto la discriminazione razziale: gli ebrei furono dichiarati estranei alla “comunità di popolo” tedesca, privati dei diritti politico-civili e allontanati da Pubblica amministrazione, scuole, università, giornali, professioni liberali; vennero proibiti i matrimoni misti.
Nel 1938 una legge impose la confisca dei beni per gli ebrei con reddito supera i 5000 marchi. A seguito dell’uccisione di un diplomatico tedesco per mano di un ebreo, venne organizzato un pogrom che portò alla devastazione sistematica di case, negozi, proprietà, luoghi di culto ebraici: “Notte dei cristalli” (8 – 9 novembre 1938).
Intanto anche le intese con la Chiesa cattolica vennero violate: la rottura vi fu il 14 marzo 1937, quando il papa Pio XI emanò l’enciclica “Mit Brennender Sorge” (“Con bruciante preoccupazione”), significativamente scritta in tedesco, nella quale le ideologie hitleriane si definivano anticristiane. Di conseguenza Hitler scatenò una campagna diffamatoria e persecutoria sia nei confronti della Chiesa cattolica, sia nei confronti dei gruppi evangelici di fede protestante, che denunciavano la fine dello Stato di diritto e l’instaurazione dello Stato del terrore.
Nel 1933 furono approntati i lager, campi di concentramento.
Nonostante tutto, il consenso era molto ampio, sia per la politica di potenza attuata con l’espansione territoriale, sia per la crescita produttiva dopo la crisi.
Grande importanza venne attribuita alla Gioventù hitleriana, comprendente tutti i giovani del Reich fino ai diciotto anni. Tuttavia il dualismo fra Stato e partito continuava a sussistere, per non allarmare i ceti conservatori che sostenevano il nazismo.

Russia: Stalinismo = Dispotismo industriale (scopo: Stato industrialmente forte in grado di competere con l’Europa e con gli Stati Uniti + tesi giustificazionista della gestione del potere: necessità oggettiva).
Individuati come responsabili del mancato sviluppo dell’economia sovietica, i capitalisti agrari e i contadini agiati (“Kulaki”), diventarono oggetto (1928 – 1932) di una vera e propria persecuzione, che arrivò anche all’eliminazione fisica e alla deportazione. I “kulaki” erano accusati di sabotare lo Stato sovietico imboscando ingenti quantità di prodotti agricoli allo scopo di farne aumentare i prezzi, provocando le ricorrenti crisi di approvvigionamento nelle città, e di essere sfruttatori dei contadini poveri e dei braccianti.
Dopo la lotta contro i “kulaki”, il secondo passo fu il passaggio dall’individualismo agrario alla collettivizzazione del lavoro nelle campagne per fornire uomini e capitali per l’industria: occorreva una modernizzazione e meccanizzazione del lavoro rurale, per mantenerlo in ogni caso costante, e l’applicazione di un sistema diffuso di aziende di Stato, tra cui i “sovchoz” (imprese agricole gestite direttamente dallo Stato, come le industrie) e i “kolchoz” (cooperative volontarie di produzione agricola, che spesso comprendevano più villaggi). Questa collettivizzazione, vista come tradimento della promessa fatta da Lenin delle terre ai contadini, incontrò forme di resistenza passiva e, a volte, armata. Si ebbe così un drammatico peggioramento delle condizioni di vita dei ceti rurali e una riduzione (anni Trenta) della produzione agricola.

Una svolta si ebbe nel 1928, con il primo piano quinquennale di sviluppo, la cui realizzazione venne affidata al “Gosplan” (Commissione per la pianificazione): l’obiettivo era un rapido processo di industrializzazione, moltiplicando la produzione soprattutto nei settori dell’industria pesante e dell’energia elettrica.
Le scelte relative a che cosa e a quanto produrre venivano diramate alle singole aziende dagli uffici centrali della pianificazione, rispondendo a un’esigenza di ordine politico, più che economico. Nonostante la produzione sia riuscita a triplicare, vi erano numerosi punti critici: crisi drammatica delle campagne, rigida compressione dei consumi, dura repressione di ogni forma di opposizione al potere staliniano, costituzione di un ceto politico autoritario e pervasivo.
La crescita industriale fu accompagnata da un grande sforzo per qualificare la manodopera e per espandere l’istruzione tecnologica superiore.
In risposta allo scopo di rafforzare la disciplina del lavoro, negli anni Trenta si sviluppò il fenomeno dello “stacanovismo”, dal nome di Aleksey Stachanov, un minatore che il 31 agosto 1935 raggiunse, con la squadra da lui addestrata, un altissimo livello di produzione (14 volte superiore alla norma). Lo stacanovismo faceva appello ai singoli individui perché si modellassero sull’esempio del lavoratore superproduttivo, incentivandoli attraverso le differenze salariali e il sistema del cottimo progressivo.
La forte urbanizzazione causò problemi di ordine abitativo e sociale.

Apparato di potere staliniano:
- La dittatura del proletariato si trasformò in dittatura del leader (culto della personalità: Stalin come “piccolo padre” le cui decisioni erano di ordine superiore)
- Il partito unico impose linee e direttive in ogni settore della vita del Paese
- Educazione, cultura, svago: ogni aspetto della vita associata era controllato e diretto dal regime
- Vennero istituiti organismi per la repressione di ogni dissenso od opposizione (Ceka, Gpu) e campi di deportazione (Gulag)
- Ogni dissenso al partito veniva represso con assassini politici, deportazioni (decapitazione della dirigenza del Pcus): purghe staliniane (1936/7)
- Soggetti individuali e intere categorie sociali (come i “kulaki”) subirono deportazioni ed epurazioni in quanto “nemici della rivoluzione”

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