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A Zacinto

“A Zacinto” è un sonetto di Ugo Foscolo composto tra il 1802 e il 1803 ed è dedicato a Zacinto, l’attuale isola di Zante, in cui il poeta nacque nel 1778.
Il sonetto da uno schema di rime alternato ABAB nelle due quartine e uno schema di rime ripetute senza ordine CDE-CED nelle due terzine.

Il sonetto è un tipo di componimento ideato da Jacopo da Lentini. Ad esso furono dati dei canoni precisi da Petrarca. Sorsero la scuola petrarchista e antipetrarchista, che sostenevano o si opponevano allo schema di Petrarca.
Tale schema è caratterizzato da versi che contengono un pensiero completo. Ciò significa che un versi o una coppia di versi ha un senso compiuto, stabilito dai segni di interpunzione forte.
A differenza dello schema di Petrarca, Foscolo utilizza i punti soltanto nelle due terzine. Il suo intento non è rompere la tradizione schematica però non riesce a chiudere i suoi pensieri in schemi fissi e rigidi a causa del suo temperamento passionale. Il sonetto è caratteristico del neoclassicismo. Sconfinando tra i versi per la sua passione, l’opera assume un carattere affine al romanticismo.

Il sonetto è la prova della sensibilità di Foscolo, non armonica ma passionale.

I temi trattati nel sonetto sono la patria e la morte illacrimata.
La patria è un tema importante per Foscolo. Egli si definisce come figlio della sua patria, che ne è madre.
La morte illacrimata è un leimotiv o fil rouge nella produzione foscoliana. Il termine “illacrimato” è un neologismo coniato da Foscolo per indicare una morte che non vede un caro a consolare la tomba del defunto.

Il tema della patria è strettamente legato alla mitologia e al personaggio di Ulisse, che è un tópos (luogo ricorrente), simbolo del rientro in patria.
Foscolo si riferisce, omettendo il nome, ad Omero il quale cantò e rese eterno il viaggio di ritorno di Ulisse, ostacolato da Poseidone, nell’Odissea. Si crea il parallelismo tra Ulisse e Foscolo, entrambi esuli. Il primo “baciò” Itaca, cioè ritorno in patria, invece il secondo non fece più ritorno all’isola di Zacinto alla quale resta solo il suo canto.
L’ulissismo che tormenta Foscolo è presente anche in Ungaretti, che si arruolò nell’esercito durante il Primo conflitto mondiale per illudersi di appartenere ad una patria per cui combattere.
Il poeta definisce sacra la sua terra e le sue sponde. Di fatto, le sponde delle isole ioniche sono il luogo in cui nacque Venere già giovinetta e, tra queste, rientrano anche le sponde di Zacinto, che è resa lussureggiante, feconda, ricca e fertile dalla dea.

Al contrario Itaca è descritta come “arida e petrosa” ma, nonostante ciò, essa è comunque cara ad Ulisse, poiché è la sua patria.
Il personaggio di Ulisse, bello di fama e di sventura, non è più l’eroe omerico saggio ma un eroe romantico, pieno di difficoltà da affrontare.
Per questo motivo, Foscolo oscilla tra il romanticismo e il neoclassicismo.

Le prime tre strofe creano un unico periodo, la cui sintassi presenta inversioni e frasi intersecate che simboleggiano l’abbondanza di sentimento del poeta difficile da disciplinare. È presente anche la figura retorica della litote, cioè la doppia negazione, in “non tacque”. Tutte le scelte stilistiche non sono casuali ma sono mirate a mostrare la confusione del sentimento intimo dell’autore.

Alla sera

“Alla sera” è un sonetto composto da Ugo Foscolo tra il 1802 e il 1803. L’opera presenta uno schema di rime ripetuto ABAB ABAB e CDC DCD ed è divisa in due parti da un punto alla fine della seconda strofa.
La poesia presenta come oggetto di riflessione la natura, caratteristica del romanticismo. Ogni autore di quest’epoca ha un rapporto soggettivo con la natura.

La prima parte della poesia è statica ed è la descrizione della sera e di come il poeta l’accoglie. La sera è ben accetta da Foscolo sia in estate che nel freddo inverno. Essa scende sempre cara e invocata e occupa i pensieri del poeta.
La seconda parte della poesia, le due terzine, è dinamica e descrive l’effetto della sera sul poeta. Questo momento della giornata porta Foscolo a pensare alla morte, tenendo conto che, così come finisce la giornata, così c’è la sera della vita, cioè la morte. La morte è denominata dal poeta come “nulla eterno” con l’utilizzo della figura retorica dell’ossimoro. Pensare alla morte non agita Foscolo ma lo acquieta. La sera lo calma e lo porta a pensare alla morte, che non gli crea ansie.

Nell’ultimo verso, l’allitterazione “r” accompagna il significato del verso. Foscolo si sente a disagio nel “reo tempo” in cui vive poiché ingiusto. Tale sentimento è presente anche in Alfieri che fugge nella “selva” per sfuggire alla sua epoca. La morte non angoscia il poeta, ma lo tranquillizza. Essa rappresenta la fine degli affanni e delle ansie della vita e un punto di fuga dal reo tempo.

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