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L’Italia e la politica coloniale

L’Italia si inserisce nella corsa coloniale molto più tardi rispetto alle altre potenze europee.
La conquista della Somalia e dell'eritrea. Il tentativo di occupare l’Etiopia
È il governo Crispi che, sostenitore di una politica di prestigio imbevuta di nazionalismo e di imperialismo si pone con obiettivo la presenza italiana in Africa. Bisogna premettere che alla fine del XIX secolo i territori rimasti liberi in Africa erano relativamente pochi, perché quasi tutti occupati dalla Francia e dall’Inghilterra. Nel 1889, Crispi inizia la penetrazione in Somalia che viene completata circa 15 anni dopo, creando la Somalia italiana Successivamente l’esercito italiano espande l’occupazione verso l’Eritrea in cui, dopo l’apertura del Canale di Suez la compagnia di navigazione genovese Rubattino aveva acquistato la base commerciale di Assab, che successivamente fu rivenduta al Governo italiano. Nel 1889, l’Italia conclude con la vicina Etiopia il trattato di Uccialli in base al quale all’Italia era riconosciuto una specie di protettorato sull’Etiopia, che tuttavia era previsto nel testo italiano e non nella lingua parlata in Etiopia. Nel 1895, il negus Menelik, preoccupato dalle tendenze espansionistiche italiane, entra in guerra contro l’Italia. Nel 1896, le truppe italiane subiscono una grave sconfitta a Adua: era la prima volta che una potenza europea veniva sconfitta da un esercito africano in una guerra coloniale. La sconfitta di Adua mostrò anche l’imperialismo italiano fosse piuttosto debole perché l’ Italia non aveva ben valutato la difficoltà della situazione.

La campagna di Libia

La politica coloniale viene ripresa da G. Giolitti nel primo decennio del XX secolo. Nel 1911, con l’appoggio diplomatico dell’ Inghilterra e della Francia, subito dopo l’occupazione francese del Marocco, Giolitti intraprende la conquista della Libia sottraendola all’ Impero Ottomano. Veramente Giolitti era sempre stato contrario a guerre coloniali, tuttavia rinunciando ad uno dei pochi territori africani rimasti liberi, l’Italia avrebbe perso prestigio internazionale e anche l’equilibrio nel bacino del Mediterraneo ne sarebbe stato compromesso. La decisione di Giolitti trovava anche consensi nell’opinione pubblica: egli era sostenuto dai liberali, dai conservatori, da molti ambienti industriali, dai cattolici che vedevano nell’impresa libica un’occasione per lottare contro gli “infedeli turchi” e dagli ambienti finanziari legati alla finanza vaticana e soprattutto al Banco di Roma, da anni impegnato in un’opera di penetrazione economica in Libia. Con la pace di Losanna del 1912, l’Impero Ottomano rinuncia alla sovranità politica sulla Libia, anche se la resistenza araba contro l’esercito italiano non cessò e questo fu un pretesto per l’Italia di mantenere l’occupazione di Rodi e del Dodecanneso, dove si era esteso il teatro di guerra. Da un punto di vista economico, l’occupazione della Libia non fu un affare: i costi della guerra erano stati ingenti, le ricchezze naturali che si presupponeva esistesse in realtà erano scarse. La Libia fu definita uno ”scatolone di sabbia”.

La politica coloniale del fascismo

La politica coloniale viene ripresa dal Fascismo. Inizialmente, il Fascismo cerca di consolidare i possedimenti coloniali già esistenti (Libia, Eritrea, Somalia):
- fino al 1930, il maresciallo Graziani vince la resistenza araba in Libia, con rappresaglie, deportazioni ed esecuzioni, soprattutto in Cirenaica. Vengono anche confiscate le terre incolte per assegnarle ai cittadini italiani.
- anche in Eritrea e in Somalia, il Fascismo cerca di consolidare la presenza italiana costruendo strade e sviluppando culture locali come quella del cotone e delle banane.
Dopo il 1930, comincia a maturare la decisione di occupare militarmente anche l’Etiopia, governata nel frattempo, dall’ imperatore, Hailé Selassié.
L’Etiopia, praticamente, era l’unica parte dell’Africa rimasta al di fuori dalle spartizioni coloniali e su di essa da tempo, specialmente dopo la sconfitta di Adua, l’ Italia aveva indirizzato le proprie mire espansionistiche. Le motivazioni erano legate al prestigio internazionale, di carattere economico (per incrementare la produzione internazionale e trovare uno sbocco alla disoccupazione) e di politica interna (consenso al regime). Inoltre, Mussolini pensava che la Francia non avrebbe posto nessun ostacolo per timore che l’Italia si avvicinasse alla Germania e che difficilmente la Gran Bretagna sarebbe intervenuta apertamente nella questione.
E’ cosi che nel 1935, le truppe italiane invasero l’Etiopia. L’invasione dura sette mesi, Addis Abeba fu occupata e l’imperatore si dette alla fuga. Il mantenimento dell’occupazione non fu pacifico perché le popolazioni indigene organizzarono continuamente delle guerriglie che l’esercito italiano non riuscì mai a vincere. Il re Vittorio Emanuele assunse il titolo di Imperatore d’Etiopia.
Sul piano internazionale, la conquista dell’Etiopia fu considerata un’aggressione e la Società delle Nazioni applicò delle sanzioni economiche nei confronti dell’ Italia: blocco di esportazioni verso l’Italia di materialo bellico, divieto di importare meri dall’ Italia. Il blocco, però, non riguardava merci di primaria importanza e dopo la vittoria furono abolite.
In Italia, la vittoria contro l’Etiopia creò entusiasmo e consensi: l’Italia ora aveva un proprio impero e ciò costituiva una rivincita nei confronti delle nazioni più ricche.
Le conseguenze della campagna dell’Etiopia furono però gravi:
1) ravvicinamento dell’Italia alla potenze non democratiche che, come la Germania, non avevano applicato le sanzioni.
2) tendenza dell’economia ad essere autartica cioè autosufficiente. Questo portò alla limitazione delle importazioni e la sostituzione dei prodotti di primaria importanza con i surrogati. Va ricordato che l’Italia era un paese povero di materie prime e l’autarchia ebbe come conseguenza l’indebolimento del sistema produttivo
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