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Alessandro Tassoni (Modena 1565 – 1635)

Biografia: nato da nobile famiglia, ebbe una infanzia difficile: rimasto presto orfano, in balia di parenti avidi del suo patrimonio, fu infine raccolto e allevato dalla famiglia materna. Dopo corsi regolari nelle università di Bologna, Ferrara e Pisa, dove seguì le lezioni di filosofia, retorica e legge, nel 1509 fu proclamato dottore in diritto canonico. Nel 1597 trovò impiego a Roma come segretario del cardinale Colonna, che seguì in Spagna nel 1600. Nel 1602 compose un commento critico sulle Rime di Petrarca, accusato di un’audacia metaforica, fredda e cerebrale, che sembra annuncia il concettismo contemporaneo. Tornò a Roma nel 1603, dove prese la tonsura ecclesiastica, e vi risiedette fino al 1632. Qui servì, dopo un periodo di indipendenza, il duca di Savoia e 4 cardinali. Fu affiliato alla prestigiosa Accademia degli Umoristi. Fu richiamato a Modena gli ultimi anni della sua vita dal duca Francesco I, che gli diede una pensione.

Le opere. Pensieri diversi: tratta in agili prose, argute e paradossali, i più vari argomenti scientifici e letterari. Si oppone a Copernico e all’eretico Galileo, ma combatte anche la cieca fede in Aristotele. Tassoni fu il primo a scrivere in volgare su argomenti fisici, anche se ne volle la traduzione in latino affinché fosse diffuso anche in tutta Europa.

Poeti antichi e moderni: l’affermazione di Tassoni della superiorità dei moderni sugli antichi si fonda sul concetto della superiorità della religione cristiana su quella pagana e sul continuo progresso della cultura, poiché “i giudici umani non piggiorano, anzi ogni di più si raffinano e assotigliano”. Il giudizio più favorevole riguarda i due nuovi generi del ‘500, il dramma pastorale di Tasso e Guarini e la poesia melica “piena di concetti, d’acutezze e di scherzi”.
“Gli antichi dividevano la poesia in rappresentativa e narrativa; i moderni hanno inventata una terza spezie, la pastorale. Nella melica furono eccellentissimi greci e latini; ma certo non furono più eccellenti de’ nostri, perché i nostri hanno spogliato tutte l’altre lingue straniere delle più belle frasi e dei più vaghi concetti, e n’hanno le rime loro”.

La secchia rapita (1614-17): poema eroicomico in ottava rima, è una satira degli uomini e delle cose del suo tempo. Il poema rispetta il canone aristotelico dell’unità d’azione, del fondamento storico, dell’uso del meraviglioso e della rispondenza dello stile alla materia. Ma il motivo della guerra è futilissimo, e la storia è usata dal poeta in piena libertà.
I bolognesi entrano nel territorio di Modena per depredarlo. I modenesi li inseguono fino a Bologna e ne riportano una secchia, accolta trionfalmente dai loro concittadini. Per riavere la secchia, scoppia la guerra fra le due città. In aiuto della ghibellina Modena giungono re Enzo di Sicilia e Venere, Bacco e Marte. Per i bolognesi parteggiano Apollo e Minerva. Dopo varie battaglie, è indetto un torneo: al vincitore sarà data in premio la bella guerriera modenese Renoppia. Un misterioso cavaliere sbaraglia tutti gli eroi, fatta eccezione del trepido conte di Culagna. Solo al termine del duello si saprà che il cavaliere poteva essere vinto solo dal più gran codardo della terra. Schernito da tutti, il conte di Culagna non vuole rinunciare a Renoppia, e confida al guerriero romano Titta il proposito di uccidere la propria moglie. Messa sull’avviso dal romano, suo segreto amante, la moglie fa sorbire al conte il veleno che era stato preparato per lei e si rifugia nella tenda di Titta, dove il marito scampato al veleno la trova ma non la riconosce.

Imprigionato Titta, il conte lo sfida a duello, ma al primo colpo si crede spacciato. Titta crede nella morte e nella sua vittoria, ma rimane indispettito nel ritrovarlo sano e salvo. Cessata la tregua, si riprendono le ostilità, composte dal legato del Papa che riserba la secchia ai modenesi e re Enzo ai bolognesi.

Il consiglio degli dei: convocato da Giove, è una caricatura irrispettosa della corte papale, popolata di prelati pomposamente vestiti alla spagnola, impegnati in umili occupazioni e in un discutibile galateo.
“Apollo…venìa…rosso il manto, e ‘l cappel di velluto fine, e a collo avea il toson del Re di Spagna”.
“De la reggia del ciel s’apron le porte, / stridon le spranghe e i chiavistelli d’oro; / passan gli dei de la superba corte”.
“Ercole, per allargare innanzi al re la via, menava quella mazza fra la gente; ch’un imbriaco svizzero parìa; di quei che con villan modo insolente sogliono innanzi ‘l papa il dì di festa romper a chi le braccia, a chi la testa”.

“Venne alfin Giove in abito reale / su le spalle un manto imperiale / lo scettro in forma avea di pastorale”.

Il duello con Titta: Nel conte di Culagna, Tassoni rappresenta la caricatura del conte Brusantini, suo acerrimo nemico.
“Caduta la visiera il conte mira, / e vede rosseggiar la sopravesta; / e: ‘Oimè sonm morto’, e grida…”.
“Intanto avean spogliato il conte, / dal terror della morte instupidito; … i due chirurghi, né ritrovando mai rotta la pelle, ricominciar le risa e le novelle…Il conte dicea lor: ‘Mirate bene, / perché la sopravesta è insanguinata’… Ma nulla a sangue assomigliar si possa eccetto un nastro o una fettuccia rossa … E a Titta e a la moglier sua perdonando, si scorda i falli lor sì gravi e tanti, e fa voto d’andar pellegrinando a Roma a visitar que’ luoghi santi”.

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