Poesia e prosa nella prima età imperiale

L’epica eroica, storica e didascalica e la poesia bucolica, nell’età giulio-claudia, hanno come modello Virgilio. La tragedia e la prosa sono coltivate da Seneca. La satira (cominciata con Lucilio e affinata da Orazio) è ripresa da Persio. Il primo romanzo latino è di Petronio. Si conservano molte opere di prosa tecnica.
Fedro è il principale rappresentante latino di un genere poetico minore, la favola.

••• La poesia epica e didascalica
L’epica viene coltivata a Roma nell’età giulio-claudia avendo come modello le Georgiche (filone didascalico) e l’Eneide (filone eroico e storico). Il più bel poema epico-storico è il Bellum civile di Lucano.
•• Di Albinovano Pedone non si è conservato quasi nulla dei suoi epigrammi, di un poema eroico chiamato Teseide e di uno epico-storico sulle imprese di Germanico dove si vuole riprendere il modello virgiliano accentuando l’enfasi. Ci sono rimasti questi frammenti perché citati da altri autori, come per esempio Seneca Padre.

•• Manilio (di lui non sappiamo nulla) scrive un poema epico-didascalico in cinque libri, gli Astronomica. Il poema è dedicato ad Augusto ed è scritto tra il principato di questo e di Tiberio. Il libro I tratta di filosofia e astronomia generale. I libri II - V trattano di astrologia, argomento molto attuale ai suoi tempi, nobilitata perché è scritta con un lessico filosofico con riferimento alla dottrina stoica: costellazioni dello zodiaco, oroscopi, influenza delle costellazioni sull’indole e sul destino degli uomini (anche Dante si rifarà a questo poema nella prima terzina del primo canto del Purgatorio), gli influssi delle costellazioni extrazodiacali.
Si crede che Manilio abbia avuto come fonte principale il filosofo stoico del I secolo a.C. Posidonio che rivaluta e “nobilita” l’astrologia, valida perché fondata sulla teoria stoica della “simpatia cosmica”, cioè il legame che unisce microcosmo (uomo) e macrocosmo (universo). Gli astrologi erano in gran numero a Roma e le credenze attaccavano soprattutto negli strati più umili della società, ma anche personaggi influenti come Cesare, Augusto e Tiberio si circondavano di astrologi (poi Tiberio li bandisce da Roma nel 16 d.C. perché l’oroscopo forniva strumenti agli oppositori del regime per un rivolgimento politico).
•• Di Germanico (figlio di Druso) ci resta quasi interamente un poema didascalico e una traduzione dal greco al latino del poema astronomico di Arato, i Fenomeni, che aveva avuto già prima di lui fortuna nella letteratura latina, perché celebrato come modello di arte raffinata dal poeta neoterico Cinna e tradotto da Cicerone e Ovidio e scelto da Virgilio come una delle fonti principali delle Georgiche.
I Phaenomena di Germanico sono di 725 esametri e sono molto vicini all’opera originale, corretta solo di poco basandosi sulle più recenti scoperte astronomiche, ma se ne distacca quando inserisce brevi digressioni (excursus, parentesi) mitologiche.

••• La favola: Fedro
Fedro e la sua opera rimangono un po’ nell’ombra all’interno del panorama culturale del tempo: non solo non è molto apprezzato dai contemporanei, ma addirittura ignorato da Seneca (non sappiamo se volutamente), che nel 43 d.C., quando ormai la produzione di Fedro era già quasi totalmente pubblicata, definiva la favola come “un’impresa non ancora tentata dai romani”.
•• Sappiamo della vita di Fedro direttamente dalle sue opere: nasce in Macedonia e viene a Roma da bambino forse come schiavo (i codici dell’opera lo indicano come “libertus Augusti”, lo schiavo di Augusto), quindi è probabile che si sia dedicato all’insegnamento nella corte di Augusto essendo madrelingua greca. Si pensa che la sua opera sia nata proprio dall’esercizio della professione dal momento che le favole erano usate come libri di testo nelle scuole sia in Grecia sia a Roma.
•• Con la sua poesia lui desiderava fama e denaro, senza però ottenere nulla. Anzi, viene preso di mira, processato e condannato da Seiano, il prefetto del pretorio di Tiberio, perché Fedro scrive alcuni componimenti dal carattere satirico: l’accusa non è specificata da Fedro. Dopo la morte di Seiano (31 d.C.), nell’incipit del Libro III Fedro si lamenta dell’ingiusta persecuzione.

•• Di Fedro abbiamo cinque libri di favole in versi che contengono un centinaio di componimenti in totale. Successivamente, da un codice oggi perduto vengono trascritte un’altra trentina di favole da Niccolò Perotti (umanista del 1400) nella sua Appendix Perottina.

•• Nel prologo del Libro I delle sue fabulae, Fedro indica la fonte greca e l’iniziatore del genere, che è Esòpo, scrittore greco. Si indicano anche i due pregi dei suoi componimenti: fanno ridere e insegnano a vivere.
Di Esòpo sappiamo essere uno schiavo della Frigia (Asia Minore) che ha cominciato il genere greco della favola inserendo anche alcuni elementi orientali: è il primo a dare una forma letteraria a un genere solo orale e quindi popolare. Lui scriveva le favole in prosa.
•• La favola è un nuovo genere che consiste in brevi racconti di fantasia con un fine pedagogico e morale. Propone modelli di comportamento, spiega massime e proverbi, fa della critica sulla società ed è usata come protesta dei deboli contro i potenti. La forma tipica della favola esopica è quella dell’apologo (= breve racconto allegorico con fine moralistico. I personaggi sono inanimati o animali che incarnano virtù o vizi umani. Il primo apologo ricordato è quello di Menenio Agrippa) animalesco che come protagonisti animali che sono personificazioni di caratteri e atteggiamenti umani.
•• La favola si era diffusa nella satira romana: sia Ennio sia Lucilio sia Orazio accennavano delle favole (es.: favola del topo di campagna e topo di città). Ma Fedro quando mette in versi le favole esopiche che erano in prosa, non sceglie l’esametro della satira usato da Lucilio in poi, ma il senario giambico (usato nei dialoghi delle commedie), spesso con un andamento “drammatico” perché la favola riferisce i dialoghi tra due o più interlocutori.

•• Nel prologo del Libro II Fedro definisce le finalità: divertire e ammaestrare (maniera lucreziana di addolcire i precetti filosofici con il miele). Qui di nuovo ribadisce la vicinanza con Esòpo ma chiede di poter aggiungere qualcosa di suo, per rispettare la varietas e la brevitas, i capisaldi della sua poetica.

•• La brevitas non si riferisce solo ai cinque libri (pochi), ma anche alla lunghezza (breve) di ogni componimento e alla capacità di condensare la narrazione e gli insegnamenti morali. Esempio è la favola della volpe e dell’uva, diventata proverbiale.
•• Nella maggior parte dei casi, la morale è alla fine del racconto (epimizio) per riassumere ed esplicitare il significato. Quando la morale si trova all’inizio (promitio), il racconto è un po’ più complesso e Fedro vuole aiutare il lettore nella comprensione.
•• La varietas vuole superare gli schemi ripetitivi dell’apologo animalesco e si applica soprattutto dopo il Libro I (composto da favole con protagonisti solo animali parlanti), i cui protagonisti sono umani o divini (mitologici come gli dei dell’Olimpo, storici come Socrate) e alcune hanno un’ambientazione romana con protagonisti Pompeo Magno e gli imperatori Augusto e Tiberio.
•• Ci sono anche alcune storielle realistiche come quella della vedova e del soldato (narrata anche nel Satyricon di Petronio): una donna perde il marito ed è a questo così fedele che passa tutta la sua vita nel cimitero vicino alla tomba di lui. Poi un soldato sta facendo la guardia, la vede e se ne innamora. Va ogni giorno a trovarla e alla fine anche lei si concede a lui. Alla fine dona il corpo del marito come sacrificio. È pronta ad amare il soldato.

•• La realtà nelle sue favole viene vista e interpretata dal punto di vista dei deboli. Nei componimenti non vi è mai un atteggiamento satirico pungente, irrispettoso o aggressivo. Il suo intento moralistico mette in luce e “condanna” pacatamente il vizio e non l’uomo che lo possiede. E mai scrive con il pensiero di cambiare le cose. Semplicemente denuncia i vizi.
•• La morale che si ricava dalle favole è spesso pessimistica e rassegnata, perché Fedro sa che la legge del più forte è indistruttibile. La raccolta (Fabulae, Libro I, 1) non a caso si apre con la favola del lupo e dell’agnello: il debole, se vuole sopravvivere, deve restare al suo posto, accettando le regole del gioco imparando a difendersi per quanto possibile dall’ingiustizia e dalla prepotenza.
•• Nelle sue favole vi è anche il tema della rassegnazione, come in quella dell’asino, che non fugge il suo servo per andare da un altro, perché tanto la situazione non cambia e spesso i poveri cambiano solo il nome del padrone. La favola è pessimistica: individua il male, ma lo riconosce inevitabile.
•• Fedro inserisce a volte spunti vicini alla diàtriba (conversazione), come quella sul valore incalcolabile della libertà, che è per lui il bene più prezioso, più importante di qualsiasi bene materiale. Questa tesi è sviluppata nella favola del lupo magro e del cane grasso: il lupo magro incontra il cane grasso che gli chiede come fare per mangiare anche lui. Così il cane gli propone di lavorare dal suo padrone. Così il lupo accetta e il cane gli fa strada. Il lupo vede il collo senza peli del cane per via della catena che il padrone gli mette di giorno così che di notte possa controllare la casa. Allora il lupo rifiuta l’incarico dicendo: “Se non sono libero, neanche un regno vorrei”.

••• La poesia bucolica ed encomiastica
Abbiamo dei codici antichi che contengono undici ecloghe di imitazione virgiliana; tra queste, le prime sette sono di un poeta chiamato Calpurnio Siculo e le ultime quattro sono di Nemesiano. Di Siculo non sappiamo nulla che non sia scritto nella sua opera: si lamenta per la sua umile condizione e il nome Calpurnio fa pensare che si possa trattare di un liberto. In alcune ecloghe celebra Nerone descrivendolo come un imperatore giovane e bello, messo in relazione con Apollo. Si crede che Nerone abbia fatto ritornare sulla Terra l’età aurea.
•• Il tema dell’età dell’oro va a ricollegarsi all’ecloga IV virgiliana, ma anche alla propaganda ufficiale dei primi tempi del regno di Nerone: il giovane principe veniva esaltato come l’iniziatore di una era di pace, benessere e prosperità.
•• Le altre tre ecloghe sviluppano temi pienamente bucolici, come gare di canto in un locus amoenus, sentimenti e rivalità di pastori e la descrizione delle loro attività agricole. Calpurnio va oltre il modello virgiliano, introducendo la descrizione dell’anfiteatro e degli spettacoli offerti dall’imperatore al popolo.
•• Sempre all’età di Nerone appartengono due Camina Einsidlensia (ritrovati in Einsiedeln in Svizzera) bucolici e anonimi. Nel primo due pastori lodano un imperatore presentato come cantore di Troia (è Nerone, che ha scritto un poema epico chiamato Troica). Nel secondo si riprende la descrizione dell’età dell’oro.
•• La Laus Pisonis appartiene al genere encomiastico nell’età di Nerone ed è un elogio a Gaio Calpurnio Pisone, composto da un giovane poeta anonimo.

••• La storiografia: Velleio Patercolo e gli storici “minori”
Della grande produzione storiografica della prima età imperiale abbiamo soltanto quella di Patercolo, in cui si celebra il principato e il principe Tiberio (visione tiberiocentrica). Patercolo intraprende la carriera militare e la sua carriera si conclude con la pretura.
•• La sua opera in due libri si chiama Storia Romana ed è un riassunto storico e culturale del tempo composto da elementi eterogenei (aneddoti, curiosità, eventi militari e politici...). La narrazione diventa più dettagliata a mano a mano che si avvicina alla sua età contemporanea: dalla guerra civile tra Cesare e Pompeo ci sono molti più dettagli e la narrazione ruota intorno a Cesare, Augusto e Tiberio, protagonisti assoluti degli eventi.
•• Tiberio viene nominato nell’ultima parte dell’opera e viene elogiato in grande misura e lo stesso trattamento è riservato a Seiano, suo ministro. Tiberio ha portato la pace nell’impero ripristinando il rispetto per le virtù.
•• Si crede che siano le singole grandi personalità a muovere la storia. Infatti, più volte Patercolo inserisce informazioni famigliari, fisiche e caratteriali dei suoi personaggi, con dei ritratti di tipo sallustiano.
•• Nell’opera prova simpatia per gli homines novi (coloro che nella famiglia sono i primi a cominciare la carriera politica) e per gli Italici, che secondo lui lottano per una causa giustissima (ricevere la cittadinanza romana).
•• Di altri scrittori di storiografia abbiamo poche notizie e pochi frammenti. Molti narravano il tempo contemporaneo perché erano oppositori del principato (Cremuzio Cordo).

••• Tra storiografia e retorica: Valerio Massimo
Valerio Massimo scrive “Detti e fatti memorabili” in cui sicuramente non aveva ambizioni di storico. Le sue finalità erano quelle di riportare azioni e parole di Roma e dei popoli stranieri fatte da autori famosi. Questa raccolta di documenti era destinato soprattutto ai rètori e agli oratori. Si rivolge, però anche a un pubblico più vasto come lettura istruttiva e di intrattenimento. L’opera è divisa in nove libri e in 90 sezioni tematiche. Per ogni exempla, cioè per ogni racconto o estratto, Valerio sottolinea l’insegnamento. Ha quindi una finalità moralistica. Quindi questi racconti contengono anche un’interpretazione, data nell’introduzione e nella conclusione. Molte volte Valerio si rivolge direttamente ai personaggi in scena oppure alle virtù o ai vizi che sta illustrando. Le virtù per Valerio coincidono con le virtù romane. Molte volte scrive con un ingenuo nazionalismo (ha una visione romanocentrica e tutto ciò che è fuori Roma è straniero malvagio).

••• Tra storiografia e romanzo: Curzio Rufo
Curzio Rufo scrive le Storie di Alessandro Magno sotto Caligola e pubblicata sotto Claudio. Sono dieci libri e noi li abbiamo tutti tranne i primi due. L’opera non è del tutto attendibile sotto il punto di vista storico. Ci sono errori e invenzioni e leggende. Curzio sceglie fonti più adatte per rendere la vita di Alessandro Magno più romanzata possibile. Il racconto però avvince il lettore ed è emozionante. Alessandro è descritto come a incarnare tutte le virtù sia personali sia pubbliche sia come generale. Ma non sono taciuti neanche i vizi, i difetti e le debolezze, come l’impulsività, la superbia e l’essere superstizioso.

••• La prosa tecnica
Continua anche in questa prima età imperiale a svilupparsi la prosa tecnica e scientifica: sono riassunti che contengono le informazioni essenziali delle varie discipline, con scopo didascalico e divulgativo. Lo stile è curato e il pubblico è di media cultura. L’impostazione è enciclopedica (articolata per materie).
•• Apicio è uno scrittore di ricette culinarie e scrive Gastronomia.
•• Pomponio Mela scrive la Descrizione di luoghi ed è la prima trattazione geografica in latino conservata.
•• Celso scrive sotto Tibero le Artes (= Manuale) e tratta le seguenti discipline: agricoltura, medicina, retorica, filosofia, giurisprudenza e scienza militare. Noi possediamo solo la sezione sulla medicina che è di otto libri.
•• Columella scrive il De re rustica, che tratta di agricoltura e non si rivolge al contadino, ma al grande proprietario terriero. Le prefazioni dei libri sono le più curate e nella prefazione che apre l’opera si elogia l’agricoltura come occupazione indispensabile per vivere ed è da preferire alla guerra, ai commerci e all’usura. È tradizionalista, moralista e bigotto. Vede nel passato il giusto e nel presente il negativo.

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