••• Virgilio (70 a.C., Andes (vicino Mantova) - 19 a.C., Brindisi) è figlio di un proprietario terriero e riceve un’istruzione completa in città sempre più attrezzate e importanti. Frequenta scuola di retorica, studia filosofia presso l’epicureo Sirone e qui, a Napoli, conosce i suoi più cari amici.
Le opere di Virgilio, sin dai suoi contemporanei, erano considerate perfette e insuperabili ed entrano subito nei programmi scolastici. Virgilio, infatti, è il principale modello del classicismo. La sua vita è tranquilla e ritirata e si circonda soltanto dei suoi amici intimi. Trascorre il suo tempo agli studi e alla composizione di opere. Escludendo l’Appendix Vergiliana, la sua prima opera sono le Bucoliche, una raccolta di dieci carmi, o ecloghe. I promotori di Virgilio al tempo delle Bucoliche sono Pollione e Varo. Nelle Georgiche invece la dedica è a Mecenate, perché dopo il successo delle Bucoliche entra nel circolo di Mecenate. Le Georgiche, per via dell’alessandrinismo, impegnano Virgilio per sette anni e vengono recitate nel 29 a.C. davanti a Ottaviano per quattro giorni consecutivi. Era aiutato anche da Mecenate che si alternava nella lettura al poeta. La composizione dell’Eneide si attua negli ultimi 11 anni di vita. I suoi contemporanei attendevano con entusiasmo l’opera ed egli recita davanti all’imperatore tre libri dell’Eneide (il II, il IV e il V). Il poema, secondo Virgilio, era incompiuto e aveva bisogno di una profonda rielaborazione e rifinitura. Questo avrebbe comportato altri 3 anni di lavoro. Virgilio intraprende un viaggio per confermare informazioni di carattere storico e geografico nell’Eneide. Il viaggio termina subito perché il poeta incontra ad Atene Augusto e torna a Roma con lui inspiegabilmente. Si ammala in seguito al viaggio sotto al sole concente e muore a Brindisi a 50 anni, e viene sepolto a Napoli. Ma prima di lasciare l’Italia, Virgilio chiede all’amico Vario di promettergli che avrebbe bruciato l’Eneide se non fosse tornato. Vario rifiuta e Virgilio, durante la malattia, chiede più volte gli scrinia (i cofanetti) che contenevano l’opera, per distruggerli. Scrive un testamento e affida a Vario e Tucca i suoi scritti alla condizione di non pubblicare nulla di inedito. Contro il suo volere, l’Eneide viene pubblicata postuma da Vario e Tucca per decisione di Augusto.

• Le Bucoliche (= Canti dei pastori) sono una raccolta di 10 carmi, o ecloghe, in esametri, composta dal 42 al 39 (in tre anni), il periodo delle guerre civili e Virgilio scrive quasi per isolarsi dal clima di distruzione e tragedia creando un mondo poetico di evasione. Si ispira per la creazione agli idilli del poeta greco Teòcrito (lo stesso titolo è la traslitterazione dal greco Bukolika, che significa pastore). Anche Georgica, Aeneis e Ecloghe (carme breve) sono termini greci traslitterati.
L’ambiente delle Bucoliche è come quello degli idilli di Teòcrito. Nella campagna, la vita dei pastori-poeti è serena e segue i ritmi naturali. Il paesaggio descritto è un locus amoenus: vi sono riferimenti alla Sicilia (Teòcrito), alla Pianura Padana (Virgilio) e all’Arcadia (Pan, dio dei pastori). Virgilio prende da Teocrito anche molte situazioni e temi e l’imitazione appare più come emulazione, cioè del “cercare di fare come...”, e questo era sinonimo, per allora, di grande intelligenza e cultura. Vi sono anche elementi come il gusto della varietà e la tecnica raffinata che lo avvicinano all’alessandrinismo. Nel testo ci sono molti riferimenti ad altri componimenti (Arte allusiva) ed è per questo che il lettore moderno non potrà arrivare a conoscere il significato nella sua totalità. Virgilio, in più, maschera, come Teocrito, i personaggi con allegorie. Le Bucoliche appaiono, nella struttura, come un’arte difficile e dotta: le ecloghe dispari sono in forma mimica, cioè riportano i dialoghi tra i pastori, mentre quelle pari hanno una struttura narrativa. In alcune ecloghe (II e X) vi sono ampi monologhi. In altre (III, VII, VIII) vi è il tópos delle gare di canto tra pastori. Nella I e la IX si parla dell’attualità romana che minaccia la serenità del mondo bucolico.
Nella I: Tìtiro e Melibèo. Melibèo è costretto ad abbandonare i campi per via delle discordie civili. Tìtiro invece può conservare il possesso dei beni grazie a un giovane che esalta come un Dio in terra. Alcuni vedono Tìtiro come Virgilio, ma il primo è senex, l’altro è ancora giovane. Altri ancora vedono Tìtiro e Melibèo come rappresentanti dei pastori del tempo abbracciando entrambe le situazioni possibili. La IX racconta del dialogo tra due pastori, Lìcida e Mèride, entrambi poeti come il loro amico Menalca e Mèride riferisce a Lìcida che Menalca che grazie ai suoi carmi avrebbe potuto conservare i suoi campi, invece ha dovuto cederli a uno straniero, rischiando di perdere la vita. Le ecloghe III, VII e VIII rappresentano il topos della gara poetica. Le prime due trattano di canto amebèo, cioè alternato. Nell’ultima sono canti differenti dove i pastori cantano una volta sola. I temi sono l’infelicità amorosa e nell’ultimo segue anche l’addio alla vita (Eros e thanatos, come tra Tancredi e Clorinda). Nella V, c’è sempre il canto amebeo con tema della morte e Dafni che cambia aspetto (rappresenta il fratello di Virgilio). Nella X, Cornelio Gallo è in preda alla disperazione per l’infedeltà dell’amante Licòride, che canta nelle sue elegie (perché questo esiste davvero ed è amico di Virgilio): tema tipico virgiliano, dell’amore che travolge l’uomo dolorosamente e irrazionalmente. Nella II vi è canto d’amore di un pastore per un giovinetto che non contraccambia la sua passione.
In sintesi: nelle ecloghe II e X vi è il tema amoroso (in senso negativo).
Nella IV ecloga si abbandonano i temi pastorali e vi è un innalzamento di tono. Virgilio profetizza la fine di un ciclo cosmico e l’inizio del prossimo grazie alla nascita di un puer che realizzerà il nuovo mondo. Molti hanno cercato di identificare il puer: nel figlio di Pollione o di Ottaviano, o in Ottaviano stesso. Nel puer si nasconde la speranza della fine delle guerre civili e dell’arrivo della pace. Dopo il medioevo si pensa che il puer potesse essere Gesù Cristo e Virgilio viene visto come un profeta. Nella VI ecloga si parla dell’importanza della poesia e due pastori costringono per scherzo Sileno (contenuto nel Trionfo di Bacco e Arianna): la poesia ha un potere magico e affascinante.
I temi principali: natura incontaminata e serena; la vita dei pastori nei campi che sono il locus amoenus che è accompagnata dalla poesia che ha valore supremo. Il mondo è divinizzato, colorato e profumato: la vera Bellezza è contenuta nelle Bucoliche di Virgilio. La poesia è il bene supremo e la perdita del ricordo di questa genera frustrazione e nostalgia. Poi vi sono i temi antagonisti del mondo perfetto, come l’infelicità amorosa e la realtà amara del tempo. I temi delle Bucoliche li troveremo anche nelle opere successive: concezione tragica dell’éros, aspirazione alla pace, l’odio per la guerra, solidarietà con chi soffre.
Le Georgiche (= Sulla cura dei campi) sono un poema epico-didascalico in quattro libri, in esametri. Sono il poema dell’equilibrio tra bene e male. Si parla della coltivazione dei campi e dell’allevamento del bestiame. L’opera è dedicata a Mecenate e il suo nome compare all’inizio di ogni libro. Nel III preannuncia di scrivere l’Eneide, ma continua le Georgiche per eseguire i comandi “non leggeri” di Mecenate. Alcuni interpretano la frase come sollecitazione a finire il componimento, altri vedono il consiglio di scriverle per dare un contributo ai programmi di Ottaviano di risanare l’agricoltura distrutta dalle guerre civili, ma le guerre civili erano nel pieno dello svolgimento e il Ottaviano non era ancora al potere.
I modelli sono soprattutto Esìodo e Lucrezio. Virgilio non scrive un manuale per insegnare ai contadini come si coltiva la terra, ma vuole piuttosto mostrare ai concittadini la realtà pura e semplice della vita contadina. Gli ideali sono il rispetto, il lavoro, il culto della famiglia, degli dèi e della patria: vi è assonanza tra idee di Virgilio e intenti di Ottaviano, che celebrerà più volte nel poema. Il difficile e artificiale alessandrinismo si confronta con una materia “umile” e naturale. Per evitare monotonia, Virgilio inserisce brani descrittivi o narrativi (excursus) e sono la parte più bella dell’opera.
La struttura gioca sul contrasto, soprattutto tra i proemi e i finali (se uno è positivo, l’altro è negativo e così via). Gli argomenti: (1) Coltivazione dei cereali, le stagioni e i segni celesti; (2) Coltivazione degli alberi e della vite; (3) Allevamento del bestiame; (4) Apicoltura.
Virgilio parla di lavoro faticoso per i contadini, perché Giove ha voluto così (Giustizia divina del lavoro): Il dio voleva che si faticasse per ottenere i frutti dalla natura e il lavoro diviene necessario per il progresso dell’umanità.
Nel finale del I libro, si parla della morte di Cesare, anticipata dai presagi naturali e invoca Ottaviano che è l’unica speranza per una generazione sconvolta dagli orrori della guerra civile. Nell’inizio del II libro vi è l’elogio dell’Italia e della vita nei campi: le laudes Italiae, poiché l’Italia è la regione privilegiata dalla natura ed è superiore a tutte le opere realizzate dall’uomo. La vita dei campi è idealizzata come luogo di pace e virtù, lontana dalla corruzione, dall’ambizione e dall’avidità.
Dopo il gioioso libro II, nel III si parla del mondo degli animali ed è il mondo della sofferenza. Poi digressione sull’amore come eros e tanathos e poi vi è il tema della morte nel finale del III, con la descrizione della peste animale che ricorda quella di Atene di Lucrezio. Virgilio partecipa al dolore per le vittime e la loro morte è atroce e inspiegabile. Il IV libro comincia con aria di serenità. La comunità delle api è una società ideale, organizzata e ordinata, che sono immuni dall’éros. La loro specie si rigenera attraverso la bugonìa, cioè la nascita miracolosa delle api dalle carcasse degli animali uccisi. Per spiegare questa origine, Virgilio inserisce un lungo racconto mitico (epillio) che corrisponde con il finale del poema, oltre che del IV libro. La storia del pastore Aristeo che perde i suoi alveari e viene a sapere di aver provocato la morte della Ninfa Eurìdice e questa era stata morsa da un serpente mentre cercava di fuggire. Era sposata con il poeta Orfeo che scende inutilmente nell’Ade per riportarla in vita, convincendo gli dèi a lasciar andare la moglie a patto che camminasse davanti a lei senza guardarla fino a che non fossero usciti alla luce del sole. Ma lui non sente più i suoi passi e si volta, vedendo l’anima di Euridice sprofondare per sempre. Così Aristeo placa con riti le ninfe offese e vede nascere dalle carni degli animali sacrificati degli sciami di api. Virgilio termina dichiarando che l’opera era stata scritta da lui intorno al periodo della campagna in Oriente di Ottaviano contro i Parti e ricorda con affetto Napoli.
I temi: alcuni in comune con le Bucoliche, come la vita nei campi ideale per vivere in armonia perfette con la natura, l’eros dannoso, l’odio contro le guerre civili. E nuovo tema in comune con l’Eneide: problema della morte.
I messaggi: il senso etico del lavoro, la religione che non può essere ignorata o affrontata (come in Aristeo, poi premiato, e Orfeo che ha trasgredito le leggi). Le Georgiche appaiono molto più elevate delle Bucoliche e il tono è severo e solenne, quasi per prepararsi alla scrittura del poema eroico, l’Eneide.
L’Eneide (= Storia di Enea), poema epico in dodici libri, è il poema della grandezza di Roma, con fini celebrativi ed encomiastici, storico-politici, come Ennio e Nevio, ma innovando. Per Virgilio era non definitivo: sono infatti presenti alcune incoerenze e 58 versi incompiuti; ma il grado di elaborazione alla sua morte era già molto avanzato. Enea è un eroe troiano, figlio di Venere e Anchise, progenitore di Romolo e fondatore della gens Iulia, alla quale appartenevano anche Cesare e Ottaviano ed è già presente in Omero, ma è il simbolo dei valori romani. L’Eneide non narra la storia contemporanea, ma una storia mista al mito. Il mito è centrale e il protagonista è Enea, non Augusto e ha un carattere eziologico (= discorso sulle cause, le origini) tipico dell’alessandrinismo. Grazie allo “straniamento” dalla realtà contemporanea, Virgilio può ampliare la prospettiva e accrescere il significato della sua poesia, innalzandosi.
L’Eneide si rifà totalmente ai modelli omerici: è formata da 12 libri divisi in due èsadi: la prima è odissìaca, comincia in medias res (cioè mentre i fatti si stanno svolgendo) e narra del viaggio dell’eroe, reduce, come Odisseo (o Ulisse) da Troia; la seconda è iliàdica, e narra la guerra tra due popoli (in questo caso Troiani e Latini) e si conclude con la vittoria di Enea che uccide Turno (come Achille uccide Ettore), il più forte dei suoi nemici.
I contenuti: (I) Proemio, tempesta di Giunone, in Africa da Didone, Enea racconta la storia, lei comincia a innamorarsi; (2) Racconto (caduta di Troia, inganno del cavallo, partenza di Enea per volere divino e per cercare nuova terra oltre il mare); (3) Racconto (viaggio verso l’Italia e in Sicilia muore Anchise, il padre); (4) Amore e morte di Didone quando Enea riparte per l’Italia; (5) Enea ricorda il padre in Sicilia con i giochi funebri; (6) Enea è negli inferi e vede Didone e suo padre che gli mostra i suoi futuri discendenti, da Romolo ad Augusto; (7) Enea nel Tevere, ira (da Giunone) di Turno che vuole sposare Lavinia, figlia del re del Lazio e vede in Enea un avversario alle nozze. Scoppia la guerra; (8) Enea chiede alleanza al re Evandro che gli affida il figlio per la guerra, Pallante, e il dio Vulcano, su richiesta della madre di Enea, Venere, forgia un’armatura e uno scudo dove vi sono raffigurati gli eventi futuri di Roma; (9) Guerra, uccisione di Eurìalo e Niso che preparano assalto notturno al campo dei Latini (nemici) ma vengono sorpresi e uccisi; (10) Turno uccide Pallante, Enea è costretto a uccidere Lauso e il padre Mezenzio; (11) Evandro è disperato e chiede a Enea di vendicare Pallante uccidendo Turno; (12) Enea uccide Turno solo per Evandro.
Virgilio si rifà quasi totalmente ai poemi omerici, concentrandoli in uno solo: dall’Odisessa le divinità ostili, il naufragio e la narrazione all’inizio del poema in prima persona; dall’Iliade catalogo degli eserciti, la descrizione dello scudo, il duello finale.
In sintesi: Virgilio riprende sia mito, sia dinamiche e situazione di guerra da Omero.
Il viaggio di Enea è formato da notizie apprese dalle opere di Nevio, Catone e Varrone. Enea è frutto di Odisseo e Achille (per la parte avventurosa e guerresca), ma va oltre Omero, perché Enea è pius, cioè rispettoso nei confronti della famiglia e della patria. Gli interessi personale e individuale sono esclusi: Enea è come il Principe di Machiavelli, un eroe e un martire. È il rappresentante delle virtù sulle quali poggerà Roma. È sottomesso alla volontà degli dèi. Enea ha davvero le stesse qualità del principe di Machiavelli: senso del dovere, vita come impegno per il bene comune, interessi individuali assenti o secondari; le stesse qualità sono proprie dei personaggi di Ennio e di Scipione l’Africano. Attraverso la fatica e il dolore si prepara la realtà gloriosa dell’impero romano, che porterà ordine, pace e civiltà, al mondo. Il punto di arrivo è Ottaviano che porta Roma Imperiale all’età dell’oro, anche se raramente viene esaltata direttamente. L’aspetto più innovativo è senz’altro il fatto che Enea non accetta senza sofferenze la sua missione divina: vede il compito divino come una dolorosa necessità. Infatti, le virtù tipiche di un eroe sono fuse dall’humanitas e alla sensibilità virgiliane. Problematico è il rapporto tra Enea e le divinità e tra Enea e la crudele necessità della morte. Virgilio guarda dietro i fatti e dentro ai personaggi dando spazio alle ragioni dei vinti. Virgilio si allontana ancora di più da Omero poiché la sua scrittura è soggettiva; così tanto che a un certo punto abbandona la narrazione e interviene per giudicare direttamente ciò che accade: c’è partecipazione, immedesimazione, e si esprimono i suoi sentimenti, dubbi, pensieri (di Virgilio). Virgilio, nei confronti di Omero, è guidato da forze centripete e centrifughe, che lo avvicinano e lo allontanano dallo stile omerico.
Le Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide, testi scolastici già durante la sua vita, hanno binomio eccezionale tra arte raffinata e colta, ma semplice e naturale, poiché gli artifici sembrano quasi dissipati, assorbiti dalla naturalezza del contenuto e della forma. Nello stile di Virgilio non c’è eccesso, ma misura negli artifici. Lo stile è sobrio, in confronto a quello degli alessandrini, ma comunque raffinato e sorvegliato da ogni eccesso. Anche se lo stile delle Bucoliche era già maturo, questo si evolve innalzandosi di tono, fino ad arrivare al sublime nell’Eneide. Questo cambiamento è dimostrato dall’aggettivazione che muta, dall’idilliaco alla grandiosità epica. L’enjambement, assente nei poeti novi, che prediligevano il verso chiuso, compare dalle Georgiche e si accentua nell’Eneide per amplificare la tensione e la solennità, così come aveva fatto Lucrezio. Come già accennato, lo stile virgiliano è molto fitto di intertestualità (cioè di arte allusiva) e la scelta di modelli varia a seconda del genere utilizzato. Nell'Eneide, Virgilio si rifà a Omero e riprende da lui la formularità, distintiva dell'epica e risale alla prima oralità. Questa consiste in "frasi fatte", espressioni quasi scontate (esempio: pius Aeneas, infelix Dido, che esprime partecipazione e solidarietà per il destino di Didone). Virgilio riprende dall'epica latina (Ennio e Lucrezio), vari stili, come composti nominali arcaici e le parole di registro arcaico e le allitterazioni (figura retorica che ripete consonanti). Quando la brevitas si lega a un attento labour limae (entrambe metodologie appartenenti allo stile neoterico/alessandrino), ciò che ne viene fuori è un vocabolario ricco di significato.
Questo dà alla poesia una grande forza simbolica; esempio calzante quando Enea ammira lo scudo e dirà di sorreggere l'intero destino di Roma, accettando dunque la missione divina di fondare una stirpe gloriosa. La polisemia è la possibilità di individuare nei concetti virgiliani più interpretazioni, che danno l'idea dell'ambiguità e non vi è un modo preciso di interpretare o di tradurre. Questo nel lettore genera emozioni molto grandi e suggestive. Queste frasi sono dunque dense di significato.
I componimenti poetici minori di incerta attribuzione vennero raccolti in una silloge chiamata Appendix Vergiliana; la critica moderna respinge la paternità di Virgilio e ritiene la silloge come esercitazioni di poeti minori che volevano imitarlo. Alcuni la considerano come prove giovanili di Virgilio, da lui mai pubblicate. Se si considera l’Appendix, coloro che credono alla sua autenticità individuano il carattere sentimentale delle poesie (temi e forme). I negatori, negli stessi elementi, riconoscono le prove di un falso.
Virgilio è un poeta amato e studiato ininterrottamente dal suo tempo fino ai giorni nostri, eccetto nell’età Romantica e durante alcune correnti del Decadentismo europeo.

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