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Poesia e prosa nell’età di Traiano e Adriano

La produzione letteraria di questo periodo fu ricca e complessa ma assai poco originale. L'età di Traiano ha Plinio il Giovane, notevole esponente nei campi dell'oratoria e dell'epostolografia, Floro per la storiografia, come Tacito e, infine Giovenale con la satira (gli ultimi due autori li troviamo anche nel principato di Adriano, durante il cui regno ricordiamo i Poetae novelli nell'ambito della poesia lirica e Svetonio per la biografia).

La poesia lirica: i poetae novelli

Con il termine poetae novelli non si fa riferimento ad una vera e propria corrente o ad una scuola ma, più che altro, a scrittori più recenti, contrapposti agli antichi, i quali miravano ad un rinnovamento, visto come il ritorno ai modelli neoterici (poetae novi, come Catullo e Calvo) e pre-neoterici; tra le loro similitudini ricordiamo: la forma lirica, la brevità dei loro componimenti, tendenza alla sperimentazione metrica e alla ricerca d'espressività, il tutto per creare una poesia molto leggera, che gioca con la realtà.

Tra questi poeti ricordiamo Adriano stesso, che si dilettava con la poesia. Esempi sono due brevi carmi: il primo è una sorta di congedo alla vita, ricco di ripetizioni, diminuzioni ed allitterazioni; il secondo invece, del tutto più scherzoso e giocoso, è rivolto all'amico Floro il quale gli aveva dedicato una breve poesia in riferimento all'abitudine del principe di compiere lunghi viaggi per tutto l'impero.
Nella sua replica Adriano assume un ruolo del tutto scherzoso, pare quasi una parodia.


La biografia: Svetonio


Nato intorno al 70, da una famiglia di rango equestre, forse ad Ostia dove esercitò la carica religiosa di pontefice di Vulcano, si trasferì poi a Roma dove esercitò prima da avvocato, poi negli archivi imperiali, nelle biblioteche pubbliche e, per un periodo più o meno breve, gestì la corrispondenza ufficiale dell'imperatore. Da queste sue esperienze lavorative ottenne una fucina enorme di informazioni, tante nozioni.

Tra le opere principali ricordiamo il De viris illustribus, una raccolta di illustri biografie di uomini letterati, suddivisi in poeti, oratori, storici, filosofi, grammatici e retori. Di quest'opera i resti sono assai pochi e frammentati; interessanti le tre biografie di Terenzio, Orazio e Lucano appartenenti alla categoria De poetis.

Il De vita Caesarum raccoglie le biografie dei dodici Cesari, in ordine cronologico, partendo da Giulio Cesare, poi Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, sino a Tito e Domiziano. Svetonio descrive non solo le azioni pubbliche ma, visto l'interesse del tempo, tutte le vicende, il carattere e l'aspetto.

Per ogni imperatore la parte iniziale fornisce informazioni riguardo alla famiglia, nascita, educazione. A questa parte subentra la parte più descrittiva, con tratti salienti sulle varie personalità e le caratteristiche del suo regno.
In alcune vite possiamo trovare uno schema bipartito, come per Caligola e Domiziano; sono individuati prima dei momenti positivi e, poi, le vicende in cui il principe manifesta vizi e comportamenti da tiranno: per esempio Caligola viene prima definito princpes, poi monstrum.

Non sembra che Svetonio abbia particolari ambizioni stilistiche, scrivendo in maniera facile, semplice, corretta e chiara. Non evita l'uso abbondante di grecismi e termini tecnici. Cita i discorsi dei vari personaggi con precisione letterale, così come li aveva letti nei vari documenti a lui reperibili.

L'Epitome di Floro


Floro probabilmente nacque in Africa, viaggiò molto e poi si stabilizzò per intraprendere la carriera di insegnante, aprendo una scuola. Fu molto probabilmente amico di Adriano (riferimento poetae novelli).
Fu autore di un dialogo dal titolo "Se Virgilio sia un retore o un poeta" di cui rimane una parte della prefazione.
L'epitome de Tito Livio è un'opera storica composta sicuramente dopo la conquista della Dacia da parte di Traiano e racconta la storia di Roma, dalla sua fondazione sino al 27 a.C. divisa in due libri.
Floro celebra l'istaurazione del principato come il momento culminante della civiltà romana e indica nella figura di Traiano una sorta di rinascita, l'inizio di una nuova giovinezza dell'impero.
Il I libro tratta delle questioni esterne della storia romana, come le guerre o la tragica spedizione di Crasso contro i Parti, mentre il II libro si occupa delle vicende interne.
Lo stile è originale e contribuisce a rendere piacevole ed interessante lo scritto di Floro.


La satira, l'oratoria e l'epistolografia: Giovenale e Plinio il Giovane


Le opere di Giovenale e Plinio il Giovane sono indubbiamente le più significative della produzione letteraria dell'età di Traiano e Adriano, inoltre possiedono un importante valore documentario per la conoscenza della società del tempo.

Giovenale
Giovenale nacque quasi sicuramente nel Lazio meridionale, tra il 50 e il 60. L'unico tra gli autori contemporanei che lo citano è Marziale, il quale lo presenta immerso nelle faticose e umilianti occupazioni da cliente: doveva dunque appartenere ad un ceto sociale non elevato.
Molto probabilmente morì nel 127, data dalla quale non si ebbero più sue notizie.

La produzione satirica aveva interessato autori quali Lucilio, Persio e Orazio, ripresi più volte da Giovenale: ad esempio, egli da essi mutua l'atteggiamento critico nei confronti della cultura del tempo, attaccando in particolar modo le recitationes, presentate come istituzioni inutili e frivole, e svaluta la mitologia come Marziale e Persio.

Giovenale tende ad enfatizzare gli eventi presentandoli spesso come casi mostruosi, in modo da far assumere loro una dimensione grandiosa e perversa, provocando così sdegno.
Per Giovenale dinnanzi all'ampia scena di delitti, scandali e perversioni, era "difficile non scrivere satire!"

Nella Satira I, per lo più introduttiva, Giovenale introduce l'argomento trattato, ovvero il comportamento umano, visto e descritto nel suo aspetto più deteriore, dato il livello di corruzione raggiunto a Roma.

Il mezzo di cui si serve è l'indignazio, e non lo spirito come da tradizione.
Lo sdegno è un atteggiamento mediante il quale l'autore vuole provocare determinate risposte nel lettore: il poeta non è solo sdegnato ma vuole apparire tale e provocare lo stesso sentimento nel pubblico.

Satira I e III --> Nella satira I troviamo inoltre un'ampia sezione che descrive la giornata umiliante e meschina del cliente. Con più ampio respiro lo stesso argomento è trattato nella terza satira, in cui Giovenale cede la parola ad un umile e povero cliente che sintetizza la corruzione di Roma.
Satira V --> Viene ripreso il tema della clientela attraverso il motivo tradizionale della cena: il cliente è disposto a tutte le umiliazioni e violenze in cambio di un invito a cena.
Satira IV --> Parodia della corte dell'ormai defunto Domiziano: riferimento al dono di un grosso rombo che crea problemi di cottura.
Satira II --> Giovenale critica profondamente il tema dell'omosessualità considerato come un grave vizio e come tradimento dell'ideale di virilità dell'uomo.
Satira VI --> la più lunga (si superano i 660 versi) in cui si polemizza aspramente contro la donna e l'atto del matrimonio.

A partire dall'ottava satira la materia cambia nettamente: la poesia comincia ad assumere caratteri e movenze sensibilmente diverse. Il poeta non vuole più denunciare la realtà ma proporre anche nuovi comportamenti correttivi e positivi. Cambiano anche le sue idee: gli unici beni sono quelli interiori, la ricchezza è solo un falso bene, desiderabile solo dalla stoltezza umana.
Tali nuove tendenze rendono i toni più pacati e i componimenti perdono la precedente indignatio a favore dell'ironia e dello scherno.
Dunque da una prima fase ricca di tensioni e formalmente unitaria, si passa ad un secondo periodo più vario ed eterogeneo.

Plinio il Giovane
Plinio il giovane è un esponente di spicco dell'oratoria ed epistolografia, nato tra il 60-61 a Como e morto intorno al 112 in Bitinia. Apparteneva ad una ricca famiglia equestre e alla morte di Plinio il Vecchio, di cui era nipote, ricevette una somma importante che gli permise di studiare oratoria da Quintiliano.
Ci è rimasto un corpus di lettere, dei suoi discorsi giudiziari ed epidittici è giunto il Panegirico di Traiano; della sua produzione poetica invece non ci è rimasto nulla.

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