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Pascoli, Giovanni - Vita, opere, poetica e caratteristiche stilistiche scaricato 0 volte

Indice

  1. Formazione
  2. Pascoli - Poetica
  3. Famiglia
  4. Prime opere
  5. La poetica
  6. Cosa vede il fanciullino?
  7. Myricae: analisi generale
  8. Il giorno dei morti
  9. La poetica di Myricae
  10. Cosa vuole fare il poeta in Myricae?
  11. La metrica, la lingua e lo stile
  12. Lavandare
  13. La poetica del simbolismo: le opere di Pascoli
  14. X agosto
  15. Metrica e caratteristiche
  16. L’assiuolo
  17. Temporale
  18. Novembre
  19. I gattici
  20. Il tuono
  21. I canti del castelvecchio
  22. I poemetti
  23. La digitale purpurea: la sensualità repressa

Pascoli - Poetica

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre del 1855 a Forlì. La sua vita venne segnata da una successione di eventi negativi, tra cui il 10 agosto del 1867 ebbe la perdita del padre: egli era un amministratore di una tenuta dei principi Torlonia, il quale venne ucciso con una fucilata nel 1873.

Formazione

Giovannino Pascoli si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna grazie ad una borsa di studio, ma per aver partecipato a una dimostrazione contro il Ministro della pubblica istruzione nel 1876 perde il diritto alla borsa di studio ed è costretto a interrompere gli studi universitari. Riprenderà poi gli studi laureandosi nel 1882 in letteratura greca.

Famiglia

Dopo la morte del fratello maggiore Giacomo, egli divenne il padre di famiglia e si trasferisce nel 1887 a Massa, in Toscana, insieme alle sorelle Ida e Maria. Egli era molto geloso delle sue sorelle perché erano in realtà l’unica parte della sua famiglia rimasta. Nel 1895 Partecipa seppur con gelosia al matrimonio di Ida (contro la sua volontà) rimangono così Maria e Giovannino, con la quale si stabilisce a Castelvecchio, a Lucca, in una bella casa di campagna, che sarà la residenza definitiva del poeta. Maria sarà invece definita dai critici come la curatrice degli inediti di Pascoli e la sua erede letteraria.

Prime opere

Nel 1891 esce la prima a edizione di Myricae, e nel 1892 Pascoli vince il prestigioso concorso di poesia Latina. Iniziò a scrivere anche una serie di opere tra cui I Poemi Conviviali, I Canti di Castelvecchio. Nel 1905 diventa titolare della cattedra di letteratura italiana a Bologna, che fino ad allora era stata di Carducci (il quale fu anche un suo professore).
La partecipazione di Pascoli alla vita culturale fu costante ma senza momenti clamorosi e riguardarono soprattutto argomenti letterari. Fu invece clamoroso l’evento del 6 Aprile del 1912, in cui tenne il discorso La grande proletaria si è mossa, dedicato a sostenere l’impresa coloniale italiana in Libia. l’Italia aveva bisogno di conquiste per poter lavorare.
Egli venne sempre definito un poeta diverso, il quale perse l’aureola ed effettuò l’impersonalità dell’arte. Giovannino è diverso soprattutto perché viene visto come colui che fa del bene alla collettività.

La poetica

La poetica di Giovannino Pascoli si incentra principalmente su una figura importante: il fanciullino. Il fanciullino è presente potenzialmente in ogni uomo, ma solo il poeta conosce il privilegio di come farlo rivivere e parlare dentro di sé, sapendo scorgere il significato profondo di quelle piccole cose che l’adulto normale invece trascura perché corrotto dalla società dei tempi e dall’interesse economico che prevale sull’interesse sociale. Il poeta coincide con il fanciullino, ovvero con quella parte infantile dell’uomo che negli adulti tende ad essere normalmente soffocata, e che invece nei poeti trova libera espressione.

Cosa vede il fanciullino?

Il Fanciullino vede ciò che in genere passa inosservato, attraverso vie puramente intuitive e percezioni non razionali, adattando il nome della cosa più grande alla cosa più piccola e al contrario. La poesia è il luogo in cui l’uomo dà voce al fanciullino. Il Simbolismo Pascoliano vuole indicare la strada della rivelazione di una verità segreta ed egli per questo punta sulla valorizzazione del particolare: alla poesia spetta la funzione di garantire la stabilità dell’assetto sociale. Ogni uomo presenta il fanciullino dentro di sé. Una parte di noi infatti è pura, e il poeta rappresenta il mediatore tra gli uomini e il fanciullino. Ecco anche perché il poeta “delle piccole cose” .-si distingue dalla massa: egli porta positività ad essa.

Myricae: analisi generale

Myricae è un’opera scritta da Giovannino Pascoli. Viene rappresentata come un’opera triste. L’etimologia di questo titolo proviene da Virgilio: Myricae vuol dire creature semplici e arbusti insignificanti della natura che non producono niente eppure hanno un grande valore. Myricae è presente in un numero limitato di edizioni, che si conclude fino alla quarta. I temi sono il lutto familiare, la morte e la natura. Si ha anche una vicenda autobiografica perché l’autore ripercorre tutti i suoi avvenimenti negativi attraverso quest’opera.

Il giorno dei morti

Pascoli, in Myricae, introduce il cosiddetto giorno dei morti, ovvero tutti i morti della famiglia, a partire dal padre, hanno formato nel cimitero una nuova unità familiare (più autentica e profonda di quella servata dei pochi superstiti). I superstiti vengono presentati in una condizione indifesa e minacciata, che non esclude per un senso di colpa e un bisogno di riconciliarsi con loro, di invocarne protezione e implicitamente perdono. Si ha perciò un mito collegato dalla persecuzione funebre e ovviamente dal tema del dolore passato. È inoltre presente un’oscillazione tra eventi naturali, in parte solare positivi e in parte notturni, negativi e mortuari: si arriva sempre alla scelta dell’inquietudine, cioè il significato luttuoso. L’ultimo sogno è anche l’ultimo dei testi presenti in Myricae, in cui il raggiungimento della serenità coincide con un’immagine funebre in virtù del quale può compiersi il ricongiungimento del poeta con madre morta e in cui la pace si identifica dunque con la rinuncia a vivere.

La poetica di Myricae

La poetica di Myricae si congiunge con la natura. Essa è lo stato d’animo del poeta, in cui egli osserva la natura nei suoi particolari più semplici e insignificanti, li descrive come (definizione di impressionismo) se dipingesse a pennellate e per sommi capi un’immagine che viene montata nella mente per la prima volta attraverso termini con valore simbolico e allusivo, con figure retoriche quali l’onomatopea, le metafore, la sinestesia e l’analogia, seppur viene usata di meno. Attraverso queste figure retoriche si arriva alla percezione dei sensi, per cogliere un qualcosa di percepibile solo dall’autore. Si ha una rappresentazione della prima impressione che richiama l’argomento autobiografico.

Cosa vuole fare il poeta in Myricae?

Il poeta vuole ricercare la verità, e questa ricerca si configura come un’adesione al dato naturale e si esprime pertanto attraverso le figure retoriche. Vi è uno scavo volto a valorizzare il particolare singolo, un punto di vista fortemente soggettivo attraverso il soggetto lirico: un testo tutto dedicato a descrivere un fenomeno naturale costituisce in realtà il corrispettivo di un evento biografico e da esso trae la propria caratterizzazione espressiva. Il poeta giustappone i particolari naturali, che denunciano una carica segreta di angoscia.

La metrica, la lingua e lo stile

Per quanto riguarda la formula metrica, la lingua e lo stile si deve fare una differenza tra la tradizione e l’innovazione. Si hanno delle forme metriche in cui nasce il novenario. La novità sta nel fatto che si utilizza l’illusione della parola e la l’evidenza sui particolari.
Il lessico rappresenta molti termini che si riferiscono alla flora e alla fauna, inoltre non si parlerà più del Verismo perché non esiste l’osservazione oggettiva delle cose, ma si ha un lessico regionale specifico che rientra nella ricerca del particolare.
Dal punto di vista metrico il poeta utilizza anche delle quartine e delle terzine. Si dà molta attenzione alle piccole cose della vita concreta e quindi la fiducia nel valore evocativo e nell’immediatezza semantica, allargando il lessico in direzione generalmente poco frequentata dalla nostra poesia come piante, animali lavoro agricolo: argomenti e parole che avevano ora diretto accesso dentro l’istituzione letteraria.

Lavandare

Lavandare è un’opera scritta da Giovannino Pascoli, sotto opera di Myricae. Essa racconta una giornata in cui l’autore, mentre passeggiava, sente un canto triste e lento con il quale le lavandaie accompagnavano il loro lavoro. Quest’opera è strutturata in forma metrica da due terzine e una quartina, in cui è presente sia l’elemento oggettivo (la sola e unica descrizione degli elementi presenti, vale a dire il campo, le lavandaie e l’aratro e il lavoro ) mentre nell’ultima quartina è presente l’elemento soggettivo ( l’aratro abbandonato solo in mezzo al campo rappresenta la malinconia sentimentale di una donna lasciata sola dall’innamorato) sia la E’ presente inoltre la percezione di tutti e 5 i sensi gli oggetti filtrati dalla soggettività rappresentata dal poeta diventano simboli della condizione umana: l’aratro abbandonato viene investito di un significato simbolico che riguarda il destino di solitudine ed abbandono proprio degli uomini.

La poetica del simbolismo: le opere di Pascoli

La poetica del Simbolismo, in Pascoli, si manifesta attraverso diverse piccole opere che, nell’insieme, raccontano diverse vicende luttuose familiari che il povero poeta dovette vivere.

X agosto

La prima di queste opere è X agosto, scritta per raccontare la morte del padre attraverso due diversi episodi di morte: il primo è una rondine che, volando verso il suo tetto per portare il cibo ai suoi rondinini, venne uccisa e lei, con le ali aperte e lo sguardo rivolto verso il cielo, muore inanemente. Il secondo episodio invece racconta di un uomo che, nel portare alle sue figlie due bambole, prima di arrivare al suo “nido” venne ucciso: il suo sguardo era rivolto verso il cielo, così come lo era quello della rondine.

Metrica e caratteristiche

In quest’opera si manifesta il Divino, ovvero nell’ultima strofa, presentando il vuoto incolmabile tra la Giustizia e le insofferenze umane. L’organizzazione delle strofe è divisa in maniera parallela, con concetti analoghi in strofe lontane. La parola allusiva è il nido, cioè l’attaccamento, il luogo sicuro e fuori da ogni male esterno. La paratassi promuove la dinamicità dell’opera. Infine, un messaggio speranzoso e umano e il perdono richiesto dall’uomo nel momento in cui viene sparato.
Chiaramente, il dolore (manifestato anche dal cielo, il quale inonda il piccolo atomo del male (la Terra) di stelle) per Pascoli è talmente immenso che egli non riesce a descrivere direttamente la sua esperienza familiare (l’ingiusto omicidio del padre).

L’assiuolo

Il capolavoro più eclatante dell’impressionismo simbolico è senza dubbio l’assiuolo.
In quest’opera, ciò che è particolare è il verso di un uccellino notturno, simile ad un piccolo gufo. Molti dei versi presenti richiamano all’autore il passaggio dalla vita alla morte, così com’è manifestato il verso Chiù dell’uccellino in strofe successive.
Per evidenziare il messaggio profondo di quest’opera, il poeta utilizza alcune figure retoriche quali la metafora, assimilando il rapporto concreto-astratto con il logico, secondo la razionalità, e l’analogia, ovvero specificare del rapporto concreto/astratto i termini irrazionali, i non logici percepiti dal poeta.
L’aspetto impressionistico di quest’opera si riflette nel verso dell’uccellino Chiù, sempre più vicino alla morte al continuo della lettura. Inoltre, il simbolismo si concentra sulla Sinestesia, ovvero attraverso la percezione della realtà con i sensi. Nota: i sistri erano un antico strumento musicale egiziano, impiegato nel culto di Iside, che prometteva la resurrezione dopo la morte.

Temporale

Il titolo di quest’opera, insieme al Lampo e al Tuono, rappresentano il Trio del Fonosimbolismo scritto da Pascoli.
In quest’opera, la descrizione della natura è inquietante: si ha un arrivo di un temporale attraverso delle immagini allusive e analogiche, e dove soprattutto l’impressionismo si traduce in simbolismo. La natura è molto oscura, ma ciò che è importante è il sentimento positivo che premette il poeta.
I segni di interpunzione sono molto importanti in quest’opera: si ha un senso di sospensione, attraverso l’uso della sintassi nominale (si ha solo un verbo), e questo rende la sintassi frammentaria. L’utilizzo della analogia (ovvero della metafora ardita) è sostituita maggiormente dalla metafora (similitudine chiara e abbreviata). Il paragone presente è tutto nella testa del poeta, in cui sia l’ala del gabbiano e il casolare rappresentano il nido, il luogo sicuro. Si passa perciò dal concetto simbolico al concetto analogico.

Novembre

Quest’opera rappresenta un’impressione positiva della Natura, in cui però è presente l’estate di San Martino, l’11 di Novembre. Essa rappresenta l’estate fredda dei morti. (ossimoro). Anche in quest’opera si passa dall’impressionismo al simbolismo. L’illusione di essere, anche per un istante, in primavera, pone l’anima dell’autore in perfetta inquietudine.

I gattici

I Gattici rappresentano un’altra opera impressionistico-simbolica dell’autore. I gattici sono in realtà i pioppi (alberi) i quali si trovano anche nei pressi dei cimiteri, insieme ai crisantemi. In quest’opera il poeta porta avanti il tema della morte e il passare del tempo. “Il tempo cammina. Nella mia giovinezza desideravo crescere. E ora che sono cresciuto, il tempo scorre troppo velocemente e io rimpiango i miei momenti d’infanzia”.

Il tuono

Il tuono, altra opera dell’autore, rappresenta il fonosimbolismo, l’impressionismo uditivo e i fenomeni naturali quali i sentimenti psicologici del poeta. Esistono rime interne, un’immagine cupa del tuono, il rumore del mare sulla battigia che agitano l’animo del poeta.

I canti del castelvecchio

I canti di Castelvecchio è un’opera scritta da Pascoli a Lucca, vicino Bologna, in una casa abitata sia da lui che dalla sorella Maria. In quest’opera è costantemente presente la poetica del fanciullino, anche se il poeta abbandona la frammentazione della sintassi per dare vita ad una narrazione più aperta e divulgativa.
I motivi che spingono Pascoli a scrivere quest’opera furono la morte dei suoi cari, il passare del tempo attraverso le stagioni, in cui l’estate e la primavera rappresentano la rinascita e la vita, mentre l’inverno e l’autunno rappresentano la morte.
Attraverso questi componimenti più discorsivi, l’autore cerca di avvicinarsi sempre di più a Jack Leopardi, ma i temi sono sempre il lutto, il quale diffonde paura e inquietudine ai vivi. La visione della vita è senza dubbio perturbante, spaventosa.
L’opera più completa dei Canti di Castelvecchio è Il Gelsomino Notturno. Dal punto di vista stilistico, presenta novenari in sei strofe in quartine, tutte dedicate al matrimonio al caro amico del poeta Gabriele Briganti, il cui figlio avrebbe portato anche il nome di Pascoli. Il Gelsomino Notturno rappresenta una poesia d’occasione e un inno alla fecondità già dalla prima notte di nozze. Oltretutto, è presente l’esclusione del poeta da questo aspetto erotico della vita in quanto la sua immaturità amorosa non permette lui di creare relazioni sentimentali con nessuna donna. (Ricordiamo l’attaccamento passivo nei confronti della sorella Maria e la gelosia del matrimonio della sorella Ida).

I poemetti

Ancora una volta, il poeta abbandona la frammentazione stilistica a lui cara, e si affianca a temi quali la “bontà” della natura, anche se a volte “minacciosa” per la sessualità che minaccia la purezza dell’anima.
Anche in quest’opera i temi ricorrenti sono gli affetti familiari, e la novità è senza dubbio l’utilizzo del novenario e della terzina dantesca (con versi endecasillabi e con rima incatenata). La sperimentazione linguistica è prevalente con termini inglesi, toscani di quei tempi, e tecnici riferiti alla natura. La natura in quest’opera, infatti, è sempre vista come positiva, tranne nella Digitale Purpurea, la quale è una minaccia.

La digitale purpurea: la sensualità repressa

Protagonista di quest’opera è Maria, una “donna angelo” perché pura di anima (questa donna è ispirata alla sorella Maria Pascoli) e Rachele, la “donna demone”, colei che invece si fa trasportare dalle emozioni amorose ed erotiche. Entrambe vissero in un periodo di educazione in un convento, dove ricordano un fiore con i petali a forma di dita e dal colore porpora. Esso rappresentava il fiore della morte dell’anima pura, e solo dopo un lungo discorso di ricordi, Rachele ammette a Maria di aver annusato l’odore di quel pericoloso simbolo della natura.
L’oblio è tipico del peccato, e consapevole della morte. I critici credono che questa “passione continua” alle sensazioni erotiche sia anche dovuta alla persistenza di alcol e droghe ricorrenti in quegli anni. Una delle figure retoriche più comuni è l’enjabements.

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