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Crepuscolarismo: origine del termine e intenti poetici


Il termine “crepuscolare” fu usato per la prima volta dal critico Giuseppe Antonio Borgese, il quale lo adoperò per indicare i temi affrontati da alcuni autori, tratti dalla realtà quotidiana e dalla semplicità di tutti i giorni, trasposti con un linguaggio prosastico e quindi non poetico. Borgese definì questi autori “poeti crepuscolari” perché secondo lui essi indicavano il tramonto della poesia moderna italiana, iniziata con Parini e terminata con Pascoli e D’Annunzio.
Questa definizione ebbe successo, infatti gli storici della letteratura la usarono per indicare un gruppo di poeti che scrissero nel primo quindicennio del XX secolo, i quali, senza costituire una vera e propria scuola letteraria e indipendentemente l’uno dall’altro, crearono una nuova poesia dai colori smorzati e spenti (come quelli del crepuscolo), caratterizzata da una tematica modesta ed uno stile prosastico e trasandato.
Mentre Borgese intendeva sottolineare la collocazione storica dei poeti crepuscolari, i critici successivi misero in evidenza l’intonazione malinconica e sommessa della loro poesia, cioè il piangersi addosso tipico di Pascoli, il quale è considerato crepuscolare, a differenza di D’Annunzio, che al contrario esalta il superomismo. È infatti possibile avanzare una proporzione: Pascoli sta al crepuscolarismo come D’Annunzio, specialmente nel notturno, sta al futurismo.
Con i crepuscolari ha dunque inizio una nuova forma di poesia che presenta caratteristiche opposte a quella del Carducci e a quella superomistica di D’Annunzio. Considerati gli aspetti innovativi che presentava, altri critici modificarono il concetto di crepuscolarismo per accentuarne gli elementi positivi: con questo termine essi non si riferivano al crepuscolo della sera che si spegne nella notte, ma al crepuscolo del mattino che annuncia timidamente il nuovo giorno (simbolo della nuova corrente poetica in contrasto con le forme tradizionali).
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