GIOVENALE

Giovenale nacque ad Aquino fra il 50 e il 60, sebbene fosse di condizione economica non elevata ebbe un’ottima formazione retorica e si dedico anche a legge. Scrisse sedici satire in esametri, divise in cinque libri, dopo la morte di Domiziano. Le prime 7 satire sono del primo Giovenale, le ultime 9 del secondo.
La sua poetica prosegue la tradizione satirica di Lucilio, Orazio e Persio. La satira I è di argomento letterario, egli come Persio attacca la cultura contemporanea, le recitationes, poiché caratterizzata dalla mitologia, falsa rappresentazione della realtà. Egli propone di trattare della realtà, del verum, che anche secondo Marziale coincide con il quotidiano, egli invece tende a enfatizzare gli eventi, mostrati come casi mostruosi: come il matrimonio di un eunuco, l’esibizione di una matrona in veste di gladiatrice. Come Persio, Giovenale tratta dei mores, ma non per correggerli, bensì per denunciarli, attaccando i vizi e non le persone, attraverso l’indignatio invece del tradizionale ludus.

L’indignatio è rappresentata nelle prime sette satire, il poeta appare sdegnato per criticare i mores, ma anche per suscitare la stessa indignazione nel pubblico, vuole suscitare risposte emotive nei lettori, ma comunque a differenza di Orazio nasconde aspetti della sua individualità, non è lui ad essere indignato nelle satire, ma un generico galantuomo. Le prime sette satire dunque sono caratterizzate da una visione negativa della realtà, principalmente si scagliano contro la società contemporanea, ritenuta marcia, paragonando i nuovi costumi ai costumi degli antenati, il mos maiorum, non caratterizzati da una tale corruzione e perversità. Il poeta considera i costumi contemporanei in relazione alle conseguenze che hanno sulle persone, per esempio prevale il tema delle divitiae, il possesso di beni, che per quanto riguarda gli stoici era insignificante, poiché il ricco, avido e incontentabile è ritenuto povero, e il povero, privo di desideri e autosufficiente è ritenuto ricco. Giovenale invece tratta degli effetti che la ricchezza ha sul vivere associato, e non sul singolo, questa appare un malvagio elemento di discriminazione, è una fonte di ingiustizia. Analizza così il tema della clientela, utilizzato da Marziale come una condizione di disagio, invece Giovenale afferma che il cliente è in grado di garantire armonia tra i poveri e i ricchi.
• Nella satira I è descritta la giornata umiliante del cliente, fino alla delusione del mancato invito a cena. Il tema è ampliato nella satira III in cui la parola viene ceduta ad un cliente onesto e povero, Umbricio il quale accusa la vita di Roma, corrotta, resa più difficile dalla mancata fedeltà dei Greci e degli orientali, per questo motivo appare l’avversione per questi due popoli, poiché Giovenale era convinto che la cultura ellenica abbia rovinato il mos maiorum, e che l’unica soluzione per i Romani era quella di emigrare in provincia.
• Nella satira V prevale il tema dell’indignatio, si svolge la cena di un cliente a casa del patrono Virrone. Il cliente viene attaccato perché si umilia pur di ottenere un invito a cena, e si vede quanto la condizione del cliente Trebio, che beve un vino che fa male in bicchieri da poco prezzo, è differente rispetto a quella del patrono che beve in calici preziosi, vini prelibati. Domina dunque l’idea della ricchezza come discriminazione.
• Nella satira IV attacca la corte imperiale, non contemporanea, di un imperatore defunto. L’attacco è svolto in modo ironico, riprendendo un aneddoto in cui a Domiziano venne donato un enorme rombo, un pesce, talmente grande che non si sapeva come cuocerlo, facendo piombare la corte nel ridicolo.
• Le satire II e VI trattano dei mores: La II si scaglia contro l’omosessualità, vista come vizio e tradimento della virilità trasmessa dagli antenati. La VI, la più lunga, si scaglia ferocemente contro la donna, specialmente si rifà al matrimonio dell’amico Postumo, che Giovenale sconsiglia, poiché preferisce il suicidio. Questa sua critica deriva dall’infedeltà delle donne, per il poeta il matrimonio era virtù solo sotto il regno di Saturno, poi è nato l’adulterio, e fa esempi come quello di Messalina, l’imperial meretrice, che, lasciato il palazzo, di notte si recava dal suo amante. Quindi il principale capo d’accusa è la lussuria, ma non solo, i difetti delle donne per Giovenale sono: la prepotenza, la superbia, la mascolinità.. tutte caratteristiche contrapposte alla donna ideale dell’antico costume, dedita solo ai lavori domestici.
• La satira VII denuncia le ristrettezze in cui versano poeti, storici, grammatici.. aggravate dall’avarizia dei ricchi.


IL SECONDO GIOVENALE
Il bisogno di rinnovamento spinge l’autore a trattare temi tradizionali della satira. Principalmente egli rifiuta una prospettiva totalmente negativa, il poeta non vuole più solo denunciare i mores ma proporre anche comportamenti corretti, per cui riprende l’intento didattico della satira: riemergono i motivi e i topoi diatribici moralizzanti della satira, infatti riappare la concezione fondamentale della diatriba ossia l’idea che gli unici veri beni sono interiori, perché quelli esteriori sono apparenza, la ricchezza così diviene un falso bene, e non un bene ricavato dall’ingiustizia. Per cui il secondo Giovenale è più pacato, non indirizza il suo attacco contro il male e i malvagi ma contro l’errore e gli illusi, dunque non utilizza più il tema dell’indignatio ma dell’ironia.
• La satira VIII è incentrata sulla virtù, che è l’unica nobiltà che un uomo può avere.
• La satira IX è incentrata su una conversazione tra il satirico e un cliente corrotto e deluso, Nevolo, amante del ricco Virrone.
• La satira X tratta di quale debba essere l’oggetto delle preghiere agli dei.
• La satira XI tratta del motivo del giusto mezzo, come Orazio.
• La satira XII nella prima parte tratta dei sacrifici del satirico per aiutare un amico sopravvissuto a un naufragio, e nella seconda parte tratta dei cacciatori di eredità.

• La satira XIII è rivolta a un amico truffato.
• La satira XIV tratta dell’influenza negativa che gli adulti possono avere sui figli, sui giovani, come l’avarizia per esempio.
• La satira XV tratta di un caso di cannibalismo avvenuto in Egitto.
• La satira XVI attacca i privilegi dei militari.
Giovenale ricerca nella vita quotidiana i segni del mostruoso, dell’eccedenza, infatti prevale una visione distorta della realtà, e ciò gli permette di scrivere con stile alto, che i satirici hanno sempre rifiutato, infatti il tono talvolta è innalzato. Lo stile assume le movenze dell’epos, dell’oratoria. Come Orazio, Giovenale utilizza il labor limae, elaborazione stilistica, infatti vediamo che nel suo stile abbondano perifrasi, iperboli, paradossi, figure dell’ironia.. e tante altre figure retoriche, per cui l’aspetto linguistico è complesso, ma si potrebbe definire un linguaggio misto, poiché oltre a termini sublimi ritroviamo anche termini che più si avvicinano alla quotidianità. Nell’insieme questo stile misto è necessario a Giovenale per cogliere le bassezze della realtà.

L’INVETTIVA CONTRO LE DONNE – lettura
La satira VI presenta un feroce attacco nei confronti delle donne, egli consiglia all’amico Postumo di suicidarsi, poiché il matrimonio è già un suicidio. Specialmente Giovenale si sofferma sulla figura della suocera, della gladiatrice e della saccente. La suocera non fa altro che favorire alla figlia relazioni amorose illecite ai danni del genero, per sua convenienza dunque la rende spudorata, chiamando per esempio un medico del tempo, Archigene, sebbene la figlia non sia ammalata, solo per tirarle via le coperte di dosso. La gladiatrice è una donna che assume movenze mascoline, che perde la sua dignità femminile, indossa l’elmo, e colpisce con bastoni il palo che era solito essere colpito dai gladiatori per allenarsi, indossa persino vestiti da gladiatore. La donna forse più insopportabile per Plinio è la saccente, una donna che parla con una tale eloquenza, e corregge ogni persona che fa un errore di grammatica, citando frasi di persone importanti, filosofi, che solitamente non si conoscono.

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