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Crepuscolarismo


I crepuscolari rappresentano quel gruppo di autori con uno spirito di consapevole affinità, che fondano la corrente letteraria del crepuscolarismo agli inizi del Novecento. Tra gli esponenti principali vi furono Palazzeschi, Gozzini, Gozzano e Govoni. Il nome “crepuscolari” venne coniato dal critico Giuseppe Borgese, che definì con questo aggettivo le loro poesie.
Agli autori piacque il termine e lo adottarono per indicare l’intero genere letterario.
Viene usato, infatti, per indicare il tramonto e la fine della lirica e della poesia italiana di D’Annunzio, e quindi di una precisa epoca della letteratura italiana. Le atmosfere delle poesie crepuscolari sono vaghe, cupe, con diverse dichiarazioni di stanchezza. I poeti vivono una condizione di fallimento, di resa, rinuncia, debolezza e malattia spirituale. Sono intellettuali deboli, malati fisicamente e moralmente, pervasi da uno spiccato torpore che impedisce loro di vivere serenamente. Mentre per Pascoli e D’Annunzio, permeati dalla fede, la poesia ha un valore assoluto, i crepuscolari non hanno nessuna fede nei valori letterari, e per questo non possono opporsi alla realtà. Desiderano voltare le spalle alla società, dire no alla lirica dannunziana in quanto non hanno né la forza né la voglia di percorrere questa via poetica elaborata e complicata. Finiscono, così discostati dal mondo contemporaneo, per vergognarsi della letteratura stessa.
Allo stesso tempo, inoltre, criticano la democratizzazione della letteratura italiana. In quegli anni, infatti, cambia radicalmente il rapporto tra l’artista e il pubblico borghese: l’arte e la letteratura non sono più “per pochi”, ma, grazie a D’Annunzio, diventano oggetti di consumo alla portata di tutti.
I crepuscolari si avvallano della strategia di abbassamento, a livello culturale, tematico e linguistico. A livello culturale evitano lo sfarzo, il lusso e l’opulenza tipica della letteratura dannunziana; a livello tematico si concentrano sulla malinconia, sulla tristezza, sull’angoscia, sull’umiltà e sulla stanchezza, resi con ironia e autoironia. Il poeta, infatti, è incapace, debole e inetto, malato e inadatto alla vita; a livello linguistico, infine, usano un lessico quotidiano, semplice e discorsivo, veri liberi, rime facili (baciate) e una formalità semplice e consapevole.
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